me:.-^
STORIA
DELLA
COMPILATA
DAL CAV.
FRAIVCESCO IIVGHIRAMI
TOMO 9.
POLIGRAFIA FIESOLANA
DAI TORCHI DEL L** AUTORE
1843
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STORIA
DELLA
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BALL* ANNO 1 1 1 5 AL 1530 DOPO O. CE,
iDsi iMim wMmiBmM^i^m
AVVENIMENTI STORICI
EPOCA V.
CI4ÌIPIISDILD SM;
Alt, 1501 di G. Cr.
5. I. 1j a libertà toscana parea minacciata della
estrema rovina. Una invincibile gelosìa accusava
tutti i vicini di Firenze e fai^evali cospirare alla
rovina di lei^ un generale fermento faceva teme-
re nuove rivoluzioni tra i sudditi dei fiorentini^
la instabilità d"* un governo che riunovellavasi
ogni due mesi, e che non consertava per verun
rispetto le vecchie politiche tradizioni, teneva in
pari diffidenza gli stranieri ed i cittadini. Vene-
zia aveva preso a proteggere la famiglia Medici, u-
^surpalrice della tirannide in Firenze, la quale vo-
]ea risalire sul trono*, il duca di Milano e il re di
Napoli più non temevano a vicenda le lance del-
l'Italia^ e il re di Francia ch''era soltentrato a
quello, e stava per atterrare Taltro, più non pro-
teggeva la repubblica^ il papa che era il più pros-
simo vicino di Firenze era pure il di lei più peri-
1 •
6, AVVENIMENTI STORICI An. 1501,
coloso nemico, mirando ad assoggettare la To-
scana a Cesare Borgia. La repubblica fiorentina
costretta dall'irapoveriniento a deporre le armi,
parea comprovare a''snoi vicini le pacifiche sue
disposizioni, ed in vece somministrò per P ap-
punto con tal atto a Cesare Borgia il pretesto
che questi desiderava per cominciare le ostilità.
Il Borgia duca di Valentino, dopo avere occupata
Faenza, disponevasi ad assaltare Giovanni Benti-
voglio signore di Bologna, quando il condottiere
Ranuccio di Marciano, licenziato dai fiorentini,
passò al soldo di questo signore colla sua com-
pagnia. Cesare Borgia sì dolse subito altamente
perchè la repubblica inviava aiuti ai suoi nemici,
cercando soltanto di travisare la perfidia con una
troppo comune astuzia (i). Egli si era inoltrato
verso i confini del bolognese fino a Castel san
Piero sulla strada d' Imola , dove ebbe ordine
da Lodovico XII di non assalire il Bentivoglio,
poiché sVra dato in fede e protezione alla Fran-
cia. Il Borgia però valendosi dello spavento in-
cussogli, fecesi promettere dal Bentivoglio un
tributo di novemila ducati, e T obbligò pure a
somministrargli cento uomini d''arme, e duemila
fanti per valersene poi contro Firenze^ ma il du-
ca di Valentino ancor non avea divisato di trat-
tenersi lungamente per soggiogare Bologna. Fi-
renze era Toggetto dei suoi apparecchi^ egli aveva
condotto al suo soldo Vilellozzo Vitelli signore
di Città di Castello, che ardentemente desiderava
di vendicar la morte di Paolo suo fratello, e gli
Orsini parenti ed alleali dei Medici (ii).
^rt. 1501. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLI. 7
g. 2. Fino dal gennaio del presente anno ave-
va Cesare mandati a Pisa alcuni rinforzi sotto gli
ordini di Ranieri della Sassetta e di Pietro Gam-
bacorti. Poich'ebbe terminata la conquista della
RoQiagna, mandò a Pisa altre soldatesche coman*«
date da Oliverolto da Fermo favorito di Vitelloz-
zo e riputatissimo tra i di costui luogotenenti (3).
Girolamo de\>Iedici s^era portato fino a Bologna
per abboccarsi col Borgia, il quale sperava di ar-
mare col di lui mezio contro la repubblica tutti
i partigiani della esiliata famiglia. Ben s''avvisava
il Borgia che i Medici sarebbero sempre disposti
ad accettare anche alle più vergognose condizioni
qualunque si fosse parte della sovranità delia To-
scana che offrisse loro; ed in fatti Giuliano dei
Medici, dopo aver fatti i suoi accordi con Cesare
Borgia, partì per le poste alla volta della Francia,
onde persuadere Lodovico XII a rifiutare ogni
soccorso ai fiorentini (4). Pure tutte le mosse del
Valentino dovean dipendere dai vasti progetti
che Lodovico XII avea formati contro Napoli, e
di già l'esercito destinato a tale impresa comin-
ciava a porsi in cammino. La più forte schiera
condotta dal d'Aubignì doveva attraversar la Ro-
magna e raccogliervi le truppe francesi, che sotto
il comando d''Ivone d''AIlegreavean fin'allora mi-
litalo pel duca di Valentino; un^altra schiera con-
dotta dal balivo d"'Occan doveva batter la strada
della Lunigiana, passare a Pisa, ed unirsi nella
stato di Piombino con Cesare Borgia, che s'era
obbligato a seguire i generali francesi nel regno
di ^"apoli. E per l'appunto in occasione di questa
8 AVVENIMENTI STORICI i^rt. 1501.
sua mossa alla volta di Piombino, il Borgia pen-
sava di dar compimento alle rivoluzioni di cui
minacciava la Toscana. Cesare Borgia entrò in
que sta provincia dalla parte di Bologna con set-
tecento uomini d^arme e cinquemila fanti, facen-
do sapere alla repubblica (iorentina,ch''egli voleva
attraversare il di lei territorio come amico per
recarsi a Roma, e chiedevale i viveri, pagandoli
a contanti. Ma poich*'ebbe passate le gole delle
montagne e fu arrivato a Barberinc,mutò linguag-
gio. Disse di non potersi dare a divedere amico
della repubblica, intìno a tanto che non la vedesse
retta da un governodel quale potesse fidarsi; sog-
giunse che la chiamata de'^Medici pareagli la sola
cosa atta a creare in Firenze uno stabile gover-
no, e perciò chiedeva che Pietro de'Medici venis-
se rimesso in tutta Pautorìtà che aveva ottenuta
per Paddietro. Questi stava aspettando a Loiano,
villaggio posto ai confini del bolognese, il risulta-
mento di tali minacce. In olire il Borgia chiedeva
che sei cittadini indicati da Vitellozzo gli fossero
dati nelle mani, onde portare la pena dell'ingiu-
sta sentenza pronunziata contro Paolo Vitelliiche
la signorìa si obbligasse a non soccorrere il signo-
re di Piombinole finalmente che i fiorentini assol-
dassero lui medesimo con un salario conveniente
all'alta sua dignità (5).
g. 3. Sedeva allora in Firenze una signorìa che
non ispirava né rispetto, né confidenza; molti dei
priori eran tenuti in sospetto di aver fatti segreti
accordi co'Medici e col Borgia.per abolire il gran
consiglio e ritogliere la sovranità al popolo. Non
^/I.ISOI. DEI TEMPI REPUBB. CAP. XLI. g
v^era alcun cittadino che per prevalenza d'ingegno
o di fama potesse assumere egli solo il limone
del governo; e perchè la cosa pubblica trovavasi
di vero in grandi angustie, niuno ardiva propor-
re ferme provvidenze per uscire d''imbarazzo. Vero
è che la signorìa armò una parte delle milizie del
contado, e le appostò alla loggia de"* Pazzi, a Fie-
sole, ed a Bellosguardo per difendere Firenze,
ma nello stesso tempo vietò qualunque ostilità ,
minacciò di punire severamente i contadini che
opporrebbero qualche resistenza ai soldati del
Borgia, ed accordò a costui di attraversare a pic-
cole giornate il territorio fiorentino, saccheggian-
do e guastando lutto quello in cui s'abbatteva,
sebbene pretendesse pur sempre dVssere l'amico
ed il confederato della repubblica. Tra i capitani
di Cesare Borgia eranvene due, che non parevano
fatti per inspirar dilBdenza ai fiorentini; eran co-
storo Raffaello deTazzi e Marco Salviati. Amen-
due disceodevano da famiglie illustri per la con-
giura del 1478, ed era certamente poco probabile
ch'ei fosser causa comune coi Medici. Tutlavolta
la vanità offesa delle grandi famiglie suol piutto-
sto riconciliarsi con ogni specie di tirannide che
col governo popolare, I due figliuoli di coloro che
avevano congiurato a prò della libertà, congiura-
rono per Passolulo potere, e di conserva coi lo-
ro amicidi Firenze,stabilironoche i partigiani dei
Medici si renderebbero padroni del palazzo, men-
Ire chVssi medesimi coi soldati del Vitelli si pre-
senterebbero alle porte della città (6). Questa
trama era sul punto di venire a termine, quan-
IO AVVENIMETSTI STORICI 'Art. 1501.
do Cesare Borgia, che per pochi giorni ancora
poteva trattenersi in Toscana, e che ben vedeva
di non potere, ia sul punto di partire alla volta
di ?9apcli; cavarne tutto quel partito che poteva
sperarne in miglior congiuntura, amò meglio dif-
ferir l'esecuzione de''suoi progetti^ed approfittare
del terrore de'suoi magistrati della repubblica fio-
rentina per estorcere una grossa somma di de-
naro. In fatti egli si fece promettere per tre anni
Fannuo soldo di 36ooo ducati, promettendo di
tenere trecent''uomini d''arme,pronti a soccorrere
la repubblica in ogni suo bisogno^ costrinse la si-
gnorìa a dipartirsi dalla protezione del signore
di Piombino, ma non si ostinò rispetto al doman-
dato cambiamento della costituzione, o riguardo
alla sodisfazione da darsi a Vitellozzo (7).
g. 4' Finalmente il 4 luglio Cesare Borgia en-
trò nel territorio di Piombino^ ma siccome pro-
teggeva i pisani, ed avea spedito Vitellozzo a Pisa
per provvedersi di artiglierìa, così fu costretto di
far desistere i pisani che erano andati ad espu-
gnar la terra delle Riporaarance nel volterrano ,
affinchè lo aiutassero insieme con Vitellozzo alla
conquista di Piombino (8). Il signore di questo
piccolo slato, Giacomo IV d"" Appiano, aveva di già
devastato il proprio territorio, arsi i foraggi, ta-
gliati gli alberi e le viti, e distrutte le poche fon-
tane che somministravano acque salubri : erasi
in appresso chiuso nel Castel di Piombino co''suoi
più affezionati vassalh*, e con altri corsi che avea
presi al suo soldo. In pochi giorni Sughereto,
ScarlinOj l'Isola delPElba e quella di Pianosa si
'Art* 1 501 . DEI TEMPI REPUBB. Ci P. XLI. 1 1
arresero al duca di Valentino^ ma il castel di Piom-
bino richiedeva un regolare assedio. Il Borgia vi
si pose a campo, ma dopo molti giorni d'inutili
oiì'ese videsi coslrettto ad allontanarsene per se-
guire Tarmata francese. Nulladimeno lasciò ai suoi
luogotenenti, Vitellozzo e Gian Paolo Baglioni,
l'ordine di stringere Tassedio.Giacomo d'Appiano
che vedovasi vicino a soggiacere , e che temeva
di cadere in mano del crudele Valentino, portossi
il 17 agosto a Livorno, ed in appresso a Genova,
sperando di poter persuadere i genovesi a com-
prare il suo piccolo feudo, e di porlo in tal modo
sotto Tegida possente della Francia; ma la guar-
nigione che più non veniva incorata dalla pre-
senza del principe, si arrese il giorno tre di set-
tembre, e così il Borgia pose il primo fondamento
della sua potenza in Toscana (9), Fatta la con-
quista di Piombino dalle armi del Borgia duca di
Valentino, vi si trasferì nuovamente col papa per
mare onde trionfare della loro vittoria. A. tal ef-
fetto fu preparato dai piombinesi un superbo pon-
te in mare, dove furono i medesimi ricevuti cou
somma accoglienza.il duca di Valenlino.per abo-
lire per quanto era possibile la memoria degl'Ap-
piani, fece scassare le loro armi e tutte le iscri-
zioni che di essi ritrovavansi perla città. Paifiroa
poi da Piombino tanto il duca che il papa alla
volta di Siena per trasferirsi a Roma, e passati
per Massa, quella città loro fece molli onori ed
una special accoglienza (io).
g.5. Kel tempo che il duca di Valentino conqui-
stava il ducalo di l'rbinoje slava intento alle rivo-
12 AVVENIMENTI STORIOI Jn, 1502.
luzioni che scoppiavano in Toscana, il suo luogo-
tenente Vitellozzo Vitelli intavolava pratiche con
alcuni cittadini d' Arezzo per farsi dare in mano
la città. Guglielma de'Pazzi, ch'era là commissa-
rio della repubblica fiorentina, le scoprì e fece
arrestare due dei più colpevoli^ ma il partito dei
ribelli ch''era più numeroso ch*'egli non credeva,
fece levare in arme tutta la città (ii) per libe-
rarli ^ ed avendo imprigionalo il commissario
stesso fiorentino con tutti i suoi ufficiali, gli are-
tini ristabilirono lo stesso giorno, quattro giu-
gno del iSoa, Tantica loro repubblica, e cinsero di
assedio la rocca. Cosimo de''Pazzi,vescoyo d'Arez-
zo e figlio del commissario, essendosi chiuso nel-
la rocca, fece frettolosamente chiedere soccorsi a
Firenze, ma gli ausiliari dei ribelli erano più vi-
cini , e Vitellozzo Vitelli entrò guasi subito in
Arezzo cogli uomini d'arme di Città di Castello.
Gian Paolo Baglioni signore di Perugia lo seguì
immediatamente, seco lui conducendo Fabio Or-
sini, figliuolo di Paolo, e i due Medici Pietro e
Giuliano cardinale, pronti sempre a collegarsi
con tutti i nemici della lor patria. Pandolfo Pe-
Irucci loro mandò da Siena danaro ed artiglieria,
e il 1 8 di giugno la rocca d'ArezzOjCbe i fiorentini
non avean potuto soccorrere, dovette arrendersi.
Tutti i capitani che avevan preso parte nella ri-
bellione d''Arezzo, Vitellozzo Vitelli, gli Orsini, il
Baglioni e il Petrucci erano al soldo del duca di
Valentino, e se questi non erasi mischiato nella
trama, almeno sembrava tenersi pronto a coglier-
ne i frutti^ ma quando era in sul punto d'entrare
JnA^OI. DEI TEMPI BEPUBB. CAP.XLI. l3
in Toscana, gli fu partecipato il trattato conchiu-
so il i8 ffaprile tra il re di Francia e la repub-
blica fiorentina, ed il formale divieto di Lodovi-
co XII di molestare i fiorentini. Egli si vide co-
stretto ad ubbidire , almeno in apparenza, e si
contentò di mandare segretamente a Vitellozzo
lutti gli uomini d'arme di cui poteva disporre .
Nello slesso tempo rivolse le sue forze dalla ban-
da di Camerino,entrò in quella città per sorpresa,
e preso Giulio Cesare di Varano con due figliuoli
di lui, li fece subito strozzare (la).
g. 6. Intanto Vitellozzo avea radunati 800 uo-
mini d'arme e 3ooo fanti^ assumeva il titolo di
generale deirarmata delia Chiesa, e continuava la
guerra contro Firenze. E perchè tutto il ricolto
era ancora ne** campi, i contadini temendo che
non venissero arse le messi, non osavano far re-
sistenza, onde Vitellozzo impadronissi senza trar
colpo di Monte Sansavino, di Castiglione Aretino,
di Cortona e di tutte le terre murate di Val di
Chiana. E se egli si fosse immantinente avanza-
to nel Casentino, sarebbe giunto fino alle mura
di Firenze, non essendovi armata apparecchiata
a resistergli, perchè la fanterìa adunala a Quarata,
dopo la ribellione d*'Arezzo , era stata compresa
da sì gran terrore per P occupazione dei castelli
di Val di Chiana, che si era tutta dispersa. Ma
Vitellozzo non si prendeva nessun pensiero di ri-
metterei Medici in Firenze, finché poteva spe--.
rare di tenere in suo dominio le conquiste che
farebbe nei contorni del suo piccolo stato di Cit-
tà di Castello. In vece adunque d'inoltrarsi piantò
SU Tose. Tom, 9. 2
«4 AVVENIMENTI STORICI Jn. 1502»
le sue batterìe da principio contro Anghiari, in
appresso sotto Borgo s. Sepolcro, e prese quelle
(lue terre. Dall''allra parte i fiorentini avevano
avuto ricorso in principio di questa guerra a Chau-
mont d*A.mboise, governatore del milanese, per
ottenere i soccorsi promessi loro da Lodovico XII.
Di già aoo lance francesi, comandate dal capitana
imbault. erano giunte a Firenze, ed altre aoo si
avvicinavano. Vitellozzo che avea fatto intimare
la resa al castello di Poppi, quando ebbe avviso
della loro venuta, si ritirò immediatamente e sì
pose in Arezzo (i3).
g. 7. Vitellozzo Vitelli non era entrato in que-
sta intrapresa senza Passenzo del duca di Valenti-
no^ ma tostochè il duca vide che realmente essa
moveva Pira al re di Francia, e che le lagnanze
di tutta Pltalia contro di lui avevano indispettito
Lodovico XII al suo arrivo in Asti, e Tavevano
realmente persuaso a tarpare le ali alla di lui am-
bizione:^ che il re aveva mandato a Parma Lodo-
vico della Tremoville con duecento lance e con
un grosso treno d''artiglieria^ che faceva muovere
ì^oo svizzf^ri, e che si apparecchiava a frenare i
troppo turbolenti capitani dello stato della Chie-
sa, il Valentino rinnegò subito le commissioni
date al suo luogotenente,anzi minacciò d'assalirlo
a forza aperta. Vitellozzo che ben sapeva che dai
suo padrone non era vi da sperare nò pietà né fede
temeva d"'esser da lui rovinato; laonde per trarsi
con qualche onore da quella impresa , egli con-
segnò al capitano Imbault Arezzo e tuttociò che
aveva acquisto in Toscana , assoggettandosi al
^AnA^Ol. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLI. ib
giudizio di Francia intorno alla sorte di questa
provincia (i4). \ fiorentini ricuperate ch''ebbero
coll'aiuto delle armi francesi Arezzo e Cortona,
fecero pagare a quest' ultima la pena della sua
defezione per quanto potesse chiamarsi involon-
taria, multandola di quattromila fiorini d''oro da
pagarsi in quattro giorni, sotto pena del doppio,
e la costrinsero a spedire a Firenze Francesco
Ferrosi e Marcantonio Laparelli suoi cittadini a
fare una nuova sommissione (i5). Foiano ancora
che era caduto nelle mani di Vitellozzo tornò in
potere dei fiorentini. Castiglion Fiorentino pure
tornò sotto di essi senza aver sofferto in questa
circostanza alcuna rilevante calamità. Due depu>
tati di quel comune giurarono in Firenze, alla
presenza del magistrato de*dieci di balìa, d*esser
fedeli sempre alla repubblica sotto pena di die-
cimila fiorini d"" oro nel caso di contravvenzio-
ne (i6).
g. 8. La restituzione che Vitellozzo fece ai fio-
rentini delle città e castella loro tolte, era rico-
nosciuta da essi come opera d''una protezione stra-
niera , perchè deboli come dimostravanli le loro
perdite, non sarebbero stati in grado di ricupe-
rarle. Spossati da otto anni di guerra con Pisa,
questa interna piaga rodeva continuamente le
loro finanze, mentre che con tutto il rimanente
dltalia soggiacevano ai mali della invasione stra-
niera, ed a tutte le pubbliche calamità. Avendo
il re fatto conoscere che gli sarebbe incresce-
vole che la repubblica fiorentina assoldasse il du-
ca di Mantova^ ch'egli riguardava come suo ne-
26 AVVENIMENTI STORICI u^/l. 1502.
mico, i fiorenlini per rispello alla volontà del re
ijon avean preso uè questo uè verun altro capi-
tano, e si trovavano quasi disarmati (17). A que-
sti esterni pericoli aggiungevansi pei fiorentini
quelli che derivavano dalla instabilità del pro-
prio governo. Dopo che Firenze non avea più
balìe , né elezioni fatte a mano , ne caporali di
fazioni che segretamente governassero i gc»ver-
nanti^ dopo che i magistrali venivano scelti ogni
due mesi dai suffragi del gran consiglio, si sen-
tiva più gagliardamente il danno di non avere
nello stato una stabile autorità. La politica degli
altri stati erasi affatto mutata , imperciocché si
trattava nel gabinetto di pochi principi assoluti^
richiedeva segreto, accortezza e particolar cono-;
scenza di alcuni uomini e dei ministri^ richie-^
deva Pimpiego non dei buoni cittadini, ma dei
diplomatici. Le potenze straniere non cessavano
mai di rinfacciare ai fiorentini quel continuo rin-i
novellamento dei loro magistrati, per cui non
potevan essere iniziati nei misteri della politica.
Il duca Borgia e il re di Francia nelle sue nego-
ziazioni colla signorìa avevano più volle osserva-
to, che il confidare ad essa i loro segreti era lo
stesso che pubblicarli. I partigiani de'Medici non
avevano altro pretesto da porre in campo pel
ristabilimento della tirannide,e dal canto loro gli
amici della libertà sentirono che in una così pe-
ricolosa crisi dovevan dare alquanto più di sta-
bilità al loro governo. Alamanno Salviati uno dei
priori propose alla signorìa di affidare il timone
della repubblica ad un gonfaloniere a vita, quale
^/t.1502. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLI. 17
era il doge di Venezia^ di assegnare a questo gon-
faloniere le stanze in palazzo e duecento ducati
al mese di provvisione^ d^accordargli il diritto di
intervenire a lutti i consigli e tribunali, e quel di
fare le proposte di conserva col proposto giorna-
liero della signorìa^ ma in pari tempo di dichiarare
che questi alti uffici non lo esimei ebbero da quel
giudizio capitale, che potrebbe venire contro di lui
pronunziato dal supremo tribunale degli otto di
haiia. Questa proposizione vinta da prima nella si-
gnoria e nei collegi, venne assentita poi dal gran
consiglio (18).
g. 9. Allorché fu vinta questa legge, il popolo
non ben sapeva ancora a chi avrebbe data quella
suprema dignità^ ma essendo poscia radunato il
gran consiglio, che fu frequente di più di duemi-
la cittadini, tre candidali ottennero a segreto
scrutinio la maggioranza dei suffragi, e furono il
giudice Antonio Malegonnelle, Giovacchino Gua-
scone e Pietro Soderini. Quest''ullimo in un se-
condo squittinio ebbe poscia maggiori suffragi
degli altri due, e fu proclamato il aa di settembre
gonfaloniere perpetuo, benché non dovesse pren-
dere il magistrato avanti il primo di novembre.
Era Pier Soderini uomo di matura età, di molte
sostanze, di illustri natali, d'illibata riputazione.
E perchè non aveva figliuoli, non eravi ragione di
temere eh' egli posponesse al desiderio di pro-
muovere i suoi il comune vantaggio. Poco tem-
po prima era stato riformato in Firenze ancora
l'ordine gi^Hliciario. Con una legge del 5 aprile
di quest'anno erano stati aboliti gli uffici di po>
l'S AVVENIMENTI STORICI ^/l. 1 502.
lesta e di capitanocli giuslizia,e si era istituita la
ruota (iorentina composta di 5 giudici, 4 de''quali
dovevano convenire nella stessa opinione per
proferire una sentenza. Al presidente del nuovo
tribunale fu peraltro riserbato il titolo di potestà,
ma Tufficio del presedere toccava per un turno a
ognuno dei giudici o uditori per sei mesi ^ la
qual rotazione appunto fu cagione che si desse
in Italia ai tribunali il nomo di ruota (19).
g. 10. Richiamando in questo tempo la nostra
attenzione alla città di Pistoia si trova, che non
erano ancora assopite le discordie tia le due fa-
zioni pancialica e cancelliera, poiché i partigia-
ni di quesfultima pretesero di essere dal consi-
glio generale di quella città esentati dal render
ragione di quanto avean tolto al comune e ai
luoghi pii, ed i Pancialici domandarono la rifu-
sione, se non in tutto almeno in parte, dei danni
fatti dai Cancellieri col fuoco ai loro casamenti.
Ma siccome il generale consiglio e gli altri uffici
della città erano composti d' egual numero di
soggetti delle due fazioni, così ricusando f una
parte di approvare la petizione delPaltra, ne av-
venne, che inaspritisi gli animi presero le armi e
cominciarono a pertjuolersi malamente, ma divi-
si dalla cavallerìa e fanterìa fiorentina , ch'era a
guardia di Pistoia, furon forzati a ritornare alle
proprie case; ma non avendo deposto Podio e Io
sdegno, andavano preparandosi per dar nuovo
sfogo alle loro passioni. I Cancellieri come più
polenti fatte levar le fortezze ai Pauciatici trat-
tarono di bel nuovo di cacciarli del tutto dallo
An. 1502. DEI TEMPI REPDBB. GAP. XLI. I9
stafo pistoiese, I Pauciatici penetrato l'animo *lei
Cancellieri non tardarono a provvedersi di geiile.e
gli uni e gli altri introducendone dì notte tempo
in Pistoia, attaccarono dura battaglia, nella quale i
Panciatici trovandosi assaliti dai Cancellieri che
da tutte le strade ^iscivano, presero la via della
porta Calda tica, alzarono il ponte levatoio e trat-
tennero rimpeto dei nemici. 1 Panciatici trovan-
dosi fuori di Pistoia si sparsero in diversi luoghi
della pianura, ed i Cancellieri restati signori del-
la ciltà,e serrate le porte, andarono a saccheggiare
e bruciare le case dei Panciatici^ dopo di che si
portarono al palazzo pubblico, ed uccisero tutti
que^magistrati ch''eran di parte panciatica. Quegli
che presedeva alla giustizia, spalleggiato dai tio-
rentini, procurò di rimediare ai nuovi sconcerti,
e fatte posar le armi ai tumultuanti, fece impic-
care uno di quelli del supremo magistrato, e con-
dannò come rei di lesa maestà molti ribelli per
lo strapazzo fatto a quel luogo, le quali persone
essendo cacciate fuori di Pistoia si portarono a
Montale (20).
g. 1 1. Questi rigori di giustizia non fecero al-
tro che inasprire le due fazioni .^ poiché fortifi-
catasi la parte panciatica con bastioni di legno,
armi e soldati presso al ponte di Bonelle, dette
occasione ai Cancellieri di non quietare gli ani-
ini loro, per cui non passava giorno che tanto in
città quanto in campagna non seguissero ucci-
sioni ed arsioni. I Panciatici che si erano forti-
ficati a Bonelle deliberarono di fare ogni sforzo
per distruggere la parte contraria, ed unitisi in-
ftp AVVESlìVIENTI STORICI Jn. 1502.
sif:me saccheggiarono ed inceudiaionogran quan-
tità di case ai Cancellieri, i quali volendosi difen-
dere furono respinti, per il che i Pancialici fattisi
animosi attaccarono a vicenda il fuoco a tutte le
case e pagliai della pianura di proprietà de'Gan-
cellieri^ sicché secondo Tespressione di Girolamo
Tedici che ne descrive T accaduto essendovisi
trovato, parea, dic"'egli, che in quelle parti fosse
aperta una bocca d'^inferno (ai).
g. la. il consiglio generale di Pistoia volendo
rimediare a tanti disordini deliberò d^ eleggere
uno de^iùsavi ed avveduti cittadini, per ridurre
il popolo ad abbracciare la quiete e la pace. Le-
vata dunque ogni autorità al capitano ed al po-
testà dette il titolo di doge a JMariotto di Pierac-
cino del Guida, il quale entralo al governo della
città non seppe alcuno dolersi del suo retto mo-
do di governare, avendo acquietati i tumulti di
Pistoia con gelosìa de'tìorentini,che temevano di
non poter più ottenere il loro fine desiderato di
tenerla a loro soggetta. La parte cancelliera, che
aveva inalzato Mariotto e voleva dimostrare su-
periorità in tutti gli affari,det(e occasione al con-
siglio generale di temere di nuovi mali, per lo che
il medesimo consegnò al doge tre de'più prudenti
cittadini per suoi consiglieri, acciò fra tanti pe-
ricoli fosse animato a non raffreddarsi in repri-
mere l'orgoglio degl'inquieti cervelli, ed a pren-
der fervore a ridurre il popolo alla [tace. Ma poco
giovarono queste diligenze, poiché venuto ai Can-
cellieri un aiuto di genie d\irme, andaron questi
aManni deTancialici,che dopo aver data^J,a rotta
r-<^/l.1502. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLI. 21
a cento cavalli si unirono a spogliare e mettere a
fuoco nuovamente le case de''Pancialici, i quali
colla lor numerosa armata credevan di vendicar-
si della passata rotta col totale eslerminio de'Can-
cellieri^ ma perchè il fiume Ombrone era di mez-
zo, servi d'impedimento che ambedue le parti ve-
nissero a battaglia. E siccome Todio era grande,si
balteron su gli argini con perdila de'Gancellieri,
che intimoriti si ritirarono verso Alliana e di lì
a Pistoia. Lunghi assedi, micidiali battaglie, spa-
ventevoli incendi e rovine furono messe in opera
da ambedue le parti de''combattenti, favoriti dalla
sorte or questi ora quelli nella vittoria, o costretti
entrambi a prender riposo con brevi tregue, lo
che sarebbe soverchiamente prolisso il narrare
in questa storia, mentre chi avesse volontà di
conoscerne la minuta narrazione potrà consulta-
re gli storici parziali della città di Pistoia . Solo
diremo in tìne, che ridotta Pistoia in miserabile
slato, ed i fiorentini volendo dei soccorsi dal re
di Francia per occupar Pisa gli furono da esso
negati, rampognandoli d^esser loro i fomentatori
delle risse in Pistoia, mentre dovevano far di
tutto onde sedarle, essendo i pistoiesi suoi sot-
toposti. Allora i fiorentini si scossero, e rivolsero
l''animo a quietare i parziali tumulti di Pistoia,
ed eletti i3 commissari sopra i disordini con ogni
autorità possibile, fecer pubblicamente bandire
in Pistoia e per lutto il contado, che nessuno
sotto pena di libelli e confiscazione dei beni po-
tesse portare armi di sorta veruna, e che qualun-
que soldato forestiero entrasse in Pistoia foss^
2a AVVEDIMENTI STORICI An» 1502.
astretto a partire sotto pena della forca, e che
tutti i capi della fazione panciatica e caiicelliera
si portassero a Firenze (22).
g. i3. Saputasi questa severa intimazione a Pi-
stoia, cessaron subito tutte le radunate di gente,
ed essendosi partiti dal pistoiese buona parte dei
tristi e sediziosi, fu incontanente fatta la descri-
zione dei capi delle dette fazioni, parie de''quali
si preser bando, e parte comparvero prontamente
a Firenze. Dopo di che i commissari fiorentini
fatte nuove capitolazioni pel buon governo della
città, levarono alla medesima tutti gli uffizi e ma-
gistrati a riserva del supremo, e collegi , quali
privi di ogni autorità godevano solamente Ponore
di quel posto, e annullando l'ulfizio di capitano
di giustizia, istituirono quello di commissario, e
fatti due provveditori fiorentini detter loro il ma-
neggio di tutte r entrate del comune . Questa
nuova riforma di governo fu di poca sodisfazione
dei pistoiesi, i quali volendo far nuova insurre-
zione furon presi in tale sdegno da quei commis-
sari, che il loro capo fu da essi fatto impiccare.
E ciò non ostante non potendosi veruno accomo-
dare alla osservanza di quella nuova legge, i pi-
stoiesi spedirono 40 ambasciatori a Firenze per
difender le ragioni di quella città, onde fossero
mantenuti alla medesima i suoi privilegi*, ma giun-
ti gli oratori a Firenze e fatta domanda ai fio-^
rentini vicari imperiali, fu risposto loro in modo
che non avrebber voluto esservi andati^ per il che
tornarono a Pistoia senza frutto alcuno, e con
poco loro decoro. I commissari fiorentini di Pi*
!^/Z.1503. DEI TEMPI REPUBB. CAP. XLl. '2^
stoia, sapulo che le famiglie panciatica e can-
celliera eran cadute nella pena di cinquemila
fiorini d^oi o per aver rotta la pace, condannaro-
no la parte cancelliera a pagare nel termine di
due mesi i detti fiorini sotto la pena di confi-
sca de'benì. Frattanto essendo state rese le ro-
be ai Panciatici e stati provvisti d'abita/.ione nel
ritorno loro in Pistoia, fu dai fiorentini fatto sti-
mare il danno recalo dalle du»^ fazioni in tempo di
tante risse ed incendi, e fu trovato ascendere alla
somma di ventiduemila scudi per l'arsione segui-
ta di quattrocento case in Pistoia e più di 1600
in campagna^ dopo di che fu colPaccennata con-
dannagione dei Cancelleri, colPaumentodel prez-
zo del sale e delle gabelle, e con quattromila fio-
rini levati dalla comunità, dato principio al risar-
cimento di tanto male (a3).
g. 14. IVIenlre credevasì che it rigore della
giustizia avesse pacificati gli animi dei pistoiesi ,
principiarono a ripullulare tumidti maggiori ca-
gionati dalla mala sodisfazione dei Cancellieri, i
(juali non potendo soffrire d''avere a risarcir tan-
ti danni fatti alla parte panciatica, raessero in-
sieme coll'aiuto dei loro consorti fuorusciti gran
quantità di gente armata, macchinando gran cose
per affatto distruggerli. In questo mentre aven-
do risaputo Iacopo Melocchi essere stato fatto
j»rigioniere Tolomeo suo zio, fecesi senza indugio
vedere nel pistoiese con numero grande di sol-
«lali, alfine di far prigione uno dei commissari, per
obbligare la giustizia a scarcerare il medesimo, e
non avendo il dì lui operato avuto felice succes-
24 • AVVEMMENTl STORICI An. 1 503.
SO, si fermò alla pieve di san Malo, e quivi venuto
un rinforzo di molte persone mandatogli da' suoi
aderenti si fortificò: per il che intimoriti i com-
missari mandarono contro di lui il capitano della
guardia con i4o uomini bene armati per assal-
tarlo.^ ma essendo il Melocchi munito di vettova-
glie e di gente s^infieri talmente contro di quelli,-
che in poche ore li ruppe e disfece, e costrinse
que''pochi che non morirono, ad andar dispersi e
fuggiaschi perle boscaglie. Ottenuta il Melocchi
questa vittoria andò co''suoi a ricovrarsi alla Ca-
sa al Bosco^dove non si sentivano che lamenti di
quei popoli, perchè forzato egli a radunar vet-
tovaglia per comprar le sue genti, faceva noD pic-
coli danni. Allora il commissario di Pistoia ricor-
rendo alla finzione promise al IMelocchi la sua
protezione, se fosse prontamente partito dal pi-
stoiese^ la qual promessa fu tanto efficace, che
quel cittadino tornò al bagno alla Torretta di do-
ve s'era partito. Credevasi per questo ritiro ces-
sato ogni tumulto^ ma comecché le due fazioni
avean tutt^ora sete di dare sfogo alle loro passio-
ni, cosi avvenne che inaspettatamente compar-
vero alcuni Cancellieri fuorusciti con 400 uomini
armati sotto le mura di Pistoia, entrarono per la
porta di s. Marco in città, e scorrendola con gran
furore ferivano ed uccidevano senza pietà gli abi-
tatori che v' incontravano^ ma temendo d' una
reazione per cui trovarsi chiusi in città, se ne ri-
tirarono prestamente, refugiandosi alla Casa al
Bosco ', e di là chieser pace ed il loro ristabili-
mento in città, lo che venne ad essi negato, per la
yin. 1503. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLl. 20
qual cosa tentarono d'^aver l'ingresso per forza in
Pistoia per mezzo di un nuovo attacco. Allora i
commissari sequestrarono i faziosi della città sì
Cancellieri che Panciatici nelle proprie case, mu-
nirono colle loro genli le mura, e serrarono le
porte: (luindi fece inten<lere il commissario agli
aggressori che avrebbe fatti impiccare i respettivi
lor figli in presenx.a de'genitori, per la qnal mi-
naccia si ritirarono, danneggiando peraltro assai
la campagna dove passavano. Allora il commis-
sario perseguitò i capi rivoluzionari per mezzo dei
famigli, ma senza frutto. Vennero intanto da Fi-
renze cittadini incaricati di ristabilir la quiete in
Pistoia, lo che premeva non poco anche alle due
fazioni. Furon dunque puniti i principali sedizio-
si, e fu ordinato che i danni cagionati cogrincen-
dii alle case e bolteghe d'ambedue le parti, fos-
sero rifatti ai padroni in termine di dodici an-
ni (24).
g. i5. I crudeli tradimenti del Valentino avea-
no sparso il terrore in tutti i piccoli signori di
Italia, contro gli stati de'quali si vedeva special-
mente diretta la sua ambizione^ e questi uno dopo
r altro, o colla forza o coli* inganno, rimasero
spenti. Vitellozzo, gli Orsini, Giovan Paolo Ba-
glioni, Oliverotto da Fermo, e gli agenti del Pe-
tracci e del Benlivoglio fecero un congresso alla
Magione , non lungi da Perugia , concertando i
mezzi d'opporsi a questo tiranno, ed invitarono i
fiorentini ad entrare nella lega. Essi ricusarono,
come esigeva la prudenza, per non disgustarsi la
Francia , con la (juale il duca era troppo legato .
Ó7. Tose, Tom. 9. 3
a6 àVVENTÌIENTl STO BICI An, 1503.
Questi bravi condottieri cominciarono felicemen-
te la guerra: ruppero le genti del Valentino, pre-
ser varie città, e riposero il duca Guid'Ubaldo in
Urbino. Ma benché la perfidia di quell'uomo fosse
somma e conosciuta dal pubblico, pure convien
dire che la di lui arte fosse anche maggiore, giac-
ché gli venne fatto di riconciliarli seco e di farsi
credere sincero. Con sì artificiose carezze il Va-
lentino addormentò i loro sospetti, che credendo
la riconciliazione sincera , andarono a trovarlo
con poche genti a Sinigaglia. Ivi furono arrestati
Paolo Orsini , il duca di Gravina , Oliverotto da
Fermo, Vitellozzo, Lodovico da Todi. Oliverotto
e Vitellozzo furono subito strozzati^ poco appres-
so il papa fece arrestare in Roma il cardinale
Orsini con molte altre rispettabili persone^ e un
cardinale si venerabile per l'età e per la sua fa-
miglia finì presto i suoi giorni, probabilmente di
veleno^ alla qual nuova il Valentino per compie-
re la tragedia fece strozzare i due Orsini Paolo e
il duca di Gravina. Per queste scelleraggini che
il duca affermava esser utili alla repubblica fio-
rentina, dicendo che l'avea vendicata dai tradi-
menti di Vitellozzo, convenne a questa mandare
gli ambasciatori di congratulazione. Volendo egli
cogliere il frutto di sue scelleratezze, occupò Cit-
tà di Castello, dVid'erano scappati i Vitelli, indi
Perugia, d'^onde era fuggito Giovan Paolo Baglio-
nij sotto il titolo di dominio della Chiesa; minac-
ciando Siena, ed instando che ne fosse cacciato
Pandolfo Petrucci, da lui chiamato perturbatore
della quiete di Toscana. Da qualche anno questo
^/l. 1503. DEI TEMPI REPUBB. CAP.XLI. 2.y
uomo era il regolatore della repubblica di Siena,
e nella balìa che la rei,'geva tutti si volgevano a
lui nelle spinose deliberazioni : colla prudenza e «
col senno s'era meritato quel credito che godeva
in Toscana (a5).
§. iQ. Il Valentino si accostò agli stati senesi,
minacciando d'invaderli se non ne fosse cacciato
il Pelrucci^ e perchè il governo si trattenne nella
deliberazione, ne invase difalto il territorio , oc-
cupando Sarteano ed altre terre. Il Petrucci per
togliere a quel tiranno ogni pretesto di far onta
e danno alla sua patria, si parti da Siena dirigen-
dosi a Lucca, ove per trarlo nella trappola il duca
stesso avea scritto premurose lettere che fosse
ricevuto^ ma il Petrucci fu salvato dalla sua buo-
na sorte. QuelTuomo infame dopo aver capitolato
in Pienza coi senesi oratori, di fargli avere salva-
condotto dai fiorentini, mandò tosto cinquanta
uomini a cavallo a Lucca per trucidarlo , ciò che
gli veniva fatto, se il capitano dei fiorentini che
trovavasi a Cascina non gli avesse arrestali, non
credendo in tempo di guerra con Pisa poterli la-
sciar passare senza licenza della signoria. In que-
sta dilazione avvertito il Petrucci se ne fuggì a
Pisa. I fiorentini sempre più insospettiti del duca
di Valentino, che stendendo le sue mire a Siena
ed a Pisa avrebbe messa in mezzo la repubblica,
giacche il papa apertamente diceva essere a lui
dairimperatore slata concessa Pisa, fecer fare de-
gli uffizi al re di Francia per mezzo del loro am-
basciatore Salviati, ponendogli in vista, che il
soverchio ingrandimento di quesf uomo colla
a8 AVVENIMENTI STORICI An. 1503.
rovina di fanti, poteva esser dannoso un giorno
ai francesi. Non furono inutili questi uffizi, poi-
ché Lodovico XII mandò a bella posta Francesco
Cardulo al magistrato senese a protestare che
fosse richiamato il Petrucci . Esitarono i senesi
per la vicinanza delle truppe del Valentino , a
cui però fecer sapere le perentorie domande del
re , il quale trovò opportuno di formare un' al-
leanza tra Firenze, Siena e Bologna . Il Borgia
cedette fremendoje per pubblico decreto fu richia-
mato il Petrucci, senza che la risoluzione per cui
era stato scacciato o quella per cui veniva richia-
mato, cagionasse verun disordine (a6).
g.17. Seguitavano le ostilità de^liorenlìni con-
tro di Pisa assai lentamente : la guerra si ridu-
ceva a depredare le campagne.Per evitare questo
danno specialmente più che per voglia d'aggiu-
starsi, mandarono a Pisa un frate oratore al vi-
ceré di Milano, indi al re medesimo perchè volesse
fare da mediatore , ma conosciuto il pretesto fu
rotta dai fiorentini ogni pratica . Ricevevano i
pisani qualche soccorso di genti e denari dai luc-
chesi, genovesi e senesi: i primi tenevano in ma-
no Pietrasanta e Motrone, i secondi Sarzana e
Sarzanello, gli ultimi Montepulciano. E finché i
fiorentini stavano implicati nella guerra di Pisa,
godevano più sicuramente quegli acquisti. Avean
essi ricevuti dei rinforzi col bali d''Occan, onde
presero ad agire con più vigore. Sotto la condotta
di quel capitano mossi 3o uomini d"" arme , 200
cavalleggeri e 3ooo fanti , ripreser Vico-pi«;ano .
Fu in seguilo attaccata ed espugnata la Verru-
An. 1503. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLI. 29
cola, fortezza importante, perchè dalla cima di
quel monte, opportunamente situato per iscor-
gere due vaste pianure , 5Ì facevano «Jei segni
convenuti, onde avvisare i pisani dei movimenti
dei fiorentini . Presala questi la fortificarono in
guisa da renderla inespugnabile (27).
g. 18. Intanto i baroni che il Valentino avea
scacciati dai loro feudi o città ritornarono alle
case loro, come vi ritornò Iacopo d'Appiano, im-
perciocché i piombìnesi preser le armi ribellan-
dosi al presi<lio del Borgia . I di lui soldati assi-
stiti dai senesi fecersi forti nella rocca , ma non
ostante i piombinesi colPaiuto de'fiorentini cac-
ciarono il presidio papalino dalla parte della città;
e dopo che il duca Cesare ebbe tenuto Piombino
due anni , tre mesi e giorni , Iacopo rientrò ni
possesso del suo stato con universale sodisfazioiie
dei suoi vassalli. Prima d'ogni altro dimostrò Ia-
copo ai piombinesi la sua riconoscenza e grati-
tudine, imperciocché gli donò il diritto delP an-
coraggio e scoperta , e gli concesse ancora che
tutte le polesterìe e vicariati dello stato fossero
governati d.ii cittadini piombinesi. S'interpose
quindi per alcune differenze insorte tra i piom-
binesi e quei di Sughereto, che restaron sopite
mediante un solenne contratto consistente in
reciproche franchigie (2.8).
g. 19. La morte di papa Alessandro VI accaduta
il 18 agosto del i5oa, al che successe l'elezione
di Pio III Piccolomini, e quindi dopo 3o giorni
quella di Giulio lì, abbattè la potenza del duca di
Valentino, il quale sotto il manto della patern.i
3»
'So AVVENIMENTI STORIO! An. 1503.
protezione aveva oppressa buona parte d' Italia
col suo feroce dominio,ed aveva osalo commettere
i più impudenti delitti che ad uomo ambizioso e
crudele posson prometter potenza, IVla non avea
però la morte dWlessandro posto freno alla diluì
estrema audacia. Poiché non era riuscito a fare
eleggere un pontefice di suo gusto,si volse a tenta-
re novità in Toscana,inviaiido a questa volta con
5oo cavalli Don IVIichelotto suo complice e confi-
dente. La repubblica fiorentina essendone stata
avvertita raccomandò al capitano di Cortona di
tentare d*" averlo in mano^ lo che venne fatto
colPaiuto dei cittadini e dei popoli della campa-
gna, essendo Don Michelotto stato fatto prigionie-
ro alle Tavarnelle presso Cortona,e la sua truppa
sbandata e saccheggiata di dodicimila ducali (29).
Finalmente il Valentino per salvarsi dai baroni
della Romagna che lo volevano morto, dovette
per consiglio del papa ritirarsi in castel s. Angio-
lo. Andando sempre di peggio i suoi affari fu con-
dotto nella fortezza d''Oslia,e per uscirne dovette
cedere le fortezze di Romagna. Ottenne da Con-
salvo il passaporto, e andò a trovarlo, ma fu ar-
restato ed inviato in Spagna. Chiuso nella rocca
di Medina del Campo, ebbe la maniera di calarsi
con una fune dalla fortezza, e fuggì in Navarra
presso il ^uo cognato, ove combattendo valoro-
samente per lui sotto Viana, rimase ucciso: morte
troppo gloriosa per uno scellerato suo pari (3o).
Pielro deWIedici ch'erasi collocato nelle milizie
di Lodovico XII, il quale avea già scacciata la ca-
sa Sforza, seguì Tremouille spedito a recuperare
v^/l.1503. DEI TEMPI REPUBB. CAP. XLI. 3l
il regno di Napoli contro gli spagnuoli, ma scon-
fitti i francesi dal Consalvo alle rive del Gari-
gliano ilaS dicembre, cercando Pietro di salvarsi
in Gaeta, si annegò alle foci del fiume, pel so-
verchio peso dell'artiglierìa sul naviglio(5i). Do-
po una vittoria si decisiva cominciarono gli spa-
gnuoli a rendersi temuti e forti in Italia, per cui
i fiorentini , malgrado la lega col re di Francia,
mandarono ambasciatori a Consalvo per acqui-
starsi la sua amicizia (Sa).
§. 20. In tempo di queste guerre de''francesi
e degli spagnuoli quella di Pisa non era mai sta-
ta interrotta , e solo trattavasi alquanto più len-
tamente*, ma tostochè si posavano le armi nelle
altre parli dltalia, essa riardeva più fervidamen-
te, e sempre minacciava di riaccendere Tincen-
dio generale, che con tanta fatica s'era venuti a
capo di spengere. 11 re di Francia avea nominati
i fiorentini tra i suoi alleati nel trattato di tregua
col re di Spagna^ questi non avea nominati i pi-
sani, ma sapevasi che Consalvo di Cordova li fa-
voreggiava, e che avea determinato di valersi di
loro per assoggettare la Toscana al suo padrone.
I fiorentini avendo risoluto di trattare più vi-
gorosamente la guerra contro Pisa, inviarono uu
ambasciatore al Cordova per accertarsi della sua
neutralità. In pari tempo assoldarono Gian Pao-
lo Baglioni, iVIarc'A.ntonio Colonna, i Sovelli, ed
alcuni altri condottieri; e<\ affidato il comando
della piccola loro armata ad Ercole r»entivogh*o,
entrarono in campo il giorno aS di maggio. Le
forze loro non bastavano ad assediare così vasta
32. 4VVENIMENT1 STORICI Afl. 1504,
città com'era Pisa, e perchè i pisani non osavano
arrischiarsi in campagna, non accadde verun fatto
di rilievo: ma il Bentivoglio guastò tutto il ter-
ritorio fin sotto le mura della città, e costrinse
il castellano di Librafatta ad arrendersi a discre-
zione (33).
^. ai. à.ntonio Giacomìni Tebalducci com-
missario dei fiorentini air esercito, indispettito
dal vedere che i lucchesi mai non cessavano di
mandar soccorso ai pisani, fece pure due scorre-
rie nel loro territorio, in cui predò molti bestiami
e fece un buon numero di prigionieri. Gli sven-
turati contadini di Pisa, dopo aver perdute le loro
messi,avevan seminalo i loro campi di granturco
e miglio, ma Tarmata fiorentina tornò in agosto
nello stato pisano per distruggere ancora quella
estrema speranza della tarda stagione. Nella stes-
sa guerra i fiorentini presero al loro soldo Don
Diraas di Requesens partigiano del re Federigo di
Napoli, che avea seguito quel principe in Francia,e
che, serbando ancora delle reliquie della sua pas-
sata fortuna tre galee, serviva con queste chiun-
que voleva assoldarlo. Il Requesens in tutto il
corso deirestate dette la caccia alle piccole navi
pisane che uscivano dalTArno^ ma il 5 di novem-
bre* fu sorpreso nel golfo di Rapallo da un vento
cosi gagliardo che lo fece perire colle sue tre
galere (34). In quel torno di tempo alcuni inge-
gneri fiorentini proposero alla signoria di deviare
il corso dell'Arno 5 miglia sopra Pisa, onde pri-
vare in tal modo la città delle acque che forma-
vano la sua salubrità, e lasciarla aperta nei luoghi
^«.1504. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLI. 53
in cui entra ed esce il tìuiue. La signorìa accettò
la proposta ^ già era fattala livellazione,e gfinge-
gneri assicuravanoche tutta Popera non richiedeva
più che 35 o 4oooo giornate di manovali. Messisi
all'opera quegfingegneri cominciarono ad inalzare
un dicco alla Fagiana,che dovea chiudere il vecchio
alveo del tìume ed aprire due nuovi canali di 20 e
di trenta braccia di larghezza e sette braccia'pjo-
fondi per condurre le acque al mare. Ma la forza
e l'impelo de'fìumi guasi mai non rispetta i divi-
samenli e i computi degPingegneri. Erano già con-
sunte ottantamila giornate di manovali, ed il la-
voro non era ancora futto per metà, quando una
di quelle dirotte piogge che gontìano subitamen-
te i fiumi d'altana, atterrò il dicco e colmò i canali,
cosicché si dovette rinunziare per sem[)rea quel-
l'ardito disegno: per altro le acque già deviate
dalPalveo eransi sparse nel piano di Pisa, riducen-
do quei campi prima cosi fertili in pantani , ed
accrescendo Pinsalubrità delParia (35). I pisani
che vedevano ogni di venir meno le loro forze,
offrirono ai genovesi di porsi sotto il loro domi-
nio, per godere altresì in tal modo della prote-
zione del re di Francia. Lodovico XII partecipò
quest'offerta a Niccolò Valori ed al Machiavelli
ch'erano a lui inviati dalla repubblica (iorenlina,
dicendo loro, che s''egli acquistava la signoria di
Pisa non tarderebbe a darne loro il possesso. Ma i
fiorentini lo sconsigliarono da quel trallalo,ed egli
stesso, dopo di aver ponderala la cosa, ordinò ai
genovesi di rompere le trattvilìve per timore che
dando loro facoltà di fare delle conqtiisle e re.n-
3 4 AVVENIMENTI STORICI Ali. 1504.
dendo loro le costumanze repubblicane, non ve-
nisse ad accrescere in essi il desiderio di ricupera-
re la libertà (36).
g. aa. Raffermata la pace con nuovi trattali
tra le straniere potenze che signoreggiavano Plta-
lia, più non restava nella penisola altra guerra che
questa dei fiorentini e de"" pisani, la quale sban-
dava protraendo d"" anno in anno. Pareva che i
primi desiderar non potessero più favorevoli cir-
costanze per tionfare finalmente dei loro avver-
sari^ ma da dieci anni in poi Firenze aveva sem-
pre avuta la peggio ogni volta che i suoi nemici
sembravan privi di qualunque soccorso. Luca
Savelli generale de'tìorentini, dopo d*" aver gua-
stato il piano di Pisa con 400 cavalli e 5oo fanti,
volle vettovagliare Librafatta. Ei veniva da Ca-
scina, ed avendo già passato il ponte Capellese
suirOsori teneva con molte bestie da soma cari-
che la via alquanto angusta tra quel fiume e la
montagna di Pisa, allorché il a5 di marzo del pre-
sente anno venne cosi impetuosamente assaltato
dal Tarlatino generale dei pisani , che sebbea
questi non avesse più che quindici uomini d''ar-
me, quaranta cavalleggeri e sessanta pedoni, tut-
ta la schiera del Savelli fu sgominata. Eessa non
potendosi ordinare alla difesa a cagione delle be-
stie da soma con cui trovavasi frammischiata ,
prese vergognosamente la fuga, e abbandonò cen-
toventi cavalli da guerra, cento bestie da soma
cariche, ed un numero di prigionieri maggiore di
quello dei vincitori (37). Questa scaramuccia sol-
levò, T animo de*" pisani e rese i fiorentini non
^/l.1504. DEI TEMPI REPUBB. CAP. XLI. B5
men diflìdenti de'^loro soldati che de''loro generali;
ma questo fatto non decideva della sorte della
campagna. I fiorentini non lasciarono di deva-
stare le messi nel piano di Pisa come avean fatto
nel precedente anno ; e fatte passar le paghe a
Gian Paolo Baglioni, che s'era condotto al loro
soldo, richiesero di venire a raggiungere la loro
armata . IVIa il Baglioni disse di non potere in
quell'anno abbandonare Perugia, dove pretende-
va di dover temere le pratiche di segreti nemi-
ci. Il Machiavelli (a) spedito dalla signorìa a Pe-
rugia rotto d''aprile per decifrare i motivi del suo
rifiuto, raccolse ch^egli era d'accordo cogl'Orsi-
ni, con Pandolfo Petrucci e coi lucchesi, tuttì ne-
mici di Firenze per privare all'improvviso la re-
pubblica di una ragguardevol parte della sua ca-
vallerla.ponendola in tal modo nella impossibilità
di distruggere in quell'anno la messe dei pisa-
ni (38).
g. a3. Infatti gli Orsini sempre alleati dei Me-
dici non avevan deposto il pensiero di ricondur-
re quella famiglia colla forza delle armi a Firenze,
e di riporla nell' antico suo dominio. Pandolfo
Petrucci, benché non fosse alleato de'Medici, de-
siderava che essi ricuperassero la signorìa, affin-
chè la repubblica di Siena, <la lui dispoticamente
governata,nou avesse alle sue porte l'esempio deU
h libertà •, la stessa cagione moveva pure Gian
Paolo Baglioni che aveva usurpata la tirannide in
Perugia; ed erano ambedue segretamente spal-
(a) Ved. tav. CHI, N. 2.
36 AVVEMMENTl SIORICI Ali. 1504,
lessiati (la Consalvo di Coidova. Bartolommeo di
Alviano, che senza spiegare le insegne di verun
piiucipe conduceva un'armata d''avventurieri,non
cercava di nascondere la sua intenzione di assa-
lire Firenze per rimettere in seggio i Medici. Egli
sperava di trovar Firenze sprovveduta, abbando-
nata da Gian Paolo Baglioni, ingannata dal mar-
chese di Mantova, che Tavea lungo tempo pasciu-
ta di vane speranze dì porsi al di lei soldo, e a-
dombrala dalle mosse di Consalvo di Cordova, che
avea posta guarnigione spagnuola in Piombino.
Pandolfo Petrucci signore di Siena avea voluto
protittare delle angustie de'tiorentini, ed avea of-
ferto al Machiavelli, inviato presso di lui, di disper-
dere Tarmata delPAlviano, purché la repubblica
rinunziasse in suo favore ai diritti ch''ella aveva
sopra Montepulciano. Ma i fiorentini non vollero
porre tanta fede in un tiranno loro segreto nemi-
co, e vollero piuttosto approfittare delTamorevo-
lezza di Prospero Colonna, che in allora serviva
la Spagna, e che per la inimicizia che portava agli
Orsini desiderava che andasse a male l'intrapresa
delTAlviano; rinunziarono al guasto delle messi
dei pisani,feoero dire a Consalvo di Cordova che
per quell'anno non avrebbero molestata Pisa, ed
in cambio ottennero dal viceré spagnuolo la pro-
messa di non aiutare Bartolommeo d''Alviano(39).
g. a^' I^'Alviano si andava sempre avanzando
ed accennando ai confini di Firenze, ora dalla
banda del liltorale ora da quella di Val di Chiana^
il primo di luglio del i5o5 entrò finalmente nel-
la Maremma di Volterra nel luogo detto le Mac-
^«.1505. DEI TEMPI BEPUBB. GAP. XLI. ^7
chie, iu vicinanza di Carnpiglia, con inlenziont»
d'avviarsi a Pisa (4o) Ma PAIviano, il di cui co-
raggio degenerava talvolta in temerità, trovavasi
associato a persone troppo cauteli di cui artifizi e
riguardi spesso accosta vansi alla perfidia: questi
erano il Petrucci, il Baglioni e il Vitelli. Pandolfo
Petrucci avea dato in prestito del danaro alTAl-
viano per assoldare pedonile nello stesso tempo
negoziava contro di lui coi fiorentini. Gian Paolo
Baglioni gli aveva promesso di raggiungerlo colla
sua compagnia d'uomini d'arme. Chiappino Vitelli
dovea condurgli le truppe di città di Castello ed
assumere il comando degli spagnuoli sbarcati a
Piombino. Tenendosi sicuro di questi aiuti, TAl
Viano si era avanzato solo fino ai confini di Carn-
piglia, ma colà ricevette ordine dal Consalvo di
cessare dalP impresa: i pisani gli fecer dire che
per gli ordini del Consalvo non potevano ricever-
lo in città^ le truppe del Petrucci e del Baglioni
adunate a Grosseto, ricusarono di raggiungerlo ,
finché con qualche primo fatto non avesse loro
mostrato ciò che poteva sperare dalla sua intra-
presa. E per tal modo Tirrisoluzione e la dissimu-
lazione de'*suoi alleati furon cagione ch'eoi doves-
se trattenersi molte settimane nelle maremme,
e dettero tempo alla repubblica fiorentina di ra-
dunare 55o uomini d'arme e 3oo cavalleggeri. Il
comando di tali forze fu dato ad Ercole Bentivo-
glio ed al commissario Antonio Giacomini Te-
balducci, il solo fiorentino che couoscesse Parie
•Iella guerra (40- L'armata della repubblica fio-
rentina era di già più numerosa di quella delI'Al-
St. Tose. Tom. 0. 4
38 ATVENIMENTI STORICI An. 1505.
Tiano^ ma il governo, siccome voleva la sua timi-
da politica, aveva ordinato ai suoi capitani di non
assalire e di non porsi in sito in cui potessero
essere assaliti^ pure la impetuosità delPAlviano
offrì loro quella occasione di combattere, che i
magistrati ad essi ricusavano. Questo generale
vedeva ogni giorno andar crescendo le sue angu-
stie in quel malsano e spopolato paese, onde pen-
sò d'aprirsi il varco per giungere a Pisa. 11 Beo-
ti voglio s'era accampato sulle alture in distanza
di mezzo miglio da Campiglìa, e PAlviano dovea
passare lungo la marina di fianco a quelle colline.
11 terreno era tutto coperto di piante, che agevola-
vano ai fiorentini il modo di nascondere le loro
mosse ai nemici in luoghi di cui essi conosceva-
no tutti gli andirivieni. Mossesi Pàlviano la mat-
tina del a7 agosto, ma come si fu inoltrato fino
alla torre di s. Vincenzovposta in riva al mare al
mezzogiorno di Castagneto, si trovò ad un tratto
assalito di fronte e da tergo; e malgrado la più vi-
gorosa resistenza, malgrado i grandi sforzi di va-
lore coronati momentaneamente da'felici risul-
tamenti, fu alTultimo compiutamente sconfitto.
Egli si salvò con nove de''suoi nello stato di Sie-
na: Chiappino Vitelli press'a poco con altrettan-
ti cavalieri scampò a Pisa*, tutti gli altri furono o
uccisi o fatti prigionieri. Mille cavalli da guerra
ed un maggior numero ancora di cavalli da soma
e da tiro vennero in potere dei vincitori con un
grandissimo bottino, che Tarmata sconfitta aveva
raccolto col saccheggio dei paesi attra versati (4a).
I generali fiorentini che avevano ottenuta questa
AnAoOS. DEI TEMPI REPUBB , GAP. XLI. 89
vittoria scrissero subito al governo per ottenere
la licenza dì approfittarne assaltando Pisa. Rap-
presentarono che questa città era atterrita, che i
senesi ed i lucchesi, i quali avevanla per Taddie-
tro difesa, erano caduti d''animo^ finalmente che
Pandolfo Petrucci era pronto a concorrere a quel-
la impresa per aver pace colla repubblica. Ma in
Firenze altri volevano che l'armata vittoriosa,che
di già si trovava ai confini di Siena, ne approfit-
tasse per vendicarsi dello stesso Petrucci, per
iscacciarlo, se possibile fosse, dalla signorìa,e per
impadronirsi almeno di alcune terre del senese,
che in appresso si potevano cedere in cambio
di Montepulciano. Dicevano di non potere offen-
der Pisa in quell'anno a motivo delle parole cor-
se con Consalvo di Cordova per Tintromissione
di Prospero Colonna^ dicevano esser cosa peri-
colosa il chiamare truppe spagnuole in Toscana,
e di grave pericolo essere egualmente Tesporre
Tarmata alle malattìe che precedevano sempre le
pioggie e rinfetto aere del piano di Pisa. TI gon-
faloniere perpetuo, Pier Soderini, spalleggiava ga-
gliardamente il primo partito, ed approfittando
delPentusiasrao dettalo dalla vittoria, fece al gran
consiglio la proposta di porre alle voci centomila
fiorini per la guerra. L'assemblea del popolo aven-
do il 19 d''agosto approvata la proposizione del
gonfaloniere, fu deliberato Tassalto di Pisa (43).
g. 25. L' armatavi ttoriosa si pose intanto ai
quartieri a san Casciano, cinque nn'glia distante
da Pisa, finché le giungesse Parliglierìa d'assedio.
I dieci della guerra avevano da principio avuta
4o AVVENIMENTI STORICI An. 1505.
intenzione di farle fare qualche scorrerìa nello
stato di Lucca, per punire i lucchesi dei continui
soccorsi mandati a Pisa a danno de''fiorentini (44)*
Ma i generali tendevano che si perdesse troppo
tempo , ed essendo loro giunti undici cannoni
d'assedio e seimila fanti di nuove leve, andarono
ad erigere le loro batterie verso san Francesco
presso alia porta a Calci, nello stesso luogo in cui
nelPultimo assalto avevano anche i francesi po-
ste le loro. Il fuoco v'incominciò il dì 7 settembre
alle undici della mattina: alP indomani , alle tre
circa dopo mezzodì, era di già aperta una breccia
di circa sessanta piedi di larghezza, onde i gene-
rali fiorentini disposero le loro truppe air assal-
to. Ma le milìzie pisane si schierarono intrepi-
damente sulla breccia, e per lo contrario quelle
di Firenze formate di contadini non usati al fuo-
co mostravausi irresolute e vili. Tre colonnelli
tentarono V uno dopo T altro di fare scendere i
loro soldati nella fossa e sempre inutilmente .
Ognuno di loro conduceva duemila fanti ed altri
settemila restavano ancora nel carapo^ pure non
si volle venire alla prova anche di questi , pei-
non perigliare la riputazione di tutta Tarmata, e
fu i« vece determinalo di fare un''altra breccia sì
faltamente larga, che ne venisse meno ogni spe-
ranza ai difensori ed ogni pretesto alla viltà degli
assalitori (45). In fatti avendo il fuoco continua-
to altri tre giorni, furono dalle artiglierìe atter-
rate centotrentasei braccia di muro poco lungi
dalla precedente breccia. La mattina del i3 i ge-
nerali fiorentini vollero dare Tassalto'^ ma tanta
JnJ505, DEI TEMPI REPUBB. GAP, XU. 4'
era la viltà della fanterìa che doveva adoprarsì
in questo genere di assalto , che il colonnello
eletto dalla sorte per dar Tassalto ricusò di muo-
versi, senza che né le preghiere, né le minacce di
Ercole Bentivoglio e di Antonio Giacomini va-
lessero a ridestare nel suo cuore il sentimento
delPonore. Gli altri nove colonnelli fiuono" ri-
chiesti di sottentrare nel posto di quel vile , e
tutti ugualmente ricusarono. I loro sold;itì prò-
lestaron pure di non vgjer salire sulla breccia ,
ed alcuni si lasciarono uccidere dai loro ufficiali
piuttosto che muoversi. A-lTullirao Tarmata co-
perta d'indelebile vergogna tornò ai suoi allog-
giamenti, senza aver tentato T assalto. Intanto
s'ebbe avviso che 3oo spagnuoli della guarnigio-
ne di Pionìbino erano entrati in Pisa, ed i gene-
rali fiorentini temendo che ne giungessero degli
• altri, conobbero la necessità di levare T assedio .
Il dì 14 di settembre condusser via le artiglierie
e trasportarono il campo a Ripoli, lontano undici
miglia da Pisa, dove fu licenziata la fanteria, e la
cavallerìa mandata ai quartieri d'inverno. I pisa-
ni ripresero coraggio ; verso la metà d' ottobre
ricominciarono le loro scorrerìe, e giunsero fino
nella Lunigiana . Millecinquecento soldati spa-
gnuoli arrivarono intanto in Pisa^ ma perchè più
non abbisognavano per difendere la città, salirono
di nuovo sulle loro navi poi a pochi giorni e con-
tinuarono il loro cammino per passar da Napoli
nella Spagna (4G).
g. afi . Fanno eco tra loro le storie circa la
eareslìa che nel corrente anno i5o5 provò tutta
4a AVVENIMENTI STORICI Atl. 1505.
r Italia in sommo grado , sicché la Toscana era
del tutto d'ogni bene spogliata (47). I fiorentini
spossati dalla guerra dì Pisa sentirono al mag-
gior segno questo flagello, ma vi avean provve-
duto colla consueta loro generosità, senza nem-
meno scacciare i poveri forestieri, che da ogni
parte accorrevano a Firenze per godere delle
pubbliche limosine (48). Si videro comparire dal-
la montagna nella città di Pistoia più di 12,000
persone indigenti, state scacciate dai bolognesi
dalla loro città per mancanza di viveri in quel
paese, e non potendo queste ricever sollievo ba-
stante alle loro miserie, furou molte trovate in-
sieme con delle nazionali morte di fame. I pisto-
iesi però non sepper trovare altro riparo a tanto
male, che allontanare gli avanzi di quella gente
dal loro stato, per diminuire lo stento ai propri
sudditi. Raccontano poi che i fiorentini non per-
dendo di mira le cose di Pistoia, dettero impulso
ad ogni motivo di disturbo con una rigorosa ri-
forma di tutti gli uffizi e cariche della città . Ma
dopo la sconfitta deir Alviano avendo i pistoiesi
domandato in grazia che fossero alla repubblica
pistoiese restituite tutte le preminenze,privilegi e
onori col maneggio dell'entrate pubblichejfu loro
accordato quanto chiedevano, per lo che furon
fatte nella città lietissime feste di gioia ^ e di là
a due anni furono perdonati tutti gli errori delle
passate risse e contese, e rimessi in Pistoia tut-
ti i caduti in bando di ribelli (49)»
g. a7.Lltalia non fu turbala nell'anno i5o6da
verun movimento di guerra, I fiorentini non fece-
^/1.1506. DEI TEMPI REPUBB. CAP.XLI. 4^
ro in quel tempo veruna scorrerìa contro Pisa ,
neppure per guastarne il territorio. In aprile Fi-
renze avea pure rinnovellata per Ire anni la tre-
gua con Pandolfo Petrucci e coi senesi (5o)^ ri-
nunziando per tutto quel tempo a far valere i
suoi dritti sopra Montepulciano, ed obbligandosi
ancora a non accettar la signorìa di quella brigata,
quando pure essa avesse voluto darsi loro sponta-
neamente (5 1). Sgomentali i fiorentini dalla resi-
stenza eroica fatta nel settembre dell'anno ante-
cedente alle armi loro da'pisaui, proposero ad essi
questua uno delle condizioni di pace. Ma i pisani
vollero innanzi di entrare in trattativa sentirne il
parere dei lucchesi, il quale fu contrario all'ac-
cordo per esser pieno di malizie e d* inganni ,
laonde non ebb'effetto: anzi fu in quella occasio-
ne stretta lega tra i senesi, genovesi e i lucchesi
a favor dei pisani per lo spazio d*un anno, affine
d''aiutarli apertamente di denaro. Questo nuovo
procedere per lo meno imprudente dei lucchesi
avendo irritato al sommo i fiorentini, fu giudica-
ta cosa saggia il levar la causa delle querele, per
cui si negò altro soccorso in danaro, che i vicini
sempre più stretti domandavano ferventemente:
ma rodio era troppo vivo per raCTreddarsi con
tale negativa. Ogni dì venivano da Firenze delle
minacce, e qualche fatto violento accadeva anche
verso i confini dei due stati: si arrivò fino a que-
sto di proibire ogni commercio, inclusive di let-
tere Ira Firenze e Lucca. Di ciò i lucchesi fecero
gran rumore richiamandosene a molti potentati.
44 AVVENIMENTI STORICI An. 1506.
e fra questi a Massimiliano in Germania, sul ti-
more che siffatto contegno fosse segnale di guer-
ra. I fiorentini , a vero dire, avevano delle buo-
ne ragioni per esser corrucciati coi lucchesi^men-
tre dal prender le armi in fuora a difesa dei pi-
sani, tutto avean fatto per aiutarli a sostenersi
contro Firenze (Sa).
g. -iS. Era costume deHlmperatore Massimi-
liano di non far mai capitale delle proprie forze
per ottenere il successo delle belliche sue intra-
prese, e di sperar sempre negli altrui soccorsi^
quindi stupiva di non essere aiutato, benché in
nulla fosse d'aiuto ad altri. A. secondare i suoi
disegni aveva per tanto fatto fondamento sopra
i sussidii degli stati dllalia, ma loro avea fatte
sì esorbitanti domande che tutti gli avean data
la ripulsa. II vescovo di Bressanone suo amba-
sciatore ai fiorentini avea domandato a questa re-
pubblica non meno di 5oo,ooo ducati (53), e que-
sto fu il motivo che la consigliò, quando ancora
stava atterrita, a mandare il Machiavelli a rag-
giungere in Insbruck Francesco Valori suo am-
basciatore, per avere migliori condizioni. Ma non
avendo T imperatore voluto scendere ad alcun
ragionevole termine , essi cercarono dal canto
loro di ritrarre in lungo la faccenda, finché si ve-
desse chiaramente quale esser dovesse il resulta-
to degli apparecchi annunziati così boriosamente
a tutta TEuropa (54). Le somme domandate da
lui agli stati d'Italia eran pure a titolo di sussidii,
che gli si doveano in occasione della sua incoro-
Jn. 1507. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLI. 4^
nazione, eppure di tutto questo denaro non ebbe
più che 6000 ducali, di cui i senesi confessa-
ronsi debitori verso la camera imperiale (55).
§. 29. In questo medesimo torno di tempo
ebbero i toscani occasione di biasimarla condotta
di Lodovico XII verso di loro, imperocché aveva
egli incomincialo a riguardare la contesa di Pi-
sa come un mezzo di raggranellar denaro. I pisani
indeboliti da lunga guerra, come narrammo, più
non potevano ricever soccorsi da Genova dopo
il soggiogamento dei genovesi , e pochissimi e
nascostamente ne ricevevano da Lucca e da Sie-
na. Essi vedevano avvicinarsi la loro ullim'ora;
i contadini rifugiati in città, i quali allora forma-
vano più della metà del popolo, cominciavano a
sospirare l' istante di potersene tornare ai loro
campi,e la loro ostinazione più non era quella di
prima. Pisa probabilmente sarebbe caduta fino dal-
Tanno presente in potere dei fiorentinij se i due
potenti monarchi^ che allora davano a vicenda or
l'uno or Taltro la legge all'* Italia, non avessero
voluto farsi ricompensare per una cosa che non
dovea poi dipender da loro. Il re d' Aragona di-
chiarò agli amabasciatori fiorentini, che gli furono
mandati per ossequiarlo, che Lodovico XII aveva
in lui rimesse le cose di Pisa, e eh' egli prende-
rebbe a proteggere quella città, e uon ne permet-
terebbe la conquista, se prima la repubblica non
prometteva di dare ai due re un onesto compenso
pel loro assenso. Lodovico XII confermò questo
discorso, ed all'ultimo i due re s''accordarono di
domandare ognuno 5oooo ducati. Promettevano
46 AVVENIMENTI STORICI AnAbOl.
essi a tal prezzo di mandare in Pisa una guarni-
gione, che i pisani avrebbero ricevuta senza so-
spetto, e la quale in capo ad otto mesi avrebbe
aperta la città ai fiorentini. Questa proposizione
non fu accettata, ma impedì ai fiorentini di gua-
stare in queiranno il territorio di Pisa (5(5).
g. 3o. Dopo la partenza dei due re, i tiorentini
ricominciarono la guerra nel pian di Pisa, anzi
allora per la prima volta scese in campo la nuova
milizia, cb^essi aveano ordinata in battaglioni se-
condo la proposta del Machiavelli, e i dettami da
lui esposti nel suo trattato delParte della guerra.
La legge che il Machiavelli medesimo avea com-
pilata intorno air ordinanza fiorentina fu vinta
nel gran consiglio nel dicembre dell'anno decor-
so. Si fece leva di loooo contadini eletti in lutto
il territorio della repubblica: questa milizia fu
vestita per la prima volta dell'assisa fiorentina ,
cioè d''abito bianco e di calzoni a strisce bianche e
rosse (a), ed armata come le truppe svizzere e te-
desche,e come quelle ammaestrata in tutti i giorni
festivi. La novella milizia,che fu detta rordinanza^
costò alla repubblica molto meno che non co-
stavano le truppe straniere, e si mostrò molto più
disciplinata ed obbediente ai suoi ufficiali (57). In-
tanto il re di Spagna colla regina sua sposa an-
darono a Piombino invitati da Iacopo IV, nella
quale occasione ottenne questo principe la carica
di generale delle armi di sua maestà cattolica, ed
(rt) Ved, (av. GVI, N, 1
An. 1 508. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLI. 4 7
il comando assoluto sopra i 400 fanti cir erano
reslati in Piombino (58).
g. 3i. Tostochè Lodovico XII si trovò libero
dai timori che gli avea cagionato l'aggressione di
Massimiliano, inviò a Firenze Michele Rizio per
rimproverare ai fiorentini le negoziazioni avute
colPimperatore. Essi avevano mostrato, diceva il
Rizio, soverchia premura di pagare un tributo al-
la camera imperiale, quando il loro danaro dove-
va essere adopralo contro il re di Francia, o i di
lui alleati. A tal uopo essi aveano spedito fino in
Germania i loro ambasciatori, e nello stesso tem-
po coi loro imprudenti movimenti contro di Pisa
avevano corso rischio di accendere la guerra nel
cuore deiritalia. e di fare in tal guisa una peri-
colosa diversione alle armi del re (59). I fiorenti-
ni ben compresero il significato di quest' amba-
sciata e di queste ingiuste lagnanze. Pisa trova-
vasi ridotta agli estremi; il partito dei campa-
gnuoli che desiderava la pace s*" accresceva ogni
dì più*, i nobili ed i cittadini, che avevano difesa
rindipendenza della lor patria con irremovibile
costanza, in gran parte erano stati mietuti dal
ferro nemico; i superstiti rifiniti, invecchiati , e
disanimati più non potevano resistere collo stes-
so vigore. I/ora s''appressava in cui Pisa volon-
tariamente arrender dovevasi ai fiorentini , ma
Lodovico voleva approfittare della miseria di
quella città per vendere a Firenze la sommissio-
ne dei pisani, e perciò moveva contro di lei delle
ingiuste lagnanze per farsi pagar più caro in se-
guito la sua condiscendenza. La signoria rispose
48 AVVEMMENTl STORICI Jn. 1508.
che nel suo trattato col re di Francia ella aveva
espressamente riservati i diritti deirimperio*, che
lo stesso Lodovico XII avea siffattamente ricono-
sciuti questi diritti, che non s'era in verun mo-
do obbligato a proleggere i fiorentini contro iVIas-
similiano*, che perciò ella era stala necessaria cosa
il porsi d' accordo intorno alla legittima presta-
zione dovuta dalla repubblica airin^peratore.quan-
do veniva a ricevere la corona imperiale^ che per
altro i loro ambasciatori avevan procurato di nulla
concludere con Massimiliano^ che non gli ave-
vano dato danaro, e che soprattutto non avrebbe-
ro mai sottoscritta con lui una convenzione che
potesse riuscire pregiudicevole alla Francia^ che
rispetto ai loro tentativi contro di Pisa, questi
dovean tanto meno inquietare i loro vicini, in-
quantochè eransi fatti senza artiglierie, e insom-
ma non eran altro che scorrerie nei campi; che
Firenze nel suo trattato colla Francia del iSoa,
aveva espressamente fatta riserva del dritto di
continuare la guerra contro Pisa, e che per ulti-
mo non bene si comprendeva per qual cagione vo-
lesse il re più particolarmente interessarsi per
quella città, dopo ch^ella aveva somministrati i
soccorsi ai genovesi contro di lui, e scostarsi dai
fiorentini che gli erano slati sempre fedeli (60).
g. 32. A tali rimproveri, come i fiorentini lo
avean presagito, tenner subito dietro le proposte.
Michele Rizio offrì di dar loro il possesso di Pisa
per un determinato prezzo *, ma Ferdinando il
cattolico si ostinava a volere intervenire ancor
lui nel contratto e ritrarne profitto. Per tal mo-
'Jn.i50S. DEI TEMPI REPUBB. CAP. XLI. ^9
tivo mandò un ambasciatore in Toscana, che pri-
ma recossi a Pisa per esortare quegli abitanti a
difendersi, facendo loro sperare i soccorsi del re.
In appresso questo ambasciatore si recò a Firen-
ze, e cominciò a trattare colla signorìa in con-
corso delPambasciatore francese. Così questa lun-
ga guerra, che poteva esser terminata dalle sole
armi toscane, diventava un oggetto di negoziati
tra la Francia e la Spagna. Di là a poco tali nego-
ziazioni in vece di continuarsi in Toscana si trat-
tarono a Parigi, ed i popoli d^Itah'a ebbero occa-
sione di avvedersi.che i loro propri destini più non
dipendevano da essi medesimi, poiché le liti so-
stenute colle loro armi e col denaro soltanto,
dovean decidersi dagli stranieri (6 i). Frattanto,
siccome la miseria di Pisa andava crescendo, i re
di Spagna e di Francia temendo di perdere occa-
sione del guadagno, mostrarono più scopertamen-
te la loro cupidigia. I fiorentini avevano il 25 a-
gosto preso al loro soldo un tal Bardella corsaro
di Portovenere, il quale per la paga di 600 fiori-
ni al mese obbligavasi a chiudere la foce deirA.r-
no con tre piccoli vascelli. Questi fece si bene il
dover suo,che il Chaumont governatore milanese
scrisse inFrancia,che se non vi si poneva rimedio
Pisa cadrebbe da sé in mano dei fiorentini. Il re
gli ordinò subito di mandare ai pisani Gio. Giaco-
mo Trivulzio con trecento lance, affinché la città
non si arrendesse prima che il re avesse ricevuto
la mancia. I fiorentini sbalorditi nel vedere che
Lodovico XII, senza rispetto alcuno per Tespres-
so tenore dei trattati, inviava dei soccorsi contro
Si. Tose, Tom, i). 5
5o • AVVENIMENTI STORICI An.ISOS.
di loro, sì rassegnarono tìnalmente a ricomprare
le proprie conquiste dalle mani di coloro che si
arrogavano il dritto di venderle. Ofl'riron pertanto
ai due re centomila ducati divisibili tra le due cor-
ti, purché Tun monarca e l'altro si obbligassero
a non attraversare la loro intrapresa. Ma Lodovico
XII non volle meno di centomila ducati di mancia
per la sua parte, e non pertanto insistette percliè
Ferdinando avesse dal canto suo una somma di
danaro. All'ultimo i fiorentini promisero i looooo
ducati al re cristianissimo.e 5oooo al re cai tolico^e
perchè questi non si offendesse della diversità del
trattamento, non ne fu latta menzionenel trattato
palese,e in un trattato segreto i fiorentini si rico-
nobbero debitori verso Lodovico XII di altri
5oooo ducati sotto mentito pretesto. Questa con-
venzione fu sottoscritta il dì i3 marzo del 1509:
e siccome in quel punto tutte le potenze dltalia
erano occupate d'*assai più gravi interessi in oc-
casione della lega di Cambrai , ove tra le jepub-
bliche toscane vi fu nominata soltanto Siena, co-
si esse lasciarono ai fiorentini la libertà di prose-
guir la guerra contro Pisa (6a).
g. 35. Fin dal novembre del i5o8 il corsaro
Bardella era stato richiamato dai servigi dei fio-
rentini per espresso ordine della signorìa di Ge-
nova. Lodovico XII aveva fatto dare quest'ordine
per procurare un breve respiro ai pisani,tìnchè fos-
se terminata la sua negoziazione^ ma poich'egli eb-
be venduto il suo assenso, il Bardella tornò ai
servigi della repubblica fiorentina, ed il debole
suo naviglio bastò per chiudere la foce delFA-rno.
'An* 1508. DEI TEMPI REPUBB.CAP. XLI. 5l
Intanto le armi dei fiorentini furon volte con-
tro i lucchesi, perchè questi avevano soccorsi i
pisani con armi e con vettovaglie. La signorìa
ne ordinò la vendetta al commissario delPeser-
cito. Egli entrò nel territorio lucchese, e tutto Io
guastò, recando alla repubblica di Lucca con que-
sta incursione un darnio di oltre loooo fiorini;
il qual castigo fece finalmente accorti i lucchesi
della loro debolezza e del pericolo di provocare
maggiormente alfira i loro potenti vicini, e in-
dusseli all'ultimo a chiedere da senno l'alleanza
di Firenze. Il trattato tra queste due repubbli-
che fu sottoscritto 1*1 1 ^i gennaio del presente
anno. I lucchesi s'obbligarono d''impedire ai pisani
ogni comunicazione col loro territorio, e di vie-
tare essi medesimi ai loro contadini,che lutti e-
ran propensi ai pisani, di portar soccorsi a quella
città. Patto era altresì, che se la guerra andava
per le lunghe, il trattato tra Firenze e Lucca non
dovesse durare più che tre anni*, ma se Pisa ca-
deva entro Tanno, l'alleanza tra i fiorentini ed i
lucchesi dovea tenersi rinnovata per dodici an-
ni (63). 1 genovesi tentarono ancora nel mese
di febbraio d''inviare a Pisa un sufticienle convo-
glio di grani per alimentare quella sgraziata po-
polazione fino al prossimo ricolto: una squadra
genovese composta d'un gran vascello, di quattro
galeoni, quindici brigantini, e trenta barche pre-
sentossi alle bocche deirArno,e quindi alle foci del
Serchio e del fiume l\Iorto,ma tutte le trovò chiu-
se. I fiorentini avevan divisa la loro armata in tre
campi trincerati a s. Piero in Grado, a Bocca di
5a AVVENIMENTI STORICI An, 1508.
Serchio ed a Mezzana, e mediante un ponte sul-
TArno e delle palatitte negli altri fiumi, con ba-
stioni coperti d^ artiglieria, chiudevano assoluta-
mente il passo. Il corsaro Bardella dava la caccia
ai più piccoli battelli che tentavano di avvicinarsi
alla riva. Tre brigantini genovesi carichi di fru-
mento furon presi, e gli altri tornarono a Lerici
afifalto convinti ch'era ornai impossibile di soccor-
rere i pisani (64).
g. 34. 1 magistrati di Pisa e tutti coloro clm
stavano fermi nella risoluzione di difendere fino
alla morte Tindipendenza della loro patria, più
non sapevano resistere alle grida del popolo ed
in particolare de'contadini, che perivano (\ì fame
e chiedevano che si venisse ai patli^ Per appaga-
re queste domande, i magistrati furono costretti
di rivolgersi al signore di Piombino , implorando
la sua mediazione. Giacomo d''Appiano , signore
di Piombino, a cui i pisani ricorsero in sul co-
minciare di marzo , richiese i fiorentini di man-
dare a Piombino i loro plenipotenziari^ ed il Ma-
chiavelli, che di già trovavasi alParmata, recossi a
Piombino il 1 4 di marzo, per trovarvi i deputati
pisani^ ma non tardò ad avvedersi che questi non
altro si proponevano che di guadagnar tempo sen*
za avere iotenzi one di concludere. Gli inviati pi-
sani chiedevan sempre sicure mallevadorìe pel
mantenimento deir assoluta amnistìa che loro,
prometteva Firenze^ ed avendoli il Machiavelli;
richiesti di meglio spiegare che cosa si volessero:
con queste mallevadorìe, dissero che altra non
ne conoscevano che quella di custodire es5i me*
^«•1508. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLl. 53
desimi la loro città , lasciando ai fiorentini lutto
ciò ch''era fuori delle mura, k tale domanda fu
rotta ogni pratica, e il Machiavelli tornò al cam-
po per stringere la città alla resa (65). I pisani
difettevano al tutto di vino, olio, aceto e sale; il
frumento si vendeva in Pisa due scudi d^oroogni
staio, o circa 60 franchi al quintale. Più non vi
era quoio per fare scarpe, e i soldati e i cittadini
camminavano a piedi scalzi (66). L''ora di Pisa
era finalmente giunta, e dopo 14 anni e sette mesi
di guerra, sostenuta con maraviglioso coraggio ,
con una costanza e con una rassegnazione di cui
forse non trovavasi esempio presso altri popoli,
convenne cedere alla necessità. I particolari di
questa lunga tenzone ci furon trasmessi dai ne-
mici dei pisani: non ci rimane alcuna cronaca
contemporanea di quella ciltà,ed è probabile che
nessun dei pisani V abbia scritta, dimodoché sia-
mo privi della storia delle deliberazioni, dei con-
sigli e degli sforzi operati, e delle perdite soste-
nute dai cittadini «ntro le mura. Appena ci fu
conservato il nome di tre o quattro pisani in un
tempo in cui tsniti cittadini merifaron per la loro
devozione alla patria, pel loro valore, per Telo-
quenza, per la destrezza delle loro negoziazioni
eterna fama: pure framezzo alle prevenzioni nemi-
che di coloro che soli. ci lasciarono memoria di
questi avvenimenti, si scopre una grandezza di
animo ed un eroismo di cuiniun'altra città dTta-
lia dette esempio (67).
g. 35. Tarlatino che con tanto valore aveva
54 AVVENIMENTI STORICI An, 1 50ft»
capitanata la guarnigione di Pisa, s^indusse 6nal-
niente il dì ao maggio a chiedere ai comandanti
deirarmata fiorentina i salvacondotti per quattro
deputati di Pisa , i quali dovevano recarsi dai
tre commissari della repubblica a domandare i
passaporti per dodici ambasciatori che la loro pa-
tria aveva finalmente determinato d^inviare a Fi-
renze per capitolare. Questi deputali non lascia-
rono dubbiezze intorno alla sincerità delle loro
intenzioni, e i tre commissari, Antonio Filicaiji,
Alamanno Salviati e Niccolò Capponi, che con la
instancabile loro operosità av evano ridotta Pisa
a quegli estremi, furono altresì i primi a dare a
divedere che Tardore contro i nemici in guerra
poteva andare unito non l'umanità e con la più
nobile generosità. Le negoziazioni trattate ora
in Firenze, ora nel campo, durarono 18 giorni:
intanto i pisani per mille prelesti visitavano il:
campo fiorentino, onde ottenere alimenti dalla-
carità de*soldati, e portarli alle loro famìglie (68).
Finalmente il trattalo della resa sottoscritto a
Firenze il 4 o^^S"^ ® ratificato a Pisa da tutto il
popolo il di ;, ebbe esecuzione iJtel susseguente
giorno. L'armata fiorentina entrò in Pisa l'8 giu-
gno del presente anno, e ritornò l'abbondanza
nella estenuata città. Non solo furono perdonate
tutte le ofi'ese, e restituiti ai pisani tutti i
loro poderi, ma la signorìa fece ancora pagare ad
ogni cittadino le rendite, i frutti ed il prezzo de-
gli annui affitti ch'erano stati riscossi nel terri-
torio pisano. Lo storico Giacomo Nardi, cui fu
^#i. 1508. DEI TEMPI REPUBB. Ci P. XLI. 55
affidato questo incarico, accerta che la signoria
fiorentina lo fece con tanta liberalità, che parca
piuttosto ricevere che dar legge (69).
§. 36. La capitolazione fu egualmente liberale
per ogni rispetto: tutti gli antichi privilegi furo-
no confermati del pari che tutti i magistrali in-
dipendenti del comune di Pisa 5 la franchigia del
traffico e delle manifatture, di cui i pisani erano
slati in addietro privati, loro fu restituita. Fu ad
essi dato il diritto di appellazione per le cause cri-
minali avanti ai medesimi tribunali che giudica-
vano i fiorentini^ ed alleviato fu per quanto po-
tevasi il dolore dei pisani per la perdita della
loro indipendeniia^se non che né l'orgoglio de'pi-
sani, né il loro amor di patria potevano accomo-
darsi alla servitù. Tutii coloro che perla chiarezza
della famiglia godevano di qualche credito presso
gli stranieri, che colle loro ricchezze potevano
recarsi a vivere altrove delle proprie sostanze, o
che per la perizia di guerra o pel valore potevano
acquistare le ricchezze d; cui erano privi, abban-
donarono la patria caduta in servitù. I Torli, gli
AlJiata, e molti altri recoronsi a Palermo , ove
dopo quel punto trovaronsi quasi tutti i nomi
della nobiltà pisana^ i Buzzacherini, ch^rano del
casato de'^Sismondi, recaronsi a Lucca con molti
loro concittadini^ altri cercarono un asilo in Sar-
degna, e finalmente un numero anche maggiore
andò d raggiungere l'armata francese che aveva
di già invaso il territorio veneziano. Ranieri del-
la Sassetta e Pietro Gambacorti vi si recarono
con i5o fanti pisani adunati in Lombardia. L'n
56 AVVENIMENTI STORICI Ali. 1510.
gran numero d''altrì pisani, tra i quali una fami-
glia del casato de*" Sismondi, accorsero sotto le
medesime insegne. Rinnovellando coi capitani
francesi que' vincoli d'*ospitalità, che con tanto
studio avean già procurato di stringere in occa-
sione della venuta di Carlo Vili, e per cui erano
più volte andate a vuoto le negoziazioni del ga-
binetto, ed era stata salvata Pisa per opera delle
armate medesime che l'assediavano, essi adotta-
rono per patria il campo francese , surrogarono
alla libertà civile l'indipendenza delle armi, tro-
varono nella gloria qualche conforto al loro esi-
lio, e senza avere in luogo alcuno ferma e sicu-
ra stanza, continuarono ad abitare come patria
loro ritalia fino al tempo in cui le armate fran-
cesi ne furono scacciate. Allora le esuli famiglie
andarono a cercare nelle provincie meridionali
della Francia una immagine del bel clima della
Toscana da esse abbandonato, e vi fermarono la
loro dimora (70).
g. 37. Benché Iacopo IV signore di Piombino
fosse assicurato della protezione del re cattolico
e dell'imperatore, non menochè deiraffetto dei
suoi vassalli, colPesempio delle passate calamità
si era reso titubante e circospetto, perla qual co-
sa domandò ed ottenne la formale investitura del
suo stato dairimperatore Massimiliano con di-
ploma dato in Roveredo, nel quale vien dichia-
rato feudo nobile imperiale, a similitudine degli
altri feudi liberi deli'impero,e con facoltà ancora di
batter moneta d''oro e d'argento. Questa è la prima
formale investitura ottenuta dal capo del sacro ro-
;^n. 1510. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLT. ^y
mano impero. Pubblicato il diploma d' infeuda-
zione da Raiaiondo Cardone viceré di Napoli ,
scrisse agli anziani di Piombino una lettera nella
quaPesortavali a star di buon animo,che il suo re
aveva la prolezione del signore di Piombino (71).
La repubblica lucchese Irovossi in questo tempo
in una situazione sommamente delicata. Giulio II,
quelPardente pontefice volendo far guerra ai ge-
novesi e ad A-lfonso duca di Ferrara, sollecitava
i lucchesi ad entrare in lega con lui per questa
guerra, offrendo in premio la restituzione delle
terre che il secondo nella Garfagnana, ed i pri-
mi nella Lunigiana ritenevano deliucchese. Al-
fonso dair altra parte esibiva loro le terre che
aveva del suo, mediante io sborso di laooo fiorini
d''oro. Ben ponderata la cosa, fu veduto esserper
Io meno imprudente il consentire o all'una o al-
Taltra delle proposizioni. Conciossiachè per una
parte il re di Francia sarebbesi altamente offeso
e di amico sarebbe doventato nemico dei luccbe-
si,se contro i genovesi e il duca ch"'erano dalla sua,
avesser prese le armi^ e dall'altra parte un papa di
quella fatta non poteva non adirarsi contro Luc-
ca, e già lo avea detto, se avesse somministrato al
suo nemico il maggior nerbo per sostenersi ch'è
il danaro. Laonde volendo i lucchesi star di meg-
lio, importando di chiarir soprattutto Panimodel
pontefice sulla necessità di una tale determina-
zione , procurarono per mezzo di legali a farlo
capace della cosa; parve egli persuaso delle ra-
gioni e non andò oltre (72).
St. Tose, Tom, 9. 6
;p^.
58 ATVENIMENTI STORICI
NOTE
(1) Iacopo Nardi, Slor. fior. lib. iv, p. 117. (2) Si-
smondi, Storia delle repubbliche italiane, voi. xiii ,
cap. e, p. 97. (3) Guicciardini, Storia d'Italia lib. iv.
p. 263. (4) Iacopo Nardi cit. lib. iv, p. 263. (5) Guic-
ciardini , Nardi e Filippo Nerli , ap. Sismondi cit.
p. 99. (6) Paolo Giovio , Vita di Leone X tradotta
da Lodovico Domeuichi lib. i, p. 74. (7) Guicciar-
dini , Nardi, Ammirato e Cambi ap. Sismondi cit.
voi. XIII , cap. e, p. 101. (8) Cesaretti , Stor. dei
principato di Piombino, voi. ii, cap. v. (9) Malavolti,
Stor. di Siena, Nardi ed Ammirato cit. p. 102. (10) Ce-
4^, saretti cit. (11) Pezzati, Diario della ribellione della città
Mt d'Arezzo dell'anno 1 502, ap. L'archivio storico italia-
no voi. I, p. 213. (12) Guicciardini, Burcardi, Nar-
di e Malavolti^ ap. Sismondi cit. p. 142 143. (13) Si-
smondi cit. voi. XIII, cap. Gli, pag. 144. (14) Guic-
, Giardini, Nardi, Carabi, ed Ammirato^ ap. Sismon-
di, cit. p. 145. (15) Storia di Cortona d'Anonimo,
p. 81. (16) Cantini, Lettere a diversi illustri sogget-
ti sopra alcune terre e castella di Toscana, letter. xv,
e xvu. (17) Guicciardini cit. lib. v, p. 284. (18) Cam-
bi , Nardi, ed Ammirato ap. Sismondi cit. voi. xiii,
cap. cij p. 150. (19) Cambi ed Ammirato ap. Sismon-
di cit. p. 151. (20) Fioravanti^ Memorie storiche di
Pistoia , cap. xxviii , pag. 393. (21) Ivi , ,pag. 394.
(22) Ivi, pag. 398. (23) Ivi , pag. 401. (24) ivi, pag.
403. (25) Malavolti, Storia di Siena, part. iii , lib.
VI, ap. Pignoni , Storia della Toscana sino al prin-
cipato voi. vni, lib. V, cap. iv. (26) Pignotti cit. Ma-
lavolti cit. part. HI, lib. vi^ p. 111, e Sismondi cit.
voi. xui , cap. CI, p. 173. (27) Ammirato cit. ap,
Pignotti cit. (28) Libro de'consigli, ap. Cesaretti cit.
DEI TEMPÌ REPUBB. CAP, XLI. 69
voi. II, cap. V. (29) Memorie d'Andrea Sernis'i , Guic-
ciardini lib. VI, e Muratori, Annali d'Italia aD.1503,
ap. Storia di Cortona cit. p. 81. (30) Guidotti, Com-
pendio delia Storia di Toscana, voi. i , cap. xiv .
(31) Litta, Nota della famiglia Medici e de'primi tem-
pi della repubblica di Firenze tav. ix , art. Pietro.
(32) Guidotti cit. (33) Iacopo Nardi ed Ammirato, ap.
Sismondi cit.vol.xin^cap.ciii. p. 270.(34) Iacopo Nardi
cit. lib. IV, p. 165, e Guicciardini cit. lib. vi. (35) Nar-
4i, Guicciardini, Ammirato ed Arrosti , Cronica di
Pisa, ap. Sismondi cit. voi. xiii, cap. cui, p. 272.
(36) Legazione del Machiavelli alla corte di Francia.
Lettera di Niccolò Valori, Guicciardini, Ammirato',
e Iacopo Nardi, ap. Sismondi cit. p. 273. (37) Ar-
rostijCronica di Pisa in archiv. plsan. fol. 225. (38)Le-
gaziooe del Machiavelli a Gian Paolo Baglioni , voi.
VII, p. 1-12. lac. Nardi, Stor. fior. lib. iv, pag. 170.
Guicciardini lib. Vi , p. i50. (39) Nardi e Guicciar*
diui cit. ap. Sismondi cit. voi. xiii, cap. cui, pag*
283. (40) Legazione it di Niccolò Machiavelli a Sie-
na dal 16 ai 24 di luglio del 1505, voi. vii^ p. 16,
47.(41 ) Nardi, Guicciardini ed Ammirato ap. Sismon-
di cit. p. 284. (42) Nardi cit. Guicciardini cit. Am-
mirato cit. e Frane. Belcarii, Rer. Gali, comment.
lib. X, p. 289. (43) Nardi ed Ammirato, ap. Sismon-
di cit. voi. xiii , cap. ciil^ p. 285 . (44) Spedizione
del Machiavelli al campo contro Pisa, lettera dei die-
ci ad Antonio Giacomini 19 agosto 1505, voi. vii,
pagina 48 . (45) Nardi ed Ammirato , ap. Sismon-
di cit. pag. 2S6. (46) Guicciardini citato, e Francesco
Belcari citalo j ap. Sismondi citato , voi. xui , cap.
CUI, p. 287. (47) Fioravanti cit. cap. xxix. (48) Nar-
di, Ammirato e Cambi cit. ap. Sismondi cit. p. 308.
(49) Fioravanti cit. (50) Malavolti cit. ap. Cantini
cit. (51) Sismondi cit. voi. xiii, cap. cui, pag. 3('9.
(52) Mazzarosa cit. voi. 11, lib. vi, p. 32. (53) Guic-
ciardini cit. lib. VII, p. 398. (54) Machiavelli, Lcgaz.
6o AVVENIMENTI STORICI
lib. VII, p. 156-158. (55) Guicciardini cit. ap. Si-
smondi cit. cap. civ , p. 345. (56) Nardi, Ammira-
lo, Arrosti Cron. di Pisa, e Guicciardini ap. Sismon-
di cit. vol.xiii, cap. civ, p. 356. (57) IVIachiavelli,Op.
toni. IV, p.331, 356, e Iacopo Nardi cit. lib.iv,p.20O.
(58) Libro dei consigli alPanno 1507^ ap. Cesarelti,
Storia del principato di Piombino cit. voi. li , cap.
V. (59) Guicciardini cit. lib. vii, p. 407. (60) Guic-
ciardini, Nardi, e Ammirato, ap. Sismondi cit. voi.
xiii, cap. civ, p. 359. (61) Guicciardini cit. lib. vii,
p. 408. (62) Guicciardini, Nardi, Ammirato e Cafn-
bi, ap. Sismondi cit. p. 361, e Malavolti cit. pait»
HI, lib. VII, p. 115. (63) Nardi, Ammirato, Cambi e
Guicciardini , ap. Sismondi cit. p. 362. (64) Guic-
ciardini cit. lib. viii^ p. 417, e Niccolò Machiavelli,
Commissioni al campo contro Pisa, tom. vii, p. 240.
(65) Commis. data al Machiavelli 10 marzo e sua let-
tera da Piombino 15 marzo tom. vili, pag. 246-249.
Ammirato cit. lib. xxviii, e Cambi cit. voi. xxi, p.
229. (66) Ammirato e Cambi cit. (67) Sismondi cit.
voi. XIII, cap. civ, p. 465. (68) Lettere de^comniis-
sari generali del 20 maggio 1509 al (> giugno presso
il Machiavelli, Legaz. voi. vii^ p. 267-288. (69) Nar-
di, Ammirato, Cambi , Belcari , Arrosti e Guicciar-
dini ap. Sismondi cit. p. 366. (70) Sismondi cit.
voi. XIII, cap. riv ^ p. 368. (71) Cesarelti cit. voi.
Il, cap.v. (72) Mazzarosa cit. voi. ii, lib. vi, p. 36.
DEI TEMPI HEPUBBLICAKI 6 E
II^IPILIKDILI) £M1I%
Jn. 1510 di G. Cr.
g. I. In tutta r Italia ormai non restavano altri
slati indipendenti oltre Venezia e la Chiesa, che le
tre repubbliche di Toscana Firenze, Siena e Lucca
e pochi altri dell'Italia superiore. Stavano le tre
repubbliche neutrali e spettatrici anziose d'una
guerra, da cui dipindevano i destini della loro
contrada, tutt* e tre immote e bramose di far di-
menticare colla presente nullità la fama trascor-
sa , onde non fossero istigate a collegarsi con
qualcuna delle potenze belligeranti . Da lungo
tempo Lucca e Siena avevano per la debolezza
loro adottala quella politica. Essa era più nuova
per Firenze, ed era stala per tanto tempo riguar-
dala come il centro di tutte le negoziazioni di
Italia. IVla senza molti anni di riposo non poteva
quella repubblica rifarsi dallo spossamento in
cui r avevano ridotta la guerra portata in Italia
da Carlo Vili e la ribellione di Pisa. Il gonfa-
loniere Pier Soderini il 22. dicembre del presente
anno.^ rendendo conto della sua amministra/ione
6a ATVE5IMENT1 STORICI An. 1510.
al gran consiglio, sottopose al sindacato dei suoi
concittadini i prospetti delP entrate e delle spese
della repubblica per ott'anni. Esse ammontavano
a 9o8,3oo fiorini d'oro; e sebbene questa somma,
avuto riguardo al valore del denaro in queHempi,
fosse ragguardevole, pure ella indica una grandis-
sima diminuzione delle ricchezze della repubblica,
ove si paragoni a quel che Firenze poteva spendere
senza grave incomodo nelle guerre coi signori
della Scala e coi Visconti. La domane del giorno,
in cui il gonfaloniere aveva dato alTItalia il nuo-
vo esempio di sottoporre al sindacato dei cittadi-
ni le ragioni delP entrata e della spesa pubblica,
si scoprì in Firenze una congiura contro di lui
tramata per ucciderlo a tradimento . Si era que-
sta congiura ordita in Bologna alla corte del pa-
pa, e n'era principio lo sdegno di Giulio II contro
chiunque ardiva opporsi alla sua volontà. Non
polea Giulio perdonare al Soderini la di lui par-
zialità verso la Francia ; e benché lo vedesse te-
ner la repubblica neutrale , lo avea sospetto a
cagione delle segrete offerte di Lodovico XII, e
temeva che la repubblica fosse inclinata a dichia-
rarsi contro la Chiesa, se mai fosse nata la pro-
pizia occasione. 11 Soderini aveva poi offeso pri-
iratamente il papa, accordando salvacondotto ed
asilo in Firenze a cinque cardinali fuggiti in To-
scana. Questi prelati fransi spaventati a cagione
delia morte d^ uno dei loro colleghi in Ancona,
ed avean ricusato di raggiungere il pontefice a
Bologna. Sde^navasi Giulio lì, o d'esser sospet-
tato autore della morte del cardinale, o di veder
'^nJSiO. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLII. 63
sottratti alla punizione coloro che volea spende-
re. Questi cinque cardinali partitisi poscia da Fi-
renze per andare a Milano, si posero subito nella
fazione del clero contrario a Giulio II, ed abbrac-
ciarono tutti gl'interessi della Francia (i).
g. a. Giulio II, confondendo nell' ira sua il
Sederini con Lodovico XII e coi cardinali ribelli
alla sua autorità, risolvette di spegnerlo e di cam-
biare il governo di Firenze. Trovavasi allora in
Bologna un Prinzivalle della Stufa cittadino fio-
rentino delPetà di 25 anni, figlio di un partigiano
de\>Iedici.Era costui abbastanza destro ed animo-
so per eseguire le più diffìcili imprese e profei issi
parato ad appagare V ira del papa uccidendo il
gonfaloniere. Marc'Antonio Colonna promise di
dargli dieci robusti ed animosi uomini per asse-
condarlo; e fermata in tal guisa la morte del gon-
faloniere, Prinzivalle parti alla volta di Firenze
onde trarre nella sua trama alcuni nobili fioren-
tini. Parlò dapprima a Filippo Strozzi che aveva
sposata una sorella dei Medici, e che per ciò era
dal Prinzivalle credulo affezionatissimo a que-
sta famiglia; ma Io Strozzi risposegli di aver detto
a chiare note ai suoi cognati , che tosto riman-
derebbe loro la sorella , oguora che gli avessero
fatte fare ambasciate relative alle cose politiche,
ed anzi non volle neppur promettere di serbare
il segreto intorno alle cose dettegli dal Prinzi-
valle, laonde questi, dopo aver cercato in vano
d** intimorirlo, fuggi tosto a Sinna onde salvarsi
dalle indagini che subilo dopo fecer di sua [»er-
sona i decemviri, ai quali Io Strozzi lo aveva de-
64 AVVENIME1!?T1 STORICI \4n. 1510.
nuiiziato. Fu poi in vece di lui tratto in giudizio
suo padre Luigi della Stufa, il quale venne rele-
gato per cinque anni nel vicariato di Certaldo,
benché non fosse altrimenti provala la sua com-
plicità col figliuolo (:i).
g. 3. Intanto essendosi il 29 dicembre aduna-
to il gran consiglio per eleggere i gonfalonieri
delle compagnie , alzossi Pietro Soderini e rag-
guagliò i suoi concittadini della scoperta congiura
contro di lui tramata. Disse che i congiurali, es-
sendo loro sembrato difficile di venire a capo di
ucciderlo nelle sue stanze in palazzo, e perico-
losa cosa Tassalirlo in pienoconsiglio, e sapendo
ch'egli non usciva in pubblico se non con la si-
gnorìa in occasione delle pubbliche solennità ,
avean fermato di dargli morte in alcuna di que-
ste. Soggiunse che la scoperta della loro congiu-
ra costringerebbe bensì i nemici a mutare i loro
progetti, ma che non perciò egli poteva lusingarsi
di assicurare la vita dal veleno che ben vedeva
essere perse apparecchiato. Non fece vana osten-
tazione di coraggio o d''indifFerenza alla morte ^
poiché a ciò Tanimo suo non era stato informato
dalla passata sua vita : altamente convinto del
proprio pericolo non vi si rassegnò se non do-
lentissimo, e la sua arringa fu spesso iuterrotta
dalle lacrime. Ma disse che lo confortava il te-
stimonio della propria coscienza e la certezza di
non aver mai meritato Podio dei suoi concitta-
dini, né il colpo di quei pugnali da cui vedevasi
circondato^ ed intorno ai suoi governi appellos-
sene al giudizio di lutti i fiorentini ohe avevano
^W. 1511. DEI TEMPI REPUBB. CAP.XLII. 65
con lui seduto nella signorìa. Più di Uoo cittadi-
ni erano stali priori durante gli otto anni nei
quali il Soderini avea seduto gonfaloniere : egli
scongiurolli di dire se mai proposto egli si avesse
un qualche altro scopo, fuorché il bene della co-
mune loro patria, se mai egli avesse dato relfa
a private mire od a personali interessi, se avesse
mai raccomandato qualche persona al potestà, ai
tribunali, ai capi delle arti, per sottrarla al rigore
delle leggi. Aggiunse che non voleva avere attorno
a sé guardia alcuna, né adoprare per la propria
difesa altro che quella stessa dignità datagli dal
popolo^ ma esortò i consigli a provvedere alla
salvezza della repubblica, piuttosto che a quella
della sua persona ; poiché non era egli lo scopo
principale degPallenlati de'nemici, bensiJo erano
la libertà, Teguaglianza, e quello stesso consiglio
per cui tutti i tiorentini partecipavano alPammi-
nislrazione della repubblica. Ed i partigiani del-
Toligarcbìa più che a tutt'*allro miravano a chiu-
dere ed abolire il gran consiglio ^ cosicché la
congiurala morte di luì altro esser non dovea
che il segnale di quella più importante rivolu-
zione che essi meditavano (3). EfTetlivamente il
gran consiglio risguardò T allentalo contro la
vita del Soderini , come T indizio di una trama
tendente a sovvertire Io stalo popolare-, e perchè
Tesperienza insegnava ciberà sempre tornato fa-
cile al partito vincitore di far approvare le rivo-
luzioni in Firenze dal parlamento, il consiglio
volle privare i faziosi di questa dannosa facilità,
quand'ancora riuscissero nelle loro trame. Il 20
66 AVVENIMENTI STORIO! Jn. 1511,
gennaio del i5ii fu perciò vinta una legge, nella
quale prevedendosi il caso in cui i cospiratori
privassero la repubblica del gonfaloniere , dei
priori e dei collegi, oppure distruggessero le bor-
se tla cui Iraevansi a sorte i magistrati, talché
Tautorità delegata dal popolo sembrasse sospesa,
venne stanziato che in vece di adunare il parla-
mento, il quale mai non delibererebbe per capi
e liberamente^ fosse al medesimo gran consiglio,
o alla parte di questo consiglio che potrebbe adu-
narsi, devoluto il diritto di riformare lo stato (4).
g» 4* I" ({yxe\ torno di tempo avvicinandosi al
termine la tregua fermata in aprile del i5o6 con
Pandolfo Petrucci ed i senesi, questa tregua era
stata prorogata per due anni, mentre ancora du-
rava la guerra di Pisa, edi fiorentini avevano ac-
consentito a non rivendicare per tutto quel tem-
po i loro diritti sopra Montepulciano: ma ormai
non v'aera più ragione che giustificasse tale con-
discendenza.LodovicoXII che bramava di valersi
dei fiorentini contro il papa, lor prometteva po-
derosi aiuti, e faceva loro sperare Tacquisto noa
solo di Montepulciano, ma di Siena medesima.
Per approfittare del favore del r-e, il gonfaloniere
inviò il Machiavelli a Siena , incaricandolo di de-
nunziare ai senesi lo spirar della tregua, dichia-
rando in pari tempo che Firenze non sarebbe mai
per rinnovarla , se non veniva restituito Mon-
tepulciano col territorio. Intanto la repubblicj^
nnndò ai confini gli uomini d"'arme che teneva
nello stato di Pisa. In quella guisa che i fiorenti-
ni s'affidavano alla protezione della Francia, così
C^rt.1511. DÈI TÈMPI RÉPUBB. CAP. XLII. 67
i senesi speravano in quella di Giulio II. Pandolfo
Pelrucci, che disponeva a voglia sua di Siena, non
aveva dimenticato il favore del vecchio ponleti-
ce. Tra le altre cose egli aveva di fresco riacqui-
stato ed offerto in dono al papa il castello della
Suvera, principal luogo e stanza delPantica fa-
miglia de*conti Ghiandaroni, nello stato di Siena.
La balìa di questa città aveva insieme ricono-
sciuto Giulio II per discendente di quelPestinta
famiglia, che portava come i Della Rovere di Savo-
na lo stemma della quercia 5 se non che quella
pretesa agnazione non poteva quasi provarsi con
altro che colla parentela della ghianda dei Della
Rovere colle ghiande dei Ghianderoni. Il papa
che ardentemente desiderava di procacciar lu-
stro alla propria famiglia plebea ed oscura, ac-
colse questo dono con molta esultanza: d''allora
in poi non omise di comprender Siena in tutte
le sue alleanze^ dette il cappello cardinalizioad Al-
fonso figliuolo di Pandolfo Petrucci,ed imprese la
difesa di tutti gPinteressi di quello stato (5).
g. 5. Non perciò poteva Giulio incorare i senesi
ad entrare in guerra pel possedimento di Monte-
pulciano, poiché quanto desiderava Lodovico XII
questa guerra, per volere tutte le forze dei fio-
rentini contro la Chiesa, allrettanto dovea te-
merla il pontefice; imperciocché sarehbesi aperto
per essa un più vasto campo agli assalti dei fran-
cesi, ondagli avrebbe dovuto far loro testa non
solo nella Romagna ma ancora in Toscana. Man-
dò per tanto ai senesi Giovanni Vitelli, e Guido
Vaina con alcune compagnie d\iounni d''arme e
6S AVVE?«IMENTI STORICI An. 1511.
di cavalleggieri per proleggerìi^ ma in pari tem-
po si offerse mediatore tra le due repubbliche ,
e tale essendo stato riconosciuto, fece persuaso
PandolfodelPestremo pericolo d'introdurre i fran-
cesi in Toscana (6). l poliziaiii in tempo di que-
ste pratiche, non poco disgustati dei senesi, ade-
rirono alle insinuazioni del legato pontificia
mandatogli dal papa, e segretamente cominciaro-
no a maneggiarsi colla repubblica fiorentina per
convenire un atto di dedizione alla medesima.
Un giorno fattisi capi del popolo alcuni della fa-
miglia Cini poliziana, gettarono a terra furiosa-
mente la lupa ch'è Tarme di Siena in tutti quei
luoghi, nei quali, per indicare il supremo dominio
dei senesi, era stata alzata, e vi sostituirono il
leone che è Tinsegna della repubblica fiorentina;
e non conlenti di questa non lieve operazione si
portarono alla chiesa maggiore, ove aperte le se-
polture vi gettarono le bandiere de''senesi, e vol-
lero tramandare alla memoria dei posteri questo
avvenimento colPiscrizione che fu collocata nella
sala del palazzo pubblico ch'è questa.
Recuperatio libertatis i5ii.
Questo tumulto non produsse alcun funesto ef-
fetto, ed essendo stata da'senesi quasi contempo-
raneamente ai fiorentini ceduta la terra di Mon-
tepulciano, inviaron essi a prenderne il possesso
Ormannozzo Deti. Tornato questo luogo all' ob-
bedienza della repubblica fiorentina, cessarono
fra la medesima e quella di Siena i motivi di a-
marezza, e fu facile allora che ambedue tornas-
seio all'antica amicizia (7). Per tale acquisto il pa-
jin,i5\i. DEI TEMPITREPUBB. GAP. XLII. 69
pa ottenne dai fiorentini un assoluto perdono pei
ribelli di]i\Iontepulciano, e la restituzione di tutti i
privilegi della terra, e finalmente egli fece fermare
un trattato d''alleanza tra le due repubbliche per
a5 anni, per il che i fiorentini riavuto il posses-
so di Montepulciano si obbligarono a guarentire
lutti gli altri possedimenti della repubblica di
Siena, ed a mantenervi l'autorità di Pandolfo Pe-
trucci e de'figliuoli di lui (S). Pandolfo dopo aver
fatti ricchi lutti quei di sua rasa, e fatte delle chiese
in Siena e suo contado, nel i5ia gli sopraggiunse
una forte malattia, e fu consigliato dai medici di
-andare al Bagno di s. Filippo^ ma essendovi an-
dato e vedendo che il male cresceva se ne volle
tornare ^ nonostante il male lo strinse sì forte,
che'fu costretto a fermarsi nello spedale di s.Qui-
rico,dove mori nel maggio del i5ia; fu da"'suoi pa-
renti portato in Siena ed ivi seppellito con pom-
pa (9), e ad esso successe nel governo il Borghese.
§. 6. Un pnrtito nemico del papa si era eccita-
to, spaventando quel pontefice con un concilio.
La Francia dava impulso a questo malconten-
to: i 5 cardinali francesi nemici del papa giunti
in Firenze intimarono un concilio, e domandaro-
no ai fiorentini per celebrarlo la città di Pisa. Il
gonfaloniere ch''era troppo ligio della fazione fran-
cese aderì alla pericolosa domanda. ?(on avea
mancato il papa di opporre a ciò il contravvele-
no, intimando egli un altro concilio in Roma in
s. Giovanni Laterano, per cui dichiarava Taltro
intieramente disciolto con un monitorio ai mem-
bri di quello di Pisa ^ in cui minacciava che sa-
St. Tose. Tom, 9. 7
yO AVVEDIMENTI STORICI Art, 1512.
rebbero privi del cappello cardinalizio, se dentro
60 giorni non tornassero al proprio dovere •, ma
questi protestarono che essendo da qualche tem-
po intimato il loro , non poteva questo decreto
discioglierlo. I fiorentini in tanto delicato affare
oprarono sì goffamente, che disgustarono ambe le
parti. Si riunirono per tanto in Pisa i pochi mem-
bri del concilio^ ma i segni di disapprovazione e
di aborrimento dati a quesfadunanza dal clero e
dai secolari, gl'insulti fatti loro, le porle del duo-
mo serrate ad essi in faccia , la proibizione d''en-
Irare in Pìsh a trecento lance francesi venule per
proteggere il concilio, esasperarono i cardinali
e gli ufliciali francesi^ mentre dalFallra parte il
papa che avea già mandato ad intimare ai fioren-
tini di non permettere che in una loro città si
adunasse sifatto conciliabolo , restò altamente
sdegnato, e prese questa permissione per un in-
sulto alla maestà della santa sede. Richiamò il
suo ministro, e pose la città sotto l''inlerdetto(io),
unitamente a Pisa . Lucca e Pistoia come ade-
renti ai fiorentini^ del che avendone specialmen-
te ì pistoiesi mostrato gran dispiacere per non
esser di questo fatto punto colpevoli, restarono
in brevissimo tempo assoluti da questo ihlerdetto,
per opera di Tommaso Tani con fidente del pon-
tefice (il) . Il gonfaloniere di Firenze però co-
strinse i religiosi sotto pena dello esilio a tene-
re aperte le chiese. Vedeva il papa che per ri-
durre questa città al suo partito, la più sicura ma-
niera serebbe cacciarne il gonfaloniere e riporvi
la casa Medici, a cui dopo la morie di Pietro, ere-
^/l.^5i2. DEI TEMPI REPUBB.CAP. XLII. 71
duto uomo feroce, il partito era cresciuto.il capo
di essa, e come cardinale e come grato a si se-
gnalato benefizio, avrebbe seguitate le sue par-
tì (la).
g. 7. Era venuto fatto al papa non solo di
staccare dalla lega francese, ma di unir seco il re
di Spagna, che non vedeva di buon occhio la
crescente potenza dei francesi in Italia. Si pub-
blicò in Roma questa lega con solennità,ove par-
landosi delPunione della Chiesa, del condliabolo
di Pisa e dell'annuenza a quello della repubblica
fiorentina, s"* indicava non oscuramente che per
sanare quel paese infermo faceva d' uopo muta-
zione di rettori. Questo fu specialmente il prin-
cipal motivo che il cardinal de'Medici fosse crea-
to legato delle armi pontificie in Romagna. l]n
altro provvedimento accrebbe il disgusto del
pontefice contro il governo fiorentino e questo
(u, che dovendosi cercar dei denari per mettere
la repubblica in islato di difesa, ma non volendo
chiedere nuove tasse al popolo per non accre-.
scerne il malumore, furon poste le tasse su i pre-
li senza permissione del papa, tanto più che do-
veasi riparare ad una guerra suscitata dagli stessi
ecclesiastici : risoluzione che quantunque con-
batluta fu vinta per l'influenza specialmente del
gonfaloniere (i3). Si vinse però a stento presso
i consigli tal provvisione, perciocché in ogni fa-
miglia v''era un prete , che per difendere le pro-
prie entrate e benefizi, facea valere le censure
ecclesiastiche , ed impediva i sufiTragi dei suoi
parenti {i^). Intanto il concilio pisano avea co-
^a AVVEJ?IMENTI STORICI ^«.1512.
minciato con poco applauso le sue sessioni in s.
Michele , non potendo nel duomo . Querelatisi i
cardinali degli affronti ricevuti al governo fioren-
tinojvenne ordine che il duomo fosse loro aperto,
datii paramenti, i vasi sacri e tutto ciò che facevji
loro di mestieri. Ma nel tempo ci^e in chiesa di-
sputavasi colle armi della dialettica,altre dispute
a vvenivano nella città colle armi materiali.Più vol-
te si eccitarono delle risse tra i soldati fiorentini,
francesi e pisani . Si venne più volte alle mani
con pericolo dei prelati e dei cardinali stessi ,
onde finalmente pensarono di trasferire a Milano
questa adunanza con somma sodisfazioue de^fio*
rentini e dei pisani (i5). INon per questo il papa
levò l'interdetto, né il governo fiorentino fecene
istanza veruna, giacche non ne sofiriva alcun dan-
no visibile^ anzi il danno vero e reale e gli ef-
fetti deirira di Giulio cadevano sopra i preti ed
i religiosi, i quali, essendo interdette le funzioni
ecclesiastiche, non lucravano quello che la pietà
religiosa suole generosamente donare (i6)^ si
risparmiavano le messe, gli uffizi, e si ritardava-
no inclusive gli ultimi atti pii verso i defunti. In
fine Pinterdetto più pel motivo di non danneg-
giare gli ecclesiastici, che per altro, durò per al-
cuni mesi, ma poi essendo state tolte le imposi-
zioni ai preti,fu tolto anche l'interdetto dal pon-
tefice (17).
g. 8. Leggesi nella storia di Piombino che nel-
r anno corrente Iacopo IV essendo gravemente
ammalato, ottenne dagli anziani e dal pubblico
di quel paese, che, ancora vivente, fosse ricono-
An. 1512. DEI TEMPI REPUBB. CAP. XLII. ^3
sciato formalmente per suo successore il figlio
Iacopo V. La funzione fu fatta nella chiesa di s.
Antonio e riuscì assai decorosa. Poco tempo do-
po Iacopo IV mori, compianto specialmente dai
suoi vassalli. Fu valoroso guerriero,essendo stato
molti anni generale della repubblica di Siena , e
dopo luogotenente della repubblica fiorentina .
Fu amato dai suoi perchè gli amò, conservando
e proteggendo le loro sostanze e la loro libertà.
Si legge in oltre che Iacopo V, o in tempo che
ancora viveva suo padre, o subito dopo la sua
morte, sposò donna Maria d'Aragona principessa
di Salerno, figlia del duca di Villa Formosa e ni-
pote di Ferdinando il cattolico (i8).
g. 9. Si era pubblicata in Roma una lega fra
il papa, il re di Spagna ed i veneziani contro la
Francia . Raimondo Cardone conduceva da Na-
poli diecimila uomini della famosa fanterìa spa-
gnuola, ed all'unione delle truppe della lega vi
interveniva anche come legato pontificio il car-
dinale dei Medici. Comandava Pesercito francese
Gastone di Foix,nipote del re,giovinedi 22 anni,
ma intelligente, attivo ed intrepido a segno che
se la morte non lo rapiva , avrebbe sorpassato
tutti i generali del suo tempo. Si aflrontarono
i due eserciti presso Ravenna, dov'^ebbe luogo il
giorno di Pasqua uno dei più sanguinosi fatti di
arme che avesse mai veduti T Italia . L'esercito
francese coprissi di gloria, e balle completamen-
te la lega : il solo corpo che non potette sbara-
gliare fu la fanteria spognuola . Gastone di Foi\
arrabbiato che rjuella dovesse ritirarsi in tanto
7'
74 AVVENIMENTI STORICI y^/2. 1512.
buon ordine, senza soffrire, Tal tacco furiosamente
con mille cavalli, ed in quel cimento perdette la
vita. Gli alleati furono disfatti in tutta la linea ,
iiìa la strage fu orrenda da tutte le parti. Un'' in-
finità d'uffiziali francesi restarono sul campo, e
tutti di primo rango^ e degli alleati fu infinito il
numero dei prigionieri , cominciando dai capi
dell'esercito col legato dei Medici: non si conta-
rono men di quindicimila morti da una parte e
dair altra. Roma alla prima nuova di questa di-
sfatta si coprì di spavento, e la città di Firenze si
rallegrò (19). Il papa e Timperatore, dimostrando-
si malcontenti della repubblica fiorentina, parve-
ro offrirle sì Tuno che Taltro la via di schivar la
tempesta. Il pontefice le mandò il suo datario per
richiederla di deporre il Soderini, d'accostarsi
alla santa lega contro i francesi, e di richiamare
tutti gli esiliati, offrendole a tali patti la propria
amicizia: dopo tre giorni di deliberazioni i con-
sigli di Firenze ricusarono di acconsentire a que-
ste condizioni. Dall'altra parte Matteo Lang ve-
scovo di Guidi e segretario di Massimiliano, che
veniva in nome delP imperatore alla dieta del-
la lega convocata a Mantova, offrì ai fiorentini
la protezione imperiale , mercè un presente di
40000 fiorini^ ma conoscendo questi quanto po-
co fondamento potesser fare sulle promesse del-
l' imperatore, non seppero risolversi a privarsi
del loro denaro , per comprare quella si debole
malleverìa (20).
§. IO. I fiorentini inviarono tuttavìa il giu-
reconsulto Vittore Soderini fratello del gonfalo-
An. 1512- DEI TEMPI REPUBB. CAP.XLll. ^5
niere alla dieta di Mantova per difendere i loro
interessi, e far comprender Firenze nella pace
generale. Giuliano dei Medici , terzogenito del
magnitìco Lorenzo, si presentò ancor esso alla
dieta medesima per domandare il ristabilimento
della sua famiglia in Firenze. Ch'esilio e le sven-
ture dei Medici, dicea Giuliano, erano l'opera dei
francesi; non potevasi per ciò dubitare della di-
vozione della casa Medici al partito delPimpera-
tore e della Spagna, né per conseguenza di quel-
la delP avverso partito ai francesi . Soggiungea
Giuliano,che se le armate della lega bisognavano
di denaro , i Medici ne saprebbero adunare in
Firenze assai più per compiacere i loro amici ,
che non poteva offrirne il partito popolare per
acquietare i suoi nemici . Il qual suggerimen-
to facea grand** effetto, perchè il denaro era il
solo convincente argomento sullo spirilo degli
alleati. Raimondo di Cardone trova vasene affatto
sprovveduto; egli avea fatta avanzare P armata
spagnuola fino a Bologna, ma le soldatesche ri-
cusavano di andar più oltre se non eran pagate.
Massimiliano desiderava che Raimondo entrasse
in Lombardia per contenere gli svÌ2zeri e spa-
ventare i veneziani , ed ambedue avrebbero an-
teposto il denaro contante dei fiorentini alle
lontane promesse dei Medici. Perciò fu detto di
nuovo a Giovanni Vittore Soderini,che per 40000
fiorini si poteva salvar la repubblica; ma in vece
di appigliarsi immediatamente a questo partito,
egli si credette obbligato a giustificare la sua pa-
tria, a provare che nulla dovevano i fiorentini.
^6 ATV ESIMENTI STORICI AllA'òM*
e che non nvean commesso verun fallo-, intanto
roccasione propizia gli sfuggì di mano, e la dieta
fece risoluzione di mandare Tarmala spagnuola
ed il cardinal dei Medici legato di Toscana per
mutarne il governo (ai).
g. 1 1. Una trista e mal consigliata parsimonia,
ed il timore che i vicini troppo badassero ai fatti
della repubblica,avevano sconsigliato i fiorentini
d^allarmarsi nel punto in cui le fiere convulsioni
deiritalia dovevano indurveli. Essi avean sommi-
nistrati 600 uomini d'arme al re di Francia, parte
de'quali trovavansi allora chiusi in Brescia, egli
altri svaligiati dai veneziani tornavano scorali
ed afflitti,e per ciò rimanevano loro soltanto due-
cento lance comandate da capitani di uiun nome.
Le milizie delPordinanza non aveano disciplina,
né pratica di guerra, né fiducia in sé medesime.
Erano state sollecitamente assoldate da alcune
migliaia di fanti stranieri-, ma perchè non v'aera
stato tempo per farne la scella, quella fanterìa
non poteva stare a fronte di quella deVeneziani,
o del papa, e meno ancora dei tedeschi e degli
spagnuoli. Né le forze con cui il viceré don Rai-
mondo di Cardone andava ad assalire i fioren-
tini erano molto ragguardevoli. Egli non avea
più che 200 uomini d'arme, due cannoni presi a
Bologna, ed era del resto privo affatto di tutto
quel che richiedesi per un''armata. Ma il Cardo-
ne tra i suoi annoverava cinquemila di quelli
spagnuoli che avean così ostinatamente combat-
tuto a Ravenna, e i quali dopo di aver distrutta
molta parie della fanterìa tedesca e francese, e-
JnAb\1. DEI TEMPI REPUBB. CIP. XLli. 77
ransi gloriosamente ritirati, senza cedere ai ripe-
tuti assalti di tutta la cavalleria vittoriosa. JNel-
Tattraversar gli Appennini con questa piccoFar-
mata il viceré non trovò alcun ostacolo. Giunto
a Barberino di Mugello distante quindici miglia
da Firenze, mandò a dichiarare ai fiorentini che
non era intenzione più della lega d'offendere le
loro leggi o la loro libertà, e di far loro danno
negli averi, e che solo domandava due cose, cioè
il bando del gonfaloniere Soderini che era sospet-
to a tutti gli alleati, e la restituzione dei Medici
in Firenze, non come principi, ma come privati
cittadini. Il gonfaloniere in tempo della sua am-
ministrazione aveva date frequenti testimonianze
della pacatezza di sua indole e del suo amore di
libertà, ma non aveva dimostrata del pari quella
risolutezza e fermezza di carattere, che nelle dif-
ficili circostanze richieggonsi ne^capi di uno sta-
to. Egli adunò il gran consiglio per appalesargli
le domande de''nemici, e dichiarò che lungi dal vo-
lere che per sua difesa si esponesse a grave danno
la repubblica, era pronto non solo a deporre la di-
gnità, ma a dare la libertà e la vita per la pubblica
salvezza: disse dover soltanto guardarci cittadini,
se potrebbesi raffrenare colle leggi la baldanza dei
Medici restituiti in Firenze colle armi straniere,
e se ciò pareva loro impossibile, li supplicò a non
rìspiarraare né le sostanze né il sangue ile''solda-
li, nò quello de''cìttadini per salvare la libertà, il
più prezioso di tutti i beni. „ Ninno di voi si faccia
a credere, aggiunse egli,<*he i Medici siano ades-
so per governare come prima della loro cacciata.
V
;78 AVVENIMENTI STORICI An.'\5\ 2.
Allora erano essi slati allevati fra di noi, come
cittadini in privata condizione^ grandissime era-
no le loro ricchezze, ninno li aveva offesi, ed es-
si erano accetti ad ognuno. Consigliavansi coi
principali cittadini, e lungi da volere sfoggiare la
loro potenza, si sforzavano di coprirla sotto il
manto delle leggi, ma oggi che da tanti anni vi-
vono fuori di Firenze, che contrassero nuovi co-
stumi,chemal conoscono quelli della nostra patria,
che altro non rammentano che l'esilio ed il rigo-
re della passata fortuna, oggi che le private loro
ricchezze sori distrutte, che sono stati offesi da
tante famiglie, che sanno che la maggior parte,
anzi quasi tutti i cittadini aborriscono la tiranni-
de, più non potranno tidare in alcuno. La povertà
ed il sospetto li renderanno proclivi a tulio ri-
ferire a so medesimi, a sostituire in ogni cosa la
forza e le armi alia benevolenza ed all'amore, di-
medochè questa città si troverà in breve tempo
ridotta alla condizione di Bologna nei tempi dei
Bentivoglio, o a quella di Siena o di Perugia. Ho
voluto rammentare tutte queste cose a coloro
che fanno si smisurati encomii del governo di
Lorenzo de'Medici: che ancora in quel tempo era
la tirannide, ma più mite assai di ogni altra^ ed
a petto di quella che ci sovrasta sarebbe un'Uefa
deiroro. Ormai si aspetta a voi di risolvere con
prudenza, mentre che le mie parti saranno o di
deporre con lieto e costante animo questo ma-
gistrato, o se pure giudicate altrimenti, di corag-
giosamente provvedere alla salvezza e difesa di
questa patria „ (aa). . — -
An. 1512. DEI TEMPI REPUBB. CAP. XLII. 79
g. 12. L^ inquietudine che cagionava ravvici-
namento delTarmata spagnuola, e più ancora lo
atteggiamento ostile d\ tutta l'Europa.^ disponeva
tutti i cittadini a porgere orecchio alle moderate
proposizioni fatte dal viceré; ma quando si fecero
a riflettere allo stato in cui troverebbesi la repub-
blica perdendo il suo capo, allora appunto che la
città sarebbe costretta d''accogliere quelli ambi-
ziosi esuli che avrebbero ravvivate le pretese dì
lutto il loro partito; quando pensarono che l'ar-
mata nemica, condotta dai Medici nel seno della
loro patria sarebbe sempre pronta ad accorrere
per soffocare la libertà; che gli stranieri desidera-
vano il consolidamento della tirannide, affinchè i
nuovi principi potesser levare più grosse contri-
buzioni e largheggiare verso di loro coi tesori dei
fiorentini, tutti i cittadini si alienarono dalle pro-
poste del viceré. Il gran consiglio si divise in se-
dici sezioni, presedute da 1 6 gonfalonieri di com-
pagnie, e dopo una lunga deliberazione tutte le
sezioni unanimemente dichiararono che acconsen-
tirebbero al ritorno de"'lVIedici, purché il gonfalo-
niere rimanesse in seggio, e che non si facesse
mutazione nel loro governo o nelle loro leg-
gi (a3).
g. i3. Frattanto che il viceré era giunto sot-
to le mura di Prato, i fiorentini avevan posto in
quella città il condottiero Luca Savelli, il qual
sebbene fosse invecchiato nelle armi, non avea
tuttavia acquistata né esperienza, né riputazione.
Aveva il Savelli sotto il suo comando cento uomi-
ni di arme di quelli svaligiati in Lombardia, e due-
8o AVVESIMEKTI STORICI ^«.1512.
mila fanti, quasi lutti presi nelPordinanza o nel-
le milizie campagnuole. L^angustia del tempo non
permise che si provvedesse la città di munizioni
da bocca e d''artiglierìa^ ma per tanto il Savelli
credevasi in istato di sostenere l'assalto degli spa-
gnuoli, e di resistere vigorosamente. Il Cardone
giunse alla porta di Mercatale, e tenlò di sfon-
darla colle artiglierìe o di atterrare la vicina mu-
raglia^ ma da quel lato le fortificazioni erano in sì
buono stato, che in capo a poche ore grassalitori
cessarono il fuoco, riconoscendone Tiautilità (24).
Intanto il Cardone mandò sotto le mura di Pi-
stoia Giulio Vitelli con 5oo cavalli, il quale tro-
vate le porte chiuse e le muraglie guarnite di
gentì,domandò in nome della legala città in arresa.
A questa inaspettata proposta risposero i pistoiesi
non potere all'istante risolversi , ma che raduna-
tosi il generale consiglio avrebbe quello data la
opportuna risposta. Quindi ne successe, che posto
Taffare in consiglio e considerato il benetìzio che
resultava a casa Medici benefattrice dei pistoiesi,
fu risoluto consegnarsi la città in nìano della le-
ga, e data la risposta al Vitelli ed insieme V in-
gresso in Pistoia^ venne nella medesima un mi-
nistro che a nome della lega teneva ragione ed
esercitava ogni autorità necessaria. Dopo questo
successo inviarono i pistoiesi quadro ambascia-
lori al campo spagnuolo, e capitolato che la città
di Pistoia non avrebbe ricevuta molestia veru-
na, ne portarono lieta nuova ai loro concitta-
dini (ao).
g. 14. Non era il viceré compiutamente per-
Jn. 1512. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLII. 8r
suaso che fosse vantaggiosa al re Ferdinando la
restituzione dei Medici in Firenze, onde il suo
principale scopo era quello di atterrire i fiorenti-
ni per taglieggiarli: offrì per tanto nuovamente
di trattare d''accordi, ma a patto che fossero som-
ministrate le vettovaglie alla sua armata finché
continuerebbero le negoziazioni , perchè la cam-
pagna era deserta ed i contadini avean trasportate
le raccolte nelle terre murate. Ossia che in que-
sta occasione il gonfaloniere si facesse più ardilo
delPusato suo costume, per la speranza che la pe-
nuria dei viveri costringesse quesfarmata a riti-
rarsi, ossìa ch'egli avesse malamente provvedu-
to al trasporto delle vettovaglie al campo nemico,
il fatto sta che gli spagnuoli cominciarono a pro-
var ben tosto la fame, ed i soldati mal sopportan-
dola ricominciarono le offese contro Prato, dove
eran certi di trovare viveri in gran copia. Nella
notte del 29 al 3o agosto le truppe del Cardone
cambiarono gli alloggiamenti, e vennero ad ac-
camparsi innanzi alla porta del Serraglio, dove
posero di nuovo i due loro cannoni in batteria.
Nelle prime scariche un dei loro cannoni si ruppe,
nia gii spagnuoli continuarono a batter le mura
colP altro. In poche ore si vide aperta una brec-
cia larga venti piedi, molto alta dal suolo, alla
quale però un rialto attiguo al muro agevola-
va r ingresso. Alcuni soldati spagnuoli salirono
nella breccia ed uccis'U'o quei fanti che vi sta-
vano di guardia : ciò bastò per atterrire tutti gli
altri ^ e sebben vi fosse al dì là del muro una
schiera di fucilieri e «li picchieri, i quali avrebl>er
Si. Tose. Tom. 9. ' 8
8a AVVENIMENTI STORICI Jn, 1 51 2#
potuto con somma facilità difenderlo, non appena
ei videro gli spagnuoli sulla breccia che incomin-
ciarono tutti a fuggire. 1 vincitori maravigliatisi
di tanta viltà entrarono in Prato da ogni parte ,
e fecer bentosto conoscere ai fuggitivi come la
paura assai peggio consigli che il coraggio. Poche
centinaia di loro sarebber perite, sostenendo an-
che il più micidiale assalto. AlPincontro la fuga
detteli quasi lutti in preda alla morte senza di-
fesa. In questa occasione gli spagnuoli vinsero di
lunga mano in crudeltà gli espugnatori di Brescia
e di Ravenna. La maggior parte degli storici narran
che circa 5ooo persone senza combattere, sen-
za difendersi, senza aver provocato, furono inu-
manamente uccise^ tutte le case, tutte le chiese
vennero saccheggiate con crudeltà inaudita^ e gli
abitanti spogliati d'ogni cosa furono in oltre or^.
ribilmente tormentati , onde i loro amici e pa-
renti mossi a compassione s'inducessero a redi-
merli. Il duomo in cui si erano rifuggite molte
donne, fu solo preservalo dal sacco , la mercè di
una salvaguardia che ottenne per quella chiesa
il cardinale dei Medici (a6).
g. i5. Il sacco di Prato durò ventuu giorno,
ed i fiorentini comportarono il veder condursi le
carrate dei panni insanguinati , e le spoglie dei
pratesi a vendersi da santa Maria del Fiore al
pubblico incanto in su i loro propri occhi, ed
andare gli spagnuoli per la città a piedi ed a ca-
vallo, come padroni del tutto. E di più l'ingordi-
gia degli altri sudditi, che colle carra andavano e
venivano a Prato a comprar grauo; biade, olii e
jin. \o\2, DEI TEMPI BEPUBB. GAP. XLTI. 83
grasce d^ogni sorta per poco, le masserizie e le
botteghe quasi per niente, saccheggiando di nuo-
vo le robe degP infelici pratesi , della roba dei
quali vituperosamente si empierono Firenze, Pi-
stoia, tutta la Val di fievole. Empoli, s. Miniato,
tutto il Mugello ed il bolognese (27). Dopo di che
nessun si maraviglierà se la miseria durò poi tanti
anni , e se la città fu costretta a perdere quasi
tutto il suo territorio che non ha mai potuto ria-
cquistare. La popolazione cominciò a diminuire
notabilmente, e poi ci vollero più di tre secoli
perchè tornasse allo slato in cui era avanti il
i5ia(28). Il giorno del sacco avvenne che nel
monastero di santa Margherita un moro nel
portar via un vaso d'argento, dove era il Santis-
simo Corpo del Signore, il quale era tenuto in
mano dalla badessa di quel monastero, nel levar-
glielo di mano gettò per terra Tostia. Veduta poi
una bellissima giovane,nioglie di Virgilio del Ger-
la, voleva menarla via, ma ciò non polendo fare
si partì per tornarvi poi a prenderla col cavallo.
Allora questa giovine prese quelPostia e si racco-
mandò a Dio ed alla gloriosa Vergine Maria, quan-
do alfistante ricomparve il moro, che atterratala
per forza trascinavala fuori del monastero , e
quasi non vi era più rimedio ; ma giunse quivi
air improvviso un frate francescano spagnuolo
stato mandalo a guardia al monastero di s. Gior-
gio, e veduta tal violenza scacciò il moro e liherò
quella giovine^ dopo diche il frate palesò il tutto
al viceré, il quale fece ardere vivo il moro per
tanta scelleraggine (29).
84 AVVENIMENTI STORICI ^rt. 1 51 2 .
g. i6. La notizia della presa e della strage di
Prato empì Firenze di spavento e di costerna-
zione . Stavano adunati in città 16000 uomini
deir ordinanza j; ma i loro commilitoni avevano
dimostrata sì gran viltà, che non potevasì riporre
in loro la più lieve speranza. Il più gran numero
dei cittadini non desiderava cambiamento di sta-
to^ ma tutti eran privi d'ogni coraggio guerriero^
tutti disperavano di poter respingere il nemico ,
e non volevan porre la capitale nel perìcolo di
soggiacere alle sciagure di Prato . II viceré non
avea rotta ogni pratica d' accordo^ ma avendo
soddisfatto ai suoi bisogni, e trovati in Prato da-
nari e viveri in abbondanza , aveva ingrandite
assai le sue pretese,e non chiedeva meno di cen-
tocinquantamila fiorini. Tutta la città si trovava
in una spaventosa confusione 5 la signorìa era
perduta d'*animo, e lo stesso gonfaloniere che più
non celava il suo terrore, aveva offerto di depor-
re il magistrato (3o). In questi frangenti a.S, o 3o
giovani delle più illustri e ricche famiglie di Firen-
ze, che da lungo tempo avevano per costume di
adunarsi negli orti di Bernardo Rucellai,diventati
per essi famosi, onde intrattenervisi intorno alle
cose delle lettere e delle belle arti , risolvettero
di prendere essi medesimi la mutazione del go-
verno^ o sia ch'ei riguardassero la piena libertà
dei loro antenati siccome contraria alTaraore dei
piaceri e della loro poesia , o sia che giudican-
do necessaria cosa il cedere blandamente alla
tempesta, volessero, col riformare essi medesimi
lo slato, salvare il gonfaloniere. Ben''erano per-
rf#/J.1512. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLII. ^o
5uasi quei giovani, die quandoaacora iloro con-
cittadini non assecondassero i disegni, non li
avrebbero neppure attraversati. Capi di quella
brigata erano un Bartolommeo Valori, un Paolo
Vettori, un A.nton Francesco degli A.Ibizi, i Ru-
cellai, i Capponi, i Tornabuoni ed i Vespucci, i
quali eran quasi tutti congiunti in stretta pa-
rentela col Soderini e coi di lui aderenti (3i).
g. 17. Questi giovani congiurati, che pochi
mesi prima avevano avute segrete corrisponden-
ze con Giulio dei Medici, entrarono nel palazzo
pubblico la mattina del 3i agosto air indomani
della presa di Prato. Pervennero senza contrasto
fino alle stanze del gonfaloniere , il quale non
avea provveduto per nulla a difendersi, ed era
determinato di deferirsi in lutto alla sorte. Lo
niinacciarono di morte, se non usciva subito di
palazzo, e per lo contrario promisero di salvarlo
se condiscendeva ai loro desideri. Tutta la città
s* era posta in movimento alla notizia dì cotale
intrapresa, ma negli assembramenti che si anda-
van formando nelle vie, udivansi bene pochissi-
me voci accusare il gonfaloniere, ma niuno era-
vi che ardisse prenderne le difese . I congiurati
trassero il gonfaloniere nella casa di Paolo Vetf
tori posta lungo V Arno , ove lo tennero ((uella
notte, ed in pari tempo fecero adunare la signo-
ria, i collegi, i capitani di parte guelfa, i decem-
viri della libertà , gli otto di balìa ed i conserva-
tori delle leggi. Richiesero subito a quest'assem-
blea di deporre il gonfaloniere ^ ma di quasi 70
suffragi, nove soli furono per la deposizione del
8*
86 AVVENIMENTI STORICI Jn.^u^2.
Soderini . Allora Francesco Vellori ad alta voce
gridando disse all'assemblea queste parole: „ con-
cittadini! coloro che oggi credono salvare il gon-
faloniere dando il suffragio a suo favore, congiu-
rano alla di lui rovina , perchè i suoi nemici Io
uccideranno se non possono farlo deporre „ : que-
sta minaccia non tornò vana^ ed il Soderini fu
legalmente privato della dignità.Fatta notte egli fu
avviato per la strada di Siena alla volta di Roma,
raa avendo udito per via che il papa avea fatti
confiscare i suoi beni, si volse tosto verso Anco-
na d'onde recossi a Ragusi . Deposto il gonfalo-
niere furono subitamente inviati ambasciatori al
viceré per avvisarlo che la repubblica avea con-
disceso ai di lui desideri, e per conoscere quali
fossero le sue intenzioni . Il Cardone prima di
tutto chiese danaro: volle 80000 fiorini per Tar-
mala spagnuola, 40000 per Pimperatore, aoooo per
sé, e volle che Firenze in pegno della sua devo-
zione alla santa lega, assoldasse il marchese della
Palude e lo ricevesse in città con duecent'uomini
d'arme spagnuoli. Rispetto ai Medici egli doman-
dò soltanto che fossero restituiti in patria come
cittadini, ed avessero la facoltà di redimere i Io-
io beni ch^erano stati confiscati^ dimodoché sem-
brava lasciare ai fiorentini la speranza di con-
servare l'antica libertà (3a),
g. 18. 1 fiorentini e li stessi riformatori dello
slato lieti per questa speranza. s''accinsero, a ciò
condiscendendo Giuliano de''Medici ch'era uomo
di mite e pacata indole,ad un novello ordinamen-
to dello slato, che sodisfacesse a lutti i parliti.
jÌnJ5]2, DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLIT. 87
Giuliano senza aspettare che una sentenza dei
magistrati annullasse la sua condannagione, era
entrato in città il a di settembre, ed aveva preso
alloggiamento nella casa degli A.lbizi, i quali an«
noveravansi in allora fra ipiù caldi suoi partigia-
ui,sebbenei loro antenati fossero stati per mollo
tempo i rivali della sua famlglia.Una nuova legge,
alla quale egli consentiva, fu presentata al gran
consiglio il 7 di settembre per modificare la demo-
crazìa sènza affatto distruggerla. L'ufficio di gon-
faloniere in vece d'esser perpetuo era dichiarato
annuale^ al gran consiglio dovea sottentrare una
balìa, incaricata della maggior parte delle elezio-
ni. ]>Ia questo consiglio, di cui si ristringevano le
attribuzioni, non era tuttavìa abolitoitinalmente
Giambatista Ridoltì veniva proposto per gonfalo-
niere in luogo del Soderini. La legge fu vinta
nel gran consiglio, e di i5oo suffragi iio3 furono
])ropizi al Ridoltì.Era questi prossimo parente dei
Medici, ma ai tempi del Savonarola si era mostrato
zelante per la libertà e per lo stato popolare, ed i*
suoi concittadini ne facevano gran conto a mo-
tivo della di lui prudenza e fermezza (33).Sennon-
che i più zelanti partigiani de\\[edici non eran
sodisfatti di tanti riguardi, perciocché speravano
più compiuto il rivolgimento dello stato^ e finché
non era abolito il gran consiglio, finché un ami-
co delia libertà era capo del governo, temevano
sempre che il partito, il qual godeva il favore del
popolo, non riacquistasse la primiera autorità, to-
stochè si fosse allontanata P armata spagnuola
e forse uon bandisse di nuovo i Medici. Ebbero
88 AVVENIMENTI STORICI jin, 1512.
pertanto ricorso al cardinale Giovanni,e gli rap-
presentarono i pericoli della soverchia condiscen-
denza di Giuliano di lui fratello. Il cardinale era
disposto a trarre maggior partito dai suoi van-
taggi, ed a giovarsi, per compiere il rivolgimento
dello stato delia dimora in Toscana delP armata
spagnuola. Fin allora il cardinale s^ra trattenu-
to a Prato colPesercito spagnuolo: subito risol-
vette di venire in città e fece il suo ingresso in
Firenze il 14 di settembre^ ma in vece di presen-
tarsi nella sua qualità di legato della Toscana,
con una comitiva di preti e di cittadini, volle aver
un corteo tutto militare, e lo compose d^uomini
d^arme e di fanti spagnuoli e bolognesi. Andò a
smontare al palazzo de'^lVIedicì, ove reraronsi a
visitarlo i principali cittadini dello stato, e sol-
tanto due giorni dopo recossì al palazzo pubblico
cogli ambasciatori del papa e del viceré per vi-
sitare la signorìa (34)'
§. 19. Il Ridolfi ch'aera sempre stato del partito
ronlrario al Soderini, aveva accomiatata l'antica
guardia del gonfaloniere e della signorìa, ma non
aveva avuto il tempo di arruolarne un''allra, dimo-
doché il palazzo pubblico non era difeso. Il cor-
teggio che aveva accompagnato il cardinale dei
Medici vi entrò con lui, e s^impadronì del palaz-
zo senza contrasto. A.llora i partigiani de'iMedici
fecero risuonare la piazza di minacciose grida; e
Giuliano presentatosi al consiglio degli ottanta,
il richiese del pari che la signorìa di chiamare il
popolo a parlamento. Da lungo tempo la convo-
cazione delle tumultuose assemblee chiamate
^/i.15t2. dei tempi replbb. gap. xlii. 89
parlamenti era il segnale di un qualche rivolgi-
mento nello stato^ per la qual cosa nel creare il
gran consiglio, che comprendeva tutti i cittadini,
avevano i fiorentini avuto di mira di abolire in
certo modo i parlamenti. La signorìa ed i collegi
resistettero per qualche tempo alle domande dei
Medici, ma finalmente dovettero cedere alla for-
za,e la maggior campana fu suonala per adunare il
popolo. I cittadini si recarono in poco numero
sulla piazza, e i Medici ebbero Taccortezza di
mandarvi gran numero di soldati e di gente stra-
niera, che risposei'o colle grida in nome del popo-
lo fiorentino. Due ore prima di notte la signoria
scese alla loggia,da cui si arringava il popolo, ed
ivi lesse le nuove proposte, delle quali i Medici
chiedevano l'approvazione. In virtù di tali pro-
poste dovevano essere abolite tutte le leggi por-
tale dopo il i494^ doveva per un anno essere
creata una nuova balìa rivestita di tutta l'autori-
tà del popolo di Firenze, e questa balia doveva
esser composta del gonfaloniere, degli otto nuovi
priori, di dodici altre persone scelte in ognuno
dei quattro quartieri,di cui i nomi scritti dai Me-
dici furon pure letti al popolo^ finalmente di un-
dici arroti o siano aggiunti, i quali, dopo che già
era stata fatta la prima scelta dalla segreta con-
sulla de'Medici, avevano per singoiar favore ot-
tenuto di essere aggregati a quel collegio. Questa
balìa,a cui fu conceduto il drillo d'assumere nuo-
vi membri, dovea pure aver facoltà di prorogare
d^anno in anno la propria autorità: ed infatti fu
essa inedesima^che impadronitasi ormai d^ogni au-
9a AVVENIMENTI STORICI ^«.1512.
torità nella repubblica, continuò a reggerla senza
nuova creazione fino al i5a7, nel quafanno i Me-
dici furono per Pultima volta sbanditi da Firenze.
liSL stessa balia dovea deputare sotto nome di ac-
coppiatori un determinato numero de''suoi mem-
bri, ai quali era data la facoltà di eleggere ormai
arbitrariamente il gonfaloniere ed i priori. Quanto
è al gonfalouiere,che in allora sedeva, Giambatista
Ridolfi, ei fu richiesto il primo di novembre di
deporre la caiica. Tale fu la stretta e vergognosa
oligarchia che venne sostituita al libero e legitti-
mo governo della repubblica. Il parlamento ap-
provò ogni cosa, perchè i cittadini ch'eran dispo-
sti ad acconsentire a tutto, si recaron soli sulla
pubblica piazza, in mezzo ai soldali che facevaii
forza alla loro patria. La nuova balìa pochi cit-
tadini condannava, ma aboliva quasi tutti i ma-
gistrali cui s''aspettava il proteggere la^libertà^
inoltre ella accomiatò il i8 settembre Tordinan-
za o sia milizia fiorentina , e fece disarmare il
popolo (35).
g. 20. Riusciva non agevol cosa il trovar subito
il denaro necessario per appagare le ingorde brame
degli alleati.ll 2.3 di settembre la balia fu costretta
di torre a prestanza forzata 80000 fiorini,coI di cui
prodotto furono pagati gli spagnuoli. In queste
commozioni la città di Volterra non provò alcu-
na calamità, anzi ebbe favorevol motivo di po-
ter dimostrar la sua fede ed attenzione verso la
repubblica fiorentina , poiché avendo inteso che
essa penuriava di denaro, i priori di Volterra de-
cretarono che si dovessero aprire tutte le casse
;^/l.1511. DEI TEMPI REPUBE, CAP. Xtn. Ql
del comune, e dopo aver contati i denari che vi
erano, fossero spediti ai fiorentini. Yi trovarono
looo fiorini e glie li mandarono senza chiederne
sicurezza veruna, offrendo loro inclusive il san-
gue e la vita (36). Ogni membro della balia ebbe
poscia facoltà d*" indicare otto cittadini del suo
quartiere, tra coloro che sì credevano più affe-
zionati ai Medici e più contrari al governo popola-
re. La lista di costoro, che comprendeva 648 cit-
tadini, fu ridotta a 200 per squittinio segreto, e
questi furono considerati come rappresentanti
del popolo fiorentino, o sia come il consiglio del-
la repubblica, che fu poi detto il consiglio degli
arroti. I Medici formando questo consiglio eb-
bero particolar cura di non lasciarvi compren-
dere veruno dei partigiani del Savonarola, i qua-
li eransi proposti di volere ad un tempo gua-
rentire la libertà e riformare la chiesa. Di tutti i
partiti che v'aerano in Firenze,questofu il più ri-
gorosamente escluso da qualunque ufficio del go-
verno . Il primo gonfaloniere eletto il a di no-
vembre dai venti accoppiatori della balìa per
succedere a Giarabalista Ridoltì, fu Filippo Buon-
delroonti vecchio di 7X anni. Ninno di queir an-
tico casato, il di cui nome ricordava le prime
contese dei guelfi coi ghibellini, avea peranno
ottenuto il gonfalone, perchè tulli gli antenati di
Filippo Buondelmonfi , ed egli medesimo aveva-
no in ogni tempo parteggiato per gli ottimati , e
mostrato gran disprezzo pel popolo. Tale elezione
riusci perciò oltremodo spiacevole agli amici de Ila
libertà, e nella slessa signoria più volte fu f.Jlio
9a AVVENIMENTI ST0RÌC1 AnS\SM*
rimprovero al Buondelmonli di non esser per
nulla accetto ai suoi concittadini (07).
g. ai. Il risultamento di questa rivoluzione
fu il ritorno in Firenze del cardinale Giovanni e
Giuliano de'Medici. ambedue figli del magnifico
Lorenzo-, di Giulio cavaliere di Malta e priore
di Capua, ch'aera figliuolo naturale di Giuliano,
fratello del Magnifico^ e di Lorenzo li, ch'era
figliuolo di Pietro il primogenito dei tre tìgli del
Magnifico , annegatosi nel Garigliano, Conduce-
vano seco pure costoro due fanciulli della lo-
ro schiatta ch'erano Ippolito figliuolo naturale
di Giuliano II , e Giuliano figliuolo naturale di
Lorenzo li, nei quali due si spense Tantica stir-
pe dei Medici , ninno dei maggiori della quale
aveva legittima discendenza . Appena i Medici
Irovaronsi di nuovo assisi in seggio, che si vide
sorgere nella repubblica l'infesta razza dei corti-
giani, gente estranea agli antichi costumi ed al
carattere della città. Molti di costoro discende-
vano da famiglie illustri, un tempo per T amore
di libertà , se non che per vanitoso animo , per
vaghezza di piaceri , o per isperanza di rivilzare
col favor della corte la cadente loro fortuna, ei
s*inducevano a preferire il servigio dei principi
alla partecipazione della sovranità in uno stato
libero. Vantavano essi in quel tempo T inaltera-
bile loro fedeltà alla casa dei Medici, e sebbene
il rivolgimento in favore di questa casa si fosse
operato colle armi straniere, essi davano ad in-
tendere d'aver tutto disposto per tal uopo colle
segrete lor pratiche, o tutto a-evolalo coi loro
'^/l1512. DEI TEMPI RÉPUBB. CAP. XLII. 98
tradimenti . Ad udirli pareva che essi medesimi
avessero dato in mano'degli spagnuoli i passi del-
TAppennino, Campi e Prato, ed impedito che
queste città fossero approvvisionale. II vero è che
costoro già da lungo tempo corrispondevano con
Giulio dei Medici, ch'era il principale agente del
cardinale suo cugino, e che le loro lettere senza
indirizzo e senza sottoscrizione eran poste in un
buco della muraglia del cimitero di s.Maria Novella,
ove un messo deponeva inseguito le risposte sénza-„
conoscere né il nome, né la stanza, né il viso di
chi scriveva. In premio di queste lunghe pratiche
a danno della patria, essi chiedevano grazia e
favore ai Medici; ma coi loro turpi sforzi non al-
tro ottennero che d'esser fatti segno al disprezzo
dei loro concittadini e dell'età future: il viceré
Cardone era ripartito da Prato e andato alPasse-
dio di Brescia (38).
§. 22. Giulio II pontefice, a cui tutto dava noia,
trovò strano ed indecente che il cardinale de^Me-
dici passeggiasse per Firenze circondato dagrala-
bardieri, dicendo ch'egli era fatto per ispegnere,
non per tollerare le tirannidi. Egli però terminata
l'impresa di riporre in servitù la patria, ricevette
ordine di marciare contro il duca di Ferrara con <
200 uomini d''arme fiorentini. Aveva questi scam- ,
pnta una fiera burrasca, minacciatagli già dal pon^it
tefice . Poco dopo la vittoria dei francesi a Ra^,^,
venna, in cui ebbe sì gran parte , questo saggio
jaincipe previde la loro rovina, e cercò accomu-
tlarsi col papa. Fabrizio Colonna restato suo pri-
gioniero , ma trattalo di lui nobilmente, e lila-
St, Tose. Tom, i), 0
1
94 AVVENIMENTI STORICI Jn. 1512.
scialo senza taglia , prese a maneggiar col papa
l'accordo, e per poter più agevolmente togliere
tutte le difficoltà, ottenne salvacondotto e sospen-
sione d'armi pel duca , il quale si portò a Roma'^
ma appena giuntovi seppe che il nipote del papa,
Francesco Maria della Rovere, era colle genti
pontificie entrato nelle sue terre , ed aveva oc-
cupato Reggio, Carpi, Brescello, s. Felice, Finale
e Cento. Il papa inlimò al duca di cedergli Fer-
rara. Sul di lui rifiuto e sulla domanda di partirej»
gli fu questa negata contro i termini del salva^-,^
condotto. I colonnesi e l'ambasciatore spagnuolo,
solla fede dei quali erasi rapportato , reclamava
indarno^ ma i primi arrossendo che sotto la loro
j)arola si violasse la fede ad un principe sì ri-
spettabile, lo trassero di Roma colla forza delle
arrrii, conducendolo alle loro terre di Marino^ di
là giunse salvo a Ferrara, ov''era stato inviato il
cardinale dei Medici (39), col quale sdegnatosi
pensava il pontefice d' alterar di nuovo lo stato
della repubblica fiorentina, minacciando anche i
lucchesi (4o) . Quanto più T idea indeboliva le
forze del corpo al pontefice, tanto più vasti ne
divenivano i suoi disegni. Ma la morte venne a
rompergli queste idee gigantesche il dì ao feb-
braio del i5i3. Pochi giorni avanti la sua morte
avea fatta scrivere una bolla, colla quale privava
il re di Francia della corona , ed aspirando al ti-^
tolo di liberatore d' Italia dai barbari, meditava
ancora Tespulsione degli spagnuoll dal regno di
Napoli. Onde provvedere il duca d'Urbino, aveva .
prima di morire comprata segretamente ^jena
'JnA5i3. DEI TEMPI REPUBB. CAP. XLII. gS
dall'imperatore IVIassimìliano, e moribondo sup-
supplicò il collegio dei cardinali a concedergli
Pesaro in vicariato, rammentando loro che per
di lui mezzo Taveva la santa sede ricuperato. Fu
fautore delle belle arti: riconosce da lui il prin-
cipio s. Pietro, la prima basilica del mondo^ e le
burbere distinzioni da lui fatte a Michela ngio-
lo (a),in mezzo anche allo sdegno,mostrano quale
slima il fiero suo animo ne facesse (4i).
g. 2.3. Alla nuova della morte di Giulio sì por-
tò a Roma il cardinale de\\Iedici. Poco prima si
era scoperta una vera o pretesa congiura contro
Giuliano e Lorenzo. I capi furono Agostino Cap-
poni e Pietro Paolo Boscoli uomo di lettere. Un
foglio caduto dalla tasca del secondo in cui erano
notati i nomi di circa 20 giovani fiorentini,portato
al governo, fu indizio che si potesse tramare qual-
che cosa. Arrestati il Boscoli ed il Capponi non
confessarono se non d'aver fatti dei discorsi. Su
quel supposto però furono decapitati, e altri con-
finati o carcerati per ispaventare e comprimere
con quest'atto di severità i malcontenti. Fu mes-
so nella lista anche il Machiavelli, al quale costò
una lunga persecuzione: fu carcerato e soffrì co-
me gli altri fino la corda, e rimase condannato
alla carcere, da cui fu liberato cogli altri alle fe-
ste per relezione al pontificalo di Leone X. Si
ritirò il Machiavelli alla sua villa prossima as. Ca-
sciano, ove scrisse l'opeia del principe (^2):
§. 24* S'era intanto incamminato a Roma il
WVed. uv. Cm, N.7.'"'*"'"""^ '^ "■"•
96 AVVEMMEKTI STORICI An» 1513.
cardinale Giovanni de"* Medici, il quale essenilo
allora in età di 37 anni era il più giovane di tulti
coloro, al cui favore i giovani cardinali potessero
decentemente dare il suffragio. Né tale scelta ri-
pugnava a molti dei più attempati cardinali,! quali
fra le turbolenze e i pericoli che sovrastavano
all'Italia, risguardavano come cosa vantaggiosa
per lo stato della chiesa Pavere per sovrano il
capo della repubblica fiorentina, e il far'causa co-
mune colla Toscana. Ma il cardinale Soderini die
meritamente godeva opinione grandissima nel sa-
cro collegio si opponeva con tutti i suoi amici
airesaltazione del capo della famiglia de''suoi ne-
mici. Perciò i partigiani del Medici si adopraro-
no caldamente per riconciliare queste due fami-
glie. Offrirono al cardinale Soderini in premio del
chiesto suffragio di richiamare da Ragusi il gon-
faloniere Soderini, di dargli asilo in Roma, di
restituirgli il possesso di tutti i suoi beni, staggili
in Firenze, e di unire le famiglie Soderini e Me-
dici con un matrimonio. Queste proposizioni fu-
rono accettate ed eseguile poscia a fede, e l'ele-
zione del Medici fu assicurata nel conclave di
giovedì sera io marza Per altro i cardinali noa
procedettero al formale squittinio se non nel
giorno li, e al cardinale Giovanni fu data Tin-
combenza di far lo spoglio dei polizzini coi quali
era eletto papa. Egli prese il nome di Leone
X (43) . L** elezione ebbe i più grandi applausi
non solo nella sua patria, m cui T elargita e le
magnificenze della casa erano sempre presenti, ma
anche presso le estere nazioni, fra le quali viveva
^/I. 1513. DEI TEMPI RÉPUBB. CIP. XLÌI. 9^
ancora la memoria di Lorenzo suo paJre e del
bisavolo Cosimo. Da cardinale avea cresciute le
prevenzioni colli gentilezza del tratto, e colla
prontezza di pi estarsi a favorir tutti anche i suoi
nemici. Firenze fu piena di gioia: non si udivano
che grida festive: non si vedevano che stemmi dei
Medici appesi alle case, alle chiese, ai pubblici
luoghi. Dodici ambasciatori elesse la città per an-
dare a congratularsi col nuovo papa. Si può im-
maginare con quanta distinzione egli li accoglies-
se: ordinò che fossero liberati dalla carcere tutti
i sospetti deirultima congiura: richiamò gli esuli
Soderini, e in specie Pietro il gonfaloniere che
andò a Roma, ove fissò la sua abitazione: Giulio
cugino del papa priore gerosolimitano di Capua, fu
creato arcivescovo di Firenze, e poco di poi car-
dinale insieme con altri due toscani, cioè il Pucci
datario, poi tesoriere, e Bernardo Dovizi da Bib-
biena suo antico e fedele servitore. Di rado Roma
moderna veduto aveva pompa eguale a quella
in cui fu coronato Leone. La solenne cavalca-
ta si fece nel giorno stesso in cui l'anno scorso
era stato fatto prigioniere alla battaglia di Ra-
venna, e sullo stesso cavallo turco da lui a bella
posta riscattato (44)'
g. 25. Tutte le altre città e paesi della To-
scana fecero a gara a rallegrarsi del fausto avve-
nimento. 1 pistoiesi ne provarono tanfa 11 egrezza
che spedirono ancora due ambasciatori a Firen-
ze*, onde congratularsi con Giuliano fratello del
nuovo pontefice e Lorenzo di lui nipote, di sì gra-
ta promozione. Non contenti di ciò incaricarono
98 AVVENIMENTI STORICI An. 1513.
GiannozzoPandolfinivescovodi Troia a far le loro
diaiostrazioni d''allegrezza al papa, il quale aven-
do gradito molto una tal cosa ringraziò lui ti i
cittadini pistoiesi,egli concesse un breve con gran
lodi^ per la qual cosa i pistoiesi stimaron bene
d'inalzare nella loro città il suo stenima,e lo col-
locarono nella facciala del palazzo coniunitati-
vo (45). I senesi rivali sempre dei fiorentini ri-
guardarono questa elezione come pericolosa alla
loro libertà, specchiandosi nella sorle di Pisa, e
potendo ragionevolmente temere che Firenze
con un sì polente appoggio non li riducesse in
schiavitù, leggendo nei propri pensieri dei fio-
rentini, ai quali quando non fossero mancate le
forze, non poteva mancare la volontà d^ insigno-
rirsi di Siena, nella loro ambascerìa al pontefice
detter dei segni di malumore* e nelle feste istes-
se che per decenza dovetter fare manifestarono
ingegnosamente i loro timori. L'unnico fatto d^im-
portanza pei fiorentini in questo tempo fu la ri-
cuperazione di Pietrasanta e Motrone, che da
molto tempo si trovavano in poter dei lucchesi.
!Naie dispute per confini tra i borghigiani ed i
1 ucchesi. uccisi nella rissa due di quelli, presero i
fiorentini occasione di muoversi contro Lucca,
la quale non vedendo come resister alla tempe-
sta, e temendo peggio, fu contenta che le pen-
denze delle due repubbliche si rimettessero nel ,
papa;benchè sicura d'avere la decisione contro,co-
me avvenne (4^))- La città di Volterra godeva in
questo tempo e rallegra vasi nelPaver ricuperate
molte dignità perdute, mediante gli ampli pri-
jfn. 'iSn, DEI TEMPI REPUBB. cip. XLIT. 99
viligi ed eseuzioni che la repubblica fiorentina
gli concesse, e godellero di lali vantaggi ed una
invidiabile tranquillità fino all'anno i53o(/J7).
g.a6. Leone X si inostròin questo (empo dispo-
sto a riconciliarsi colla Francia, purché Lodovico
XII rinunzinsse allo scisma ed alla protezione del
concilio d i Pisa. Era questo concilio caduto in tan-
to dispregio,che il sostenerlo ormai più non poteva
essere di alcun vantaggio politico, abbenchè Anna
di Brettagna moglie di Lodovico XII punto non
dubitasse, che le scomuniche della santa sede non
dovesser causare l'eterna sua dannai^ione, e quella
del marito. Due dei cardinali che avevano convo-
cato il concilio di Pisa erano stati fatti prigioni
in Toscana, mentre recavansial conclave, in cui
fu crealo Leone X. Umiliatisi al papa, essi avea-
no abiurato lo scisma, ed erano perciò stali ri-
posti nella loro dignità. Pochissimi prelati si tro-
vavano tuttavia adunati in Lione per servire all^
politica del re^ ma quasi tulio il popolo francese
aveali in conto di scismatici, ed essi medesimi
oredevansi probabilmente colpevoli. Finalmente
Lodovico XII acconsenti ad abbandonarli; e con
un alto sottoscritto a Coi bua e letto nel concilio
di Luterano, rinunziò al conciliabolo di Pisa, ade-
rì al concilio di La! erano, e promise che sei dei
prelati che avean seduto nel concilio scismatico
verrebbero similmente ad abiurarlo in Roma a no-
me di lulla la chiesa gallicana (48). Leone X avea
promesso a Giuliano suo fralello di formargli un
illustre stalo, e a Ini pntlo avevalo indotto a la-
sciar a Lorenzo, figliuolo di Pietro de*>Iedici, le
100 AVVEN1ME!?TI STORIAI ^^^/z. 1513.
cure della repubblica fiorentina. Era intenzione
del papa di erigere per Giuliano un nuovo prìn-
cipafo composto degli stati di Parma e di Pia-
cenza, ai quali voleva aggiungere Modena e Reg-
gio, spogliandone la casa d'Este. Perciocché seb-
bene avesse da principio fatte al duca alfonso le
più lusinghiere promesse, sebben gli avesse fatto
tenere il gonfalone della chiesa nella cerimonia
della propria incoronazione , non aveva ancora
ri vocale le sentenze proferite dal suo predeces-
sore contro di lui. E benché avesse promesso al
duca di Ferrara la restituzione di Reggio entro un
determinato tempo, due volte era scaduto questa
termine e due volte Leone avea mancato alla
promessa (49). Giuliano s'era congiunto in ma-
trimonio con Filiberla figlia del duca di Savoia
e sorella della madre di Francesco I. Divenuto
parente della casa reale di Francia, fu creato pre-
fetto di Roma, generale e gonfaloniere dì santa
chic a. In quest'anno medesimo cessò di vivere
Loc'ov C) XII, di cui più volle facemmo cenno in
queste pagine indietro, e passata la corona al du-
duca d** A.ngoulerame si fece chiamare France-
sco I (5o).
g. 27. Passato Francesco in Italia vinse la fa-
mosa battaglia di Marignano, dove Lorenzo dei
Medici comandava le truppe fiorentine unitamen-
te al viceré, ma con istruzione di Leone X d''agire
più da neutrale che da nemico. Francesco dette
un'altra battaglia agli svizzeri con esito favore-
vole, onde il papa accelerò seco il trattato che
Francesco sollecitava: i due sovrani si promisero
jin. 1515. DEI TEMPI REPUBB. CAP. XLII. lor
soccorso scambievole per la difesa dei loro stali
in Italia, e la protezione del re fu accordata per
Giuliano Lorenzo de\>Iedici ed i fiorentini. Lo-
renzo eletto ambasciatore dei fiorentini andò d^or-
dine del pontefice a Francesco, e fu convenuto
d''un abboccamento tra loro a Bologna. Lo Sforza
chiusone! castello di Milano si arrese poco dopo,
facendo la cessione dei suoi stali a Francesco, e si
ritirò in Francia colla pensione di 3o,ooo duca-
ti (5i). Partito da Roma Leone X il di 6 di no-
vembre, accompagnalo da i8 cardinali, con una
comitiva adattata agP illustri viaggiatori , fu ai
confini incontrato da sei ambasciatori fiorentini,
fra i quali trovossi lo storico Guicciardini, e prese
la strada di Cortona , d^ Arezzo, di Montevarchi.
Giunse alla Madonna delTImpruneta, indi s'arre-
stò tre giorni a Marignolle nella villa Giunli-
gliazzi, perchè fossero terminati i pomposi appa-
rati che le continue piogge avevano interrotti.
Fece il suo ingresso Tultimo giorno di novembre,
giorno di s. Andrea. Colonne, archi trionfali, ma.
gnifìci arazzi, ricchi paramenti ornavano la stra*
da per cui il papa colla nobile comitiva passava
^otto il baldacchino portato dai collegi. Intorno
alla sedia del papa era la signoria: dietro veniva
lin''altra sedia vuota che a vicenda portavano cento
giovani fiorentini riccamentt; ed uniformemente
vestiti. Era stato gettalo a terra l'antiporto di s.
Piergaltolini, e slava li un arco trionfale, altri ve
liberano a s. Felicità in piazza, alla loggia dei Fre-
scòbaldi, passalo il ponte a s. Trinila, alla piazza
dei aji^QQrjexl.^l^rpveiej^ tacciata .dji^llap»itledraU
101 AVVENIMENTI STOEICI ^/i. 1515.
era ornala d'un disegno elegante, che poteva porsi
in opra, qualora s^incrostasse di marmi. Dopo aver
visitata la cattedrale andò il papa a prendere a s.
Maria Novella il solito albergo dei pontefici; ma il
dì appresso passò alla casa paterna, ove languiva
di lenta malattia il suo fratello Giuliano. Dopo
due giorni s'incamminò a Bologna, dov''entrò il dì
7 dicembre (5a).
g. aS.Leone X aveva nella famiglia dei signori
di Siena un favorito per nome Raffaello Petrucci,
vescovo di Grosseto, persona a lui devota e fede-
le, ma rozza ed ignorante e di corrotti costumi, fi
papa avea nominato questo Raffaello castellano
di Castel s. Angiolo, ed in appresso divisò di farlo
capo della repubblica di Siena, finché questa città,
chiusa tra gli stati della chiesa e dei fioientini,
fosse da lui dipendente, non meno che gif stati
che l'accerchiavano. Vitello Vitelli per ordine del
pontefice condusse a Siena il vescovo di Gros-
seto con 200 cavalli e duemila fanti, e dettegli
il possesso della signoria. Borghese Petrucci uscì
di città senza che gli bastasse 1' animo di fare
uno sforzo per conservare la sua autorità. Il nuo-
vo signore richiamò alcuni fuorusciti, sbandì in
scambio tutti coloro che aveano avuta molla par-
te nelPultimo governo, ed in breve rese la sua
tirannide odiosa a tutti i senesi (53).
g. 2,9. Una scintilla di malignità restata occulta
neir animo de** fazionari Panciatici e Cancellierì
Tenne in questo tempo a cambiarsi in atroce
fiamma, poiché tornando a Firenze un pistoiese
della parte cancelliera fu ucciso nella strada di
S//I.1515. DEI TEMPI RÈPUBB. CAP. XLir. IÒ3
Peretola da un^altro pistoiese di parie panciatica.
La fazione cancelliera adiratasi per questo si adu-
nò in gran numero ma in segreto, per andare ai
danni della parte panciatica. Venuto ciò a noti-
zia de** rettori delia città di Pistoia fecero alPistan-
te citare dieci di ambedue le fazioni, che appena/^j
comparsi furon subito confinati nel palazzo pre-'*
torio. I rettori temendo della parte panciatica
che si adunava, ne avvisarono i vicari imperiali 1»
fiorentini, i quali mandaron tosto a Pistoia due'
commissari con trecento pedoni e 80 cavalli, che
avendo sequestrate le persone principali d'ambe
le parli fecer dare il sacco ed il fuoco alle case
di parte panciatica, ch'essendosi ritirata nel ter-
ritorio lucchese, fu da quella repubblica rimessa
ai fiorentini, dai quali per mano del carnefice se
ne fecero decimare i capi. Mentre procura vasi di
quietare tali dissensioni in Pistoia, si fecero sen-
tire maggiori turbolenze nella montagna, giacché
sollevatesi le fazioni a Lizzano e convenuto ai
Panciatici di fuggire a Cutigliano, furono insegui-
ti dai Cancellieri, e colà attaccata aspra battaglia
si percossero fortemente. Queste dissenzioni eran
per pigliar vigore, ma la vigilanza del governato-i^
re di Firenze ridusse tutto lo stato pistoiese in '
pif*na tranquillità e pace. Anzi, siccome il gover-
natore confidava molto nella fede dei pislotesi ^n
cosi chiamò molli di loro a custodia e guardia del-^
la casa Medici. Ma i fiorentini che reputavano di
poca durala l'aggiustamento del loro governatore
per le cose dei pistoiesi, fecer di nuovo pubblica-
re con gran rigore i capitoli della pace ultima^, i
1^
l64 AVVEDIMENTI STORICI ^/I.1515.
mente stabilita, e così ridussero concordi e del
tutto pacificate le parti (54).
g. 3o. Giunto il pontefice a Bologna, ivi non
ebbe molti applausi: anzi il popolo attaccato sem-
pre ai Bentivogli , la di cui arme era una sega,
gridava serra serra. Venne ivi a trovarlo il re
Francesco e si trattò di comuni interessi. Avendo
il papa conosciuto nel giovine re di Francia l'ar-
<lente desiderio di riconquistare il regno di Napoli,
che considerava come retaggio della corona fran-
cese, si sforzò di dissuaderlo, e se non potette
svolgerlo, Tindusse a differirne il disegno duran-
te almeno la vita di Ferdinando, il fine della quale
non pareva lontano. Non furono obliati in que-
st'abboccamento gl'interessi di casa Medioi. alla
quale il re promise onorifici stabilimenti, racco-
mandando però al santo padre la restituzione di
Modena e Reggio al duca di Ferrara,ciòche fu prò- 1^
messo e non mantenuto, e il perdono del duca
d'Urbino, il quale fu rifiutato, ma colle più dolci
maniere.Tornato il papa a Firenze si rinnovarou
le feste dei suoi concittadini, ed egli fu somma- *
mente prodigo a quella città, ed in specie a santa ^
Maria del Fiore, ov'era stato canonico, d'onori e 1
tesori spirituali. Fra i doni vi fu una mitra coper-
ta di perle, di rubini, di smeraldi, di diamanti di
inestimabii valore. Queste pompe e la presenza
del fratello costituito nella più alta dignità non ^
sollevarono Giuliano dairinfermità cheto condu- ^
ceva lentamente alla tomba. Aveva ottenuto poco 1
innanzi dal re di Francia il titolo di duca di Ne- 'I
moursj ed essendo stati vani lutti i rimedi, poco ^
An. 1517. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLll. Io5
dopo la partenza del papa morì , universalmenU»
compianto, il dì 17 marzo nella Badia di Fiesole,
ove s'era portato per respirare un'aria migliore,
nella fresca età d'anni frentasette, non lasciando
che un figlio naturale nato nel tempo del suo e-
silio ad Urbino, che fu poi il cardinale Ippolito. Era
dotato Giuliano di amabili qualità, di gusto per
le lettere e per le arti, quasi ereditario della fa-
miglia Medicea. Non aveva mai veduto Firenze un
convoglio funebre sì pomposo come quello con
cui Giuliano fu condotto alla tomba. Questa lu-
gubre processione passò per le più frequentate
strade di Firenze, ove tre mesi avanti in circa era
passato vivente in trionfo (55).
g. 3i. Morto questo protettore, il duca d'Ur-
bino non ebbe più scampo, giacché Lorenzo in-
vase quel ducato, ed il papa glie ne concesse la
investitura. Quel duca si ritirò a Mantova presso
il suocero, e Lorenzo in seguito portatosi a Ro-
ma ricevette il bastone di generale della chiesa,
che avea posseduto Giuliano . Francesco Maria
della Rovere aiutato da alcune truppe spagnuole,
guidate da Maldonato, e da altri soccorsi del si-
gnore da Bozzolo e del suo suocero, attaccò im-
provvisamente il suo stato d''Urbino un''altravol
ta, e se ne rese padrone (56). Ai primi avvisi che
ebbe il pontefice mandò gente e capitani, e già
Lorenzo avea posto mano a servirsi dei battaglio-
ni dell' ordinanza fiorentina. Questa guerra pel
ilucalo d'Urbino durò otto mesi, nella quale per
la diflidenza e tradimenti dei soldati forestieri,
ambe le parti ebbero a vicenda diverse sorti,edin
St. Tose. Tom, 9. 10
I06 AVVENIMENTI STORICI An. 1517.
una zuffa restò anche molto ferito lo stesso Lo-
renzo: Finalmente mancando tulli di denari, ed
essendo ormai stanchi, si venne ad un accordo pel
quale restò al papa il ducato, e Francesco-Maria
potette ritornarsene a Mantova con tutta la sua
artiglierìa, roba, e soprattutto colla famosa libre-
rìa che mediante molte spese e fatiche era stala
riunita da Federigo suo avolo materno. Cosi finì
questa guerra la qual costò più di 800000 ducati,
la maggior parte sborsati dai fiorentini (57)*
g. 32. Il cardinale Alfonso Petrucci. per ven-
dicare i torti che avea ricevuti il suo fratello
Borghese lasciato al governo di Siena dal padre
loro Pandolfo , e le mutazioni di governo fatte
dal papa in quella città, ordì una congiura per
ammazzare il pontefice. Eran seco lui uniti altri
cardinali^ fu pensato a varie maniere per disfar-
sene, e il Petrucci trasportato dalla giovanile sua
collera, confessò che più volte era stalo tentato
d''ucciderlo colle sue mani in concistoro. Final-
mente avea subornato un abile chirurgo, cogno-
minato Batista da Vercelli, per fargli avvelenare
la piaga fistolosa da cui era da lungo tempo af-
flitto. Il Petrucci esaltando la perizia del Batista
era giunto a persuadere tutta la corte del papa,
che licenziato Tantico chirurgo, al nuovo se ne
commettesse la cura. Ma vi si oppose la verecon-
dia quasi femminile del papa, che non volle espor-
re le ascose parti alla vista d'un nuovo operato-
re. Scoperta la trama per lettere intercette, fu-
rono arrestati il cardinale, il suo segretario ed
il chirurgo: torturati confessarono il delitto ed
yinJÒil. DEI TEMPI HEPUBB. GAP. XLll. 10^
i complici. Adunalo il concistoro,dolendosì il pa-
pa della sua sorte, espose Pordine della congiura,
aggiungendo che in queiristesso luogo erano dei
cardinali rei del delitto, ai quali, se liberamente
confessassero, avrebbe perdonato. Allora s'alza-
rono il Soderini e il cardinale di Corneto, e pro-
strati a lui davanti gli domandarono perdono .
Fattone solennemente il processo , ne successe
l'arresto anche dei cardinali Sauli, e Riario. Fu il
Petrucci strangolato in carcere, il Mini e il chi-
rurgo pubblicamente attanagliati. Degli altri car-
dinali, quale fu chiuso in carcere, quale privato del
cappello. Tutti però, dopo qualche tempo, furono
liberati e restituiti ai primi onori con la multa di
grandissime somme di denaro. Il cardinale Adria-
no da Corneto però, non si 6dando, fuggì, né più
ricomparve sulla scena del mondo. Si pretende
che portando seco nella fuga de*" tesori, giacché
era ricchissimo, fosse dai suoi seguaci o da altri
assassinato. Era questo un uomo giunto alla for-
tuna pe'suoi meriti, e per la sua destrezza: po-
chi scrittori vi erano nelPelegante corte di Leo-
ne, che r eguagliassero, ninno che il superasse.
Kè andò il pontefice senza nota che, nel punire
il cardinale Riario più d' un sospetto che d' un
vero delitto, potesse aver parte la memoria del-
l'uccisione del zio Giuliano, e della congiura dei
Pazzi. Egli era per le ricchezze, per Tautorità, per
le cariche il primo cardinale^ e il lusso della sua
casa cedeva solo a quello del pontefice, alla cui
sedia aspirò tanto tempo inutilmente (58). Aven-
do inteso i lucchesi che le papaline soldatesche
108 AVVENIMENTI STORICI Art. 1417.,
raccolte sull'Urbinate erano designate per oppu-
gnare Lucca , si dettero a sollecitare i lavori di
difesa che già erano incominciati intorno alla
loro città neir occasione della guerra di Pisa ,
come pure a provvedersi di vettovaglie, e for-
nirsi di soldati per resistere alla tempesta, e frat-
tanto raccomandavano la libertà loro al re di
Francia, il quale aveva impegnata la sua fede di
assisterli, e li ricevè nella sua clientela: ma que-
sto rumore non si avverò col fatto (59).
g. 33. L'amicìzia col re di Francia procurava
alla casa Medici onore e ricchezze. Si partì Loren-
zo con magni6co equipaggio per gire in Francia
col doppio carattere,di sposo di Maddalena di Bret-
tagna parente della casa reale, e per far le veci
del pontefice, tenendo a battesimo un figlio del re.
Si mostrò ivi con lusso grandioso, che il mondo
era solito ad ammirare nella casa medicea nelle fe-
ste che per due lieti avvenimenti si celebrarono al-
la corte di Francesco,che colmò Lorenzo di onori.
Ritornato questi a Firenze e disgustato contro i
cittadini per non averlo voluto onorare nelP ac-
costarsi alla città di un**ambascierìa, fece sentire la
sua indignazione al Lanfredini e al Salviati, che
sperano opposti alla proposizione di mandargli am-
basciatori, dicendo, che siccome il Medici era un
cittadino come gli altri, ciò non parca convenien-
te : furono però ambedue assentati dal gover-
no (60).
g. 34. L'imperiosa maniera e Torgogl io di Lo-
renzo erano i presagi della schiavitù di Firenze.
I cittadini più savi non vedevano come sfuggirla,
jin, 1518. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLII. IO9
cospirando il re di Francia ed il papa a sostenere
la signorìa di Lorenzo. Egli avea condotta a Fi-
renze la moglie >Iaddalena della Torre d\Alver-
nia, ma le aveva atlaccata la turpe nialattìa,da cui
era egli stesso affetto. IVIaddalena morì il aS di
aprile del i5i9 nel dare alla luce la troppo famo-
sa Caterina de"* Medici , e 5 giorni dopo, che tu
il ventotto d''aprile* soggiacque ancora Lorenzo
alla malattìa che lo andava già da gran tempo
struggendo (6i). Fu Lorenzo orgoglioso e prepo-
tente^ considerava la tiorentina repubblica come
un suo patrimonio, di cui potesse liberamejìte di-
sporre, calpestando anclie le forme repubblicane,
e non ponendo nelle sue violenze nep[)ur quella
decenza che usata avevano i suoi maggiori per far
credere alPingannato poj)olo, che viveva in liber-
tà, onde non fu pianta la sua morte come quella
di Giuliano (62). Altro discendente non rimaneva
di Cosimo de'i>Iedici padre della patria^ che papa
Leone X, Caterina di lui pronipote, parecchie
femmine collocate in matrimonio con cittadini
fiorentini, e tre bastardi^ cioè Giulio già cardinale,
Ippolito ed Alessandro che erano tuttavìa in età
fanciullesca. I discen<lenti di Lorenzo de''>Iedici,
fratello di Cosimo, che 20 anni prima avevano
deposto Taniico nome per assumere (|uello di po-
polani, e che nelle rivoluzioni di Firenze si erano
mostrati partigiani del popoloe della libertà, erano
in allora divisi in due rami, ni cadetto de' quali
apparteneva Giovanni de" .>L*dici figliuolo di (]a-
lerina Sforza, il quale inconn'nciava a farsi nome
!iel!e anni. In qm>sto slesso anno il giorno 1 1 di
no ATVENIME?}TI STORICI Jn . 1518»
giugno nacque a questo Giovanni un 6gliuoIo
destinato a ridurre un giorno la sua patria in ser-
Titù, ed a portare \\ primo col nome di Cosimo il
titolo di granduca di Toscana (63).
g. 35. Gli ambiziosi disegai di Leone X a prò
della propria famiglia, per ingrandir la quale egli
aveva distrutta la gloria e l'indipendenza della
sua patria, più avere non potevano esecuzio-
ne ^ perciò bastò fanimo ad alcuni cittadini di
supplicarlo a restituire a Firenze quella libertà^
che pregiudicare non poteva alla grandezza di lui
e della sua casa: la fortuna del cardinale Giulio,
gli dicevano, era stabilita nella chiesa, e i due
fanciulli Alessandro ed Ippolito , da Leone X
appena riconosciuti, non dovean essergli siffat-
tamente cari, che per cagion loro dovesse odiare
la patria. Ma Leone nel suo lungo esilio avea
contralto Podio della libertà; egli suppose che
terrebbe la Toscana più dipendente da suoi vole-
ri, mandandovi in vece di Lorenzo il cardinal
Giulio suo cugino; perciò lo fece subito partire
alla volta di Firenze, quand'ebbe notizia della
malattìa del nipote. Giulio ch^era corrucciato con
Lorenzo non entrò nel palazzo dei Medici finché
non fu morto il cugino. In allora disse a'rnagistrati
che non era sua intenzione di calcare le orme
del suo predecessore , che non voleva usurpare,
sulPesempio di lui, la facoltà di eleggere tutte le
cariche lucrose , ma che per lo contrario si fa-
rebbe debito di rispettare la libertà della repub-
blica. Infatti i fiorentini sollevati dal giogo che
avean portato, credettero di riavere sotto la si-
An. 1518. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLII. Ili
gnorìa del cardinale Giulio una immagine della
repubblica, ed al cardinale mollo s^aftezionarono.
Egli stette a Firenze fino al mese di ottobre, nel
qual tempo ripartissene alla volta di Roma , la-
sciando nel palazzo de\ìledici GoroGheri di Pi-
stoia, vescovo di Fano, ed il cardinale di Cortona
per governare in vece sua (64).
§. 36. La morte di Lorenzo dei Medici pose
in tranquillità i lucchesi da questo lato, tanto
più perchè al papa mancava da qui innanzi P og-
getto d^ngrandire la sua casa per essersi spenta
in Lorenzo la progenie legittima di Cosimo il
magnifico, che Leone era unicamente intento a
favoreggiare. Grande rivoluzione fece in questo
anno nella politica e nelle cose d' Italia la ele-
zione in imperatore di Carlo V della casa d"* Au-
stria, re di Spagna, seguila perla morte di Massi-
miliano 1(65). Il pontefice l'anno appresso veden-
do quanto malagevolmente potesse conservarsi
il ducato d- Urbino nella figliuola di suo nipote
Lorenzo, si per la tenera eia e sesso di lei, come
ancora per Taraore che quei popoli portavano al
vecchio duca, lo consegnò alla santa sede apo-
stolica (Q^) . I senesi frattanto mandarono un
oratore a Carlo V a congratularsi della sua eie-
Rione, ed a mostrar che avesse presa la cit^à di
Siena. devota e fedele al sacro impero.sotto la di
lui protezione^ per il che Carlo V pochi mesi dopo
scrisse una lettera al gonfaloniere senese, dicen-
dogli di voler esser sempre protettore e difensore
della citta di Siena e dei suoi cittadini (67) . Ai
tìorentini,ad istanza di Leone X,concesse In con-
f
lia AVVEINIMENTI STORICI Jn. 1520'
ferma dei privilegi dello stato, delPautorità e del-
le lerre che possedevano^ per laqaal concessione
i fiorentini si animarono, e con Oi;ni autorità ob-
bligarono i pistoiesi a mandarli tutto il denaro
che si trovava nel loro comune,affinedi sostenere
i loro poveri che penuria vano di viveri (68). Ia-
copo V signore di Piombino domandò ed otten-
ne dairimperatore Carlo V la conferma delT in-
vestitura del suo stato, con i medesimi privilegi
ch'era slata concessa a Iacopo IV suo padre, cioè
♦:he lo stato di Piombino fosse dichiarato feudo
nobile libero,inTestendone esso eia faiiiiglia d'Ap-
piano in perpetuo per sé e suoi successori. Conces-
se al medesimo e suoi discendenti facoltà di poter
battere ed improntar moneta così d"'oro come di
argentOjC di poter porre sopra la sua arme l'aqui-
la imperiale, con altri privilegi meno importan-
ti (69).
g. 37.1 lucchesi per cattivarsi la benevolenza
di Carlo V, col mezzo di un oratore njandarono
ad implorare che li avesse nella sua buona gra-
zia, e degnasse confermar loro i privilegi che dagli
augusti suoi predecessori,e specialmente da Mas-
similiano I erano stati adessi conceduti. Accolse
Cesare i voti lucchesi, e con diploma,segnato Tan-
no dopo in Bruselles, li fece paghi . Un tal allo
per la parte dei lucchesi fu seguito da un dono
di inooo fiorini d^ oro fatto all'imperatore e da
due altri di aooo e 5oo per ciascuno ai due per-
sonaggi che curavano le cose dell'impero in Ita-
lia, e per i quali avean lettere di favore da Carlo
\: savissimo provvedimento, che già avea salvalo
^«.1521. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLll. Il3
la repubblica parecchie fiate, giacché quando non
si ha la forza par farsi temere bisogna usar dei-
Toro per farsi amare (70).
§. 38» Leone X (a) intento a riconquistare
gli stali eh"' ei diceva appartenere alla santa sede,
s'^impadronì di Perugia, spogliando il Baglioni^ e
tentava anche di occupar Ferrara e fare uccidere
il duca^ ma lo stesso capitano ch'egli credeva di
aver guadagnato, finse di aderire per iscoprir la
trama, e poi la rivelò al suo padrone. Biunivasi
allora nell'imperatore Carlo V oltre i paesi Bassi,
Teredilà delle Spagne, per cui gf interessi e la
situazione d*Europa eran cambiati. Leone fece se-
co una lega, in cui questo potente monarca pren-
deva la difesa di Firenze, della casa Medici e della
sede pontificia. Fu stabilito che un altro Sforza ,
cioè Francesco figlio del Moro, fosse dichiarato
duca di Milano, egli svizzeri entrarono in lega. I
veneziani rimasero alleati dei francesi, e^l duca
di Ferrara ricordandosi che 'I papa avea tentato
più volte di rapirgli e lo stato e la vita, si dichia-
rò anch^gli in favore della Francia. Incomincia-
rono le ostilità: i francesi dopo vari incontri fu-
rono obbligali di ritirarsi a Milano, d''onde pure
scacciati, il Morone prese possesso della città pel
duca Sforza. Il pontefice con questa ebbe la lieta
novella di aver ricuperalo Parma e Piacenza^ ma
la morte Io colse nelPanno 46 delTetà sua, né la
perdita fu senza sospetto di veleno. Il suo ponti-
ficalo fu per le scienze e le arti il secolo di Au«
(a) Ved. lav. CHI, N, 3,
Il4 AVVENIMENTI STORICI ^/i.152l.
gusto, poiché sotto di lui , mentre la mitra e la
porpora onoravano le lettere , lo scarpello ed il
pennello dei più grandi artisti dettero vita a pro-
duzioni non inferiori a quelle di Fidia e dWpelle:
la celebrità di questo papa farà sempre epoca per
le belle arti (7t).
g. 39. La morte di Leone fece nascere subito
grandi variazioni in Italia. Il duca di Ferrara re-
spirando dalle angustie in cui si trovava , prese
animo e ricuperò la maggior parte delle terre
perdute. A.nche il duca d'Urbino Francesco Ma-
ria, unitosi al Malatesta, e ad Orazio Baglioni, ai
quali Leone aveva ucciso il padre, ed aiutato dal
duca di Ferrara, rientrò con poca gente negli stati
di Urbino, ove fu lietamente ricevuto dagli anti-
chi suoi sudditi che lo amavano . Indi occupato
Pesaro s'inoltrò con Orazio Baglioni airattacco di
Perugia. I fiorentini consigliati dal cardinale dei
Medici, che volea, difendendo gli stati pontificii,
acquistarsi nome ed autorità , avevano mandato
dei soccorsi: ma i difensori dopo una breve resi-
stenza s'arresero, ed il piccolo esercito de^collega-
ti passò sul senese. Questa repubblica dipendeva
molto dal governo di Firenze, dopo la mutazione
fattavi da Leone , ed era regolata dal Petrucci ,
promosso al cardinalato da questo papa: onde il
duca d'Urbino cercava mutarne il governo,perchè
ancor questa repubblica facesse causa comune
seco lui e con gl'altri principi oppressi dalla poten-
za del papa e dalla casa Medici. Il cardinale Giulio
nelTandare al conclave, passando per Siena.aveva
assai ristretto il governo della balia, riducendolo
Jn.iÒli. DEI TEMPIttEPUBB. GAP. XLII. Il5
in quindici persone,perchè avesse maggiore ener-
gìa. Si detter questi tutto il moto per difendersi,
arruolando tutti i capaci alfarrai nel loro piccolo
stato. Mandarono commissari in Val di Chiana a
descrivere in Chianciano, Sarleano, Chiusi , Ce-
tona ed in più terre del Mont'Amiata,tutti quelli
che fossero abili per difenderlo^ ed in vano si ac-
costò il duca d'Urbino alle mura di Siena. Vi si
approssimava un rinforzo di svizzeri guidati dal
celebre Giovanni dei Medici, detto poi delle ban-
de nere y ed essendo caduta una gran quantità
di neve, fu di sufficiente scusa al duca per riti-
rarsi ed abbandonare quelTimpresa (72).
g. 40. Giunto il cardinal dei Medici a Roma,
seppe cpme il governo da lui lasciato in Firenze,
temendo che si potesse fare qualche movimen-
to in quel tempo , credette doversi assicurare
di quindici dei principali cittadini che furono ri-
tenuti per ostaggi. Inteso ciò il cardinale, usando
della sua solita moderazione e dolcezza, ordinò
che fossero liberati , ciò che fu universalmente
gradito, e due di essi andarono a bella posta per
ringraziarlo a Roma a nome di tutti. Dopo una
lunga e forte agitazione in conclave fu scello il
•i gennaio del iSaa Adriano VI d'Utrecht vescovo
dì Torlosa,a cui dava una non meritata celebrità
Tessere stalo precettore delPiraperatore Carlo V.
La discordia de'cardinali italiani fece ricorrere a
questo slraniero,che lontano dagl'intrighi era sta-
to scelto senza alcuna sua briga. Conservò il nome
d"* Adriano e fu il sesto tra i pontefici di questo
nome. Terminalo il conclave, dovendo scorrere
Il6 AVVENIMENTI STORICI ^«.1522.
qualche tempo prima che i! nuovo papa di Spa-
gina passasse a Roma, il cardinale deWledici mor-
tificato per la esclusione dal pontificato , e cre-
dendosi tradito dal partito imperiale, tornò a Fi-
renze , ove temeva di vedersi tolta T autorità .
Infatti i lepubblicani di Firenze credevano giun-
ta Torà di rivendicare la libertà della patria; il
signore di Lescuns loro prometteva gli aiuti del
re di Francia ^ le truppe francesi dovevano en-
trare in Toscana per la via della riviera di Ge-
nova , nello stesso tempo che Renzo di Ceri vi
giugnerebbe dalla parte di Siena . Il duca d'Ur-
bino ed il Buglioni favorivano caldamente quella
trama per vendicarsi dei Medici. Giambatisia So-
derini, nipote del cardinal di Volterra e del gon-
faloniere perpetuo, era il capo della congiura in
Firenze. Ingrossava il di lui partito la brigata dei
poeti e dei filosofi, che dette tanta celebrità agli
orti Rucellai, nei quali si adunava. Questi poeti
e filosofi cresciuti nelle stesse massime deside-
ravano tutti la libertà di Firenze, ma non perciò
odiavano il cardinale de^ìledici/cui di tutta la sua
famiglia dicevano esser quello che più dolcemen-
te e cittadinescamente era comportato nella sua
amministrazione, onde preferivano di ricuperare
i loro diritti con un aggiustamento,piuttosto che
di vendicarli a forza (yS). Il cardinal dei Medici
che conosceva la propria debolezza e la necessità
di accarezzare gli avversari , confessava che il
supremo potere mal si confaceva col suo ufficio
ecclesiastico e colle sue speranze d''avanzamento
nella corte di Roma, e faceva spargere voce che
uin.1522. DEI TEMPI REPUBB. CAP. XLIL II7
era disposto a deporlo. I giovani patrizi degli orti
Rucellai dettero nella ragna , aggiungendo fede
alle speranze, che loro dava il cardinale , ed in
vece di operare contro di lui, furon paghi dì spe-
culare intorno alla migliore costituzione da darsi
alla repubblica quand'ella si ristabilirebbe; fu que-
sto l'argomento di tre opere politiche del Ma-
chiavelli, di Zanobi Buondelmonti e di Alessan-
dro deTazzi, tutte dedicate al cardinale dei Me-
dici (74).
g. 41. Frattanto j! signore di Lescuns, avendo
assai brighe in Lombardia e veggendosi abbando-
nato dal re di Francia senza danaro, avea depo-
sto il progetto d'entrare in Toscana per lo stato
di Genova. Renzo di Ceri s'era incaponito nello
assedio del piccolo castello di Torrita nello stato
di Siena, e non passò mai oltre. Il partito france-
se ch'era quello della libertà andava declinando
in tutta ritalia, onde il cardinale de'Medici cre-
dh'tte giunto il momento favorevole di trar d'in-
ganno coloro che avean |)oluto lusingarsi che
egli renderebbe alla sua patria la libertà. Fece per
tanto arrestare un corriere francese mandato a
' Renzo di Ceri, dal qual corriere ebbe la manife-
stazione dei segreti messaggi. Venuto perciò in
cognizione della corrispondenza di Giacomo da
Diacceto con Renzo di Ceri. Giacomo fu posto in
prigione, e minacciato di tortura confessò quello
che ancora non si sapeva, d'aver cioè voluto ucci-
dere il cardinale,perchè avesse ingannati i repub-
blicani con fallaci speranze . L' interrogatorio di
Giacomo essendo stalo difl'erito di i^ ore, i di lui
St. Toic. Tom. U. 11
Il8 AVVENIMENTI STORICI u^/t. 1522.
amici ebbero il tempo di salvarsi^ ma un tale Ala-
manni fu mandato a morte con Iacopo da Diac-
ceto il 7 di luglio. I figliuoli di Paor^ntonio So-
derini dovettero fuggire, ed i loro averi furono
staggiti. Intanto il loro zio Pietro Soderini, che
era sialo gonfaloniere eletto perpetuo, mori in
Roma il 4 di giugno, lasciando eterno deside-
rio di sé presso tutte le persone dabbene (jS).
g. 42.. Pareva che in questi tempi Lucca po-
tesse al fine riposarsi^ ma quando per le cose e-
sterne sarebbe stato così, vennero le interne ad
amareggiarla ed alfliggerla,poiché una privata ven-
detta portò un male pubblico e grande. Erano in
Lucca allora tra le prime famiglie quelle de*'Poggi
per chiarezza di sangue,per copie d'uomini e per
abbondanza di ricchezze. Con queste qualità uni-
te ad un'affabilità di tratto, si traevan dietro ono-
ri, cariche, impieghi secondo il voler loro, ed an-
che a seconda dei soli desideri^ ma Tinvidia, che
domina nelle repubbliche, cercava i modi di de-
primerle e farle entrare nel rango comune. Per-
ciocché gli altri nobili ingelositi dei Poggi anda-
van gettando de^motti qua e là, che denotavano
la voglia loro di porre un freno a tanta grandezza;
del che istruiti i Poggi si lagnavano e s*" indi-
spettivano. Gli animi essendo cosi disposti, ac-
cadde che per la morte successa d'un rettore di
una piccola chiesa in città detta santa Giulia, gli
uomini di quella contrada, cui spettava il dritto
della elezione a quel beneficio, da molti ambito
perchè di ricchissima prebenda, venuti alla scelta
non si accordavano tra due candidali , uno dei
'^n,i 522. DEI TEMPI BEPUBB. CAP. XLII. I 1 9
quali era creatura de'Poggi. Mentre a Lucca si
dispulava per questa scelta, un tal Bartolonimeo
Arnolfini ch'era aRoma protonotario, fece segre-
tissimamente le sue parti alla corte, gli venne
fatto d'esser lui eletto rettore di santa Giulia
dalla somma potestà ecclesiastica, e prontamen-
te per procuratore prese il materiale possesso del
benefizio coiraiulo del collegio degli anziani. Se
gli elettori fossero ributtati da questo procedere,
essi che vedevano strapparsi di mano un dritto
importante, ognuno sei crederà di leggieri. L'ira
gli fece passare ben presto a un desiderio di ven-
detta, che fu fomentata dai Poggi per essersi an-
ch'essi veduti delusi dal collocare in quel benelì-
zio il prolelto loro. Audi Vincenzo Poggi gio-
vine ardilo ed inconsiderato siofterse qual capo
per eseguirlo (76).
g. 43. Una beila notte adunque egli con unsuo
fido e con degli altri sgherri si porlo alla casa be-
neficiata di santa Giulia, e per via di scale entrato-
vi co''suoi dalla finestra, cacciò di là chi vi stava per
il rettore, e se ne rese padrone al tutto. Quella ca-
sa diventò ben presto il ritrovato della gioventù
nobile ma svenlata,lalchè vi si andava a sollazzare
con ogni sorta di giuochi e di esercizi, anche per
corteggiare quel compagnone di Vincenzo. Di-
spiacque la violenza ai cittadini assennati, dispia-
ceva quel convenlicolo di giovanastri, che pote-
va o tosto o lardi partorire eziandio sconcerti
più gravi. Intanto P Arnolfini scriveva da Roma
ai decemviri lucchesi lettere sopra lettere piene
d'insistenza, cercando giustizia non solo per Tuli-
lao AVVENIMENTI STORICI Atl, 1522,
le suo ma anche più di tulio per decoro del som-
mo sacerdozio vilipeso. IVIa gli anziani non isti-
rnarono ben fatto di riferire T affare al senato ,
sperando di conciliarle cose, perchè da una parte
si temeva dei Poggi che si fossero irritati, e dalla
altra voleasi per avventura vedere, se senza di-
sgusto della corte romana, potesse tornarsi alla
osservanza dei dritti. Ogni pratica però, fatta da
uomini gravi per indurre le parti a qurdche com-
posizione essendo riuscita vana, bisognò venire
a quel duro passo di portar la cosa alla cognizio-
ne del senato. Il gonfaloniere ch'aera Girolamo Vel-
lutelli trascorse veramente nel fare il racconto di
quello scandalo, e notò la casa occupata dal Poggi
come un asilo di bordaglia, e come un luogo di
conciliaboli contro la libertà della patria. Kiuno
fiatò in consiglio dopo quesfo discorso veemente
del gonfaloniere, chi per timore dei Poggi, e chi
per amore, salvo d'uno che fu Lazzaro ArnoUinf,
soggetto autorevole, il quale sostenne Torazoine
del preside ed anzi la lumeggiò con vivi colori.
Ma niente si potette deliberare, tanto gli animi
wran divisi ed incerti. Non mancò chi riferì ai
Poggi la parlata del Vellutelli. Ne andarono essi
in furie coi loro seguaci, ed in particolare s'in-
viperì Vincenzo che giurò su quel caldo di vo-
lerne fare aspra vendetta con ammazzare il gon-
faloniere. Ma questo probabilmente non sarebbe
accaduto, se un altro fatto non vi avesse data la
pianta^ e fu che il senato bandì per due anni
uno degli sgherri dì santa Giulia, con altro che vi
si era riparato, per essersi violentemente oppo-
^«.1522. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLIl. lai
Sii ambedue alla famiglia , mentre voleva loro
impedire la esecuiione d'un ratto. Un tal atto di
rigore, in vero anche troppo temperato, incipri-
gnì la piaga per essersi immaginali i Poggi che
per tal modo si volesse a poco a poco privarli di
aiuti al line d"'arrivarli più sicuramente^ quasi
che il torto dei due condannati non fosse mani-
festo. Ma una forte passione , e quella special-
mente della vendetta fa venire le traveggole agli
occhi. Cosicché per isgomentare i nemici e sfo-
gare il concetto sdegno, alcuni di loro formarono
di levare dal mondo non solamente il gonfalonie-
re, ma eziandio Lazzaro àrnoltini^il solo che s'era
mostrato del suo partito ^ Vincenzo Poggi volle
persela vittima più illustre. Era Tundici di lu-
glio, quando sulPora del mezzogiorno portatosi
Vincenzo al p alagio insieme con altri.gli fu facile
di penetrare tino alle stanze del gonfaloniere, il
qual viveva senza verun sospetto. Primo a dargli
fu il Poggi, e dopo i compagni che lo tinironocon
ben dieci ferite. Nel tempo stessoDomenico Tolti
entrato co"'suoi in casa deirArnoltìni, e trovato
Lazzaro in compagnia d'un altro 4rnoltiui, am-
bedue li stilettarono e li lasciarono come morti.
Tanto i primi che i secondi assassini potetler
toniarealla casa di santa Giulia avanti che si divul-
gasse il fatto, essendo Torà che tutti stavano ri-
liiati pel gran caldo. Ivi narrala la cosa ai com-
pagni, chi la disapprovò, chi se ne mise paura ,
e molli perciò Tabhandonarono (77).
(}. 44- Scorgendosi i rei scarsi di seguito e ve-
dendo a sangue freddo le conseguenze del delit-
II*
laa AVTESIMENTI STORICI An, 1522.
to, si partirono da quella casa malaugurosa , e
circondati d''ari]ai rìpararonsi alle loro abitazioni
in poggio, in mezzo a quei della casata, ove, e pel
sito forte , e pei molli parenti potevano sperare
di difendersi. Intanto gli animi dei cittadini si e-
lano sollevati alla novella delleatrocitàcomniesse,
e specialmente per quella contro al gonfaloniere.
Un andare e venire, un bisbigliare in pochi, un
aria di meraviglia, di timore, di dolore dipinta su
i volti , tutto denotava la prima impressione di
qualche grande sciagura. Se ne avvide lo stesso
Domenico Totti, perchè avendo cavalcato poco
dopo per la città con una sfrontatezza degna di
Catilina, gridando libertà e morte ai tiranni, niu-
no lo seguì. Ma gli anziani che rinvenuti un poco
dallo sbigottimento in cui un gran delitto pub-
blico suol gettare i buoni a principio, stavano in-
sieme consultando, né si fidavan troppo nella ple-
be, stimandola, anzi che nò, ligia de''Poggi. E per-
ciò presero una risoluzione adattata al modo loro
di vedere, e questa fu di mandare dai Poggi due
gravi cittadini ben accetti loro, per tentare un
accomodamento deiraccaduto; nel che non riu-
scirono, giacché i Poggi alzaron la cresta, e invece
di giovarsi di quel momento per ottener venia,
parlavan alto, mettevan fuori pretenzioni strava-
ganti, e volevano aver ragione. Perduto quel mo-
mento non ne capitò più un simile. Già i buo-
ni cittadini avevano ripreso fiato, già tuttala città
detestava il delitto e si scopriva contro i Poggi.
Sepperlo costoro nella seguente mattina de'ia, e
mentre alla meglio procuravano di abbarrarsi. e
'An^ 1522. DEI TEMPI REPUBB. CAI». XLII. 123
di afforzarsi,inviaro\ioagli anziani Massimo Gra a,
che parente era ad un di loro,uomogravee d''assai
nel trattare affari per essere slato lungamente
nella corte di Roma , il quale coli' accusare in
parte, e in parte collo scusare, cercò di muovere
a misericordia il colle^'io^ma non vi potette cava-
re che parole vuote. Frattanto il senato si convo-
cava straordinariamente, e nell'atto stesso a tutela
sua e della libertà accorrevano spontaneamente a
palazzo i cittadini armati, ognuno sotto la inse-
gna della sua contrada , dimanierachè in poco
tempo eravi una forza in piede di ben tremila
uomini. A.d accendere vie più la moltitudine fu
fatto allora portare in giro il gonfalone della li-
bertà. Eppure quello sfacciatissimo del Totti volle
di nuovo tentare ciò che impunemente, ma senza
effetto, aveva tentato il dì avanti, e quindi si por-
tò armato a cavallo verso il palazzo con alquanti
satelliti \ dovette però tornare addietro , poiché
la furia del popolo T opprimeva (78).
^. 45. Avendo conosciuto i Poggi che l'ultima
rovina lor sovrastava, gettate le armi chi si ap-
pianava, chi sgombrava dalla città, e il Totti fra
questi, e chi con istolto consiglio andava a porsi
nelle mani della forza pubblica, rome se col con-
fessare un delitto in faccia alla fredda giustizia
fosse lo stesso che scusarlo. Vincenzo perciò fau-
tore di tanta sciagura imperterrito non volle ce-
dere, e giurò o di uscire armato della città, o di
morire combattendo . Quel tanto ardire lo salvò,
poiché non piacque ai padri il mettere a cimento
124 AVVENIMENTI STORÌCÌ Ali. 1522.
la vita dei ciltadiiii , né piacque loro verisimil-
niente di avvezzare la plebe a versar sangue illu-
stie. Gli si fece dunque intendere che se n'andas-
se anche armato, se così voleva, ma tosto, e non
sarebbe stato inquietato: ciò fu fatto e per tal
guisa ebbe fine il tumulto. Si pensò allora a punire
ordinatamente, e prima coloro i quali con scioc-
ca fiducia si erano essi stessi gettati nella rete.
Diversi di questi dopo il debito processo dannati
nel capo lo lasciarono sotto la mannia. Compiu-
ta la giustizia su i presenti, si pronunziò su i
lontani. Vincenzo Poggi, Domenico Totti e mol-
ti altri furon chiariti nemici pubblici, e confinati
chi qua , chi là, pena la vita se avessero rotto
il bando. E per accertarsi che nel caso di disob-
bedienza sarebbero stati levati dal mondo, fu
messo un gran prezzo sulle loro teste, e si depu-
tarono persone apposta in diversi paesi per pagar la
taglia nell'alto. Si volle anche prendersela col co-
gnome, e tutte le famiglie d^''Poggi,salvo una che
non avea preso parte nel tumulto perchè assente,
furon costrette a scambiare il cognome loro in
altro qualunque^ d'^onde vennero i Piccolomini,
i Maulini,i Sandei, i Saggina. Fu stimata cosa sag-
gia d''istruire cesare per oratori apposta dell' ac-
caduto in Lucca, onde non ne avesse una falsa
cognizione dagli usciti, e non prendesse in sini-
stra parte Toperato. Carlo V non dovè certamente
aver dispregiato quest' ufficio dei lucchesi che
mettevali in una tal qual dipendenza verso di lui.
Del che destro com"' egli era , si servì circa quel
An.i522, DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLII. ia5
tempo chiedendo in dolci modi ai padri del dena-
ro, che fu prontamente conceduto, e consistette
in dodicimila fiorini d'oro (79).
g. 46. Fratlanlo il nuovo papa di Spagna fu
condotto a Roma da un illustre fiorentino,Paolo
Vettori,che dopo avere nella sua patria sostenuto
il partito dei Medici, creato da Leone X genera-
le delle galere di santa Chiesa, in mezzo a varie
buone e triste vicende s'era assai distinto nella
milizia marina(8o). Fu condotto il papa con 18
galere ed altri legni: si arrestò a Genova, dove i
comandanti imperiali, il Colonna, il Pescara , il
duca di Milano andarono a prostrarsi; indi a Li-
vorno, dove oltre quattro ambasciatori della re-
pubblica fiorentina per complimentarlo andarono
sei cardinali, e fra loro il cardinal de'Medici (81).
Quindi arrivato coi j»uoi legni nel canale smon-
tò in Piombino , ove si riposò e fu trattato con
somma onorificenza (82). Seguitò il pontefice il
suo vi.iggio a Civitavecchia , ad Ostia , indi a
Roma, nel punto che vi regnava una febbre pe-
stilenziale, che avea messa in guardia tutta l'Ita-
lia (83). Dietro un tal flagello i pistoiesi presero
dei rimedi e fornirono eli gente i passi più peri-
colosi, lenendo ben guardate le porte della città.
E perchè i comuni di Tizzana , IVlontemagno e
Quarala principiavano a soffrire i danni di un
tanto male, proibirono a quei popoli la partenza
dai loro luoghi, provvedendoli per altro de'viveri
necessari per il loro mantenimento {84). Il papa
educalo nella università di Lovanio, aveva un
odio ed una disistima incredibile per la letleratu-
ia6 AVVEmMENTl STORICI AìlA^lZ»
ra, per le belle arti, ed in modo particolare per i
poeti, onde il pubblico concepì per lui il più alto
disprezzo: ignorava esso la lingua italiana, e par-
lava un barbaro latino. I capi d^opera delle sta-
tue venivano riguardate da lui come idoli, e le
pitture di Raffaello come inutili fregi . La sua
parsimonia in unpopolo avvezzo allo splendore di
Leone, e le rozze e grossolane maniere tanto di
lui, quanto di quei cortigiani cbe aveva condotti,
eccitavano lo sdegno e la satira dei romani. Era
anche ignorante nel maneggio degli affari politi-
ci, né aveva altro pregio che la scienza teologi-
ca, ed una illibala purità di costumi . Giunto il
cardinal dei Medici in Roma cadde dalla grazia
del pontefice il cardinale Soderìni , e fu egli il
primo suo consigliere . Per suo consiglio si fece
lega fra '1 papa , T imperatore Ferdinando d'A.u-
stria suo fratello, il re d' Inghilterra, il duca di
Milano e le repubbliche di Venezia , Genova ,
Siena, Firenze e Lucca. Questa lega mirava a far
guerra potente al turco ed a tenere in briglia il
re di Francia, il quale faceva dei preparativi per
la Lombardia. Francesco 1 stava per porsi alla te-
sta deiresercito, quando scoprì il tradimento di
«no de*principali suoi parenti, cioè del contestabi-
le diBorbone, il quale accordatosi coirimperalore
gli preparava in Francia una ribellione allorché ne
fosse uscito. S'arrestò Francesco, ma non s''arre-
stò la marcia della maggior parte dell'esercito, che
era più di 3oooo combattenti, i quali marciarono
verso la Lombardia sotto il comando di Bonivet,
uomo nato ancor''egli per la rovina del suo paese.
C^«.1523, DÈI TÈMPI REPUBB. GAP. XLlL 127
Mentre questa tempesta preparavasi a scaricarsi
sull'Italia morì papa Adriano. È inulile riportare
la descrizione della gioia che mostrarono in quel-
la incontro i romani ^ basti il dire che il di lui
medico Giovanni Ambracino trovò ali" uscio di
casa sua una iscrizione coronata di fronde festive
che diceva: Patrlae liberatori S. P. Q. B. (85) .
Cominciò dunque la guerra in Lombardia colfar-
rivo di Bonivet: superiore di forze ai collegati
era vinto da questi nellarte , ed il vecchio Pro-
spero Colonna benché infermo , seppe così bene
temporeggiare , che quantunque i francesi 'si
fossero accostati a Milano e lo avessero posto in
qualche pericolo, furono obbligati a ritirarsi sen-
za alcuna decisiva azione (8()).
g. 47- Dopo due mesi di conclave fu eletto
papa il cardinal Giulio dei Medici, che prese il
nome di Clemente VII con grande applauso di
Roma, e somma aspettazione de'suoi talenti. Una
delle prime di lui azioni fu la restituzione della
patria, dei beni e degli onori ai Soderini, opera
assai lodevole, se pure non fu una delle condi-
zioni che dovette accordare in conclave (87). Le
feste fatte in Firenze per la sua elezione furono
eccompagnate da uua tragica scena dettata dalla
crudeltà, animata dalla più vile adulazione. A Pie-
tro Oriandini per aver negalo di pagar subito una
scommessa sulla elezione del cardinale de'Medici,
col pretesto divoler prima giustificarsi se era le-
gill imamente eletto pontefice.gli fu dal magistrato
degli otto falla mozzar la testa come se fosse stato
un delitto capitale (88), ciò che altro non era che
128 AVVENIMENTI STOBICÌ ^/2.1525.
un discrefo cavillo per non pagare oalmen ritar-
dare il pagamento . Ne sentì gran rammarico il
papa: lodò pubblicamente, indi premiò col vesco-
vado di Terracina e colla sua confidenza Anto-
lìio Bonsi, che per non essere a parte di sentenza
sì iniqua avea dato il suo voto scoperto (89). An-
che i pistoiesi non tralasciarono di onorare Tesal-
tazione di Clemente VII con feste di gioia, e ne
passaron seco TufEoio di congratulazione . Gradì
sua Santità le cordiali dimostrazioni de'pistoiesi,
ed in segno di tal gradimento scrisse loro un
breve Tanno dopo, facendoli conoscere il paterno
affetto che aveva verso quella città (90). 1 lucche-
si peraltro n' ebbero dispiacere, perchè il ponte-
tìce avendo invitato i francesi a conquistare il
regno di Napoli, Tesercito passò da Lucca in at-
titudine ostile . Buono per i lucchesi che non
furono colti imparati, altrimenti Lucca correva
un gran rischio di perdere la sua libertà; giacché
vuoisi che il re Francesco avesse ordinato segre-
tamente al capitano di quest'esercito di farsi pa-
drone di Lucca, se avesse potuto, per darla ai fio-
rentini afiìne di gratificarseli. Ma i lucchesi istrui-
ti dai domestici gua j, avevan poc*" anzi assoldali
5 00 buoni fanti per farne un presidio stanziale
in città, ed avevan disposto le cose in modo che
ad un cenno potesse radunarsi una forza consi-
derabile . Non ostante cercavano i lucchesi ogni
via di addolcire il capitano col contentare Teser-
cito di alimenti e di ogni bisognevole, senza pe-
rò permettere alla sua gente d" entrare in città
se non alla spicciolata.Eran peraltro inutili notali
v^/J.1523. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLII. 19.^
dirnoslrazioni,le quali anzi rendevano più insolen-
te quell'animo altiero, stimando che si facesse il
tutto per paura : chiese egli cannoni e denari ^
il senato ondeggiava . Ma instando e minaccian-
do di mettere tutto a ruba ed a fuoco per il con-
tado , bisognò concedergli quattro pezzi d''arli-
glierìa e pagargli laooo fiorini d*' oro: se n''andò
allora con Dio, e lasciò i lucchesi in quiete (91).
g. 48. La nuova sublime dignità di Clemente
non gli aveva fatto deporre la voglia di dominare
nella repubblica fiorentina, e la speranza di sta-
bilirvi i successori ancorché illegittimi della sua
linea: conservando però la sua solita simulazione
voleva che si credesse esser desiderio della città
che quei giovani si ponessero alla testa del go-
verno. Perciò fino dal momento in cui erano ve-
nuti a complimentarlo sulla sua nuova sublime
dignità gli ambasciatori fiorentini , ne avea gua-
dagnati segretamente alcuni^ onde quando prese
a parlare degli affari di Firenze, ed a mostrare
con quanta difficoltà e pericoli quel governo si
mantenesse , uno di quelli, T arcivescovo Mi-
nerbetti, colle frasi della più abbietta umilia-
zione, e ad un tempo della più vile adulazione e
roUe lacrime sugli occhi, dopo averlo pregato
ad aver compassione della patria restata dopo la
partenza di sua beatitudine orfana, gli suggeriva
che senza un capo e forse due della casa Medici
diffìcilmente potea mantenersi . Iacopo Sai viali
pp.rlò in senso contrario, e tanto esso che il Mi-
nerbetti ebbero dei seguaci -, ma o fosse questa
una commedia, in cui ciascuno recitasse la sua
St. Tose, Tom, 9. 12
,3o AVVENIMENTI STORICI An. 1523.
parte, o si creda il Salviati di buona fede, tanto
bastò al papa^ il quale tìnse che non gli dispiaces-
se il ragionamento, e di restare indeciso (92).
g. 49- La famiglia de'Medici in certo qual mo-
do più non esisteva^il pontefice stesso era stato
legittimato e cousideravasi ancora come un suc-
cessore di Cosimo padre della patria suo avolo ,
ma dopo di lui più non restavano che due figli
d'incerta origine, cioè un Ippolito in allora di 16
anni,figlio naturale di Giuliano duca di Nemours,
il terzo dei figli del magnifico Lorenzo, duca di
Urbino figliuolo di Pietro figlio primogenito del
magnifico^ Alessandro diceasi esser nato da una
schiava, e la paternità di Lorenzo essere per lo
meno incerta (93) , non senza qualche forte so-
spetto che fosse figlio di Giulio,poi giunto al pon-
tificato col nome di Clemente VII (94). Non per
tanto il pontefice gli ottenne un ducato nel re-
gno di Napoli, e il fece dichiarare abile. ad eserci-
tare tutte le cariche della repubblica fiorentina.
Mandò Clemente questi due giovani a Firenze,
Ippolito il 3o giugno del i524? ^^1 Alessandro il
19 giugno del i5a5. Il primo venne fin da prin-
cìpio riguardato come capo dello stato , ed ebbe
il titolo di magnìfico. Nodrivano i fiorentini verso
lui quello stesso amore che avean portato al di
lui padre duca di Nemours, e per lo converso
odiavano Taltro spurio per la trista memoria di
Lorenzo credulo padre di Alessandro. Ad ogni
modo né Tuno, né T altro erano peranche atti a
governare lo stato, onde Clemente mandò a Fi-
renze col tìtolo di legato Silvio Passerini, cardi-
^^.1524. DEI TE3IPI REPliBB. GAP. XLII. l3l
naie di Cortona, che fece vi Tingresso Ti i maggio
1624, e andò a stare nel palazzo de"'IVIedici. ammi-
nistrando la repubblica con tutta Taulorità usur-
pata dai Medici dopo la loro tornata (95).
g. 5o. In tempo che Giovanni dei Medici, il
celebre capitano delle bande nere, portava al-
l'assedio di Pavia delle munizioni per ordine di
Francesco I re di Francia, il duca d'Albani en-
trò in Toscana per la via della Garfagnana. La città
di Lucca gli pagò dodicimila ducali, egli dette al-
cuni cannoni, come abbiamo sentito. Firenze lo
accolse come generaledi una potenza nemica (96).
Siena comprò non solo la protezione della Francia
con una taglia,ma dovette acconsentire alla richia-
mata del figlio di Pandolfo Petrucci, nelle di cui
mani Clemente VII desiderava di vedere riposto
il governo di quella città. In tempo che TAlbanì
traltenevasi nel dominio senese, Alessandro Bi-
chi,essendo di balia, acconsenti con dissimulazio-
ne alla tacita deliberazione fatta dal consiglio del
popolo e confermala dal consiglio generale, che
per estirpare ogni cagione di discordia e ristabi-
lire la pace, era necessario annullare i nomi dei
monti, e ridurli in un solo chiamato il monledei
nobili e reggenti , secondo la riforma fatta nel
1487- E siccome Tesercito del re di Francia era
guidato dal duca d'Albania nel contado di Siena,
occorreva per la conservazione della libertà r»->
dunare spesse volte la balia, ch'essendo in nume-
ro grande era diffidi cosa il poterlo fare , cosi
poco dopo fu costituita una nuova balia in nu4
mero di 78 cittadini, chiamata la balìa minore
iSa AVVENIMENTI STORICI An, 1524.
per quattro annUasciando la balìa maggiore colla
stessa autorità: tanto son sottoposte alle continue
mutazioni ed alla confusione le città governate
dal furore della moltitudine (97). Finalmente il
papa, quando l'Albani fu vicino a Roma, pubbli-
cò il trattato di neutralità concluso con la Fran-
cia e fin''aIlora tenuto segreto (98).
§. 5 1. Si trova in questi tempi che di bel nuovo
vennero improvvisamente a battaglia le fazion
panciatica e cancelliera di Pistoia , e dopo set-
te ore di duro combattimento uscita da quella
città la parte panciatica si portò a Montale, fa-
cendovi danni grandissimi: ritornala di lì a poco
tempo in città assalì la casa de'Tonti in via Ta-
verna, ed essendo questa strada ripiena di gente
venula in soccorso da ambe le parti, si fece sì
aspra battaglia, che moltissimi furono i feriti e i
morti dei (azionari. I Cancellieri che furono scon-
fitti si ritirarono in piazza, da dove costretti a fug-
gire tornarono a Jlontale. Venuta alPorecchio dei
fiorentini questa nuova sollevazione. procurarono
di riparare a tanti sconcerti, e confidando molto
nella prudenza e valore di Niccolò Capponi, lo
mandarono alla volta di Pistoia con un buon nu-
mero di soldati, i quali acquartierati nei conventi
dei religiosi commisero infinite insolenze. Mollo
si affaticò questo commissario per ridurre in pa-
ce gl'inquieti cervelli, e tanto seppe dire e fare,
che furono eletti alcuni pacieri di comune con-
senso d''ambe le parti, i quali sotto rigorose pene
pubblicarono farsi la tregua fra le due fazioni (99).
g. 5a. Seguitava intanto la guerra di Lombar-
^/i.1524. DEI TEMPI REPUBB.CAP. XLII. 1 33
dia, ed il marchese di Pescara che comandava in
quella parte con gran valore le armate imperiali,
non volle dividere le sue forze per opporsi aldu-
ca d^Albani. Fu mollo savia questa ^ua delibera-
zione, poiché venuti gli eserciti a combattimento
dentro il parco di Pavia, non solo fu rot'a V ar-
mala francese, ma ferito Io slesso re e fatto pri-
gione, il quale in seguito fu mandato nella rocca
di Madrid (loo). Giovanni de'Medici delle bande
nere volendo difendersi^ trasse in una imboscata
buona parte della guarnigione di Pavia, che avea
tentata una sortita, eie uccise molta gente,ma in
tempo che stava additando al Bonivet il campo
di batlaglia, e gli andava spiegando le sue dispo-
sizioni, fu feritoia una coscia così dolorosamen-
te da una palla, che fu costretto ad abbandonare»
r armata e farsi trasportare a Piacenza per es-
servi medicalo (loi). Questa vittoria dispiacque e
recò gran timore al papa,a cui era noto non esser*
piaciuti alPimperatore i modi da lui ultimamente
tenuti col re, onde temendo più pei fiorentini che
per se, ordinò che la signoria di Firenze trattasse
colPimperatore nuova amicizia, e che aiutasse il
marchese di Pescara diaSooo scudì.Conchiuse pa-
rimente nuova lega col vicerèdi Napoli, come luo-
gotenente dell'imperatore, per la quaìe i tìorenlini
venivan presi sotto la sua protezione, e insieme
con essi la casa Medici, con queirautorità che si
trovava avere acquistata in Firenze; ed i fioren-
tini erano tenuti di pagargli looooo ducali. Il du-
ca Francesco di Milano era sempre assediato nel
castello di detta cillà, e molto infertnu. Tutta la
l34 j, -AVVENIMENTI STORICI JnJSlA.
Italia stava in attenzione degli andamenti di ce-
sare, e Clemente era più agitato degli altri, quan-
do per opera del cardinale Salviati fu fatto nuovo
accordo fra detto papa e riraperatore,per il quale
questi si obbligava di non appropriare a sé il du-
cato di Milano, ancora se il duca Francesco Ma-
ria morisse, il che avea sempre tenuto in gran
gelosia i principi d^Italia , ma che l'avrebbe dato
al duca di Borbone. Morì in questo tempo il mar-
chese di Pescara , onde anche perciò si credea
che avesse a terminare ogni rumore di guer-
ra (ioa).
g. 53. In tempo che Clemente mandò a Firen-
ze il giovine Alessandro de''Medici.che fu poi duca
di Firenze, tornò a turbar la quiete dei lucchesi
lo sbandito Vincenzo Poggi, che con una mano di
compagni degni di lui calò dai monti ai bagni di
Lucca, e si spinse fino al borgo a Mozzano, fa-
cendovi danni considerabili. Tornato poi verso i
montigli venne fatto d''impossessarsi con inganno
di un castello fortissimo per sito chiamato Luc-
chio, dove i lucchesi lo assalirono in numero di
6000^ e siccome non eravi dentro munizione da
guerra né da bocca, così speravano d'averlo pre-
sto nelle mani con la sua banda. Ma il Poggi,
profittando di una notte oscura e tempestosa,
seppe eludere la vigilanza dei lucchesi, e se ne
fuggì via co'suoi salvo uno. cioè Giuseppe Minu-
tolo. Presolo i soldati e menatolo innanzi ai com-
missari di guerra, uno de''quali era Francesco Mi-
nutoli suo padre, tanta compassione pigliò lutti,
^ì vedere il gran contrasto di affetti nel mise-
^/l.1524. DEI TEMPI REPLBB. CAP. XLII. l55
ro genitore, che si fu di parere di lasciar fuggire il
prigioniere segretamente. IVIa quelPuomo integro
di Francesco ripresi gli spiriti, e> ricordandosi che
un magistrato deve anteporre V obbligo suo ai
sentimenti più cari, non lo permise, e carico di
catene inviò il figlio a Lucca perchè il senato ne
giudicasse. Virtù così bella addolcì gli animi dei
padri, per cui la morte gli fu cambiata in esilio^
sebbene poco giovasse questo favore,perchè aven-
do poscia rotto il bando lasciò Giuseppe la testa
sopra un patibolo (iod).
g. 54. La repubblica fiorentina che altro più
non era che un principato sottomesso alla casa
de** Medici, parve da principio lieta di Clemen-
te VII, perciocché era migliore di quello di Lo-
renzo duca d** Urbino di lui predecessore • ma
in breve i difetti di Clemente si erano resi più sen-
sibili , e le di lui buone qualità erano venute
meno. La rimembranza delPanlica libertà, quella
dei governi del Savonarola e di Pietro Soderini
si andavano ravvivando nel cuore dei fiorentini,
ed i cittadini senza poter prevedere gli avveni-
menti, senza pur saper bene quello che si desi-
derassero, si andavano rallegrando delle angustie
e delle calamità che opprimevano il capo dello
stato, sperando di vedere alla fine abbattuta la di
lui autorità (io4). hv'MH il*
g. 55. Le condizioni che l'imperatore pose al
re di Francia per la sua liberazione furono tal-
mente gravose, che nell'atto stesso ch''ei le con-
fermava, diceva ai ministri di cesare, che liberalo
ch'ei fosse non le potrebbe osservare. Vari erano
l3 6 ATVEMMEISTI STORICI ^/l. 1526.
i reclami di questi poleulali delTuno contro del-
l'3ltro,ed i principali, che cesare occupava il regno
di Napoli,ed il ducato di MiIano,e che il re di Fran-
ola si riteneva la Borgogna. Messo per tanto il
re in libertà, nulla delle cose promesse mantenne,
nonostante che avesse lasciati due suoi (ìgliuoli
in ostaggi. I principi poi italiani erano in gravi
timori, vedendo che Timperatore teneva sempre
assediato il castello di Milano, e che voleva cala-
re in Italia con un potente esercito per prendere
la corona delTimpero in Roma, il che era intér-
petrato che render si volesse il signore d"* Italia.
A.Ì 17 maggio del presente anno fu segnata una
confederazione tra '1 re di Francia, il papa, i ve-
neziani ed il duca di Milano contro cesare, se
questi non restituiva i figli del re,e non rilasciava
il ducato di Milano. I fiorentini non furono no-
minati nella lega, perchè la signorìa pregò di que-
sto il pontefice, a motivo che trovandosi molti
mercanti fiorentini negli stati deirimperatore,non
venissero a soffrire',ma in effetto eglino vi furono
compresi, avendo il [)apa promesso per essi, che
non contravverrebbero ad alcuna delle cose con-
venutele detto loro che parteciperebbero di tutti
i partiti della lega come quelli , coi denari dei
quali dovea sostenersi in parte questa guerra. Ma
gli affari de collegali in Lombardia andavano ma-
le.lanto per la poca abilità dei condottieri,quanto
per non aver le truppe assoldate nessuna esperien-
za di guerra, cosicché il duca di Milanofu ridotto
in modo nella fortezza, che a certi patti dovette
rendersi (io5).
^n. 1526. DEITEMPIREPUBB. CAP. XLII. 1S7
g. 56. Le cose della lega nou procedevano più
felicemente in Toscana, dove il papa aveva repu-
talo necessario di mutare il governo di Siena ,
perchè questo piccolo stato, essendosi dichiarato
soletto pel partito imperiale, poteva per la sua
posizione tra Firenze e Roma servire ai nemici
della casa siedici, per assalir Clemente nell'una
o nell'altra delle suddette città. Da principio il
papa avea tenuta qualche pratica con alcuni fuo-
rusciti senesi, che si proponevano di occupare a
tradimento la loro patria^ ma questi tradimenti
essendo stati scoperti e puniti , egli avea poi vo-
luto ricondurre queTuorusciti a casa loro a for-
za aperta. Virginio Orsini conte dell'A-nguillara,
Luigi Orsini conte di Pitigliano, Gentile Baglio-
ne, ed altri capitani furono incaricati di raccoz-
zare una piccola armata sulle rive delP àrbia.
Poiché l'ebbero adunata,e dopo aver dato un inuti-
le assalto alla città di Montalcino, si presentaro-
no il 17 di giugno sotto le mura di Siena con no-
ve pezzi d'artiglieria laoo cavalli, e più di 8000
fanti; ma una parte de' pedoni erano contadini
raccolti nello stalo fiorentino, non avvezzi alla
guerra, e privi Ji disciplina e di coraggio. Erasi
Tarmata imprudentemente accampata in un lun-
go sobborgo,che non aveva uscita veruna da fian-
co, ed i commissari ayean permesso che i vivan-
dieri ingombrassero coi loro banchi la sola straila
che loro serviva di sfogo, dimodoché non rima-
nevano più che i5 piedi d' andito. Tanto era il
disordine che regnava nell'armata, ed i soldati, dei
quali disertavan molli ogni giorno, mostravausj
l3 8 AVVENIMENTI STORICI ^«.1526.
cosi indisciplinati e vili, che il pontefice Clemente
nulla polendo sperar di buono da quesla intra-
presa, mandò ordine di ritirare le artiglierie e di
allontanarsi. Quesf ordine doveva eseguirsi il
26 di luglio, ma il 2.5 a due ore dopo mezzogior-
no 400 soldati usciti dì Siena vennero ad assali-
re le guardie delle artiglierìe,cheeranoperla mag-
gior parte corsi venuti col conte dell' Anguillaia.
Questi si detter subito alla fuga, e quando i vi-
vandieri li videro venire alla volta loro, corsero
a raccoglier le robbe e le masserizie, ed ingom-
braron talmente Tunica strada per cui i fuggitivi
dovean passare con bestie da soma cariche di at-
trazzi e di barili, chp più non rimase spazio uè per
combattere uè per fuggire. La confusione accreb-
be il timor panico de''soldati; ninno d^essi dava
più retta alla voce dei capitani^ pedoni, cavalieri,
capitani e vivandieri più non formarono che un
baccano, il cui terrore pareva andar crescendo
viepiù,4uanto maggiormente si andavano allonta-
nando dal pericolo. Ottomila uomini vennero di-
sfatti da quattrocento soldati, e fuggirono per ben
dieci miglia fino alla Castellina, sebbene i senesi
non gli avessero inseguiti poco i)iù d'un miglio
fuori della città. L'esercito di Clemente abbando-
nò dieci cannoni dei fiorentini e sette dei peru-
gini^ che furon portati in trionfo a Siena con tut-
ti i loro carri ed attrazzi^ e giunto alla Castellina,
sebben fosse così lontano dai nemici, fece chiuder
le porte, come se tuttavìa fosse vicino il perico-
lo (loG). I senesi, dopo aver rotto il campo del
papa e de'fiorentini, cercarono di ridurre in potep
-*#/l. 1526. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLII. 189
loro ed alla loro obbedienza le terre del dominio,
e principalmente di ricuperare il castello di Por-
t -Ercole e quello di Telamone, che ancora si te-
nevano da Andrea Doria, il quale, impedito per
atì'ari di mag-^iore importanza per cagione delle
cose di Genova levata l'armata da quei poi'ti, avea
lasciata piccola guardia nelle fortezze. Nondime-
no sentivasi che nelle mare mme si facevano dalle
genti del papa molte prede e altri danni, e che fra
queste genti anche molti cavalleggieri dei tioreii-
tini, che dopo la rotta del campo s'erano ritirati a
Montepulciano, danneggiavano la corte di Chian-
ciano e di ÌVlontefollonica^che il conte di Pitigliano
oltregli altri danni avea preso Castellottieri e IVIon-
torio del signore Linolfo,che s'era collegato e fatto
suddito della repubblica senese , per il che la re-
pubblica Cu forzata a trattenere con gravi spese
più compagnie di fanti e cavalli, onde liberare le
terre e i forti di quella provincia da tali masna-
de (107).
§. 57. Le disgrazie del papa furono anche
maggiori in Roma, poiché i colonnesi sotto la di-
rezione del cardinale Pompeo Colonna, per Podio
che questi portavano al papa, e per Tattaccamen-
10 verso l'imperatore, (issarono di assalire Cle -
mente VII (ino nel suo proprio palazzo. Si por-
tarono con gran segretezza la notte del 19 set-
tembre verso Roma con 3ooo fanti ed 800 cavalli
e s'iujpadronirono di tre porle della città. Sent i-
tosi dal papa il ruraore,quando non avea più mez-
zi da opporsi si ritirò in fretta in Castel s. Angio-
lo , ed avendo i cnlouuesi. alla .lesta doifi Ugo
l4o AVVENIMENTI STORIO! ^/l. 1526.
Moiicada saccheggiarono non solo il palazzo del
papa e le case di molti prelati, ma depredarono
ancora la chiesa e la sagrestìa di s. Pietro. Il
pontefice Clemente, restando sbigottito da tante
disgrazie, procurò di avere a parlamento don Ugo
Moncada per trattar seco, dando per ostaggi i
cardinali Cibo e Ridolfi. L^esito dell'abboccamen-
to fu, che il papa a gran danno dei confederati si
obbligò di ritirare le sue genti per quattro mesi
di qua dal Pò, e di rimuovere Tarmata di mare
dal molestar Genova, e di perdonare ai colonne-
si, dando per ostaggi per Tosservanza di questi
patti Filippo Strozzi ed un figlio di Iacopo Sal-
viate Don Ugo dalla sua parte si obbligò a nome
suo e dei colounesi di partire da Roma colle sue
forze, e di tornarsene liberamente nel regno di
JXapoli, l^on cessarono perciò né le angustie del
pontefice, ne le disgrazie dei fiorentini, e conti-
nuava sempre la guerra di Lombardia e di PJapoli.
Frattanto il papa non tenne le promesse fatte
neiraccordo, scomunicò i colounesi, e fece sac-
cheggiar molte delle loro castella (loS).
g. 58. Dietro l'accaduto in Roma a danno del
papa, Giovan Paolo, che s''era impadronito della
terra d'OrbetelIo, andò in altri servigi per indu-
stria ed opera del capitano Anastasio , e dette
agio a Guglielmo corso senese di ricuperare
quella terra, scalando le mura di notte tempo
con 3o compagni, e gridando lupa lupa^ per cui
si sollevò quel popolo, e ad esso fu favorevole il
ridurlo alPobbedienza della repubblica senese .
Ricuperarono in oltre i senesi Telamone ribel-
JfU \o1&. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLÌI. \^l
latosi ad Andrea Doria , e la terra e fortezza di
PorrErcole colla forza delle armi del capitano
Cincio corso abitatore di quel castello, che la do-
nò alla signorìa, e n'ebbe non piccola rimunera-
zione (109). Clemente VII abbandonato dai suoi
alleali nella congiuntura in cui la più formidabile
armata si avanzava contro di lui , era per fermo
in pieno diritto di provvedere alla sua salvezza
con un particolare trattato. iVla sembra che né il
papa, né il datano Ghiberti di lui principale con-
sigliere, né altra persona della corte pontificia,
abbia estimato al giusto il pericolo che sovra-
stava a Roma dall'' avvicinamento del Borbone,
imperciocché Clemente s'indusse a trattare,piut-
tosto perchè non poteva più tollerare i mali por-
tamenti delle sue proprie truppe, e perché aveva
disordinate le finanze, che per timore degP im-
periali . Fin da principio temevasi in Roma che
il Borbone non accettasse la tregua sottoscritta
d;il viceré, ed infatti seppesi poro dopo chVi Pa-
veva rifiutata. Pure il papa volle tenere questo
rifiuto in conto di una millanteria militare, o di
uno strattagemma per estorcergli maggior som-
ma di denaro (i 10). Egli avrebbe dovuto meglio
conoscere la sfrenata truppa con cui aveva che
fare, immensa turba di soldati non pagati, disub-
bidienti, indisciplinati, i quali parean piuttosto
conthjrre i loro generali, che esser condotti da
loro. Egli sapeva, non meno che tutta Tltalia, qual
(osse slata pel corso d'un annoia loro tirannia In
Milano^ doveva sapere che Giorgio Frundsberg
infiammato contro la chiesa romana d' immenso
Ò7. Tose. Tom. 9. 13
I^a AVVENIMENTI STORICI Jn.iSlG,
odio, invelenito ancora dalle controversie religio-
se della Germania, portava in seno una funicella
dorala, con cui diceva che voleva strozzare il pa-
pa colle sue proprie mani (i i '); ^^" doveva igno-
rare che una parte dei soldati di costui era stata
strascinata sotto le di lui bandiere, non meno dal
fanatismo della riforma che dalP amore della li*
cenza militare*, e che gli spagnuoli fatti più ^idi
dalle rapine loro permesse a Milano, anelavano
alle ricchezze della più mercantesca città d'Italia,
a talché solevan giurare pel glorioso sacco di Fi'
renze(iiii). Fu dunque improvvidissimo consi-
glio quello di Clemente, che disarmavasi tostochè
fu sottoscritta la tregua, e scriveva al cardinale
Trivulzio che licenziasse la maggior parte dei
suoi soldati^ che rallegravasi perchè quei di Ren-
zo di Ceri s* erano dissipati spontaneamente^ e
non riteneva per sua difesa più che loo cavalleg*
gerì, e circa aooo fanti delle bande nere, ordinate^
da Giovanni dei Medici (ii3).
J. 69. Il pontefice ed il viceré avevano con-
cluso il trattato di buona fede, e l'uno e 1' altro
soddisfecero alle scambievoli convenzioni^ ma il
Borbone forse non voleva e certamente non po-
teva trattenere la sua armata. Dava non per tanto
a credere che accetterebbe Parraistizio se gli ve-
niva promessa una più ragguardevole somma di
danaro da distribuirsi a'suoi soldati in pagamento
di due mesi di soldo arretrato^ e perchè a tal uo-
po ricominciavano le trattative, negli ultimi otto
giorni di marzo fece alcuni lavori intorno a Bo-
logna, come se avesse voluto assediarla . IVIa il
jin.i526. DEI TEMPI ]ftEPUBB. GAP. XLII. l/^Z
5i di marzo dichiarò al Guicciardini che non po-
teva più oltre tenere a freno i suoi soldati , ed
andò ad accamparsi al ponte al Reno. Un messo
del viceré, che veniva ad intimargli 1' ordine di
osservar la tregua, corse pericolo d''essere ucciso
dai lanzichìnecchi e salvossi a stento con una
pronta fuga^ ed il marchese del Guasto che s'era
separato dal duca di Borbone per non disobbe-
dire al viceré, ed avea presa la strada di Napoli,
fu con sentenza militare bandito dall'armata (i i4).
Peraltro i progetti del Borbone sembravano tut-
tavia difficilmente eseguibili : la primavera era
assai tarda, ed era caduta molta neve sugrAppen-
nini, cui Tarmata imperiale doveva attraversare
per entrare in Toscana. Dessa trovavasi accampata
tra Ferrara e Bologna in terreni fangosi e quasi
affatto inondati: per mancanza d''artiglieria e di
munizioni non aveva potuto prendere veruna cit-
tà, onderà sempre sprovveduta di vettovaglie co-
me di denaro , e viveva alla giornata con quello
che poteva arraffare nelle campagne. Traversan-
do un paese cosi sterile come gPAppennini, dove
poteva supporre d'incontrare qualche ostacolo ,
ella dovea necessariamente portar vettovaglie
per più giorni', ed appunto per questo motivo il
r.orbone si trattenne lungo tempo ai confini del
bolognese e della Romagna, mostrando di voler
prendere or Puna or T altra strada, sempre mi-
nacciando e non mai avanzando ( 1 15).
g. 60, Intanto continuavano con lui le prati-
che d''accordo; ma queste non altro facevano che
nauovere a sospetto il duca d* Urbino ed il mar-
l44 AVVENIMENTI STORICI ^«.1526.
chese di Saluzzo , i quali vedendo il papa tanto
sollecito di abbandonarli , stavano sempre appa-
recchiati a ritirarsi. Lo stesso viceré si pose in
cammino per abboccarsi col Borbone, ed offrirgli,
per soddisfare al debito verso Tarmata, oltre il da-
naro promesso dal papa, altre somme da prendersi
suirentrate di Napoli, o sulle straordinarie contri-
buzioni de'fioreutini,i quali'trovandosi esposti pri-
ma degli altri al pericolo, dovean essere i primi a
riscattarsi. Ma egli osava d'avventurarsi in mezzo
a quella sfrenata soldatesca, e si fermò a Firenze
per trattare di colà col Borbone. Dal canto suo il
Guicciardini, luogotenente generale della Chiesa
in tutte le provincie della Lombardìa,faoeva fervide
istanze al senato di Venezia, al duca d'Urbino ed al
marchese di Saluzzo , acciocché Tarmata alleata
tenesse dietro al Borbone ^ rappresentando loro
che quand' anche fosse vero che il papa avesse
intenzione di trattare di per sé solo, pure doveva
interessar loro eh' ei non venisse oppresso^ per-
ciocché quanto più grande sarebbe la di lui pau-
ra, tanto maggiore sarebbe la quantità del denaro
che da lui trarrebbe il Borbone, e tanto maggior
danaro verrebbe poi adoprato contro la lega (i i6).
Prima di avanzarsi negli Appennini il Borbone
deluse i suoi nemici con nuove trattative , e
mentre eh' egli avanzavasi per IVI e Idola , santa
Sofia e Val di Bagno , fino a Pieve s. Stefano in
Valdarno superiore , fece dai suoi inviati pres-
so il viceré sottoscrivere una nuova convenzione,
in forza della quale prometteva di allontanarsi
per una grossa somma di danaro. Tuttavìa il Guic-»
^«.1526. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLll, l45
ciardini, stando in sospetto di frode, aveva per-
suasi il marchese di Sai uzzo ed il duca d'Urbino,
• in compagnia dei quali trovavasi allora in Mugel-
lo , a passare ancor essi TAppennino, I confini
del ducato d''Urbino non erano lontani dall'armata
imperiale, e questo fu per certo il principal mo-
tivo che indusse il duca ad avanzarsi. Ma il Guic-
ciardini non poteva riuscire ad ispirare al papa la
medesima diffidenza ^ quanto più grande e più
spaventevole era il pericolo, tanto più Clemente
\Il era determinato di chiudere gli occhi per non
vederlo. Quando il pontefice seppe eh' era stata
fermata una nuova convenzione in Firenze , li-
cenziò subito il rimanente delle sue bande nere,
quasi che la conservazione di queste poche sol-
datesche servir potesse di pretesto all'armata im-
periale per venire ad assaltarlo in Roma . Nello
slesso tempo rimandò per mare il signore di Val
di Monte a Marsiglia, e parve dopo ciò credersi
in grembo alla più perfetta pace (117).
g. 61. Ciò nulTostante poco mancò che una
impensata rivoluzione non salvasse Roma a spese
di Firenze. Dovendo Tarmata della lega acquar-
tierarsi air Incìsa , per coprire questo piccolo
paese, i fiorentini non meno spaventali de'soldati
che venivano per difenderli, che di quei che ve-
nivano per assalirli, chiesero le armi alla signo-
ria. Questa domanda venne apertamente e fervi-
damente spalleggiata dai più reputati cittadini ,
(pjali erano Niccolò Capi)oni, Matteo Strozzi ed
il goni'aluniere Luigi Guicciardini fratello dello
storico. I partigiani dei Medici sehbeu conosces-
l46 AVVENIÌIENTI STORICI Jn.i526.
sero Tavversione dei loro concittadini pel giogo
che sostenevano, non osavano d'attraversarsi pa-
lesemente ad un così legittimo desiderio. Promi-
se la signoria che i i6 gonfalonieri che avevano
parte nel governo distribuirebbero le armi alle
loi'o compagnie^ ma perchè il popolo si affollava
premurosissimo intorno al palazzo per riceverle,
essi furono atterriti dall' ardore con cui queste
armi erano domaudate , e fraudtirono la promes-
sa (il 8). II cardinale di Cortona tutore de'giovani
de"']>Iedici, ed i cardinali Cibo e Ridolfi, che tro-
vavansi allora in Firenze ov^erano stati mandati
dal papa in sul finire del i52.6 onde sostenere
il credito del Cortona, si apparecchiavano in quel-
Tistesso tempo ad uscir di città col giovine Ippolita
de'Medici per recarsi a visitare i generali dell'ar-
mata alleala acquartierata airOlmo non lontano da
Firenze: ciò bastò perchè il popolo supponesse che
costoro, riguardando le cose loro come disperate,
abbandonassero la città. Questo rumore nacque
a caso tra una plebaglia ignorante ^ ma tutta la
città era sì stanca del governo de'Medici e di quel
de'preti, ogni cittadino sentivasi cosi umiliato nel
vedere che una repubblica coperta di tanta gloria
fosse ridotta nella dipendenza d'un fanciullo e dì
prelati stranieri, che ognuno avidamente abbrac-
ciava la speranza di metter fine a questa tirannide.
Quelli ancora che ciò non credevano, s^infingeva-
no di crederlo per far nascere Toccasione di squo-
tere il giogo. I giovani accorsero allora verso il
palazzo, gridando viva il popolo e la libertà/ La
guardia resìslelte per poco,oonciossiachè si posero
Jin.i 526, DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLIT. l^y
di mezzo i più assennati cittadnì e la persuasero
a ritirarsi. 1 tumultuanti si presentarono alla si-
gnorìa, capo della quale era in allora il gonfalo*
niere Luigi Guicciardiui fratello dello storico^ la
costrinsero a mandare fuori un bando, per cui
tutti coloro ch''erano stati condannati da'* lìledici
per delitti di slato, venivano ristabiliti nelle loro
prerogative ^ il governo era riformato come al
tempo del gonfaloniere Soderini, ed i Medici e-
rano esiliati e chiariti ribelli (i 19).
"g. (Ja.I cardinali con Ippolito de'Medici.avevano
imprudentissimamente continualo il viaggio loro
verso rOlmo, sebbene avessero avviso di ciò che
accadeva in Firenze.I principali de'^sollevali, primo
de^quali eia Pietro Salviali ricco cittadino e pos-
sente per le parentele, talché poteva aspirare a'pri-
rai onori della città, ben riconoscevano la necessità
di guarnire iumìanlinente con buon nerbo di ar-
mati le porte, di occupare gli arsenali, di chiamare
a giuramento i soldati, e di trattare colla lega per
procurare il di lui sostegno alla repubblica. Ma a
loro non fu possibile di acquietare abbastanza la
popolare effervescenza per ottenere che si obbedis-
se o si badasse almeno alle loro proposte^ cosicché
mentre il popolo era ancora nella esultanza della
gioia, gli altri cominciavano di già a tremare per le
conseguenze di quel sollevamento, che non si tro-
vavano più in caso di dirigere (120). Il Salviali ed i
suoi amici avevano bensì ordinato che si suonasse
la campana a stormo: ma i tre cardinali erau già
tornati col duca dUJrbino, il marchese di Saluz-
zo, e i5oo fanti, avanti che si fosscr chiuse le por-
l48 AVVENIMENTI STORICI Jn 1526*
te^ questi s'incamminarono subito verso la piazza
e cominciarono l'assedio del palazzo diventato la
cittadella dei rivoltosi.Forse Firenze non erasi mai
trovata in più grave pericolo^ imperciocché se i
Medici fossero stati obbligati a far entrare in città
Tarmata alleala per impadronirsi del palazzo, a-
vr ebbero diflicilmente potuto tenere a freno i sol-
dati avidi sempre di rapina, ed ancora più difficil-
mente avrebber potuto in appresso opporli all'ar-
mata del Borbone che si avvicinava. Il Guicciardini
che ben si avvedeva del gravissimo pericolo del-
la sua patria, s'interpose tra le due parti^ sforzossi
di atterrire gli uni e gli altri, rappresentando lo-
ro le conseguenze e la propria ostinazione , e li
indusse ad un accordo, in forza del quale i solle-
vati abbandonarono W palazzo e lo restituirono
ai Medici, dopo avere in contraccambio ottenuta
da questi una piena amnistia, che non fu tuttavia
perfettamente osservata (lai).
g. 6?». Il duca d''Urbino prese motivo da que-
sta sollevazione, che abbastanza manifestava le di-
sposizioni dei fiorentini rispetto al papa, per do-
mandare che la repubblica accedesse in suo pro-
prio nome alla lega con Venezia e colla Francia;
dimodoché più non si trovasse compresa nelle
negoziazioni che Clemente VII proseguiva an-
che allora cogp imperiali. In fatti la signorìa si
obbligò a non concludere verun trattato di pace
coU'imperatore senza il consentimento di tutti i
confederati; ed i cardinali luogotenenti del papa
fuion costrettidi aderire a questo trattato, che fu
soUoscritto nell'aprile nel palazzo de' Medici. U
An» 1526. DEI TEMPI REPUBB. CiP. XLII. 149
duca d^Urbino trasse partito non men per la le-
ga che per sé medesimo dalla sua presenza in Fi-
renze in quel punto con un'armata, imperciocché
non volle partire finché non gli furono dalla re-
pubblica restituite le forti città di san Leo, priii-
cipal luogo della contea di >IontefeItro,e la fortez-
za di Maiolo. Egli le riebbe in qualche luogo colla
forza, senza la pubblica deliberazione e senza la
approvazione dei consigli , ai quali solo appar-
teneva il dare cosi fatti ordini (liia). La solleva-
zione di Firenze aveva avuto principio e fine in
un sol giorno^ pure fu cagione agli alleali di gra-
vissimo danno, avendo impedito alla loro armata
di appostarsi allliicisa, e di poter cosi più facil-
mente tenerd'occhio il duca di Borbone^ accrebbe
la diffidenza del duca d''Urbino e de''veneziani, i
quali vedendo come lo stato di Firenze era poco
sicuro, temei tero più che mai di allontanarsi dalle
proprie provincie^ finalmente fece loro perdere
un tempo che era per essi troppo prezioso e di
cui il Borbone seppe approfittare (ia3). Il Borbo-
ne parli difatti nel 20 aprile dai contorni d'Arez-
zo alla volta di Roma, senz'^artiglierìa, senza car-
ri e senza munizioni; e non si lasciò trattenere
né dalle piogge che in quella stagione furono
grandissime, né dalia mancanza di viveri, poiché
scrivendo a'Iucchesi che presto sarebbe passato di
là, li pregava a fornirlo di vettovaglie; ma cambia-
ta strada in luogo delle vettovaglie chiese ed ebbe
da essi dodicimila ducati d''oro(ia4). Ottenne P^'
a Siena, in allora addetta al partito imperiale, al-
cuni soccorsi , che lo aiutarono a proseguire il
l5o ATVENIMERTl STORICI ^«.1526.
cammino; ma non si trattenne in quello stato co-
me erasene lusingato Clemente VII (i25).Cammiu
facendo saccheggiò Acquapendente e s. Lorenzo
alle Grotte ; fu introdotto in Viterbo da alcuni
fuorusciti di quella città; occupò in appresso llon-
cillione. e (ìnalmente arrivò il 5 di maggio sotto
le mura di Roma, prima che il papa avesse volu-
to credere ch''ei fosse partito dalla Toscana. Cle-
mente procacciò per la seconda volta in quegli ulti-
mi istanti di mettersi sulle difese; ordinò nuove
leve per surrogarle ai soldati che aveva così im-
prudentemente licenziati;vendettetre magistratu-
re della sua corte,ma non ebbe neppure il tempo di
riceverne il denaro; domandò una contribuzione
volontaria ai più ricchi abitanti di Roma , ma
questi ritenendo con avara mano quel che presto
dovevano perdere, dettero pochi scudi, quando
trattavasi di difender tutto il rimaneute deMoro
beni, l'onor loro e la vita (126).
5. 64. Il Borbone si affrettava intanto alFira-
presa, temendo fesercito della lega che gli veniva
alle spalle: perciò il giorno appresso dette V as-
salto al borgo di s. Pietro, difeso da Renzo di Ceri,
da Camillo Orsini e da Orazio Baglioni. Fu fatta
gran resistenza, ma la disperazione de'^soldati del
Borbone non aveva ritegno. Appoggiate le scale
combatteva fra i primi il Borbone medesimo, che
distinto dalle armi dorate e da una bianca so-
pravveste fu preso facilmente di mira , e steso
morto da Benvenuto Cellini e da' suoi compagni
Alessandro e Cecchino; la di lui morte raddop-
piò il furore e rindisciplina. I soldati vi penetraro-
^n. Ì516. DEI TEMPI UEPUBB. CAP. XLII. l5r
no ed il papa si rifugiò in Castel s. Angiolo con
molti cardinali. Nel passaggio pel corridore osser-
vò più volte lacrimando dalle aperture del me-
desimo la strage del suo popolo: questa fu Tepo-
ca più luttuosa di Roma : il saccheggio dato da
questi soldati supera tutte le atrocità dei goti e
dei turchi. Furono trucidate più di 7000 persone
inermi, genuflesse, rifugiale nelle chiese e nella
stessa basilica vaticana abbracciate alle reliquie
ed ai santi dei <|uali imploravano soccorso: tut-
ti i palazzi e tutte le chiese furono spogliate. ]>è
conventi né case di oneste dame furono illese
dalle barbare villanìe di costoro. Cardinali e prin-
ci[>i furono arrestati e costretti a pagar grosse
somme, ancorché fossero della stessa loro nazio-
ne, e collei:j3ti in guerra colla medesima. Non
essendo bastante 1' autorità degli ufficiali per
frenarlo, durò questo saccheggio molti giorni. In
mancanza del Borbone elessero per loro coman-
dante Filiberto principe d'Oranges, il quale strin -
geva sempre più Castel s. Àngiolo. A-llora fu te-
nuto in Orvieto un consiglio da quei della lega per
risolversi a mjirciare verso Roma e liberare almeno
il papa. IVIa il duca d'Urbino sempre esulcerato per
gli antichi torti ricevuti dalla famiglia Medici, in
cuore avea piacere che il papa fosse umiliato ,
onde non si determinò mai a nulla, ed intanto il
pontefice fu costretto di arrendersi a discrezione.
Fu obbligato al pagamento di quattromila ducati
in due mesi; alla consegna di Castel sani''Angiolo,
(Civitavecchia, Ostia, Civita Castellana alP impe-
ratore,e alla cessione di Parma e Piacenza. E tino
l5a AVVENIMENTI STORICI Jn. 1526.
airaderapimento di tali condizioni dovean rima-
ner prigionieri il papa con tredici cardinali, che
poi doveano passare a Napoli ed a Gaeta tino al-
la risoluzione di Carlo V. In questa disgrazia il
duca di Ferrara s" impadronì di Modena , Sigi-
smondo Malatesfa di Rimin», ed i veneziani quan-
tunque alleali, di Ravenna, della Cervia e delle
Saline (127).
g. 65. Clemente VII non considerava la sua
sovranità nello stato della Chiesa, se non come
un principato vitalizio, e più gli caleva dell' ob-
bedienza dei tìorentini. da cui dipendeva la gran-
dezza ereditaria della casa de\Medici. Benché non
avesse né figli né prossimi congiunti , era però
tutto intento a perpetuare il potere della sua fa-
miglia>5 e disposto a sacrificare alP albagìa del
nome assai più che Leone X suo cugino . Ma
quantunque volesse conservar Firenze , poco ri-
guardo ne avea, imperciocché quanto egli ante-
poneva il bene dei suoi eredi a quello della sua
patria, altrettanto preferiva sé stesso agli eredi •
onde ogni qual volta, nelle guerre in cui traeva
Ja repubblica senza che questa vi avesse verun
particolare interesse , occorreva una prestanza
od una contribuzione di guerra per supplire a
qualche spesa straordinaria, ne aggravava sempre
i fiorentini, i quali benché avessero in ogni modo
cessato di pesare nella lance della politica, d'es-
sere annoverati tra le potenze d'Europa, e d'avere
un diretto interesse nelle cose d'Italia, vedevansi
non per tanto rovinati dalPambizione della casa
Medici. La conquista e la difesa del ducalo d'Ur-
Alt. 1526. DEI TEMPI REPUBB. CAP. XLII. I 5!^
biuo era loro costata 5oo,ooo fiorini, e vedutosi
appena il pericolo, erano stali costretti di resti-
tuire al duca la fortezza di s. Leo, e la contea di
Montefeltro, che loro erano state date in com-
penso delle fatte sovvenzioni. Avevano in oltre
spesi 5oo,ooo fiorini nella gu^^rra intrapresa da
papa Leone X contro la Francia, ne avean pagati
3oo,ooo ai capitani imperiali ed al viceré, duran-
te il governo del cardinal Giulio dei Medici , e
dopo che questo stesso Giulio era divenuto papa,
avevano somministrati altri 600,000 fiorini per la
guerra che egli faceva contro l'imperatore (12,8).
Da troppi mali essi erano oppressi ad un tempo^
avevano perduta la libertà e continuavano ad
essere aggravati di tali imposte , che dovevano
schiacciare qualunque popolo non libero. Perciò
i fiorentini avevano quasi tutti lo stesso deside-
rio di cogliere il momento in cui verrebbe loro
fatto di squotere il giogo dei Medici (129). ^
g. Q^ . La presa di Roma e la prigionìa deh
papaia Castel sanf Angiolo distruggeva la pò*
tenza di questa casa. I tre cardinali che Clemen-
te VII teneva in Firenze come governatori della
repubblica e tutori d'Ippolito e d''Alessandro, non
potevano dubitarne. La notizia di tanta sventura
era loro giunta Tu di maggio •, essi procurarono
di tenerla celata spargendo contrarie voci^ ma
già da molto lem[)0 il popolo erasi avvezzato a
non dar loro credenza (i3o). Tutti i più reputati
l»erionaggi della città, tutti coloro che discende-
vano da illustri antiche famiglie, sì recarono da
Silvio Passerini cardinale di Cortona nel palaz-
SL Tose. Tom, 9. 14
l54 AVVEMMENTI STORICI ^/l.1b26.
zo (Jei Medici, non più in abito militare come
nella precedente sollevazione, ma col luccoecol
cappuccio, abito civile che accresceva loro gravi-
tà, e lo richiesero di restituire pacificamente alla
loro patria quella libertà, alla quale egli più non
poteva porre impedimento (i^i). Capi di questi
cittadini erano IXiccolò Capponi, il più zelante de-
gli amici della libertà, che di già riguardavasi co-
inè il restauratore del nuovo governo, e Filippo
Strozzi di lui cognato, il quale avea disposata Cla-
rice dei Medici , sorella di Lorenzo li e figliuola
di Pietro . Questo Filippo Strozzi era stato da
Clemente VII, in occasione della prima prigionia
e del primo trattato del papa coi Colonna , dato
in ostaggio ad Ugo di Moncada. Ma in a ppresso
Clemente non aveva voluto né dare esecuzione
alle coudizioni del trattato . riè provvedere al-
la liberazione degli ostaggi. Vedendo il Moncada
quanto lo Stròzzi fosse sdegnato per questo mal'
tratto di Clemente , lo pose spontaneamente in
libertà, onde nuocere col di lui mezzo al potere
pontificio in Firenze (i3'i). Clarice dei Medici
moglie di Filippo non era meno sdegnata dello
sposo. Lagnavansi ambedue di Clemente, perchè
avendo egli promesso il cappello di cardinale al
suo figlio Pietro, ed avendolo con tal promessa
persuaso a vestire Tabito ecclesiastico, ricusasse
poi ostinatamente di mandarlo ad effetto. Clarice,
la quale, per cagione del sesso ed a motivo della sua
parentela coi Medici, non temeva il risentimento
del loro partito, non si guardava dal ricordare a
tutti coloro che lungamente erano stali addetti
//rt.1526. DEI TEMPI REPUBB. CAP.XLII. l55
alla sua famiglia , che al presente non a prò dei
veri >Iedici rinunziavano alla libertà della loro
patria, raa bensì a prò di uno dei loro sudditi di
provincia, il cardinale di Cortona, e di due ba-
stardi Ippolito ed Alessandro (i 33).
§. 67 . Silvio Passerini cardinale di Cortona
era di carattere debole ed irresoluto ^ altronde
temeva di perdere in una rivoluzione il suo pro-
prio tesoro, e difficilmente ascoltava altri consi-
gli che quelli dell'" avarizia. Il cardinale Niccolò
Ridolfi, sebbene riconoscente verso la famiglia
dei Medici, da cui riconosceva la porpora cardi-
nalizia, era non per tanto affezionalo come lo era
tutta la famiglia Ridoltì. Onofi io di Monledoglio
capitano della guarnigione di Firenze ch''era nu-
merosa di circa 3ooo uomini , era il solo che si
mostrasse zelante per la difesa delP autorità dei
Medici. Bastava, diceva egli , di dare un poco di
denaro alle soMatesche per tenere col mezzo loro
la città obbediente ; ma il tesoriere del comune
si era nascosto, perchè altri non potesse forzarlo
a dar danaro a danno della patria. Il cardinale
Passerini non volle metter mano al suo proprio
peculio, ed il coraggio di coloro che volevano di-
fendei si mancando col denaro, con cui desso co-
raggio doveva esser p;igato, in breve altro partito
non rimase ai Medici che quello di cedere . Per
ciò il 16 maggio si fermò un accordo tra i prin-
cipali cittadini del partito repubblicano, ed il car-
dinale di Cortona qual rappresentante de\>I edici.
Prometteva questi di uscire di Firenze coi due
giovanotti Ippolito ed Alessandro, ed i fiorentini
l5G AVVENIMENTI STORICI An. 1526,
in contraccambio guarenlivano ai Medici il go-
dimento di lutti i loro beni , ed in oltre P esen-
zione per dieci anni da ogni contribuzione stra-
ordinaria. Fu stabilito in pari tempo di richiama-
re in vigore la costituzione, colla quale era stala
governata la repubblica fino al i4iìì(i34). In fatti
il dì 17 di maggio i giovani Medici, accompagnati
dal cardinal di Cortona , da Filippo Strozzi e da
molti loro amici, partirono da Firenze senza stre-
pito e senza violenza, e si trattennero la prima
notte al Poggio a Caiano. Nel susseguente giorno
andarono a Pisa , la di cui fortezza avevan pro-
messo di consegnare alla signorìa con quella di
Livorno . Veramente in allora cominciarono a
dolersi del fatto accordo, per cui i loro amici tac-
ciavanli di debolezza , e per non esser forzati ad
eseguire raccordo, sfuggirono dalle mani di co-
loro che li accompagnavano, e ritiraronsi a Trucca,
dove ricevettero ogni sorta di gentile trattamen-
to (i35). Ad ogni modo i comandanti delle for-
tezze non tardarono a consegnarle ai commissa-
ri della repubblica fiorentina (i36): questa re-
pubblica risorgeva allora da un lungo letargo. La
balia creata dai Medici nel i5ia, la quale sotto
di loro aveva fino allora governato Io stato, adunò
il consiglio dei cento, e gli propose di riformare
lo stato secondo la costituzione popolare dell'an-
no i5ia. Fecelo il consiglio, cosicché la rivolu-
zione operossi nei modi voluti dalle leggi, e venne
confermata dalla legittima potestà ,* dopo di che
la balia spontaneamente depose T autorità che
Fera stata affidata (iSj),
An» 1 526. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLII. 1 57
g. 68. La signorìa che allora sedeva , il consi-
glio dei cento e lutti i magistrati erano stati elet-
ti dai Medici ed in generale erano addetti a quella
famiglia. Ma tutta la città desiderosa di ricuperar
daddovero la libertà , bramava di essere go-
vernata dai cittadini da lei scelti. I più ardenti
amatori del governo popolare, dei quali era capo
Anton Francesco degli Albizzi , avrebber volutp
jche con aperta forza si cacciassero fuori di pa-
' lazzo Antonio Kori, uomo affeziona tissirao ai Me^
dici, e tutta la signorìa, dicendo esser queste giuste
rappresaglie delle violenze usate contro il perpe-
tuo gonfaloniere Pietro Soderini ; ma altri più
saggi cittadini persuasero il popolo ad aspettare,
ed in pari tempo fecer persuaso il consiglio dei
cento della necessità di adunare prontamente ,
secondo la nuova costituzione il gran consiglip,.
La sala delle adunanze di questo consiglio era
stata ridotta dai Medici a caserma pei soldati, e
bisognava distruggere le muraglie interne che vi
♦si erano alzate. Tutti i nobili giovani fiorentini ,
^che tal nome di nobile erasi di già sostituito a
quello più glorioso di cittadino, detter mano al
lavoro. Ognuno aspirava all'onore di contribuire
ad atterrare questo monumento della schiavitù
della patria . La sala del supremo consiglio fu
ripristinata e ripulita , poscia dai preti aspersa
d''acqua santa e consacrata con una messa solen-
ne ^ sicché il dì 21 di maggio vi si potette final-
mente radunare 11 consiglio, nel quale si annove-
rarono 2270 cittadini fiorentini. In tal consiglio
i liben suffr.igi del po^»oIc> elessero gonfaloniere
' ' i4*
l58 AVVENIMENTI STORICI ^«.1526.
di giustizia jXìccoIò Capponi, il quale clovea resta-
re in carica tredici mesi, e dopo questo termine
poteva essere riconfermalo. Fu eletta una nuova
signorìa , la quale dovea rimanere in carica per
tre mesi, perchè si volle eh' ella subentrasse in
luogo delle creature de'^Iedfci il primo giorno di
giugno, in vece di aspettare fino al primo di luglia
Il gran consiglio elesse ancora i decemviri delia
libertà e gli otto s'ignori della guardia^ e creò di
nuovo il consiglio degli ottanta destinato a tene-
re in bilico r autorità del governo e la potestà
popolare. Tutti questi magistrati, veri rappresen- ]
tanti dei loro concittadini , presero il magistrato
colla nuova signorìa , ed il a giugno lutti i mae-
strati e gli ecclesiastici seguiti dai cittadini affol-
lati, si recarono in solenne processione a tutte le
principali chiese, per render grazie a Dio della ri-
cuperata libertà (i38).
Il OTE
riandr-
ei) Ammirato, Stor. fior, e Gio. Cambi, Stor. fior,
ap. Sismondi, Sloris delle repubbliche italiane, voi.
XIV, cap. cviii , p. 117. (2) Ammirato e Cambi cit.
ap. Sismondi rit. (3) Sismondi cit. voi. xiv , cap,
ovili, p. 120. (4) Ammirato e Cambi cit. ap. Sismon-
di cit. p. 120. (5) iMalavolti, Storia di Siena, part.
Ili, lib. VII, p, 115. (6) Sismondi cit. vo). xiv, cap.
cviii , p. 122. (7) Cantini, Lettere a diversi illustri
soggetti sopra alcune terre e castella di To>caua, let-
DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLII. l59
tera xviii. (8) Malavolli cit. part. iii, lib. vii, p. 115.
Cambi e Guicciardini, ap. Sismondi cit. vo!. xiv ,
cap. cvm, p. 123. (9) Sozzici, II successo delle ri-
voluzioni della città di Siena, ap. PArchivio italiano,
toni. II , p. 17 . (10) Pignoni^ Storia della Toscana
sino al principato, voi. vili, lib. v, cap. iv. (il) Fio-
ravanti, Mem. storie, di Pistoia, cap. xxix, p. 404.
(12) Pignotti cit. voi. vili, lib. v, cap. iv. (13) Am-
mirato cit. lib, •xxviii, ap. Pignotti cit. (14) Cambi,
Ammirato e Guicciardini, ap. Sismondi cit. voi. xiv,
rap. cviii, p. 139. (15) Bonaccorsi, Diar. Ammirato
cil. lib. xxvHi e Nardi lib. v . (16) Cambi , ap. Pi-
gnotti cit. voi. vili, lib. v, cap. IV. (17) Pignotti cit.
(18) Cesaretti, Storia di Piombino, voi. il, cap. v e
VI. (19) Guidolti, Compendio della Storia di Toscana
voi. i, cap. XV. (20). Guicciardini, Nardi ed Ammirato,
ap. Sismondi cit. voi. xiv, cap. ex, p. 223. (21)Guir-
ciardini, La istoria d'Italia lib. xi. Nardi cit. lib. v,
p. 247. (22) Guicciardini cit. (23) Guicciardini cit.
voi. Il, lib. XI, p. 1 2. Istor. diGio. Cambi, voi. xxi, p.
30(ì. (24) Guicciardini, Nardi ed Ammirato, ap. Si-
smondi cit. voi. xiv, cap. ex, p. 229. (25) Fioravanti
cil. cap. XXIX, p. 405. (26) Guicciardini cit. p. 14.
Nardi lib. v, p. 250, ed Ammirato cit. lib. xxviii.
(27) Tre narrazioni del sacco di Prato ap. L'archi-
vio storico-italiano voi. i, p. 245. (28) Ivi, p. 45 ,
nota 29. (29) Ivi, p. 252. (30) Iacopo Nardi citato,
lib. V, p. 252. (31) Iacopo Nardi cil. p. 253, e Fi-
lippo dc*>'ei li p. 107. (32) Cambi, Nardi ed Ammi.
rato , ap. Sismondi cit. voi. XIV, cap. ex , p. 235.
(33) Iacopo Nardi cit. lib. VI, p* 259. Comment. di
Filippo de'Nerli cit. lib. vi, p. 112. (34) Comment.
del Ncrli, lib. vi, p. 114. Ist. di Gio. Cambi, voi.
XXI , p. 324 . (35) Ammirato , Iacopo Nardi e Gio.
Cambi ap. Sismondi cit. voi. xiv, cap. ex, p. 238.
(36) Cecina, IVTemorie storielle della città di Volter-
ra, p. 247. (37) Stor. di Gio. Cambi lib. x\i , pap.
iGo AVVENIMENTI STORICI
340. (38). Iacopo Nardi, ap. Sismondi cit. voi. xiy,
cap. ex, p, 242. (39) Pignotli cit. voi. ix , liJ?. v ,
cap. V. (40) Muratori , Annali d'Italia ann,. 154,5,.
(41) Vasari^ Vita di Michelangiolo, ap^ Pignotti .c»$.
(42) Pignoni cit. (43) Sismondi cit. voi. xiv , cap.
CXI, p. 260. (44) Paul. lov. Vita Leon. Guicciardi-
ni cit. lib, XI , ed A.minirato cit. lib. xxix j ap. Pi-
gnotti cit. voi. IX, lib. V, cap. v. (45) Fioravanti
cit. cap. sxix. (46) Ammirato cit. lib. xxix^ ap. Pignot-
ti cit. (47) Cecina cit. (48) Guicciardini cit. lib. xir,
pag. 65. Fleury , Hist. eccles. liv. cxxiii , J. 128.
(49) Sismondi cit. voi. xiv, cap. xci, p. 303. (50) Gui-
detti cit. voi. I, cap. XVI. (51) Ivi. (52) Pignotti cit.
voi. IX, lib. V, cap. V. (53) Malavoiti cit. part. ni,
lib. VII , p. 119. (54) Fioravanti citato, cap. xxix .
(55) Cambij Stor. fior. ap. Pignotti cit. voi. ix, lib.v,
cap. V. (56) Guidotti cit. voi. i, cap. xvi. (57) Cic-
ciaporci , Compendio della stor. fiorent. lib. i , p.
76. (58) Pignotti cif. voi. ix, lib. v, cap. v. (59) Maz-
zarosa , Storia di Lucca , voi. ii , lib. vi , pag. 40.
(60) Cambi ed Ammirato ap. Pignotti cit. voi. ix ,
lib. V, cap. V. (61) Gio. Cambi cit. pag. 144-149.
(62) Pignotti cit. (63) Ammirato cit. ap. Sismondi cit.
voi. XIV, cap. cxiii, p. 359. (64) Caml)i e Filippo
de'Nerli, Comraent. de'fatli civili di Firenze lib. viii,
p. 133, ap. Sismondi cit. voi. xiv, cap. cxiii, pag.
400. (65) Mazzarosa cit. voi. ii, p. 41. (66) Ciccia-
porci cit. lib. i, p. 77. (67) Malavolti cit. part. iii,
lib. VII, p. 120. (68) Fioravanti cit. cap. xxx. (69) Ce-
saretti,Slor. di Piombino cit. voi. il, cap. vi. (70) Maz-
zarosa cit. voi. II, lib. VI, p. 42. (71) Pignotti cit-
voi. Jx, lib. V, cap. V. Guidotti, cit. voi. i, cap. xvi.
(72) Malavolti cit. part. in, lib. vii , ed Ammirato
lib. xxviii, ap. Pignotti cit. voi. ix, lib. v, cap, vi.
(73) Nerli ^ Commeut. lib. vii , p. 138. (74) Nardi,
Stor. fior. lib. vii, p. 282. (75) Nardi, Cambi, Am-
^llùpta^e Nerli^ ap. Sismondi cit.iJ?(^UvfV,y cap. cxiv^
DEI TE5IP1 REPUBB. GAP. XLIL ì6l
p. 20. (76) Mazzarosa cit. voi. li , lib. vi, pag. 43.
(II) Ivi, p. 46. (78) Ivi, pag. 47. (79) Ivi, pag. 49.
(80) Serie dei ritratti ed elogi d'iilastri toscani. (81) Pi-
gnotti cit. voi. IX, lib. v, cap. vi. (82) Cesaretti ,
Slor. del principato di Piombino cit. voi. ii, cap. vi,
(83) Guidotti cit. voi. i , cap. xvi. (84) Fioravanti
cit. cap. XXX. (85) Guidotti cit, (86) Piguotti citato.
(87) Varchi, Istor. fior. lib. li, ap. Pignotti citato.
(88) Varchi, Nerli, Ammirato e Nardi, ap . Pignotti
cit. (89) Pignotti cit. (90) Fioravanti cit. cap. xxx.
(91) Mazzarosa cit. voi. ii, lib. vi, pag. 51 , (92) Var-
chi, Stor. fiorent. lib. n , ap. Pignotti cit. voi. ix,
lib. V, cap. VI. (93) Sismondi, Stor. delle repubbli-
che ital. cit. voi. XV, cap. cxv, p. 66. (94) Cellini,
Vita di se stesso lib. l, cap. xviii. (95) Cambi, Com-
ment. del Nerli e Varchi ap. Sismondi cit. voi. xv,
cap. cxv, p. 67. (96) Guicciardini e Nardi, ap. Si-
smondi cit. p. 98. (97) iVlalavolti, Stor. di Siena cit.
part. Ili, lib. vn , pag. 124 . (98) Sismondi citato.
(99) Fioravanti cit. cap. xxx. (100) Cicciaporci, Com-
pendio della stor. Cor. cit. p. 82. (101) Guicciardi-
ni , lib. XV, p. 294, ap. Sismondi cit. voi. xv, cap.
cxv j p. 108. (102) Cicciaporci cit. lib. i , pag. 83.
(103) Mazzarosa cit. voi. il, lib. vi, pag. 51. (i 04) Guic-
ciardini cit. lib. XVI, p. 300. (105) Cicciaporci cit.
lib. I, p. 84. (1(»6) Ammirato, Guicciardini e Mala-
volti cit. ap. Sismondi cit. voi. XV, cap. cxvii , p.
190. (107) Malavolti cit. part. ni, lib. vii^ p. 131.
(108) Cicciaporci cit. p. 85. (109) Malavolti citato.
(110) Lettera del Ghiberti al cardinal Trivulzio del
31 manto 1527 . Lett. di principi, tom. ii, pag. 69.
(III) Giovio, Elogi degli uomini illustri, lib. vi, p.
325 . Ammiralo cit. lib. xxx e Varchi lib. il , pag.
50. (112) Lett. di principi, voi. ii, p. 47 a Niccolò
Capponi. (113) Guicciardini e Varchi, ap. Sismondi
cit. voi. XV, cap. cxviii , pag. 228. (114) Guicciar-
dini e Machiavelli, Lezioni , ap. Sismondi cit« pag.
l6a AVVENIMEJITI STORICI
229. (115) Machiavelli, Lezioni ., voi. vii, Lelter. di
Bologna e di Forlì fiuo al 13 aprile , pag. 380-508.
(116J Ammirato e Guicciardini, ap. Sismondi citato,
voi. XV, cap. cxviii, pag. 231. (117) Guicciardini cit.
lib. XVI II , pag. 441 . (118) Bernardo Segni , Storie
fiorentine, lib. i , pag. 4. Varchi lib. ii , pag. 69.
(119) Cambi, Nardi, Nerli, Varchi, ed Ammirato, ap.
Sismondi cit. voi. XV, cap.cxviii. p. 234. (120) Filippo
Nerli, lib. vii, p. 149. (121) Varchi lib. 11, p. 82,
lib. IH, p. 98 e Bernardo Segni lib. 1, p.5. (122) Var-
chi, Slor. fior. cit. lib. 111, p. 102. (123) Guicciar-
dini cit. lib. xviii, p. 440. (124) Mazzarosa cit. voi.
\\y lib. vi, p. 52. (125) Malavolti, Slor. di Siena cit.
part. Ili, lib. VII, p. 133. (126) Guicciardini cit. lib.
xviii, ap. Sismondi cit. voi. xv, Cap. cxviii, p. 237.
(127) Guidoni cit. voi. 1 , cap. xvii. (128) Iacopo
Nardi, lib. vili, p. 328, Paul. Jov. Hist. sui tempo-
ris^lib. XXV, p. 19. Guicciardini cit. lib.xviii, p. 454.
(129). Sismondi cit. voi, xv , cap. cxviii , pag. 253.
(130) Ammirato e Giovanni Cambi, ap. Sismondi cit.
(131) Paul. lov. cit. lib. xxv, p. 21. (132) Bernar-
do Segni cit. lib. i, p. 6. (133) Paolo Giovio, Am-
mirato e Benedetto Varchi , ap. Sismondi cit. voi.
XV, cap. Civili, p. 254. C134) Varchi. Stor. fior. cit.
lib. IH, p. 111 . (135) Mazzarosa cit. voi. 11, lib. vi, p.52.
(136) INardi, Guicciardini , Cambi , Varchi, Giovio
e Segni, ap. Sismondi cit. voi. xv, cap. cxviii, p. 256.
(137) Varchi cit. lib. in, p. 116, Nerli cit. lib. vm,
p. 153, e Cambi cit. voi. xxii, p. 319. (138) Sismon-
di cit. p. 159.
DEI TE3IP1 REPUBBLICAM. l63
(GAIPU^QILO 2M!I!I«
~.0«>
Jn. 1527 di G. Cr,
g. 1. l^e calamità che travagliavano Firenze nel
primo anno del governo del Capponi, contri-
buirono ad accrescere presso i cittadini il di lui
credilo, ed in lui l'entusiasmo religioso. La peste '
era stala portata da Roma a Firenze nel. iSaa da
un uomo deirintìma plebe sfuggito alle guardie
sanitarie. Sebbene in allora il contagio non si e>
stendesse oltre alcune vie che vennero accura-
tamente appartate dal rimanente della città, lo
spavento fu in tutti gli abitanti es'remo, e la mag-
gior parte dei ricchi cittadini si rifugiarono nelle
loro ville o in lontani paesi. La peste cessata n«'l
caldo della state, ricomparve n(d susseguente an-
no dopo alcune prediche, a cui era concorsa gra n
folla di popolo. AlPultimo ricomparve nelPann o
i527 con maggior fierezza di prima, dojio una
processione ordinata per render grazie a Dio del-
la ricuperata libertà, in tutto i\ne\ temjio il con-
tagio non s*" era mai spento aifatto^i e nei sei
l64 AVVENIMEISTI STORICI Jn. 1527.
mesi che durarono le stragi della malattia, fecesi
il computo ch'ella mietesse ben 60000 persone in
Firenze, e quasi altrettante nel contado (i)^ Te-
migrazione ch^era stata nel primo anno grandis-
sima^ non continuava nei susseguenti , perchè in
parte sbrano avvezzati al pericolo, ed in parte non
avevano più di che sostenere così grave dispen-
dio. Ma nel i5a7, quando si vide morire in Fi-
renze in sul cominciare di luglio duecento persone
all'incirca ogni di, più di tre o quattrocento al
giorno in agosto, e più di 5oo al di in tre succes-
sivi giorni, lo spavento costrinse le persone do-
viziose a fuggire nuovamente (a). Allora divenne
impossibile il raunare i consigli o i collegi della
signoria, e tutte le risoluzioni di que^pochi inter-
venuti alle radunate rimanevano ineseguite per
non esser vinte con sufficiente numero di suf-
fragi. Per uscire da quelP anarchìa la signoria
fece intimare un ordine di recarsi al loro luogo
nel gran consiglio a tutti quelli del consiglio de-
gli 80 ed a tutti i cittadini che occupavano qual-
che magistrato.Voleva la signorif», che se le dasse
autorità di trascurare in tempo della peste le or-
dinarie forme con cui dovevano farsi le pubbliche
provvisioni,ed era questa una importantissima de-
liberazione. Ma alla raunanza non concorsero più
che 90 cittadini, i quali, dispersi nella immensa
saia del consiglio, tenevansi il più che potevano
lontani gli uni dagli altri per timore di contrarre
la peste. Gli amici ed i parenti che dal principio
della malattia fino a quel punto più non s'erano
trovali assieme, rivedendosi per la prima volta
1,^/1.1527. DEI TEMPI BEPUBB. GAP. XLin. iGo
in quella sala, apprendevano gli uni dagli altri la
morte delle più care persone; perciò si udivano
da ogni parte di quei presso che deserti scanni
muovere sospiri e gemiti. L''autorità domandata
dal gonfaloniere gli fu in tal circostanza di buon
grado conceduta dall'assemblea, ed in appresso
la signorìa, finché durò la peste. amministrò la re-
pubblica senza radunare i consigli. La vigilia del-
la festa dell'Assunta la malattìa parve sensibil-
mente diminuita, ed era quasi aflfatto cessata il
dì d'Ognissanti (3).
g. a. Lucca soffrì ancor essa i flagelli di peste
e fame , non però tanto gravi quanto Firenze ,
poiché non solo providero i lucchesi ad alleviare
la miseria e curare la infermità, ma vollero an-
cora guarentire le anime innocenti dalla corrut-
tela in che avrebbero potuto cadere, poste come
erano nel maggiore stato di necessità, col racco-
gliere in Lucca e da tutto il dominio le ragazze
da marito o miserabili, o rimaste orfane, e far-
le alimentare di quel del pubblico sotto gli occhi
di onorate matrone in case a ciò destinate (4). I
pistoiesi, vedendo che un tal male avea preso sì
gran vigore tanto in città che nel loro territorio,
fuggirono alla campagna, e vi fecer baracche e
cHpanne per esentarsi da quel flagello ; ma sic-
come giunse a penetrar anche nei luoghi più so-
litari e remoti, furon tanti que'che morirono, che
i corpi morti a carrette eran portati alla sepoltura.
g. 3. Ad un tanto male per la misera Pistoia si
unì quello, che quattro cittadini di fazione can-
celliern per vendicarsi delie offese ricevute dalla
St. Tose. Tom, i). 15
l66 AVVENIMENTI STORICI Jn. 1527.
. parte panciatica, avevano con segretezza tirato
ai loro voleri quantità non poca di persone del
pistoiese e del bolognese, e munite dVmi le ave-
vano indotte a prestarsi alle» esecuzione di segreti
trattati^ ma scoperta la trama,! complici presi
e condotti a Firenze furon con pena pecuniaria
multati e confinati fuori del pistoiese. Per tron-
car questo germoglio delle passate discordie pen-
sò il Bartolini giusdicente della città d'esercitare
una maniera di giustizia fuori di ogni espettazio-
ne rigorosissima . Andava egli per la città con
sessanta persone armate per atterrire e punire i
tumultuanti, e se a sorte incontravasi con un
complice di qualche delitto, era da lui fatto im-
mediatamente impiccare . Messe questa severa
giustizia lanlo terrore nelP animo dei pistoiesi,
che ciascuno abbandonando lo spirito dei tumulti
divenne mansueto, e così tornò la vera quiete fra
i cittadini ed il popolo pistoiese (5).
g. 4- ^^ ^^*^to infame e vituperoso venne in
animo dVseguire a sette giovani senesi del mon-
te dei riformatori, e sei del monte del |>opolo,
1 quali senza altro motivo che quello di ruba-
re , fecer congiura di tor la vita e la roba ai
cittadini del monte dei nove della città di Siena,
ed essendo seguiti da molti altri insolenti e da gran
numero di plebei, andarono per le case di quei
de'nove saccheggiando ed uccìdendo chi vi si tro-
vava. Non ostante che il magistrato avesse fatto
bandire, che nessuno ardisse di mettere a sacco
altre case e di assassinare, e sirestituisse il già ru-
bato, pure continuarono a^predare e guastare nel
An. 152*3. DEITEMPI REPUEB. CAP. XLIll. 167
contado i beni de''cittadini del monte de''nove, e
mettendo a sacco i5o case de''medesimi o d** al-
tri monti, rubarono gran robe e denari. In que-
sta occasione credetler proprio i senesi di fare
qualche mutazione nel governo, per uniformarsi
alle circostanze occasionate dalla peste, che allora
dominava^ per la qual cosa essendo difficile il ra-
dunare il consiglio in numero grande, ordinarono
che soli i5o consiglieri potessero deliberare nelle
occorrenze che avvenivano. Dopo di che i senesi
avvisarono gli agenti imperiali in Lombardìa,Ge-
nova e Roma del successo di tal novità^ gli mo-
strarono che quei deirordine de''nove slati uccisi,
ne avean data cagione per aver trattato di far
entrare una notte i fuorusciti in Siena, e alte-
rando il governo popolare far deviare quella cit-
tà dalla devozione dell'imperatore. Sospettando
poi che l'esercito della lega, ch^era prossimo alla
Toscana, andasse contro di loro, pensarono a for-
tificare le muraglie^ ed essendosi assicurati del
timpre che avevano d''esser offesi dal papa e dai
fiorentini , deliberaron di dare qualche gastigo a
chi aveva offesa la repubblica. In questo mede-
simo tempo giunse a Siena il principe d''Oranges,
per evitare la peste ch'aera grande in Roma, ben-
chè fosse ancora a Siena, ma non così precipi-»
tosa (fi).
g. 5. Intanto gli agenti imperiali scrissero a
Filippo Strozzi, che se la repubblica fiorentina si
unisse coll'imperalore, egli ratificherebbe ogni
convenzione, e prometterebbe di difenderla, e si
contenterebbe; quando pure ella volesse, di star
l6S AVVENIMENTI STORICI An, 1527,
neutrale. Alfonso Strozzi però, fratel di Filippo
e Tommaso Soderioi, ch'erano potentissimi nel-
Tattual governo, fecero tali opposizioni, che non
solo si ricusarono queste offerte , ma fu fatta
una nuova lega col re di Francia , col re d' In-
ghilterra , coi veneziani , e col duca di Ferrara
contro rimperatore, coli' obbligo per \ fiorentini
di dare quattrocento fanti e quattrocento cavalli
per rimpresa d'Italia, tanto contro lo slato di Mi-
lano,che contro il regno di Napoli (7). Il papa, se-
guitando la peste ad infierire in Roma, ottenne a
gran fatica di esser trasferito da Castel s. Angio-
lo a Belvedere. Il re di Francia aveva mandato
un nuovo esercito in Italia sotto la condotta del
generale Lautrech, il quale dopo espugnata Pavia,
s' inoltrò a Piacenza ^ dove fu stipulala la sud-
detta lega contro Pimperalore. Riusci poi al papa
di fuggire in abito di mercante, e portarsi ad Or-
vieto, dove andarono a trovarlo i generali della
lega ed a proporgli vari partiti (8).
g. 6. In Firenze ferveva sempre il maranimo
contro il governo e la casa de**Medici. Il primo
sentimento, da cui erano stati mossi i fiorentini
nel riordinamento della loro antica repubblica,era
stalo il desiderio di far concorrere tutte le volon-
tà e tutte le forze cosi alla difesa dello stato, co-
me alla retta amministrazione delle pubbliche
faccende: pure mano a mano che mercè della li-
bertà faceasi la città più prospera, il traffico, l'in-
dustria, le arti ed ancora il solo sentimento della
sicurezza faceyan sorgere nella repubblica nuovi
uomini che dalla campagna venivano a porre la
^At. 1 528. DEI TEMPI REPUBB. CIP. XLIIt. l()9
loro stanza in città, o che vi si rifuggivano dagli
stati vicini, o finalmente che venivano su dagli
infimi ordini che prima erano del tutto ignoti .
Gli antichi cittadini non cessarono mai d^esser
gelosi di coloro che venivano in tal modo a divi-
dere con essi le loro proprie prerogative; e la con-
servazione degli esclusivi diritti alla sovranità,
<^he gli uni pretendevano e che gli altri non vo-
levano ammettere, era stala cagione di molte dis-
senzioni. Quando la repubblica venne di bel nuo-
vo ordinata nel 1627, la massima di limitare il
diritto di cittadinanza in coloro che lo avevano
ricevuto per eredità dai loro antenati, fu ricono-
sciuta da tutte le parti. Non furon tenuti in con-
to di cittadini fiorentini, se non coloro i quali
potevan provare che i loro antenati erano stati
ammessi ai tre maggiori uffìzi, della signorìa, del
collegio e dei buon^uomini. E non si tenne per
buona quesl^ammìssione s''^ella era slata accor-
data dal governo de' Medici dal i5ia al 1627,
perchè si diceva, che in questo spazio di tempo
molti uomini nuovi avevano ottenuto di sedere
nel collegio col danaro, e che ninno era stalo
dichiarato abile agli uffici per mezzo dello squit-
tinio di un libero magistrato (9\ Per tal modo in
nome delParistocrazìa e della libertà i fiorentini
rigorosamente escludevano dagli uffici pubblici
tutti coloro che non appartenevano alla poco nu-
merosa classe dei discendenti di chi aveva an-
ticamente ottenuta una carica. Eff'ettivamente
gli abitanti del territorio fiorentino non aveaii
parte alcuna alla sovranità, riservala ai soli cit-
1^0 AVVENIMENTI STORICI ^/1.1528.
f adlni della capitale. Tra questi ancora non tene-
vasi verun conto di coloro che non sopportavano
le pubbliche gravezze o imposte direttCjeche ve-
nivano additati col nome di non sopportanti. Ri-
spetto a coloro che trovavansi inscritti nel libro
del comune, e che pagavano la decima, quando
toccavano Tetà di veutiquatlr"' anni, prima della
quale non potevano entrare nel gran consiglio,
essi dovevano provare che il nome del loro pa-
dre e delfavo loro era stato posto nelle borse,
dalle quali si traevano a sorte coloro che sedeva-
no nei tre supremi magistrati, ed in appresso
dovevan essere approvati dalla signoria a scrutinio
segreto 5 lo che loro dava il grado di statuali,
o sia di cittadini attivi. Tutti i cittadini erano
finalmente divisi nelle quattordici arti minori e
nelle sette maggiori. Le arti minori avevano avu-
to per parte loro il quarto degli onori pubblici,
e le arti maggiori i tre quarti. Ma questa divisio-
ne che sembra disuguale, era favorevole alle arti
minori. Più non restava che un piccol numero
di antichi cittadini immatricolati nelle arti mi-
nori^ e se fossero stati tenuti a pari degli altri,
non avrebbero ottenuto quel quarto dei pubbli-
ci uffici che veniva loro conceduto (io).
g. 7. Sebbene la popolazione dello stato fio-
rentino fosse di poco minore d'un milione, non
vedevansi giammai sedere nel gran consiglio più
di aSoo cittadini \ la quale assemblea propria-
mente non rappresentava il rimanente della na-
zione^ ella era piuttosto sovrana di proprio di-
rittOj che investita della sovranità a nome del
'^«.1528. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLlil. I7I
popolo ^ ad Ogni modo bastava che la suprema
autorità venisse esercitata da un consiglio cosi
numeroso, perchè Tintiera nazione si tenesse del-
le di lui deliberazioni, e perchè i fiorentini go-
dessero i vantaggi del governo popolare. i>Ia tutti i
membri del gran consiglio non avevano egual-
mente cara questa popolarità. Erano in questo
consiglio due principali fazioni: capo della prima,
o sia di quella dei magnati, era il gonfaloniere
Capponi. Questi uomini superbi, a cagione delle
immense loro ricchezze, del fasto onde si vede-
vano circondali nei loro palazzi, delle eminenti
cariche ottenute nella chiesa, dei cappelli cardi-
nalizi, vescovadi e governi di provincie ond''eiano
insigniti i loro figliuoli o fratelli, sdegnavano d i
tenere in conto di loro pari gli altri cittadini fio-
rentini, e si studiavano di ridurre la repubblica
alla forma oligarchica di Venezia, fin'allora og-
getto della universale ammirazione. Capo della fa-
zione popolare opposta a quella dei magnati era
Baldassarre Carducci , dottore di legge, uomo di
grandissima reputazione, il quale esiliato già dai
Medici, aveva per alcun tempo posto sede in Pa-
dova, ovverà stato arrestato per ordine di Cle-
mente VII . Malgrado la di lui mollo avanzata
età il Carducci era per anco assai riguardato dai
cittadini non meno per l'impetuosa indole e pel
suo odio verso il Capponi e verso tutti i grandi,
che pel suo ingegno (ii).
g. 8. Primeggiava nello stesso partito Dante
da Castiglione, il quale, più nemico de/Medici
che delParistocrazìa, sforzavasi d'aprire tra di lo-
17^ AVVENIMENTI STORICI i^rt. 1528.
ro e la sua patria per cosi dire una si larga vora-
giiie,che in verun tempo non si potesse più chiu-
dere. Un giorno con un branco d''uomini masche-
rati, i quali furono riconosciuti,egli entrò a forza
nella chiesa della Nunziata, e vi atterrò co' suoi
compagni le statue di Lorenzo, di Giuliano e di
Clemente VII. Questi forsennati spezzate oltrag-
giosamente quelle statue, recaronsi ad infrangere
gli stemmi dei Medici nelle chiese di s. Lorenzo,
ài s. Marco e di s. Gallo,edifizi eretti o restaurati
da quella famiglia. Essi tenevano questi emblemi
per monumenti della servitù che volevan far di-
menticare : disprezzavano la politica di Niccolò
Capponi, il qual temeva di offendere troppo Cle-
mete VII^ e sebbene fossero slati conosciuti, il
governo non ardì di punirli di quel grave trascor-
s o (la). Niccolò Capponi era sinceramente devo-
to alla libertà, ma la dolcezza dell'indole accop-
piata a poca fermezza d'animo, lo induceva ad
aver del riguardi pel papa e pei cittadinì^h'erano
stati potenti sotto il governo mediceo, quali era-
no Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e
Matteo Strozzi: egli avrebbe voluto che la repub-
blica, liberatasi dal loro giogo, non lasciasse per
questo di rispettarli, onde non provocare il loro
risentimento^e così aveva ingrossato il suo partito
con tutti coloro che segretamente parteggiavano
pei Medici, o che temevano le vendette del pò-
polo.
g. 9. Contava pure il Capponi tra i suoi ade-
renti un'altra fazione di cittadini, che nulla ave-
\an che fare coi precedenti^ eran costoro gli an-
Jn.i 528. DEI TEMPI BEPUBB. GAP. XLIIl. 1 y3
tichi piagnoni, o seguaci di Girolamo Savonarola.
Il Capponi era stato egli pure discepolo di quel
frate.^ e non avea mai trasandate le soverchie sue
pratiche di devozione, nemmeno sotto il prece-
dente governo poco favorevole ai colli torti. I
partigiani che dìceY ansi palleschi o bigi, a\e\ ano
apertamente per lungo tempo odiati i fautori del
Savonarola, cui chiamavano piagnoni ed ipocriti^
ma il comune interesse li riunì sotto le insegne
del Capponi, ove strìnsero in breve apertamente la
segreta alleanza, che suole unire gli uni agli allri,
i partigiani del dispotismo, quei deirariàtocrazia
e quelli della superstizione.il Capponi in una del-
le prime tornate del gran consìglio, che fu il dì
nove febbraio delP anno i5a8, si fece a parla-
re dei gastighi di Dio e della di lui misericordia^
e tanto si commosse dell'animo in tal circostanza,
che tenne arringando quasi i termini medesimi
adoprati già dal padre Savonarola in pulpito , e
terminò la sua allocuzione gettandosi in ginoc-
chioni ed implorando ad alta voce la divina mi-
sericordia. Il consiglio, strascinato dal suo esem-
pio, cadde unanimemente in ginocchio gridando
misericordia-^ decretò quindi secondo la propo-
sta fatta dal Capponi. che Cristo sarebbe dichiaralo
perpetuo re di Firenze, e fece collocare alla porta
principale del palazzo pubblico una iscrizione
che attestava questa nomina. Ma quei medesimi
che si erano opposti al Capponi nelle sue divote
estasi, per timore di cadere in sospetto d'empietà,
lo berteggiavano in appresso per la città e Tao-
cusavano d'ipocrisìa ^i3).
lyf^ AVVENIMENTI STORICI Jn. 1528.
g. IO. Malgrado che lutti gli amici più ardenti
della libertà si fossero alienati dal Capponi, il io
giugno del iSaS, egli fu confermato per la secon-
da volta nella carica di gonfaloniere, e tale elezione
riuscì gradita airuni versale, conciossiachè il popo-
lo pregiava la moderazione, il disinleresse e lo
amore pel bene pubblico mostrati dal gonfalo-
niere (i4). In tempo della sua amministrazione
egli avea procurato riformare i tre più importanti
rami del governo. Tamministrazione della giusti-
zia, quella delle finanze e della guerra, ed aveva
se non allro ottenuto di rendere più tollerabili
alcuni ordinamenti assai viziosi.Sapeasi, per lunga
esperienza che i delitti politici non erano mai in
Firenze giudicati imparzialoiente^ e sebbene la
congnizione di questi delitti fosse stata attribui-
ta ora al tribunale del potestà, ora alla signorìa,
ora agli otto di balia, ed ora al gran consiglio, le
sentenze non erano state mai altro che il trionfo
del partito predominante. In giugno fu vinta una
legge, per cui davasi l'appellagione da qualsivo-
glia sentenza in materia di delitti politici e mi-
litari ad un nuovo tribunale detto la guarani
zia. Doveva quel tribunale comporsi di quaranta
membri, estratti a sorte per ogni casa particola-
re dal consiglio degli ottanta , colla qual ma-
niera di formazione si ottenne il vantaggio d'aver
giudici in origine nominati dal popolo, e preven-
tivamente non conosciuti dai delinquenti. La leg-
ge che stabiliva la guaranzia, assicurava ad un
tempo la pronta decisione delle cause portate a
di lei cognizione (x5). ^^uviit^ji^i'b- ì.ìi)ì)ILZì^j
^/I. Ì528. DEI TEMPI REPUBB. cip. XLITI. 1 yB
§. II. La maniera di partire le imposte era
stata ad ogni tempo quasi affatto arbitraria , ed
era forse impossibile Tevitare tale inconvenien-
te in una repubblica raercatantesca, dove l'ag-
gravio maggiore doveva cadere sul fruttato del
traffico , e dove ogni dichiarazione del proprio
slato di fortuna, nuocendo al credito dei merca-
tanti, non poteva non riuscire odiosa. L'imposta
prediale si dipartiva a seconda di un catasto fat-
to con grandissima diligenza: le imposte indirette
sono di loro natura apparentemente volontarie, e
non alterano punto ia libertà, ma Tiraposta diretta
sopra gli averi mobili o sopra gli sconosciuti lucri
del traffico, era ia più difficile a ripartirsi, e veniva
soltanto riscossa in caso di urgenti bisogni e di
straordinarie sovvenzioni. Or questo fu il modo
allora stabilito per la ripartizione di tali imposte.
Il gran consiglio dopo di aver determinata la som-
ma da levarsi in questo modo, eleggeva venti cit-
tadini, cui dava il carico di ripartire la somma
prefissa fra tutti i contribuenti. Prefiggeva loro
sotto severe pene il termine entro il quale do-
vevan compire ia loro operazione, e stabiliva un
minimum ad maximum per cadauna tassagione.
Questi commissari facevano l'opera loro ognuno
da sèj ed in appresso rimettevano ai monaci di
qualche convento, designala con pubblico decre-
to, la tassagione dei contribuenti fatta da ognu-
no ad arbitrio. I monaci per determinare la tassa
di un cittadino, raccoglievano le venti tasse dei
commissari a di lui riguardo, e scartate le sei più
alte e le sei più basse, siccome quelle che potè-
1^6 AVVENIMENTI STOniOl ^/i. 1528*
vano esser stale suggerite dalPodio o dal favore,
addizion:ivauo poscia le otto mezzane, e divide-
van la somma per otto, il cui quoto era la tassa
da risquotersi. Questi monaci erano obbligati con
giuramento ad osservare il segreto intorno a tutto
questo lavoro, e dopo averlo ultimato bruciavano
tutte le carte loro rimesse (i6).
g. la. La terza riformagione recata dal nuovo
governo nelle leggi di Firenze, tendeva ad ag-
guerrire alquanto la repubblica, e questa riforma-
gione era meno che le altre opera del gonfalo-
niere. Niccolò Capponi, fosse per pacatezza d** ani-
mo o per avanzata età, o fosse per economìa, e-
rasi opposto alT accrescimento delle fortificazio-
ni di Firenze, ed avea tentato d''impedire che si
adottasse il dispendioso progetto, cui s'era ap-
pigliato Clemente VII quand''era tuttavìa cardi-
nale. Soleva frequentemente il Capponi ripetere
che una piccola armata non sarebbe in istato di
prender Firenze, e che un grosso esercito non
potrebbe tanto tempo mantenersi nella campa-
gna fiorentina per intraprendere P assedio della
capitale (17). Manon potette abbastanza resistere
alPardore marziale, da cui era in allora invasa la
nazione. Una squadra di 3oo giovani d' illustri
natali si era volontariamente arruolata per far la
guardia al palazzo; ella era composta dei più fer-
vidi partigiani della libertà, e perciò il Capponi
le si rendette in breve sospetto a cagione de"'suoi
riguardi verso i Medici. Il gonfaloniere eh' erasi
lungamente opposto ali* armamento del popolo
fiorentino, fu tratto alla fine a farne egli mede-
jén,i 528. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLIII. I yj
Simo la proposta onde procurarsi un sostegno
contro la guardia del palazzo. Tal proposta fu
vinta per legge il 6 novembre del 1628 (18). A
questo proposito fu scritto da qualche autore ,
che il Capponi , per non esacerbare con misure
troppo violenti il pontefice, teneva una segreta
corrispondenza in Roma con Iacopo Salvia ti per
mezzo di Giachinotto Serragli. A-veva appunto
ricevuta una lettera, in cui benché si dicesse che
il papa amava la libertà di Firenze, nondimeno
v''erano delle espressioni atte a generare del so-
spetto, giacché s''invitava il gonfaloniere a manda-
re il suo figlio Pietro in qualche luogo fuori dello
stalo presso Roma per trattare a voce ciò che
fosse d'uopo d'operare. Questa lettera caduta di
tasca al gonfaloniere per negligenza imperdona-
bile, venne in mano d'uno de'suoi nemici fra i
signori. Iacopo Gherardi, il quale concertò su
quel foglio la rovina ed anche la morte del Cap-
poni , comunicatala ai compagni , in specie ai
nemici di quello, fattene delle copie e sparse ar-
tificiosamente per la città. chiamali in palazzo de-
gli armali, e datane la custodia ai nemici del gon-
faloniere, si cercò con precipitato giudizio di farlo
morire. Fu salvato da quei membri del magislrd-
to, che ne conoscevano a pieno la bontà e retti-
tudine delle intenzioni: si vinse però subito il
parlilo di cassarlo,ed in suo luogo fu eletto P'ran-
tesco Carducci. Citato poscia il deposto gonfalo-
niere davanti ai giudici a dar conto della lette-
ra, pailò con tanta gravità e sicurezza, e nìoìtro
apeilamente il line per cui teneva quel carleggiu
Si, Tose. Tom. 9. 10
1^8 AVVESiaiENTl STORICI ^M. 1528.
che fu pienamente assoluto^ e dovendo il di ap-
presso tornarsene privato a casa,fu accompagnalo
da quasi tutti i primari cittadini e dal popolo, che
all'escire di palazzo gli si fece incontro, ed ivi vi-
sitato dagli ambasciatori esteri (19).
g. i3. La guardia urbana doveva esser forma-
ta di 4000 cittadini delPetà dai 18 ai 4^ anni,
tutti di famiglie che avessero dritto di sedere nel
gran consiglio. Dividevasi questa guardia in 16
compagnie sotto gli ordini dei sedici gonfalonie-
ri, che formavano il collegio della signoria. Ella
dette il giuramento di fedeltà alla repubblica fra
le grida di esultanza del popolo inorgoglito per le
nuovamente ricevute armi, e riconobbe per suo
capitano Stefano Colonna di Palestrina che fu in-
caricato d^ordinarla. La magnificenza degli abiti e
degli arredi le ispirava una confidenza in sé me-
desima affatto nuova pei fiorentini. Finalmente
dopo la di lei creazione il consiglio prese la riso-
luzione, contro la sentenza del deposto gonfalo-
niere, di terminare le fortificazioni di Firenze^
ma perchè fosse bastante minor numero di gen-
te a custodirle, ne fu ristretto il circuito. IVIiche-
langiolo Buonarroti (a) non isdegnò di farne il
disegno , poich''ebbe consultati parecchi esperti
guerrieri^ e l'eccellente artefice consacrò il suo
ingegno alla prima delle arti, eh' è V arte della
difesa della patria (20).
g. i4- Or mentre che la repubblica apparec-
chivasi con tanto ardore a difendere la sua libertà,
(a) Ved. tuv. CHI, N.:- , i-
^/2.1528. DEI TEMPI REPUBB. C4P. XLIIl. I79
per una singoiar circostanza ella si trovava applica-
ta in una stessa lega con quel principe medesimo,
cui doveva più d'ogni altro temere. li principale
scopo della di lei alleanza coi re di Francia e di
Inghilterra e colla repubblica di Venezia, era di
costringere Carlo V a riporre in libertà Clemen-
te Vn^ e non per tanto Clemente VII era quel
d'*esso che la repubblica fiorentina doveva più d^o-
gni altro temere. Fin dal principio della rivolu-
zione, nel 1627, i fiorentini avrebber potuto ac-
costarsi alPalleanza dell'imperatore, che in allora
teneva prigione il papa loro nemico, e che tanto
accanimento mostrava contro la casa de' Medici;
ma essi nodrivano in verso ai francesi la più te-
nera affezione: perciocché paragonando quella na-
zione coi tedeschi, cogli spagnuoli, cogli svizze-
ri , che tanto tempo avean guerreggiato in Ita-
lia, l'avevano costantemente trovata più umana,
leale e generosa . Invano il Machiavelli, il Guic-
ciardini, il Vettori, il Capponi e gli altri loro po-
litici avean detto sempre che non doveasi con-
fondere la nazione coi reggitori di essa^ che quan-
to i francesi erano , generalmente parlando ,'
valorosi e fedeli, altrettanto il loro governo frau-
dava impudentemente la data fede, come V ave-
vano i fiorentini medesimi sperimentato nella
guerra di Pisa , in quella della lega di Cambrai e
nelle negoziazioni colla Spagna. I modi e la fa-
vella cavalleresca di Francesco I rendevano inu-
tili tutti questi avvertimenti. I fiorentini avevano
in lui tutta riposta la loro fiducia (21)^ eransi pri-
vati del necessario per pagargli sussidi e per
l8o AVVENIMENTI STORICI ^«.1528.
portare al numero la di lui armata a Napoli, men-
tre eh'' essi medesimi trovavansi oppressi dalla
peste e dalla fame. Le loro bande nere, che aveva-
no mandate a Napoli, erano state lungo tempo il
nerbo delle di lui armate, ed erano andate aflatto
disperse trovandosi al di lui servigio. Quando i
fiorentini seppero il disastro del Laulrech sotto
Napoli, ed in appresso la rivoluzione di Grenova,
estremi furono e il dolore e lo spavento loro.
Pure risguardavano come cosa impossibile che
un eroe, pel quale avevano ogni loro cosa sacrifi-
cata, gli abbandonasse: ma Tavveniraento dimo-
strò poscia che il Machiavelli , il Capponi, e lo
Alamanni avevano conosciuto il re assai meglio
che non avean saputo conoscerlo i loro concit-
tadini (aa).
g. i5 . Luigi Alamanni era amico di Andrea
Doria^ lieto era che si fosse stabilito in Genova
un governo libero, ed essendo stato proscritto
per aver congiurato contro Clemente VII, allora
cardinale dei Medici, non doveva cadere in so-
spetto di parzialità per questo pontefice. Andrea
Doria fervidamente desiderava ancor esso la li-
bertà fiorentina^ forte paventava perla sua pa-
tria la gelosìa degli stali dispotici, e prevedeva
tutti i pericoli che correva la città di Genova, se
sopravviveva quasi sola all'eccidio delle repubbli-
che italiane. Fece per ciò sapere alP Alamanni
quanto fosse poco da sperare chei francesi rima-
nessero vittoriosi, e quanto rischio corressero in
particolare i fiorentini di essere da Francesco I
abbandonati nelle prime traUalive di pace^ Tav-
-^n.l528. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLIIl. l8l
TÌsò confidenlemente che Clemente VII consen-
tiva a rappacificarsi coir imperatore, purché gli
cedesse in compenso Firenze, e che Carlo V per
consentire a quel paltò non altro aspettava che
di vedere se i fiorentini fossero per fargli qualche
offerta. Luigi Alamanni venne , a conseguenza di
queste pratiche, spedito dalla signorìa a Barcel-
lona. Tornò in breve per dire alla signoria, che
s''ella voleva impedire la conclusione del trattato
col papa, non aveva un solo istante da perdere ^
che ad ogni modo Andrea Doria , valendosi del
favore che godeva altissimo presso l'imperatore,
prometteva ancora di far guarentire la libertà e
la sicurezza della repubblica, purché prontamente
ella trattasse. In tale occasione si tennero molte
consulte segrete, sì dei magistrati in carica, come
degli uomini di stato, che non tenevano allora
ufficio alcuno; alPultimoil gonfaloniere assogget-
tò cotale deliberazione alla signoria, ai dieci della
guerra, ed al consiglio, che si chiamava la pratica
segreta, di cui il gonfaloniere eleggeva i membri
per tenergli luogo di consiglieri. Anton France-
sco Albizi espose i vantaggi della riconciliazione
coll'imperatore in uno scritto, la di cui lettura fu
ascoltata di contro genio. Tommaso Soderini ,
rispondendogli, venne a capo di ridestare Tantico
amore dei fiorentini verso la Francia, e tutti a sé
trasse i suffragi , dimodoché le trattative si rup-
pero, e lo stesso \lamanni credette es3ier{irudente
cosa Tallontanarsi (2.3). ^ si fori ^\mt*)if
g. i6. È necessario il premettere, ch« Lau-
16*
l8a AVTENIMENTI STORICI ^«.1528.
trech giunto a Bologna domandò ai fiorentini il
passo, denari e rinforzo . Fu persuaso a motivo
della peste che ancora serpeggiava,di non passare
per la Toscana, e le celebri bande nere coman-
date da Orazio Baglione, Io raggiunsero a Lucca.
Lautrech s'impossessò sul principio di una gran
parte del regno di Napoli, e mentre si mosse da
Roma, il principe d''Oranges con i3ooo uomini,
che formavano il terzo delPesercito nemico, ed il
viceré si ritirarono.Laulrechposerassedio a Napoli:
quella città penuriava: comparve una flotta carica
di viveri, ma Andrea Doria bloccava il porto. Fu-
rono rinforzate le due flotte dalle armate di ter-
ra : vi salì anche il viceré, ma vi rimase morto, e
il marchese del Vasto con due prigionieri della ca-
sa Colonna: due sole navi sfuggirono al Doria,
onde Napoli era perduto; ma lo salvò Pindiscre-
tezza dei generali francesi contro al Doria . In-
tanto dalle maniere dure ed impolitiche con cui
Iraltavan lui e la sua patria, oltre alle pubbliche,
vide anche aggiungere delle private offese . Egli
rese orgoglio per orgoglio, ed essi fecero tanto,
che ponendolo in sospetto al re Lodovico, ebber
l'ordine di arrestarlo. Il marchese del Vasto suo
prigioniero informato di tali andamenti, procurò di
fargli prendere il partito di Carlo. Scoperto l'ordi-
ne dell'arresto, accettò Tinvito del marchese del
Vasto, e rimandando le commissioni e l'ordine di
s. Michele al re Francesco, passò al servizio im-
periale colle sue navi, colle quali portò a Napoli
il soccorso di cui abbisognava . La mancanza di
^
w^/l.1528. DEI TEMPI REPUBB. CAP. XLIII. l83
denaro e la peste posero rannata nella impossi-
bilità di continuare, e dopo la morte dello stesso
Lautrech fu costretta dal principe d'Oranges ad
abbassare le armi e fu rimandata in Francia (24).
g. 17. Sospettarono in questo tempo i senesi
che i provvedimenti ostili presi dal papa fosser
per assalire la loro repubblica. Era in quella oc-
casione colonnello del pontefice Pirro da Castello
di Piero, detto Pirro Colonna, che pretendendo
d"*aver qualche azione contro ai senesi a requisi-
zione di Clemente "VII , che sommamente desi-
derava di rivoltare il governo della repubblica di
Siena in persone che dependessero in tutto da
lui , per potere con quel mezzo più facilmente
perturbar le cose di Firenze, prese con ottocento
fanti la città di Chiusi con intendimento di alcu-
ni del paese medesimo. Ma avendo T oratore del
re di Francia, persuaso dai fiorentini, procurato
col pontefice che il movimento di Chiusi avesse
termine, fu facile ad ottenerlo, giacché Pirro si
accordò, pigliando duemila scudi dalla repubblica^
a lasciar Chiusi, e con lui partirono quei che se-
co avean fatto il trattato (aS).
WOTE
(1) Varchi, Stor. fior. voL 11, lib. vii, p. 203-215,
e Segni, Stor. fior. lib. i, p. 19. (2) Varchi cit. p.
212. (3) Nardi , Storie fiorentine, lib. vinj, p. 339,
1 84 AVVENIMENTI STORICI
ap. Sisinondi, Storia delle repubbliche ital. voi. xv,
cap. cxx , p. 338. (4) IVIazzarosa , Storia di Lucca _,
voi. Il, lib. VI, p. 53. (5) Fioravanti, Memorie sto-
piche di Pistoia, cap. xxx . (6) Malavolti , Storia di
Siena, part. ni , lib. vili, pag. 134 . (7) Ciccìapor-
ci, Compendio della storia fiorentina, lib. i, pag. 87.
(8) Guidetti, Compendio della slor. di Toscana, voi. i,
cap. xvii. (9) Cambi, Stor. fior. voi. xxii , pag. 1.
(10) Iacopo Nardi^ Stor. Cor. lib. viii , p. 336, ap.
Sismondi cit. voi. xv, cap. cxx , p. 333. (11) Var-
chi, Segni e Nerli^ ap. Sismondi cit. p. 334. (12) Se-
gni cit. lib. I, p. 19. (13) Varchi, Nardi, Nerli^ Se-
gni e Cambi , ap. Sismondi cit. voi. xv, pag. 339.
(14) Varchi cit. lib. vi, p. 133. (15) Varchi^ Nardi
e Segni, ap. Sismondi cit. voi. xv, cap. cxx, p.340.
(16) Comment. di Filippo Nerli, lib. viii, pag. 165.
(17) Iacopo Nardi cit. HI», vili, p, 188. (18) Varchi
e Segni, ap. Sismondi cit. voi. xv, cap. cxx , pag.
342. (19) Pignotti, Storia della Toscana sino al prin-
cipato, voi. IX, lib. V, cap. VII. (20) Iacopo Nardi
cit. lib. vili, p. 337, 338. (21) Segni, Varchi e Nar-
di, ap. Sismondi cit. p. 344 . (22) Sismondi cit. p.
344. (23) Segni cit. lib. ii, p. 52, 56 ap. Sismondi
cit. voi. XV, cap. cxx^ p. 346.(24) Guidotti cit. voi.
I, cap. XVII. (25) Mala Volli cit. par. iii, p. 135.
;0--t - ihlHYi
DEI TEMPI REPUBBLICANI. l85
. ^
(Q^IPUSDILD SIMT.
•0—
jdn . 1528 di G. Cr. 'uè
§. I. J.1 iente più si «lesiderava da tutti gli stali
d''Italia della pace, che la stanchezza delle poten-
ze belligeranti, la varia fortuna degli eventi pas-
sali e Tincertezza dei futuri facevano sperare. La
sospiravano i fiorentini come tulle le [liccole po-
tenze.che agevohnente possono essere schiacciale,
ignorando che una delle condizioni della futura
pare esser dovea la rovina della loro repubblica.
Papa Clemente dopo tante triste vicende, dopo
esser scampalo da una fiera malattìa, nel tempo
della quale avea creato cardinale Ippolito de'Me-
dici, voltosi di nuovo agli all'ari, vedendo declina-
re la fortuna dei francesi in Italia, cercò d'unirsi
con cesare. Ottenne in questo trattato tanti van-
taggi, che parve alfimperatore quasi doversi ver-
gognare che dalle sue armi il papa avesse ricevuti
tanti danni ed affronti, e volesse farne [)oi onore-
vole ammenda: si conclusela lega in Barcellona.
l86 AVVENIMENTI STORICI Atl 1528»
Cesare promesse di rimettere in Firenze la casa
Medici coiranlica autorità, di dar per moglie ad
Alessandro dei Medici Margherita sua figlia na-
turale, e di rimettere il papa in possesso di Mo-
dena , Reggio e Rubiera ^ di Cervia e Ravenna ,
occupate dai veneziani*, e finalmente d''aiutarlo a
spogliar dei suoi slati il duca di Ferrara (i). Il
pontefice che mandando la prima volta i due gio-
vani Medici col cardinale Silvio a governare Fi-
renze, parca che avesse destinato Ippolito come
maggiore principalmente al governo, ora poi crea-
tolo cardinale, ed arricchitolo de'beni della chie-
sa , dei quali potea vivendo sempre più impin-
guarlo, avea rivolto P animo a far grande nel
principato Alessandro, o per la sua naturale in-
stabilità, o perchè, forse supponendolo suo tìglio,
prevalesse la tenerezza paterna . Si addensava
frattanto la tempesta contro i fiorentini , uè po-
tevano essi avere altra speranza che nel soccorso
dei francesi, i quali benché battuti in Italia, avean
tuttavìa sullicenti forze da opporsi alle mire del
papa, quando i fiorentini uniti con essi facesser
tutti gli bforzi per sostenere la libertà^ ma disgra-
ziatamente per loro si pubblicò un accordo tra
l'imperatore e *1 re di Francia. Desioso questi di
riavere i figli che erano ostaggi in mano di cesare,
stanco dalle disavventure sofferte, aveva intepi-
dito l'ardore marziale, ed allettato dai piaceri del-
ia corte , lasciò ad arbitrio di sua madre la con-
clusione della pace, la quale tra di essa e la zia
di Carlo V, Margherita , fu stipulata a Cambraì,
con assai svantaggiose condizioni alla Francia j
^/1.1528. DEI TEMPI UEPUBB. GAP. XLIV. 187
condizioni che poi non osservate delter motivo a
miova guerra (a).
g. a. Le due repubbliche, Siena e Lucca, ser-
ba vansi oscuramente indipendenti . Esse erano
da lungo tempo addette al partito ghibellino
e venivano considerate quali feudi deìV impe-
ro : avevano in oltre continuamente sommini-
strati sussidii alle armate imperiali , ed il solo
favore che domandavano in contraccambio era
di divenire dimenticate. In effetto a prima vista
parve che le relazioni loro cogli altri stati non
fosser cambiate^ ma il consolidamento della po-
tenza imperiale in Italia le faceva sempre più di
mano in mano decadere dal grado e dalla con-
dizione di stati indipendenti. La sola repubblica
di Firenze non era compresa in questa pace uni-
versale; Carle V avea promesso a! papa di dar-
gliela nelle mani, e sul di lei territorio egli an-
dava radunando tutte le armate che richiama-
va dalle diverse Provincie, alle quali vendeva la
pace. Tutta questa gente nudrila nel sangue
enei delitti, che avea pel corso di trenf anni
spogliale senza misericordia e sprofondate nei
guai tutte le contrade delP Italia, si adunava in
Toscana . Ma Carlo V non voleva esser testimo-
nio dello sterminio di quelP industre ed inge-
gnoso popolo, che tanto aveva contribuito agii
avanzamenti delle lettere, delle arti, delle scien-
ze, e che inverso a lui non aveva nessun demeri-
tiìo. Egli non poteva disdirsi col papa, inverso al
l^uale s^era obbligato a non aver pietà de** fioren-
e^ini ^ perciò non volle trovarsi in luogo d'ascol-
l88 A\VESniE>Tl STORICI Atl. 1528.
lare le loro preghiere , quando avrebbe dovuto
negar loro ogni misericordia^ e questo ed altri
iTJOtivi lo incalzavano ad avviarsi alla volta della
Germania (3).
g. 3. 1 fiorentini conosciuto il pericolo ognor
crescente, ^ sapendo che cesare s''incamrainavaa
Genova,grinviarono quattro ambasciatori, Nicco-
lò Capponi, Tommaso Soderini, Matteo Strozzi e
Raffaello Girolami. Furono freddamente accolti
da cesare e duramente dal gran cancellierej con-
sigliati dal primo a dar sodisfazione al papa, e
rimproverati dal secondo di aver dato soccorso
alle armi francesi^ e che perciò Firenze avea per-
duti tutti que^iivilegi che Timperatore supponeva
di avere autorità di dare o di togliere ad arbitrio
suo ad ogni città d'Italia. Tanta però era Tostina-
zione d'alcuni degli ambasciatori. che negarono di
scrivere a Firenze la risposta dell'imperatore, te-
mendo di precipitare il governo nell'accordo. Il
Capponi però colla sua solita lealtà e amore per
la patria, e fino colle lacrime sugli occhi persuase
i compagni a scrivere alla signoria senza vernice
le risposte di cesare, e la necessità di accomo-
darsi col papa. Effetto di queste lettere fu rele-
zione di quattro ambasciatori al papa, ai quali pe-
rò non fu data coiimiissione alcuna, perchè il Gi-
rolami tornalo ualPambascerìa, e trovati i membri
del governo vacillanti, cercò di confortarli alla
difesa^ né v'ebber grand^iopo^ perch'esisteva un
partito feroce,che quantunque vedesse la somma
diftìcoltà di resistere , avea però troppo offeso il
papa per isperar perdono^ onde ad ogni accordo
L^/l. 1528. DEI TEMPI HEPUBB. CAP. XLIV. 189
anteponeva il seppellirsi sotto le rovine della pa-
tria. Il virtuoso Capponi veniva a Firenze, dopo
Tinfruttuosa ambasciala airimperatore,per tenta-
re qualche mezzo di conciliazione, ma infermato-
si a Caslelnuovo della Garfagnana morì col dolore
di vedere imminente la rovina di Firenze, escla-
mando negli ultimi momenti, do^e abbiamo noi
condotta questa misera patria? (4).
g. 4« Solo Raffaello Girolami tornò sincera-
mente a render conto alla repubblica della sua
legazione. I^Ia costui fece credere minori del vero
le forze di Carlo V, e così dette animo alla si-
gnorìa ed al popolo d** intraprendere la guerra ,
colla speranza di vincere, magnificando la gloria
che per tutta Europa i fiorentini conseguitone
avrebbero. Per tal via si acquistò il Girolami tan-
ta grazia e favore presso l'universale come otti-
mo cittadino,che gli servì pochi mesi dipoi a col-
locarlo nel seggio supremo. S'erano sollevati gli
animi non pure dei cittadini, ma de'plebei ancora
a cotanta risoluzione, e frattanto molti dei prin-
cipali cittadini propendevano ad accordarsi col
papa e colTimperalore^e molli propendevano per
la guerra. Da ciò prese occasione il gonfaloniere
Francesco Carducci di adunare il consiglio mag-
giore al quale così parlò: „ grave deliberazione ed
importante sopra di qualunque altra fatta o da
farsi giammai, o popolo fiorentino, è questa, per la
(juale voi siete oggi in sì frequente numero sta li
in questo luogo congregati. È forza per tanto di
deliberare , se ritornar volete pacitìcaiuente in
quella servitù, la quale pur dianzi per quindici an-
Ò7. Tose* Tom, U. 17
igo AVVENIMENTI STORICI j4n.i528.
Ili provaste, o veramente conservarvi in quella
libertà che avete ricuperala. Voi siete il principe
di questa repubblica, ed io qui vostro ministro.
Essendo per tanto voi qui pronti a rendere li-
beramente i vostri suffragi per eseguire quanto
alla parte maggiore ne parrà, aspetteremo di sco-
prire per tal via Panimo vostro,,. Scopertosi quin-
di il comun voto essere per la guerra, ringraziò il
gonfaloniere con infinite lodi quella comune vo-
lontà, offerendosi con tutto 1' ingegno e con la
iuilustria sua d' effettuare cotanta onorala deli-
berazione (5).
g. 5. Il popolo fiorentino prendendo le armi a-
vea formato, Tun dopo l'altro, tre diversi ordini
di milizia ; il primo, ordinatosi in dicembre del
i527 per la guardia del palazzo e del gonfalonie-
re, era composto di 3oo giovani quasi tutti di
nobili famiglie. IVIa perchè l'amore di libertà era
tra questi giovani più vivcyche non tra i vecchi,
così erano essi ancora più proclivi alla diffidenza.
La guardia urbana, secondo il partito vinto nel
gran consiglio il 6 novembre del iSaS, doveva
esser composta di sedici compagnie, di a5o uomi-
ni ciascheduna, capitanate da i6 gonfalonieri dì
quartiere, i quali formavano il collegio della si-
gnorìa^ pure non si trovarono su i ruoli più che
1700 archibusieri, mille picchieri e trecento ala-
bardieri, ossiano soldati armati di partigiane e di
spade a due mani, e cosi in tutto 3ooo uomini. Ac-
cordò la signorìa ad ognuna di queste compagnìe,in
principio del iSaQ il dritto di eleggersi il proprio
capitano, ed affidò rammaestramento di questa
,4n. 152S. DEI TEMPI REPUBB. CAP. XLIV. IgC
milizia a parecchi riputati ufficiali che avevano
militato nelle bande nere: questa guardia in bre-
ve superò la migh'or truppa assoldata (6). Per
ultimo il terzo ordine era formato delle milizie
del territorio tìorenlino,che cliiamavansi tuttavia
le bande dell'ordinanza. Questa milizia ordinata
ai tempi del gonfaloniere Pietro Soderini, secon-
do i dettami del Machiavelli, era stata dai Medi-
ci licenziata e disarmata, e di nuovo fu ragunata
nel iSa;. Nella prima rassegna fu trovata non mi-
nore di loooo uomini: elPera formata dal fiore
dei contadini della età dai i8 ai 36 anni, ed ogni
mese veniva addestrata a tirare colParchibugio.
l militi delle ordinanze toccavano un tenue soldo
anche quando non eran forzati ad abbandonare
le proprie case: eransi fatte venire per loro dal-
la Germania armi d'ogni qualità, ed erano essi
stati divisi in trenta battaglioni, secondo le pro-
vinole cui appartenevano.! sedici battaglioni del-
la destra riva delTA-rno erano slati in giugno del
iSaS posti sotto gli ordini di Babbone di Brosi-
ghella, nipote di quelNaldo di Val di Lanione che
prima d*'ognì altro aveva illustrata la fanterìa ita-
liana nella battaglia di Agnadello^ quattordici bat-
taglioni della sinistra erano stali affidati a Fran-
cesco del Monte. Questi due capitani avean con-
dotti con sé oinquecent"* uomini di truppe assol-
date, ciascuno per esercitar la milizia (7). ;
g. 6. In sul finire del i5a8 i fiorentini «lessero
per capitano generale dei loro uomini d''arniedou
Eroole d'Este, figlio del duca Alfonso di Ferrara,
il quale era in allora tornato dalla Francia, dove
I9a AVVENIMENTI STORICI Jn.iSlS.
avea sposata mad. Renata, figlia di Lodovico XII,
e cognata di Francesco I. Pareva impossibile che
Ercole abbandonasse la casa di Francia, ed i (io-
rentini credevano stringersi più fortemente a que-
sta casa scegliendo un generale cosi fattamente
ad essa attinente , conciossiachè ancora molto
sperassero nel di lei sostegno, loro promesso an-
cora in ultimo dal Visconte di Turenna , amba-
sciatore del re presso la repubblica. Oltre a ciò
Podio ereditario che fin dai tempi di Leone X
ardeva fra la casa d^Este ed i Medici, era tulfora
vivo, ed alfonso, i di cui stati tutti minacciava
Clemente VII , pareva dover essere il più fedele
allealo della repubblica, contro un nemico ad am-
bedue ugualmente formidabile. Le fortiticazioni
cominciatesi in Firenze nel iSai per ordine del
cardinale Giulio de'Medici, prima ch''egli avesse
il papato, non erano ancora ultimate. Non pole-
vansi condurre a termine le opere senza guastare
affatto o danneggiare i poderi di alcuni cittadini^
perciò il magistrato dei nove della milizia ebbe
neir aprile del iSag T incarico di fare stimare
tutti quei terreni, dandone credito ai proprietari
sul libro del monte, colla paga o interesse del 5
per 100. In pari tempo Michelangiolo Buonarroti
venne creato soprantendente generale delle forti-
ficazioni della città (8).]>Iano mano che il pericolo
andavasi avvicinando, i dieci della guerra faceva-
no nuovi sforzi per accrescere le spese della repub-
blica. Siccome avevasi opinione che le provinole
d'^A.rezzo e di Cortona somnn'nistrassero i migliori
soldati di Toscana, cosìi fiorentini vi mandarono
S^«.1529. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLIV. 1 9^
Raffaello Girolamì loro quartiermastro generale
ed otto capitani, che tutti avevano militato nelle
banJe nere,con ordine di levarvi 5ooo fanli, assol-
darono pure nel maggio del 1629 >Ialatesta Ba-
glioni, signor di Perugia, cui dettero il titolo di
governatore generale, con mille fanti. Il Baglioni
era figlio di quel Giampaolo che Leone X aveva
fatto giustiziare così ingiustamente, e perciò de-
siderava di vendicarsi dei Medici^ in oltre egli do-
vea temere Tambizione del papa, ed occupava a
Perugia una importante situazione per chiudere
la strada della Toscana ad un''armala che venisse
da Napoli o da Roma. Molti altri ragguardevoli
capitani, i quali erano Stefano Colonna.Mario Or-
sini e Giorgio Santacroce, si condussero al servi-
zio dei fiorentini, i quali eran costretti d'accarez-
zare Torgoglio di tulli questi piccoli principi, che
non avendo verun grado in un''armala di già sta-
bilita, non volevano riconoscere altra preminenza
che quella del grado dei sovrani, appunto per
questo motivo^malgrado l'imperizia di Ercole d*E-
ste, e la più volte sperimentata malvagia fede di
Walatesla taglioni, i tìorenlini avean dovuto chia-
mare questi due per affidar loro il comando: be-
ne v** erano migliori capitani^ ma gli altri ufficiali
non avrebbero voluto prestar loro obbedienza (9).
g. 7. Mentre che i fiorentini facevano molli
preparativi per la difesa della loro città, pensaro-
no a difendere anche Pistoia, e mandarono in
essa cin [ue comi»agnìedi fanteria per sicurezza di
quella cillà e per tenersela sempre devota. Ma
questi preparativi sembravano ai fiorentini di po-
- 7
194 AVVENIMENTI STORICI Jn A 529.
CO momento, se non si fossero fatte benevoli le
fazioni panciatica e cancelliera:^ e siccome la can-
relliera era per natura inclinata ai loro voleri,cosi
per agevolare la panciatica, chiamarono a Firenze
alcuni capi di essa, e li ammisero nei loro consi-
gli di guerra, mostrando così di aver grande stima
del parer loro in cose di tanta importanza.! pistoiesi
non fidandosi de'fiorentini,crearono un nuovo ma-
gistrato sopra gli affari di guerra,dandoIe autorità
amplissima, onde procacciare ogni vantaggio alla
loro città. Volendo pertanto i soggetti di questo
magistrato far l'uffizio di buoni cittadini,stim3ro-
110 insufficienti le 5 compagnie per difesa della
loro città, e ricorrendo ai fiorentini per aver mag-
gior copia di gente, risposer loro cliefacesser quel-
lo che volevano, giacché pensando al pericolo in
€ui si trovavano, non potevano darle altro aiuto;
per la qual cosa i pistoiesi ottennero che i giu-
sdicenti fiorentini rilasciassero liberamente nelle
jnani di essi pistoiesi la balia delia loro città, acciò
da per loro si governassero e difendessero, e che
la soldatesca ritornasse a Firenze. Restata Pistoia
sollevata dal giogo dei vicari imperiali, ed acqui-
stata qualche sorta di libertà, fu da quei sopra le
cose di guerra vettovagliata e provvista di gente
armata, ed avvisali con lettere i pesciatini a star
preparati alla difesa di quel loro paese, misero in
considerazione ai medesimi il danno che sarebbe
resultato per loro e lo stato pistoiese Pimpadro-
nirsi l'esercito cesareo di quella valle ( i o). 4.ppena
entrato in carica il nuovo gonfaloniere Francesco
Carducci, che giunsero alla repubblica fiorentina
jinJ 529. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLIV. 19^
una dopo l''allra le più sconfortanti notizie, alla
scontìtta del contedi s. Paolojalla di lui prigionìa,
ed alla dispersione di tutta l'armata francese ten-
ner subito dietro gli avvisi del trattato di Bar-
cellona; nel quale Carlo V abbandonava i fioren-
tini alle vendette del papa, e prometteva di ri-
mettere in P'irenze la tirannìa della casa Medici.
Pochi giorni dopo s'ebbe notizia del trattato di
Cambrai, col quale Francesco I, ad onta dei più
solenni accordi, escludeva i fiorentini dalla pace
generale, e si obbligava a non proieggerli. Si
seppe ad un tempo esser Carlo V sbarcato a Ge-
nova con un'armala spagnuola, e scendere in Ita-»
lia un' armata tedesca per raggiungerlo. Questi
replicati colpi eran tali da atterrire il più saldo
coraggio^ e tanto più grande era Io spavento spar-
so in Firenze, in quantochè i preti e i frati rav-
vivando la setta del Savonarola, e assecondanda
ron tutte le forze loro il governo popolare, avevd^
no accertato come cosa palesata loro per divina
rivelazione, che in quell'anno Timperatore non
sarebbe venuto in Italia. Questo primo avveni-
n)enlo. che smentiva le loro profezie, fece vacilla-
re la fede posta dal popolo in tutte le altre (i i).
*g. 8. Non pertanto i fiorentini determinato
avendo di far fronte a questi nuovi pericoli, con
indomobile coraggio appigliavansi in allora ai
più vigorosi partiti per poter resistere. Scrisse lo
ambasciatore veneto,Carlo Cappello.in questa oc-
casione alla sua repubblica una lettera in questi
precisi termini; „1 fiorentini hanno fornito Pisa,
i Livorno, Cortona e tuUe le fortezze loro di gente,
igG AVVENIMENTI STORICI w^A2.1529.
e ailiglierie ed ogni munizione in ti^l modo, che
non temono d''ogni grosso esercito, e che non
sono per mancare, quando sarà il bisogno, di fa-
re ogni altra provvisione, dicendomi ^ „ Voi am-
basciatore , per nome di quella illustrissima si^
gnorìa di Venezia, ne avete data sempre ottima
speranza, e così speriamo che saranno gli effetti,
e noi dimostreremo che la libertà nostra e d'alta-
na r abbiamo più cara che la facoltà e la vita
stessa (ia)„. Il gonfaloniere che era uomo d'irre-
movibile costanza, infondeva il proprio vigore nei
consigli e nel popolo. Era egli in particolar mo-
do secondato da Bernardo di Castiglione, Giovan
Battista Gei, Niccolò Guicciardini, Iacopo Ghe-
rardi, Andrea Niccolini e Luigi Soderinì, i quali
tutti s''erano dichiarati pel partito popolare (i3).
Prima d''ogni altra cosa conveniva trovar modo
di sostenere le spese di una guerra, che i più ric-
chi monarchi non avrebber potuto lungo tempo
sopportare. Il gonfaloniere ottenne una prima leg-
ge derogante alla costituzione fiorentina,colla qua-
le veniva data autorità al gran consiglio di porre
qualunque accatto , o nuova imposta colla sola
maggioranza dei suffragi. E per vero, le leggi fiscali
che la necessità costrinse a portare in tempo del-
l'assedio, non avrebber mai potute esser vinte se-
condo le antiche forme^ poiché dovendosi soste-
nere inaudite spese in tempo che tutte le ordi-
narie entrate erano cessate a motivo della occu-
pazione del territorio e delPabolizione delle ga-
belle alle porte, convenne aver ricorso ad arbi-
trarie ed aspre provvisioni per levar danari. Più
-^/1.1529. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLIV. 197
volte furono sottoposti ad accatti forzali coloro,
che i commissari eletti per quesfuopo indicava-
no come i cinquanta, i cento, i duecento più ric-
chi cittadini della repubblica. Tutte le argenterìe
delle chiese, e tutte quelle dei privoti Tennero
portate alla zecca-, furono date in pegno le pietre
preziose che ornavano i reliquiari, e fu venduta
la terza parte dei poderi dei preti, degrimmobili
delle corporazioni delle arti e mestieri, e de''beni
dei ribelli. Con tali mezzi, molti de'quali erano a
vero dire acerbissimi, ma giustificati dalla neces-
sità, la repubblica si vide in istato di resistere
lungamente ad un'armata che veniva a spogliarla
non men degli averi che della libertà (i4). Il gon-
faloniere e la signoria ordinarono in seguito alle
genti del contado di riporre tutte le grasce in Fi-
renze, o nelle terre murate^ ma i raccolti erano
stati in quelPanno così ubertosi, che quest'ordine
venne male eseguito',onde i nemici assai più che i
cittadini profittarono di tanta copia di messi. Le
città di Borgo s. Sepolcro, Cortona, Arezzo, Pisa,
©ve il governo non era amato, dovettero dare
ostaggi a Firenze: in tutte le altre, e in tutte le
fortezze la signoria mandò fidati comandanti. Al-
Tultimo furono eletti sette commissari con au-
torità quasi dittatoriale per invigilare alla salvezza
della repubblica. Ma sgraziatamente la scelta cadde
sopra uomini troppo dispari per ingegno,per espe-
rienza, per energìa, i quali nò furono abbastanza
d'accordo fra di loro, ne abbastanza pronti nelle
loro risoluzioni, perchè Popera loro riuscisse di
gran vantaggio. Avvicinandosi il pericolo, i dieci
198 AVVENIMENTI STORICI An, 1529#
della guerra fecero fare rinlimazione ad Ercole
d''Eite à\ recarsi al suo posto, e gli mandarono
il soldo dei mille fanti ch'egli dovea condur seco.
Ma di già il duca di Ferrara di lui padre stava ne-
goziando per rappacificarsi colf imperatore e col
papa, e non voleva esacerbare costoro, mandando
il figliuolo ai servigi dei loro nemici. Dopo avere
accettato il danaro dai fiorentini, e promesso che il
figliuolo Ercole non tarderebbe a porsi in cammi-
no colle sue truppe, Alfonso andò procrastinan-
do sotto vari pretesti la di lui partenza:^ poi ricu-
sò assolutamente di lasciarlo partire, e non resti-
tuì punto il denaro che avea ricevuto. Poco dopo
richiamò da Firenze il suo ambasciatore, ed all'ul-
timo accomodò il papa d'artiglierìe e di duemila
zappatori per adoprarli contro i fiorentini (i5).
g. 9. L'imperatore avea dato rincarico di ri-
durre Firenze al principe d** Oranges, allora viceré
di Napoli , e compier cosi le vendette di Clemen-
te VII. Il papa stava per volgere contro la sua
patria quello stesso generale e quell'armata mede-
sima che tre anni prima P avevano così acerba-
mente tenuto assediato, e che avevano saccheg-
giata a di lui veggente la capitale della cristianità
con sì atroce barbarie , che non gli avea resa
la libertà, se non dopo di avergli estorta una scan-
dalosa taglia. Il prezzo pel quale il papa acconsen-
tì a perdonare tante ingiurie , era l'assunto che
prendeva cotal gente ferocissima di trattare colla
stessa barbarie la di lui città natale. L** esercito
che avea saccheggiata Roma e che avea vissuto
in Milano a discrezione, fu richiamato sotto le
5?/l. 1529. DEI TEMPI REPCBB. CIP. XLIV. 19^
bandiere de"* suoi capitani dalla speranza di sac-
cheggiare Firenze^ e furon veduti alcuni soldati
spagnuoli, chVran trattenuti dinanzi ai tribunali
per cause civili, protestare alla parte avversaria
lutti i danni e le perdite in cui incorrer potreb-
bero, per non aver parte al sacco di Firenze. Pu-
re quando in sul tìnire di luglio il principe d'O-
ranges recossi a Roma per abboccarsi col papa, e
provvedere ai mezzi occorrenti per dar comincia-
niento all'impresa, la diffidenza di Clemente VH,
i4 quale non voleva privarsi del denaro che gli si
chiedeva, per alcun tempo la ritardarono. A-lTul-
timo il papa s" indusse , ma a stento, a pagare
3oooo fiorini contanti, ed a prometterne altri
40000 entro breve termine* se non che trovò un
altro mezzo per cattivarsi Tamore dei soldali'sen-
za danno del suo tesoro, e fu il segueiite. Grim-
periali abbandonando Roma il 17 febbraio del
lòaS non avean terminato di risquoter le taglie
ed il prezzo dei riscatti che aveano arbitraria-
mente imposto ai cittadini, e più non credevano
poter pretenderne il pagamento. Clemente VII
loro concedette il privilegio di farsi pagare tutto
quanto era loro dovuto a soldo conto delle cedo-
le da loro estorte ai romani colla violenza (16).
g. IO. L^sercito del principe d^Oranges adu-
nossi tra Foligno e Spello ai confini dello sta-
to perugino. Vi si annoveravano 35oo tedeschi,
avanzo doi i3ooo lanzi'jhinecchi , che Giorgio
Frundsberg aveva condotti ni Borbone nel i5ifJ,
gli altri eran caduti vittime della peste di Roma
e della fame di INapoli: vi si Irovavan pure 5ooo
200 AVVENIMENTI STORIO! i^/t. 1529.
spagnuoli del marchese del Guasto, invecchiati co-
me i tedeschi in tutte le guerre d"* Italia. Sol-
tanto dopo la pace di Lombardia vi si videro in
oltre giungere sotto Pietro Velez di Guevara due-
mila spaguuoli di fresco sbarcati a Genova, che
per anco non aveanomiIitato,e che giunti essendo
secondo il consueto delle reclute spagnuole af-
fatto ignudi , chiamavansi dagl'ilaliaui bisogni:
circa lo stesso tempo il conte Felice Wirtemberg
condusse altre reclute tedesche: il rimanente del-
Tesercito consisteva in soldati italiani, la mag-
gior parte dei quali servivano sotto i loro più ri-
putati capitani senza paga, per la sola speranza
del saccheggio. Il principe d'Oranges alPentrare
in campagna, in sul cominciar di settembre non
aveva sotto i suoi ordini più di i5ooo soldati^ma
avanti che terminasse Tassedio ne annoverò più
di 40000. Per entrare in Toscana TOranges at-
traversar doveva lo stato di Perugia, difeso da
Malatesta Baglioni con tremila uomini al soldo
dei fiorentini . Il castel di Spello posto in sullo
estremo confine del perugino, ove Fabate Leone
dei Baglioni fratello naturale di Malatesta erasi
chiuso, trattenne per alcun tempo i nemici. Gio-
vanni d^Urbino generale dell'armata imperiale vi
fu ucciso^ ma Spello all'ultimo fu preso il primo
giorno di settembre, e saccheggiato con estrema
crudeltà. L^esercito giunse di là sotto le mura di
Perugia, ma l'assedio di questa città fortissima di
sito era assai difficoltoso. Il principe d'Oranges
che non osava intraprenderlo, offri a Mblatesta
paglioni onorate e vantaggiose condizioni. Obbli-
Ali. 1529. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLIV. 201
gavasi a farlo assolvere dal papadaluMe le cen-
sure ecclesiastiche da lui incorse, e fargli per-
mettere di continuare nel servigio dei fiorentini
colla sua compagnia di ventura , e finalmente a
guarentirgli la signoria di Perugia, purché sgom-
brasse questa città, che POranges né voleva as-
sediare, né lasciarsi alle spalle in mano dei ne-
mici. Il Baglioni chiese ai fiorentini o di accon-
sentire a questo trattato, o di accrescere conside-
rabilmente la sua armata . Siccome questi non
potevano intieramente afiìdarsi al Baglioni , né
oi perugini, appigliaronsi al primo partito. Fer-
mossi il trattatoli primo di settembre, e il dodici
Malatesta Baglioni colle sue truppe prese la via
d' Arezzo e di Firenze (17).
g.i I. Il principe d^Oranges gli tenne dietro da
vicino: il i4 di settembre s''accostò a Cortona for-
te di i5ooo combattenti, I>Ialatesta Baglioni, o
che stimasse di non poter salvare la città a van-
taggio dei fiorentini, poiché si trovava sguernita
delle antiche fortificazioni.^ demolite per ordine
del cardinale Silvio Passerini , quando egli {u
per i Medici capo della repubblica fiorentina ,
o che avesse già cominciata Topera del suo tra-
dimento ( 18), che poco dopo consumò dando Fi-
renze agi* imperiali , come vedremo , se ne ri-
trasse. Il commissario Carlo Bagnesi fuggì in for-
tezza : i più ricchi ed autorevoli cittadini erano
ritenuti in Firenze per sospetto. Rimase la città
con un presidio di 700 soldati, la maggior parie
dei quali erano condotti dal comune. Ridolfo dì
Assisi e Iacopo di Spoleto rhe li comandavano fe-
St. To$c. Tom. 9. 18
202 AVVENIMEISTI STORICI Ali, 1529.
cero in fretta qualche riparo, e si prepararono a
ributtare il nemico. I più pusillanimi con alcune
donne si rifugiarono a Città di Castello, condu-
cendo seco non poco bestiame. Si spedi per soc-
corsi ad Arezzo, ma il commissario di quella cit-
tà credette, o finse credere,che il messo fosse una
spia e lo fece imprigionare. Fu tale ^abbandono
in cui fu lasciata Cortona,che i cittadini credette-
ro che Firenze si volesse in certo modo vendicare
di lei, per essere stata la patria del cardinale Pas-
serini, allora di odiata memoria in Firenze. Non-
dimeno i cortonesi difesero con bravura la patria,
e vi rimase ucciso un nipote delP Oranges. Fi-
nalmente dopo quattro giorni di resistenza essa
cede, avendo però ottenuto che V esercito impe-
riale si ritirasse senza entrare in Cortona, ed a-
vendo ricomprata la salvezza delle robe e delle
persone, col pagamento di 20000 ducati. Ridolfo
d'Assisi e Iacopo di Spoleto furono ascritti alla
cittadinanza cortonese (19). L' Oranges direttosi
alla città d'Arezzo battè la terra di Castiglion Fio-
rentino, e dopo una vigorosa resistenza avendola
occupata, fu dalle sue truppe orribilmente sac-
cheggiata (20).
g. 12. Giunto rOranges ad Arezzo, trovò che
in questa città era stato mandato per commissa-
rio Francesco Albizi con 2000 uomini; ma questi
sconcertalo dal vedere sopraggiungere Malatesta
Baglionì, e dalla pronta capitolazione di Cortona,
sgombrò subito la città colla sua truppa, e ritiran-
dosi precipitosamente a Firenze, sparse la coster-
nazione in tutto il V^aldarnodi sopra. A (fermarono
AnAo29, dei tempi bepubb. cAP. XLiv. ao5
i nemici del gonfalouiere.che questi senza la par-
tecipazione della signoria e dei dieci della guerra,
aveva ordinalo a Francesco Albizidi rilirarsi,on-
de riunire in Firenze tutta la fanterìa in vece di
|)erderla alla spicciolala nel sostenere assedii .
Arezzo, disgombrato dai fiorentini, aprì il i8 set-
tembre le porte all'armala imperiale. Gli aretini
sperarono allora di ricuperare T antica liberlà.
Fecero batter moneta , inviarono commissari in
tutte le castella delP antico loro territorio, e ri-
stabilirono il governo a comune , sotto il nome
di repubblica d''Arezzo. In tempo delP assedio di
Firenze somministrarono gli aretini agrimperiali
continui soccorsi, senza prevedere che presa che
fosse Firenze, Arezzo ricaderebbe sotto lo stes-
so giogo. Alla perdita di Cortona, di Castiglion
Fiorentino, d''Arezzo e di Lucignano, tenne die-
tro quella di Firenzuola e Scarperìa : T arma-
ta imperiale si andava avanzando , e parea che
verun ostacolo non potesse più trattenerla . Il
di lei avvicinamento riempì Firenze di terrore ,
ed allora si videro fuggire dalla città coloro, che
per pusillanimità o per devozione ai Medici non
volevano partecipare alla sorte della loro patria.
Ke dette Tesempio Bartolommeo o Baccio Valori,
e fu imitalo da Roberto Acciainoli, da Alessan-
dro Corsini, da Alessandro de''Pazzi, e finalmente
dallo storico Francesco Guicciardini , il quale
dopo aver menata vita principesca nel suo gover-
nilo di Parma e di Modena, non credeva d'essere
.nella sua patria onoralo e carezzato secondo il
dovere. Egli trufuggi al campo nemico, partecipò
ao4 AVVENIMENTI STORICI ^n. 1529.
reamente alla vendetta della fazione trionfante,
e contribuì in modo ancora più fatale al finale
stabilimento della tirannide, adoperando colla sua
astuzia politica alla rovina della patria . L' odio
che in Firenze,anche allorquando la città fu fatta
schiava , perseguitò in appresso tutti coloro che
avean tradita la libertà, pare aver indotto il Guic-
ciardini a scriver la storia de'suoi tempi, onde ri-
cuperare la pubblica stima . E senza dubbio Io
stesso motivo trasse Filippo de^Nerli a dettare il
suo Commentario. Erasi il Kerli fatto sì odioso e
sospetto col suo zelo pei Medici, che il giorno 8
ottobre del i529 venne arrestato con altri i8
citladini, e custodito in palazzo fino alla fine del-
Tassedio (ai),
g. i3. La signoria fiorentina aveva di fresco
spediti quattro ambasciatori al papa, ma troppo
erano ristrette le facoltà loro date per sodisfare
alfambizione della casa IVIedici. Clemente VII ri-
spose loro, che il suo onore richiedeva che la ciltà
gli si arrendesse a discrizione, che allora egli fa-
rebbe alla volta sua vedere al mondo d* esser
pure fiorentino, e di amare la sua patria. Questa
risposta del pontefice fu comunicata alP assem-
bljea generale dei cittadini adunati nella sala del
gran consiglio; in appresso questi si divisero in i<>
sezioni, o gonfaloni per deliberare intorno alia
medesima, e quindici di queste sezioni dichiara-
rono che volevano perigliare gli averi e le vite
in una battaglia, piuttosto che perdere V onore e
la libertà in un tratto (z'i). 3Ialgrado i progressi
fatti dairarte di espugnare le città, le fortifica-
jin. 1529. DEI TEMPI HEPUBB. CAP. XLIV. 2o5
zioni di Firenze erano tuttavìa riguardate come
quasi inespugnabili dalla parte del piano . Ma
quella parte delle mura che attraversa le col-
line al mezzodì del liume Arno, era mal situata ,
signoreggiata in più luoghi ed assai debole. Della
parte montuosa di questo recinto , chiamato
Monte a s. Minialo, fu affidata la difesa a Stefano
Colonna, il quale poco attendeva negli altri luo-
ghi all'assedio, e nel suo quartiere non ricono-
sceva verun superiore. GPindugi del principe di
Oranges,che consumò quasi quindici giorni in Val-
darno , quando aspettavasi di vederlo ad ogni
istante giugnere sotto le mura della città, dette-
ro il tempo ad afforzare con nuovi lavori quelle
mura che sì credevano più deboli, e di mandare
ad effetto Pordine emanato il 19 ottobre dal con-
siglio degli ottanta di spianare tutti i sobborghi,
tutte le case, tutti gli orti entro il raggio d'un mi-
glio dalle mura di Firenze. Quest'^ordine che pre-
scriveva la restrizione di migliaia di ricchi edifizi
e di deliziosi verzieri nella più popolosa e più ric-
camente coltivata situazione dltalia, venne ese-
guito con veramente patriottico zelo dagli stessi
padroni dei lerreni, i quali vedevansi entrare in
città carichi di fascine , che avean tagliate per
le fortificazioni tra gli olivetì. le ficaie, gli aranci
ed i cedri dei loro propri giardini (a3). Soltanto
il i4 d'ottobre il principe d'Oranges venne ad al-
loggiarsi al pian di Ripoli sotto Firenze , ove i
lucchesi gli mandarono oratori, affinchè egli im-
pedisse i guasti che polesser fare nel lor territo-
rio i di lui soldati. Spese gravissime doveano in<-
^oS AVVENIMENTI STORICI Jn* 1 529»
fiontrarsi dai lucchesi per queste legazioni onde
guadagnarsi i'^anirao del generale per la intiera
difesa . Pure a tutto suppliva il tesoro pubblico,
forse per una strettissima economìa nelPìmpiego
del pubblico danaro, saggia molto nei tempi tor-
bidi com"' eran quelli . La cassa dello slato non
poteva però far fronte ad un presto domandato
da Clemente di aoooo fiorini. Ma siccome il cruc-
ciare il pontefice con una negativa era cosa mal
consigliata, cosi fu deliberato che venti dei luc-
chesi più facoltosi Io contentassero della somma
richiesta, sotto la pubblica guarentigia. Ciò fu
fatto a puntino e senza difficoltà . poiché il mo-
mento era gravissimo e lutti lo conoscevano (24)-
g. 14. L'Oranges aveva chiesta deirartiglieria
ai senesi,i quali,aeoomodandonelo a mal in cuore,
la facevano avanzare assai lentamente. Per ciò le
prime batterie non si scoprirono se non che sul
principio di novembre, ed in quel frattempo i fio-
rentini avevano lavorato con tanta costanza in-
torno alle loro fortificazioni, che più non credei
vano di dover temere gli assalti dei laro nemici.
La repubblica fiorentina pagava allora il soldo di
18000 fanti e di 600 cavalli : ma effettivamente
non avea più di i3ooo soldati in arme, 7000 dei
quali erano in Firenze e 6000 nelle guarnigioni
di Prato, Empoli, Volterra, Pisa, Colle e Monte-
pulciano. Malatesta Baglioni aveva sotto il suo
comando aooo perugini, ed il capitano Pasquino,
ch'era dipendente dal Baglioni , 3ooo corsi. Ste-
fano Colonna comandava ai 3ooo uomini della
jnìlkfa urbana i quali servivano non aldimeuti che
jtn.iSl^, DEI TEMPI REPUBB. GAP, XLIV. ZOJ
se fossero truppe assoldate. Tutta la popolazione
avea contratte abitudini guerriere, e tranne i lavo-
ri affatto naeccanici, erasi nella città abbandonata
ogni altra occupazione . La spesa di questo stato
di guerra ammontava ogni mese a 70000 fiorini.
Per difendere le più lontane parti del territorio, ed
in particolare Borgo s. Sepolcro e Montepulciano,
i fiorentini avevano assoldato Napoleone Orsini,
più conosciuto sotto il nome di Abate di Farfa^
sebben già da lungo tempo egli avesse rassegnata
quella badia per fare il mestiere di condottiere.
Era costui uno dei più formidabili tra quei gen-
tiluomini cbe traevano la vita tra la guerra ed i
ladroneggi. Nel suo feudo di Bracciano aveva adu-
nata una grossa banda di soldati e di malfattori, coi
quali, per vendicare, secondo egli diceva, i roma-
ni, esercitava grandi crudeltà contro grimperiali,
e poi contro i soldati del papa (a5)» Da principio
r Orsini servi utilmente i fiorentini con 3oo ca-
malli che aveva seco 5 ma in appresso si lasciò
sorprendere da Alessandro Vitelli tra Borgo sau
Sepolcro e Città di Castello: la di lui truppa fu
totalmente dispersa, ed egli medesimo salvossi a
stento, dopo il quale accidente egli abbandonò
il servigio dei fiorentini. (2,6).
g. i5. Altri fatti d'arme di non molla impor-
tanza accaddero nei contorni di Firenze, sia lun-
go il vallo cbe voleva formare il principe d' O-
rages. sìa nella espugnazione delle piccole for-
tezze di Valdarno, clfegli andava occupando .
Francesco Ferrucci segnalossi in queste scara-
mucce per la sua ìjitrepideaza e per la sua gupr-
ao8 AVVENIMEÌSTI STORICI Jn. 1529.
riera perizia^ e si acquistò non meno la confidenza
<Ie*suoi citladini^che la stima dei nemici. Sebbene
antica fosse la famiglia dei Ferrucci, ella era po-
vera, e da più generazioni non ne era uscito veruQ
distinto magistrato. Il di lui avolo Antonio aveva
acquistato buon nome negli assedii di Pietrasanta
e di Sarzana. Egli e suo fratello Simone avevano
imparato il mestier delle armi sotto la disciplina
di Anton Giacomino Tebalducci,il miglior ufficia-
le che i fiorentini avessero avuto da lungo tempo:
erano stati da lui ammaestrati nelParte della guer-
va,e con onore avean poi militalo nelle bande ne-
re sotto Giovanni de'Medici. Francesco Ferrucci
aveva servilo sino alla fine in questa milizia e
nella spedizione di Napoli, da cui era di recente
tornato: aveva le inrombense di pagatore (27).
Dalla signorìa fu spedito in qualità di commissario
generale prima a Prato, in appresso ad Empoli^ e
dopo aver poste quelle piccole città in istalo di
difesa, egli tenne la campagna con tanto vantag-
gio, tolse cosi spesso ai nemici grossi convogli di
cavalli e di vettovaglie, seppe mantenere tanta di-
sciplina nella sua piccola armata, che i soldati, i
quali amavanlo e rispettavanlo insieme, si crede-
vano sotto di luì invincibili. Gli spagnuoli appe-
na giunti sotto le mura di Firenze avevan preso s.
Miniato, dove avevano lasciato aoo fanti,che spal-
leggiati dagrabitanti della terra infestavano tutto il
circostante paese, e difficulta vano i passi tra Firen-
ze e Pisa. Avendo il Ferrucci determinato di scac-
ciarli, andò ad assalirli con 60 cavalli e quattro
compagnie di fanteria. Fu il primo ad apporre le
An. 1529. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLIV. 20()
scale conlro le mura, ed il primo a salirvi^ e seb-
bene gli spagnuoli facessero coiraiuto degli abi-
tanti una vigorosa resistenza, il Ferrucci prese
s. Miniato d'assalto, ed occupò altresì la fortezza,
uccidendo quasi tutti gli spagnuoli che avean di-
fese le mura. Mentre che il Ferrucci attendeva a
questa intrapresa, fu assaltato dagr imperiali il
castello della Lastra, posta sulla stessa strada, ma
più di s. Minialo vicino a Firenze. Questo castel-
lo oppose una gagliardissima resistenza , e gli
spagnuoli avean già perduta molta gente quando
fecero avanzare Tartiglierìa . Allora gli assediati
chiesero di venire agli accordi, ed ottennero una
onorata capitolazione. Ma gli spagnuoii, appena
entrati nella terra, assalirono la guarnigione che
stava senza sospetto, e tutta la passarono a til di
spada (2.8).
g. 16. Fin qui l'esercito imperiale nulla avea
tentato conlro la città di Firenze^ ma il dieci di no-
vembre, vigilia di s. Martino, supponendo TOran-
gesche i fiorentini non facessero attenta guardia
in quella notte, ch'era costume in Firenze di pas-
sare in allegria , volle approfittare delle dense
tenebre, cui la copiosa pioggia che cadeva rendea
più folte, per tentare la scalata: quattrocento sca-
le furono accostate alle mura dalla porla di san
I^iccolò fino a quella di s. Friano , cioè in tutta
la più montuosa parte di Firenze; ma in ogni luo-
go le scolle gridarono alParmi, la guardia urbana
gareggiò di zelo colla Iruppa assoldata, ed il nemico
fu respinto. Appunto un mese dopo questo primo
sperimento, Stefano Colonna, che comandavanel
2 IO AVVENIMENTI STORICI Jn. 1529.
quartiere che grimperiali avevano tentato di sor-
prendere, si provò ancor egli di assaltarli alTini-
pensata nelle opere loro. Egli era sfidato nemico
di uno Sciarra Colonna suo parente^ che militava
cogrimperiali;e la notte delPii di dicembre andò
ad assalirlo nel suo quartiere di santa Margherita
a Montici con 5oo fanti. ai quali avea fatto indos-
sare sopra le armi, per riconocersi nelle tenebre,
delle camicie bianche. GP imperiali sorpresi ili
mezzo a tanta oscurità perdetlero molta gente,
prima che potessero ordinarsi. Un ridicolo acci-
dente accrebbe ancora il loro disordine: i fioren-
tini andando ovunque in traccia dei nemici, sfon-
darono le porte d^una stalla, nella quale erasi
chiusa una mandra di maiali quasi selvaggi della
Maremma, i quali, spaventati dalle voci dei sol-
dati, precipilaronsi tra i fuggiaschi con orribili
grugniti.ed atterrarono moltissimi soldati,che nul-
la potendo discernere in quella cosi grande oscu-
rità,si credevano inseguiti dai nemici. Di già erano
accorsi il principe d*Uranges, e don Ferdinando
Gonzaga per soccorrere le loro genti, ed anda-
van ponendo qualche ordine nelle difese, quando
da tre porte di Firenze sortirono, secondo il pre-
ventivo accordo fatto con Stefano Colonna, tre
altre schiere per assaltare grimperiali. Gli asse-
dianti vennero sconfitti in molti luoghi, e più
volte si credettero sul punto di essere scacciati
dal loro campo. Anguillottoda Pisa, uscito con la
scorta da una imboscata di quei di fuori di quat-
trocento cavalli e duemila fanli,fu morto insieme
con trenta compagni, e ne furon feriti da quaran-
Jn.i529. DEI TEMPI BEPUBB. CÀP.XLIV. 21 I
ta, con non piccol pericolo che il bastione e la
porta alla Croce fosser da essi di fuora occupali,
avendo il capitano che vi era alla guardia quasi
del tutto abbandonato quel luogo per soccorrere
il detto AnguilloUo. Pure non seguì altro disor-
dine, ed il prefato capitano per tale errore fu dai
capi dei fiorentini privato della compagnia e rite-
nuto (29). Finalmente IVIalatesta Baglioni fece
suonare a raccolta assai più presto che non con-
venisse, e forse cosi perdetta Tunica occasione
di metter fine alla guerra con una vittoria (i^o).
g. 17. Due giorni dopo il commissario Ferruc-
ci tese presso Montopoli un' imboscata al colon-
nello Pirro di Stipicciano, della casa Colonna, e
gli uccise o prese molta gente. Questi fatti ben-
ché di non molta importanza giovavano però a ria-
nimare il coraggio degli assediati ^ ed a far loro
dimenticare le perdite: n^ebbero spesso d*" assai
dolorose. Il 16 di dicembre due dei loro migliori
capitani, aviario Orsini e Giorgio Santacroce, furo-
no uccisi da un solo colpo di colubrina, ment re
slavano ordinando certi cambiamenti da farsi alle
fortificazioni. Lo stesso giorno i fiorentini rice-
vettero una notizia, che liberolli da un' assai co-
cente anziela, e fu la morte di Girolamo Moroni,
il quale cessò di vivere il i5 di dicembre nel
campo degli assedianti. Quest'uomo cosi versalo
in tutte le arti del raggiro,che avea governato con
SI dispotica autorità Massimiliano, indi Francesco
Sforza, e che aveva avuta parte nelle rivoluzion i
della Lombardia, era stato condotto alTarmata
imperiale come prigioniero del Pescara. Egli era
212 AVVENIMENTI STORICI An. 1529.
di già condannato a pena capitale, quando giunse
ad accattarsi la grazia del Borbone, che lasciossi
poscia da lui governare fino alla sua morte sotto
le mura di Roma. Il principe d^ Oranges aveva
colParmata redato il consigliere del suo predeces-
sore, ed ormai non faceva nulla senza il di lui
parere: lo stesso Clemente VII era vinto dalPopi-
iiione dello straordinario ingegno politico del Mo-
loni, e gli perdonava il male che aveva da lui ri-
cevuto, per la speranza del male che credeva di
poter fare col di lui mezzo ai nemici. Parea che
il Moroni tenesse dietro alla fortuna,piuttOi>to che
ad un determinato scopo*, egli volea render po-
tenti coloro cui erasi addetto, e condurre a felice
fine le loro imprese . Del resto sembrava nulla
calessegli delle persone e delle massime , e dopo
di essersi affaticato per escludere gli stranieri di
Italia, si adoperava con eguale ardore per servir
loro contro gritaliani. Egli morì, oper meglio di-
re venne meno naturalmente e quasi senza ma-
lattia in età decrepita. Lusingavansi i fiorentini
che la di lui morte lascerebbe il principe d''Oran-
ges senza consiglio tra i capitani e senza credito
nell'armata, perchè credevano che Faccorto Mo-
roni fosse stato fìn'allora V anima del campo ne-
mico (3)).
g. i8. Frattanto le negoziazioni di Bologna si
accostavano al loro fine, e colla mediazione del
papa lutti gli stati d'Italia si andavano riconci-
liando coir imperatore, abbandonando i fiorenti-
ni. Questi vedevano scostarsi da loro un dopo
Taltro tutti i membri di quella lega chiamata san-
jin,i529, DEI TEMPI REPUBB. CAP. XLIV. ai3
ta, per la quale il re d'Inghilterra, il re di Fran-
cia, il duca di Milano, i veneziani ed il duca di
Ferrara eransi obbligati a difendere la loro repub-
blica, ed a non venire a patti senza di lei^ ma li
accorò tanto più Tabbandono dei veneziani, coi
quali avevano maggior ragione di risguardarsi
come uniti ad una medesima causa, e ancora re-
centemente a vean raffermata Taileanza. Che anzi
nello stesso tempo che perdeva gli alleati, Firen-
ze vedeva crescere i nemici^ perciocché una delle
condizioni della pacificazione di Lombardia por-
tava che Carlo Vne ritirerebbe le sue truppe: ed
in fatti negli ultimi giorni di dicembre da venti-
mila tra spagnuoli e tedeschi passarono gli Ap*
pennini con moltissime artiglierie e vennero ad
accamparsi sulla destra riva dell'Arno, che fino
allora era stata preservata dai guasti della guerra.
1 fiorentini atterriti dall'arrivo di questi nuovi
nemici, sgombrarono Prato con quella stessa pre-
cipitazione con cui al sopraggiungere della prima
armata avevano abbandonato Cortona ed Arezzo.
Le più lontane fortezze di Pietrasanla e di Mo-
trone aprirono spontaneamente le porte agrim-
periali, dimodoché prima che terminasse Tanno,
Tautorilà dell.i repubblica fiorentina più non era
conosciuta, se non che in Livorno, Pisa, Empoli,
Volterra, Borgo s. Sepolcro, Castro-Caro, e nella
cittadella d'Arezzo (Sa).
g. 19. In questo mentre avendo inteso i pi-
stoiesi che il più grosso delPesercito dell'impera-
tore Carlo V era nelle vicinanze del loro stato, e
temendone i danni, pregarono il pontefice di fa-
Sl. Tose, Tom, 9. 19
ai4 AVVENI'VIENTI STORICI An, 1529.
re in modo, che lo stato pistoiese restasse libero
dal passo dei soldati imperiali, e gli otfiiroiio la
città e le chiavi delle sue porte, ma frattanto
molti cittadini intimoriti da'* futuri successi di
guerra si assentarono da Pistoia . Tra tanti ru-
mori, non potendosi penetrare il fine che aver
potesse la guerra, fece il consiglio elezione di due
ambasciatori nelle persone del colonnello Nicco-
lò Bracciolini, tornato di fresco dal servizio della
repubblica di Yenezia, e Baccio Tonti, incari-
cati di ragguagliare i fiorentini della risoluzio-
ne presa dalla loro città. Bisaputosi dal Braccioli-
ni l'onore ricevuto in consiglio e V elezione del
Tonti per suo collega, menlr^era di lui fiero ne-
mico, se ne sdegnò per modo che giunto il Tonti
nella sala del consiglio, fu trafitto ed ucciso dal
Bracciolini con replicati colpi di spada alla pre-
senza di tutti. Dopo di ciò andato Tuccisore in-
contro a mediti della fazione cancelliera, e venuto
co'suoi aderenti alle mani, uccise diciotto indi-
vidui della cancelliera fazione,ed animato da quei
della panciatica in generale, seguitando ad inso-
lentire si sollevò talmente a'danni della cancel-
liera, che alla fine convenne a questa il fuggire
dalla città; ed allora la parte avversa incrudelì
contro i vecchi, le donne ed i bambini che non
potevan fuggire : furono anche saccheggiate ed
arse molte case dei Cancellieri. In questo disor-
dine si fece lecito il Cellesi co'' suoi seguaci di
fate un ricco bottino di denaro e cose preziose^
fuggi alla volta di Bologna, dove, accolto e tratte-
Muto dal papa, trovò quiete e perdono (?»3).
"Jn.iSlO. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLlV. 2l5
g. 2,0. Scrivono gli storici pistoiesi che in que-
sto tempo successe il vero esterminio della fazio-
ne cancelliera, poiché la panciatica favorita dal
pontetìce, come aderente alla casa Medici, prese
tanto vigore che infierita contro di quella, non
solo in città ma inclusive in contado e nella mon-
tagna saccheggiò, arse e distrusse la maggior par-
te delle case de'Cancellieri , e seguite da per tut-
to rovine grandissime si videro in breve tempo
Cavinana, Lanciole, Cutigliano, Spignano ed altre
castella di fazione cancelliera arse anch'* esse e
quasi demolite. Successe ancora che quei della
Serra seguitando i Panciatici abbruciarono il
castello di Calamecca, perchè teneva la parte dei
Cancellieri.non senza soffrire atroci vendette dalla
parte degli avversari. I Panciatici erano ridotti in
tale stato,che un soldato il più animoso, chiamato
Apollonio di Dante della Serra , per liberare i
suoi dalle mani dei persecutori, si precipitò da una
torre dov'éran chiusi ed assediali i suoi aderen-
ti, lasciando detto ai medesimi, che se fosse vis-
suto li avrebbe soccorsi. Non andò diversamente
il suo disegno, poiché fattasi vela del suo man-
tello ne fu sostenuto in maniera, che non aven-
do soff*erto nel cadere senonchò poco in un brac-
cio, se ne andò correndo alla Serra, e di lì a Pi-
stoia, ove mosso ai di lui preghi il capitano Ma-
riolto Cellesi, marciò con buona truppa di sol-
dati a quella volta, e liberò tanta gente dall'asse-
dio. Tornaron frattanto gli ambasciatori pistoiesi
dalla missione loro al pontefice, e recarono alla lor
patria la lieta novella^che Timperatore per opera
^1% AYVENiaiESTI STORICI ^/2.1529.
di Clemente aveva ordinato alle truppe di non
recar danno veruno a Pisloia,nè al suo contado, né
alla montagna da quella repubblica dominata (34).
g. ai. Malgrado i pericoli dello stalo, la prima
carica della repubblica fiorentina veniva ambita
con uguale ardore. Francesco Carducci, eh"' era
succeduto al Capponi negli otto ultimi mesi del-
Tanno i5a9, avea dato prove di fermezza d'ani-
mo e d'^ingegno. Egli desiderava d'esser confer-
mato nella carica pel susseguente anno, e mani-
festò abbastanza chiaramente un tal suo desiderio
pel gran consiglio, ove rappresentò ai suoi citta-
dini, che in tante angustie non si poteva quasi mu-
tare il capo dello slato, senza esporsi altresì a
cambiare tutte le provvidenze prese per lo innanzi,
ed a sovvertire tutti i progetti maturati da lungo
lempoj ma questo stesso avvertimento parve of-
fender coloro che credevansi non men di lui ca-
paci di sostenere la prima carica dello stato, ed
il Carducci non venne pure annoverato tra i sei
candidati proposti pel gonfalone. Il gran consi-
glio elesse il a di dicembre Raffaello Girolami, il
solo degli ambasciatori, mandali a Carlo V a Ge-
nova, che fosse tornato in patria a render conto
deirambasciala. Subito dopo la sua elezione il
Girolami visse in palazzo ed assistette alle deli-
berazioni della signorìa , benché non dovesse
prendere il magistrato senoncbè il di primo di
gennaio del i53o. DopoTarrivo della seconda ar-
mata imperiale proveniente dalla Lombardia, Fi-
renze era accerchiata da ogni lato, ed il principe
d'Oranges aveva una formidabile artiglierìa j et
^«.1530. DElTEMPITflEPUEB. GAP. XLIV. ^17
più che bastante per islringer forte Tassedio. Pu-
re non prese a battere in breccia le mura,e solo
tentò, e quest'ancora con infelice riuscita, di at-
terrare alcune torri, dalla di cui artiglierìa era mo-
lestato, limitandosi a bloccare la città colla spe-
ranza di aifamarla. Oltre l'ordinaria numerosa
sua popolazione Firenze conteneva in allora molti
contadini che vi si erano rifuggiti dalle circostan-
ti campagne , e dodici in quattordicimila soldati.
Questi non s'erano assuefatti in veruna delle pre-
cedenti guerre d'Italia a soflrire gli stenti, e con
tutto ciò la loro moderazione, la loro disciplina,
la loro pazienza furono maravigliose, accanto spe-
cialmente alle molestie sofferte dalle altre città
per parte dei soldati ricevuti entro le mura. Sen-
za dubbio Firenze andava di ciò debitrice alla
guardia urbana , e colla sua lodevole disciplina
serviva d'esempio alle allre truppe, e le teneva in
dovere.j\ondimeno tutli i granai di Firenze sareb-
bersi a lungo andare vuotati, se il commissario
generale Francesco Ferrucci non avesse trovato
il mezzo, mercè una costante attività ed un zelo
eguale al suo coraggio, d^introdurre in città pa-
recchi convogli di bestiami , di granaglie e di
foraggi, e di farvi passare le munizioni che si tro-
vavano raccolte in Empoli, in Volterra ed in Pi-
sa (35).
?. aa. I cronisti di Pistoia ci accertano, che
i rumori, i pericoli e le rovine accaduti in quei
tempi nella Toscana eran tali, che mai non si
U(h*ronogli eguali non che i maggiori, e poi rac-
contano che al principio di gennaio del i53o fu
aiS AVVE>'IMENTI STORICI JnAò^O»
istituito in Pistoia un magistrato detto dei sa^^l^
ì quali essendo 8 di numero,avessero per i sei me-
si futuri, incominciando dal dì 1 5 di gennaio allo-
ra corrente, tanta autorità e tanta balìa , quanta
ne avevano tutti i magistrati e popolo di Pistoia,
zelando sempre alld salute ed all'onore di essa,
con facoltà di eleggere e mandare ambasciatori
a qualunque principe, e similmente di fare ogni
spesa, e di prendere ogni risoluzione che fosse da
loro stimata opportuna. Or questi nuovi officiali
col gonfaloniere e priori elessero Alessandro di
Giovanni di Matteo Brunozzi ambasciatore al
commissario generale del papa e dell'imperatore,
ed al marchese del Vasto ch'erano al campo sot-
to Firenze, affine d''ìntendere quanto volevano
che a Pistoia si facesse. Nel tempo stesso elessero
oratori al papa ed alTimperatore, allora dimoranti
in Bologna, perchè seco loro trattassero dei ne-
gozi della repubblica ^ ed intanto i pistoiesi prov-
videro di vettovaglie l'esercito cesareo pontificio.
E siccome era la voce che i prelodati sovrani
potessero.venendoin Toscana, passare in Pistoia,
così fu tosto ordinato dal comune che si faces^
sero baldacchini e drappelloni con le armi del
papa e deHimperatore, e le stesse armi si affig-
gessero in varie parti della città. I fiorentini che
-vedevano stringersi viemaggiormente d'assedio,
pregarono con calde istanze il colonnello Iacopo
Fabbroni ch'egli con le sue truppe volesse aiu-
tarli, con mettere in rotta il colonnello cesareo
da Napoli accampato nel Mugello , e romper le
strade per disfar Carlo V dalla banda di Marradi,
'AnAoZ(>, DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLIV. li^
essendo quello un passo di gran conseguenza , e
di più instavano ch'egli mandasse vettovaglie a
Firenze, e concedesse loro cento fanti pagati in
aiuto delle lor genti in Romagna . 3Ia il colon-
nello Fabbroni, ricordevole dell'anlica amistà fra
]a sua casa e quella dei ledici, e dei fedeli ser-
vigi a quella in altre occasioni prestali , ( come
quando Cosimo padre della patria astretto a
partirsi da Firenze e Pietro dei Medici esiliatone,
furon seguiti e serviti dai Fabbroni, oltre a quel
ch'avevan fatto Guglielmo e Francesco Fabbroni
ritrovandosi in Mantova con don Giovanni Me-
dici, dove mori,essendo stalo ferito sotto Borgo-
forte , combattendo egli contro Giorgio Frund-
sberg ) , non solamente negò di recar loro il
minimo aiuto , ma per servire alla casa Siedici
ridusse a devozione di questa una gran parte della
Romagna, facendola ribellare dalla repubblica fio-
rentina, ed occupando egli il passo dell' Appen-
nino sopra il Mugello per dove si scende in To-
scana ; assicurò le vettovaglie e munizioni che di
qui dovean passare per esser condotte al campo
sotto Firenze, acciò nel passo di Castiglione, do-
v'erano i fiorentini, non fossero impedite.
g. a5. L'accordo d'Ercole d'Este, in qualità di
capitano generale era terminato col i529, senza
ch'egli si fosse mai recato al suo posto. Gli uo-
mini d'arme da esso mandati erano stati capitana-*
ti dal conte Ercole Rangoni di lui luogotenente,
ma si erano ndoi)rati assai mollemente a seconda
dt»gli ordini dati loro dal duca di Ferrara. Alla fine
delPanno il principe 11 richiamò: egli più non
aaO AVVE^flMENTI STORICI Alt, 1530.
desiderava di conservare il posto di capitano ge-
nerale, ed i 6oreulini non avevano verun pen-
siero di raffermarlo in lai carica . I dieci della
guerra pensaron quindi ad eleggere il di lui suc-
cessore: essi pendevano incerti IraMalatesta Ba-
glioni, che ancor non aveva altro titolo che quel
di governatore generale, e Stefano Colonna, ge-
nerale della loro ordinanza ^ ma questi eh' era
uomo circospetto e che trasparir non lasciava le
segrete sue intenzioni, dichiarò che continuava a
considerarsi come soldato del re cristianissimo ,
che rimaneva in Firenze per di luì servigio , e
che non desiderava nessun altr' onore . Per lo
contrario il Baglioni faceva pratiche per avere la
prima carica*, sebbene indebolito e quasi attratto
da lunghe malattie, egli non era raen riputalo per
coraggio che per militare perizia. Avea gloriosa-
mente militalo negli eserciti veneziani \ sapeva
farsi amare e rispettare dai soldati, sebben con-
ienesseli nella più severa disciplina^ e comecché
in appresso Pesperienza dimostrasse eh' egli an-
teponeva il suo privato interesse al dovere, ebbe,
mancando ancora a quest'ultimo, certi riguardi
]>er l'onor suo, che il più delle volte venivano
dai condottieri trascurali. Fu nel 26 di gennaio
che il gonfaloniere Raffaello Girolami gli conse-
gnò lo stendardo della repubblica ed il bastone
del comando, dopo di averlo esortato in presenza
di tulio il popolo a versare, se il bisogno lo ri-
chiedesse, il suo sangue per la difesa della libertà
fiorentina, ed avesse ricevuto il di lui giuramen-
to. Pochi giorni prima della elezione del Baglioni
^«.1530. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLIV. aat
a capilano generale , Francesco I , per far cosa
grata al pontefice ed all' imperatore, avea fatto
dar ordine a questo medesimo Baglioni ed a Ste-
fano Colonna dì abbandonare il servigio dei Ho-
rentini , dichiarando di non li volere incorare
nella loro ribellione contro la Chiesa e contro
V impero ; ma in pari tempo che ad essi pubbli-
camente mandava quesf ordini , facea loro dire
segretamente di non obbedire . Richiamò il si-
gnore di Vigli àuo ambasciatore a Firenze , ma
vi lasciò un Emilio Ferreto in qualità di se-
gretario dell'ambasciata, commettendogli di so-
stenere il coraggio dei fiorentini, e di accertarli
che ricuperati che evesse i figliuoli col pagamen-
to della loro taglia, tornerebbe ad aiutarli aperta-
mente (36).
g. 2,4. A seconda di una risoluzione del gran
consiglio, il nuovo gonfaloniere aveva mandati
altri ambasciatori alP imperatore ed al papa a
Bologna per chiedere la pace. Erano essi incari-
cali di offrire per condizione della pace la ri-
chiamata de'Medici in Firenze.a patto che in tutto
lo stato fiorentino sarebbe conservata la liberlà,
e che la costituzione non verrebbe alterata. Carlo
V non volle negoziare con loro, e sempre li rin-
viò al pontefice^ questi parve disi)osto ad accon-
sentire ai due primi patti, ma scagliossi fieramen-
te contro coloro che proponevano il terzo. Giurò
di atterrare un governo caduto in mano della
plebaglia, che opprimeva tutto ciò che la nazione
avrebbe dovuto rispettare, e costrinse gli amba-
sciatori a mezzo febbraio ad uscire incontanente
aia AVVENIMENTI STORICI An. 1 53()#
da Bologna senza aver niente convenuto. Ma né
la durezza delPimperatore, né la collera del papa,
né l'abbandono del re di Francia, né la fuga di
parecchi capitani che trafuggii'ono ai nemici, né
le trame dei partigiani dei Medici , perseguitati
con un rigore e con forme di giudizio indegne
di una repubblica , né la susseguita perdita di
tutto il dominio dello stato , ebber forza di sgo-
mentare i fiorentini . I frati del monastero di s.
Marco ed i proseliti di Girolamo Savonarola ave-
vano ricominciate le loro prediche. Fra Benedet-
to da Foia no di santa Maria Novella , ed un fra
Zaccaria domenicano di s. Marco erano tra que-
sti oratori i più eloquenti, ed il popolo ascoltava-
li con maggiore entusiasmo . Inanimavano essi
i devoti colla promessa che Cristo eletto loro re
penserebbe a difenderli, e profetizzavano che al-
lorquando parrebbe impossibile og^ umano soc-
corso, allorquando gP imperiali avrebber di già
inalzate sulle mura le loro insegne, gli angeli del
Signore scenderebbero tra i combattenti, e scac-
cerebbero colle infuocate loro spade i nemici del
Signore dalla città che gli si era data (37).
§. aS. Ogni venerdì i fiorentini s'aspettavano
d'essere assaliti dal principe d''Oranges, perchè gli
spagnuoli l'isguardavano tal giorno come fausto
per loro. Ma intanto non lasciavan passar un sol
dì senza tentare con qualche sortita di sorpren-
dere alcun posto de' nemici. In molte di queste
zuffe perirono parecchi uomini che alla repubbli-
ca erano utilissimi, e si prese da ciò motivo di ac-
cusare Malatesta Baglioni di aver voluto spossare
Un.iòSO. DEI TEMPI rÉpUBB. GAP. XLIV. 21^.3
la guarnigione con questi badalucchi. Egli è ve-
ro che con questi il Baglioni venne a capo di ri-
durre affatto in sua dipendenza ii consigh'o di guer-
ra^ perchè agli ufficiali che si andavano perden-
do in queste scaramucce, sT surrogavano sempre
alcuni de'suoi creati, proposti da lui medesimo ;
con lutto ciò il capitano generale poteva ragio-
nevolmente credere che con queste piccole per-
dite non si comprava a troppo caro prezzo il van-
taggio di agguerrire i soldati, d'ispirar loro fiducia
e di dissipare quella impazienza e quella noia,che
spesso riescono alle truppe assediate più funeste
che le spade nemiche (38). Con altre delle loro
sortite i fiorentini propone vansi più importanti
risultamenti: sorprendendo di notte i quartieri
de'^nemici potevano lusingarsi di disordinare tut-
to Tesercito e di forzarlo a levar l'assedio. Que-
ste notturne sorprese chiama vansi incamiciate j
perchè gli assalitori coprivansi con una camicia
bianca, onde riconoscersi nelF oscurità. Talvolta
i fiorentini non temevano di assalire i loro ne-
mici ancora in pieno giorno^ lo che avvenne in
particolare il ai di marzo, dietro gli ordini di
Malatesta Baglioni. Cinque schiere, cadauna di 5
in 600 uomini sorliiono in quel giorno da 5 di-
verse porte per assalire tutte ad un tempo gl'im-
periali, onde occupare un cavaliere o ridotto inal-
zato dal principe d* Oranges di contro alla porta
Romana: una di queste schiere doveva condurre
a fine l'impresa, intantochè le altre distraevano
il nemico. Disgraziatamente i fiorentini furono
traditi da un diseriore, che uscì di città mezz'ora
^2$ AVVEJflMENTl STOBICÌ ^/1.1530*
prima di loro; pure sebbene gl'imperiali si tro-
vassero dappertutto apparecchiali allo scontro ,
l'^assalto de''fiorentini fu così gagliardo, che molti
di loro giunsero sul cavaliere, e che quando si
ritirarono sul far della sera, avean fatto ai nemi-
ci assai maggior male che non ne aveano rice-
vuto. Rinnovarono gli assediali lo stesso tentati-
vo il a3 di marzo, ma meno felicemente. Nel gior-
no di Pasqua e nei seguenti accaddero di nuovo
alcune scaramucce con non infelice esilo pei
fiorentini. Intanto Pimperatore era partito alla
volta della Germania, il papa era tornato a Roma,
e l'armata delTOranges cominciava a difettare di
denaro. I fiorentini erano persuasi, che se riusciva
loro in tal congiuntura di ottenere qualche im-
portante vantaggio sulParmata imperiale, fareb-
bero levare Passedio, mentre che lasciandosi in
quella vece bloccare più a lungo, la fame strug-
gerebbe air ultimo le forze loro (89).
g. a6. Sentendosi Malatesta Baglioni accusato
dal popolo di trarre in lungo la guerra, e veden-
do che Tordinanza dei cittadini desiderava di fare
una sortita generale, e che la volevano i dieci
della guerra e la signorìa, dichiarò che condur-
rebbe i fiorentini alla battaglia, sebbene egli non
lo credesse utile agli assediati. In fatti il 5 di mag-
gio fece sortire più di mezza guarnigione fuori
di porta Romana e di due altre porte dallo stes-
so lato dell'Imo. Prese d'assalto il monastero di
s. Donalo difeso dagli spagnuoli, pose in disordi-
ne tutta Tarmata del principe d'Oranges, e se a-
vesse fatto uscire il restante delle truppe . di cui
^/1.1530. DEI TEMPI REPCBB. CAP. XLIV. 220
potea valersi, o se Amico da Venafro da lui posto
a comandare una delle Ire bande non fosse stato
ucciso nel precedente giorno, egli avrebbe proba-
bilmente costretto il principe d''Oranges a levare
Passedio. Dal canto suo Stefano Colonna mosse ad
assalire il campo dei tedeschi in sulla destra dello
A.rno,dove il conte Luigi di Lodron era subentrato
a Luigi di Wirtemberg. Il Colonna sortì dalla città
il dì iodi giugno, alcune ore prima che aggior-
nasse, per la porta di Faenza, onde andare diret-
tamente contro i nemici . Dovevano secondar
quesfazione il capitano Pasquino corso, uscendo
dalla porta a Prato, e iVIalatesta Baglioni tenendo
d'occhio il fiume per impedire che il principe
d'Oranges non aiutasse i tedeschi. Il Colonna
combattè con gran valore^ forzò la doppia trincea
dei tedeschi, e loro uccise molta gente. Ma il ca-
pitano Pasquino non vennegli in aiuto, secondo
che gli era stato imposto, e Malatesta Baglioni nel
fervore della battaglia in vece di avanzarsi, egli
stesso fece suonare e raccolta: Stefano Colonna
la fece in buon ordine, riportandone un immen-
so bottino , preso nei quartieri del nemico. La
guerra ferveva nello stesso tempo ancora nelle
altre parti dello stato fiorentino. Nella Romagna
toscana era commissario generale Lorenzo Car-
nesecchi; ei risedeva d** ordinario a Caslrocaro
con pochissimi soldati e senza denaro. Lorenzo
I rovo il modo di allestire una piccola armata in
«juella provincia, e non solo di respingere le tru|>-
pe papali, ma ben anche di spandere il terrore in
tutta la Romagna pontificia e di devastarla a tale,
St. Tose. Tom, 9. 20
aaf) AVVENIMENTI STORIOl Jn, 1530.
che il governatore della legazione fu costretto
a chiedergli un armistizio. Il Carnesecchi non vi
acconsentì, se non quando ebbe egli medesimo
esaurite tutte le sue forze per continuare la guer-
ra (4o).
g. 27. La cittadella d'Arezzo assediata dagli
aretini capitolò il 22 di maggio. I soldati che vi
stavano di guarnigione si erano ammutinati per
non durare più lungo tempo quegli stenti che
porta seco un assedio. Gli aretini non V ebbero
appena in loro potere, che la spianarono, affinchè
il principe d'Oranges non potesse mandarvi guar-/
nigione. Il 23 di giugno si arrese agli spagnuoli
per capitolazione Borgo san Sepolcro , benché
non fosse stato da loro assediato. Volterra si era
data alle truppe del papa il a4 febbraio, ma per-
chè questa città credevasi di somma importanza,
i dieci della guerra, poich'^ebbero eletto Francesco
Ferrucci a commissario generale, con facoltà il-
limitate e tali che mai non le aveva avute verun
cittadino fiorentino, lo incaricarono di soccorrere
la fortezza di Volterra, che tuttavìa si difendeva,
e di tentare, se fosse possibile, di riavere ancora
la città. Il Ferrucci aveva adunata la sua piccola
armata in Empoli, dove aveva pure raccolti ma-
gazzini abbondantissimi di vettovaglie, che mano
mano spediva a Firenze ^ ed avea posto quella
terra in sì buono stalo di difesa^che egli accerta-
va che le donne sole avi^bber potuto coi loro
fusi respingere gli spagnuoli. A secónda degli or-
dini ricevuti, egli ne parti il 27 d'aprile, ed affidò
il comando d"' Empoli ad Andrea Giugni ed a
An. 1530. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLIV. 227
Pietro Orlandini. La partenza del Ferrucci ebbe
per Empoli funeste conseguenze : il principe di
Oranges inviovviDiego SdiTmienìo coiblsogni spa-
gnuoli per assediarla. Vi aggiunse tutta la caval-
lerìa di don Ferdinando Gonzaga e alcune vecchie
bande del marchese del Guaslo. Nello stesso tem-
po Fabrizio Maramaldo batteva la campagna , e
vietava al Ferrucci di avvicinarsi alP assediata
città. Le batterìe spagnuole cominciarono a tem-
pestar Empoli il 24 di maggio, ed il 28 gl'imperiali
dettero alla piazza un sanguinosissimo assalto ;
ma dopo molle ore di battaglia furono respinti^
Wella susseguente notte gli abitanti d'Empoli te-
mendo i danni di un assedio, mandarono segre-
tamente al campo spagnuolo per capitolare, ed
avendo ottenuta una salvaguardia per le persone
e gli averi, non fecer motto dei soldati che li
aveano valorosamente difesi, l due capitani Giu-
gni ed Orlandini avevano avuta parte in questo
vergognoso patteggiamento. Poiché gli spagnuoli
furono entrati in Empoli, sprezzando la capitola-
zione, saccheggiarono non solo i ricchissimi ma-
gazzini adunati con tanto zelo e tante cure dal
Ferrucci per assicurare i viveri a Firenze, ma in ol-
tre tutte le case degli abitanti (41). •'
g. 28. Intanto Francesco Ferrucci aveva con-
dotta a buon fnie la sua intrapresa: partito da
Empoli il a; aprile con circa i4oo fanti e due-
cento cavalleggeri , cui aveva fatto prendere il
vitto per due giorni, giunse non pertanto lo stes-
so giorno a Volterra tre ore prima di notte. En-
trato nella cittadella per la porta del Soccorso,
a2 8 AVVENIMENTI STORICI ^«.1530.
poiché ebbe lasciato riposare i suoi per un' ora,
scese nella città, ruppe i primi trinceramenti inal-
zati dai volterrani, e grinseguì valorosamente ti-
no alla piazza di sanfÀgostino, dov'eransi eretti
altri trinceramenti. Intanto sopraggiunse la not-
te, ed i suoi soldati oppressi dalla fatica del lungo
cammino fatto e dalla recente ostinata battaglia,
più non potevano reggersi in piedi^fu d''uopo pe-
rò trincerarsi sulla piazza, aspettando il veniente
mattino: alP indomani ricominciò la battaglia in
sul fare del giorno. I volterrani attendevano ad
ogni istante gli aiuti loro promessi da Fabbrizio
Maramaldo che occupava la provincia con due-
mila cinquecento calabresi, i quali non ricevendo
il soldo, viveanvi a discrezione. Ma il Ferrucci co-
strinseli a capitolare prima che il Maramaldo po-
tesse soccorrerli. Il Ferrucci si affrettò di metter
Volterra in istato di difesa , Egli doveva nello
stesso tempo tenersi in guardia contro gli abi-
tanti della città, pieni di rancore verso i fiorenti-
ni, e contro Fabbrizio Maramaldo, che non lardò
ad attaccarlo colla sua infanterìa leggera. Com»
batterono tra di loro il Ferrucci ed il Maramaldo
per tutto il mese di maggio con un accanimento
che si cangiò in odio mortale. Dopo la presa d'Em-
poli il marchese del Guasto e don Diego di Sar-
miento raggiunsero Maramaldo coi loro spagnuoli,
e cinser la città di regolare assedio. Il za di giu-
gno scoprirono le loro batterie contro le mura di
Volterra, e vi aprirono larghe brecce. Il Ferrucci
riportò due gravi ferite nelTazione.ma senza nem-
nien dar tempo n'chirurghi di medicarlo, egli si
Jn.iS^O. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLIV. 2^9
fece sempre portare sopra una seggiola in tutti i
posti più minacciati dal nemico, e continuò egli
solo a dirigere la difesa (^i). lì 17 giugno il mar-
chese del Guasto che avea ricevuto dal campo
d»»l principe d^ Oranges un rinforzo d'artiglierìa,
aprì nuovamente larghe brecce nelle mura della
città. Il Ferrucci oltre alle ferite, era travagliato
dalla febbre, con tutto ciò ponendo in non cale o-
goi cura della sua salute, fece testa al nemico e
dopo una accanita pugna lo costrinse a levare ver-
gognosamente Tassedio (43).
g. 29. Poich'' ebbe assicurato alla repubblica
fiorentina il possesso diVolterra, il Ferrucci volse
il pensiero ad eseguir la commissione che gli era
slata data dai dieci della guerra, cioè di radunare
tutti i soldati fiorentini che trovavansi nelle varie
parti del territorio tuttavìa soggetto al governo
di Firenze, e di venire, dopo avere in tal gui-
sa ingrossato per quanto poteva la sua piccola ar-
mata, ad assalire il campo degli assedianti. 1 fioren-
tini stavau pronti per secondarlo con una va-
lorosa sortita ^ imperciocché il gonfaloniere, la
signorìa, i dieci della guerra e lo stesso consiglio
degli ottanta desideravano la battaglia,ed ordina-
vano ai loro generali d'assaltare il nemico. In va-
no Malatesta Baglioni e Stefano Colonna diceva-
no di non poter condurre le milizie contro soU'
dati veterani più numerosi e protetti dai loro trin-
ceramenti in forte sito . 1 consigli replicavano
Tordine d'assaltare il nemico, onde almeno ten-
tare la sorte e nudrir la speranza «li prosjieri av-
venimenti^ imperciocché la farne ch'essi vedeva-
ao*
aSo AVVENIMENTI STORICI Jn. 1530.
no non lontana eia peste che dal campo nemico
era entrata nella loro città, li andavano distrug-
gendo, quasi con tanta rapidità come avrebbe
fatto la battaglia , senza lasciar loro né gloria
ne speranza. Il Ferrucci ricevette il quattordici
di luglio le nuove facoltà che gli venivano affi-
date, le quali davangli autorità eguale alla signo-
rìa ed alPintiero popolo di Firenze*, in pari tem-
po ebbe ordine di porsi in cammino per salvare
la sua patria, che tutta in lui solo riponeva le
sue speranze. Egli aveva sotto i suoi ordini ven-
ti compagnie, sette delle quali egli lasciò alla cu-
stodia di Volterra, e condusse con lui le altre
tredici., che non sommavano in tutto a più di
mille cinquecenfuomini, sebbene in origine fos-
ser tutte composte di duecento soldati. Scese la
Cecina, ed arrivò per Vada e Ròsignano a Livor-
no, senza lasciarsi trattenere dagli archibusieri
di Maramaldo, che tentavano di precludergli la
strada. Da Livorno recossi a Pisa, ove il signore
Gian Paolo Orsini lo stava aspettando con una
banda quasi eguale alla sua. 11 signor Gian Pao-
lo era figliuolo di Renzo di Ceri, e nel maggior
pericolo della repubblica le si era offerto in aiu-
to con generosità cavalleresca, onde aver parte
in quest ultima pugna in favore della libertà e
della indipendenza italiana . Per pagare queste
due piccole armate convenne levar danaro in
Pisa col mezzo d'arbitrarie contribuzioni^ e in ol-
tre il Ferrucci, il quale benché oppresso dalle
fatiche e dalle cure, dovea provvedere a tutto in
persona, fu sorpreso da violenta febbre, che lo
Aìl' 1530. DEI TEMPI REPUEB. Cip. XLIV. a3 1
tenne tredici giorni in una forzata « disperante
inazione (44)-
g. 00. Il divisamento che stava per eseguire
il Ferrucci non era già quello ch'egli aveva pro-
p osto. Egli avrebbe voluto condurre la sua piccola
armata contro Roma, dove sapeva trovarsi il papa
senza veruna difesa^ far correr voce ch''egli andava
a mettere a sacco per la seconda volt^ la corte ro-
mana, e trarre in tal guisa sotto le sue insegne (a
folla dei mercenari, i quali , senza onore e senza
religione, non guerreggiavano per altro che per
bottinare , ed in particolare i bisogni spagnuoli
di Diego Sarmiento, ch'egli credea di poter facil-
mente guadagnare. Il papa atterrito all'avvicinar-
si di questa truppa^ o avrebbe fatta la pace, o per
lo meno avrebbe richiamato il principe d''Oran-
ges per sua difesa. TaTerail disegno del Ferrucci,
ma la signorìa fiorentina ricusò di approvarlo ,
perchè le parve troppo ardito. Francesco Fer-
rucci avendo finalmente ricuperate le forze, prov-
vide dapprima alla sicurezza di Pisa^ fece poscia
provviste d'artiglieria , di fuochi artificiali e di
tutto quanto poteva dare alla sua piccola armata
maggior fiducia in sé medesima; indi si pose in
cammino la nolledel trenta luglio, tre ore dopo
il tramontar del sole con un'' armata di 3ooo pe-
doni e di 4 in «^00 cavalli. Uscì di risaperla por-
ta di Lucca, ed attraversando lutto lo stato luc-
chese, tentò da prima di entrare nel pian dì Pe-
scia pel ponte Squarciaboccone,ma perchè vi trovò
il nemico in forza, penetrò nelle montagne luc-
chesi, e si accampò la prima notte a IVIedicina; indi
a3a AVVENIMENTI STonici ^/»,1530.
passò la seguente a Calamecca nelle montagne di
Pistoia. Egli sperava di radunare in questa pro-
vincia tutta la fazione rancelliera , la quale era
benaffetta alla repubblica fiorentina, e dopo avere
ingrossata la sua armata con bande tumultuarie,
d'impadronirsi di Pistoia, ove potrebbe adunare
i magazzini che destinava a vettovagliar Firenze.
Ma i partigiani dei Cancellieri ch''egli trovò a Ca-
lamecca.volendo approfittare del di lui arrivo per
vendicarsi del partito nemico dei Panciatici, lo
traviarono dalla strada che avrebbe dovuto tenere,
e lo condussero a s. Marcello, ove signoreggiavano
i Panciatici. Il Ferrucci prese di vero questa terra,
la saccheggiò e la bruciò, ma perdette in tal modo
assai prezioso tempo: una dirotta pioggia gli fece
in oltre differire di alcune ore la partenza. Egli
condusse poi la sua armata a Cavinana, castello
spettante alla fazione de** Cancellieri, lontano $
miglia da san Marcello, ed otto dalla città di Pi-
stoia (45).
g. 3i. Ma qualunque stata fosse rabilità del
Ferrucci e T accortezza delle sue mosse, per le
quali facendo il giro intorno alla metà dei contini
toscani, si conduceva in soccorso di Firenze per la
parte più opposta a quella ond"' era partilo , egli
era quasi accerchiato da tutte le parti. Fabbrizio
Maramaldo Irovavasi a manca di lui e lo aveva
sempre seguilo senza tentare di venire alle mani^
Alessandro Vitelli stava alla destra coi bisogni
spagnuoli, che poc'anzi eransi ammulinali ad 41-
topascioj da dove egli aveali ricondotti all'obbe-
dienza colla speranza di una battaglia.il Braccio-
w^/l.1530. DEI TEMPI REPUBB. CAP. XLIV. 23a
lini Io seguitava con un migliaio d'uomini della
fazione dei Pancialici, armati nelle montagne.
Pure il Ferrucci credevasi ancora in stato di scam-
pare da lutto, o di assalirli, o di vendicarli e di
vincerli ad uno ad uno, quando lo stesso principe
d'Oranges gli si fece incontro con looo veterani
tedeschi, altrettanti spagnuoli, e 4 colonnelli ita-
liani. Il principe d'^Oranges , che avea confidato
il comando deir armata in tempo della sua assen-
za a don Ferdinando Gonzaga, ed al conte di Lo-
dron, non si sarebbe allontanato tanto da Firenze,
se con avesse confidato in un tradimento. Sapeva
il gonfaloniere che la salvezza della repubblica
era tutta ridotta nel solo Ferrucci, onde voleva
secondarlo col più gagliardo assalto contro il
campo degli assedianti . Qualunque si fosse il
vantaggio del sito, del numero o della disciplina
degli spagnuoli e tedeschi, egli voleva affrontar-
li, e comandò a Malatesta Baglioni di apparec-
chiarsi ad una generale sortita. Dichiarò in pari
tempo che si porrebbe egli slesso alla testa delia
eletta milizia fiorentina, e che seguirebbe le trup-
pe assoldale ovunque Malatesta le condurrebbe,
lasciando la guardia di Firenze ai vecchi ed alle
orduianze dei contadini (46). Ma il Baglioni non
avea più che sperare o temere dalla repubblica
fiorentina, e non voleva più oltre far dipendere
la propria fortuna da quella di uno stato cui ve-
deva in sul punto di perire. Egli aveva per tanto
segretamente negozialo col principe d'Oranges,
e per mezzo di lui anche con Clemente VII; ed
ottenuta la conferma della sua sovranità di Pe-
234 AVVENIMENTI STORICI ^/i.1530.
rugìa, e la promessa di nuovi favori ecclesiastici
e temporali, erasi obbligato per iscrittara verso
il principe d' Oranges a non assaltare il campo
imperiale, quando il principe ne sarebbe partito
per andare contro il Fenucci. Successivamente
egli oppose tre proteste agli ordini datigli dalla si-
gnoria di assalire il nemico^ed il suo collega Ste-
fano Colonna per debolezza o per complicità nel
tradimento, le sottoscrisse ancor esso. Diceva
Malatesta in queste scritture che la battaglia a
cui la signoria voleva costringerlo, cagionerebbe
lirreparabile rovina della sua armata e della re-
pubblica^ ma a malgrado di questo avendogli al-
Tultimo la signorìa comandalo perentoriamente
di muovere, egli si arrese a quest^online con tanta
lentezza, che prima ch^egli si fosse mosso, i fio-
rentini ebbero a notizia delPesito della spedizione
del Ferrucci (47).
g. 3a. Il principe d** Oranges parti la sera del
primo giorno d'agosto*, camminò tutta la notte,
ed alPindomani dette riposo alle sue truppe al
Lagone,villaggio posto tra Gavinana e Pistoia. In-
tanto che le truppe dell' Oranges refocillavansi
col cibo al Lagone, quelle del Ferrucci facevano
lo stesso a s. Marcello. Le due armate si poser di
nuovo in cammino pressoché nella stessa ora, e
giunsero nello stesso tempo innanzi a Gavinana.
La campana a stormo che suonavasi in questo vil-
1 aggio avvisò il Ferrucci delTavvicinarsi del ne-
mico , senza ch'egli peraltro potesse sospettare
che fosse lo stesso principe d'Oranges, il quale
con una tanto ragguardevol parte dell'armata im-
Jti.i 530. DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLIV. 235
periale avesse abbandonato il campo sotto Fi-
renze. La fanteria del Ferrucci era divisa in due
schiere, ognuna di i4 compagnie; egli comandava
la primate Gian Paolo Orsini la seconda che ser-
viva di retroguardia. Era ugualmente divisa in
due squadroni la cavallerìa, un dei quali era con-
dotto da Amico d'Ascoli, Taltro da Carlo di Ca-
stro, e dal conte di Civitella. Prima di venire a
battaglia il Ferrucci esorlò brevemente i suoi
commilitoni, ricordò loro che la salvezza di Fi-
renze e l'ultima speranza della repubblica eraii
riposte nella piccola loro armata, e non racco-'
mandò loro altro che di seguirlo dovunque Io ve-
dessero avanzarsi. Riprese quindi Telmo, scese da
cavallo ed entrò in Gavinana colla picca in pu-
gno, nel punto medesimo in cui Fabbrizio Mara-
maldo avendo fatto atterrare una macerie, vi en-
trava per un^allra strada. La fanterìa delle due ar-
mate s'incontrò sulla piazza del castello, intorno
ad un alto castagno ohe sorgeva nel mezze e vi
appiccò un' accanita pugna. Intanto il prir:ci-
pe d'Oran^es colla sua cavalleria assaltava impe-
tuosamente quella del Ferrucc i, ch''erasi trattenu-
ta fuori delle mura. I cavalieri fiorentini stelter
saldi; alcuni arrhibusieri, frammischiati nelle lo-
to file, fecero replicate scariche contro i cavalli ne"^
mici eli sgominarono. Il principe d'Oranges sfor-
zavdsi di riordinarli , ed attraversò solo dì galop-
po una ripida costa sotto il fuoco de''tiorentini, ma
colpito nello stesso tempo da <lue palle nel collo
e nel petto cadde morto sul campo. Antonio di
Herrera ed il riinanente^.^ui <;4,\Rjli^ri pieseuli^iil-
236 AVVENHIESTI STORICI JnAoòO.
la caduta del principe si posero in rotta e fuggi-
rono fino a Pistoia, ove sparsero il terrore nella
loro fazione. I soldati del Ferrucci trovarono nelle
tasche del principe d''Oranges quello stesso po-
lizzlno, con cui IVIalatestaBaglioni prometteva al
principe di non assaltare il di lui campo (4^)*
§. 33. La cavalleria del Ferrucci dopo di aver
dispersa quella del principe d''Oranges, ed ucciso
questo generale, faceva echeggiar l'aria colle gri-
da della vittoria. Ma nello stesso tempo Gian Pao-
lo Orsini era stato assalito da Alessandro Vitelli^
la retroguardia da lui comandata avea perdute le
insegne disordinandosi, e Gian Paolo era stato
forzato a ritirarsi a piedi in Gavinana dove ave-
va raggiunto il Ferrucci. Questi dal canto suo a-
vea cacciato fuori di Gavinana il Maramaldo e i
di lui calabresi coi lanzichinecchi e coi cavalli del
principe^ ma dopo d'aver combattuto tre ore sotto
un cocente sole di agosto, egli riposavasi appog-
giato sulla sua picca, quando venne assaltato da
un'altra banda di lanzichinecchi, la qual non avea
peranco combattuto. In quel punto il Ferrucci e
Gian Paolo avevan presso di loro pochi ofiiciali,
essendosi alquanto allontanati i loro soldati per
riposarsi un qualche minuto: con questo pugno di
valorosi TOrsini ed il Ferrucci si difesero ancora
lungo tempo. Ma airultimo Gian Paolo ferito e
coperto di polvere, più non vedendo speranza di
salvezza, rivoltosi al Ferrucci gli disse, signor
commissario non spogliamo ancora arrenderci?
No, rispose il Ferrucci, e scagliossi contro uno
squadrone di nemici che veniva ad assalirlo. Ri-
^«.1530. DEI TEMPI BEPUBB. CAP. XLIV. 23^
bultollo infatti fuori delle porte, ma nelP inse-
guirlo vide chiudersele alle spalle . Il castello
di Gavinana era preso, e tutti i soldati del Fer-
rucci erano morti, feriti o fuggitivi; egli sles-
so avea riportata una ferita mortale, e nel di lui
corpo ormai rimanevano poche parti sane. Final-
mente egli si arrese ad uno spagnuolo, che per
guadagnarsi la taglia del riscatto procurava di
salvargli la vita. Ma il Maramaldo fattoselo con-
durre innanzi sulla piazza del castello , lo fece
disarmare, e lo pugnalò colle proprie mani. Il Fer-
rucci dissegli queste sole parole : Tu uccidi un
uomo di già morto (49) . Gian Paolo Orsini fu
fatto prigioniero ancor esso, ma riebbe poscia la
libertà pagando la taglia; venne in mano dei vin-
citori anche Amico d''Ascoli, e il di lui mortale
nemico Muzio Colonna lo comprò per seicento
ducati da colui che lo aveva preso per ucciderlo
poi a posta sua; Guglielmo Frescobaldi, che il
Ferrucci aveva pel migliore suo luogotenente mo-
ri a Pistoia delle riportate ferite; rimasero estin-
ti sui campo di battaglia circa duemila soldati ,
ed anche maggiore fu il numero dei feriti. L'ar-
mata del Ferrucci era distrutta, ma gl'imperiali
avevano acaro prezzo acquistata la Vittorio: gran-
dissima era la perdita dell'armata imperiale, e lu
morte del suo generale poteva disordinarla, ag-
"iuntochè il marchese del Guasto l'aveva in allora
Ti
abbandonata per passare ai servigi di Ferdinando
in Ungheria (5o).
g. 34' ^^ero è che il Ferrucci era ancora più
necessario ai fiorentini che non il principe d*0-
St. Tose. Tom. U. 21
238 AVVENIMENTI STORICI An. 1530.
ranges agrimperiali. Pervenuta il 4 tli agosto io
Firenze la notizia della morte di lui, tutta la cit-
tà fu compresa da dolore e da spavento: invano il
gonfaloniere e la signorìa si sforzavano di riani-
mare gli abbattuti spirti, e di mostrare i mezzi di
salvezza che tuttavìa restavano. La sconfitta del
Ferrucci veniva in parte attribuita ad una dirotta
pioggia che aveva spente le trombe ignee,ch''eraao
una maniera di fuochi d'artifizio dai fanti fiorenti-
ni portati attaccati alle loro picche , i quali del
continuo vomitavano fiamme, e spaventavano!
cavalli . Ora il gonfaloniere diceva quella stessa
pioggia che avea perdutoli Ferrucci, poter salvar
la città^ TArno essere così gonfio che i vari quar-
tieri del campo nemico non potevan più avere
comunicazione cogli altri, ed i fiorentini con una
gran generale sortita potere assicurarsi del van-
taggio del numero, assaltando ad uno ad uno i
posti nemici. Quindi egli incalzava Malalesta Ba-
glioni a combattere: già la signoria, per inanimire
i capitani delle sue truppe assoldate, aveva loro
promessa per premio della vittoria la continua-
zione del soldo finché vivrebbero^ ma Malatesta
Baglioni ricusò d''obbedire, e dichiarò altamente
di volere ormai salvare una città vicina a perdersi,
a cagione della ostinazione e della temerità dei
suoi capi (5 1 ).
* g. 35. Eravi in Firenze un grosso partito che
applaudiva al rifiuto del Baglioni di combattere.
Tutte le persone deboli e pusillanimi, tutti gli
egoisti, e coloro che sospiravano dietro i godi-
menti di una vita tranquilla, desideravano la pa-
i^rt.1530. DEI TEMPI HEPUBB. GAP. XLIV. aSg
ce, e Tavrebbero accettata a qualunque patto. I
partigiani deiraristocrazìa più non volevano e-
sporsi ad ulteriori pericoli pel mantenimento del-
Tautorità popolare: i segreti partigiani dei Medi-
ci osavano essi pure di manifestare i lor desideri,
e gli storici di questo partito confessano il tra-
dimento del Baglioni per attribuirglielo a merito.
I cittadini devoti alla libertà non venivano chia-
mati con altri nomi che di ostinati e arrabbiati.
Malatesta ricusando di obbedire agli ordini delia
signorìa, dichiarò che piuttosto che assaltar gPim-
periali capitanati dopo la morte del principe d''0-
ranges da don Ferdinando Gonzaga, deporrebbe
il comando. 1 dieci della guerra credettero di po-
terlo cogliere in parola, e V otto di agosto raan-
darongli Andreolo IXiccolini per portargli il con-
gedo, ch'aera tuttavìa dettato in termini di somma
lode pel Baglioni. Grande fu la sorpresa di costui
nel ricevere il commiato, e maggiore della sor-
presa la rabbia: senza volerlo accettare, senza
volerlo leggere, si fece addosso al Kiccolini che
gliel recava, e lo trafisse con ripetute pugnalate.
II gonfaloniere volle fare un altro sforzo per sal-
vare la vacillante autorità della repubblica , e
comandò a tutte le compagnie della milizia di
adunarsi in piazza per andar con lui contro il Ba-
glioni. IVIa il terrore avea di già sbandita ogni ob-
bedienza, ed invece delle 16 compagnie, otto sole
recaronsi alla chiamata. Intanto Malatesta Baglio-
ni aveva introdotto nel suo bastione il capitano
imperiale Pirro Colonna di Stipicciano^ aveva di-
sarmata e congedata la guardia tìorentina delia
a^o AVVENIMENTI STORICI ^/z. 1530.
porta RomaDa, ed avea rivolla contro la città l'ar-
tiglierìa destinata a difender le mura (Sa): Firen-
ze era perduta e non eravi umana forza che po-
tesse salvarla. Molti dei cittadini volevano an-
cora morir liberi e colle armi alla mano, ma gli
altri conoscevano che verun ostacolo più non po-
teva ormai trattenere quelParmata che sVra in-
famata colla tirannide esercitata in Milano, e
col sacco di Roma*, riparavansi nelle chiese colle
loro donne, coi figliuoli e colle loro ricchezze, e
senza potersi appigliare a verun partito, senza
nutrire veruna speranza, più non obbedivano ai
magistrati, e non facevano che dare impaccio a
coloro che non avevano peranco tutto perduto il
coraggio, e mostravano ancora costanza (53).
g. 36. La signorìa mortificatissima e fremente
per Tacerbo rammarico, restituì il bastone del co-
mando a Malatesta, in arbitrio del quale slava il
permettere agli imperiali di non dar la città o lo
imporre loro alcun patto. Quattrocento giovani,
tra i quali si videro con dolore i tìgli ed i generi
del gonfaloniere Niccolò Capponi, eransi schie-
rati in arme sulla piazza di s. Spirito, risoluti di
sostenere il Baglioni e di non riconoscere più la
signoria. Fece questa un estremo sforzo per ri-
chiamarli sotto le sue insegne^ rappresentò loro
che separandosi dai propri concittadini in quelle
estreme angustie, esponevano la patria e sé me-
desimi ai più spaventosi pericoli •, ma per tutta
risposta non ebbe che insulti e minacce. Che an-
zi quei giovani vennero in armi sulla piazza del
palazzo, e costrinserla a porre in libertà tutti co-
An. 1 530. l»EI TEMPI REPUBB. CAP. XLIV. 2^ l
loro eh' ella teneva custoditi a motivo del loro
patteggiare pei Medici. Fra tanto perturbamento
la signoria elesse quattro ambasciatori, e raan-
dolli al campo di Ferdinando Gonzaga, per chie-
dere una capitolazione. ÌNon fu d'uopo che costoro
cercasser lontano quegli col quale dovean trat-
tare, perchè il fuoruscito Bartolommeo Valori, che
dal papa era stato nominato commissario gene-
rale in Toscana, e che a nome dei Medici gover-
nava tutto il paese occupato dall'* armata impe-
riale, era venuto in quella medesima casa dei
Pini , in cui abitava IVIalatesta Bagjioni. I patti
che ottennero gli ambasciatori erano i più vantag-
giosi che sperar si potessero in così triste con-
giunture. È probabile che il papa avesse ordinato
al Valori di acconsentire a tutto, riservandosi poi
rinterpetrazione del trattato a modo suo . L* im-
peratore nuli" affatto somministrava pel soldo e
pel mantenimento delP esercito sotto Firenze, e
Clemente VII non avea più credito, per essere
state le di lui entrate assorbite da lunghe guer-
re, e le sue ricchezze perdute nel sacco di Roma,
perciò non poteva più oltre sostenere la spesa
dell'esercito che oltrepassava i settantamila lìo-
rini al mese (54). Il trattato che venne formato
il dì dodici d'agosto del i53o a santa Margherita
di Montici, portava che la forma di un nuovo go-
verno di Firenze sarebbe stata stabilita dalP iin-
peratore. Così la libertà tìorentina soggiacque per
r ultima volta , e' avanti che spirasse T autorità
della repubblica lo stesso di lei nome venne «i-
bolilo (55). • -■ ■ '
a^a AVVENIMENTI STORICI
NOTE
(1) (juicciardini, Stor. d'Italia, lib.xix, ap. Pignotti,
Storia della Toscana sino al principato , voi. vili ,
iib. V, cap. Vili. (2) Pignotti cit. (3) Sismondi, Sto-
ria delle repubbliche italiane, voi. xv, cap. cxx, p.
372. (4) Segui, Stor. fior. Iib. in, e Vita di Niccolò
Capponi, ap. Pignotti cit. voi. ix, Iib. v, cap, vili.
(5) Iacopo Pitti, Istoria fiorentina illustrata con do-
cumenti e note, Iib. ii, in fin. (6) Varchi, Stor. fior.
Iib. viii^ p. 224, e Segni cit. Ub. ii, p. 38. (7) Varchi e
Segni cit. (8) Varchi cit. Iib. viii^ pag. 234. Nardi,
Stor. fior. Iib. vili, p. 249 , e Segni cit. Iib. iii^ p.
75. (9) Varchi, Segni e Nardi, ap. Sismondi cit. voi.
XVI, cap. cxxi, p. 11. (10) Fioravanti, Memorie sto-
riche di Pistoia cap. xxx. (11) Varchi cit. Iib. ix, p.
20, e Segni cit. Iib. ni, p. 53. (12) Alberi, Relazioni
degli ambasciatori veneti al senato ser. il , voi. i,
Jetter. 27 , p. 162. (13) Varchi cit. Iib. ix , p. 30,
e Nerli cit. Iib. ix , p. 189. (14) Nerli cit. Iib. x,
p. 216, e Segni cit. Iib. iv, p. 97. (15) Varchi cit.
ap. Sismondi cit. voi. xvi, cap. cxxi, p. 19. (16) Var-
chi cit. Iib. IX , p. 53 . (17) Sismondi cit. pag. 24.
(18) Paralello tra Malalesta Baglioni e Francesco Pe-
trucci capitani dei fiorentini durante l"* assedio del
1530, ap. i documenti sull' assedio di Firenze pub-
blicati dal sig. Giuseppe Molini nel 1840. (19) Var-
chi cit. Iib. X. Ci'on. di Rinaldo Baldelli, e Rondi-
nelli, Relazione di Cortona^ ap. la Stor. di Cortona
d'Anonimo, p. 83. (20) Cantini, Lettere a diversi il-
lustri soggetti sopra alcune terre e castella di Tosca-
na , letter. xvii. (21) Varchi , Nerli , Segui e Guic-
ciardini, ap. Sismondi cit. voi. xvi, cap. xxi, pag.
26. (22) Varchi cit. Iib. x, p. 173. (23) IviJ p. 185.
DEI TEMPI REPUBB. GAP. XLIV. S^^Z
(24) Mazzarosa, Storia di Lucca, voi. ii, Uh. vi , p.
55. (25) Marzo Guazzo, Stor. dei suoi tempi, p. 52.
Lettere di principi , voi. ii, p. 137. (26) Segni cit.
lib. Ili, p. 99, lib. IV, p. 104, e Paul. lov. Hisl. sui
teraporis lib. xxviii, p. i31.(27) Nardi cit. lib. viii,
p. 363. Segni cit. lib. iv, p. 103 , e Varchi cit. lib.
X, p. 222. (28) Varchi, Segni, Nerli , Paul. lov. e
Guicciardini, ap. Sismondi cit. voi. xvi, cap. cxxi,
p. 31. (29) Carlo Capello, Lettere alla repubblica
di Venezia ietter. 78 > ap. Alberi j Relazioni degli
ambasciatori veneti, ser. ii, voi. i, p. 273. (30) Var-
chi cit. lib. x, p. 238. Segni cit. lib. iv, p. 204, e
Guicciardini cit. lib. xx, p. 240. (31) Varchi cit. lib.
X, pag. 245. (32) Varchi, Nerli e Segni ap. Sisnion-
di cit. pag. 36. (33) Fioravanti, Memorie storiche
di Pistoia cap. xxx . (34) Ivi. (35) Varchi cit. voi.
IV, lib. XI, pag. 41. Guicciardini cit. lib. xx, pag.
541, e Nerli cit. lib. ix, pag. 207. (36) Varchi cit.
voi. IV, lib. XI, pag. 19, e Guicciardini cit. lib. xx,
p. 541. (37) Varchi cit. lib. xi ^ p. 39, 178. Segni
cit. lib. iv^ pag. 116, e Cambi cit. voi. xxiii , pag.
52, 66. (38) Nardi cit. lib. viii, p. 359. (39) Varchi
cit. lib. XI, p. 71. (40) Varchi cit. lib. xi, p. 112,
ap. Sismondi citato ^ voi. xvi , cap. cxxi , pag. 45.
(41) Varchi, Nardi., Guicciardini^ Nerli, Segni e Paul.
lov. ap. Sismondi cit; pag. 57 . (42) Varchi cit.
lib. xij pag. 160. Paul. lov. citato, lib. xxix, pag.
134. (43) Varchi, Nardi, Guicciardini, Segni e Paul,
lov. ap. Sismondi citato, voi. xvi, cap. cxxi , pag.
49. (44) Sismondi citato, pag. 51. (45) Nardi citato ,
lib. IX , p. 376. Varchi , Segui, Nerli e Paul. lev.
ap. Sismondi citato , voi. xvi , cap. cxxi j pag. 52.
(46) Varchi citato , lib. xi , pag. 191 . (47) Varchi
citato, lib. XI , p. 179, 204 , e Nardi cit. lib. ix ,
p. 385. (48j Varchi, Nardi, Segni, e Paul. lov. ap.
Sismondi cit. p. 56. (49) Varchi , Nardi, Guicciar-
dini, Paul. lov. ^egoi e Cambi ap. Sismondi cit. voi.
a44 AVVENIMENTI STORICI
XVI, cap. cxxi, p. 58. (50) Paul. lov. cit. lib, xxix,
p. 165^ e Iacopo Nardi cit. lib. ix, p. 378. (51) Var-
chi, Segni, Nardi e Gambi, ap. Sisraondi cit. (52) Var-
chi cit. lib. XI, p. 239. Segni cit. lib. IV, p. 1 24 e
Cambi cit. voi. xxiii, p. 69. (53) Sismondi cit. voi.
XVI, cap. cxxi, p. 61 . (54) Nardi cit. lib. ix , pag.
381. Nerli cit. lib. x, p. 241, e Segni cit. lib. iv ,
p. 319. (55) Sismondi cit. voi. xvi, cap. cxxi, p. 65.
COSTUMI
EPOCA QUINTA
PARTE PRIMA.
ALIMENTI ED AGRICOLTURA
J. 1. IT er conoscere se una popolazione è felice o
sventurata, se il grosso degrindividuiche la com-
pongonoè partecipe della sua prosperità o sventura,
conviene esaminarne almen lo stato della sua agri-
coltura ed alimento. Giudicando la Toscana con
questa regola, troveremo che in tempi ancorché
turbolenti, ne'quali gran parte delle sue città era-
no erette in repubbliche, essa era giunta ad uu
assai alto grado di prosperità, da cui molto dero-
gano ì giorni nostri. Il Muratori nella dissertazio-
ne XXIII, parlando dei costumi degli italiani, si
sforza a darci qualche idea anchedel vitto di quei
tempi, ma più per congetture, che per notizie sto-
riche o tradizionali. Trova egli che prima del 1284
s. Pier Damiano rimproverava il lusso degli ec«
246 COSTUMI
clesiastici , e ne desume che già in quel tempo
non dovevano esserne meno addebitati i secolari.
Scende poi al particolare del vitto, maraviglian-
dosi come gli ecclesiastici facesser uso di gran
varietà e sceltezza di vini, e di delicate vivande e
frutti squisiti, e riflette che se i prelati sì fortemen-
te sfoggiavano in lusso, non sarà credibile che ne
fossero da meno i principi e grandi del secolo.
Chi legge il novelliere del Boccaccio può rilevare
quanto fossero in uso in que"* tempi le confetture
e gli scelti vini.
g. a. Per rispetto all' agricoltura, la Toscana
era in allora com''è presentemente coltivata dai
castaidi o mezzaioh\ che facevano tutti i lavori del
campo, ritenendone in compenso la metà del pro-
dotto. Cosi al tempo che nel rimanente d^Europa
i contadini erano tuttavia addetti alla gleba, o per
lo meno soggiacevano agli statuti del gius villico
ed alToppressione de'loro padroni, quei deiritalia,
e molto più della Toscana erano liberi: erano u-
guali ai cittadini rispetto ai diritti civili^ il desti-
no loro non dipendeva dai capricci d'un padrone^
essi non rìcevevan da lui salario veruno, e quan-
tunque non fosser padroni de'terreni da essi colti-
vati, con tutto ciò traevano il loro sostentamento
da nuiraltro fonte che dal suolo e dal proprio la*
voro. I terreni a seme nelle terre più fertili della
pianura erano come lo sono pur ora , ingegnosa-
mente avvicendati, e mercè della cultura del gra-
no turco, de' fieni e di varie civaie, traevasi con
sommo vantaggio più d*una raccolta. A.nche i col-
li di questo paese erano come neir età nostra
DEI TEMPI HEPUBB. PARTE I. 2./^y
coperti crolivi e vignati; e perchè le acque non si
traesser dietro il grasso del terreno, questo eia
sostenuto con muriccioli a macerie di tratto in
trat to nelle vicinanze di Firenze, e nei contorni di
Lucca conlerrapienidizoUe(t)Girca gli alimenti e
vettovaglie il territorio fiorentino ne'terapi repub-
bicani non era sufficiente a produrre il tutto per
un terzo o quarto delFanno; ma i fiorentini pre-
valevansi dei luoghi a loro soggetti , ed avevano
grani da Montepulciano , da Arezzo ed in specie
da Pisa, perchè il territorio pisano era fertilissi-
mo, e per questo la chiamarono città cara^ e se
dal 1494 che la perderono, in fino al i5o9 che la
ricuperarono, aveano speso per quella città due-
milioni di ducati , come dicono , ne avevano
una gran causa/ perchè mediante Pisa avevano il
vivere bastante per la loro città (2).
g. 3. Gli storici contemporanei non sì presero
cura di descrivere Taspetto del paese, ed il più
delle volte dalle sole descrizioni delle battaglie e
dagli accidenti d** un accampamento deduciamo
qual fosse lo stato dell'agricolura e la sorte dei
contadini nei tempi da noi lontani. IVI a se queste
circostanze disperse non ci lascian punto dubitare
che la Toscana non avesse ristessoaspettodell'età
presente nelle terre che conservano la loro pro-
sf)erità, esse ci fanno almen vedere che le campa-
gne erano sparse di villaggi e di agricoltori ancora
nelle terre, che adesso vedonsi convertite in de-
serti. Imperciocché tutto il nostro littorale, il qual
mostrasi desolato e ridotto nel più misero stato,
ne'tempi addietro era fertilissimo. Vero è che le
2<J8 COSTIMI
ricche ed ubertose campagne di Pisa furon guaste
dalle inondazioni, e rese dal quindicesimo secolo
in poi quasiché insalubri dalle acque stagnanti, e
in appresso dalla negligenza o dalla gelosia dei
fiorentini , ma frattanto grosse borgate facevau
ridente tutta la spiaggia oggi affatto deserta dal-
rOmbione fino a Livorno.
g. 4. Possiamo altresì dedurre quanto fosse
numerosa la popolaz.ione dello stato senese e del-
la sua !\Iaremma dalla quantità de"* villaggi e ca-
stelli che il marchese di IVIarignano vi fece spia-
nare, ponendo a tìl di spada tutti gli abitanti. Non
può negarsi che la Maremma non fosse reputata
malsana, ma non lo era quanto ni presente. Fla-
vio Biondo, facendone la descrizione sotfo il pon-
tificato di Niccolò V, si conlenta di dire che nella
età sua più non era così fiorente come ai tempi
de'romani. Nel XV secolo ed anche più indietro
assai, la vita dei conladini della Toscana era ben
diversa da quella de'' contadini del secolo XVII
in quantochè in vece di abitare in mezzo ai loro
campi,ove tenevan peraltro un ricovero o rustica-
le abituro,avevano la loro dimora quasi tutti nelle
terre murate: di là recavansi ogni mattina ai lo-
ro lavori, e quando temevano di nemica invasione,
conducevano entro le mura decloro castelli i be-
stiami, gli attrezzi rurali, ed i loro ricolti. Parlan-
do gli storici delle frequenti improvvise invasioni,
aggiungono spesso che i contadini non avevano
avuto il tempo di condurre nei luoghi murati le
loro famiglie ed i loro bestiami; lo che dà a dive-
dere che ai tempi di pace solevan tenerle alla
DEI TEMPI BEPUBB. PABTE 1. 2^9
campagna. La dimora dei contadini nelle borgate
riusciva, non v'ha dubbio, perniciosa all' agricol-
tura, e scemava i prodotti^ che slando sul luo-
go potevano ricavare da 'fertili terreni. iVIa oltre
la lor sicurezza, bisogna considerare che quando
si visitano queste borgate, che sono presente-
mente quasi tutte spopolate, si trovano nelle lo-
ro case derelitte da più secoli grindi/5Ì d^opuleu-
Z3 o d"* agiatezza di coloro che le abitavano (3).
g. 5. Le dirotte piogge delPautunno del i345
non permisero le seminagioni nelPottobre e no-
vembre, e fecero infracidire il fiumento che in-
cominciava a germogliare. Kella seguente prima-
vera imperversarono di nuovo le piogge con eguale
ostinazione, e nei tre mesi aprile, maggio e giu-
gno la terra fu sempre inondata e talmente inzup-
pata , che le semente delle biade marzesi e dei
miglio non riuscirono meglio di quelle dell'au-
tunno^ tantoché in gran parte dell" Europa non
s>ra mai fatto una così scarsa raccolta come nel
i34^. 11 vino, r olio ed ogni Irutto della terra
mancò egualmente. Si distrusse da primo quasi
tutto il pollame per non avere di che alimentarlo:
la carne di macello si rese pure assai rara^ ma
più che tutl' altro il frumento venne meno in
guisa da far terrore, non avendo le terre dato che
il quarto e talvolta soltanto il sesto deirordina-
rio prodotto. Fin dal raccolto uno staio di grano
pagavasi in Firenze 3o soldi; e andò ogni giorno
crescendo di prezzo per modo che il primo gior-
no di maggio del i347 vendevasi più del doppio.
Incararono Torzo e le fave,e carissima era perfino
St, Tose. Tom» 9, 22
a5o COSTUMI
la crusca^ lo che fu sicuro indizio del gran nume-
ro d''inrelici che facevan ricerca per alimentarsi di
questo cibo grossolano ed insalubre (4). L'agro
pisano devastalo nelempi de''qua]i ora si parla
dalle cose ostili, e spogliato da micidiali contagi
restò lungamente abbandonato ed incolto. Dai
contratti del quattordicesimo e quindicesimo se-
colo deducesi,che i proprietari allivellavano quasi
tutte quelle I or terre per uso di pastura, senza
darsi veruna cura, perchè fossero dalla coltiva-
zione rese nuovamente domestiche: che anzi al-
cuni statuti coraunitativi si opponevano ad esse,
prescrivendo che fossero conservati i boschi per
alimento del bestiame specilmente porcino (5).
NOTE
(1) ^isruondi, Storia delle repubbliche italiane, tom.
xn, cap. xci, p. 71. (2)Foscari, Relazione di Firen-
ze presso Alberi, Relazione degli ambasciatori veneti,
ser. lìj voi. I, p. 25. (3) Sismondi cit. p. 38, 41.
(4) Ivi, tom. vr, cap. xxxvm, p. 10. (5) Zuccagni ,
Atlante geografico , fisico , storico del granducato di
Toscana, tav. xiv.
Oftu
DEI TEMPI REPUBBLICANI 2,5 I
■ I » - ' ■■! Ili Ulna— —M— III .
PARTE SECONDA
VESTIARIO
2- I. J.1 vestiario dei toscani non fu si proprio di
essi che potesse dirsi loro caratteristico , né sì
costante eh'' ei fosse unico nei secoli repubbli-
cani, ma frattanto ebbe tali qualità, che insieme
preso, venne distinto da qualunque altro, e fu-
rono i suoi cangiamenti più assai nella ricchez-
za che nella sostanza. Le vesti antiche repubbli-
cane, oltre una certa uniformità, avevano ancora
il vantaggio d' essere agiate e comode a qualun-
que uso . In principio erano dettate da onesta
parsimonia, ma poi vennero ricche e sfoggianli ,
e finalmente degenerarono a poco a poco, fino a
divenire di tutl'altra forma di quel che eran per
lo innanzi. La prima epoca vien notata da Gio-
vanni Villani avanti al 1260. „ Allora i toscani, ed
in specie i cittadini fiorentini, egli dice,vestivano
di grossi panni si loro che le loro donne, e molti
portavano le pelli scoperte, senza panno (1), con
berrette iu capo, e tutti con usatli in piedi ( cioè
stivaletti), e le donne coi calzari senza ornamenti;
e passavansi le maggiori di una gonnella assai
stretta di grosso scarlatto di prò o di camo, cioè
di camoscia, sorta di capra, cinta su d'uno scheg-
'jiSa COSTUMI
giale, vale a dire cintura con fibbia alPantica, e
un mantello foderato di vaio col tassello sopra ,
e portavanlo in capo. Le comuni donne andavan
vestite d*un grosso panno verde , che cambragio
appellavasi. Il vestir loro era bello, nobile ed one-
sto, che niun''aUra nazione al mondo fuori de'to-
gati romani lo pareggiava (a) „. Col Villani con-
corda Dante in più luoghi, ma soprattutto nel
canto XY del paradiso , fissando la durata di taf
sobrietà sino a che si allargò la città di Firenze
del secondo suo cerchio, cioè fino al 1078.
g. a. Stando alle parole del Villani, noi non
possiamo dare un''idea esatta del vestire delTan-
no laGo, perchè non abbiamo monumenti ad esso
contemporanei , ma solo riporteremo il quadro
eseguito dal professore Sabalelli, celebre pittore
fiorentino, che appositamente ha studiato sulle
antiche memorie, ed ivi è rappresentato il Bon-
delmonte, che resta sorpreso airimprovvisa vista
della Donati (a) , giacché in parte può adattarsi
alla descrizione che ne fa TOsservator fiorentino
nei termini seguenti. „Le vedove meglio educate
erano T esempio della modestia e della gravità,
acconciandosi con un fazzoletto sottile in capo
ed uno al collo , sopra la gamurra una zimarra
nera medesimamente. Alcuni abbigliamenti degli
uomini si adattarono anche alle donne, come per
esempio la ciappa. una specie di mantello corto
alle spalle (3) „.
g. 3. Verso l'anno i3oo in circa, la Toscana,
(a) Ved. tav. CVII, N. 1, "^*^** t
DEI TEMPI REPUBB. PARTE lì. 253
perduta PaDtica parsimonia, cominciò ad avvici-
narsi al vizio affascinante di un lusso eccessivo .
Le donne, come le più inclinate per vanità alla
dolcezza di questo vizio, cominciarono ad assor-
bire le ricchezze delle famiglie : dalle donne il
tuono d'^uno sfoggio smodato passò negli uomini.
La gioventù, abbandonata la sobrietà degli antichi
padri, trasformò le sue vesti in fogge nuove.Avreste
vedute le donne di Pisa ornate pomposamente
in testa di corone d'' oro e d'argento massiccio ,
spesso intarsiate di perle, mostrar guarnite ugual-
mente di perle le vestimenti con zone sopra rap-
portate di trecce d'oro e d'argento, e bei cingoli
gemmati , strascinarsi dietro per terra sfarzo-
samente quattro braccia circa dei loro suntuosi
vestiti . Le vaghe fiorentine con corone e ghir-
lande in capo ugualmente d'oro e d'argento, o
reti intrecciate di catenelle d'oro, di perle e pie-
ire preziose, vestite con drappi intagliati e bot-
toniere d'argento e d' oro a sei file accoppiate;
bei fimbriali di perle e di pietre preziose al petto:
gli uomini con belli ornamenti d'armellino, cin-
tura d'argento , e giubbetti di zendado . Dante
esclama contro la sua Firenze:
La gente nuova e i subiti guadagni ,
Orgoglio a dismisura han generato
Fiorenza^ in ?e, sì che tu già ten piagni (4).
Forse Dante volle riferire la gente nuova a Gual-
tieri duca d'Atene, quando nel 1042 assunse pro-
ditoriamente il principato di Firenze , che vi
giunse con molti francesi suoi favoriti e conna-
zionah'.
ai*
a54 COSTUMI
g. 4- Un saggio del lusso nel vestire praticato
a quelPepoca fra noi. ma non in tutto simile alle
descrizioni che ce ne danno le storie Jo abbiamo
nelle figure eh' io mostro . La donna senese (a)
porta in testa una corona d'oro sopra un berret-
tino giallojdalquaresce un piccol velo bianco^ sul-
le spalle un mantello è fermato da una borchia
d'argentO; avendo una collana di perle al collo: la
sopravveste ha i manichini intrecciali d''oro, co-
me pure in oro è ricamata la cintura : le scarpe
hanno le punte d' argento e son ricamate con
iiori di vari colori. L''altra donna pur senese (b)
porla in testa una berretta paonazza , dalla qua!
pende un piccol velo del medesimo colore, or-
Dati r uno e l'altra di ricami d''oro, ed un sem-
plice filetto nero gli passa sulla fronte. L'abito è
verde con fiori d'oro, le maniche son larghissime
e foderate di pelo scuro. La cintura che qui non si
vede è nera con bottoni d'oro. La donzella fioren-
tina ch'io espongo (e) fa vedere anch'essa nella sua
semplicità di vestire le ricchezze usate nel i3oo
rirca, poiché essa porta in testa un berrettino ver-
de con trafori a fondo color di rosa e ricamalo in
oro : la zimarra è rossa con guarnizione e fodera
d''armellino^ la cintura è nera^ il sol t'abito è verde
e le maniche son tessute in oro: tutti i ricami
che fregiano la zimarra sono egualmente d' oro .
L'auso delle pellicce si sparse in Toscana in ^e-
(«) Ved. tav. evo, N. 2.
{h) Ivi, N. 3.
{e) Ivi, N. 4. ' .
DEI TEMPI REPUBB. PARTE II. 255
guito delle invasioni dei popoli settentrionali .
L^armellino, il pel di vaio e quello di martora ser-
vivano a stabilire una distinzione tra '1 cavalie-
re e la nobile matrona, il magistrato e la plebe:
coloro che aveano il privilegio di portar pellicce
preziose, non le deponevano nemmeno negli ar-
dori dell'estate; oltre le preziose pelli vi si ado-
pravano ancora le più ricche stoffe. Si usavano
panni di lana o di cotone noti agli antichi col
nome di frustagni , cioè panni di lana di tutti i
colori. Le seterìe erano ancor esse d''un uso ge-
nerale, tali erano il zendado, specie di taffettà , i
velluti, i broccati, i dommaschi ec. Il commercio,
essendo P anima e la sorgente della prosperità
delle città libere, vi faceva abbondare i prodotti
delle manifatture estere (5). Molte variazioni pre-
sentano gli aggiustamenti di testa delle donne
di taP epoca, ed in specie di quelle maritate, poi-
ché molte son rimarchevoli, sia per l'eleganza,
sia per la bizzarrìa delle lor forme. Il ritratto di
Cimabue (a), come pure l'altra figura ch'è un no-
bile senese (b)^ fan vedere in qualche maniera il
lusso delle vesti , poiché il primo ha il mantello
bianco ricamato in oro, e l'altro ha la sopravve-
ste rossa fregiata dì un ricamo d'acro con fio«:chi
neri .
5. 5. Smarrita la Toscana tutta dietro all' in-
canto di tante belle vanità , che empievano ì;Iì
occhi e vuotavano l'erario delle famiglie, è (■ormi-
ci) Ved. tav. CVII, N. 5.
(,b) Ved. tav. CVUl, N. 1
a56 COSTUMI
dante la sua rovina pel cangiamento del commer-
cio toscano di attivo in passivo, talché la reggen-
za dei rettori e dei magistrati ne rimase com-
mossa e vi accorse coi rimedi . In Firenze fu or-
dinato fin dall' aprile del i345 che nìuna donna
potesse portare alcuna corona o ghirlanda né di
oro, né d' argento , né di perle , né di pietre pre-
ziose, né rete, né trecciere, né alcun vestimento
intagliato, né alcuna fregiatura d"'oro, d'argento
o di pietre preziose: non più di due anelli in dito,
né cinture dì più di dodici spranghe d'argento,
non veste di sciamito, né a donna panni lunghi di
dietro più di due braccia^ non fregi d'armellino,
se non ai cavalieri e loro dame^ non cinture d'ar-
gento agli uomini. Quasi ogni magistrato dei po-
polo toscano seguitò V esempio di queste leggi
suntuarie, ma non tutti nel tempo medesimo . I
magistrati di Pisa fin dal i3o3 giurarono l'osser-
vanza delle predette leggi ch'erano state emanate.
Stabilirono degli uffiziali , che condannassero i
mariti per le mogli lussureggianti e contravve-
nienti a quelle leggi^ e qualora le donne portato
avessero in braccio i loro strascichi , glie li get-
tavano in terra per farne misura. La pena pecu-
niaria doveva esser pagata dai mariti colle doti
delle mogli^ ed i sartori o sartore multavansi ad
una somma, se le vesti da essi fatte avessero avu-
to lo strascico più di un braccio e mezzo. Si giun-
se inclusive a pregare l'arcivescovo di Pisa a sco-
municare le donne inosservanti la ordinata pram-
matica (6) . I cittadini di Cortona pubblicarono
pure una legge suntuaria , la qual vietava le doti
DEI TEMPI REPUBB, PARTE II. 2.5y
delle donne raaggiori di 5oo fiorini^ Tuso dell'oro
:iegli abiti, dei velluti, dei drappi rossi e delle
^'ioie oltre una leggiera misura (7). Anche in Pi-
stoia, essendo venuto insopportabile il lusso don-
nesco, poiché eccedendo taluni le proprie forze,
impinguavano le case di debiti, i cittadini estesero
leggi così rigorose, colle quali vietavasi alle donne
di portar vesti foderate di pelli forestiere e rica-
mate, perle , ori e argenti : datosi luogo alla os-
servanza delle medesime, ne resultò notabile gio-
vamento alla città ed a lutto lo stato pistoiese (8).
g. 6. La prammatica di Volterra in genere di
vestiario, era il proibire alle donne maggiori di
dodici anni di far uso di oro, d'argento, di perle,
di diaspri e di seta per gli assetti del capo , nei
quali potevano impiegar solamente tre once di
argento o bianco o dorato, ed once due di seta in
qualunque modo assettata. Si permetteva loro di
portar in capo un cappellino di velluto di sciamito,
ossia drappo, colla cucuzzola ricamata d'*oro o
d''argento , siccome di portare il cappuccio della
qualità dello roba suddetta , ma senza verun al-
tro ornamento. L''abito permesso era di semplice
panno, e nessuno di drappo di seta , in cui fos-
se inserita o intessula la seta, o di drappo d''oro
o dorato senza potersi foderare o di seta o di tela
fine, o pelli di vaio, d'armeIIino,di coniglio di
cammellotto, concedendosi la facoltà del drappo
di seta e della fodera di zendado per quei così
chiamati mantelli, che lo statuto dice portarsi
dalle donne sopra il capo, e che eran veramen-
le un drappo alla veneziana detto zendale . Si
a58 COSTUMI
poteva far uso delle suddette pelli e della seta per
foderare le maniche dei soli abiti di qualità nei
quali usavano maniche di un braccio e un terzo,
e foderare parimente lo slesso vestito di sopra
le spalle e di apporvi un collare di seta odi qua-
lunque pelle. Era egualmente permesso il con-
tornare il lembo del vestito e della gonnella con
una striscia di pelle non più alta di un sesto di
braccio, e mostreggiare ancora altre parti del ve-
stito con piccole sdrisce alte un sedicesimo di
braccio, per la lunghezza soltanto di sei braccia,
proibendosi di portare sotto la gonnella le ali, o
sia guardinfante. Neppure era permesso alcun or-
namento d'oro o d''argenloo perle ec. ad eccezio-
ne di due soli anelli che potevano usarsi e d^oto
e d'argento , con pietre preziose, perle e senza;
la corona del rosario potevasi portare di qualun-
que materia. Sopra gli abiti di gala eran permessi
i bottoni d'argento, che fra tutti però non ecce-
dessero il peso di tre once, e che se fossero slati
appesi alle maniche, non oltrepassassero il gomito.
Le pelli stampate eran proibite per P uso delle
scarpe (9).
g.7. Erano esenti da questa prammatica le don-
ne minori di la anni, le maritate ai forestieri e le
forestiere,raa per un anno soltanto, ed alle pubbli-
che meretrici. Le pene contro le trasgressioni era-
no sempre la perdita degli abiti con una multa pe-
cuniaria non indifferente, che in alcuni casi ascen-
deva fino a lire 200, da pagarsi dal marito , dal
padre, dal fratello , o dalla persona presso cui
conviveva la donna inosservante , con regresso
DEI TEMPI EEPCBB, PARTE II. %^Q
sopra i beni e doti della slessa donna. Quei che
eran commessi alPosservanza di questa pramma-
tica, avean Tislruzione di portarsi alle chiese nei
giorni festivi, e nell'ora specialmente della messa
maggiore per osservare ed esaminare quelle don-
ne, le quali in caso dì qualche dubbiezza, dove-
vano sottoporsi ai riscontri che si fosser voluti
fare del loro vestiario. Questa è Tultima pramma-
tica degli statuti volterrani registrala nel volume
XVI, dal i4ii al 1488; ma due altre se ne leggo-
no emanate negli anni i33i e i368 (io): di que-
sfullime non facciamo la descrizione per esser
quasi simili a quelle d'altri paesi toscani e da noi
accennate. Sì rovinoso lusso non solo praticavasi
nelle principali cittadelle toscane repubbliche, ma
serpeggiava inclusive nelle città secondarie , e
nelle terree castelli di questo paese. Troviamo in
fatti che non solo in Volterra, come abbiam det-
to, ma inclusive nelPangusto castello di Porciano
fu necessario il promulgare una prammatica, la
quale moderasse T eccessivo lusso che vi si era
indrotlo (11).
g. S.Queste leggi suntuarie repressero il lusso,
tantoché i principali cittadini, le loro spose e fi-
glie andavan per la città a piedi^ frugale divenne
la loro mensa, semplice e modeste le vesti: non
era concesso di sfoggiare nelT insolente pompa
degli staffieri, né in quella degli splendidi coc-
chi e dei vistosi cavalli : non vesti di porpora o
d*altro sfarzoso colore, non ricami né pietre pre-
ziose, ma potevan bensì i doviziosi a voglia lo-
ro consacrare al divin culto suntuosi le mpli, o
^Co COSTUMI
innalzare magnifici e leggiadri palazzi (la). Il bel
sesso di Toscana ne provò sdegno, e parvegli una
guerra crudele degli uomini di stato usata alle
donne, privandole di quegli oggetti. Ma esse non
intendevano che la prima massima delPeconomìa
pubblica e di stato nei paesi commerciali non
può sussistere se non che in questa semplicissima
regola: pascere a proprio {Vantaggio il lusso al-
trui, senza mai praticarlo. La prima molla del
commercio di lusso al certo era e sarà la vanità
delle donne 5 ma fabbricar lusso più per vuotar
Terario de^nostri che per attirar loro degli esteri
mariti, fu ciò che santamente per il bene di Tosca-
na quelle suntuarie leggi vollero reprimere (i 3).
§,9.11 Villani (i4), storico contemporaneo,
parlando del vestiario del 1^42. così si esprime.
„ ]\on è da lasciare di far menzione di una sfoggiata
mutazione d''abito che recarono di nuovo i fran-
ceschi, che vennero al duca di Firenze. Vestivasi
la gioventù di una cotta, ovver gonnella corta e
stretta e una coreggia con cinghia da cavallo, con
isfoggiata fibbia e puntale, e con isfoggiata scar-
sella alla tedesca sopra al pettignone (a), e il
cappuccio vestito a modo di scocobrini col bat-
talo ( o batulo ) sino alla cintola^ e più che era
cappuccio e mantello con molti fregi e intagli^ il
becchetto del capuccio lungo fino a terra per av-
volgere il capo per lo freddo, e colle barbe lun-
ght- per mostrarsi più fieri in armi [h), I cavalic^'ì
{a) Ved. tav. CVHI, N. 2.
^ (/^ Ved. tav. CVII, N. 5.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE 11. 2^1
vestivano un sorcotto, ovvero guarnacca stretta
ivi suso cinti, e le punte dei manicottoli fino a
terra foderati di vaio e armellini „.
g. IO. Prima di mostrare altre fogge di vestire
posteriori al i3oo voglio anche in questa quinta
epoca far vedere al mio lettore,quali erano le vesti
dei nostri contadini e contadine del secolo XIII.
L'uomo da me esposto nelP atlante di quest' ope-
ra (a), che sta separando il grano dal guscio e dalla
pula, come si usa presentemente, mostra con esat-
tezza il vestire dei villani di quel tempo, e sem-
bra che le sue vestimenta, ed il pileo o cappello
siano simili a quelle che Eustazio dà ad alcuni agri-
coltori sulPaulorità di Esiodo: gli attrezzi rustici
sonivi somiglianti ai nostri. Il costume delle gio-
vani di campagna fra noi nel secolo indicato, vieu
mostrato dalla villannella da me riportata (h) ,
la quale tiene in grembo un paniere pieno di fichi,
e sta prossima ad una pianta dello stesso frut-
to (i 5).
J. II. Quello sfoggiato lusso delle vesti usalo
dai toscani circa al i3oo, fu represso per mezzo
(lell'emanate leggi suntuarie, come abbiamo sen-
tilo, ed i monumenti del i4oo circa ch'io riporto,
mostrano cho il vestire di quest'epoca è d'assai mi-
nor lusso, poiché se esaminiamo il vestiario di
Cosimo padre della patria (e), lo vediamo con
mantello o zimarra o lucco nero con sottabito pur
(a) Veci. lav. CVni, N. 3.
(6) Ivi, N. 4.
(t) Ivi, N. .0.
St. Tose. Tom. 0. 23
uGa COSTUMI
nero, ma un poco più scuro, con modesta guar-
nizione di vaio e la calzatura pur nera. La don-
na (cz), eh"* è una matrona fiorentina non mostra
lo smodato lusso nel suo abbigliamento, poiché ha
la lesta coperta di un velo bianco senza fregi, la
veste di sotto è turchina ed allacciata sul petto da
cordoni neri, tra i quali vedesi la camicia: la zi-
marra è paonazza,e le rivolte alle maniche son tur-
chine; sulle spalle si vede da un taglio la camicia
e tutti i fregi son d^ oro. Siena par che sola con-
servasse del lusso nel vestire in quei tempi ,
giacché se osserviamo Pabbigliamento nel giovine
da me esposto (b) , lo troveremo in un abito
comodo sì ma di una ricchezza grande , poiché
la sopravveste è d'una stoffa bianca, cangiante ìix
oro, guarnita di pelle di vaio. Il giubbetto colle
maniche é di tessuto d^ oro con calze verdi e la
cintura nera (i6).
g. la. Di un'altra foggia di vestire usata verso
la fine dei tempi repubblicani ne abbiamo la de-
scrizione da Benedetto Varchi (17) nei termini
seguenti „ L'abito dei fiorentini, passato il diciot-
tesimo anno nell'estate, quando vanno per la città
è una veste o di saia odi rascia nera lunga quasi
fino ai talloni, ed ai dottori e alle persone più
gravi, senza quasi, soppannati di taffettà, ed alcu-
na volta d'ermisino, o di labi quasi sempre di co-
lor nero sparata dinanzi e dai lati, dove si cavan
fuori le braccia, ed increspata da capo, dove s'af-
(a) Ved. tav. CVIII, N. 6.
ib) Vtd. tav. CIX, N. 1.
DEITEMPIREPUBB. PARTE. II. 265
fibbia alla forcella della gola, con uno o due gan-
gheri di dentro, talvolta con nastri e passamani
di fuori, la qual veste si chiama lucco (a),portatura
comoda e leggiadra. Questo lucco vien portato
dai più nobili e più ricchi anche d''inverno, ma o
foderato di pelli o soppannato di velluto o tal-
volta di dommasco, e di sotto chi porta un saio, e
chi una gonnella o altra veslicciuola sempre di
seta, con una berretta scempia di panno nero in
capo (^), odi rascia leggerissimamente soppanna-
ta, e si chiama una berretta alla civile: chi porta-
va i capelli lunghi e non si radeva la barba (e),
era tenuto sgherro. Il mantello è una veste lun-
ga per lo più fino quasi al collo del piede di co-
lore ordinariamente nero (e?), ancorché i ricchi e
nobili la portino, massimamente i medici.di rosa-
to o di paonazzo, è aperta solamente dinanzi e
increspata da capo, che si affibbia con gangheri
come i lucchi^ né si [)orta da chi ha il modo di farsi
il lucco, se non di verno, sopra un saio di velluto
o di panno foderato e soppannato per timore del
freddo. Il cappuccio a tre parli (e): il mazzocchio,
il qual é un cerchio di borra (o cimatura di pannu),
coperta di panno, che gira e fascia intorno intorno
la testa, che soppannato dentro di rovescio copre
(a) Ved. tav. CVIII, N. 5 e tav. CfX, N. 2.
(/O Ved. tav. CIX, N. 2.
(e) Ved. tav. GVI, N. 4, tav. GVfl, N. 5 e tav.
CVIII, N. 2.
(d) Vfid. tav. CIX, N. 3.
0) Ved. lav. CVII, N. 5.
264 COSTUMI
il capo (a)'^ la foggia è quella che pendendo in sulla
spalla difende tutta la guancia sinistra o destra
che sia. Il becchetto del cappuccio è una sdriscia
doppia del medesimo panno che va quasi tino a
terra (^),e si ripiega sulla spalla destra ,6 bene spes-
so si avvolge al collo, e da coloro ch''esser vo£;lion
più destri o più spediti, intorno alla testa. Ha
questa portatura molto del grave, ed in Firenze
e utilissima rispetto ai gran venti ed alla molta
sottilità delParia, perciò dicono gli antichi che fu
portata di Francia. Può, chiunque vuole, portare
qual s' è Tuno di questi abiti o statuale eh** ei
siasi o nò^ non può già nessuno andare in con-
siglio senza Tuno o Taltro di loro. La notte nella
quale si costuma in Firenze andar fuori assai, si
usavano in capo i tocchi, e indosso cappe chia-
mate alla spagnuola, cioè colla cappuccia di die-
tro. In casa usasi porre indosso con un berret-
tone in capo il verno, o un palandrano o un ca-
telano^ la state un berrettino, alcune zimarre di
guarnello o govardine di saia di lilla. Chi cavalca
porta o cappa o gabbano o di panno o di rascia,
secondo le stagioni, e chi va in viaggio feltri, e
specialmente per Toccasione di pioggia. Le calze
portansi tagliate al ginocchio, e con cosciali sop-
pannati di taffettà, e da molti fregiale di velluto
o bigherate „ cosi il citato Varchi.
g. i3. Le pillare per altro della fine del seco-
lo decimoquinto ci danno anche un** altra foggia
(a) Ved. tav. CVtU, N. 2, 5.
(b) Ved. tav. CVII, IN. 5.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE. II. a65
di vestire tanto negli uomini che nelle donne
non indicataci, ch'io sappia, da nessuno scrittore.
In questa foggia vedesi primieramente , come la
cotta o gonnplla, che tra il popolo toscano si usò
fino dai tempi etruschi (a), da lunga eh"" era in
principio, giungendo sotto al ginocchio , a poco
a poco accorciarsi fin quasi al fianco, e fermarvi-
si con larga fascia, finché poi diviene un corpetto
che sta stretto al fianco (^), senza cintura, e sen-
za quel gonnelleltoche notammo lungo in antico
e breve nei secoli posteriori, fino a sparire affat-
to (e) nel secolo XIV e XV. Le donne ebber a-
biti molto semplici, con sopravveste ora sciolta,
or aperta nei fianchi dalla spalla fino a terra (df),
or cinta sul petto (e), ma non sempre , per esser
le vesti attillate alla vita. La sopravveste peraltro
sfoggiava talvolta in uno strascico or più or me-
no lungo e vi erano dei ricami. Semplice ma pure
elegante era T acconciatura di testa (/),e talvolta
una rete aggruppava e riteneva i capelli. Ogni
altro ornamento o foggia meglio s'intende colla
ispezione delle figure, che mediante le mie paro-
le, giacché non sappiamo a quali abiti corrispon-
dono alcuni nomi che di essi leggonsi negli scrit-
tori, né qual nome competasi agli abiti che per
mezzo di pitture vediamo io uso a quei tempi.
(a) Ved. tav. XXXI, N. 2.
(b) Ved. tav. CIX, N. 4.
(e) Ivi, N. 5.
{(t) Ivi, N, 6.
(e) Ivi, N. 7.
(/) Ivi, N, G, 7.
St. Tose. Tom, 9, 24
2.^6 COSTUMI
Benché la moda del cappello fosse assai spar-
sa, non subentrò per altro totalmente a quella del
cappuccio che verso la tìne del secolo XV (i8).
g. 14. Quanto ai cavalieri, siccome ve ne aveva
di più qualità, usarono ancora più maniere d'a-
bili. Chi desiderasse conoscere il modo di vestire,
del gonfaloniere di Firenze dei tempi repubblicani,
osservi il quadro da me riportato (a), rappresen-
tante s. Ivone assiso in tribunale, e vestito alla
foggia degli antichi gonfalonieri. I cavalieri del
popolo avean abiti di color verde cupo, con or-
namenti di vaio, ricami d'oro, d''argenlo e perle, -
e le lor armi lancia, targa e spada. La toga co-
stituiva la parte essenziale degli abiti magistrali,
piccola essendo la difterenza per la varietà dei
titoli e degl'impieghi. ì soldati prendevano nome:
dalle armi che usavano, chi di balestrieri, chi di
arcieri e chi di polvesari. Si distinguevano i sol-
dati fuori del campo dalPabito serrato alla vita"*,
cappello piccolo, spada al fianco e pugnale in cin-
tura^ ma uelPazione il forte delPesercito, e spe-
cialmente la cavalleriajera più o meno tutta arma-
la di ferro (19), come si mostra il cavaliere da
me riportato (^) Anche i soldati a piedi erano ve-
stiti di ferro, come lo fa vedere la pittura del pro-
fessor Sabatelli, rappresentante la resa di Volter-
ra fatta al capitano Ferrucci (c)^ non sempre però
questi soldati andavan vestili di (erro ; giacché
(a) Ved. tav. CX.
(ò) Ved . tj.v. evi, N. 2.
.0 V«\oT .MoT >>
DEI TEMPI REPUEB. PABTE li. 2.67
fjgni étttà chiaraando alle armi i suoi cittadini ,
simil turba presentava una varietà infinita nelle
armi e nei militari costumi. Prova ne sia quello
che io riporto (a), eseguito dal Pinluricchio ne-
gli affreschi di Siena.
(a) Vad. tav. CVI, N. 4.
NOTE
8!r fri tftfvib In«>?»è5t I • j a-
(I) Uante , Paradiso canto xv. (2) Villani , Stor.
fior.. lib. XII, cap. iv. (3) L'Osservatore fiorentino
sugli ediGzi della sua patria ^ toni, vm, Del vestire
al tempo della repubblica, p. 109^ 121 . (4) Dante ap.
Fanucci, Storia dei tre celebri popoli marittimi del-
l'Italia, veneziani , genovesi e pfsani 9 lib. in, cap,
X. (5) Muratori, Antichità italiche Dissert. xxv, ap.
Bonnard, Costumi ecclesiastici, civili e militari, voi.
I, introduz. p. xvii. <6) Fanucci cit. (7) Storia di
Cortona d'Anonimo, cap. iv. (8) Fioravanti, Memorie
Storiche della città di Pistoia, cap. xxiii. (9) Giachi,
Saggio di ricerche sopra lo slato antico e moderno di
Volterra, parte 11, art. in, stato economico. (10) Ivi.
(II) Cantini, Legislazione toscana, totn. i, p. 300 e
seg. (12) Sismondi, Storia delle repubbliche italiane,
voi. vili, cap. LXiii , p. 24". (13) Fanucci cit. lib.
IH, cap. X. (14) Stor. fior. cit. (15) Vermiglioli^ Le
sculture di Niccola e Giovanni da Pisa e di Arnolfo
fiorentino che ornano la fontana maggiore di Peru-
gia tav. XI, XII, xiii, e xvi . (16) Bonnard cit. tom.
I, N. 52, 61, 62. (17) Stor. fior. lib. ix. (18) Mura-
tdri^ Antichità italiche cit. ap. Bonnard cit. intro-
duzione p. XVII . (19) L' Osservator fior. cit. p. 121.
X
.2o8 COSTUMI
PARTE TERZA
USI DOMESTICI, CIVILI E MILITARI
g. 1. A toscani divisi in stali repubblicani eran
popoli feroci e brutali, sempre pronti ad opporsi
vicende^ obliente, ed a vendicarsi delle più li«vt
offese con uccisioni ed assassini!: cosa che non
dee recar meravigb'a, efiacchè non avean corpo di
leggi, e ciascuno di essi era in certo modo ab-
bandonalo airirapulso delle sue passioni (i). Al
progredire peraltro del secolo XIV i toscani si
mostravano d^ingegno più tìne degli altri popoli,e
motteggiatori nelle brigale- 1 fiorentini in parti-
colar modo coglievano appuntino e con vivacità
il ridicolo: perspicaci conreglino erano nel ma-
neggio degli affari, rinvenivano prima degli altri
la più breve e facile via per conseguire l'inten-
to, e ravvisavano tosto i vantaggi e le difficoltà
d'ambo i lati. Accorti a scernere per entro i vi-
luppi della poIitica,indovinavanoi progetti de'supi
nemici, antivedevano le conseguenze delle loro
azionicela serie degli avvenimenti. P^on pertanto
il loro carattere era più fermo, e il contegno lorp
più grave assai che nonsarebbesi potuto presume--
DEI TEMPI REPUBB. PARTE HI. 269
re in tanta vivacità di accorgimento. Lenti a risol-
vere, non intraprendevano cose pericolose che
dopo lunghi consigli^ ma quando vi si erano im-
pegnali, non si lasciavano smuovere dai più gravi
e imprevedutì disastri. Welle cose delle lettere i
toscani univano alla prontezza la forza del razio-
cinio, alla tìlosofia la forza della gioialità, la face-
zia alle più serie meditazioni. La profondità del
carattere avea presso questo popolo conservato
Fentusiasmo, ed il motteggio ne aveva formalo il
guslo^ che i severi giudizi delFuniversale contro
chi faceasi ridicolo, aveano stabilito intorno alle
lettere ed alle arti non meno severe leggi (2).
g. 2. I toscani, vedendo e raziocinando sulla
storia del loro proprio tempo, giudicavano da se
stessi le loro querele, e la calma del loro spirito,
la forza del loro carattere, e la loro avarizia, se
si vuole, ma una sorta d'avarizia sovente gene-
rosa,che sapeva qualche volta dispensare tutto ciò
ch'ella possedeva per il bene dello stato. Questa
grandezza e questa generosità dei primi Medici
repubblicani, che non lasciavano arrivare ad al-
cun nobile, né ad alcun plebeo, né la miseria, né
la degradazione, davano sempre il mezzo di modi-
ticare e di stornare le rivoluzioni. Firenze signora
di Pisa, superiore a Siena e a Lucca s'innalzava
come una moderatrice del centro d' Italia (3).
Quantunque il secolo avesse ingentilito iloro co-
stumi, o pel progresso della civiltà, o per la na-
turale tendenza alla mollezza ed allusso, tuttavìa
vivevano circa al laSo sobrii e di grossolane vi-
vande e con piccole spese, ei avevamo molli usi
a^O COSTUMI
grossi e rozzi (4). Ma finalmente nel i345 i co-
stumi si rilassarono in modo, che i capi delle re-
pubbliche toscane si trovarono astretti ad occu-
parsi a moderare le spese superflue, incomincian-
do dal ristringere la tavola della signoria delle
respettive repubbliche, affinchè la spesa fosse più
parca e più giustificata^ ed elessero oUo cittadini
popolari per riformare quelle dei particolari (5).
PJelle grandi mense usavano cucchiai e forchette
d'argento, scodelle e scodellini di terra, grandi
coltelli da tavola, bacini, candellieri di bronzo o
di ferro, candele di cera o di sevo, e vasellami di-
versi bellissimi, oggetti ch'erano stati portati dai
mercanti che viaggiato avevano in Francia, in Spa-
gna ed in Fiandra. 1 nobili ed i mercanti eran
quelli che in tanto lusso sfoggiavano (6). Il pa-
drone di casa pranzava colla moglie e co'tìgliuo-
ìì in una camera, mentre in altra o nella cucina
mangiavano i domestici. Ciascuno avea la sua
scodella della minestra, ed un tagliere o piatto
di legno serviva per due^ ciascuno però avea due
bicchieri dì vetro, P uno per Tacqua, Taltro pel
vino. L'acqua alle mani davasi prima e dopo il
pranzo con un bacino di bronzo. Nel i320 si
moltiplicarono i cammini, mentre per lo innan-
zi tutti gli abitanti della casa tenevansi intorno
al focolare della cucina (7).
g. 3, L''uso longobardico del morgincap^ che
era un donativo del marito alla moglie, e Toso
più antico sin dai romani di dar l'anello nelTat-
lo di obbligarsi di prender moglie, e non come
si usa in oggi nel celebrare il matrimonio da-
DEI TEMPI REPUBB. PARTE HI. Q.Jt
vanti al parroco, furono continuati in Toscana
fino ai tempi più bassi. Nel laSo la gente comu-
ne toscana usava di dare in dote loo lire di
quei tempi, e quelle che davano alla maggioran-
za duecento e fino a trecento lire , eran tenute
senza modo assai ricche, e la maggior parte delle
zittelle che andavano a marito avean ventanni
o più (8). i\Ia le spese nuziali s''eran fatte coiran-
dare del tempo sempre maggiori, onde all'occa-
sione di compilar lo statuto in Firenze nel i4>5
si pensò a riformarlo.poichè le doti delle fanciulle
eransi grandemente accresciute,e si davano tino a
600 fiorini d''oro e più ancora, i quali tutti non ba-
stavano talvolta ad addobbare la sposa ed ai con-
viti nuziali (9). Fu regolato il vestire delle spose, e
vollero che gli sponsali si facessero in chiesa e
non in casa. S'impedì dalle leggi che i cittadini
avessero voglie smoderate o inutili, acciocché nel-
r occorrenze usar potessero magnificenza, tra la
quale ed il lusso bisognava saper distinguere. Tra
le riforme decretate dalla repubblica fiorentin.i
per reprimere il lusso, leggesi, che nel fare le ra-
dunate per gli sponsali non potevano gl'invitali
esser più di 100 per ciascheduna banda. Gli adu-
oati in tal modo si trasferivano in una chiesa a
loro elezione , ed in quella celebravano il con-
tratto. Chi era invitato agli sponsali non poteva
andarvi con maggior numero di otto comi)agni.
Se lo sposo fosse andato a visitar la sposa all.ì sua
casa, non poteva condurre più di quattro compa-
gni. Non era permesso di donare ad alcuna donna
che non fosse prima sposata né perle, ne pietre
ìi^a COSTUMI
preziose, e benché sposata non ne potevan por-
tare per ornato più del valore di quaranta fiorini
in oro. ]Xegli statuii della repubblica di Volterra si
legge,che delle quattro vesti, delle quali potea farsi
regalo ad una sposa fino a due soli anni dopo al
matrimonio, era permesso che una di quelle fosse
di lino „ una giubba di sindone „ purché però né
Tuna, né le altre avessero ricami, intagli, pitture,
o intessitura di colori e materie diverse e di figu-
re, e fosse senza fodera di seta, di pelli, e senza
ornamento d''oro, d'argento, di perle, pietre pre-
ziose ec. con la soia facoltà di essere di due panni e
di due colori, metà dell'uno e metà deiraltro(io).
Nei giorni nuziali né lo sposo né la sposa pote-
vano dar desinare ovver cena a più di quattro per-
sone fuori di quelle di casa. Tutte le donne che
andavano a marito, se avessero voluto, potevano
andare a cavallo^ accompagnate da sei donne e
non più al celebrar delle nozze: la mattina stessa
dello sposalizio non potevano essere in casa dello
sposo al desinare più di sedici donne, sei dalla
banda della sposa, e dieci da quella dello sposo;
non computate tra quelle la madre, né le sorelle
dello sposo, né le mogli dei fratelli e degli zii.
g. 4- A. Volterra peraltro la sposa era accompa-
gnata da sole quattro persone, e a questo picco-
lo corteo non era permesso il serraglio: uso che
s'è veduto stilare nel popolo e più nella campagna
sino ai di nostri, frapponendosi per la strada al
passaggio degli sposi due o più persone con na-
stro, o con lungo intreccio di fiori, finché lo spo-
so rompa il serraglio con una mancia nelTatto
DEI TEMPI REPUBB. PARTE III. 2y%
che la sposa suol esser regalata da quelli con un
mazzetto di fiori. Alle nozze non potevano inter-
venire se non le persone della famiglia di quello
che conduceva la moglie, ed in tal giorno eran
proibiti i regali di vivande^ e la sposa non poteva
andare, né in quel giorno né il seguente, alla casa
paterna, ma a quella del marito (ii). Gli uomini
doveauo esser dieci, e otto familiari, non com-
putando tra questi i servitori e ragazzi da quat-
tordici anni in dietro. IXel tempo di quel desinare
potevano avervi tre giuocolatori, ovvero suonato-
ri per divertirsi, e se fosse seguita la festa di sera,
potevano suonare e ballare fino alla campana. IN el
pranzo e cena delle nozze non poteasi porre in
tavola più di tre sorte di vivande. Ira le quali era
permesso un arrosto con la torta, ch''era un i sola
vivanda: non venivan però comprese sotto il no-
me di vivanda né le frutte né le confetture (12).
g. 5. Era costume in Toscana che le spose an-
dando a marito avevano con loro certe borse a-
domate e lavorate in Levante con oro ed argento,
ed a^proporzione della qualità dei maritaggi por-
tavano con esse in casa del marito la dote. Né ab-
biamo conferma nelle memorie di Siena dove si
rammenta, che circa Panno i34o la famiglia Sa-
limbeni fecene una grossa compra ascendente a
molte migliaia di fiorini nel gran mercato di Soria
per farne smercio in Toscana (iS). I quochi era-
no obbligati denunziare agli uffiziali del comune
il nome e cognome dello sposo, il quartiere e
numero deir uscio , il numero degli uomini e
delle donne, la qualità e quantità delle vivande,
a74 COSTUMI
e oiò perchè da nessuno fosse conlraffatto alla
legge del i4i5(i4). Fu bene di grande importan-
za e rigoroso bordine che s'aera fatto nella città di
Firenze per levar via il concubinato, avendo po-
sta la pena del fuoco a tutti quelli che tenessero
donne a lora spese, o obbh'gate con scritta, o al-
tra maniera, conoscendosi molto bene quanto
con sì mal costume andasse congiunto l'impedi-
mento dei matrimoni.
g. 6. L** uso di far la corte alle gentildonne
col rispetto di un amante è molto antico in Ita-
lia. Un tale spirito che rimonta sino ai tempi del-
la cavallerìa, portato al più alto grado nel secolo
XIII dal rinascimento della filosofia platonica, ha
per sì lungo tempo fatta parte dei costumi che
tutti coloro i quali vantansi di politezza ne sono
animati fra noi. Una prova ne porgono le poesìe
celebri di Francesco Petrarca , il quale pe' suoi
sentimenti teneri al pari che casti per la bella
Laura, è stalo nei nostri giorni il poeta favorito
degli italiani ; e una prova ne sono pure i suoi
numerosi imitatori, fra i quali si contano i nomi
famosi del Poliziano, di Lorenzo il magnifico^ del
Bembo, del Casa, del Costanzo, del Sannazzaro,del
Caro, dei due Tassi, del Manfredi e di una infinità
di altri antichi e moderni. Leggansi le poesìe del-
Taccademia degli Arcadi, pubblicate in occasione
de^matrimoni dei gran signori d'Italia, e si vedrà
che son piene di questi sentimenti che ispira Va-
mor platonico. Sono universali queste nozioni pla-
toniche in Italia, incontrandosi in tutti gli autori
italiani , talché la prima cosa che trovasi nella
DEI TEMPI REPUBB. PARTE III. a^S»
ìellura^ dei poeti è, che la contemplazione della
bellezza terrestre solleva un'anima onesta all' a-
niore della celeste beltà. Di qui nacque quel ri-
spetto ch'ebher generalmente quegritaliani per
le belle donne , queir uso quasi universale di
baciare rispettosamente la mano di una signo-
ra entrando nel suo appartamento, ed altri simili
alti di rispetto ; quel potere che ebbero tutte le
cortesi donne di comandare ai loro vagheggiato-
ri^ i quali avevan per esse questo amor mistico ,
che faceva loro confondere le idee di bellezza e
di virtù (i5). lol io:'
óO'g. 7. Tali vagheggiatori sono stati chiamati
céeisbel dal volgo, che non intende questa filoso-
tìa -misteriosa. La denominazione di cicisbeo ha
in vero del faceto, ma non presenta alcuna idea
svantaggiosa per Tuno o per l'altro sesso : i vo-
caboli cicisbeo e cicisbea non sono ignominiosi .
Gli uomini depravati non potranno credere che
l'amore possa essere un puro commercio di cor-
tesìa e di tenerezza , del quale non si possa ar-
rossire^nondimeno non vi è cosa più certa, ed è
sotto questa forma che noi lo vediamo rappresen-
tato nelle opere che ci restano del secolo del Pe-
trarca . Il più prudente cavaliere confessava in
pubblico la bellezza alla quale egli ardiva d' in-
dirizzare i suoi voti e l'omaggio del suo cuore. Il
più modesto poeta nominava nei suoi versi la
ninfa che gli serviva di musa. La più onesta don-
na non arrossiva d'esser Toggelto d'una passione
nobile e di corrispondervi pubblicamente. Tali
erano i costumi degrilaiiani a'iempi del Petrarca,
a;6 COSTUMI IT laa
e tali si mantennero fino a noi. Sanno benissimo
gp italiani che non si deve confondere Paniore
onesto con un aifetto dannabile: e benché al fondo
le loro passioni non diflferiscano punto da quelle
del rimanente degli uomini , è nondimeno cosa
certa che fra loro il cuore ed i sensi han delle
Tie differenti, e che i loro oggetti sono di rado gli
stessi. GTilaliani mettono una gran diversità fra
una donna comune ed una amabil signora che
loro sembri meritare Tomaggio dei loro cuori. Le
attrattive dell'una possono assoggettarli per un
momento accendendo i loro desideri sensuali ,
ma Paltra è un essere sublime di cui riconoscono
Timpero^ è la sovrana dei loro pensieri, un (^get-
to degno del maggior rispetto ch^essi considera-
no come un essere sovrumano (i6).
g. 8. Siamo dalla storia informati che fin dal-
l'anno li 54 le crudeli funeste dissensioni nel-
Tordine cittadinesco travagliarono le cittadi con
le intestine guerre per anni ed anni. L** invidia e
la gelosia reciproca del comando n"erano la ca-
gione. Tra le imprese dispendiose che condusse
a fine la repubblica fiorentina fu una guerra che
durò per lo spazio di circa trenr anni , cioè dal
l'Òyy fino al i4o6, benché inlerrottamente , vale
a dire cinque guerre, per le quali spese centoquin-
dicimila centinaia di fiorini d' oro , siccome con
molta diligenza Cristoforo Landini raccoglie nei
suoi commenti sopra Dante; enorme spesa radu-
nata in parte dai consueti tributi del pubblico, e
nella maggior parte dai privati cittadini (17). Fu
dunque necessario d'istituire un nuovo ordine
DEI TEMPI REPUBB. PARTE HI. 277
di polizzia pubblica, dove s^introdusse una mili-
zia civica di più compagnie, sotto il comando di
più capitani e gonfalonieri , le quali obbedir do-
vessero in ogni occorrenza a suono di campana
ad un supremo comandante detto capitano del
popolo. I soldati a piedi che formavano la com-
pagnia (a) andavano uniti ad altri corpi di caval-
lerìa (^), a cui si aggregavano i soli nobili e po-
tenti cittadini popolari sotto distinti gonfaloni e
comandanti. Queste diverse compagnie, alle qua-
li debbonsi unire i balestrieri, i guastatori, ed i
conduttori delle salmerie e bagagli da guerra, for-
mavano un intiero esercito capace a far fronte
al furore del loro nemico. La sola campana dava
il segno a tutte le truppe, quando trattavasi di
attaccare , o sedare i civici tumulti dei magna-
ti (18).
g. 9. A.lloichè la spedizione dell' esercito far
si doveva contro ì nemici fuori del paese, si por-
tava una macchina bellica chiamata il carroc-
cio (e), introdotta fra noi circa Tanno iiaa, con-
sistente in un carro a quattro ruote tirato da
bovi coperti da ricca gualdrappa. S'innalzava nel
centro del carro uno stendardo sventolante col-
1* arme del comune, ed in cima alla di lui antenna
una croce ed una campana per comunicare all'eser-
cito gli ordini opportuni alla battaglia. Sul carro
stavano alcuni soldati e dei trombettieri, ed in-
(a) Ved. tav. CVI, N. 1,3, 4.
(fc) Ivi, N. 2.
(e) Vcd. lav. CXI, N. 1.
St. Tose, Tom, 9. 25
a^S e o s T u Bi I
torno marciava di guardia il nerbo dei più robu-
sti e valorosi combatteuti. I santi uflìzi si cele-
bravano sul carroccio prima che uscisse dalla cit-
tà, e spesso un cappellano 1' accompagnava sul
campo di battaglia. L'introduzione del carroccio
produsse il sommo vantaggio di dare più consi-
stenza alla fanterìa, e di fargli acquistare più im-
portanza opponendolo alla cavallerìa dei nobili.
Grande impegno era il non perderlo^ grandi ma-
neggi facevansi per ricuperarlo, giacché se cadeva
in mano dei nemici, allora tutti fuggivano (19).
ColPandar del tempo, e precisamente nel secolo
XIV andato in disuso il carroccio , fu sostituito
un grande stendardo portato a mano(iio). Per un
%"atto notabile di tempo si costumò nei secoli
J)assi di far la guerra per mezzo di compagnie
straniere dette masnade, capitanate da guerrieri
qualificati , che rendevano il servizio loro a chi
domandavali, ricevendone il prezzo sì le indicate
truppe che i loro condottieri . Ma riflettendo i
fiorentini che la spesa della quale s'incaricavano
per far la guerra con truppe mercenarie di quella
sorte costava loro assai più che guerreggiando
essi medesimi, così dietro le insinuazioni del
Machiavelli (ai) si dettero a secondare lo spirito
guerriero , e frattanto il paese che vantava di
aver colte non poche palme sì nelle arti che nel
commercio, volle meritarsi quelle ancora della
guerra, e si occupò a formare della gioventù co-
raggiosa. Fu stabilita una vera coscrizione, furon
proscritti i soldati mercenarii, e si volle che tutti
i cittadini fossero soldati (22).
DEI TEMPI REPUBB, PARTE III. 279
g. IO. Dopo la declinazione della romana latti-
ca, le armi del soldato da difesa e da offesa furono
spesso variate, poiché fin dai tempi di Graziano
il vestimento ferreo fu abbandonato^ ripreso poi
dai robusti guerrieri del J^ord fu secondo la
mollezza o robustezza degPitaliani vicendevol-
mente abbandonato e ripreto. Il ferro cambiato
in quoio ne avvenne che la coriacea armatura
dette nome alla corazza. Il peso degli scudi di
ferro fu alleggerito, perchè d'allora in poi si for-
marono di legno, di quoio, o di vimini^ e le di-
verse materie o figure haa creato i nomi di targa,
scudo, rotella,brocchiere^le spade talora accorcia-
le preser nome di stocchi: V arco e la balestra
davano il nome agli arcieri e ai balestrieri. Sca-
gliavano i primi dardi più piccoli assai dei qua-
drelli, moschetti o verrettoni gettati dalle bale-
stre, ma supplivano colla velocità alla piccolezza
detrarrne. Erano poi alcune balestre si grandi ,
che conveniva scaricarle col piede, e perciò avea-
no alla corda adattata la staffa. Varie truppe di-
sordinate e leggere solevano percorrer Pesercito,
scorrere quinci e quindi, e dare il guasto alle cam-
pagne^ e queste erano chiamate gualande. Fedi-
tori poi o feritori eran quelli che incominciava-
no la battaglia : solevano essere delle migliori
truppe , giacché sovente Pesilo della pugna di-
pendeva da essi , poiché scompigliata la prima
schiera assai spesso tultoii resto delPesercitodi-
sordinavasi (23).
g. II. Probabilmente Pariete, Ponagro, le ca-
tapulte, le baliste, le torri messe in opera da-
a8o COSTUMI
gli antichi italiani son passate ai tempi bassi coi
nomi di mangani, manganelli, trabocchi ec; solo
la terribile invenzione deirartiglierìa, mutando
tanto Tarte della guerra, ha potuto farli obliare.
Le città, le terre, i castelli erano cinti di mura:
un fosso che le circondava era, dove potevasi,
pieno d^acqua. Molte torri vedevansì alle mura, il
corpo delle quali si stendeva in fuori per aver agio
di perquotere gli assalitori anche per fianco (a).
Il continuo sospetto originato dalle fazioni avean
convertite le case in fortificati castelli; poche ve
r/er^no delle considerabili senza torri, nelle quali
taholta facevasi anche sfoggio d'architettura. Fab-
bricavansi poi o di legno o di sasso castelli o ba-
stìe da offesa e difesa intorno alle mura. Erano
presso a poco gli slessi i ballifolli, e contenevano
stanze per alloggiarvi fanti e cavalli. La catapulta
era una macchina colla quale scagliavansi enor-
mi pesi scavalcando le mura e cadendo poi den-
tro i paesi assediati. La balista alquanto variata
nella costruzione , produceva Teffelto medesimo
della catapulta. Per rompere fimpulso dei massi
dal nemico scagliati colle descritte macchine, si
adopravano delle reti di grosse funi , o panni, o
una specie di graticci distesi davanti alle torri
percosse, e sotto queste macchine medesime i
soldati s'avanzavano a battere le muraglie (a4).
g. la. Il formidabile ariete degli antichi (^)non
era uscito mai di moda: questo lungo e grosso
(a) Ved. tav. LXXX, N. 1
{b) Ved. tav. CXI, N. 2.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE 111. a8 I
trave colla ferrata punta era sospeso, e facendosi
oscillare mandavasi ad urtare contro le muraglie.
Con altra macchina militare detta la talpa si scal-
zavano sotterraneamente i fondamenti del muro
per farlo cadere , come abbiamo da Gottifredo
Viterbense (2.5). Erano in uso i graffi per carpire
i combattenti e tirarli giù dalle mura, ed usavansi
ogni sorta d'impacci da spargersi ai passaggi della
cavallerìa per danneggiarla. Più che altre mac-
chine guerresche erano micidiali le torri di legno
mobili, più alte delle mura che si assediavano, e
dalPallo delle quali scagliavansi dardi e sassi entro
le piazze nemiche. Ma si poneva ogni cura dagli
avversari per incendiarle,oud''è che si inventarono
varie misture di zolfo e di bitumi, che uppiccau-
dosi al legno e dandoli fuoco non era sì facile lo
smorzarle. Fu celebre per molto tempo il miste-
rioso fuoco greco inestinguibile dalTacqua, Tuso
del quale ha durato fino alla metà del secolo XI V^,
ed ha ceduto soltanto alla più terribile invenzio-
ne della polvere, la quale ha prodotto una mu-
tazione assai grande nelParte della guerra.
g. i3. In proporzione che andò perfezionan-
dosi Tartiglieria, gli archi, le balestre e tutte le
altre armi che fino allora si ebbero in uso furono a
poco a poco obliate. Si fece una intiera rivoluzione
nell'arte della guerra^ ma la principal mutazione
è avvenuta negli assedii, poiché moltissime era-
no allora le piazze inespugnabili, attesa la diffi-
coltà d'usare delie or accennate raacchine^adesso
con Paiutodel cannone (a),invenzione formidabile
da) Vcd. lav. CXI, IN. 3.
25^
282 COSTUMI
ritrovata fino dal i3o5 (s.6),e con quella del fucile
introdotto in Toscana fino dal i432 (27), non ve
n* ha alcuna che lungo tempo resista alla rapida
azione della artiglierìa. Nella battaglia campale
l'effello del cannone è stato minore: la baionetta
è giunta a superarlo (28). Un'altra piccola guerra,
e direm quasi domestica, usavasi allorché gode-
vano buon vento i tirannetti nelle gare dei guelfi
e ghibellini. Ogni signore o castellano tirandosi
appresso i suoi vassalli, ogni città chiamando alle
armi i suoi cittadini, simile turba presentava una
varietà infinita nelle armi e nei costumi. Prima
che rinvenzione della polvere avesse alterato il
modo di guerreggiare e Tordine delle battaglie,
gli uomini d*'arme o cavalieri erano il nerbo degli
eserciti. La fanteria che ai giorni nostri decide
della sorte della guerra era nei bassi tempi un
mescuglio di uomini male armati, senz'ordine, e
spessissimo anche senza disciplina (ia9).Fu allora
che si usò di forare il pavimento delle camere, e
coprirlo con tavole di legno chiamate ribalte o sia-
no bodole o trabocchetti , sopra cui chi incau-
tamente poneva il piede precipitava al basso (So),
g. 14. Oltre i tornea menti e giostre che si fa-
cevano nei tempi repubblicani: un** altra specie
di finta guerra praticavasi dai cosi detti armeg-
giatori, ch'eran giovani nobili a cavallo, i quali
vestivano a livrea, cavalcando con stafl'e cortis-
sime, quasi alPusanza moresca , quando romper
volevano le lance nel Saracino, levandosi ritti e
facendo della sveltezza della loro persona mostra
bellissima ai riguardanti (ai) . Era poi singolare
DEI TEMPI REPUBB. PARTE IH. 283
Tuso di quei tempi dell' armar cavalieri , di che
ne abbiamo riportato un esempio al cap. XXXI
J. 33 di questa parte.
§. i5. Ma la più celebre delle finte guerre che
per semplice divertimento si facesse in Toscana,
fu il famoso giuoco del ponte di Pisa, detto in an-
tichi tempi anche la pugna di mazza-scudo ,
spettacolo di cui è ignota l'origine della sua isti-
tuzione. V'è però una voce tradizionale probabile
ch'ei sia d'origine longobarda, adottata forse nel
risorgere delia repubblica in quei tempi per ad-
destrare la gioventù con giuoco militare. Esegui-
vasi questo con caldo impegno dai cittadini divisi
in due fazioni, la boreale o di santa Maria, e la
australe o di s. Antonio. Ogni fazione armava sei
compagnie formate di quattrocent'ottanta com-
battenti cinti d'elmo e di corazza con veste alla
romana, ed ogni squadra era distinta dalla varietà
dei colori e delle insegne. Lo scontro delle schie-
re nemiche avea luogo sul marmoreo ponte dì
Pisa, ove al tocco di tromba movevano per pochi
passi dalle prime loro posizioni , e giungevano
con ordine a toccare l'antenna di divisione dei
campi respettivi. Questo momento era accompa-
gnato da un silenzio rigorosissimo di tutti gii
spettatori della tinta battaglia.La mischia incomin-
ciava alPalzaie dell'antenna, ed agitavasi per tre
quarti d'ora con impeto indicibile, e con un lar-
gone o pavese lungo circa a due braccia che a-
(lopravasi e di punta e di taglio. Quest'arme di
oflesa e difesa er.» stata sostituita alla mazza e scu-
do di cui facevasi uso primitivamente. Allo spa-
2,84 COSTUMI
ro di un''ai'me da fuoco si avvertiva il termine del
combatlimenlo, ed allora uno stuolo di dragoni
passando il ponte divideva i combattenti: dopo
di che muovevano da una parte i vinti depressi,
e sconsolati, dalTaltra i vincitori fra le festose
acclamazioni del popolo con bandiere spiegate ed
al suono di guerrieri strumenti.La vittoria consi-
stente nella occupazione del campo uemicoje lauto
più gloriosa quanto più esteso era lo spazio acqui-
stato, si solennizzava con sfarzose ed in^ponenti
feste di trionfo non meno interessanti di quelle
della benedizione delle bandiere . della disfida
e della mostra o marcia delle armate che prece-
devano il giuoco (a). La fazione soccombente
nelPultimo incontro sfidar doveva la vincitrice
alla nuova tenzone^ ed arrivato il giorno del ci-
mento si teneva il ponte affatto vuoto, come pure
le due annesse piazzette, le quali cingevansi di ben
forti steccali. Dopo il suono della campana del pre-
torio che-avea luogo alPun^ora e mezzo pomeridia-
ne, si aprivano gli sleccali da ambe le parti, e le
truppe condotte dai respettivi officiali sfilavano
con ordine, facendo reciprocamente il giro degli
anzidetti steccati. Ogni drappello aveva un nume-
ro non indiff'erente di celatini, o armati alla leg-
gera, i quali nascosti fra i loro combattenti non
d'altro si occupavano che di smembrare i forti
o colonne, coirafferrare i nemici o per le gambe o
per le braccia onde trarli prigionieri.Se alla fine del
combattimento le due parti si trovavano nei veri
punti di loro diritto, si proclamava la pace, ed al-
(fl) Ved. tav. evi, N. 5.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE IH. aSS
lora le feste riuscivano di maggiore allegrezza e
duravano per otto giorni continui^ la sera che le
precedeva , facevasi generale illuminazione per
tutta la città , nota anche al di d' oggi col no-
me di luminara. Questo spettacolo era solito farsi
ogni triennio (S-i); ma riportandone grave danno
non pochi dei combattenti, così già da gran tempo
è stato abolito; ciò non ostante ad oggetto di
sodisfare la curiosità di rispettabili e distinti per-
sonaggi, è stato qualche volta ripetuto, e fu rap-
presentato Pultima volta nel maggio del 1807-, do-
po di che soltanto in memoria di questo giuoco
militare vedevansi appese alle facciale delle case
della campagna pisana le armi usate da quegli abi-
lauti,ch''erano,come s'è detto, le targhe e gli scudi,
g. 16. Un altro giuoco militare era usato in
quesfepoca a Firenze unicamente proprio della
nobiltà fiorentina, che praticavasi nel carnevale
sulla piazza di santa Croce, ed era detto il giuoco
del calcio. Comparivano su quella piazza cinquan-
ta nobili giovani riccamente vestiti e in due squa-
dre divisi,runa delle quali dal colore degli abiti e
dalle insegne si distingueva dalTaltra.Capi diqueste
erano due alfieri più degli altri nobilmente addob-
bati e serviti da molli paggi. Entravano in rampo
preceduti da trombe e da tamburi a coppia a cop-
pia e con bellissima ordinanza giravano intorno
al teatro , facendo mostra di loro persona, indi
l'uno dalTaltro dipartendosi sotto il proprio pa-
diglione si alloggiavano. Intanto si dava il segno
della battaglia , e in un tempo medesimo vede-
vansi gli uni e gli altri squadronati a foggia di
2 86 COSTUMI
esercito. Unite le squadre si gettava in mezzo il
pallone ed in un subito cercava Tuna di spingerlo
verso l'altra, e dalPaltra veniagli sospinto. Quei
che rimanevano per retroguardia ripigliando il
pallone procuravano con ogni sforzo di trarla
fuori degli steccati per la parte ad essi contraria^
e quando ciò riusciva loro di posta, s' intendeva
vinta la caccia. Ben è vero che avvistisene gli av-
versari, correvano addosso alPinimico, e afferra-
tolo per le braccia impedivano che si avanzasse
più oltre. Il simile facean quelli che rimanevano
alla difesa del posto , i quali mentre non venisse-
ro sorpresi all'improvviso, ribattevano gagliarda-
mente il pallone, e risospingevano indietro chi
tentava inoltrarsi da quella parie. Ora in questa
battaglia mirabil cosa era vedere, come ciascuno
ingegnavasi di superare e di abbattere il suo con*
trarlo, urtandolo per farlo cadere e lottando e
pugnando seco, e vari strattagemmi usando per
vincere. Ma più mirabile si era il vedere una squa-
dra che impadronita del campo nemico, e su i
contini della vittoria in un momento risospinla
fuggire, e spesse volte rimaner superala. In som-
ma era giuoco questo dove faceva pompa da una
parte la vaghezza e ricchezza di belle divise colla
splendidezza di ornamenti, e dalTaltra la robu-
stezza ed agilità di chi operava^ onde non è ma-
raviglia che vi concorresse la maggior parte del-
la città e recasse al pubblico allegrezza e dilet-
to (?,3).
§. 17. anche Siena ebbe i suoi giuochi palriì
consisileuti in una specie di pugillaio, del quale
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Ili. 287
ora dò conto. Per ordine del capitano del popolo
senese qualche ora dopo il mezzo giorno si faceva
suonare in piazza la tromba, per segno di pubbli-
ca licenza del giuoco delle pugna per tutto il car-
nevale. 11 detto giuoco ebbe forse la sua prima
origine dalle antiche conlese dei due popoli di
Castello di Val-Montone e di Castel Vecchio, nel-
1' occasione che convenivano al mercato, il quai
facevasì nella piazza del Campo per provvedersi
di vettovaglie, nella quale occasione solevan poi
godersi alle taverne le robe che agli altri toglie-
vano. In questo modo di menar le mani si fecero
valere i senesi anche appresso i romani nel tem-
po della colonia , quando percossero malamente
Manlio patrizio delTordine senatorio, e ne furono
corretti, come Tacito rilerisce nel XX libro dei
suoi annali: così il Gigìi (34). Aggiunge il Tom-
masi r opinione che i senesi fosser chiamati a
Roma come etruschi a rappresentare nel circo
massimo il giuoco delle pugna ^ ordinalovi fra
gli altri spettacoli da Tarquinio Prisco dopo la
vittoria dei latini, appoggiandosi al detto di Livio,
che tali giuochi venissero di Toscana (i?5). Così
altri scrittori dan loro diversa origine ^ ma que-
sta varietà di opinioni ci fa persuasi soltanto della
mancanza di notizie di tempi da noi lontani. Ri-
peterò qui peraltro la descrizione che si legge nel
diario senese dove il Gigli cosi ne parla. „ Questo
giuoco delle pugna è certamente un dei più belli
e vaghi che siano praticali in Toscana, poiché è
nobile, non islanca la mente, ne reca spavento o
timore di alcun male, che e quanto può bramarsi
a88 COSTUMI
per diiett'are gli spettatori . Questo si esercita
con armi di uiun pericolo , come sono i pugni,
al contrario di quello della città di Pisa, ove le
targhe adopraievi posson cagionare gravissimo
danno; e neppure richiede grande applicazione
di mente, come quei di Firenze, che sono studia-
li, ordinati e composti. IVIa pure vuole qualche
industria , come nel saper battere a tempo , non
dare in fallo, non lasciarsi assalire all'improvviso,
scappare a tempo, ingannare nel corso e adoprar
sonn'glianti strattagemmi „. Anticamente pratica-
vasi per autorità privala, ma quando cominciasse
ad usarsi in autorità pubblica non è si facile a
dirsi per essersi in gran parte perdute le anti-
che scritture; ma par che ciò potesse cadere in-
torno agli anni 1291,86 prestiamo fede alle crona-
che. Vi si apprende per altro, che tali giuochi fa-
cevansi nel carnevale soltanto, o nella venuta di
qualche insigne personaggio, come furono eseguiti
al cospetto di Gregorio XII. La gara peraltro che
era fra i terzi della città di Siena, fu cagione che
più non fosse permesso questo giuoco, il quale
diveniva pericoloso. Da questo tempo in poi non
trovasi che i nostri storici facciano menzione di
un tal giuoco insino all'arrivo in Siena di Carlo V
imperatore. D' allora in avanti gareggiavano col
giuoco dei pugni i nobili da una parte, i cittadini
dair altra, unitamente con altri giuochi di gara,
com'erano commedie, giuochi del pallone, e si-
mili altri (36),che a poco a poco sono andati quasi-
ché tutti in disuso, cambiandosi in gare sul corso
dei cavalli, come fannosi pomposamente per la
1>E1 TEMPI REPUBB. PARTE. III. 289
festa della Beatissima Vergine dell'' Assunta nel
mese di agosto.
g. 18. I giuochi pubblici di Volterra in terapo
di repubblica consistevano soltanto nei giuocola-
latori e nei buffoni. I giuocolatori erano mante-
nuti a spese pubbliche , ed i buffoni poi essendo
pubblici non potevano restare in città per più di
una notte^ qualora il potestà non avesse accordato
loro una dilazione maggiore. Tutti gli altri giuochi
erano proibiti, eccettuata hdruzza e vinciperdi.
In varie rubriche si leggono sparsamente che pure
erano proibiti , e son nominati la zara ovvero
leonefta^ i lupini o dadi^ il giuoco delle tavole
detto buffa o sette^ tirare a mettere aWarrab'
biato o a scacchi^ la sequenzia e Io scornabecco,
Tocaboli e giuocbi per la maggior parte adesso
oscuri o incGj;niti (37).
g. 19. I funerali che in tempo di repubblica
usavansi, erano tali che le vicine d'^un estinto si
adunavano nella di lui casa per piangerlo insieme
colle più strette parenti, intantochè i vicini e gli
amici si riunivano coi preti innanzi alla casa .
Vigeva ancora in questi nostri paesi nei tempi
bassi l'uso di far nelle facciate delle case una pic-
cola porta accanto a quella d^'ngresso, la prima
delle quali non si apriva o smurava che per farvi
uscire i cadaveri, tenuti dai gentili per cose im-
monde, come ricavasi dalla proibizione che vigeva
presso i gentili di portar gli occhi sopra di es-
si (38): un tal uso fu praticato sì dagli etruschi che
dai romani (39).Si vedon tutf'ora in vari paesi della
Toscana alcune «li tali porte murate come a Vol-
St. Tose. Tom. V. 2^
290 COSTUMI
terra, ed in specie a Lucignano, dove si ha la Ira-
dizione che vi facevan uscire i cadaveri, ed in vero
sono esse sì piccole che appena vi passerebbe
il feretro col morto. Il cadavere era portato in una
bara o cassa al tempio indicato da lui medesimo
prima di morire, da uomini della sua condizione^
la detta bara poteva coprirsi con un lenzuolo o
panno,o drappo purché non vi fosse stato né oro
uè argento , eccettuato per le persone distinte.
Precedevano il feretro i sacerdoti che cantavano,
portando ceri accesi , e chiudevano la funebre
cerimonia i cittadini che s'erano adunati innanzi
alla porta della casa del defunto (4o) ^ seguiva-
no le donne più prossime parenti, ciascuna delle
quali era sostenuta da due uomini. Suonavano
le campane, ma alP entrare nella chiesa i laici
che r accompagnavano partivano , e soli rima-
nevano i sacerdoti, e di là ad alcun tempo si
vietò ancora Tintervento delle femmine. (4 1). Nel
condurre il feretro dalla casa alla chiesa non era-
vi permesso più di quattro torce, e sotterralo il
cadavere potevano i parenti far sopra la sepoltura
un arco di lumi, eh' era simile alla saetta della
settimana santa. I cavaheri, i giudici ed i medici
potevano avere fino in otto torce, ma non erano
accompagnati che da due abbrunati, i quali anda-
vano allato della bara. I cavalieri eran seguiti da
due cavalli colle coperte efiigiate dell' arme del
defunto^ ed erano cavalcali da due famigliari, aven-
do ciascuno in mano una bandiera, un pennone
ed uno scudo in segno che quel morto eia ca-
valiere. Se fosse stato giudice o medico seguiva-
DEI TEMPI BEPUBB. PARTE III. ^91
lo solamente un cavallo, e chi vi stava portava un
gran libro. Uscito il morto di casa non potevano
restare a cena o desinare più di quattro donne
che fosser parenti, usandosi prima in tah' mortori
fare grandissimi pasti con massima spesa. In que-
sti desinari o cene non poteva esser messa in ta-
vola più d'una vivanda, non computandosi però
la carne porcina salata, frutta e confetti. Non
potevano esser vestiti a bruno per i morti, eccet-
to che la moglie per il marito, e questo per essa,
i figli per il padre, ed egli per essi, i nipoti del figlio
o fratello e tutti i cugini. A questi abbrunati era
lecito accompagnare il cadavere dalla casa alla
chiesa (4a).
5. ao. Questa funebre cerimonia variava in
qualche parte della Toscana, poiché sappiamo che
a Volterra eran proibiti affatto i pianti e le stri-
da, non solo in chiesa e per le strade,'quanto nella
casa del defunto, ad eccezione delle donne pre-
fiche. Dodici sole persone avean facoltà di asso-
ciare il ca'lavere alla chiesa, esclusi per altro i
congiunti fino al quarto grado,e nelFingresso della
chiesa potevano distribuirsi elemosine ai poveri
che accompagnassero il feretro fino al luogo del
deposito*, ma terminate le funzioni, nessuno potea
tornare alla casa del defunto. L"* associazione al
cadavere si dovea fare con due sole candele del
prezzo di lire quattro^ e si dovea trasportare dal-
la casa alla chiesa, e di qui al sepolcro sempre
coperto, ed era proibito vestire i cadaveri di seta
o di scarlatto, e ornar loro la testa, la cintura e
la ghirlanda di cose preziose . Ai giustiziali si
aga costumi
negava la sepoltura nella città, ed a quelli cbe
fossero restali morti in qualche sedizione non si
dovevano accender candele attorno al feretro. Non
eran permesse orazioni funebri , né accendersi
attorno ai cadaveri più di due candele quadruple,
che si direbbero in oggi torce alla veneziana , del
peso di libbre io per ciascuna, qualora il defunto
non fosse stato un milite , o altra persona insi-
gnita di carica qualificata, nel qual caso potevano
aggiungersi due torce più. Le vedove nelPanno
del lutto avevano il divieto di portare in testa
o pelli o veli, se non fossero state d'anni cinquan-
ta, oppure obbligate a ripararsi dal freddo, dalPa-
cqua e dalla neve (43).
lOTE
(I) JDaretti,G«' italiani o sia rela/.ioni degli usi e co-
stumi d'Italia^ cap. xvni, carattere dei toscani. (2) St-
smoudì, Storia delle repubbliche italiane, voi. v, cap.
xxxii, p. 142. (3) Artaud, L'univers pittoresque. Eu-
rope, tom. Il, Italie, p.181. (4) Sismondi cit. voi. ili,
cap. xviH, p. 142. (5) Ammirato, Star. fior. voi. iv,
parte i, lib. x, p. 21. (6)Ferrario, Costume antico e
moderno, voi. viii. Europa, art. costumanze degli ita-
liani. (7) Bossi^ Storia d'Italia antica e moderna, voi.
xviii, hb. v, cap. xlvi, J. 3. (8) Sismondi cit. voi.
Ili, cap. XVIII, p. 143. (9) Bossi cit. (iO) Giachi, Saggio
di ricerche sullo stato antico e moderno di Volterra,
part. II, art. m, stato economico. (11) Ivi. (12) L'Os-
servator fìorentinO) voi. i, p. 105. (13)Pecci) Itine-
DEI TEMPI REPUBB.PABTE. UT. :293
rario della città di Siena, p. 62. (14) Cantinij Legi-
slazione toscana, voi. v, p. 283. (15) Barelli cit. cap.
III. (16j Ivi. (1;) Soldini, Della grandezza ed eccel-
lenza della nazione fiorentina, p. 78. (18) Ivi. (19) Mu-
ratori, Annali d"* Italia , an. 1150. (20) Cacciatore ,
Nuovo atlante storico, voi. ii, art. 22, Italia p. 338.
(21) Ved. Slor. ep. v, Avvenimenti slor. voi. ix ^
cap. xLi, 5. 30. (22) Artaud cit. pag. 251. (23) Pi-
gnoni, Storia della Toscana sino al principato, voi. 11,
Dell'arie della guerra nei tempi bassi, p. 142. (24) Der-
ni, Orlando innamorato, ap. Pignolti cit. (25) Matteo
Villani, Slor. fior. lib. 11^ cap. 30. (26) Artaud cit.
p. 1/6. (27) Tommasi, Storia di Siena, ap. Cantini,
Legislazione toscana cit. voi. 1, p. 361. (28) Pignoni cit.
(29) Bonnard, Costumi ecclesiastici, civili e militari
dei secoli XIII, XIV e X^V, voi. i, num. 14. (30) Mu-
ratori, Antichità italiche, voi. 11, dissert. xx, Della
milizia dei secoli bassi. (31) Ammirato cit. vol.i, part.
II, p. 374. (32) Grassi^ Descrizione storica ed artistica di
Pisa, voi. I, parte storica, p. 1 10. (33) Descrizione isto-
rico-critica dell' Italia, voi. ni, Granducato di To-
scana, §. 18. (34) Diario senese, parte 11, novembie,
§. 40. (35) Tommasi, Storia di Siena cit. lib. 11, p. 83.
(36) Gigli, Diario senese cit. (37)Giachi cit. p. 110.
(38) Tacito, Annali, xiii, 17, 3, ap. Pitisco , Lexi-
con antiquit. roman. artic. cadaver. (39) Ved. Stor.
ep. II, Geografia, §• ^^' (^^) Sismondi cit. voi. vi ,
cap. xxxviii, p. 18. (41) Bossi cit. voi. xviii, lib. v,
cap. XLVi , §. 5. (42) Cautini , Legislazione toscana
cit. voi. V, p. 280. (43) Giachi cit. p. 112.
■0—
a6^
^94 COSTUMI
PARTE QUARTA
LINGUA E LETTERE
R
g. 1. JLV.tsvegHatisì appena i toscani ingegni dal
lungo sonno della ignoranza cominciarono ad oc-
cuparsi della natia loro lingua, ne ingentilirono
la rozzezza^ rarriccbirono di nuove spoglie, e a po-
co a poco, per dir così, toltala dalla degradazione
in cui giaceva nella bocca del volgo, la sollevaro-
no a segno da potere assidersi accanto alla ma-
dre, senza quasi perdere nel confronto.
g. a. Fu veramente in Sicilia alla corte dei
regi del duodecimo secolo, che i loro poeti col
nome di trovatori procurarono di render dolce la
loro poesia, col prendere i più puri tra gritaliani
vocaboli del volgo, e di recare la desinenza in vo-
cale a quei che l'avevano in consonante, ma che
egualmente potevano essere intesi dalla gente più
eulta, quaPera quella di corte, e così unendo gli
unì agli altri, e comunicando ai primi la suppo-
sta nobiltà dei secondi, vennero a formare una
nuova lingua che si appellò cortigiana, perchè u-
sata nelle corti. La fama di questo nuovo linguag-
gio e dei componimenti che in gran copia usci-
DEI TEMPI REPUBB. PARTE IV. igS
vano da quella reggia, corse tantosto per tutta
Italia , e sì ne occupò gli animi^ che i siciliani
afvrebbero senza dubbio prevenuto i toscani nel-
Terigere l'onorevole tribunale del comune favellare
italiano, se Lucio Drusi, come s' è detto, Gallo o
Galletto , Girolamo Termagnino e Pucciandone
Martelli in Pisa, Meo àbbracciavacca in Pistoia,
Folcacchieri , Mico e Bartolommeo Maconi in
Siena, il giudice libertini in Arezzo, Folgore in
Sangeraignano,Terinoin Castelfiorenlinoe molli
altri toscani, componendo essi pure sulFesempio
di quelli il nostro dialetto, non avesser fatto ar-
gina ai rapidi progressi dei siciliani poeti nel par-
lare, indicato ai loro concittadini ed ai vicini il
metodo di ridurlo a quella perfezione, a cui non
guari dopo si vide giunto in Toscana. Costoro
dunque animati dalla universaleapprovazionecon
cui fu ricevuto il novello parlar siciliano, forma-
rono essi pure dal latino e dal detto volgare nel
modo stesso che fatto avevano i siciliani, un terzo
più gentil favellare col quale composero varie
poesie.
g. 3. Ma siccome altri popoli d'Italia, ripensando
a ciò che sulTesempio dei siciliani avean fatto i
nominati poeti toscani , potean combinare essi
pure il proprio volgare col latino, cosi ne formaro-
no il parlar loro, d'onde nacque la moltiplicità dei
dialetti che accenna Dante nella volgare eloquen-
za, e che durarono anche ai di nostri. A formare
per altro del moribondo linguaggio latino un nuo-
vo dialetto, che fosse come quello del Lazio ca-
pace di recate al nascente volgare una forma
296 COSTUMI
che alla prisca maestà latina non disdicesse, eb-
bero il vanto i poeti delle nominale città toscane,
e noi ne abbiamo un luminoso esempio nel più
antico documento autentico, quarèla storia di
Ricordano Malespini , la prima che nel secolo
XIII in lingua italiana prosaicamente sia stala
scritta. Chiunque in fatti alla piena intelligenza
del favellar toscano unisce oltre al latino una suf-
ficiente cognizione delle lingue dotte, ben com-
prende che il parlar toscano riceve in sé tutte
le bellezze di queste, e le riceve senza la minima
alterazione di sintassi. IVIa come appunto neigio-
vani la prima facoltà che si mostra è Timmagina-
zione avanti alla matura ragione, così nelle lin-
gue nascenti la figlia deirimmaginazione, cioè la
poesia, suol precedere la 6losotìa. Ecco in breve il
fondamento, su cui si appoggia il pregio che por-
ta la toscana favella sopra le altre di Europa, ed
intanto vien giudicata fra di esse la ricca, la mae-
stosa , r armoniosa, la vaga , in una parola la
lingua delle muse.
g. 4- Vero è che se i toscani poeli poco fa no-
minati non la condussero alla perfezione a cui
dopo è salita, è vero altresì che ciò non potevasi
effettuare nel tempo della corta vita di un uomo.
L^ importanza per altro della cosa consiste nel
gettar da principio fondamenti stabili, che poscia
sien atti a sostenere una vasta mole, poiché su
que''gettali daiiostri primi poeti potettero poSf!Ìa i
Danti, i Boccacci, i Pelrarchi, i Villani, ed infini-
ti altri alzare sicuramente il maestoso edilizio del
toscano idioma. Se è vero che alla corte di Fede-
DEI TEMPI BEPUBB. PARTE IV. £<)7
rigo re di Sicilia furono i fondatori del volgare
italiano , verci è altresì, che se parlasi del vol-
gare illustre con proprio vocabolo appellato to-
scano, ed in progresso di tempo giunto al colmo
di mirabile perfezione da tutti i dotti e ben par-
lauti d''ogni italica popolazione abbracciato, que-
sto senza un torto manifesto alla verità istorica
non si può impugnare ai nosti surriferiti poeti.
g. 5. Quando ci facciamo a considerare però i
rozzi, duri ed insipidi versi che si scrivevano in Ita-
lia anche dopo la metà del secolo X[II, e sulla
fine poi di esso troviamo scritto per una gran
parte il maraviglioso poema di Dante, non possia-
mo guardare che con somma ammirazione i pro-
gressi della lingua, o piuttosto il divino ingegno di
quel gran poeta. Non può formarsi una giusta idea
del merito di Dante, chi non legge gli scritti dei
suoi predecessori per conoscerne la povertà del-
la lingua. Egli n-è stalo non solo il creatore, ed
in specie della lingua poetica, ma ha arricchito
ancora di molte parole e frasi la prosa. Noi ades-
so non ci accorgiamo gran fatto di quanto siamo
debitori a questo grande scrittore, perchè le ric-
chezze che ha recate nella nostra lingua son di-
venute comuni agli scrittori successivi, onde non
si rimonta mai all'origine. ui.^
§. 6 . Non é a proposito il rinnovare adeflN-
80 una odiosa e disgustevole questione , ohe nel
secolo XIV con tanta animosità divise gl'italiani
letterati, se questa lingua debba appellarsi tosca-
na o italiana, ma piuttosto è questo il luogo di
giustiticare i toscani dalla imputazione di esercì*
^98 e O S T U BI 1
tare un dispotismo sulla lingua, e di non riceve-
re che con difficoltà le parole delle altre lontane
Provincie, erigendo una specie di tribunale, e fa-
cendosene giudici esclusivi. Esaminiamo impar-
zialmente se i toscani abbiano qualche diritto di
più degli altri italiani in questo giudizio: il caso
ha fatto che i primi grandi scrittori siano stati to-
scani. Dante, Petrarca e Boccaccio scrissero nellai
lor lingua^ cioè tanto vero che il dialetto toscano
fu quello che a preferenza di qualunque altro di
Italia essi scrissero, e che con piccolissima varia-
zione si parla anche in Toscana (1).
g. 7. La scrittura che nel medio evo vedemmo
essere riserbata solo ai monaci e loro cherici,
passò poi nei tempi repubblicani anche ad altri
scriUori di professione, i quali chiamavansi cal-
ligrafi, non perchè non avessero eglino come nel
tempo indietro una scrittura elegante e corretta,
ma perchè quella di scrivere era uu^arte. partico-
lare. I suoi principii referendosi più al meccani-
•smo che alla teorìa non erano esposti ad alterarsi
tanto rapidamente^ nulladimeno essi non anda-
rono esenti da quella degenerazione universale,
da cui tutto fu colpito dal duodecimo fiuo al XIV.
secolo, e di questi caratteri allora in uso diamo
un saggio alla tavola XIV colonna h^ i del no-
stro atlante. II rinnovamento degli studi ch'^ebbe
luogo in quesflepoca fece sentire quanto per pro-
pagarli e renderli, più facili era necessario di
avere dei manoscritti corretti. I migliori spiriti di
allora, ad esempio dei grandi personaggi dell'an-
tichità, non sdegnarono di occuparsi della loro
DEI TEMPI BEPUBB. PABTE IV. 299
revisione^ il Petrarca fu dei primi a riconoscerne
rimportanza (2).
g. 8. Dalla ricerca dei buoni manoscritti, e dal-
la loro correzione si passò verso la fine del XV,
e nel principio del XVI secolo ad un lusso ecces-
sivo nel loro abbellimento. Le lettere iniziali ,
maiuscole ed i margini furono arricchiti d'^orna-
nientid*' ogni genere, ed il testo fu accompagnalo
da pitture, senza che ne fosse giustiticato Fuso,
come i>ei secoli d'ignoranza, dalla necessità di
spiegarne il contenuto. Questo lusso continuò
anche dopo rinvenzione df^lla stampa, che sul fini-
re del secolo XV, e precisamente nel 1476 fu in
uso fra noi, poiché fra Domenico da Pistoia e fra
Pietro da Pisa domenicani, che cfssislevano le re-
ligiose del. loro istituto del convento detto di s.
Iacopo di Ripoli in via della Scala in Firenze, in-
trodussero nella casa di loro abitazione Parte ti-
pografica, che si faceva a spese delle suddette mo-
nache, e si introdusse anche presso quel conven-
to l'arte di gettare i caratteri 1 3). Molto antiche
son pure le notizie delTarle tipografica in Lucca,
ove si vede introdotta nel 1477 da Matteo e Bar-
tolommeo Cìvitali, poiché in taPanno dettero alle
slampe i trionfi del Petrarca, ed un'orazione fune-
rale nelPanno seguente. Si vede pure da alquanti
documenti che nel 1470 voleva introdurvi questa
arte il sacerdote Clemente da Padova, ma poi non
si vede più nominato, né si sa che effettuasse que-
sta sua intenzione (4). Per interesse o per effetto
di una semplice imitazione, gli stampatori cerca-
rono per questo mezzo di dare ai libri stampati il
3oO e O S T U M I
pregio ed il merito che si ricercava ne^manoscrilli.
Ad imitazione degli scrittori essi posero egual-
mente in fronte, o alla fine deVolurai, alcune note
o postille, delle quali i bibliografi moderni si son
molto giovati per la storia della stampa (5).
g. 9. Le città distinguevansi nelPamore e nella
protezione dei letterati*, Firenze molti ne anno«
verava nel suo seno, e Cosimo il vecchio, e Pietro
e Lorenxo de^ìledici secondaron que voti, e pili
grandiosi mostraronsi dei principi medesimi nel
promuovere gli studi, cosicché Lorenzo fu detto
dal Corsi Augusto per la repubblica e Mecenate
per le lettere. II favore da esso accordato a que-
ste come ailetterati.è stato singolarmente messo
in chiaro nella dì lui vita scritta dal signore Ro-
scoe. I di lui figliuoli seguirono i paterni esempi^
di Pietro e di Giuliano troncò la morte i presagi
cbe fatti aveva il Poliziano, ma LeoneX largamen-
te compensò la loro perdita, e giunse per fino a
dare una celebrità al suo secolo colla protezione
accordata, e col numero dei dotti dei quali egli
incoriiggiò gPingegni ed i lavori (6).
ROTE
(^ ) *^igDotti j Storia della Toscana sino al princi-
pato , Saggio primo , dell'' origine e progresso della
lingua italiana, Saggio 11, belle lettere e poesia, e Me-
morie storiche di più uomini illustri pisani, toni, n,
p. 664. (2) Agincourt, Storia deirarte voi. vi, pil-
DEI TEMPI REPUBB. PARTE IV. 3o I
tura , sommario delle tavole, pag. 301. (3) Moreni,
Bibliografia storico-ragionata della Toscana 5 voi. i ,
pag. 372. (4) Lucchesini, Storia letteraria di Lucca.
Sta nelle Memorie e documenti per servire alla sto-
ria di Lucca, voi. x, lib. vii, pag. 423. (5) Agincourt
cit. voi. VI, pittura, sommario delle tavole, pag. 301.
(6) Bossi, Storia d'altana antica e moderna, voi. xrii,
lib. v, cap. XXXII, §. 3.
^
St. Tose, Tom, 9. 27
302 COSTUMI
PARTE QUINTA
RELIGIONE
g. I. LVesuraendo il già detto sul primo stabili-
mento della cristianità fra noi, si trae dalle voci
tradizionali, che per altro alle antiche cronache
appellano (i), aver Frontino e forse anche Paoli-
no discepoli di s. Pietro fino da'tempi di Nerone
imperatore introdotta fra noi questa religione di
Cristo , ma ciò occultamente, e da pochi fedeli
praticata, per timore della persecuzione alla quale
andavan soggetti i primi cristiani. S. Frontino fu
dunque per quanto sembra il primo vescovo che
occupasse la spopolata diocesi di Firen2.e (2)^
mentre i di lui diocesani battezzati esser dove-
vano ben pochi per causa delPanzidelta persecu-
zione contro di essi , finché, secondo le volgari
tradizioni, occupò la cattedra episcopale s. Feli-
ce nel 3 1 3, come assai giustamente opinano i no-
stri scrittori (3), i quali aggiungono che la prima
cattedrale fu eretta, secondo essi, nel SgS, e con-
sacrata da s. Ambrogio vescovo di Milano (4)-
Proseguono poi a dire che circa Tanno 402 ebbe
DEI TEMPI REPU6B. PARTE V. 3()3
fondamentale principio il vescovado di s.Zauobi
in Firenze (5), e d'allora in poi aumentava il nu-
mero dei diocesani , ad onta del martirio che a
molti di loro facea si soffrire neiranfiteatro di Fi-
renze, del quale sussistono tuttodì non poche
vestigie (6). Ma ad onta dei molti e reiterati sfor-
zi de'gentili e di tanto spargimento di sangue dei
martiri, per reprimere il nascente cristianesimo,
questo alPincontro si dilatò d"'allora in poi sem-
pre più in una prodigiosa maniera, come notam-
mo in addietro (7).
g. 2. Fu di grave cordoglio per la Toscana
tutta non meno che per V Italia la morte della
contessa Matilde nel luglio delPanno iii5, don-
na illustre pel valore, per la pietà e per la pru-
denza; principessa che avea fatto da regina nella
Italia senza portarne il titolo; protettrice esimia
dei papi per lungo tempo, e donatrice delle sue
terre alla romana chiesa sotto Gregorio VII, e
sotto Pasquale II. Ma la sua eredità fu seminario
di liti fra i pontefici romani e gì' imperatori. In
questo tempo andarono in sinistro pei cristia-
ni crocesignati le ìmpresedaloro tentate in A.sia,
dopo di che i crociati ed altri cristiani occidentali
si contentarono di operare gloriosamente contro
i maomettani in terre men lontane.Fu intrapresa
col beneplacito pontificio una lotta a danno dei
saraceni occupatori delle isole Baleavi. La poten-
za saracenica. dappoiché i latini erano andati con-
tro quella nelle orientali terre , erasi indebolita
anche in Europa ed in Affrica. NelTaccennata ten-
zone i pisani si ricopersero di gloria sopra lutti gli
3o4 COSTUMI
altri. La chiesa romana per gran tempo afflitta dalle
vessazioni e pretenzioni d'Arrigo V ebbe finalmeu-
le solida pace, lo che accadde nel iiaa, e fu allora
che nella Germania Norberto gran signore ale-
manno istituì l'ordine premonstratense dei cano-
nici regolari, che nel 1126 ottennero da Onorio
Il ogni conferma. 1 Premonstralensi seguitarono
la regola di s. Agostino, e presero Tabito bianco
di lana. Ma sopra lutti gli altri uomini celebri di
quel tempo si dee mostrar Bernardo, che abbrac-
cialo ristitulo monastico di Cisterzio, fu poi abate
di Chiaravalle (8).
g. 3. Nel maggio del 1 134 fu tenuto da Inno-
cenzo II un numerosissimo concilio tra i pisani,
dove furono lanciate nuove scomuniche coni io
l'antipapa Pietro di Leone col nome di Vittore III
e suoi fautori. Non erano stali mai per T innanzi,
uè mai più furono in avvenire, scrive il Denina,
più gloriosi tempi per Pisa. Quivi si trattarono
affari ecclesiastici e secolari di tutta TEuropa, e
vi convennero come in sicuro porto nobilissimi
principi d'ogni parte ed il fiore tulio della cristia-
nità. Ma quegli che riluceva in Pisa fra tanti rag-
guardevoli personaggi fu il santo abate di Chiara-
valle Bernardo, che il primo e quasi solo reggeva,
per così dire, la bilancia in quella diversità di pa-
reri, e fece cambiar la faccia agli affari della chie-
sa e deir impero d* Occidente . Quivi pure fu
efficacemente sostenuto il sistema delle crociate
tanto a vantaggio di Gerusalemme, quanto con-
tro i saraceni della Spagna, con promesse e mi-
nacce, con pene e premi.ma le operazioni mili-
DEI TEMPI REPUBB. PARTE V. 3o5
tari dei crocesigiiatì essendo andate in sinistro,
non per mancanza di valore, ma per tradimenti
dei greci, dopo ch**ebber visitato Corrado e Lodo-
vico i luoghi santi se ne tornarono ai loro regni,
avendo la tristezza nel cuore come nel volto (9).
g. 4« Sotto il pontificato di Eugenio III accad-
dero le istituzioni ed i più antichi aggrandimenti
de'primi ordini sacro-militari in Oriente e in Oc-
cidente^i quali si sparsero in seguito anche tra noi.
Per la prima volta Tanno 1118 s''immagìnò d'uni-
re insieme la vita religiosa e la professione delle
armi. In quelPanno alcuni pii cavalieri, tra i quali
non pochi toscani, vollero consacrarsi ni servizio
della religione, e nelle mani del pa!riarca latino di
Gerusalemme promisero d' osservare perpetua-
mente castità, obbedienza e povertà. DalPaver e-
glino ottenuto allora un alloggio in Gerusalemme
nel palazzo vicino al tempio si dissero templa-
ri. Quei nuovi cavah'eri religiosi ebbero in prin-
cipio da''vescovi il precetto di mantener sicure le
vie pubbliche a favore de^ pellegrini, e neir an-
no iiaS da Bernardo abate fu composta per essi
una regola coli' approvazione del pontefice. Co-
sì altri ordini di simil genere sursero nella Spa-
gna ed altrove a danno degrinfedeli,che infesta-
vano i paesi crisliatìi. Ma gli spedalieri di s. Gio-
vanni di Gerusalemme,ultiraamenledetti cavalieri
di Malta, lian la gloria d'*essere stati anche prima
dei cavalieri di s. G iacomo di Calatrava e del Tem-
pio, In tre gradi furono distribuiti gli spedalieri
di s. Giovanni, cioè in nobili, in cappellani e in
fratelli servienti. Portarono questi cavalieri una
3o6 COSTUMI
croce bianca sopra un abito nero, ed in tal modo
si distinguevano dai templari, che sotto il ponti-
ficato di Eugenio III si videro ornati di una cro-
ce rossa sopra l'antico loro abito bianco,e sigli uni
che gli altri furono in parte toscani (io).
g. 5. Nacquero dei dissapori Tanno 1188 tra
rimperatore Federigo Barbarossa ed il pontefice
romano. Pervennero allora i lamenti di Urbano
III per la ritenzione del patrimonio della contes-
sa Matilde lasciato alla sede apostolica, con altri
interessi, ma senza frutto. Più fiera calamità si
legge nelle storie accaduta in quel tempo alla
chiesa. Mentre rianimavasi in Occidente lo zelo
per le crociate, Saladino, dai cui cenni pendevano
ormai tante genti asiatiche , entrò nel regno ge-
rosolimitano, con un esercito di cinquantamila
uomini. Da lui furon prese varie città, e disfatto in-
tieramente l'esercito cristiano verso Acri già To-
Jemaide^ frutto forse il più gradito del gran con-
flitto apparve ai maomettani la presa della vera
croce nel campo stesso della battaglia; ed al con-
trario la perdita di quella produsse il più grave
cordoglio ne'fedeli sì orientali come occidentali.
Giunti i nemici in Gerusalemme ne discacciaro-
no tutti i latini, e le chiese furon ridotte a njo-
schee, fuori di quella del santo Sepolcro, perchè fu
considerata come una sorgente di ricchezze pel
principe , a causa dei continui pellegrinaggi alla
medesima, e così ebbe termine il regno gerosoli-
mitano dopo una vita d'ottantott'anni. Il re Gui-
do, i gran-maestri dei templari e degli spedalieri,
diversi principi e signori divenner prigionieri
DEI TEMPI REPUBB. PARTE V. 3o7
di Saladino, il quale per buona fortuna nutriva
nella sua potenza sensi di magnanimità e di cle-
menza, k lui bensì riuscì inutile ogni tentativo
contro Tiro bravamente difesa da Corrado figlio
del duca di Monferrato con l'aiuto efficacissimo
dei pisani. Quando accaddero tali fatti i cavalieri
del Tempio eran doventali odiosissimi per le loro
crudeltà, rainne e impudicizie ai maomettani ed
ai cristiani (ii).
g. 6. Volgiamo ora il discorso alla disciplina
cerimoniale che la chiesa osservò nel secolo XII.
Era costume che agi' infanti appena battezzati
davasi a succhiare la sacra Eucaristìa sotto la spe-
cie di vino . L' uso di celebrar la messa quoti-
dianamente era frequente ma non generale. F»i
proibito amministrarsi l'Eucaristia sotto la specie
di pane inzuppato nel prezioso Sangue. Quando si
cominciò a dispensare le indulgenze plenarie ai
crocesignati , le penitenze pubbliche andarono in
disuso. Dovea per altro ciascuno confessarsi pri-
ma di cominciare il digiuno delia quaresima, per-
chè sarebbe stato un rovesciar Pordiue se si fos-
se voluto punire i peccati prima di confessarli; Io
che prova abbastanza l'uso della confessione an-
nuale e della comunione pasquale . Si parlò in
questo tempo di un patrimonio che sostenesse gli
ordinandi, e si dichiarò che un prete benestante
poteva ordinarsi con patrimonio di famiglia senza
che fosse patrimonio ecclesiastico. Nel concilio di
Reims furono dichiarati nulli i maritaggi dei chie-
rici costituiti in sacris e quei dei religiosi o delle
religiose. Fu in oltre proibita nel terzo concilio
3o8 COSTUMI
laleranense la pluralità degli ecclesìaslici benefizi
«ella medesima persona, ed era proibito agli eccle-
siastici costituiti in sacris l'addossarsi affari tem-
porali^ altra proibizione si fece loro di vestirsi a
vari colori, e di esercitare medicina ed avvocatura.
1 religiosi non potevano accumular peculio fuori
del bisogno. k\ secolari che fossero morti nelPe-
sercitarsì nelle giostre e duelli, ed in altri peri-
colosi divertimenti, era negata la sepoltura eccle-
siastica (la). La ragione addotta dai padri di di-
sapprovare le giostre ed i tornei, fu che i cavalieri
mettevano a riscliio la vita dell'anima e del corpo.
g. 7. Tra la fine del secolo duodecimo ed il
principio del decimo terzo videsi dominare una
brama di libero governo e di potenza, per il che do-
vettero poi soggiacere alle più vigorose repubbli-
che i nobili castellani della campagna, ed i feudi
posseduti anche dai vescovi e dagli abati, vale a
dire dalle chiese e dai monasteri (i3). Wulladi-
meno alcune case o chiese potettero mantenere
tra gl'italiani le loro signorìe, di che qui si recano
esempi i più rilevanti per la Toscana . In quelle
popolazioni, i cui abitanti erano soggetti diretta-
mente al vescovo come al loro signore, il vescovo
stesso vi mandava pretori, rettori, giudici, mini-
stri in somma che dicevansi potestà. Il primo ve-
scovo che nei suoi castelli mandasse giusdicenti
fu Giulio nel secolo duodecimo (14), benché non
se ne trovino esempi nei monumenti antichi se
non nel secolo XIII. Del resto i vescovi non e-
leggevano soltanto i pretori o potestà, ma ezian-
dio i consoli e rettori inferiori dei luoghi ai quali
DEI TEMPI REPUBB. PARTE V. 809
comandavano. Quando per altro il vescovo eleg-
gevasi un rettore, ne chiedeva il consenso e Tap-
provazione alla repubblica . Se mai nasceva di-
scordia o controversia alcuna tra il vescovo ed il
comune sulla giurisdizione episcopale nei suoi
castelli e terre, allora si riportavano al giudizio
di un legalo apostolico. Se il popolo non avesse
voluto accettare il pretore , allora il vescovo
implorava soccorso dal potestà di Firenze . Nel-
r anno i3ai i priori delle arti ed il gonfalone
o vessillifero di giustizia stabilirono che il ve-
scovo dovesse avere il braccio secolare dal co-
mune di Firenze in sussidio del suo diritto e
dell'episcopio: così altre leggi furono emanate in
favore della ecclesiastica libertà. Se per altro i
popoli volevano esperimentare ì loro dritti con-
tro il vescovo, se ne agitava la causa davanti al
potestà di Firenze, ed il giudice la definiva colla
sua sentenza. Siccome i visdomini erano custodi
e difensori dei beni episcopali , così Tuso di essi
sarà stato antichissimo nella chiesa: se dunque
ebbe sempre sussistenza V uffizio dei visdomini
nella medesima famiglia fiorentina, non sarà dif-
ficile ch'esistessero fino dai tempi dei longobardi
e dei goti ( i5).
§. 8. Nel 1295 o ivi intorno venne in animo
ad un pio religioso detto Fra Guiltone di Viva di
Michele d'Arezzo, cavaliere delPordine della Ver-
gine Maria detto dei Gaudenti , essendo in età
molto avanzala , di fondare un eremo delPordi-
ne camaldolense per sua devozione, e per van-
taggio dell'anima propria . A tal effetto avendo
3lO COSTUMI
trattato col generale don Frediano del sacro ere-
mo dei CamaldoH, convenne che a suo piacimento
edificar potesse il proposto romitorio come stava
quel deir eremo, in cui vi potessero abitare sei
monaci almeno, e che fosse libera al predetto ge-
nerale l'elezione del paese o della città dove eri-
gere quel convento , promettendo il fondatore
ogni cosa e spesa necessaria fino alla totale per-
fezione deireditìzio^ dopo di che il generale fissò
che questo si erigesse in Firenze, ove si vede star
di presente col nome di monastero degli Angioli,
in luogo nominalo Cafaggiuolo. Compito Tedi-
fizìo fu stabilito a tutto rigore di regola eremitica,
essendo slate fatte le celle segregate del tutto dal
commercio dei secolari, e l'oratorio col solo lume
di quelle piccole buche o finestrelle vicino al
tetto, e per lo lungo, come si osservano nelle
cappelle che contano un''epoca molto antica. L'au-
sterità monastica introdottavisi produsse vantag-
gio temporale e spirituale pei religiosi^ talché ol-
tre la riverenza avuta pei medesimi , non furon
pochi i legati pii,e le elemosine lasciate loro da
devote persone. Avvenne frattanto che nel iS-JS
Firenze fu colpila dalla peste, morìa che non ri-
sparmiò il monastero degli Angioli; essendo rima-
sti estinti la maggior parte de'religiosi, convenne
che venissero altri monaci dalferemo maggiore.
Ma nel 1378 per una popolare insurrezione fu as-
salito e saccheggiato il già detto convento, ed uc-
cisi alcuni dei frati, e dopo questo avvenimento
air occasione di riordinare le cose del convento
seguì una variazione nella regola di quegli ere-
DEI TEMPI REPUBB. PARTE V. 3ll
miti, ì quali tralasciato il rigore di loro antica di-
sciplina si ridussero a più larga raaniera di vivere,
passando da eremiti ad esser ceiiobiti, e variando
inclusive Tabito da quel di Camaldoli che aveano
usato fino a quel tempo (a)(i6), e dall'ora in poi
si videro per Tltalia, principiando da Roma, fon-
dati altri monasteri di quest'ordine riformato.
§. 9. La pietà dei fiorentini fu mossa nel 12.98
ad elevare dai fondamenti nella lor patria un''am-
pia chiesa e magnifica, la quale dopo che fu ter-
minata la disser chiesa di santa Maria del Fiore
e di santa Reparata vergine e martire, finché poi
dimenticò il popolo un tal nome (17). In questa
cattedrale e metropolitana il vescovo fiorentino,
oltre i suoi dritti episcopali, aveva altri dritti e
privilegi ( 1 8). La metropolitana senese, ove si dice
che nel 1069 fu tenuto un concilio in cui fu de-
posto l'antipapa Benedetto ed eletto Niccolò li, si
consacrò nel 1 179 da Alessandro III senese con
pompa solenne (19). Non prima dell' anno iai8
di nostra salute si pensò dagli aretini ad edificare
la moderna lor cattedrale (20). Il tempio principale
della città e chiesa cattedrale di Pistoia che nel
secolo quinto era dedicato a s. Martino vescovo
di Turs, fu nel 144^ consacralo dal vescovo Do-
nato dei Medici ed intitolato a san Zenone (ai).
L^antìco tempio di s. Vincenzio in Cortona dopo
essere stato cattedrale dal i3a5 al i5o8, fu ridot-
to a parrocchia ^ e in quella vece si riedificò la
chiesa di santa Maria per uso di cattedrale con
»
(a) Vad. lav. XCV, N. 3. m
3ia COSTUMI
aggiungervi le Ire navate sostenute da colonne
di pietra serena (aa). àirantichissima basilica vol-
terrana dei santi Pietro e Paolo situata nel luogo
detto Castello , fu portata la cattedra episcopale
nella chiesa dedicata a IVIaria Santissima Assunta
in Cielo, e consacrala da papa Callisto nel 1120,
transitando per Volterra nel trasportarsi dalla
Francia a Roma ad assumere il pontificato (aS).
La prima volta che trovasi nominata nelle carte
antiche la cattedrale di Chiusi è nel 1191 (24).
La cattedrale di Massa marittima credesi riedifi-
cata nel laaS (a5). La cattedrale ch'era un tempo a
Roselle fu traslocata colla sede vescovile a Gros-
seto tino dal ii38 (a6) . Montalcino e Pienza
furon città erette in vescovadi da Pio II, nelPul-
tima delle quali vi costruì una bella cattedrale
e un comodo episcopio , un magnifico palazzo «
le diede il suo nome (27).
g. IO. Tornando alla storia vi troviamo che
fin dal tempo in cui si celebrava il capitolo gene-
rale dei Minori, fra Elia loro ministro in Toscana
tentò di far moderare la grande austerità della
regola francescana, ma san Francesco ne difese
Tumiltà e semplicità con santo zelo. NelP andar-
sene poi egli in Egitto lasciò il nominato Elia
come suo vicario generale. La regola e la vita dei
frati minori è d"'osservare V evangelio , vivendo
nelPobbedienza, nella castità e nella povertà(28).
Chiuderemo le- narrazioni intorno al secolo XIII
coli' osservare, che nella disciplina ecclesiastica
fu ordinato che i fedeli ascollassero nei di festi vi
il divino ufficio, e specialmente la messa alle loro
DEI TEMPI REPUBB« PARTE V. B 1 3
parrocchie^ e in un sinodo di Valenza delFanno
ia48 si udirono lamenti, perchè molti laici igno-
ravano il Pater noster e perfino il Credo^ perii
che fu prescritto da quel medesimo sinodo , che
i parrochi dovessero recitarlo ad alta voce per
pubblica istruzione alle ore di prima e di com-
pieta (a9>
g. II. Si deequi rammentare in oltre che sette
cittadini fiorentini tocchi da divino spirilo, e ri^
nunziati i loro beni si ritirarono a Montesinario,
ove separati da ogni umano consorzio , se non
quando capitavano alla città per provvedersi da
vivere, furono dai fanciulli incominciati a chia-
mar servi della Madre di Dio {a) . A. ninna cosa
ebber costoro meno indiritto V animo che a far
congregazioni e radunanze*, ma veggendo di vera
necessità convenir loro d^ avere un alberghetto
in Firenze, ove ripararsi quando venivano per le
elemosine, che i religiosi usan chiamare ospizio ,
comprarono un luogo fuori della città ove dice-
vasi a Cafaggio , e quivi edificata una piccola
chiesetta intitolala Madonna Santa Maria di Gra-
zie, incominciò in qualche spazio di tempo da
una devotissima dipintura delfàngiolo, che an-
nunziò alla Vergine il nascimento del Figliuolo
di Dio, a chiamarsi con nuovo nome la Nunziata.
Questa per molte e quasi continue grazie e mi-
racoli, ch"'è piaciuto a Dio di fare apparire esser
falli per mezzo di essa Santa Immagine . dette
principio al nuovo ordine dei Servi (^3o).
(«) Ved. tav. XCV, N. 4.
Si, Tose, Tom, i), 28
3i4 '• COSTUMI
g.i2. Si legge anche nelle pompe senesi deli'U-
gurgeri, che il beato Bernardo Tolomei , il beato
Ambrogio Piccolomini , e il beato Patrizio Patrizi
nobili senesi , circa la fine del XIV ed il prin-
cipio del XV secolo furono autori della religione
dei monaci di Monte Oliveto . Fu il Tolomei
che nauseato degli sludi legali, dettesi a quello
delle leggi divine. Un giorno accadde che in luo-
go della sua consueta lezione cattedratica di leg-
ge, si licenziò dalla scolaresca, ed esagerando il
disprezzo della vita del mondo, s'incamminò per
la strada del cielo, e fatti da lui consapevoli il
Piccolomini ed il Patrizi, suoi amici i più stretti,
persuaseli a secondarlo in questo suo pensamen-
to. Stabiliron per tanto di ritirarsi nel monte di
Arcona, detto il Monte Oliveto, luogo orrido e
solitario, distante i5 miglia da Siena, e perciò at-
tissimo a trarvi una vita contemplativa. Que^santi
giovani vi si trasferirono insieme, e vi inalzaro-
no capanne di creta e stoppia per abitarvi . Sa-
putosi ciò dagli abitanti delle vicine contrade vi
accorsero devoti per ammirare i virtuosi atti di
quei religiosi e seguirli in sì aspro ritiro. Quivi
intjaramati dal Tolomei al servizio di Dio, cora-
niettevansi alla di lui disciplina , ed in breve
tempo molliplicaron tanto i romiti seguaci del To-
lomei, che non potendo negli angusti tuguri già
edificati abitare, stavansi la maggior parte in al-
cune spelonche ivi contigue, convenendo però in-
sieme a recitare i divini uffizi, e gli altri esercizi
spirituali. Volle per altro il sommo pontefice Gio-
vanni XXlI.che siccome lordine monastico di s.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE. V. 3l5
Benetto era in Italia affatto rilasciato, così per ri-
chiamarlo all'antica chiarezza si sottomettessero i
romiti d'Arcona a quelPistituto, « vestissero Pa-
bito monastico all'uso dei benedettini, ma bianco.
Quesfè Torigine e progresso della religione o con-
gregazione dei monaci bianchi di MonfOli ve-
to (a), confermata da Clemente VI romano pon-
tefice (3i).
g. i3. Nell'anno iZGy circa da Giovanni tiglio
di Pietro Colombini nobile senese fu istituito
Tordine dei frati gesuati, così detti per Tamore
che portavano a Gesù. Stettero in principio due
anni e più sertóa adunarsi congregati, attendendo
al servizio d/Dio^ quindi occuparonsi di ammae-
strare e predicare in più luoghi. Sentendo poi que-
sti religiosi che Urbano V pontefice veniva in
Italia, presentaronsi a lui ed ebbero Tapprovazio-
ne dell'ordine. Il papa volle che per V avvenire
vestissero una tonaca bianca di lana con cappuc-
cio. Morto Giovanni Colombini ebbero da papa
Martino V la conferma dell'ordine, il quale si
chiamò d' allora in poi V ordine dei gesuati di
8. Girolamo, e furon dichiarati mendicanti da pa-
pa Pio Y r anno 1667, ed ottennero le preroga-
tive accordate agli altri ordini mendicanti. In prin-
cipio andavano scalzi coi soli zoccoli , ma in se-
guito portarono le calze, e cambiarono inclusive
il colore dell'abito. In principio erano soltanto
laici, ma poi cercarono d'arare gli ordini eccle-
»i
' Ca) Vcd. tav. XCV, N. 6. i
3l6 COSTUMI
siastici e Polteunero nel i6ia dal pontefice Pao-
lo V (3a).
^.14. In quel tempo e precisamente circa il i3Go,
Carlo de'Conti Guidi, di quel ramo che tenne la
signorìa di Monte Granelli nel Casentino, ritira-
tosi nelle pendici meridionali di Fiesole, v'istituì
la congregazione di s. Girolamo ora soppressa, la
quale prima professava le regole di detto s. dot-
tore, e poi nel 144' quelle di s. Agostino, dichia-
rando quel monastero capo d''ordine e residenza
del generale; a ciò persuaso dal padre Giovanni
dell'ordine de*'predicatori, ed aiutato da s. Anto-
nino poi arcivescovo di Firenze (33). Molte in
questi tempi furono le congregazioni religiose
sì in Italia che altrove, le quali professavano le
regole di detto santo dottore, come anche eremì-
<ani di s. Girolamo ebber nome quelli isliluili in
Montebello presso Urbino, da Pietro della cele-
bre famiglia Gambacorti di Pisa (34).
g. i5 . Presso Siena pure ebbe principio la
congregazione dei canonici regolari di s. Salvado-
re da Stefano senese dell' ordine de''romitam di
s. Agostino, che per comando di Gregorio XII fu
fatto canonico regolare. Questi canonici ora sop-
pressi in Toscana furono volgarmente detti Sco-
pelini, dalla chiesa di s. Donato di Scopeto in Fi-
renze, che Martino V unì alla chiesa di san SaU
vadore(35).
g. 16. Circa il 1400 san Bernardino da Siena
della famiglia degli Albizzeschi, essendo stato co-
stituito primo general vicario della religione dei
minori conventuali di s. Francesco in Italia, rifor*
DEI TEMPI REPUBB. PARTE T. 3 17
mò ed a più stretta regola ridusse quest'ordine,
già di troppo esleso, ed istituì quello dei minori
esservanti detti zoccolanti (a). Formando così due
famiglie di una sola, gli uni dagli altri si divisero,
assoggettandosi ognuno in prima alPobbedienza
di un particolar vicario, poi di un supremo gene-
rale (36).
g. 17. Essendosi fatta parola de IP origine ed
istituzione di varie religioni e luoghi pii in Tosca-
na, non si deve ora passare sotto silenzio l'origine
della celebre ed utile compagnia della Misericor-
dia. Trattenendosi i facchini della città di Firenze
neir ore di ozio in una cantina posta sulla piaz-
za di s. Giovanni, e passando quelle ore al fuoco
ed a giuocare, accadde, che un tal Pietro di Luca
Borsi, uomo di avanzata età, scandalizzato di sen-
tir proferire dai suoi compagni con bestemmie il
nome santo di Dio, propose loro , che ogni qual
volta avesse alcuno avuto ardire di proferire be-
stemmie contro Dio e sua I>Iadre SS. dovesse im-
mediatamente con ogni rigore porre una piccola
moneta in un cassetto a tal effetto destinato. Pas-
sato molto tempo, ed accunmlata cosi buona som-
ma di denaro, il detto Pietro fece altra proposta di
maggior profitto della prima, di fare cioè sei zane
atte e capaci di potervi adattare una persona , e
deputarne una per ciascun sestiere della città, con
eleggere quel facchino o facchini che doveano por-
tarla settimana in settimana, dovendo esigere da
quel cassetto una ricompensa pecuniaria per cia-
(n) Ved. tav. XCV, N. 5.
28
3l8 COSTUMI
scun viaggio che avessero fatto nel condurre ipo-
veri maiali in luoghi di Ioropiacere,corae pure altre
persone cadute o trovale morte. Molti anui duraro-
no in qnesto caritatevole esercizio di misericordia,
ricusando anche grosse somme loro offerte per ciò
fare, finché per le sue carilatevoli cure e zelo verso
la misera umanità tanto fu applaudita, ed in mo-
do notahile accresciuta, che protetta da lutti i
sovrani ben presto si estese in molle città di To-
scana, e dell'Italia (a). Venne pertanto a morte il
detto Pietro, ed un altro di loro avendo provvedu-
to per ispirazione divina una tavola con un Cristo
morto, ai piedi del quale era una cassetta colla
iscrizione y^z/e elemosina per i poveri infermi e
bisognosi dellacitfà. e postala presso la porta di
s. Giovanni nel dì del Perdono, tanta fu la som-
ma che vi trovarono, che ascese a circa fiorini 5oo,
i quali furono bastanti a comprare alcune stan-
ze sopra le dette cantine, e formarne uso di com-
pagnia . Fece quindi inalzare sulla piazza di san
Giovanni un oratorio, nel luogo ov** era la torre
del Guardamorto, e poi acconto ad essa la sjia resi-
denza. Per il zelo adoprato da questa compagnia
in soccorso della povera umanità neirorribile pe-
ste del 1348, le furono fatti innumerevoli legati,
e bene spesso lasciata esecutrice di molte opere
pie , e particolarmente da un Mone Fantini del
popolo di santa Reparata, il quale nel iSS^ {ece
testamento , dispensando le molte sostanze che
aveva accumulate in onoredi Dio e sovvenimen-
to di povere e religiose persone (3^),
(ti) Ved. lav. XCV, N. 7.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE V. 3l9
g. i8. Né voglio lasciar di notare che dal pon-
tefice Innocenzio fu collocato nel numero dei
santi un tal Pietro da Verona frate di san Dome-
nico, che fu poi san Pier martire cognominato.
Questi venne in Firenze, e quivi predicò contro
gli eretici di quel tempo , e seco loro combattè
non solo colle parole, ma colle armi eziandio, e
coir aiuto dei suoi proseliti li vinse, e si narra
che venute alle mani un giorno queste due parli
di qua e di là dall'Arno furono sconfitti gli ereti-
ci , per cui se ne pose memoria a santa Felicita
con la statua di esso santo posta sopra d' una
colonna , ed in san Sisto di qua dalP Arno col
segno della croce collocata sopra altra culon-
na^(3c^).
g. 19. L'avvenimento strepitoso ch'aio sono
per accennare,quantunque non appartenga diret-
tamente alla Toscana, pure non debb** esser qui
trascurato mentre ne fan parola tutti gli storici.
I cavalieri templari ridotti nelT età della quale
ora tratto ad una considerabile autorità pel nu-
mero esorbitante di quindicimila, e pel possesso
di vistose ricchezze, producenli per ordinario la
rilassatezza dei costumi, destarono Pattenzione e
l'invidia del re di Francia, nel cui regno avevano
i maggiori possessi. Questi pensò di valersi della
posizione di quel corpo morale per arricchirsene,
come poco prima carpile aveva le ricchezze degli
ebrei, cacciandoli dal suo regno sotto pretesto
di religione. Filippo il Bello domandò al pontefice
Clemente V. ed ottenne di poter porre sotto pro-
cesso i cavalieri templari , e nel i3 ottobre del
^20 C 0 S T tJ M t
i3o^ improvvisamente fece trarre in orrido car-
cere tatti i templari ch'erano in Francia, e furono
accusati dei più obbrobriosi e nefandi delitti .
Certo è che col barbaro uso della tortura, alla qua-
le erano sottoposti , era libero il campo di far
comparire colpevole chi non lo era. È probabile che
i templari a cagione delle immense ricchezze loro
si fosser dati ad un vistoso lusso e libertinaggio,
e forse anche a qualche abominevole misteriosa
pratica, per cui fu detto che le accuse loro impu*
tate non erano tutte vere ne tutte false, ma no-
nostante da nessuno si approvava il rigore col
quale furono trattati, e non pochi scrittori li dis-
sero martiri della cupidigia del re Filippo, giac-
che molti di loro furono bruciati vivi , e gP im-
mensi beni dell'ordine confiscati, non pochi dei
quali passarono alPordine de'cavalieri che poi si
disse di Malta.
g, 20. Narrasi ancora che nel i344 accadde
un fatto che mostra T abuso della potenza degli
inquisitori ecclesiastici. Era fallita la ragione Ac-
ciaiuoli: Silvestro Baroncelli consorte di quella
ragione sotto la fede del magistrato de'priori u-
scìva dal palazzo. dov''era andato per accomodare
gli affari di questa ragione. Uscito appena , ac-
compagnato dai ministri del magistrato, fu dalla
famiglia del potestà arrestato ad istanza di Fra
Piero dell'Aquila , inquisitore ed agente del car-
dinale Sabinese spagnuolo , creditore di quella
ragione di dodicimila fiorini d'oro. Irritati i priori
fecero liberare il Baroncelli, e con ingiusta cru-
deltà tagliar le mani agliesecutori.il potestà chiese
DEI TEMPI IREPtBB. PARTE V. Zit
perdono e Tottenne, ma rinquisitore scomunicò
il magistrato , pose la città sotto Tinterdetto. e
partì per Siena . Dettero di nullità i fiorentini
alla scomunica con un atto pubblico di notaio, e
mandarono ambasciatori al papa in Avignone a
lagnarsi dell'inquisitore, portando intanto 5ooo
fiorini al cardinal Sabinese, e facendo il comune
mallevadorìa del resto . Fu poi fatta legge che
l'inquisitore non si dovesse mescolare in altro
che nelle cose di religione, e che gli eretici do-
vessero avere pene personali e non pecuniarie, e
che ninno esecutore ricevesse ordini che dai se-
colari magistrali (39). Fu ancora ordinato che né
inquisitori né vescovi avessero dritto di dar pa-
tenti di portar armi: i soli vescovi di Firenze e di
Fiesole a dieci persone, a sei T inquisitore, che
soleva abusivamente darla a tanti da rilrarne cir-
ca mille scudi Tanno (40).
g. ai. La storia qui è giunta ad un''epoca delle
più calamitose d'Europa. NelPanno i348 si ma-
nifestò e crebbe il flagello della mortifera pesti-
lenza: dair Italia passò ad altri regni di Europa.
In sì lacrimevole calamità si dovette ammirar lo
zelo santo di moltissimi ecclesiastici dell'uno e
delPallro clero, i quali bramando di esser vittime
della carità apprestavano agli appestali i soccorsi
della religione e della umanità . Le indulgenze
concedute allora dal pontefice furono anch'" esse
opportunissirae per animare i cristiani all<^ più lo-
devoli opere di misericordia. Fu allora che fin-
dulgenzadel giubileo conceduta dagli antecedenti
pontefici ogni secolo, si concesse ai fedeli di cin-
3 22 COSTUMI
quanta in cinquant' anni , ond'essi fedeli tulli,
qualora fossero loro concessi vari anni di vita, ne
potesser godere, cominciando dal i33o, purché
visitassero le chiese di s. Pietro e Paolo, e dì s.
Giovanni Laterano in Roma. Venne per tanto il
tempo prefisso per la celebrazione decretata del
giubileo, ed a quello concorsero i cristiani da ogni
parte in si gran numero,che se ne fa menzione iik
tutte le storie di que'tempi (^i). Scrive il Villani
che nei primi mesi delPanno santo si trovarono a
Roma, sempre succedendosi gli uni agli altri, da
mille migliaia, alle dodici centinaia di migliaia di
pellegrini. Venendo la stale cominciò a mancare la
gente, ma non in maniera che non vi fossero di
continuo più di duecento migliaia di forestieri (42).
§. 22. Le fazioni, le guerre, le pestilenze, gli sci-
smi ed altri trisl issimi avvenimenti contribuirono
assaissimo alP accrescimento della generale rilas-
satezza della cristianità dì quel secolo^ le stesse pie
istituzioni ch'ebbero origine in occasione della pe-
ste furono poco appresso occasione di p eggiori
scandali. Un segno si chiaro dell'ira del cielo, qual
fu quel mortifero contagio, non servì punto a
correggere i costumi corrotti, ma anzi furon ve-
duti allora il lusso, la mollezza, Tinconlinenza e
tutti gli altri vizi farsi peggiori. I ribaldi e scelle-
rati si dettero con maggiore audacia a violare ogni
legge, per essere in quella mortalità o manca-
li o meno atti a farle osservare magistrati e ret-
tori delle città . Quei che scamparono dall'auzi-
detta calamità e rimasti soli credettero di doversi
godere con più larghezza i beni da loro ereditati.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE V. 32?
Ma dopo la contemplazione dì sì trista pittura ,
facilmente può conoscersi che opportunamente
furono celebrati nel secolo decimoquarfo tre
giubilei a Roma, e che i pellegrini giunti colà In
numero grandissimo potettero essere eccitati alla
compunzione e ad un miglioramento della vita mo-
rale. In quel secolo ebber principio varie confra-
ternite come altre più rigorose l'ebbero ne''secoli
precedenti , e nacquero nella pia commozione
dei popoli, e certamente produssero anche molli
vantaggiosi frutti (43).
g. a3. Nell'anno 1409 fu tenuto in Pisa un con-
cilio assai numeroso. V'intervennero 22 cardinali,
24 arcivescovi, 182 vescovi, e più di 3oo tra abati
e teologi: i generali di vari ordini religiosi, il gran
maestro di Rodi con parecchi commendatori, al-
cune dignità primarie di altri illustri ordini sa-
cro-militari, i rappresentanti di 100 e più chiese
metropolitane e cattedrali; circa a 3oo 'dottori in
teologia e in dritto canonico; e gli ambasciatori
di diversi re e d'altri potentati (H). L'oggetto di
si numerosa adunanza fu di restituire la pace
alla chiesa e toglier di mezzo lo scisma. Questo
concilio proferì sentenza, colla quale Pietro di
Luna sedicente pontefice Benedetto XIII, e An-
giolo Corravo sedicente pontefice Gregorio XII,
furono ambedue dichiarati pervicaci rei di sper-
giuro, e scandalizzanti la chiesa tutta comecché
fomentatori di scisma , temporeggiando di rinun-
ziare ambedue al papato, come aveano promes-
so (45). Dopo dieci giorni i cardinali chiusi in con-
clave inalzarono al pontificato il cardinale Pietro
S24 COSTUMI
Filargo da Candia delTordìne dei minori ed ar-
civescovo di Milano col nome di Alessandro V.
Terminalo il concilio fu fatta la solenne corona-
zione di lui su i gradini della chiesa metropolita-
na . Un cardinale posegli la tiara in capo, dopo
d'aver detto nel bruciar poca stoppa sic transit
gloria Mundi ^ ed alla messa fu letto Tevange-
lo in ebraico ed in latino . Sedeva già nella cat-
tedra di s. Pietro Martino V romano, quando A-
lessandro Cossa, già Giovanni XXIII, fuggi dalle
carceri della Germania, e per consiglio di saggia
politica, o per ispirazione di Dio, oppure per con-
certo già fatto , come nota il Muratori, andò a
gettarsi pubblicamente, nel maggio del i4s9) a*
piedi di Martino V, il quale era allora a Firenze,
riconoscendolo per vero ed unico papa, e rinun-
ziando liberamente ad ogni sua pretensione sul
passato (4^).
g. 2,4. Il concilio di Costanza fu una continua-
zione di quel di Pisa, e quindi si decretò di pas-
sare a Pavia per ivi tenervi un'ultima sessione del
concilio, ma la pestilenza che incominciava a fare
strage ancor là , fece sì che si sospendessero le
conferenze nel loro principio. Fu bensì risoluto
nel tempo slesso di trasferire a Siena Tassemblea
sacra, e là i padri e i deputati celebrarono di fatti
alcune sessioni, nelle quali dopo d'aver contem-
plato specialmente gli articoli circa alla fede con-
siderata già a Costanza, si volsero all'oggetto del-
la riforma della disciplina ecclesiastica (47).
g. a5. Vi fu un concilio nel i438 che incomin-
ciò a^Ferrara, ma per la peste Eug^enioIV lo tra-
DEI TEMPI REPUBB. PARTE. V. 32,5
sferì a Firenze nel febbraio del 14^9, e fu prese-
dulo d.i lui medesima Vi si adunarono i4o
vescovi insieme coli' imperatore Giovanni Paleo-
logo. Stipulato Tatto di soccorrere Costantinopoli,
si convenne di una professione di fede sulla pro-
cessione dello Spirilo Santo^ e omai i due dotti
uomini Bessarione di Nicea , e Giorgio Scolarlo
teologo greco avean fatto plauso a'iatini, edavea-
no eccitato quei della loro nazione con orazioni
robuste ed eleganti alla pace tanto desiata. La
professione sopra il prefato articolo fu concepita
in questo modo. Lo Spirito Santo è eternamente
dal Padre e dal Figliuolo, ed ha dal Padre insieme
e dal Figliuolo la sua essenza e sussistenza, e pro-
cede dalPuno e dall'altro come da un unico prin-
cipio e per unica spirazione. Una tal professione
fu letta nel di 8 di giugno dell'anno 1439 in greco
ed in latino, ed i padri dopo di averla approvata
concordemente si dettero un amplesso scambie-
vole con molta gioia. Dopo di che Giuseppe il pa-
triarca costantinopolitano mostrò ardente brama
anche con istanze, perchè subito si procedesse al
decreto di unione: ma il papa fece intendere che
bisognava acquietar prima tutte le altre coutro-
versie^ e con ciò egli non acconsenti di lasciare
aperta una qualche via agli orientali per ricomin-
ciare lo scisma.
'•^i g. 26. È bensi vero che non costò molta fatica
affieputati delle due chiese lo stabilire un accor-
do in rispetto agli altri articoli, sopra i quali mo-
stravano di dissentire i greci dai latini. Difatto fu
presto dichiarato che si consacra veracemente il
Si, To.sc. Tom, 0, 2\)
32.6 ./ COSTUMI
corpo di Cristo nel pane azzimo, o fermentato ,
quando sia di grano: fu presto dichiarato che le
anime de"" santi godono in cielo una perfetta bea-
titudine, e che quelle del purgatorio sono in un
luogo dove soffrono, ma che non importava sta-
bilire o dichiarare se le loro pene si producono o
dal fuoco, o dalle tenebre,oda qualche altra causa;
fu presto dichiarato che il papa avrebbe godutodei
privilegi del suo primato, come ne godeva innan-
zi lo scisma. Tuttavìa si ricercarono poscia schia-
rimenti sulle predette dichiarazioni, e si domandò
tra le altre cose , se il sommo pontefice aveva
potuto aggiugnere al simbolo la parola Filioque.
Fu risposto con qualche rimprovero e giustamen-
te, ma in maniera da non alterare la concordia: so-
pra un altro quesito che contemplava la liturgìa
subito dopo le parole della consacrazione, la ri-
sposta comparve assai sodisfacente. Al contrario
si disputò non poco nella indicazione dei dritti e
privilegi del primato pontificio^ imperocché i greci
tentarono di contrariarli, specialmente circa agli
appelli ed alla libera convocazione dei conciiii
ecumenici^ pretendevano cioè di stabilire a chiare
note, che il papa dovesse giudicare gli appellanti
alla romana sede per mezzo di deputali sulla faccia
de'luoghi, e che egli non potesse adunar sinodi,
generali senza il consenso dell'imperatore e dei
patriarchi. A. quelle restrizioni si oppose forte-
mente Eugenio IV; ed ottenne finalmente che fos-
se riconosciuta la papale autorità con vocaboli
ampli e generali.
^1 §• a;. Frattanto l'augusto Giovanni Paleologo
DEI TEUPl REPUBB. PARTE V. 3^7
avea rammentato ai suoi che tutti avean bisogno
di tornare alla patria, e fu Ietto il gran decreto in
pubblica sessione , Dissero quindi i padri che la
santa sede apostolica ed il pontefice romano han^
no il primato in tutta quanta la terra, che quegli
è il successore di san Pietro principe degli apo-
stoli, il vero vicario di Gesù Cristo, il capo di tut-
ta la chiesa, il capo ed il dottore di lutti i cristia-
ni. Fu aggiunto che il patriarca di Costantinopoli
fosse il secondo dopo il pontefice romano, il ter-
zo TAlessandrino, salvi però tutti i loro privilegi e
diritti. Il decreto d'unione ch'era in due lingue,
fu sottoscritto da papa Eugenio IV con tutti gli oc-
cidentali, e dairimperatore Paleologo con tutti gli
orientali del concilio. Dopo la lettura e sottoscri-
zione del decreto i padri orientali ed occidentali
ibaciarono il ginocchio e la mano destra al papa,
■e poscia abbracciatisi scambievolmente applaudi-
rono alla stabilita pace e concordia, alla quale
dissenti il solo Marco d'Efeso nemico implacabile
dei latini e della loro causa. Poiché i greci ebbero
sottoscritto il gran decreto esposero di non po^-
lersi più trattenere io Occidente', allora dopo va-
rie interrogazioni sopra alcuni riti ed usi della
chiesa greca e latina, nelfoltobre del 1439 i greci
partirono da Firenze con T imperatore, contenti
della magnanimità e liberalità di Eugenio IV.
g. 28. Ma ^siccome un falso concilio tenevasi
in Basilea non approvato da Eugenio IV, per cui
fu da quello deposto ed in sua vece eletto papa
Amadeo di Savoia col nome di Felice V, cosi dal
re di Francia e da altri principi fu inibito ai loro
BaS COSTUMI
vescovi di portarsi al concilio fiorentino,e non si
temette di proferire sentenza di deposizione con-
tro del papa, condannandolo come perturbatore
della pace ecclesiastica, come simoniaco, spergiu-
ro, eretico ed incorreggibile, ed in fine decretarono
l'elezione d'un novello pontefice (48). Ogni cura
fu adoprala per sostener Felice contro Eugenio,
e i decreti del falso sinodo ingiuriosissimi al le-
gittimo pontefice ne sono una prova evidente .
Il luogo dal quale allora Eugenio scagliava ful-
mini era Firenze. In quella città anche dopo la
partenza de*" greci seguitò a sussistere il conci-
lio , nel quale si ascoltarono molti ecclesiasti-
ci delle popolazioni orientali invitali al conci-
Jio co* greci, ma giunti troppo tardi in Firenze,
quando cioè i greci erano partiti: molte delle
loro chiese conformaronsi alla latina : tali fatti
accaddero negli anni ]444 ^ 4^* ^^ P^^ ^* ^^^^
facilmente, come la buona fede e le proteste dei
deputati non erano il sentimento delle varie sette
d'Oriente, le quali seguitarono a professare nelle
distinte comunioni il nest onanismo. Teutichiani-
smo ed il monotelismo. I soli maroniti, che avea-
uo abbracciata già la comunione della cattedra
apostolica, seguitarono a mantenersi fermi nella
fede ortodossa e nella devozione al papa (49).
g. 2,9. Quei principi che si mantennero nella
obbedienza di papa Eugenio IV non cessarono di
rispettare anche il concilio basilense : che anzi
alcuni di essi pensarono di operare con pruden-
za somma, ordinando che nessun conto si fa-
cesse delle censure del sinodo contro Eugenio, nò
DEI TEMPI REPUBB. PARTE V. 3^9
di quelle d'Eugenio contro il sinodo. Frattanto
Federigo volendo provvedere alla pace della cri-
stianità, fece proporre in alcune diete germaniche
la convocazione di un concilio fuori di Basilea, e
fuori di Firenze. La proposta delle diete per uu
novello sinodo fu accettata dai padri di Basilea
e rigettata dal pontefice, il quale per evitar meglio
la forza d' ogni altra istanza simile, si affrettò a
traslatore il concilio da Firenze a Roma (5o), il
quale cessò quasi subito dopo il falso sinodo di Ba-
silea. Frattanto nella cessazione dei due consessi
basilense e romano, seguitò lo scisma prodotto già
dall'antipapa Felice.
g. 3o. Nel febbraio delP anno 1440 Giovanni
Paleologo imperatore de' greci giunse colla sua
comitiva a Costantinopoli. Parve che una voce sì
alzasse dappertutto per chiamarli traditori della
religione, apostati infami, rinnegati Ialini, azioni-
sti. La cospirazione generale acquistava gran forzi
da'monaci, i quali erano a quei tempi forse i soli
direttori delle coscenze. Crebbe in Costantinopoli
il fanatismo ogni dì maggiormente, e non passò
guari che lo stesso imperatore Paleologo si raf-
freddò nelle cure per considerazioni politiche. Il
suo raffreddamento accrebbe forza ed ardire Dirli
scismatici . Domandarono essi ed ottennero di
tenere una disputa pubblica coi latini. Furono
disputanti Warco d'Efeso e Bartolommeo di Firen-
ze, ma la disputa non ottenne vittoria, benché
ognuno dei due se P attribuisse ; dopo di che
lo scisma s" incamminò al suo pieno ristabili-
mento (5 1).
29*
33o COSTUMI
g. 3 1. Dopo la caduta deirirapero greco, e sotto il
pontificato di Niccolò V, A.nloiJÌno Pierozzi stette
assiso sulla sede vescovile di Firenze, che iMartino
V aveva innalzata alla dignità arcivescovile. Il
nome di Antonino è celebre, e scorgesi eziandio
nel catalogo dei santi della Toscana , ad ono-
re della quale giova qui rammentare come nel
1458, dopo la morte di papa Callisto III, fu inal-
zato sulla cattedrale apostolica dai cardinali uniti
in conclave Enea Silvio Piccolomini vescovo di
Siena, il quale in seguito preso il nome di Pioli,
operò mollo contro i turchi allora inviperiti con-
tro il nome cristiano, e più avrebbe operatosene!
i4oa non fosse restato privo di vita (5a). Sulla
fine del XV secolo non furono minori le calamità
che soffrì la Toscana, le quali ben fanno conosce-
re fin dove giungesse allora l'ardore e la maligni-
tà delle fazioni, il nome di Girolamo Sovonarola
è noto a chi legge questa mia storia, perchè io non
debba qui ripeterne le avventure (53), nja soltan-
to rammentare, che questo frate predicava contro
la depravazione dei costumi del capo e delle meni',
bra di santa chiesa. Aveva egli molti e potenti av-
versari fra gli stessi suoi religiosi, a motivo della
riforma da lui introdotta in s. Marco ed in altri
conventi dell'ordine stesso domenicano (54).
§. 3a. Lodovico XII e Massimiliano I, sovrani
Tuno di Francia, Taltro di Germania, domanda-
rono al pontefice Giulio II la convocazione di
un concilio generale entro un determinato tempo,
con altre condizioni , Anzi poco appresso da un
piccol numero di cardinali congiunti con tre prò-
DEI TEMPI REPUBB. PARTE V. 33 I
curatori di cesare e con quei del re di Francia
fu intimato un sinodo, di cui nel settembre o no-
vembre del i5ii si fece apertura in Pisa, si per
la vicinanza di quella città al mare , come per la
contidenza posta dal prefato re nei fiorentini, ^^è
si lasciò intentato mezzo alcuno per far credere
alle nazioni esser legittima Tasserablea, alla quale
intervennero quattro mambri del collegio cardi-
nalizio, vari vescovi della Francia, parecchi abati
e dottori, i deputati di alcune università francesi,
e gli ambasciatori di Lodovico XII . Tuttavìa si
udì chiamar più comunemente, e quasi con voce
universale, congregazione, non concilio, ma bensì
materia di divisione delPunità della sede aposto-
lica, principio di scisma nella chiesa di Dio, e dia-
bolico conciliabolo. Nelle prime tre sessioni di
tal consesso si rinnovellarono più o meno, e si
applicarono al caso della radunanza stessa diversi
decreti dei sinodi di Costanza e di Basilea, e
fu dichiarato che i padri erano uniti per la ri-
forma della chiesa nel capo e nelle membra. IN ou
sapea digerire il popolo di Pisa di tenere in sua
casa un siffatto scandalo , e mormorava forte e
facea temere qualche sollevazione . Perciò quei
prelati impetrarono da Firenze di poter tenere
una guardia di francesi, ma niediocre, per loro
sicurezza. Nondimeno V assemblea dopo la terza
sessione passò a Milano per timori nati speci:>l-
mente nei quattro cardinali, il che accadde con
somma letizia dei fiorentini e dei pisani . È co-
sa memoranda che Firenze e Pisa furon sotto-
poste all'interdetto ecclesiastico da papa Gitdi'o
33a COSTUMI
appunto per la raunanza illegittima di quei prelati,
ed è noto come ornai ben si conosceva, che „ uu-
trivan quella le questioni dei principi e deyli sta-
ti. (55) „.
g. 33. Restata la sede vacante per la morte di
papa Alessandro VI, T occuparono consecutiva-
mente celebri toscani, Francesco Piccolomini ar-
civescovo eletto di Siena sua patria, e cardinale
giudicato non indegno di tanto eminente grado,
il quale prese il nome di Pio III in memoria di
Pio II suo zio , e 26 giorni dopo la sua elezione
passò a miglior vita : dopo Giulio II vi sali Leo-
ne X, per lo innanzi Giovanni de''Medici fiorenti-
no creato papa l'anno i5i3. Egli condusse a com-
pimento il concilio di Laterano V, convocato dal
suo antecessore Giulio 11^ condannò gli articoli
ereticali di Martino Lutero con una bolla pubbli-
cata nel giugno i520^ decorò con titolo di difen-
sore della fede Enrico Vili per avere impugnato
Lutero con un' opera De septem sacramentisi
inculcò ai filosofi professori nelle università, che
mediante i principii tratti dalla filosofia s' impe-
gnassero a dimostrare rimmortalità deiranima(56).
Fu gran Mecenate degli uomini culti, culto egli
stesso fino a poter dare il nome di secolo di Leone
all'epoca in cui visse, essendo morto nel i5ai.
Dopo non molto videsi assiso nel seggio pontificio
un altro fiorentino, che fu Giulio della stessa fa-
miglia de'Medici, figlio di quel Giulio che restò
ucciso nella famosa congiura de'Pazzi. Il novello
papa prese il nome di Clemente VII' Quando co-
minciò il suo ponticato si appalesarono ovunque
DEI TEMPI REPUBB. PARTE V. 333
mali e pericoli specialmente nelPordiue religioso,
perchè Teresia luterana era moltiforme, polente
ed irrequieta (57).
g. 34. Circa al culto divino la città di Firenze di-
mostra in vero essere stata nei tempi repubblicani
una città devota, cristiana e religiosa, poiché nelle
avversila e nei pericoli i signori fiorentini ricorre-
vano a Dio, alle processioni ed orazioni . Quan-
do dubitavano che i lanzichinecchi con il duca^di
Borbone dovessero passare in Toscann, allora fa-
cevano ogni venerdì processione col corpo di Cri-
sto, e tutta la città andava dietro con grandissi-
ma devozione (58).
NOTE
(1) Villani , Storia Cor. lib. i, cap. 58 . (2) Fog-
gini , De primis florentinorum apostolis , pag. 14.
(3) Manoi , Principii della religione cristiana in Fi-
renze. (4) Cvi, pag. 12. (5) Ivi, pag. 41. (6) Ridolfi e
Tartini, Notizie e guida di Firenze, cap. vn, pag. 502.
(7) Ved. Storia ep. m, Costumi^ parte v. (8) Piez-
ziner. Storia della Chiesa, voi. vi, secolo XU j pag.
26. (9) Ivi, pag. 69. (10) Ivi, pag. 72. (11) Ivi, pag.
103. (12) Ivi, pag. 140. (13) Ivi, voi. vi, secolo XIII,
pag. 163. (14) Lami, Memorabtlia sanctae ecclesiae
florentinae , lib. 11 , p3g, 858 . (15) Ivi , pag. 882 .
(16) Follini, Firenie antica e moderna, voi. iv, pag.
73 . (17) Migliore , Firenze illustrala , pag. 89 , 97.
^(18) Lami cit. pag. 941. (19) Guida di Siena, pag. 1,
(20) Angelucci, Memorie sloiiche per servire di guida
in Arezzo, pag. 75. (21) Tolomei, Guida di Pistoia,
334 * ^ COSTUMI
pag. 11. (22). Storia di Cortona, e Repetti, Diziona-
rio geografico-fisico-storico della Toscana , art. Cor-
tona. (23) Guida per la città di Volterra , pag. 95.
(24) Repetti cit. art. Chiusi . (25) Ivi ^ art. Massa,
(26) Santi, Viaggio terzo per le due provincie senesi,
voi. Ili, pag. 21. (27) Inghirarai P. Giovanni, Geo-
grafia, parte i, Europa, cap. iii, Granducato di To-
scana , pag. 47 . (28) Prezziner cit. voi. vi , secolo
XIII, pag. 204. (29) Ivi, pag. 318. (30] Ammirato,
Storia fior. voi. I , lib. i, accresciuto , pag. 197 .
(31) Dgurgeri, Le pompe senesi, titolo k, §. i. (32) Ivi,
^. 2 . (33) Del Rosso, Dna giornata d' istruzione a
Fiesole, pag. 52. (34) Grassi , Descrizione storica ed
artistica dì Pisa, part. i , an. 1375. (i5) Dgurgeri cit.
e Vallemout , Elementi di storia, voi. iv, lib. vii ,
cap. I, secolo XV. (36) Dgurgeri cit. 5. 4. (37) Ri-
dolfi e Tartinr , Notizie e Guida di Firenze e dei
suoi contorni cit. p. 246 seg. (38) Ammiralo^ Storia
fior. cit. voi. I, lib. 1, pag. 253. (39) Pignotti, Sto-
ria della Toscana sino al principato voi. v, lib. iv,
cap. I . (40) Villani , Storia fior. cit. lib. xil , cap.
57, ap. Pignolti cit. (41) Prezziner, Storia della chie*
sa cit. voi. VII, secolo XIV, pag. 66 , (42) Villani ,
ap. Prezziner cit. (43) Prezziner cit. secolo XIV in
fine. (44) Ivi , secolo XV, pag. 164 . (45) Marcelli ',
Compendio della storia ecclesiastica, voi. 11, pag. 187,
(46) Prezziner cit. voi. vii, pag. 208. (47) Ivi, pag,
212. (48) Ivi, pag. 254 . (49) Ivi , voi. vm , secolo
XV, pag. 260. (50) ivi, pag. 261. (51) Ivi, pag. 269.
(52) Ivi, pag. 286. (53) Ved. Storia ep. v , Avveni-
menti stor. tom. vili , cap. xxxix ,5. 3. (54) Nuovo
dizionario storico , Napoli 1794 , art* Savonarola .
(55) Prezziner cit. voi. vili, secolo XVI, pag. 8 seg.
(56) Marcelli cit; voi. Il, secolo XVI, sommi ponte-
fici, pag. 216. (57) Prezziner cit. pag. 53. (58) Foscari,
Relazione di Firenze, ap. Alberi, Relazioni degli am-
basciatori veneti, ser. 11, voi. i, pag. 24.
DEI TEMPI BEPUBBLlCAni 335
PARTE SESTA
LEGISLAZIONE E GOVERNO
'?. I. J-ia morte della contessa Matilde ed il trat-
tato di Costanza se formano nella storia politica
Tepoca la più memorabile per le repubbliche to-
scane, non Io sono meno pel governo e per le
leggi colle quali si ressero.Nello scorrere i molti-
plici e variati fatti occorsi nei secoli ne'quali le
nostre città toscane a repubblica si reggevano ,
abbiamo noi potuto osservare quali fossero i pri-
mi magistrati eletti^qual ne fosse la loro autorità,
la loro amministrazione, quali le leggi da essi
dettate, e come di frequente fossero variate. Ora
pertanto ci sforzeremo di porre un particolare
esame su i codici legislativi, e sulfepoca delia
loro ammissione. Ogni città benché piccola ebbe
le sue leggi colle quali si regolava, ed il corpo di
esse costituto o statuto si nominava. In mancan-
za di essostatuto i cittadini appellavansi a quello
delle respettive metropoli, secondo i patti dell^
loro dedizioni; indiai gius comune. , |.
g. a. Won è definibile il tempo preciso qunndo
le nostre città toscane libere abbiano cominciato
336 »K^^^'è¥'4P#%»'M^#'^*^^
ad aver leggi e consuetuclìni proprie, né quaniJcT
abbia avuto principio ilgiusscritlo di cui si tratta,
perchè troviamo che Pisa aveva il suo costituto
lino dal 1160 (1), ed altri autorevoli scrittori ad-
ducono Io statuto pisano, veduto ed esaminato
dal padre Grandi (2), del quale egli riporta vari
capitoli appartenenti al dritto privato, dove s''e-
sprimono Tepoche della formazione di parecchie
aggiunte, la più antica delle quali risale all'anno
1146 (3). Quello di Firenze peraltro non si sa
quando abbia avuto il vero principio^ forse ap-
pena ch'ella divenne repubblica si sarà comincia-
ta a formare delle leggi, ma vaganti e sciolte ,
secondo Topportunità di quei tempi, e non n^
sarà stala fatta veruna collezione, come fu poste*
riormente, essendo che ogni repubblica si è go-
vernata prima col dritto consuetudinario^ e poi
ancora colio scritto, comprendente gli usi e le
leggi del paese. Si trova difatti sul nascere del
secolo XJII citato il fiorentino costituto negli anni
iai4, iai6, laaa, iaa5, fino al laQO (4). Leggo
di più nelle memorie per servire alla storia di
Lucca che i toscani antichi avevano più maniere
di statuti. Alcuni di questi contenevano le leggi
affatto proprie di ogni tribunale, altri le leggi at-
tinenti a tutte le curie, al sistema giudiciario, al-
la maggior parte del gius privato, altri finalmen-
te più generali comprendevano le leggi, il gius
pubblico legislativo ed amministrativo, il codice
penale, alcuna porzione del gius privato, ed altre
cose di minor conto (5).
g. 3. Il costume di avere separatamente lo
DEI TEMPI REPUBB» PARTE VI. 337
statuto delle curie durò per tutto il secolo XIII,
ma alla fine del secolo XIV fece parte dello sta-
tuto generale. Sparvero pure nel secolo XV i par-
ticolarissimi statuti delle curie, e quei delTese-
cutore delle sentenze e del maggior sindaco, ma
altri furono conservali, ed altri fatti di nuovo. I
fiorentini,oltread un antichissimo statuto deliaSS,
quasi intieramente diretto alla costituzione poli-
tica dello stato, n''ebbero altri due soli che posso-
no meritare il nome di generali , uno del i353,
faltro del i45i^ il primo dei quali fu l'opera prin-
cipale del celebre giureconsulto Tommaso da
Gubbio, e Paltrodel celeberrimo Paoloda Castro,
in compagnia del Volpi avvocato fiorentino (6).
11 numero delle compilazioni di leggi lucchesi che,
tranne le più particolari nel corso di quattro se-
coli, arrivano a sette, è maggiore che non presso
la più gran parte almeno degli altri popoli tosca-
ni (7)', per la qual cosa può chiaramente desumersi
che ad ogni gran cambiamento politico soprav-
venne di subito un nuovo co'lice (8): le leggi eb-
bero successivamente maggiore sviluppo, ed i
codici una maggior regolarità.
g. 4. Lunghe pertanto e difficili essendo Te-
salte ricerche di simil genere, diremo ora alcun
che sulle leggi in essi statuti contenute. Proibi-
vano queste che alla testa delle particolari repub-
bliche altri non vi fossero che mercanti, mentre
le città venivano considerate come repubbliche
di mercanti. Nessuno poteva in Firenze essere
dei priori senza esercitare personalmente la mer-
catura o un mestiere. Lo statuto che istituiva i
Si. Tose, Tom, 9. 30
338 COSTUMI
nuovi signori e difensori del comune di Siena, vo-
Jea ch''ei fossero mercanti e della classe mezzana:
gli anziani di Pistoia dovevan pure esser mercanti
e popolani, così altrove, esclusi a j)erpetuità gli
antichi nobili, e coloro che lo stato in péna dei
loro delitti descriveva nel registro dei nobili. Le
città toscane non furono le sole che di queHem-
pi escludessero la nobiltà da ogni ufficio pubblico,
ma le stesse leggi invalsero di lì a poco anche in
l'arie altre città dltalia (9).
g. 5. I magistrati di Firenze che tralasciata ia
parte avevano la loro autorità, dovettero ripren-
derla per reprimere rallerigia e la sfrenatezza av-
venuta dopo la peste del i348. Crearono a tale
oggetto una legge, che i minori di 18 anni non
fossero obbligati a cosa alcuna, poiché se manda-
vano a male la roba loro, erari poi astretti dal bi-
sogno a fare delle indegnità: anche le donne ma-
ritate non erano obbligate a smembrare le loro
doti per i mariti. Se poi tanto gli uniche le altre
si obbligavano, ciò non era valido se non veniva
approvato dalla interposizione o presenza dei ca-
pitani della compagnia della Beala Vergine, di s.
Michele in Orto, ed alla presenza di un giudice
legista, o del padre, o tutore. In tal caso poteasi
dare il curatore e agli uni e alle altre; e i capita-
ni, giudice e curatore dovean giurare di tener
per utile la causa per la quale trattavasi d''obbli-
garsi, altrimenti l'obbligo era nullo, ed il notaio
veniva punito colla multa di lire cento. Era pur
legge che ai pupilli fosse dato il curatore, se per
testamento non fosse stato loro assegnato, altri-
DEI TEMPI REPUBB. PARTE yi. 3^9
menti non valeva qualunque obbligo essi facesse-
ro. Fu poi stabilito che qualunque persona avesse
comprato o venduto a credenza non solo per la
città e dominio di Firenze, ma inclusive percento
miglia distante, perdesse il credito, e fosse punito
in altrettanta sorama^ distribuita metà al comune,
e metà all'arte nella quale fosse ascritto ( i o).
g. 6. L'eccessivo lusso, che altrove abbiamo
veduto invalso nelle principali città toscane, ob-
bligò pure i magistrati ad emanare delle leggi
suntuarie, per le quali fu proibito il gran sfarzo
sagli abbigliamenti delle donne, e s''impose una
multa in Firenze di 5o lire Tanno a quelle fem-
mine cheavesser voluto portare ornamenti d'oro,
d' argento e di gioie, ancorché false in capo, e
altre 5o lire a quelle che avesser voluto portare
il mantello, o altra parte delPabito con frangia-
tura o con altri ornamenti (ii). Ma troppo lungo
sarebbe se qui collazionar volessimo le leggi tut-
te che nelle varie città libere della Toscana eb-
bero corso, mentre cioè furono in essere le re-
pubbliche dei bassi tempi, le quali ebbero per
consuetudine di cambiare spessissimo il loro go-
verno, come sentimmo, e con esso non poche leg-
gi. Solo alle già esposte ci limiteremo registrare
come in esempio, che volendosi rimediare all'abu-
so introdotto nei cherici, ed in quei che vesten-
do come tali in luogo del breviario portavano ar-
mi offensive e difensive per la città e pel conta-
do, fu emanala una legge, colla quale ordinavasi,
the lutti coloro i quali fosser trovati colle armi,
per non procedere contro le loro persone^ se
34o COSTUMI
non avessero avuto padre, avo/ralello, zio,o altro
j.arente da lato di padre, dai quali effettivanieute
non fossero divisijla condanna che per via diretta
andava sopra del cherico, si posasse sopra del
parente più prossimo (12.). Un'altra singoiar legge
vigeva pure in Pistoia, quella cioè che per levare
ogni timore ai querelanti , non avendo molti
l'ardire di scoprirsi per rispetto del querelato
potente, fu ordinato porsi in uso la cassa nomi-
nata il tamburo, nella quale dalPaccusatore pò-
nevasi una polizza, per cui veniva manifestato il
delitto commesso, gl'indizi o la persona del reo,
e se il mancamento era con prove concludenti
verificato, si prendeva dal gonfaloniere e da tre
cittadini sopra tale aiTare deputati, un' ottima ri-
soluzione di giustizia ( i3).
§. 7 . Ne^primi tempi della repubblica fiorentina,
quando il comune ristretto di territorio non fu ob-
bligato dalle circastanze ad entrare in dispendiose
guerre ed in ambiziosi disegni, le pubbliche spese
non eccedevano la tenue somma di 40,000 fiorini
d'oro, mentre le sue rendite giungevano a 3oo,ooa
ritratte dalle varie gabelle. Se questa economia
si fosse mantenuta , il pubblico erario sarebbesi
andato accrescendo continuamente; ma presto le
guerre frequenti , i grossi su&sidii ai principi al-i
leati,le truppe straniere mantenute al soldodella
repubblica, aumentarono tanto le pubbliche spese,
che non essendo bastanti a supplire i 3 00,000
fiorini d' oro , convenne immaginare dei mezzi
nelle occasioni straordinarie per trovar denari»
Non volendo soverchiamente accrescere le ga?
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vi. 34 I
belle, ciò che sarebbe stalo conlraio alPinduslria,
ricorse il comune a domandare degPimprestiti ai
suoi cittadini, in modo però che non potessero ne-
garli,cioè imprestiti forzati, promettendone il frut-
to ed il rìmborso,ed obbligando il capitale delle sue
gabelle. FinchègPimprestiti furono moderati,pole-
rono facilmente sperare i creditori di essere so-
disfatti: ma il debito andò oltremisura crescendo
perchè crebbero i bisogni, ed erano continuamen-
te astretti i cittadini a nuove emissioni di de-
nari, ciò che nuoceva al commercio, traendo dalle
mani d''industriosa gente somme che lo avrebbero
accresciuto. Nondimeno tutto sarebbe slato tol-
lerabile, se un giusto metodo e proporzionato alle
sostanze loro si fosse adoprato nel ripartire le gra-
vezze: ma in vece di fare un computo dei beni di
ciascuno, e su quelli regolarsi, tassavansi le per-
sone arbitrariamente secondo il giudizio dei de-
putati^ anche considerandoli probi ed imparziali,
moltissimi errori e parzialità doveano aver luo-
go (»4)-
g. 8. Le forti lagnanze dei cittadini in tal mo-
do aggravali fecero nel i382. prendere dei prov-
vedimenti alti ad impedire gli arbitrii . Era la
città di Firenze divisa in quattro quartieri, e cia-
scheduno di essi in quattro gonfaloni o contra-
de. Da ogni contrada furono scelle quattro probe
persone, le quali descrivessero i nomi di coloro
che credevano dover esser soggetti alle prestanze,
indi in ogni contrada si formavan sette compagnie,
composta ciascuna di sette persone chiamale per-
ciò le sette scttine^ ogni sellina faceva il disegno
342 COSTUMI
della distribuzione delle somme sulle teste delle
contrade: questi disegni sigillati si consegnavano
ai religiosi o degli Angioli, o della Badìa a Setti-
mo, o ad altri che dopo averli esaminati esclude-
vano i due più gravosi e i due più leggeri, e dei
tre rimanenti formavano le somme proporzionate
che comprendevano il totale da pagarsi dalla con-
trada, coi nomi delle persone, e colla rata ad es-
se destinala, ed i libri di siffatte descrizioni erano
presentati al cumune. Queste diligenze non im-
pedirono che la parzialità e Tingiustizia non fos-
sero intollerabili. Trovandosi la citlà divisa in fa-
zioni , e la dominante regolando il governo , è
facile il vedere che questa doveva essere rispar-
miata: i ricchi ed i potenti avevano i mezzi di ac-
cecare i distributori delle gravezze, e la classe
meno potente era soverchiamente sopraccaricata.
Si aggiunga ancora che gli amministratori del go-
verno pretendevano esenzione, perchè serviva-
no colla persona e col consiglio la patria. Erano la
maggior parte di questi dei più ricchi, onde rica-
deva il peso principale sulla classe la men facol-
tosa. Si esasperavano sempre più gli odi dei cit-
tadini, e le continue ostili rivalità dei nobili e
della plebe sono in gran parte dai fiorentini sto-
rici attribuite a questa causa. Dopo vari inutili
tentativi, finalmente la potenza di Giovanni dei
Medici fece adottare un più giusto metodo d'im-
porre le gravezze per mezzo del catasto (i5).A. sì
prudente e savio provvedimento altri ben presto
ne tennero dieiro qual più qual meno equo se-
rondò le circostanze di quei turbolenti tempi,
DEI TEMPI REPUBB. PIBTÈ Vi. 343
finché caduta la Toscana sotto il regime della
oltremodo potente famiglia medìcea, insieme col
governo variarono in gran parte le leggi, che dalla
instabilità e dalle forme repubblicane si cam-
biarono in quelle più eque e provide di governo
aristocratico.
NOTE
(1) v-ion;^etture di ud socio etrusco sopra una carta
papiracea dell'archivio diplomatico di Firenze, prefa-
zioue dell'editore, pag. 2>?. (2) Epistola de Paiidectis,
pag. 10. (3) Gigliotti, ap. Le memorie e documenti
per servire alla storia di Lucca , voi. iii , part. ii ,
disseit. I, pag. 25. (4) Congetture citate. (5) Gigliot-
ti cil. ap. Le memorie di Lucca cit. (6) Salvetti ,
Autiquit. florent. jurisprud. Etrur. illustr. Bis. dis-
sert. I, J. 60 et 74. (7) Gigliotti cit. ap. Le memo-
lie cit. dissert. i , pag. 37 . (8) Machiavelli , Stor.
fior. lib. IV. (9) Sismondi , Storia delle repubbliche
italiane, voi. vi, cap. xxv, pag. 137. (10) Ammirato,
Stor. fior. voi. iv, part. i, pag. 01. (11) Ivi pog. 47.
(12) Ivi, voi. I, part. ii, lib. ih, pag. 404. (13) Fio-
ravanti, Memorie sloriche di Pistoia, cap. xxv. (14) Pi-
gnotti. Storia della Toscana sino al principato, voi.
VI, lib. IV, cap. IX. (15) Ivi.
344 COSTUMI
PARTE SETTIMA
COMMERCIO, NAVIGAZIONE E MONETA
g. I. JLia libertà acquistala dalle toscane città,
tolti i ceppi chele violenze e la cattiva legislazione
ponevano airindustria, aguzzò gfingegni a rista-
bilire il commercio e le arti perdute. Firenze fu
delle primCjed il suo sistema politico si stabilì sul
commercio . Ninna persona inutile poteva aver
parte al governo^ fu per ciò tutta la popolazione
divisa in arti, il numero delle quali, benché vario
in vari tempi, si ridusse a ventuno: sette chiamale
maggiori e quattordici minori. Da queste si trae-
vano i magistrati che regger dovevano a tempo la
repubblica. I nobili stessi o erano esclusi dal go-
verno, o doveano ascriversi a qualcuna di quelle
arti se amavano avervi parte. Le sette arti maggiori
erano le seguenti: prima giudici e notai: secon-
da mercanti di panni forestieri: terza cambiatori:
quarta arte della lana: quinta medici e speziali: se-
sta Setaioli e mereiai: settima pellicciai. Le quat-
lordici minori comprendevano i mestieri più bassi,
i quali tutti erano riuniti sotto alcuna di esse.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE. VII. 345
Avea ciascun'' arte il suo consolo e il capitano
i:olIe insegne e gonfalone di quella,che ad un ordi-
ne de'magistrati, ad un tocco della campana del
pubblico, lo traeva fuori e radunava sotto di essa
tutte le persone che a quelParte appartenevano ( i).
g. a. Nella barbarie d'altana e degli altri paesi
del già rovinalo impero d'Occidente, si conservò
la facile maniera di fabbricare i panni grossolani^
i più fini però si lavorarono in Grecia , che resi-
steva ancora alle barbare inondazionij e di là era-
no trasportati in Italia. Firenze divenne la sede
deir arte della lana, non perch''esclusivamente e-
sercitasse un'arte sì facile, ma per rinduslria con
cui seppe perfezionarla. Anche in Francia e nelle
Fiandre si fabbricavano dei panni, ma tutti infe-
riori alla finezza di que'di Firenze, o almeno a
quella perfezione che anche ai panni forestieri
sapeva dare il fiorentino artificio. L'arte della lana
era già mollo estesa in Firenze al principio del
secolo XIII. Benché non sìa vero, come alcuno
ba creduto, ch'ella vi fosse introdotta dagli Umi-
liati, dovette peraltro riconoscere da loro una par-
te della sua perfezione. Quest'ordine religioso nato
welle disgrazie e nella persecuzione, è stato uno
dei più vantaggiosi all'umana società: professando
rutile regola di viver dell' opera delle proprie
roani, come usavano molti degli antichi monaci,
Tarte che dettesi a coltivar sopra le altre fu quel-
la della lana, che ridusse a suflìciente perfezione,
ammaestrandone i fiorentini circa l'anno i23i9,ed
il comune della città cercò di accarezzare un or-
dine sì utile al suo paese, popò che i fioientinì
"346 COSTUMI
irebbero apprese tutte le finezze da^que-religiosi,
spinsero l'arte anche a maggior perfezione in mo-
do, che pochi erano i panni in Europa non ordi-
nari che non fosser passati per le mani de'fioren-
tini. ond*è che a Firenze ne colavano gran com-
missioni. A. soddisfar gli acquirenti procurarono i
fiorentini di comprar dairestero,in Olanda, in In-
ghilterra ed altrove panni greggi, e fatti venire in
Firenze, colla tintura, cimatura ed altri artifizi
dava loro quella perfezione che gli stranieri com-
pratori desideravano. Questa rivendita portava
immenso guadagno, e durò ad arricchire i fioren-
tini finché gli stranieri non appresero a praticare
le stesse finezze delParte. Alla insufficienza delle
lane nostrali per impannare, a tenore delle com-
missioni, si commettevano lane di Spagna e di
Portogallo ch'erano le migliori,e colle quali face-
vansi i panni più perfetti. L'avidità di guadagnare
avea fatto stabilire in Inghilterra, nelle Fiandre
ed altrove delle fabbriche di panni ordinari per
conto de'fiorentini. Ma quando i segreti delParte
furono propalati, quando Testerò proibì Testrazio-
he della lana dal proprio paese ove Farle s'aera
perfezionata, i fiorentini decaddero dalla loro pro-
sperità di commercio. Fu irreparabile questa per-
dita, perchè né colla lana toscana, né coll'altra
del resto dltalìa vi si poteva supplire. La deca-
denza del lanificio cominciò nel secolo XV, ma
non si fece subito sentire per essersi moltissimo
accresciuto il commercio de''fiorentini in altri ra-
mi, e per la fabbricazione della seta, il lusso del-
la quale era notabilmente ampliato (a).
DEI TEMPI EEPUBB. PARTE VII. Z /^y
g. 3. L'arte della seta fu portata dalla Sicilia
nella Toscana, ma nwi è noto precisamente il tem-
po: esisteva certamente in Firenze al principio
del secolo XIII. Quantunque più tardi introdot-
tavi, fu dagrindustriosi fiorentini ridotta a mag-
gior perfezione che negli altri paesi, portando la
medesima avvedutezza nei regolamenti, che in
quelli delfarle della lana. Scarsa era la seta che
si produceva in Toscana; la coltivazione de^ mori
però e la produzione della seta andò sempre cre-
scendo: per tutto il secolo XV si adopravano per
la maggior parte sete forestiere e specialmente
orientali. Ma benché assai di buon^ora questo la-
vorìo fosse introdotto in Firenze, o che il lusso
della seta non fosse tanto esteso, o che più tardi
quel popolo industrioso ne raffinasse Tarte, il
fiorentino commercio di questo genere s'avanzò
lentamente, ma nel secolo XV giunse all'apice
del suo splendore e della sua ricchezza. Prima
di questi tempi, i drappi e le stoffe inlessule d'oro
e d'argento si lavoravano coi fili di quei metalli
che si trasportavano da Colonia e da Cipro.
g. 4- Gino Capponi introdusse nella sua patria
Tarte di filar Poro, e si accrebbe tosto la manifat-
tura dei drappi i più ricchi ed i più preziosi, che si
spargevano per tutta l'Europa. Ben presto, e nella
filatura delToro e ne isemplici drappi e negrinlesti
d'oro e d'argento divennero gli artefici fiorentini
i primi d'Europa, e come \-a\i si trovano celebrati
dagli storici. Quest'arte è quella che nella deca-
denza del fiorentino commercio s'è più d'ogni al-
tra mantenuta fino ai nostri giorni. Se iu ni olle
34S COSTUMI
Provincie d'Europa si è estesa Parte della seta,
specialmente in Francia, ove probabilmente la
portarono i fiorentini, si è quasi nella stessa pro-
porzione esteso Tuso di essa,di modo che quasi lo
stesso numero di botteghe di quesfarte si conta
adesso che nei bei giorni del fiorentino commer-
cio. Sono stati vinti dai francesi nei drappi lavo-
rati a oro e argento: ma hanno mantenuto la
concorrenza con tutti gli altri popoli nei drappi
puri (3).
g. 5. L' artifizio ingegnoso di trasportare in
un istante con un tratto di penna da un paese
ad un altro anche il più lontano immense ric-
chezze, risparmiando con tal mezzo il traspor-
to delP effettivo denaro nei commerciali con-
tralti da paese a paese, se non è invenzione dei
tìorentini,furouoalinen de^primi questi ad eserci-
tarlo, e nacque colle altre due arti: se non prima,
formavano i cambisti fin da quel tempo corpo
d'^arte. La delicatezza di questa parte di commercio
avea richiamata la vigilanza del governo.e de''saggi
antichi statuti ne regolavano Tesercizio. Dovean
subire una specie d'esame, ed esser matricolati
i cambisti , come i sensali: i mercati nuovo e
vecchio erano i posti loro destinati. Sedevano i
cambisti nelle botteghe avanti ad una mensa co-
perta da tappeto, su cui stavano una borza di de-
nari ed un libro (a): non potevano esercitare que-
st'^arte fuori delle loro botteghe. Per un tempo
(a) Ved. lav. CVIII, N. 2.
DEITEMPIREPUBB. PARTE VII. 3^9
furono essi i principali banchieri d'Europa^e nel-
le piazze di commercio erano cambisti fiorentini,
0 banchi depeadenti da essi: la sola ragione dla-
copo e Carroccio degli Alberti nel i348 avea ca-
se di commercio sue in Avignone, in Bruges, a
Bruselles, a Parigi, a Siena, Perugia, Roma, Na-
poli, Barletta e Venezia. Deir attività di tal com-
mercio dei fiorentini basti T esempio che ogni
settimana si giravano nella sola Venezia settemila
ducati, che sono 892000 Tanno (4).
g. 6. Un'altr'arte fu esercitata dai fiorentini,
quella d i prestatori, onorevole per sé stessa ed u-
tile alla umana società. Ella pone in commercio
una gran quantità di denari, che la timida econo-
mìa farebbe ristagnare nelle casse, e questa posta
in circolo dà nuova vita all'agricoltura ed al com-
mercio. Né se ne può biasimare che Tabuso, il quale
sì negli antichi romani tempi come nei più bassi,
ha coperta quest'arte d'obbrobrio, convertendo il
nome di prestatore in quello di sordido usuraio.
1 fiorentini che fecero per tutta l'Europa questo
mestiere, non hanno fuggito siffatta accusa, giac-
ché in un numero grande di persone che l'eserci-
tavano onestamente, vi dovevano esser quei che
ne abusavano. La mala fede di queHempi può so-
lo scusare le odiose precauzioni prese talora dai
fiorentini prestatori: nel somministrare delle gros-
se somme ad Aldobrandino d** Este vollero non
solo impegnati tutti i di lui beni allodiali, ma la
persona dello stesso Azzo VII. Ciò nonostante ac-
cadde, che il re d'Inghilterra Eduardo III vincito-
re delle celebri battaglie di Crecy e di Poitiers
.9/. Toic. 'Ioni, \). ^''1
35o COSTUMI
che rovinarono la potenza francese, fu sostenuto
in tante dispendiose imprese dal banco de^Peruzzi.
Essi gli prestarono una somma, che ridotta al va-
lore del nostro tempo giunge a sette milioni di
zecchini: ma i conquistatori di rado arricchiscono
e più di rado mantengono la fede (5): il principe
inglese non restituì la somma, l Peruzzi che for-
mavano una delle più grosse case dì commercio
di Toscana, furono astretti a fallire (6)^ disgrazia
che per consenso si risentì da una gran quantità
deiiostri cambisti e mercanti. Lo stesso banco dei
Peruzzi aveva nell'anno i3ai dati in prestito ai
cavalieri gerosolimitani 191,000 fiorini d'oro, e un
allro iraprestito era stalo fatto allo sless'ordine di
1 33.^000 fiorini d'oro dal banco de'Bardi. Sareb-
be troppo lungo il riferire Penorrai somme che i
privati cittadini fiorentini più volte dettero in
prestito a de'monarchi. La famiglia Medici è trop-
po nota per questo a segno d'entrare, benché pri-
vata, nei trattati pubblici de'sovrani (7).
g. 7. Un popolo naturalmente industrioso, la
di cui attività era stata messa in moto dal lucro,
e che si trovava sparso nelle prime città d'Euro-
pa per oggetto di commercio, sapeva trar profitto
dalle particolari e momentanee circostanze per
guadagnare su mille piccoli oggetti. La fama che
presto s' acquistò il loro fiorino d'oro e la loro
zecca,aprì ad essi la strada a divenire gli appalta-
tori e i direttori di varie zecche d"'Europa.Talora
divenivano i collettori delle rendite de'sovrani 5
altre volte anticipavano delle grosse somme ai
grandi possidenti, comprando anticipatamente i
DEI TEMPI REPUBB. PARTE VII. 3.S I
fratti de** loro terreni a modico prezzo, e riven-
dendoli più cari, con molti altri guadagni di siiiiil
sorta. Wè queste furono le sole arti che arricchi-
rono Firenze, ma negoziavano in pelli, che sem-
plicemente compravano per venderle ov''eran più
care, oltre al vistoso consumo che se ne faceva
nel paese. L'arte de'medici e speziali occupavasi
anche del traffico delle orientali spezierìe , che
pur compravano per esitare con profitto alPestero.
JNè al solo smercio delle proprie manifatture si li-
mitavano i fiorentini^ ma si eran rivolti anche al
traffico delle merci orientali, nel che aveano pos-
senti rivali nei veneziani , nei genovesi, e nei
loro vicini i pisani (8).
g. 8. La fiorentina repubblica situata dentro lena
priva di marina. fu ridotta per molto tempo a fare il
commercio sopra gli altri legni, e' prender la legge
che piacque alle potenze del Mediterraneo di dar lo-
ro. Tuttavìa supplendo colfinduslria alla mancan-
za di mezzi, giunse a guadagnare non piccola parte
del commercio delPlndie orientali. Essendone sul
principio i fiorentini esclusi per la parte dell'E-
gitto dai veneziani che facevano una specie di mo-
nupolio, si esposero a lunghi e difficili viaggi ,
traversando TAsia , e penetrando fino alla Chi-
na (9). iXei vari mercati deirArmenia, della Per-
sia e d''aUre provincie esitavano quelle merci che
la pratica insegnato aveva loro a condurre, e ne
riportavano altre assai preziose: dovean per altro
combattere con molti ostacoli, l pisani gelosi, ora
apertamente chiusero loro il porto, pel cui mezzo
soltanto polean fare il commercio loro marittimo.
35a COSTUMI
ora colle insopportabili gabelle vi posero milfe
ceppi. Costretti da tali ostacoli i fiorentini nello
anno i356 fecero un trattato coi senesi, e servi-
ronsi del loro porto di Telamone: i pisani cerca-
rono con ogni sforzo d''impedirlo. A.llora i fioren-
liiai assoldarono delle navi dalTestero, cbe guar-
dassero il porto a loro vantaggio. Accortisi i pisani
dell'errore che li privava d'uno straordinario lucro,
ohe traevano dalle gabelle delle merci fiorentine,
offersero di restituire loro i privilegi tolti, e vi
aderirono quelli agevolmente, come fu pattuito
nel 1869, giacché il trasporto delle merci a Tela-
mone si faceva per lunga e malagevole strada. Ma
questo vantaggio de''fiorentini fu alquanto preca-
rio, poiché ogni piccolo o mendicato motivo po-
teva far chiudere quel porto con grave danno del
fiorentino commercio. Tentaroii dunque di avere
a loro disposizione il porto di Pisa^ e nel 1406
ne furono padroni con la città e tutto lo stalo,
g. 9. A-llora posero in piedi i fiorentini una
marina, e nel i4ai acquistaronjo41 portodi Livor-
no dai genovesi pel prezzo di 100.000 fiorini d'acro.
A-d onta di questi porti la marina fiorentina non
fu mai formidabile*, e pare che si limitasse la re-
pubblic.i ad un numero sufficiente di legni armati
atti a proteggere il commercio. È vero però che
r epoca della ricchezza maggiore del fiorentino
commercio cominciò dopo Toccupazione di Pisa.
Liberi da ogni inciampo allora i fiorentini fecer
degli ottimi regolamenti. Crearono de'consoli di
mare, alcuni di loro furono stabiliti in Pisa, nel-
la cura de' quali era tutto ciò che apparteneva al
DEI TEMPI REPUBB. PARTE VII. 553
commercio. IVIu essendo di troppo aggravio un
commercio di oggetti che doveansi estrarre da
paesi così lontani, e condurre per vie scabrosissi-
me e con sacrifizio di gran fempo e di grave di-
spendio, pensarono i fiorentini di essere ammessi
al commercio d'Alessandria, ch''era il grand* em-
porio degl'indiani prodotti. Il progetto ebb'effetto,
ma non prosperò mai, tantoché i fiorentini sem-
pre più presero cura di quello che neirArcipelago
e nel mar Nero facevano. Gl'imperatori greci ed
in specie Giovanni Paleologo memore delle cor-
tesìe usategli in Firenze concedette loro ampli
privilegi. La rovina delTimpero greco mutò faccia
alle occidentali provincie delP Asia, e dette ori-
gine anche a novità nel commercia I fiorentini
furono forse i soli che si sostenessero in faccia
a questo turbine: furono graziosamente accolti
dai gran conquistatore del greco impero , e rieb-
bero grazie e privilegi segnalatissimi . a difl'e-
renza delle altre nazioni che n'ebbero trattamenti
assai dispiacenti. Tentarono di aprir commercio
anche in Egitto, al che si adoprò con premura il
celebre Lorenzo il magnifico, trattando dì ciò col
Soldano per mezzo di suntuose ambasciate.
g. IO. Dal fin qui detto è facile il vedere che la
irrequieta industria dei fiorentini appena lasciava
ramo alcuno di commercio di qualche nota nei
paesi fin*allora cogniti, su cui non si estendesse .
È sebbene questi rami di commercio che abbiamo
finora notato,abbiano sotìerto varie vicende, pare
tuttavia che l'epoca della ricchezza maggiore fio-
rentina fosse nel secolo XV, in cui s'era tanto
3i*
354 COSTUMI
accresciuta ed estesa Tarte della seta. Su questi
foudamenti di ricchezza potette una piccola città
di Toscana fare quelle grandiose spese , delle
quali esistono dei monumenti nelle pubbliche
fabbriche , ma molto più nelle storie in cui son
registrate le immense somme spese nelle guerre.
Le rendite del comune di Firenze nel secolo XIV
ascendevano a 3oo,ooo fiorini d'oro, dopo di che
aumentata Tindustria dovettero aumentare anche
le rendite dello stato. Da una provvisione del de-
cembre i4a8 si scorge che le spese della repub-
bh'ca giungevano a lajSGG fiorini d'^oro.sicchè se
la repubblica non avesse avuto il carico esorbitan-
te delle spese della guerra, avrebbe fatti vistosis-
simi avanzi. La città di Firenze aveva allora una
popolazione di 170,000 abitanti, aoo manifatture
di panni, 3o,ooo lanaiuoli, e vendeva ogni anno
per più di fio milioni di franchi in panni (io) .
"Era il commercio Tarle più onorevole dì Firenze^
il disonore che portava seco il fallimento dovuto
anche alla disgrazia^ la pena che si estendeva per
tutta la linea mascolina del fallito, di non potere
esercitare la mercatura^ Tobbrobrioso spettacolo
a cui erano condannali i debitori insolventi, risve-
gliavano da ogni lato la fiorentina avvedutezza.
g. II. Quando ci facciamo a considerare che
per tre secoli la fiorentina repubblica è stata con
piccoli intervalli agitata dalle intestine discordie
accompagnate da morti e da esilii di molti de^più
ricchi cittadinì,e che in mezzo a tante disgrazie il
suo commercio è divenuto tuttavìa il più florido,
è facile il vedere quanto grande fosse il loro in-
DEI TEMPI REPUBB. PARTE VII. 355
gegno nella mercatura, e che un sistema di le-
gislazione più tranquillo, qual si conviene ad un
paese commerciante, avrebbe condotto Firenze
ad un apice di grandezza^ che appena possiamo
concepire ( 1 1 ).
g.i&. Anche Pisa circa Panno i2()i davasigran
cura di far fiorire il marittimo di lei commer-
cio coli' estero. Le sue navi mercantili (a) visi-
tavano spesso le coste marittime di Catalogna,
o?e portavano le spezierie, i panni , le doghe da
botti, e ne estraevano mandorle, miele ottimo,
stagno e piombo^ vetriolo, armi, corde di canapa,
argento vivo: in Tortosa prendevano pure cera,
ferro, tinte^ le belle lane in Marcia e in Valenza.
In Alicante, ricca alle montagne delle sue minie-
re d'argento e d''oro, portavano le spezierie del-
riiìdie, e le manifatture dltalia, e le doghe per i
bottami, riportandone lane, seta, anici, allume,
zaffrani, stoffe e tappezzerìe dei Mori, vini eccel-
lenti ed il sapone di quella città che a preferenza
d''ogni altro veniva adoprato nei lanifici!, e gli al-
cali di soda tratti dall'erba che raccoglievasi in
Spagna nei deserti aridi lungo le coste della ma-
rina (12).
J. i3. Frattanto i lucchesi che per la loro di-
stanza dal mare non potevano fare un commercio
con lontani paesi, eransi dati con loro gran pro-
fitto alParte della seta, che nel i3i4avean con-
dotta ad una sodisfacente perfezione. Ma in quel
tempo avvenne che saccheggiala la città dai pi-
(a) Ved. lav. CXI, N. 4. jr
356 COSTUMI
sani,non vi restò fabbrica di manifatture in piedi.
Le venivano dall'Armenia, dalla Persia, da Cipro
e dalla Grecia le più belle e lucide sete: ne trae-
va dalla Spagna ed anco dalla Sicilia, Puglia e Ca-
labria ove s'era dilatata la coltivazione dei mori
colPallievo de'filugelli. Si tessevano e tingevano
quelle ricche fila in Lucca alle officine di que''tan-
ti Setaioli e tintori di cui quella città era ripiena,
i quali si matricolavano e vi avevano le loro lesj-
gi e statuti^ e dopoché il più accurato magistero ìù
aveva ridotte in drappi , quelle belle drapperìe
lucidissime, variate in diverse fogge e colori, era-
no condotte a spacciarsi per tutta Tltalia, richie-
ste in Francia, in Alemagna e in Inghilterra, ai
paramenti dei palagi, e delle chiese nei dì pom-
posi, e a vestire le persone dei gran signori. Ora
snidatavi quell'arte dal gran saccheggio, che tolse
alle fabbriche il genere, il numerario e fino gli
arnesi, tutti gli artigiani fatti miseri si sparsero per
Firenze, per litalia e per TEuropa. ove essendo
ben accolti visi stabilirono molte famiglie di fab-
bricanti, e l'arte della seta vi fu piantata e fatta
fiorire. Da primo quegli artigiani in Firenze dice-
vansi la compagnia de'lucchesi, che poi fu chia-
mata dei tessitori. Il credilo nazionale doveva il
primo esser preso di mira nel genere delle mani-
fatture,e rutile particolare delle fabbriche doveva
essere l'oggetto secondo; per questo i Setaioli si
dovevano matricolare assoggettandosi poi agli
esploratori (i3).
g,i4« ^è ì soli fiorentini si mostravano indu-
striosi nelPesercizio delle manifatture, e nel fab-
DEI TEMPI REPUBB. PARTE VU. 357
bricarei panni per il gran commercio oltramonta-
no e ollramarino. Siena ancora fabbricava panni
in abbondanza: eranvi anche le fabbriche di Pra-
to, Pistoia, Volterra, Colle, del Casentino e quella
di Pisa stessa,che ella pure impannava, poiché fab-
bricava i panni che dicevansi pisaneschì. Le mani
italiane fabbricavano i vestiarii a tutta V Eu-
ropa (i4).
g. i5. Frattanto i pisani circa Panno i373.sot-
lo il pacifico governo di Pietro Gambacorti, dila-
tando viepiù il loro commercio su tutta la costa
affricana dall'Egitto a Tanger,volgevano a manca
di là dallo stretto e visitavano per traffico le co-
stiere occidentali di Feza e di Marocco, nel qual
ultimo impero, dopo avere stabiliti dei patti, i pi-
sani potean farvi il commercio di mare e di ter-
ra, e di quanto v''iutroducevano colle loro navi, vi
pagavano il dazio del io per loo. Vi eslraevano
biade e cavalli, stagno, rame, cera, coiami, lane,
piume di struzzo, denti d'elefante, e vintroduoe-
vano armature, verghe di ferro, e manifatture ita-
liane. I Morì per farvi il loro commercio di mare
servivansi per lo più di bastimenti pisani che con-
ducevano a nolo. I pisani vi facevano il commer-
cio di terra insieme co' Morì pronn'scuati colle
loro caravane (i5). Dagli statuii delle gabelle di
Cortona si rileva, che trasportnvansi lane d"'Inghil-
terra, di Borgogna di Verona, e se ne facevano
panni in Cortona. Si commerciava In oggetti di
lusso, come perle, pellìcce, lavori d'oro ed^argen-
to; in armi trovandosi fatta menzione dì cimieri,
corazze, cervelliere, balestro, archi, barbute, col-
358 COSTUMI
telli, spade, pettorali, falde di maglia, lance, e in
istrumenti musicali, come le trombe e gli organi.
Era inclusive pregialo un liquore che si faceva in
Cortona col sugo di melagrane: ma oggetti di
molta considerazione in commercio erano il gua-
do e la robbia che si coltivavano nel territorio
cortonese, e particolarmente nel Chiuso, al segno
che molti cittadini arricchirono del traffico di tali
prodotti (i6). Volterra onde migliorar l'arte della
tintorìa dava un premio di lire a5 annue per un
biennio, e la esenzione da tutte le imposizioni
e dagli oneri personali a chiunque fosse andato
ad esercitarvi quest'arte. Forse per Tuso di que-
sta fu grande la cultura dello zaffrano in quel-
la città, poiché negli statuti si legge ch'era proi-
bito sotto pena di soldi i^o il vendersene capi
o cipolle fuori del territorio. Non era poi sfornita
Volterra di artigiani che occupavansi nelle mani-
fatture di tutti comodi della vita: argentieri, ce-
raioli, fabbricanti dì carta, ed altre simili arti (17).
g. 16. Per maggiormente favorire il commer-
cio, e per emulazione di quello dei loro vicini, i
fiorentini , dopo avere sconfitto i senesi a 3Ion-
talcino, intrapresero nel liiSa a battere il fiorino
d*'oro. che fu la prima moneta di questo metal-
lo (18) che si vedesse coniata fra noi di propria
autorità delcomuue, mentre questo privilegio o
costume era stato fin^alloi-a solo dei principi so-
vrani. Per lo innanzi i fiorentini battevano mo-
neta d'argento, come varie altre città toscane ,
collo stesso nome di fiorino, del valore di denari
dodici r una (19). Di qual soldo fossero questi
DEI TEMPI REPUBB. PARTE VII. 359
denari e dì qual lira questo soldo non lo sappia-
mo con precisione, se pure non vuoisi credere ,
che fosser soldi di quella lira di piccioli (ìorentini,
dei quali fa menzione Ricordano Malespini (ao),
ch'egli dice equivalere al fiorino d'oro, qual lira
era in uso nel 1109. Non sappiamo neppure se
ne avessero il privilegio (ai)^niaè verisimile che
avendo regnato in Toscana la casa della contessa
Matilde sino al principio del secolo XII,ed avendo
fissala la sua residenza in Lucca, perlopiù si va-
lessero i fiorentini, come gli altri popoli di Tosca-
na, della moneta di quella città, e di ciò dà luogo
a crederlo Tuso frequente che ne facevano! fioren-
tini nei loro contratti, Taver portato T argento a
battersi in quella zecca (a-a), e il non trovarsi ,
per quanto io sappia, moneta alcuna spettante ad
altre città di Toscana, se non a Lucca e forse an-
che a Pisa, prima che si reggessero a comune ,
come vedemmo nelI*'epoca antecedente, quanl ini-
que il numismatico Orsini ci dica che lino dal
1097 spendevasi moneta pisana e fiorentina (a3).
i g. ly. Il fiorino fu nome comune prima fra
le monete di rame, poi d' argento, e finalmente
d''oro, detto così dal fiore del giglio impresso in
esso, ch''è l'insegna del comune di Firenze, e dal
detto giglio talora colPaggiunta fiorino gigliato.
La bontà del metallo prezioso tutta è a 24 <^arati
d'oro fine, de''quali fiorini 8 pesavano un'oncia, e
circa alla bontà de*" fiorini d'oro non è slata mai
variata , ma soltanto mutati i segni o armi dei
maestri di zecca: nelle monete d'argento questa
bontà fu più volle cambiala (a4). Il fiorino d' oro
360 COSTUMI
era il più comune col quale si tenevano le ragìo-
lii dei negozzi e botteghe delle arti maggiori, cioè
lìorini,soldi e denari d'oro (a5). Vedesi pertanto
l'antico fiorino d''oro aver l'impronta di s. Giovanni
Ballista che sia in piedi, coperto d' una pelliccia
e d'un manto in alto di dare la benedizione (a), ed
ha in mano una verga, la quale termina in una cro-
ce con lettere attorno, ma non sempre,SANCTUS
JOINNES BAPT. Nel rovescio v'è il giglio,antìca
impronta della città di Firenze colla iscrizione at-
torno FLORENTIA.
g. i8. Per abbreviare la moltiplicità delle mo-
nete fiorentine coniate in tempo di repubblica,oI-
tre al fiorino ne mostreremo otto delle più sin-
golari^ la prima delle quali è quella del bargelli-
no, (b) che valeva sei denari, battuta in Firenze
nel i3i6 da Landò da Gubbio bargello della re-
pubblica fiorentina, uomo assai ardito, che spin-
se la sua sfacciataggine e tirannia a fer batter mo-
neta. La seconda, (e) o grosso da venti,fu coniato
in Firenze nel i3i6 colfargento delle monete di-
sfatte del bargellino,equivalentea soldi i e denari
otto, lo che sembra corrispondere alla nostra cra-
zia. La terza {d)è il guelfo grosso del valore di soì-
di 5 fatto coniare sotto le mura di Pisa (a6). La
quarta (e) è lo scudo d^oro del valore di sette li-
re, battuto nel i53o, disfatto poi per coniarne le
(a) Ved. tav. LXIII, N. 5, 5.
(b) Ved. tav. CXII, N. 1.
(e) Ved. tav. LXXXVI, N. 5.
[d) Ivi, N. 4. ^='
(e) Ved. tav. LXXIV, N. 4.
DEI TEMPÌ REPUBB. PARTE VII. 36l
nuove monete del duca Alessandro e Cosimo I.
La quinta (a) è il mezzo scudo d''argento del va-
lore di lire tre e soìdi dieci colle stesse impronte
di quello d'oro qui sopra nominalo, eccettuali i
segui del maestro di zecca. La sesta (b) è una
moneta della grandezza e conio simile al fiorino,
ma d'argento dorato, un di quei popolini del va-
lore di due soldi, che da Decio della Ratta, secon-
do ne scrive il Boccaccio, furon fatti dorare, non
ostante Tessere state poste pene gravissime a chi
avesse fatte coniar monete (27).La settima ed otta-
va (e) sono due piccole monete,che una d'argen-
to colla testa e busto di s. Gio. Battista, ed il gi-
glio dall'allra parte senza fiori e senza lettere at-
torno, come dalla impressione somigliante a quel-
la dei grossi, ma assai più antica. L''altra di rame
colla lesta di s. Gio. Battista e lettere attorno
SAINCTUS JOAiN^NES, e nel rovescio il giglio
senza fiori, e attorno DE FLORE» TU.
g. 19. In mezzo alle rivoluzioni monetarie di
tutti i paesi vicini, e mentre la malafede dei go-
verni alterava il numerario dall'una alPalIra estre-
mità deir Europa, il fiorino o zecchino d'oro di
Firenze fu sempre lo stesso e in peso e in titolo,
ed anche di presente porta l'impronta di quello
coniato nel laSa. Yero è che la lira di conto, la
quale altro non era che una moneta ideale, non
serbò sempre la stessa proporzione col fiorino :
(a) Ved. tav. LXXIV, N. 5. "*
(6) Ved. tav. CXII, N. 2.
(e) Ivi, N. 3, 4. .i ••'. e'*--' ' i «1*5»/ in)
Si. Tose. Tom. 9. S2
36a COSTUMI
ebbe in orìgine lo stesso valore, ma il corso del
cambio rh^ra libero e variabile, accrebbe costan-
leiiieute il prezzo delia moneta d'oro (28), attesa
Paiterazione del fino argento con cui si battevano
i fiorini, o popolini, o guelfi, o soldi d'argento. Se
la mestura onde componevansi venti di questi, in-
vece di contenere 770 grani d*argento, come fa-
ceva di mestieri per equivalere a 714 grani d'oro,
ne conteneva soli 700. o anche meno, ed il resto
rame o altro metallo, Taccortezza dei banchieri li
riduceva al giusto valore, e nel cambio voleva
tanta più moneta d'argento quanta supplisse alla
mancanza. Da questa causa nacquero le strane
mutazioni sofferte dalla lira come frazione del fio-
rino d'oro. Questa lira da moneta immaginaria
passò finalmente ad essere reale sotto Cosimo I,
ed è divenuta una frazione costante del fiorino
d'oro o zecchino,composto di lire tredici e un ter-
zo di esse (2.9). Alla fine della repubblica fiorenti-
na il fiorino valeva lire sette fiorentine (3o)^ e
questa fu quella famosa moneta che corse per
lutto il mondo, imitata da molti pnncipi, e per
solo amor proprio dei fiorentini, creduta la prima
moneta d^oro che si coniasse in Italia.
g. ao. La città di Pisa continuò a battere la
sua moneta anche nei tempi repubblicani, men-
tre io mostro due monete ad essa appartenenti^ la
prima delle quali ^a) porta da una parte l'immagine
della SS. Vergine protettrice di quella città col-
la iscrizione PaOTEGE VIRGO PISAS, e dal-
(a) Ved. lav. XLII, N. 4.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE VII. 363
Taltra una croce colle tocì PISANI COMMUNIS:
la seconda (a) ha pur da una parte la SS. Immagine
coiristessa iscrizione, e dall'altra si vedono nel-
Tarea le lettere li, L, cioè Carlo re dei Franchi,
e nel lembo ILA.ROLUS REX PISANORUM:
LIB. cioè liberator. Questi è Carlo Vili re di
Francia che nell'anno 1496 restituì alla libertà
Pisa oppressa dalla dominazione de** fiorentini (3 1).
Lucca pure seguitò a batter moneta, mentre in
quella ch^io riporto [b) vi si vede da una parte il
volto santo colla iscrizione S. VULT. DE LUCA,
e dall altra vi si legge CAROLUS IMPERATOR,
cioè Carlo IV imperatore che nel secolo XIV re-
stituì la libertà alla repubblica lucchese (Si), per
cui si vede pure nella moneta qui riportala un'^in-
segna colla parola LIBERTAS.
g. 21. L'anno 1 186 Arrigo VI concesse a Sie-
na il privilegio di batter moneta , ma non fu
questa che una conferma di un dritto che già
avevano prima (33). Questa città che da vari an-
ni era libera cedette a Federigo la zecca, ed Ar-
rigo glie la restituì. Essa pertanto coniò moneta
in grazia della propria libertà anche prima del pri-
vilegio di Arrigo, benché il facesse per abuso o
per usurpo che dir si voglia. La più antica mone-
ta ch'ella abbia (e) a noi nota, ha nel dritto in
campo un S, e intorno SENA VETVS, e nel ro-
Teselo una croce e air intorno ALF.A ET CIJ,
(a) Vcd. lav. XCVI, N. 9.
Ib) Ivi, N. 10.
(e) Ivi, N. 12.
364 COSTUMI
cioè omega (34). La moneta di Chiusi (a) mostra
nella parte antica Timmagine di s. Silvestro S.
SILVESTER vescovo, e nella parte postica una
croce col nome della città in giro DE CLYSIO :
non sappiamo perchè vi manchi s. Secondiano,
eh** è il patrono principale della città.
g. a a. La zecca d''àrezzo èd^epoca ipcerta^ si
sa però dagli antichi diplomi degrimperatori che
prima del 11^6 godevano i vescovi di quella città
il dritto di batter moneta (35). Nel laGo vi corre-
va moneta pisana^ ma ciò non prova che in quel
tempo A^rezzo non avesse anco la propria. Infatti
nel 1 196 Federigo II concede al vescovo il privi-
legio di batter moneta, come lo avevano i di lui
antecessori. La moneta d''argenlo ch'io presento al
lettore {b\ ha nella parte anteriore ^immagine di
s. Donato vescovo e patrono di quella città colla
iscrizione S. DONATVS, e nella posteriore v' è
la croce colla voce in giro DE A.RITIO. Per la
forma del carattere , come per altri indizi mi-
nori , questa moneta si reputa essere stata co-
niatata sotto Guidone Tarlati di Pietramala che
era vescovo d'^Arezzo. II geografo Targioninelfar
la storia della terra di Casole prossima a Vol-
terra trova descritte in un codice membranaceo
del secolo XIlI le leghe di diverse monete , tra
le quali nota le seguenti:,, la libbra del volterrano
( cioè dei grossi volterrani ) delle stelle tiene on-
ce dieci e due terzi d'arienlo fine: la libbra dei
(a) Ved. tav. LIV, N. 4.
{b) Ved. tav. LXV, N, 8,
DEI TEMPI REPUBB. PASTE. VII. 365
piccioli volterrani casolesì ( equivalenti ad un
denaro) tiene once una e un terzo d'ariento fine:
la libbra dei cortonesi ( piccioli ) delle lunette
tiene once una e mezzo d'arienlo fine „. Questa
notizia mette in sicuro la lega finora ignota delle
monete volterrane e cortonesi , e fa sospettare
che in Casole fosse già una zecca, cred'io de' ve-
scovi di Volterra, dove si battesse la moneta ne-
ra de'piccioli volterrani, che per ciò si chiamas-
sero cajo/ei'/, come a Berignone ed a Monlieri
erano altre zecche spettanti a Volterra, dove si
bettevano grossi ed altri piccioli volterrani (36).
g. a3. Che in Cortona vi fosse la zecca lo pro-
vano le due monete da me riportate, ove da una
parte (a) v''è s. Vincenzo vescovo patrono della
città, colla iscrizione in giro S.VIiNCElVTIVS, e
dall'altra una croce, ove si legge DE CORTONA:
ma non sempre vi è rappresentata Timmigine di
s. Vincenzo (b). Questa città prima che compa-
risse airimpero e libertà la nobile famiglia Ca-
sali non godeva essa sola il privilegio di batter
moneta, ma anche molte altre d''Etruria. I vesco-
vi di Volterra appena cominciarono ad esercitare
la suprema giurisdizione come giudici degP im-
peratori , coniarono moneta di rame e argento
scavato nel territorio di quella città, ed in specie
dalla miniera di Monlieri. Questo privilegio fu
loro confermalo dalP imperatore Arrigo VI nel
1189, colTobbligo di pagargli un tributo di sei
(a) Ved. lav. LIV, N. 5.
(6) Ved. lav. XCVI, N. U.
3a-
366 COSTUMI
marche d'argento di Colonia, cioè 288 lire fioren-
tine, e questo dritto.fu esercitalo dai vescovi fino
all'anno i355(37).La moneta di Volterra avea da
una parte il ritratto del vescovo Ranuccio con
pianeta (a) , mitrato, tenente il baculo nella sini-
stra,e la dritta in atto dì benedire, ed all'intorno
EP. RA.NVCCI5 dalPaltra parte vedesi una croce
e la leggenda D. VVLTERR4. Io ne riporto una
altra (b)^ ove in vece del vescovo Ranuccio v** è
il vescovo san Giusto. Il comune di Firenze però
nel 1296 avendo coniato un nuovo fiorino d"'ar-
gento della valuta di due soldi fiorini piccioli con
iega di 1 1 once e denari 14 di buono argento, eoa
Timpronta solita di s. Giovanni Battista da una
banda, e il giglio dalTalira, proibì la moneta d'ar-
gento di Volterra, e quella di Cortona per accre-
scere maggiormente il corso alla sua (38). Per
ritener poi la moneta d'uovo nel dominio fiorenti-
no, la quale per esser buona era per ordinario
trasportata per il guadagno, furon poste pene e
condannagioni nel ij^S a chi ne portasse , o
mandasse fuori più di 5o fiorini d'oro per volta,
ed accresciuta la valuta del fiorino nuovo più di
quello del suggello vecchio il cinque per cento.
Né furono stimati di minor danno pubblico quelli
che ne ammassavano e tenevan sepolta una quan-
tità senza profitto neanche proprio, per cui folle-
rò che ne potessero esser condannati (39).
g. 24 'Circa al 1270 essendo slata ritrovata una
(a) Ved. lav. XCVI, N. t3.
(b) Ved. tuv. LXV, N. "J.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE VII. SGj
cava d'^ oro e d''argento nel comune di Ponsano,
luogo lontano quasi un miglio da Pistoia, i pistoie-
si s'invogliarono ancor essi di far coniare monete
a loro piacimento, ed usurpatasi alPuso di quei
tempi la permissione, si fecer lecito d'improntare
nelle monete medesime la parola LIBERTAS
da una parte, e Teffigie dis. Iacopo apostolo loro
protettore daifaltra, in mezzo a scacchi bianchi e
rossi, come si vede nella moneta da me riporta-
ta (a). Questa usurpazione non fu del tutto ar-
bitraria, mentre anche per V avanti avevano la
permissione, come ci assicura una carta del io48
ripoitala dal Fioravanti {^o). ove son nominali
due soldi di moneta pistoiese. Furon battute in
Pistoia della monete col ritratto del capitano Ca-
slruccio Castracani (b\ nel tempo io cui esso ne
fu possessore (40' Iacopo IV d** appiano ebbe
in feudo Piombino dall'imperatore Massimiliano
1, con facoltà di battere moneta d'oro e d''argen-
to Tanno 1609, ^"^' privilegio nel i634fu tolto
agli Appiani, e concesso a Niccolò Lodovisi {^1),
Queste sono le monete che vigevano in Toscana
ai tempi repubblicani: ci duole però di non po-
ter dare il valore tlelle mt'desinie. come abbiamo
fatto di quelle di Firenze, ma forse la valuta del-
le monete delle altre città toscane sarà stata e(|ui-
valente a quella della repubblica fiorentina, men-
tre, se non era tale, sarebbe nata una gran con-
fusione in commercio.
(a) Ved. tav. XXIT, N. r,, 6.
(6) Ved. tav. CXII, N. 5.
368 COSTUMI
NOTE
(1) iTignotli, Storia della Toscana sino al principa-
to, voi. VII, Saggio terzo , Del commercio dei toscani.
(2) Ivi. (3) Ivi. (4) Ivi. (5) Villani , Storia fioi'enti-
na, lib. XII, cap, 54, 56. (6) Ved. Storia epoca v, voi.
VII, Avvenimenti storici, cap. xxii, §. 1. (7) Pignot-
ticit. (8) Ivi. (9) Balducci, ap. Piguotli cit. (10) Pec-
chio, Storia dell'economìa pubblica in Italia, introdu-
zione, p. 13. (11) Pignoni cit. (12) Fanucci , Storia
dei tre celebri popoli marittimi delTItalia, venezia-
ni, genovesi e pisani, lib. ih, cap. ii. (13) Ivi, cap.
IX. (14) Ivi, cap. X. (15) Ivi, lib. iv, cap. in. (16) Sto-
ria di Cortona d'Anonimo, cap. iii, p. 54. (17) Gia-
chi, Saggio di ricerche sullo stato antico e moderno
di Volterra, voi. il, art. in, stato economico. (18) Ma-
Jespini , Storia fior. cap. 152 . Villani , Storia fior.
Jib. VI, cap. 54. (19) Malespini, Villani e Borghini,
ap. Carli, Delle monete e della istituzione delle zec-
che d' Italia, voi. i, pag. 313. (20) Malespini cit.
cap. 48. (21) Borghini cit. Discorsi , part. fi, pag.
135. (22) Carli cit. ap. Zannetti, Nuova raccolta del-
le monete e zecche d' Italia , voi. i , cap. ii , dellii
moneta dei fiorentini. (23) Lami e Borghini^ ap. Or-
sini, Storia delle monete della repubblica fiorentina,
p. xxxiv. {2i) Borghini ^ Discorsi cit. part. ii, pag.
185, 196, 215. (25) Orsini cit. pag. xxvni . (26) A-
retino , Storia fior. lib. vni . (27) Borghini cit. ap.
Orsini cit. pag. xxxiii . (28) Sismondi , Storia delle
repubbliche italiane f voi. ni , cap. >,xvni . (29) Pi-
gnotti citato^ voi. in , libro iii , cap. iv . (30) Si-
smondi cit. (31) Argelati , De monelis It^iliae vario-
rum illustr. virornm dissert. voi. i, tab. Lxni, num.
VII, vili et sua explicat. (32) Ivi, tab. xxi^ num. xix.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE VII. 3^9
(33) Carli cit. voi. i, pag. 199 . (34) Ivi. (35) Zan-
netti cit. voi. ii, pag. 70. (36) Targioni , Relazioni
di alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana,
voi. VII, pag. 399. (37) Biisching, L'Italia greografico-
storico-politica, voi. v, part. i , pag. 54 . (38) Am-
mirato, Stor. fìor. voi. il, part. i, lib. iv, pag. 38.
(39) Ivi, voi. VI, part. i, lib. xvi, pag. 22. (40) Sto-
ria di Pistoia, cap. xv. (41) Viani, Della zecca e del-
le monete di Pistoia, pag. 9. (42) Zannetti cit. voi.
Il, pag. 137^ not. (1).
■■■•■•■'■■' "I
to ii' iiiilnJJìf» ir W
Syo e O S T D M I
PARTE OTTA.VA
ARTI
..Mi
iracolose furono le opere intraprese e
terminate dalle città dTtalia dall'anno 900 al laoo.
Cominciarono da prima ad intorniarsi di grosse
mura, scavando fossati, alzando torri, e ponendo
contro guardie alle porte^ lavoro immenso, cui so-
lo un patriottismo disposto ad ogni sacrifizio potea
bastare. Le città marittime edificarono parimente
ì loro porti, i rialti, le dighe, e le dogane destinale
a ricettare ogni sorta di mercanzie. Appresso mu-
rarono pubblici palagi per la signoria, o magistra-
tura municipale, e prigioni: fabbricarono altresì
contemporaneamente que'terapli, la di cui magni-
ficenza e le colossali proporzioni riempiono ancora
di meraviglia. Questi tre secoli di vita promosse-
ro r architettura e resuscitarono tutte le buone
arti(i). Le leggi suntuarie emanale in Toscana
contro il lusso eccessivo degli abbigliamenti delle
vestile d'altri oggetti di pompa, dettero ancor''esse
un impulso non piccolo al progresso delle arti, e
la scuola d' architettura di Firenze si lasciò ben
presto dietro tutte le sue rivali; e siccome non
era vietato ai cittadini di ornare i loro palazzi di
sculture e di quadi'i, e di raccogliervi preziose bi-
DEI TEMPI BEPUBB. PARTE Vili. 87 I
bliolecbe, cosi non andò guari che ingegnosissimi
artefici, i quali forse non saranno mai superali,
rinnovarono la gloria dei pittori e degli scultori di
Atene, e che i dotti recarono a Firenze preziosi
manoscritti da ogni parte (a).
§. 2. La florida situazione in cui si trovava la
repubblica pisana nel cominciare del secolo duo-
decimo, continuamente eccitavala ad intraprese
grandiose, dimodoché dopo compito il mirabile e-
difizio della basilica , non stettero i pisani ino-
perosi, e nell'agosto del Il 53 posero mano alla
insigne fabbrica di s. Giovanni, eretta per eser-
citarvi i riti batttjsimali col disegno delParchitetto
Diotisalvi. L^anno in cui fondarono i pisani que-
sto tempio, porta con se medesimo una maggio-
re celebrità ancora, perchè fu quello in cui co-
minciarono ad inalzare le mura della r.iità, secon-
do i disegni e la direzione di Bonanno, altro ce-
lebre loro architetto (3). L** esteriore di questo
tem[)io (a) tutto di marmo ^ piantalo sopra un
imbasamento di tre scalini della stessa pietra con
si bene inlesa elevazione, ornato di due ordini
dì colonne, sormontate da archi semicircolari^ da
frontoni e da statuine termina T ordine con una
corona di capricciosi ornamenti triangolari, cia-
scuno de^ quali comprende due sottoposte arca-
te, ed ha una stalu-j sul vertice, ed una mezza fi-
gura nel mezzo del vuoto. Fra un triangolo e l'al-
tro sorgono altrettanti tabernacoli o campani-
letti, adorni tutti di fiori, di rabeschi e d'altri si-
(u) Vcd. lav. C, IN. 1.
5-^2 COSTUMI
niili lavori (4). La disposizione delPinterno più
conforme alle regole ed acconcia alPuso religioso
a cui quesf edifizio è destinato , non è priva
di certa tal qual magnificenza (5). Non dobbia-
mo defraudare il dovuto elogio ai pisani per la
prodigiosa celeritàdella costruaione di quest'edifi-
zio, mentre si narra essere state inalzate le co-
lonne ed i pilastri, e sovrappostivi gli archi nello
spazio dì quindici giorni, cioè dal primo ottobre
II 56 al i5 dello stesso mese. Ella è questa cosa
veramente maravigliosa , ed atta a confermare
quanto sia efficace la volontà degli uomini quan-
do è spinta dalfamore della gloria. Vedesi questa
chiesa decorata di due ordini di architettura, ed
il primo sodo è scompartito da dodici grandi ar-
cate a pieno centro, sostenute da ottogrossissime
colonne corintie isolate. I capitelli sono in parte
gli avanzi di antichi edifizi, ma pure alcuni ese-
guiti nel tempo della fabbrica, ed imitati per altro
da ruderi antichi, quali son per esempio quei che
stanno lateralmente alla porta principale d'ingres-
so. Le dimensioni delia fabbrica sotìo le seguenti:
il diametro braccia settantasei, la circonferenza
braccia 194 e sei settimi, l'altezza senza la statua
braccia 94 (6).
g. 3. Tra l'infinito numero di torri erette nel
XII secolo, specialmente per servizio delle cam-
pane,- è di tutte la più celebre quella di Pisa, a
motivo della slraordinaria inclinazione che la di-
stingue . Yarie sono le cause alle quali se ne
attribuisce la mirabile pendenza, e benché tut-
t'^ora se ne disputa, pure non si apiaga la curiosità
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. Zy%
degli osservatori , di sapere se quella sua posizione
sia per caso o per arte» Vero è che si possono ad-
durre altri esempi di torri inclinale al pari di
questa, come ce ne porge un esempio la torre di
san Niccola nella stessa Pisa e quella celebre di
Bologna eretta presso a poco nelPepoca stessa,
oltre quelle dìColoniain Germania) di Caerphely
Bridg-north, e del castello di Corse in Inghilterra
ed altrove in Persia; tantoché non sarebbe fuori
di proposilo che rarchitetto avesse voluto avver-
titamente dare una singoiar prova del suo sapere
nell'arte di fabbricare. Le cronache pisane ci di-
cono che due furono gli architetti, Bonanno pi-
sano, e Guglielmo d''Inspruck . La tradizione at-
tribuisce alParchitetto Tommaso pisanodiscepolo
d''A.ndrea V ultimo ordine dove son collocate le
campane, aggiunto circa alla metà del secolo XIV.
La forma della torre è cilindrica, ed otto logge
arcuate una sopra l'altra le girano intorno, so-
stenute da 2,07 colonne coi loro capitelli , che
sono in parte di antica e variata scultura. Le i5 co-
lonne del prim'ordinealte i3 braccia e mezzo ap-
poggiano al muro, e le trenta di ciascuno de''suoi
ordini superiori sono, isolate e si manifestano
per la maggior parte avanzi di antiche fabbriche
illustri. Tutta Taltezza dal suolo ond'esso distac-
casi fino alla sommità delTultimo piano , presa
dalla parte più alta, è di braccia 93 e un quinto.
La larghezza della muraglia nella sua base sopra
terra è di braccia sette. A.1 second*'ordine braccia
({uattro e un quarto, e Testerna sua inclinazione
di braccia y e due terzi (7).
St, Tose, Tom. 9. 99
374 COSTUMI
g. 4. L'onore civile e religioso verso i citladi-
iiì defunti, fu la virtù caratteristica degli antichi
pisani. Essi nei giorni della loro grandezza poli-
tica, invece d'inalzare archi e trofei, impiegarono
I conquistati tesori eie proprie loro nazionali ric-
chezze neirerigere un magnifico ciniitero (a) per
onorare i loro defunti cittadini : cimitero dive-
nuto giustamente una delle maraviglie tra i monu-
menti d'arte e di religione in Europa (8). Vogliono
i cronisti che un sì magnanimo concepimento si
risvegliasse neiranimo dei pisani sul cadere del
secolo duodecimo, allorché l'arcivescovo Ubaldo
de'^Lanfranchi ritornando da una spedizione fatta
dalla repubblica in Sorìa, recò seco entro le navi
una considerevole quantità di terra estratta dal
Monte Calvario, e la collocò in quello spazio di
suolo, dove molti anni appresso si eresse la fab-
brica del Camposanto , di cui attualmente im-
prendiamo a ragionare. Questo ebbe il suo prin-
cipio nel 1278 , essendo arcivescovo Federigo
"Visconti, col disegno e direzione dell'insigne scul-
tore ed architetto Giovanni pisano, e soli cinque
anni occorsero per Tesecuzione di sì grandioso
lavoro; ma Tornamento di alcune arcate, restato
imperfetto a tempo della fabbrica, fu eseguito
nel 1464. Nulla può immaginarsi di più austero
e più semplice della sua architettura, disse uà
erudito nel descrivere quest' edifizio (9) . La sua
pianta è di figura rettangolare, ed eccone le sue
dimensioni ; lunghezza totale braccia 5-22^ lar-
(«) Ved. tav. C, N. 1.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 5^5
ghezza 765aUezza ^4X3 sua facciata meridionale è
scompartita in 44 pilastri ad ugual distanza fra
loro, sopra de* quali voltano 43 arcate semicirco-
lari, e sopra ciascun punto di riunione degli archi
è collocata una testa di {variala figura, il tetto è
ricoperto di piombo.
g. 5. Per due porte si apre l'ingresso airedifi-
zìo. La principale è ornata al disopra di un taber-
nacolo di marmo sul far gotico moderno conte-
nente sei statue, fra le quali la Madonna col Bam-
bino, e lo stesso architetto Giovanni che la scolpì
con altre figure , amò di quivi ritrarsi davanti
alla medesima. Non v'è alcuno che all'enlrare in
questo sacro recinto non sia compreso da vene-
razione e diletto, poiché Tattenzione è rapila da
tante bellezze, resultanti da quelPampio loggiato,
dagli ornali dei fineslroni sostenuti da variate e
delicate colonne, dalle memorie d'^arte quivi rac-
colte, e dalle pitture singolari che ne decorano le
pareli (a). La forma delPedifizio è internamente
un paralellogrammo, e racchiude nel mezzo un'a-
rea di terra destinala un tempo a cimitero comu-
ne. Quest'area ha ini orno quattro corridori, che
prendono luce da sessanladue finestroni sormon-
tati da archi, 26 per ogni lato maggiore e sei o
cinque per ogni lato minore, i quali archi voltano
su capitelli intagliati di 66 gran pilastri congiunti
di solido imbasamento, e su ciascuno dei capitel-
li, dove gli altri s'incontrano, è situata una testa,
ma sempre variala. Sopra Tindicato irabasamento
(a) Ved. tav. CXIII, N. 1.
3j6 COSTUMI
appariscono pilastrini intermedii ai pilastri maggio-
ri e sottili colonne, sosfenenli altri più piccoli ar-
chi a sesto acuto conforme allo stile di quelPetà.
La materia è tutta di marmo bianco con fasce ce-
rulee^ di marmo è altresì il pavimento dei corri-
dori ove sono più di 600 sepolture appartenenti
a private famiglie e corporazioni pisane che ne
cessarono Tuso da oltre mezzo secolo, conceden-
dosi ora soltanto per eccezione e riguardo agli uo-
nrn'ni distinti per qualche titolo di merito emi-
nente (io).
g» 6. Rispetto agli accessori! ornamenti del-
Farchilettura degli accennati edifìzi di Pisa può
dirsijche abbiano dove più dove meno i difetti ilei
loro secolo.Yi si vede una confusa moltitudine dì
ornati a bassorilievo, di piccole e grandi statue,
d''innumerabi?i colonne, ma di colore, di forma,
e di modulo diverse, con capitelli dissimili, alcu-
ni de'^quali del migliore stile greco, altri compo-
sti di fogliame, di umane leste e di simbolici ani-
mali. Se peraltro i pisani pagarono un tributo al
cattivo gusto del tempo loro nella scelta ed ese-
cuzione degli ornamenti, convien riflettere dal-
l'^altra parte onde far loro giustizia, che non adot-
tarono intieramente il genere d"'arcliitettura detto
gotico, che regnò in tulto il mondo nei secoli di
cui si tratta, e quasi fino al secolo XV. La città
di Pisa, ed alcune altre dei vicini paesi ch'ebbero
il buon senso d'imitarla, si preservarono da que-
sta viziosa maniera^ e conservarono, qual sacro
deposito, gli avanzi del buono stile. Ecco ciò che
devesi osservare attentamente per formarsi una
DEI TEMPI REPUEB. PARTE. Vili. 3^7
giusta idea del movimento che sembra apparec-
chiato a ricondurre la buona architettura dopo la
costruzione degli edifizi di Pisa, onde fissare Te-
poca di questa felice disposizione degli ingegni,
e conoscerne esaltamenle gli efFetti. Ma troppo
ancora mancava al rinnuova mento deirarchilet-
tura sparso per tutta Tltalia (ii).
g. 7. Prima di maggiormente inoltrarci in que-
st'esame deirarchitetlura costumata in ten>pi di-
versi nella Toscana^ diremo, che dal seno della
ignoranza e della cattiva mescolanza di forme e
d'ornamenti dVgni maniera, nacque alPultimo un
nuovo straordinario modo di fabbricare. Ormai
stanchi i toscani architetti di rimanere nelh o-
scurità in cui li scorgemmo avvolti, avidamente
abbracciarono, in ciò che riguarda la parte prin-
cipale di questi edifizijUna invenzione che affasci-
nò la loro immaginazione, o che da principio pia-
cevolmente sorprese per la novità. Lo stabilimen-
to di questo nuovo genere d''archìtettura, in unV-
poca nella quale i veri principii erano affatto
dimenticali, impedi ohe per lo spazio di quattro
secoli fosseio richiamali in vigore.ll di lei nome,
sebben improprio, è architettura gotica, come se
ai goti che occuparono Pltalii nel quinto secolo
attribuir si dovesse il compimento del gusto. Il
decadimento delParchitellura coincidendo collo
stabilimento dei goti in Italia, fece si, cl»e il
metodo di fabbricare d\illora contrario atle r»*go-
le avesse nome di gusto gotico (la^. Quando
poi fu considerata nelPullimo suo periodo, arric-
chita fino alla profusione di ornai»enti d^ui» gc-
33-»
3^8 COSTUMI
nere leggero, nuovo e slra odi nari o, le fu dato il
nome di architettura araba o moresca (a), E
poiché le forme acute di cui si vaie negli archi,
nelle volte e nelle coperture degli editìzi, sono
più acconce alle contrade settentrionali, si chia-
mò dal Vasari e da altri architettura tedesca. Or
questa incertezza di nomi ci costringe a chiamar-
la^ come da lutti si fece, architettura gotica.
g. 8. L'arco acuto o di sesto acuto la distingue
principalmente da ogni altro genere d'architettu-
ra, ma non sempre. Nel suo allontanamento piut-
tosto apparente che reale dalle regolari propor-
zioni si formò una regola della varietà, e questo
principio fu T origine dì una infinita quantità dì
forme e di avvicinamenti che riguardò quali bel-
lezze. Non saprebbesi poi negare che non offra,
comunque difettosa esser possa, la molliplicìlà
delle minute parti, certe bellezze ne'suoi effetti,
ed in ciò che propriamente risguarda l'arte del
fabbricare, non che aver nulla perduto della soh'-
^ìtk propria dell'antica architettuia Tha piuttosto
accreseiut al L'arco di sesto acuto ebbe principio
io Italia sicuramente nel nono, decimo e dodice-
simo secolo, ma probabilmente anche nel secolo
settimo e nell' ottavo^ vale a dire nei tempi in
eiii ogni principio di beirarchitetlura era affatto
dimenticato. La durata della fabbrica degli edifizi
spesso terminala in un tempo assai lontano da
«ludlo dei primi lavori, ed altre simili circostan-
ae, moltiplicarono le occasioni di associare l'arco
(fl) Ved. tav. CXin, N. 2.
DEI TEMPI RÉPUBB. PARTE vili. 879
acuto colPaltro a mezzo circolo, la qual miscela
ebbe luogo specialmente nelle due epoche estre-
me, cioè nella introduzione e nella cessazione
dell'arco acuto (i3).
g. 9. Rispetto ai privali edifizi, alle case d'abi-
tazione ed ai loro restauri, sembra r.he l'arco di
sesto acuto sia visi introdotto nel dodicesimo se-
colo. La cattedrale d'Arezzo ci conserva un bel-
l'esempio circa la miscela deirarco acuto colPar-
co a tutto sesto. È questa una cattedrale delle
più antiche di Toscana dopo quella di Pisa dei
tempi di cui parliamo. Il gran voltoue che ne co-
pre la navata di mezzo, è retto sugli archi acuti
che si ripetono ad cgni pilastro delle due pareti
di mezzo, e frattanto tra un pilastro e l'altro so-
no archi di tutto sesto, e neppur le finestre se-
guono il gusto gotico o longobardico (a). Dicesi
che non prima del 1218 si pensò alPeditìcazione
della cattedrale d''A rezzo, e che ne fece il dise-
gno (jueiriacopo tedesco per sincope nominato
Lapo (i^)-) ^^^ "^ ({ue\ tempo sì occupò nelle ce-
lebrì fabbriche d''Assisi. Incominciata la fabbrica
rimase presto interrotta per le disgraziate circo-
stanze de'tempi, finché fu incaricalo di terminarla
Wargheritone aretino, che nel 127$, dopo lunga
emigrazione, s'era già restituito in patria. Fu poi
nuovamente in'errolln per le guerre che insorse-
ro, né il buon IVIargh eri Ione potette condiu In ni
suo termine. Vero è però che quantunque non sia
noto il nome delPartetìce che le delle il suo compi-
(a) Ved. lav. CXIV, N. 1. i>:* '
B80 COSTUMI
mento, pur Io ebbe a tempo del vescovo Gugliel-
mi no degli libertini, e senza che mai dai posteri
architetti ne restasse il bel disegno di maestro La-
po nella più piccola parte alterato. Questo tempio
s'^inalza all'esterno sopra una gradinata di traver-
tino, che tramezzala da un ampio ripiano, e ter-
minata da un secondo ancor più vasto, Io contorna
a ponente e mezzodi. Dalle 3 porte situale nella
faccia principale che ne fanno l'ingresso si gode il
colpo d'occhio di questa bella mole, che mediante
la sua considerabile altezza di 47 brancia; colla
larghezza di 38 e colla lunghezza di circa iia si
presenta d'una vastità imponente. Essa è formala
dalTambulatorio di mezzo, e da a portici, ossia da
tre navate. Cinque sono i grandi arconi dei por-
tici corrispondenti all'ambulatorio, sostenuti da
pilastri angolari costruiti a diverse faccette e por-
zioni di otto colonne, come in fascio, che tutte
insieme e senza rastremazione vanno formando
dei sostegni alquanto snelli e leggeri conforme il
gusto di quel tempo. Su i capitelli de'pilastri vol-
tano immediatamente i grandi archi semiciicolari,
e i costoloni che intersecano a croce le volte dei
portici, mentre porzione dei ridetti pilastri corri-
spondenti nel grande ambulatorio trapassano e
vanno maestosamente a sostenere gli archi a sesto
acuto della volta che copre Tambulatorio mede-
simo, la cui semplicità e grandiosità di stile de-
sia una ben grata sensazione in chi Tammira. Isel-
la testa di esso ambulatorio si vede una spa-
ziosa tribuna, ed i portici son terminati da due
cappe'le (i5).
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. ZBl
g. IO. Sappiamo con qualche certezza che nel
jT^ola cattedrale di Siena (a) era già edifinata,ed
esistono in oltre delle memorie che nel 1229, e
nel ia36 sì pagarono delle somme agli operai che
vi lavoravano, e pe*'marmi che vi s*" impiegarono;
dalle quali memorie ben si rileva che nel 1245 si
fabbricava forse per accrescere queir edifizio o
per ornarlo di marmi e sculture, e nel i25o si
inalzarono le pareti più elevate della fabbrica.
Due architetti avevano Topera del duomo, l'uno
Pietro Buonamico addimandato, l'altro maestro
Arnolfino; ed insieme con loro molti altri capi-
maestri architetti ingegneri,finodal 1259 e 1260,
posero in volta la chiesa, e frattanto dieci scul-
tori a proprie spese manteneva il comune per
servizio delPopera del duomo. In quel medesimo
tempo fu fatto il coro e la facciata di quella cat^
tedrale sopra s. Giovanni con alcune altre volte.
Ogni esterna parte di questa basilica è incrostata
di marmi bianchi e neri, e questi son tolti dalle
vicine cave; e dal Gigli si riferisce un tale abbel-
limento all'anno 1260 in circa. Il vescovo Rinal-
do >Ialavolli nel 1284 pose la prima pietra alh
facciata di quella cattedrale riguardante lo speda-
le, piantala come il restante delTedifizio sopra
un imbasnraento marmoreo, al quale si ascen-
de per vari scalini: sono negli angoli d*esso ba-
samento due colonne di granito orientale. Questa
facciala fu disegnala pochi anni avanti dal cele-
bre Niccolò pisano o da Pisa, figlio di Pietro no-
ia) Yed. lav. CXIV, N. 2.
382 COSTUMI
taro senese. Lo stile è d'un bel gotico di fino la-
voro di vario-colorati marmi, con molte colonne,
piraraidette, statue, busti e bassirilievi, con altri
gentili ornamenti (i6). Si dice per tanto che sem-
brando ai governanti soverchiamente angusto
questo tempio per la popolazione urbana, che nel
i3a6 giungeva a a5ia7 famiglie, coraggiosamente
pensarono d''ingrandirlo. Nel i333 fu finita d'or-
nar con marmi la facciata, e nel i35o Duccio co-
minciò a fare il pavimento. Nel i339 lavoravasi
con calore alla gran mole, ma la carestìa del i34o
ed altre pubbliche calamità, che ridussero la re-
pubblica airestrema deficenza, e la mancanza di
popolazione dopo il contagio del i348, resero im-
possibile il proseguimento di questa grandiosa
aggiunta,per lochenon si vedono che le elevazio-
ni gigantesche, ed una parte anche coperta e de-
stinata ad uso di magazzini. La lunghezza attuale
deiredifizio, secondo le misure del Gigli, è dìBoo
piedi: dimenzione non tanto imponente quanto la
preziosa sua costruzione (17). Non dee passarsi
sotto silanzio un altro notabile lavoro eseguito in
Firenze da Niccolò Pisano, la chiesa cioè di San-
ta Trinità, che pel suo gusto sì semplice e puro,
destituto d"'incoerenli ornamenti la fa bella di un
pregio tale, che Michelangiolo chiamavala sua da^
ina favorita^ né polea mai stancarsi di ammirar-
la. Essa ha subite alquante moderne variazioni,
per cui senza un qualche studio non possiamo
formare un concetto del suo primitivo stato: si
l'avvisa peraltro in essa il carattere di naturalezza
dei primi passi d'un'arte che non dalla imitazione
DEI TEMPI REPIJBB. PARTE vfll. 38$
di altre opere, ma dalla sua propria natura ha
vita (i 8).
|. II. La cattedrale" di Prato non grande ma
bella fu condotta a tre navate sul gotico disegno
di Giovanni pisano: il pergamo sull'angolo della
facciata è di mano di Donatello, come pure quel-
la porzione di capitello in bronzo avanzato alle
rapine degli spagnuoli nel sacco del 1 5 1 a ( 1 9). Do-
po che Grosseto fu soggetta al dominio di Siena,
potette pacificamente continuare la fabbrica della
grandiosa di lei cattedrale, alla quale impresa fa
dato incomiuciamenlo fino dal principio del seco-
lo XIII, come apparisce da un testamento del
iao8 del conte Ildebrandino. Dalle iscrizioni su-
perstiti alla facciata esterna di quel duomo rile-
vasi,che Parchitettura della stessa facciata fu opera
tlel capomaestro Sozo Rustichini di Siena, inco-
minciata nel 1293, mentre la parte interna incro-
stata essa pure di marmi sino alla metà, sebbene
ora barbaramente ricoperta d'intonaco, indica in
altra lapida ivi murata Tanno 1295 (ao). La fac-
ciata esterna di questa cattedrale mostrasi di ar-
chitettura mista di stile gotico e romano, come lo
mostra il disegno che da me qui si espone [a).
Della cattedrale di Massa-marittima abbiamo no-
tizie eh* ella fosse riedificata dalla comunità del
luogo dopo il 1^.23, come lo dà a conoscere an-
che lo stile architettonico. Altre memorie ci dicon
di più cheTaltuale duomo fosse rimasto compito
al principio del secolo successivo, e lo mostrala
(a) Ved. tav. CXV, N. 1.
584 COSTUMI
deliberazione presa dal magistrato civico di Massa
nel i3i6, allorché ordinava alfoperaìo della cat-
tedrale di far continuare a dipingere le pareti di
quella chiesa. Essa è tutta costruita di travertino
squadrato, circondata intorno da mezze colonne,
KelPinterno è divisa in tre navate, con archi di
tutto sesto, sorretti da colonne di pietra (ai). Una
delle più anlich(< cattedrali degne di ricordanza
fabbricate in Toscana dopo il looo è la chiesa di
s, Martino in Lucca. Questo gran tempio sebbe-
ne avesse il suo principio neir epoca antece-
dente, cioè neir anno 1060, è stato nondimeno
in diversi tempi dell'epoca di cui ora si ragio-
na accresciuto ed abbellito, per cui merita a-
ver qui luogo. La sua facciala esteriore (a), che
è a tre piani con altrettanti ordini di colon-
nette su cui girano gli archi, delle quali quel-
le al secondo piano vanno degradando verso i
lati, fu fatta nel iao4 dallo scultore Guidetto,
sente di un gotico ornato, ed é tuttora mancante
del frontone. Gli ornamenti dell'atrio sono del
1233^ finalmente nel i3o8 questa chiesa fu in-
grandita in cima di altre 14 braccia (aa).
g. la. Scorso in rivista il principio ch'ebbero
le più vetuste cattedrali della Toscana nelPepoca
di cui si tratta,non discenderemo altrimenti all'e-
same delle moltissime chiese che in quel tempo da
noi trascorso furono edificate, ma soltanto note-
remo ciò che dopo la loro fondazione in alcune di
esse vi fu aggiunto.Prima di ciò credo bene di rao-
(a) Ved. tav. LXXIX, N. 3.
DEI TEMPI REPUBB. PAUTE Vili. 385
strare un esempio deirarchitettiira del gusto goti-
co moresco raro in questo paese,ed è il tempietto
pisano di s. Maria della Spina (a): havvi peraltro
differenza d''età nella sua costruzione. Il primo
oratorio fu condotto intorno al ia3o, poscia dopo
il i3oo si ordinò dal senato pisano d'accrescerlo:,
è ignoto peraltro il nome si del primo che del se-
condo architetto che v** ebbe mano. La bella ar-
chitettura di cui va ornato,tanto amata e studiata
ai di nostri, sapeva si male alla generazione dei
tempi scorsi , perduta dietro allo stile romano
moderno infettato dal borrominesco, che v^ebbe
allora chi propose di atterrar quel tempio per far
più vago il lung-Arno pisano. È questo pìccol
tempio leggero e capace di sorprendere ed anche
dilettare nel suo genere: guglie, balaustrate.^ cam-
paniletti , tabernacoli, corniciami , modanature
sottilmente intagliate, rosoni, foglie, e gran pro-
fusione di piccole statue ed altri lavori il tutto
di tino e levigato marmo, compongono l'esteriore
di questo editizio. Vi lavorarono Niccola e Gio-
vanni pisani, ma non da pertulto; cosi varie ope-
re di scultura condotte da Nino pisano poco dopo
la metà del secolo XIV ne ornano pure T in-
terno (a3).
g. i3. Ora torniamo a ragionare di quanto fu ag-
giuDtoin quest*'epoca alle cattedrali poco sopra de-
scritte, e rammenteremo che solamente sul cadere
del secolo XII, e forse ancora più tardi, il tambu-
ro della cupola del duomo di Pisa fu avviluppalo
(a) Ved. tav. CXIII, N. 2. ... , ■
SU Tose. Tom. 9. 34
r,86 Hi COSTUMI
da quelle coloiinelte ed ornati che vi si vedono
tult'ora: colpa del cattivo gusto ohe in que'tenipi
con tanto sfoggio ed impegno si diffuse in Ita-
lia (2.4). Nel 1298 fu aggiunta ali* imbasamento
di tutto il tempio una scalinata alta dal suolo
per cinque scalini^ larga più di otto braccia la-
teralmente e più di quattordici dinanzi non tan-
to alla facciata occidentale,come anche d'intorno
al semicerchio della tribuna maggiore ad Orien-
te (25). Le pareli che lateralmente chiudono il
tempio sono scompartite da dodici altari , cor-
rispondenti ad ogni terzo intercolunnio* tutti di
bel marmo lunense, disegnati, per quanto dicesì,
dal rinomatissimo Buonarroti, ed in bella guisa
scolpiti dallo Stagi di Pietrasanla^ ma Topera più
pregevole dello Stagi è Saltare di s. Biagio.
g. i4- Correndo Tanno 1296 nella città di Fi-
renze,ed essendo in'assai tranquillo stato.s''accor-
darono i di lei cittadini (a6) di rinnovare la chie-
sa maggiore della città, perch'era di molto goffa e
piccola forma respettivamente alla popolazione
del paese^ talché ordinarono ad Arnolfo di Cambio
da Colle, il più eccellente professore arcliitettc
dei suoi tempi, di accrescerla ed ornarla tutta di
marmi coii ligure ed altri ricchi ornamenti (27).
Emanò pertanto dal governo della repubblica il
seguente decreto; ^ Si ordina ad Arnolfo cajfo
maestro del nostro comune che faccia un mo-
dello o disegno della rinnovazione della chiesa di
s> Reparata con quella più alta e suntuosa magni-
ficenza che inventare non si possa né maggiore
né più bella dalTindustria e potere degli uomini,
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. SSj
essendo che dappiù savi di questa città è stato detto
e consigliato in pubblica e privata adunanza non
doversi intraprendere le cose del comune, se il
concetto non è di farle corrispondenti ad un
cuore che vien fatto grandissimo , perchè com-
posto deir animo di più cittadini uniti insieme
in un sol volere (28) „. Ma ebbe A.rnolfo Tinca-
rico di erigere questa fabbrica quando era già
vecchio ed occupato nella costruzione del palaz-
zo della signorìa , del terzo recinto delle mura
urbane , della esterna incrostatura di marmi al
tempio dis. Giovanni, dell'edifizio grandioso della
chiesa di s. Croce, e di quante altre fabbriche lo
iplendore dei privati gli aveva addossate . Egli
aveva vedute le ricche e belle fabbriche del duo-
mo, del camposanto e del battistero di Pisa, e si
trovò nella necessità di superarle in magnificenza
a tenore degli ordini ricevuti dalla sua repubbli-
ca. Difatli le elevazioni delle parti laterali ed este-
riori del tempio ci presentano anche attuaimenfe
un"* opera ricchissima e grandiosa per Tornato dei
marmi di diversi colori,edi un disegno veramen-
te particolare rispetto al tempo nel quale fu ese-.
guilo (a): lavoro da paragonarsi al gusto di quei
tedeschi, che dagli antichi italiani eran chiamali
maestri di tarsia , essendo difatti un lavoro di
questo genere, il quale, per quanto dicesi, fu in-
trodotto da alcuni alemanni nei secoli decorsi ,
come riferisce anche il Vasari (29). L'arco acuto
si vede impiegato nell'interno del tempio in una
ifiìinojuii li
(a) Ved. tav. C, N. 2. -jcnoJ r'»up it
388 COSTUMI
grandissima proporzione in tutte le parti tanto
inferiori che superiori (3o).
§.i5. La fabbrica si può esaminare in tre parti
divisa, o siano tre navate: quella di mezzo larga
a8 braccia, e le altre due laterali braccia i3, non
compresi i pilastri intermedi], i quali son grossi
braccia 4 e mezzo^ quindi tutta la larghezza inte-
riore resulta di braccia 67 e due soldi. Dalla fac-
ciata alFultima cappella vi corrono 260 braccia e
1 8 soldi, compresa la grossezza delle mura son
braccia 160, ed il totale spazio occupato dal tem-
pio ammonta a braccia quadre aaiiS in circa;
la sua altezza dal pavimento fino a tutta la croce,
è di braccia 195. Tre tribune compagne, ciascu-
na delle quali contiene cinque cappelle, formano
la superior parte della croce, pensiero nobilissi-
mo particolare per quei tempi, nei quali i monu-
menti deir antichità non erano più osservati .
Sette porte ammettono neir interno di questa
fabbrica , tre nella fronte principale , e due per
ciascuno dei lati. L** assai lungo periodo di 160
anni impiegati nella fabbrica di santa Reparata
dette luogo alla mutazione di parecchi architetti,
chiamati dalla repubblica per succedere a quelli
che di mano a mano perivano.
g. 16. Ma prima di dar termine alla storia del-
la edificazione del duomo, vogliamo ragionare su
quelParchitettura civile , il cui genere di fabbri-
che si chiamerebbe con la conveniente proprietà
V architettura domestica , nel qual genere certa-
mente fu dai fiorentini impiegato il sommo degli
architetti di quei tempi, Arnolfo dì Cambio; giac-
DEI TEMPI REPCBB. PARTE Vili. 389
cbè le produzioni di questa parte dell* arte soiio
senza contradizione le più numerose in tutti i
tempi ^ mentre son esse che formano essenzial-
mente le nostre città, ma nello stesso tempo le
men solide, per cui cedono più facilmente a tutte
le cause di distruzione che il corso degli anni e
le vicende degli avvenimenti di continuo condu-
cono seco loro^ e certamente oggidì una casa che
datasse dal secolo IX sarebbe un fenomeno assai
straordinario. Non ostante io ne riporto un esem-
pio nel disegno del palazzo ed adiacente torre (a)
della famiglia Tosinghi, ch''era situato in merca-
to vecchio di Firenze da quella parte che in oggi
guarda la loggia del pesce. Sappiamo storicamen-
te che questo palazzo fu distrutto nel 1248, epo-
ca di quella tanto lacrimevole devastazione se-
guita in Firenze di molte fabbriche per inaudito
maltalento e sevizie dei ghibellini. Il disegno da
me qui esposto fu fatto a penna e comunicato
dal cav. Antonio Roberti degli Ubaldini al Sol-
dini scrittore delle eccellenze e grandezze della
nazione fiorentina, dalla quaropera io l'ho tratto.
L'altezza di questo palazzo s'ergeva fino a braccia
90, e quella della torre a braccia i3o . Non così
potremo dire dell' altro genere dei civili edifizi,
voglio dire delle antiche torri che nel medio evo
formavano gran parte delle fabbriche di città ^
giacche in quei tempi, stante lo spirito di fazione
e le intestine guerre, erano talmente esse torri
moltiplicale,che nella sola Pisa conta vansene, per
. .1 .V\ : V*v
(a) Ved. lav. CXV, N. 2. .• .. - n^v i^':
34*
390 COSTUMI
quanto si narra, più di io,ooo (3i). Ma la reci-
proca loro somiglianza non permette di ravvi-
sarvi l'architetto costruttore.
g. 17. Erano esse torri per ordinario aderenti alle
case di abitazione dei magnati, dei polenti e dei
facoltosi, ove ritiravansi in caso d'essere assaliti
dai loro nemici', e che Toggetto primitivo della
edificazione di queste torri fosse la difesa delle
porte delle città o castelli ben si rileva dai bassi-
rilievi etruschi delle urne sepolcrali di Volter-
ra (a), dove per ordinario sulle porte delle mura
militari si vede un recinto di muro sporgente in
fuori sopra una pianta quadrata, coronata di mer-
li, dove gli assediati a difesa della porta ch'è in
basso, gettano dardi e pietre a chi vi si accosta.
Si vede pertanto che Paso di queste torri fu a po-
co a poco introdotto nelPinterno dei paesi abitati
a difesa ed asilo dei cittadini, quando incomin-
ciarono le discordie civili, e ciò pare avvenuto
circa ai tempi posteriori alla editicazione della
villa di Plinio il giovane, giacché nella minuta
descrizione che altrove ne ho data in quest'ope-
la, non v'è cenno alcuno di torri, e frattanto nei
tempi bassi vediamo per lo più munite di torri le
case di qualche considerazione, o i castelli mede-
simi esserne un aggregato di torri cinte da mu-
ri(^). Il basamento e Talzato per varie braccia dello
esterno di queste torri suol esser di rozzo bugna-
to, poiché questa maniera di eseguire le muraglie
(a) Ved. tav. LXXX, N. 1.
(h) Ved. tav. CXVI, N. 2. ^... y^:. o-.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 89 I
di fortificazioni ha deiraustero e deiriniponente.
Come poi si armassero di legnami le torri valen-
dosi delle buche e delle mensole che vi si vedono,
e come si adattassero alla muraglia sportici di
legno e di pietra ad oggetto di formarvi dei ter-
razzi o ballatoi , da'* quali combattere dall'alto di
esse torri al basso della strada, non si può che
desumere da non ben concepite narrazioni, o me-
no difficilmente dalla forma di quelle buche e di
quelle mensole che tuttora nelle antiche torri si
vedono, lo riporto qui un disegno della torre dei
signori Girolami Bartolommei di mercato nuovo
in Firenze(a),e quivi dalPingegnosissimo non men
che intendente sig. A^lessandro Romani di Scan-
sano, è stato aggiunto in disegno quel terrazzo
che dicesi esser stato eretto dai potenti cittadini
nelle lor torri ogni volta che muovevano ocra lo-
ro mossa guerra da qualche loro avversario (3a).
Il più antico edifizio d'architettura domestica di
quest'epoca, ch''io conosca in Toscana, è quello
della celebre fontana senese detta fonte Branda,
costruita nel 1193 secondo Piscrizione che vi si
legge^ ed eccone la pianta e V alzato geometri-
co (b) . [n tempo della repubblica molti edilìzi
erano costruiti su questo gusto, come per via di
esempio il palazzo della signoria di Firenze (e) ,
attualmente chiamato Palazzo Vecchio,che dicem-
mo architettato da Arnolfo , ma presentemente
(a) Ved. tav. CXVI, N. 1.
(6) Ivi, N. 3, 4.
(e) ivi, N. 5.
Sga COSTUMI
neir interno tutto variato da quel che fu da lui
costruito.
g. 1 8. Mancato di vita Arnolfo prima d* aver
finita la fabbrica del duomo di Firenze, sembra che
fra la di lui morte e relezione del successore alla
ispezione di quella fabbrica vi passassero alquanti
anni di riposo^ma finalmente fu nominato a tale
incarico nel i33a Giotto da Yespignano, morto
il quale fu surrogato Taddeo Gaddi, ed al Gaddi
Andra Orgagna,ed airOrgagna Filippo di Lorenzo,
l'ultimo di cui si trovi ricordanza fino al Brunel-
leschi. Tutti questi valent^uomini, i migliori di
quel tempo, seguitarono senza alterazione il mo-
dello di Arnolfo nel proseguimento della catte-
drale (33). Tre facciate ella ebbe, la prima dise-
gnata ed incominciata da Arnolfo; la seconda
surrogata con altro disegno da Giotto nel i334
ma non compita , la terza con diverso disegno
sotto Francesco I de' Medici nel i588, ma non
piacque e fu demolita. Soltanto nell'occasione di
nozze della principessa Violante di Baviera col
granduca Ferdinando fu provvisoriamente dipin-
ta, ed è quella che si vede tutt'ora, quantunque
illanguidita nei suoi colori per modo che appena
se ne distingue il disegno. Mirabile è la torre per
le campane che sorge isolata accanto alla metro-
politana (a) eseguita col disegno di Giotto . Fu
essa incominciata nel i334, ed elevata con som-
mo e diligente artifizio fino alTaltezza di braccia
144^ ricchissima di bei marmi e di fini ed eleganti
(a) Ved. tav. C, IN. 2. ^ ,rn i,y
DEI TEMPI HEPUBB. PARTE Vili. 393
ornamenti , specialmente in genere di statue e
bassirilievì (34).
g. 19. Fino dalPanno 1417 era elevata la cJiie-
S3 e coperta, ricca nelP esterno di bellissimi e
pregevoli marmi, onde contendeva in maestà coi
più grandiosi e ricchi edilìzi del mondo, quando
Filippo di ser Brunellesco Lapi, un di quei ge-
ni privilegiati dalla natura di sublime gusto ed
ingegno, tornato da Roma ricevette Tincarico di
volgere la cupola della nostra cattedrale. Questa
è la prima cupola doppia che sia stata elevata.
Essa eccede di alquanto nelle dimensioni la cu-
pola di s. Pietro. IVIaravigliosa è la sua sveltezza,
non ingombra esteriormente da rinfianchi né da
gradinale come il Panteon di Roma, né sorretta
da sproni che in numero di sedici rinfiancano il
tamburo della cupola vaticana, e si ottenne qui
tutta la solidità col solo mezzo di otto costoloni
che la ritengono^ accompagnandola tino alla lanter-
na: e successi cosi felici neir arte debbonsi alla
profondità delPingegno nel legame di tutte le parti
deir insigne suo architetto (35), A rendere poi
sempre più svelta e maestosa quella gran mole,fu
il primo de'suoi pensieri quello d"* ergerla sopra
d''un tamburo alto venti braccia, ove si vedono
aperte delle finestre circolari per ogni lato, affin-
chè la fabbrica riuscisse più luminosa. A. questa
impresa dettesi mano T anno 142.1 , e da notizie
autentiche ricavasi, che la cupola ebbe termine
nel gennaio del i434; e nel i435 fu consacrata
la chiesa da papa Eugenio IV. Restava da farsi la
lanterna per compimento di una mole così por-
394 COSTUMI
tentosa , alla quale impresa furonvi pure degli
artefici animosi, e persino una donna di casa
Gaddi, cui non mancò il coraggio di prodursi a
concorrenza col celebre Brunellesco^ al quale per
altro nel i436 fu dagli operai del duomo delibe-
rato darsi V incarico di eseguire la lanterna per
compimento di una mole così portentosa. In con-
seguenza di che correndo Tanno 14^7 fu dato
principio a quella elegante lanterna, e condotta
al suo termine Tanno i456 (56). f
g. ao. Fu negli ultimi anni della sua vita che
il Brunelleschi fece trasportare e lavorare i mar-
mi della lanterna, ma non potette vederne ulti-
mato il lavoro che accadde nelT anno 1444? ^^^
in cui la morte lo tolse dal mondo, dopo aver su-
perati nelTirapresa più ardua, può quasi dirsi, gli
uomini di tutte Tetà. Era del Brunelleschi anche il
modello del coro che fu provvisoriamente eseguito
in legno,e vi stette finché Cosimo de'Medici ordinò
che fosse ridotto a più ricca forma jcommettendo-
ne l'esecuzione a Baccio d'Agnolo che Io cominciò
nel i547 (S^). Dobbiamo pertanto al genio incom-
parabile del Brunelleschi la cognizione pratica
degli ordini di architettura . Egli fu che seppe
conoscere praticamente la differenza trai suddet-
ti ordini, ne vide le più costanti e motivale ap-
plicazioni, e ricomparso alla luce, e moltiplica-
tosi in seguito colT invenzione della stampa il
libro di Vitruvio, e rese celebri le profonde dot-
trine di Leon Battista Alberti, genio insigne della
età sua, fu operata quella prodigiosa rivoluzione
nelle arti che le fece progredire con istantanea
DÈI TEMPI BEPUBB. PARTE Vili. SgS
rapidità. Fu con questi sussidii teorici, ed in seno
delle romane antichità che il Brunelleschi conside-
rale le volte e le arcate, esaminalo il taglio e la
connessione delle pietre, la forma e la disposione
dei mattoni, la parsimonia e la qualità dei ce-
menti si formò una teorìa profonda e ben calco-
lata, colla quale potette affidarsi al più difficile
cimento di slanciare la sua cupola , di cui la
stessa antichità non poteva offrirgli un model-
lo (38).
g. ai. Leon Battista A.lberli contribuì ancor es-
so moltissimo alPavanzamento dell'arie architet-
tonica, e fu quegli che mediante una maggiore as-
siduità e buon successo consacrossi alla lettura
ed alla spiegazione delle opere di Vitruvio, il solo
tra gli antichi architettile di cui opere siansi con-
servate. Sentì allora l'Alberti che il suo commeur
lario di tal** opera era l'attento esame degli anti-»
chi edifizi, e andò quindi a cercarli ; li misurò . li
disegnò in ogni parte dUtalia, specialmente in Ro-
ma, dal qual lavoro attesta d''aver tratto maggior
profitto che non dallo studio di tutti i trattali^ e
fu su questi eccellenti modelli che conobbe i veri
principi! delParte. Finalmente illuminato da tante
e sì utili indagini, si consacrò totalmente alla
com|ìilazione di un compiuto trattato di architet-
tura noto sotto il titolo De re edificatoria stampato
in Firenze nel i4S5(39). Cosi per opera dei sun-
nominati due genii Alberti e Brunelleschi fu tro-
vato il vero ins<jgnamento delT architettura , e
soltanto da quest"* epoca incomincia il suo rina-
scimento. Questa singolare rivoluzione si deve
396 COSTUMI
in gran pari e, com''io diceva, ai due nominali som-
fui ingegni nati nella stessa città, e press'a poco
nello stesso tempo, vale a dire al Brunelleschi
ed alPAlberti. Nacque il primo nel 1377: eserci-
tatosi da principio , e non senza buon successo
nella scultura, Tabbandonò per darsi totalmente
allo studio deirarchiteltura. Sembra chei monu-
menti che in patria colpirono i suoi sguardi Io
persuadessero a tal preferenza, e gli additassero
la strada ch'egli seguì. AlPaspetto delle piante e
delle particolari parti della chiesa de** santi apo-
stoli, di cui si é più sopra ragionato (^o), sentissi
come rischiarato da nuova luce, e conobbe fino
d'allora quanto T architettura degli antichi fosse
superiore a quella del suo secolo, e portatosi per
tre volte a Roma a studiare e meditare su i ruderi
antichi, terminò di persuadersi di questa fonda-
mentale verità, che i maestri dei romani nelle co-
se delle belle arti , quei greci che fondarono i
principii di tutte le umane istituzioni sulle im-
mutabili basi della natura e della ragione, avean
collocati queMeirarchitettura nelle giuste rela-
zioni delle colonne colle varie partì di ciò che
chiamasi l'ordine, e che dal giudizioso uso di que-
sti ordini risultano il carattere proprio degli editì-
zi , la loro proporzione , V armonia e la bellez-
[za(4i).
g. aa. Una delle prime opere del Brunelleschi/
oveadopròlo stile migliorato d'^architettura greco-
romana fu la basilica di san Lorenzo in Firen-
ze (a), la quale non è senza merito, ma vi si scor-
ia) Ved. tav. CXVII. \^ ^; .uy
DEI TEMPI BEPUBB. PARTE VITI. 897
gè, secondo ii giudizio di qualche rigoroso osser-
vatore, una certa irresoluzione, dalla quale com-
prendesi che i passi dell' artefice nella nuova
strada eh"* erasi aperta erano ancora timidi (42)^6
vari altri difetti che pur vi si notano fan sentire
l'influenza del gotico sistema, dal quale il Bru-
nelleschi cercava di liberare l'architettura, e ma-
nifestano le difficoltà che si opponevano al suo
genio ristoratore. Una poi delle ultime opere di
questo celebre architetto fu il disegno del famoso
tempio di s. Spirito parimente di Firenze, dove
scorgonsi alcuni difetti nelle minute parti, come
notansi nella chiesa di san Lorenzo. Con tutto
ciò chiaramente si vede che I' artista aveva a-
cquìstato quando disegnò qaesta composizione,
Tuso delle mezze colonne sostituito ai secchi e
meschini pilastri, la sobrietà e leggerezza nel far
uso e nel distribuire gli ornamenti , finalmente
una certa unità di eleganza, congiunta ad un ca-
rattere semplice e robusto, che appunto colpisce
entrando nella chiesa di s. Spirito.
§. a3. Poich'ebbe in questi monumenti cerca-
lo di richiamare Tarchitettura alle regole di pro-
porzione e di convenienza nella parte ornativa ,
il Brunelleschi provò colla vasta fabbrica della
Badìa Fiesolana , che parimente ben conosceva
Tarte di unire nella distribuzione di una pianta
la comodità alla magnificenza (a) . Il Vasari lo
loda specialmente per conio della intelligenza
colla quale seppe in questa occasione trar pro-
(a) Ved. tav. CXVIH.
Si. Tose, Tom, 9. )S
398 COSTUMI
fitto di un luogo rigorosamente declive. Lo slesso
scrittore ci dice ancora clie il Brunellesclii dise-
gnò e diresse le fabbriche di varie fortezze, nelle
quali opere fece vedere che profondamente co-
nosceva la parte veramente essenziale delle ar-
chitetture, la solidità. Possiamo formarci un''idea
dei suoi principii a questo riguardo esaminando
il palazi^o dei Pitti, la di cui facciata (a) fu eret-
ta fino al cornicione del primo piano dietro i
disegni del Brunelleschi . Osserviamo di passag-
gio, come per lo addietro ho pur detto, che le
fazioni e le guerre civili che danno il guasto alla
maggior parte delle città, richiedendo che i pa-
lazzi del governo e quei delle più ragguardevoli
famiglie fosser fattilu maniera da poter sostenere
un primo impeto di popolare movimento, la ma-
gnificenza della civile architettura doveva essere
principalmente riposta nella forza. Tale è il ca-
rattere delFedifizio che stiamo esaminando, ed è
.quello che nella stessa epoca fu adottato dalPar-
chitettura fiorentina, e che in appresso gli artisti
di quella scuola diflfusero poscia nei diversi paesi
ove furon chiamati a professare la loro arte (43).
E questa una delle più importanti produzioni del
genio del Brunelleschi. Egli bugno tutto il pro-
spetto di quel palazzo , poiché avea bisogno di
grandiosità e di fierezza, non che di energìa co-
lossale per correggere la gravezza etrusca di quel-
le bugne così profuse : in fatti questo edifizio,
benché rustico, ha del maestoso (44)'
(a) Ved. tav. CV, N. 1.
DEI TEMPÌ REPUBB. PARTE Vili. 899
g. 24. A poco a poco i progressi delP arte , e
forse quei dell' incivilimento fecero scomparire
le forme puramente militari dai privati edifizi, in
particolare da quelli posti neirinlerno della città.
Ma in Firenze? come si è detto, le case delle po-
tenti famiglie conservarono uno stile maschio ,
un carattere di forza , sembrando dire che nel
servir d'' asilo contro le fazioni doveaii supplire
alla impotenza del governo. TaPè il palazzo Stroz-
zi fabbricato sul declinare del XV secolo da Be-
nedetto da IVIaiano(a)^ terminato poi dal Cronaca,
il quale vi fece eseguire il magnifico cornicione
che in parte Io corona (45)- In quel medesimo
temp(» il i>Iichelozzi fiorentino, il primo che ap-
profittando delle lezioni del Brunelleschi ornò Fi-
renze di edifizi di buono stile, edificò per Cosimo
il vecchio un palazzo a Cafaggiuolo situato a poca
distanza da Firenze (b) sulla strada di Bologna,
il quale conserva tutfora il carattere di fortezza,
che portavano gli edifizi di quei tempi, ed ha di
singolare che alla sicurezza di una rocca aggiun-
ge la vaghezza di una villa signorile (46).
J. a5. Dopo essersi mostrato a Firenze Io stile
gotico sotto le più imponenti forme nella fab-
brica di santa Reparata appartenente pure al XIII
secolo, questo straordinario stile incominciò a
perdere qualche cosa del suo distintivo carattere,
e lasciò sperare una specie di ritorno verso l'arte
antica nella chiesa cattedrale di Siena. Circa poi
(a) Ved. lav. CXVI, N. 6.
{b) Ivi, N. 2.
^OO COSTUMI
la fine del secolo XV la greco-romana archrteC-
lura cominciò a risorgere , come si è detto, per
opera del Brunelleschi e dell' Alberti . I grandi
maestri usciti da questa scuola rapidamente con-
dussero r architettura ali* intiero rinnotamen-
to . Michelangiolo attinse negli stessi studi quel
carattere di romana grandezza eh"' è impronta-
ta in tutte le sue invenzioni; e che Bramante
ancora pu:i docile alle lezioni delf antichità yi
trovò la grazia ed il genio che distingue le sue
opere. I discepoli di questo, e specialmente An-
tonio da s. Gallo, nipote di Giuliano , seguirona
con ostinata perseveranza Tesempìo ed i precetti
che loro avea dati (4?) • I^ gusto gotico non era
totalmente distrutto, e si fecero dei disegni per
le facciate delle chiese di Firenze , ove si voleva
conservare l'analogìa con quanto erasi edificato
al di dentro, ma Tunione dei due stili, cioè il go-
tico antico ed il moderno greco-romano non si
potetter mai combinare felicemente senza repu-
gnanza del gusta e della ragione . Difalti i du«
sommi ingegni Raffaello e Michelangiola fecero
dei disegni per la facciata di s. Lorenzo, senza
che a nessun dei due fosse data la preferenza (48).
Ed in vero il perfezionamento dell'arte, che prin-
cipalmente consiste nella correzione e purità de-
gli ordinie degli ornamenti, non s'ottenne in To-
scana che da Baldassarre Peruzzi.
g, 26. „ Michelangiolo, domanda il D^igin-
court con altri, affrettò o ritardò quell'epoca fe-
lice della intiera restaurazione dell'arte nella lun-
ga carriera da lui percorsavi nel XV e XVI se*
DEI TEMPI REPUBB, PARTE Vili. 4oi
colo ? „ Tale fu la questione suscitata, dacché ad
un'ammirazione per le sue opere spinta fino al-
Pentusiasrao (49) successe una critica, la quale
talvolta s'accosta alla maldicenza (5o). Ciò eccede
i limiti della convenienza, ma frattanto Io stesso
Michelangiolo conosceva sì bene i pericoli della
imitazione del suo stile, per poco che non fosse
diretta con intelligenza , che più volte fu udito
dire di coloro che trovava occupati a disegnare
le sue opere: ^ O quanti quest'opere mie ne vuole
ingoffire! (5i) „. SepertantonelParchitettura non
ha sempre sentito, ed ha talvolta sdegnato quella
misura , quella giustezza di proporzioni, quella
grandezza che si ammira in altri architetti suoi
successori; se per ultimo gli si può opporre qual-
che emulo che lo vinse, egli è non per tanto' in-^
dubitata cosa che l'aver professata V architettura'
per lo spazio di quasi un secolo ed in eminente
grado, fu prova di aver posseduto un talento pro-
digioso e quindi meritevole di occupare un posto
unico. Frattanto i critici osservatori dell'ingres-
so della libreria laurenziana da esso inventato ,
vi trovano molte irregolarità, forse provenienti
anche dal sito , ma ben vi ravvisano ordini ba-
stardi nati dal capriccio della originalità, e ciò
pure derivar poteva dall'essere state molte paiti
eseguite gran tempo dopo che Michelangiolo ne
ebbe fatti i disegni, e non sotto i suoi occhi (a).
L'interno della biblioteca dello stesso architetto
è generalmente reputalo un lavoro plausibile ;
(a) Ved. tav. CXX, N. 2.
35^
^oa COSTUMI
La sagrestia di s. Lorenzo, o sia la cappella se-
polcrale de^Medici^detla ancora la sagrestìa nuova,
ha una bella pianta quadrata che si inalza circo-
larmente, ed è coperta da una cupola rotonda .
Fu questa ordinata da Leone X nel iSao a Mi-
chelangiolo Buonarroti, ma fatta poi fabbricare ed
abbellire da Clemente VII, fu ornata con pilastri
d'ordine corintio, con capitelli intagliati a grot-
tesco ^ con trofei e maschere di mano di Silvio
da Fiesole (Sa), ma non sappiamo se nel disegno
di Michnlangiolo vi fosser pure i nominati grot-
teschi, sebbene cose t^li non erano straniere al
suo fare. In somma scorgasi nelle opere architet-
toniche di questo celebre artista una manìa di
far meglio delPordinario , senza ottenerne sem-
pre l'intento. Dicon per altro chiaramente i cri-
tici che Michelangiolo fu d'^un ingegno stragran-
de,^ avendo fatto delle cose mirabili e degne anche
di essere studiate , ma ne fece delle irregola-
ri per modo , che avrebbe forse giovato alle arti
se quei suoi lavori non si fossero neppur vedu-
ti (53)^ e forse lo stile goffo e manierato non sa-
rebbe cosi facilmente slato abbracciato , se Mi-
chelanglolo non avesse loro dato in qualche
modo colle sue del tutto nuove invenzioni l'im-
pulso. Pure nelle di lui opere come architetto si
dee fare osservazione al carattere di grandioso
nella invenzione, ed alla singolarità nella esecu-
zione degli ordini e specialmente degli ornamen-
ti (54).
g. ny. Il principio del secolo XII può dirsi il
primo albore del genio che rinacque in Toscana
DEI TEMPI REPUBB. PARTE TIII. ^o3
pel miglioramento della scultura, ^oì già vedem-
mo in quale slato di abiezione s'era ridotta fra
noi quest'arte circa al secolo IX (a) . Più tardi
le nascenti repubbliche in Firenze, Pisa, Siena,
e Lucca, arricchite dal commercio col Levante,
e cercando di scambievolmente soverchiarsi fra
loro in magnificenza, vergognaronsi dì adoprarvi
quelle antiche e rozze loro maniere di rappresen-
tare in scultura le umane ligure, ed abbandonan-
dole, o almeno allontandosene per quanto pote-
vano, si dettero agli studi dell'antico e della na-
tura , unico mezzo perchè la scultura potesse
rivivere fra loro. Frattanto siccome la capitale
deirimpero d*'Oriente era il centro dove tendeva-
no le arti di lusso, credettero i toscani di trovare
un possente aiuto nei greci che di là venir si
facevano. IVIa i greci d'allora non avevano a vero
dire altro fatto se non che andar peggiorando, e
reggevano il credito loro pel prezzo e lusso delle
materie , che sozz-imente maneggiavano, soste-
nendosi anche in parte in qualche credito per la
famosa loro derivazione (55) da Costantinopoli ,
come ora farebbesi di cosa che di Parigi ancor-
ché di cattivo gusto venisse. In conseguenza essi
greci trasmisero a noi nel medio evo molti dei
loro meccanici modi nel trattar la scultura, il pie-
gar dei panni, V indossarli alle loro figure, ma
non mai ciò rhe al miglioramento delle arti no-
stre giovasse; ne mai fecer cosa che nelle arti
rinascenti fra noi salisse in alta fama; nò verun
(a) Ved. tav. XCVIII.
4o4 COSTUMI
loro nome si trova scritto, né la lor patria nelle
opere da loro eseguite, come han fatto in tutte le
miniature dei codici membranacei da essi dipinti.
Ecco pertanto un esempio dello stato dell'arte di
scolpire in pietra in quel tempo nel quale io dò
principio alPepoca V di questa mit storia. È un ar-
chitrave (a), situato sulla porta maggiore della
chiesa di s. Andrea in Pistoia, in cui l'orefice, al
dire del chiarissimo Ciampi (56),volle far pompa di
tutto lo sfoggio d' allora , non meno che del suo
sapere.Or sebbene i lavori di esso siano uno sforzo
dell'arte spirante o piuttosto un tentativo per mi-
gliorarla in quanto alle figure, pure ci si riscon-
tra una maestrìa non spregievole negrintagli ed
un qualche saggio di gusto non affatto infelice
nei cavalli. Trattando ora dell' arte fusoria dei
primi tempi della repubblica, e precisamente del
secolo decimo secondo cadente, è ragione che di-
ciamo esser lavoro di quel tempo la porta in
bronzo del duomo di Pisa che guarda il campa-
nile^ opera che per ora si giudica di Bonanno pi-
sano. Ognun vede, come lo mostrano le iscrizioni,
che qui è la resurrezione di Lazzaro e la Nunzia-
ta (b). Per lo stile dell'arte crederebbesi di gre-
co lavoro, ma il carattere italico di quel tempo
ne scopre l'equivoco, e ci astringe a tenerlo per
un'opera eseguita fra Tultima decadenza e il pri-
llo risorgimento dell' arte italica in genere di
fusoria (57).
(^0 Ved. tav. XC, N. 2.
ih) Ved. lav. CXIX, N. 2.
BEI TEMPI ItEPUBB. PARTE THI. 4^^
§. 28. Il battistero di Pisa ostenta con mag-
giore vantaggio nei suoi fastosi monumenti diar-
ie i bassirilievi ov''è s. Giovanni nel deserto, che
adornano la porla orientale di quel tempio , i
quali con ragione evidente già ci dimostrano
come preferibile ad ogni altra in Italia fosse la
scuoia pisana fino dal XII secolo (a). Nel fram-
mento ch'io qui riporto , e che si grandemente
diflferisce dai monumenti della tavola XCVIII ,
da me esibiti per mostrar V ultima decadenza
delP arte , e questo per far conoscere uno dei
primi saggi del di lei risorgimento, si vede come
si è ripreso il costume antico di mostrar qualche
parte del nudo nel corpo umano , di piegure ì
panni, d"* indossarli e dare alle teste qualche e-
spressione . Un tale avanzamento sopra le altre
scuole d'Italia potremo senza dubbio attribuirlo
anche in parte alla frequenza della conmnicazio-
ne che i pisani conservarono con V Oriente, ed
al soggiorno degli artisti greci fra loro (58) . È
anche da rammentare con plauso il Biduino fon-
ditore delle porte del duomo di Pisa, che scolpì
diversi architravi in antichi templi di Lucca e di
Pisa*, Enrico scultore di architravi e capitelli nel-
le chiese di Pistoia , i quali tutti furono italiani
e precedettero V epoca del risorgimento avanti
Piccola pisano^ e tutta la ragionevolezza fa cre-
dere che in Pisa singolarmente inturno al looo
s''istìtuisse una scuola migliore, da cui dovevano
uscire i maestri d'un tanto restauratore (69) . k
(a) Ved. Uv. CXIX, N. 3.
4o6 COSTUMI
questo secolo XII assegnau gli storici delle arti
anche una vasca battesimale in s. Frediano di
Lucca, ove si legge e s^interpetra Roberto mae-
stro lucchese (60). Ma un artista di bizzarro in-
gegno nella scultura come nelP architettura fu
in quelP eia Marchione aretino , come si vede
nella facciata della pieve d"* Arezzo a tre ordini
sovrapposti di colonne variatissime, che sosten-
gono stranissimi capitelli scolpiti d** ogni genere
di animali e di fantasìe (a), e diverse altre opere
parimente d' Arezzo dove pose veramente a tor-
tura l'ingegno per ben fare (61). Osserva il Cico-
gnara che gli artisti di questa età , quantunque
non avessero ancora preso ad imitare V antico ,
non ostante capirono fin d^allora come conveniva
adottare un costume più proprio dell' arte , di
quello che noi presentassero i vestimenti ch'aera-
no in uso 5 e nelle loro opere si vede un misto
singolare di costumanze, e giacco, e lucco, e tu-
nica, e pallio furono adoprati al solo oggetto di
ottenere più aggradevole risultamento. Il basso-
rilievo pisano (b) dimostra meglio d' ogni altro
come gli scultori fin d'^allora cominciassero a sen-
tire ciò che meglio si conviene ai monumenti
di rilievo. Fra le figure che sono ivi scolpite al-
cune indicano gli abiti antichi toscani , ed altre
son vestite colle forme degli abiti d'una data an-
teriore , quasi romana, onde la composizione a-
vesse più decoro , e si presentasse in una più
(a) Ved. lav. CXIX, N. 4, 5.
{b) Ivi, N. 3.
DEI TEMPI RÈPUBB. PAHTE. VlIL ^OJf
grata forma alla posterità. Questo era già un pri-
mo passo che T arte faceva verso il suo risorgi-
mento, e ponevasì così in opera l'ingegno e la ri-
flessione in quei monuraenli, ove non rappresen-
tandosi abiti sacerdotali, che pur serbano qualche
sorta di dignità, eravi bisogno del sussidio delle
antiche forme per nobilitare ogni sorta di com-
posizione . Ma è tempo ormai di abbandonare
i secoli oscuri al silenzio, e passare a vedere, di
quanto la forza degli ingegni dei toscani dei se-
coli XriI e XIV fosse capace . Il contenuto di
questo seguente paragrafo diverrà un tributo di
sincera e divota riconoscenza ai pisani, cui tutto
debbono le nostre arti, che per loro mezzo ven-
nero a nuova vita richiamate (6a).
g. ag. Niccolò Pisano fu dunque il primo che
rivoltosi ad esaminare i monumenti preziosi che
stavansi disolterrando, e che giacevano inosser-
vati da altri nella sua patria, dette alle arti lo
esempio di una intiera rivoluzione, ricondusse i
professori nella vera strada, promosse una migliore
massima, e mediante i suoi studi e le sue opere
introdusse nell'arte, e soprattutto nelle teste e
nel piegar de- panni, lo stile del buono antico.
Molti sonoi lavori degni di maraviglia di questo
artefice, che meriterebbero particolare esame, so-
pra a tutto l'arca di s. Domenico in Bologna^ noi
però ci contenteremo di esaminare qui i più ce-
lebri esistenti in Toscana, tra i quali il famoso
pergamo nel Battistero della sua patria, condot-
to a termine nel 1260. É questo un esagono so-
stenuto da nove colonne di granilo orientale^ di-
'4o8 COSTUMI
modoché sei Io reggono in ciascun angolo, una
nel centro, e due sostengono la scala. Tre di esse
jioggiano sul dorso di alcuni leoni, e le altre nelle
loro basì. La base poi della colonna di mezzo, lutti
i capitelli, gli spazi tra le arcate e le cornici sono
intagliate e riccamente ornate di ligure in rilievo
ancorché basso (a). Fra questi bassirilievi, Pado-
razione dei magi è superiore agli altri che V ac-
compagnano per la saviezza deir-ordinazione la
precisione della mossa nelle figure e lo stile del
panneggiamento. La composizione è d'un ca-
rattere semplice, senza che le figure festino am-
monticchiate, né serve che alla sola espressione
dell'oggetto principale, essendovi tutta V unità
voluta delle più rigide osservanze. In fine la so-
brietà che regna in questo pezzo di scultura po-
trebbe farlo appartenere a tempi migliori. Essa è
quella (b) di tutte le opere di Niccola, nella quale
piti chiaramente si conosce qual profitto questo
maestro seppe trarre dallo studio dei monumen-
ti antichi conservali anche nella sua patria. e qual
passo egli fece fare alParte, sforzandosi d'imitar-
li (63). Nell'anno ia66 fu chiamato a Siena, per
eseguire nel duomo un'opera di questo medesi-
mo genere, in cui superò sé stesso. Assai più ric-
ca è la composizione di questo pergamo che non
è quella dell'altro in Pisa, e soprattutto assai lo-
dato è un dei leoni qui riportato (e), il cui dise-
(a) Ved. tav. CXX, N. 1.
(h) Ivi.
(e) Ved. tav. CXIl, N. 7.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 4^9
gtìo è molto esatto, nobile la fierezza, ed il carat-
tere bene espresso, cosicché sembra decorso un
periodo di tempo assai lungo dallo stato in cui
iXiccolò trovò rart,e,a quello ch'ei la ridusse nello
spazio delPetà sua in questa scultura (^4)-
g. 3o. L'arte non fece sotto lo scarpello di
Giovanni tìglio di Andrea da Pisa un passo pro-
gressivo da quello che fatto aveva per Topera e
per V ingegno del padre.^ e soprattutto allorché si
scostò dnlla imitazione degli esempi paterni, il
che eseguì il raen delle volte, ma pur fu forza
ch'ei lo facesse in alcune circostanze. JXel perga-
mo ch'ei fece e compì nei i5oi per s. Andrea di
Pistoia, copiò i bassirilievi della nascita e del giu-
dizio del pergamo pisano, e fu pago d'imitarlo
soltanto negli altri compartimenti, ma in nessu-
no dei bassirilievi di questo monumento giunse
mai a pareggiare Nicoola . Anche nel duomo
patrio Giovanni fu fedelissimo imitatore delle
paterne sculture che ricopiò in gran parte ; ed
ora vedonsi per parapetto alla gallerìa che sopra
la porta della chiesa fa comunicare tra loro le
tribune laterali (65). Le migliori opere di Gio-
vanni sono Tallar maggiore della cattedrale di
Arezzo, dove lavorò colla emulazione degli scul-
tori senesi, che ivi conducevano altre opere Ji
grande impegno, e la statua di grandezza natura-
le della Vergine col bambino che vedesi in Fi-
renze (a) al di sopra della prima porta laterale
della cattedrale verso mezzodì. Mostra questa
(a) Ved. tav. CXIX, N. 1.
^ ' J i J^ '•:",*) .•t«'7;>j '•ì».i'<Jf
St, Tose. Tom. 9. ^ 36
^lO COSTUMI
bella statua nel suo insieme e nello stile largo
e ben disposto, una intelligenza ed una facilità
progressiva (65). In Prato lavorò nella cappella
della Madonna della Cintola, ed in Pistoia una
pila per Tacqua santa (67). In Perugia operò con
ogni maniera d'arte e con felice successo. La fon-
tana di piazza eh' è in quella città, poco fa dal eh.
cav. prof. Vermiglioli dottamente illustrata (68).^è
fra le opere più stimabili, ov''egli lavorò insieme
con il di lui genitore Niccola e Arnolfo tìorenti-
no. Il saggio da me esposto alla tav. CVIII, N.
3, 4, delPatlante dt quest'opera, mostra a qual
grado fosse portata la scultura dai tre nominati
artisti.
g. 3 1. Nella squola di scultura istituita da Nic-
cola pisano si distinse principalmente il già lodato
Giovanni suo tìglio che in qualche parte si giudi-
ca eguale a lui. Dopo di Giovanni si nomina-
no due altri pisani Andrea e Guglielmo reli<»ioso
domenicano, il colligiano Arnolfo e Lapo , molti
scultori senesi e principalmente Agostino ed An-
giolo^ in fine alcuni scultori tedeschi mollo stimati
ai loro tempi (69). Se non si deve contare un al-
tro pisano Giovanni di Balduccio fra gli allievi
immediati di Niccola, si può almeno dargli posto
fra quei del suo figlio Giovanni e riguardarlo co-
me appartenente alla squola fondata da questi due
maestri, la sola che potesse formare allora un ar-
tefice come Balduccio. Sappiamo che fra le sue
opere si annoverano alcuni bassirilievi in marmo,
i quali ornano il pulpito di una chiesa a s. Cas-
siano presso Firenze. Ma è soprattutto per Pese-
DEI TEMPI REPUBB. PARTE VUI. 4''
cuzione del mausoleo di s. Pier-martire nella chie-
sa di s.Eustorgio a Milano, che il Balduccio ha
meritato dalParte (70).
g. 3a. Kel periodo del secolo XIII colPesem-
piodi INiccola e di Giovanni si svegliarono molti
ingegni italiani, e gli scultori furono moltissimi,
giacche da ogni parte accorrevano i giovani per
formarsi alla nascente squola. Alla metà del pre-
detto secolo XIII sessantadue maestri tenevano
già bottega di scultori in Siena: e se anche tutti
non erano statuari , lo erano però molti di questi,
poiché JNiccola e Giovanni pisani, Ramo di Paga-
nello, Arnolfo e parecchi altri distinti artisti visi
annoveravano. È ben verisimile che in ogni co-
spicua cillà, dove si ergevano grandiosi editìzi,vi
fossero queste corporazioni, che più o meno so-
nosi poi mantenute colle loro discipline fino ai
di nostri, in cui esistono in altra forma col nome
più cospicuo di accademie. La corporazione, che
nelPetà di cui parliamo esisteva in Siena sì nu-
merosa, pure avea statuti separati da queide'pit-
tori (;'i). Era in quel tempo in Toscana un tal
Iacopo tedesco, e forse lombardo, il quale non fu
scolare ma contemporaneo di fìiccola, e Lapo fu
un altro che annoverato fra i suoi alunni lo segui
e divise con luì le sue fatiche ed i suoi emolu-
menti. Arnolfo ero nativo di Colle di Val d'Elsa
e figlio di un certo Cambio, come ho detto anche
altrove, e Lapo che or nominai è un suo collega
«elio sludio di piccola pisano, ciò che qui si ripete
perchè il Vasari confonde questi nomi con pregiu-
dizio della storia dell'arte. Vi fu in quei tempi un
^la COSTUMI
genio vigoroso che pareva esser dotato di uu ca-
rattere originale, ma quando vide le opere di que-
sfArnoìfo, attese molto ad imitarlo, né imitò lui
solamente, ma per conseguenza anche il maestro
di Arnolfo, quel Niccola prototipo della squola,
che divenne quasi il modello del secolo. Questi
fu Margheritone pittore, architetto, e scultore del
secolo XIII che dipinse a tempera e a fresco, e
scolpì forse più in legno che in marmo, tìa prt-
rna teneva la maniera greca, ma il deposito dì pa-
pa Gregorio X da lui scolpito nella cattedrale di
Arezzo nel 12,76, di cui diamo qui soltanto due
mezze figure (a), attesta com'egli migliorò il suo
stile notabilmente in quesfopera. Vi si vede frat-
tanto in esse una semplicità che sodisfa: pochi
cenni di pieghe non irragionevoli , forme non
barbare, non esagerate, non di convenzione, ma
desunte dalla imitazione della natura (72). Fu co-
stui di grandissimo ingegno e di vastissime cogni-
zioni, assumendo anche la direzione di molti e-
difizi nella sua patria. Il merito di questa scuola
pisana fu singolarmente rincominciare ad inten-
dere il bello della natura, associandovi quelle bel-
lezze che derivano dallo studio degli antichi mo-
delli, eh' è quanto dire imparando a scegliere il
bello della natura ed a conoscere la bellezza idea-
le: ebber vita da questa scuola pisana, la senese,
la fiorentina ed altre dltalia (73),
g. 33. Che in Siena avanti che IViccola pisano
vi operasse nel 1267, vi fossero arti liberali eser-
citate da scultori, pittori ed architetti del luogo,
(a) Ved. tav. CXXl, N. 1,
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 4*^
è fuori d''ogni dubbio, ma dove non erano? e sin-
golarmente in Toscana.Furon però debolissime le
produzioni di que'tempi, e nessuno si riscosse
prima di JXiccola pisano dairinfelice stato di bar-
bara imitazione. Ramo di Pagannllo, Uguccio Lo-
renzo e Ildebrando, i cui nomi appena conservansi
nelle antiche cronache, ugualmente che quel Bar-
larmino da Siena che accenna P iscrizione di
Fonte-Branda, ancorché operassero in Siena, pu-
re non possiamo esser certi se nascessero da pa-
dre e da madre senesi. Solo sappiamo per antichi
documenti, che Agostino ed Angiolo furono tìgli
di maestro Rosso senese, e che si unirono con
Giovanni pisano ai lavori della fabbrica del duo-
mo in patria nel 12.84. Agostino avea soltanto
quindici anni, sicché quello fu il suo primo stu-
dio, ed in seguito vi si associò anche Angiolo
fratello minore. Giotto amico ed ammiratore di
questi giovani scultori, dopo che vide i loro buo-
ni lavori in Orvieto, li fece conoscere a Piersac-
cone da Pielramala, che si valse delFopera loro
nel magnifico monumento di Guido Tarlati si-
gnore e vescovo d'Arezzo. Nel iSaj morì il ve-
scovo, e nel i33o ebbe fine questo monumento
aniinirabile, e forse il più magnifico che si fosse
fino a quel tempo veduto dopo il risorgimento
dell''arte. Agostino ed Angiolo che ne furono gli
scultori erano in quel tempo sessagenari, sicché
dobbiamo presumere che avessero degli aiuti. La
varietà e molliplicilà dei soggetti, delle funzioni
civili, militari e religiose necessariamente produs-
sero moltissime divcisilà nelle composizioni, ne-
^I^ COSTUMI
gli stili, e delfocca sione singolarmente al talento
di questi scultori di svilupparsi in un vastissimo
campo^ giacché fecersi attorno al corpo del vesco-
vo sedici storie rappresentanti i fatti più notorii
di quel prelato, principe ecclesiastico e militare,
che in tempo di fazioni si batteva alla testa delle
sue truppe (74).
g. 34. Non è ben dimostrato se Goro senese
fosse fra gli scolari dei pisani o d'^Angiolo o d*'Ago-
slino. Se peraltro non ebbe dai pisani di viva voce
i precetti delParte, n''ebbe almeno gli esempi. Lo
stesso pare avvenuto di quel Landò senese che
fiorì nel i33o, orefice, architetto e scultore, di
cui le memorie Irovansi alquanto incerte, meno
ciò ch^è relativo al suo primo mestiere poiché fu
orefice di Enrico YII.L'oreficeria si coltivò quasi
sempre del pari con le altre arti liberali, poiché
ove trattavasi di suppellettili preziose, di monete,
di arredi sacri, o di mense imperiali, egli è certo
che i modellatori divenivano facilmente secondo
Puso anche orefici, egualmente che per esser
buon orefice bisognava esser almen mediocre mo-
dellatore (75). Pietro e Paolo orefici aretini sco-
lari d'Angiolo e d''Agostino furono i primi a lavo-
rare di cesello la famosa testa di s. Donato vescovo
e protettore della città, primo lavoro che videsi
con qualche gusto ornato e smaltato. A maestro
Moccio senese benché mediocrissimo scultore si
ascrive il merito d'essere stato maestro di Piccola
aretino, un dei migliori scultori di questa elàj ma
siccome non è il primo caso che lo scolare vinca
il merito del maestro, così npn farà maraviglia
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 4 ^ ^
che di questo si parli, tacendo di quello, e sem-
bra naturai cosa ohe Io stesso Niccola si valesse
dei passi che gli altri contemporanei e predeces-
sori avesser fatto nella carriera dell'arte, come
dalle sue opere apparisce. Moltissimo egli eseguì
in plastica, mancatogli il marmo: operò molto in
patria, al Borgo s. Sepolcro, e in Firenze. Due
piccole statue fece in questa città poste nel fianco
d^Or s. Michele verso Parte della lana, sopra la
nicchia contenente la bella statua di s. Matteo
del Ghiberti, e due statue di lui stanno fra quel-
le di Donatello nel campanile del duomo. Ma il
suo capo d'^opera dicesi essere stata la statua di
un evangelista sedente, scolpita per esser posta
nella facciata del duomo a Iato della porta prin-
cipale che presentemente sta nelPinterno della
chiesa^ ma ora è incerto qual fosse di quelle mol-
le che ne ornano le tribune, mentre anche A.ndrea
pisano vi concorse ad eseguirne^ e lo stesso pic-
cola può averne fatte più d'Anna.
g. 35. IlCicognaraci fa conoscere un bassori-
lievo di Niccola aretino eseguilo per la città d'A-
rezzo nel i383, con una gran donna esprimente
santa Maria della misericordia, che riceve sotto
il di lei gran manto i devoti in piccola dimensione,
ed aggiunge ch''è una di quelle invenzioni sugge-
rite alla mente degli artisti dallo spirito religioso
che mostrava la umiltà della espressione collo
assegnare la piccolezza ai devoti in confronto
della immensità della potenza e delPaltissima ge-
rarchia che attribuivano alla Madre di Dio, e agli
altri santi. Prjiuiiche gli artisti potessero squu-
4l6 COSTUMI
tere certe goffe abitudini, e filosofare nell' arte,
rimmaglnazione era sempre governata e diretta
dalle pratiche della religione, e singolarmente da
quella specie d'imitazione, per cui non era per-
messo scostarsi ad un tratto dalle abitudini an-
licbe,apprezzando i monumenti anteriori. Questo
non potè vincersi che col progresso di tempo, Cj
non si giunse anzi mai a superare per Tintiero,
poiché V elevarsi su i pregiudizi e su i costumi
dell'età più remote non fu permesso che all'arti
falte più grandi. Frattanto Parte della scultura si
diffuse nei principali paesi d'Italia, e diramando-
si visibilmente dal suo ceppo originario conser-
vò per lunga età quella tìsonomia, che le impres-
se il suo primo restitutore, Niccola pisano (76).
§.36. Nel secolo XIII si sostenne la scultura sen-
za decadere dall'altezza a cui la condusse Niccolò
pisano, ma nel XIV un genio più vigoroso la spin-
se più avanti, e scultore grandioso, e fonditore
eccellente riempì il mondo della sua fama e delle
sue opere. Un artefice infatti preceduto da Nic-
colò e contemporaneo di Giotto edi Dante dovea
trovarsi aperta dinanzi una tal via da non cogliervi
che palme di gloria.Questi fu Andrea da Pisa gar-
zoncello di Giovanni, quand'era giovanetto nel
12-99, "^3 presto cominciò a seco associarsi come
maestro. Aumentatisi pei fatti scavigli antichi
monumenti potette studiare Andrea sulle opere
greche e romane, ed il gusto di questo artista si
perfezionò in modo, che in breve si ritenue esser
egli il primo scultore del suo tempo. Eseguì va-
rie statue per ornare la facciata della me tropo-
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. ^ly
litana di Firenze, ma queste andarono quasiché
in perdizione nel demolire che si fece di quella già
avanzata faccia della chiesa. La medesima sorte
incontrarono le di lui sculture, che ornavano il
fonte battesimale di s. Giovanni rimodernato, ma
con barba)'o gusto nel 1732.. Fino ad Andrea le
opere degli artisti mancavano d'*espressione, ma
egli seppe aggiungervela con mirabil successo.
Si prenda ad esame la graziosa figura della San-
tissima Vergine col putto che trovasi inserita
nel mezzo del muro che ottura una delle arcate
della chiesetta del Bigatto (a). Questa scultura
molto servì, non v''ha dubbio, ai suoi allievi per
l'imitazione che se ne vide posteriormente fatta
nelle opere di Nino, di Arnolfo e di altri, e scor-
gesi in essa quella preziosità di esecuzione che
caratterizza le sculture del finire del secolo XIV»
Si prendano ad esame intanto i piccoli esagoni e-
seguiti in bassirilievi da lui scolpiti nelle facce del
campanile del duomo di Firenze , ove sono rap-
presentali i mestieri. Io reco qui soltanto un di
essi, ov'è una figura di un cavallo che corre, di
cui non si vide mai cosa tanto bella nelle ante-
riori opere di scultura. Nulla in questa è obliato,
e lutto serve alla convenienza del soggetto, alla
espressione ed alla grazia (h), IVIa la circostanza
che maggiormente offri ad Andrea di emergere
al disopra di ognuno de^suoi predecessori fu quel-
la in cui assunse il lavoro delle porte di bronzo
pel battistero di s. Giovanni in Firenze: fonditore
4l8 COSTUMI
accellente egli condusse questo lavoro ammira-
bile con una nettezza che non erasi per anco ve-
duta in altr''opera. Venti sono i compartimenti
ove si rappresentano le storie di san Giovanni ,
e negli otto quadri da piede stanno effigiate di-
verse virtù. Di non comune sapere era certamen-
te Andrea, che scultore di gran merito, fonditore,
architetto e ingegnere in ognuna di queste ar-
ti si distinse come chiaro e singolare ingegno
dell'arte sua (77).
g. 37. I senesi ebbero pure un tal Goro di
Gregorio scultore, allievo della scuola pisana, ed
autore delPurna di s. Gerbone a Massa di marem-
ma, come sta vscritto in quel monumento ornalo
con 5 bassirilievi di ricche invenzioni, e con 1 1 sta-
tuette non ignobilmente trattate . Non sappiamo
che questo Goro ponesse il nome in altre sue
opere, fra le quali si addita un** urna a bassirilievi
esistenti in Siena nel primo chiostro di s. Dome-
nico, ed eretta a Niccolò Arringhieri da Casole,
mancato nel i374^ ed è probabile che facesse an-
che il deposito di messer Gino in patria circa l'an-
no i337 (78), Si attribuisce a Nino pisano, figlio
di Andrea, l'invenzione di ridurre il marmo a tal
perfezione di pulimento da sembrare levigato a
sp*ìcchio. Andrea fece dunque rivivere il nome
delPavo Nino in uno dei suoi figli Tommaso e
Nino. Del primo non rimangono molte opere, e
soltanto citasi un altare in s. Francesco di Pisa
di non troppo bella scultura. Ma Nino che lavo-
rò sulle tracce del padre merita onorevole men-
zione, e sappiamo che gli prestò aiuto nel gran-
DEI TEMPI REPUBB. PARTE. Vili. 4^9
dioso lavoro delle porte di s. Giovanni in Firenze:
son pur lodate le Madonne che stanno in Pisa
alla chiesa della Spina (a). Nella chiesa di santa
Caterina in Pisa sta pure di Nino una Vergine an-
nunziata dall'angiolo con una iscrizione indicante
Tanno in cui fu scolpita, cioè nel 1870 (79). In
questi lavori merita particolare osservazione la
squisitezza colla quale trattò il marrao,facendo che
sembrasse morbido conrie la carne. La composizio-
ne e le pieghe dimostrano la sua intelligenza nel
dare alle statue vaghezza e dignità, onde il Va-
sari concluse che Nino veramente cominciasse a
cavare le durezze dai sassi, e riconducesseli alla
vivezza delle carni (80).
g. 38. Contemporaneo di Nino fu Giovanni
Balducci di Pisa reso celebre per le occasioni da
farsi conoscere forse più che per vero merito .
In Milano si distinse specialmente per Tarca di s.
Pier-martire nella chiesa di s. Eustorgio che im-
maginò ed eseguì con quanto studio e magnifi-
cenza potette (81). Vi fu in Toscana un uomo tal-
mente straordinario, che quasi sdegnando ogni
traccia, benché nei primi anni del vivere si diri-
gesse allo studio di /Andrea pisano.ebbe un carat-
tere di originalità singolare. È costui Andrea Or-
cagna, il quale architetto, scultore, pittore, poeta
parve in quell'età adombrare quasi fatidicamente
il genio di Michelangiolo, che da quel medesimo
fertile terreno uscir doveva un giorno per met-
tere il colmo alPonore delle arli itnliane. Discese
(rt) Veci. tav. CXIir, N. 2. -— ..w,. **
420 COSTUMI
egli da schialla d'oietìci insigni, poiché fu figlio
di quel famoso maestro Cione che cisellò tanta
parte delPaltare d'argento di s. Giovanni a Firen-
ze; e fra i suoi allievi ebbe Forzore di Spinello
aretino, e Leonardo di ser Giovanni fiorentino
autore d'insigni lavori nelfaltare d'argento di san
Iacopo di Pistoia. Intanto noi dobbiamo rendere
conto di Andrea di Cione che non tanto forse
dal celebre scultore pisano, ma anche dal padre
potette avere i primi rudimenti delle arti, e al-
l'un genere ed all'altro dedicarsi a seconda che
l'impelo del suo talento lo andava portando (82).
Le famose logge dei Lanzi dalPOrcagna eseguite,
vennero ornate di sculture per opera e per con-
siglio dello slesso architetto, e non è esagera-
zione se quello si voglia dire il più bel portico'
del mondo. Dovendo egli adornarle^ non sep-
pe adattarvi soggetto di maggior convenienza
che rappresentandovi le virlù , come quelle che
onorano la magistratura: ma Taltare ed il taber-
nacolo deir Or s. Michele meritano tutta la no-
stra osservazione. Beato costui se avesse studiato
r antico , dice il eultissimo Cicogna ra , mentre
sembra che avrebbe molte palme involale che
restano ancora a cogliersi dagli altri. Non ispira-
no le sue sculture il sapere delle gk'eche antichità,
ma nulla ostante vi si vede un grandioso , un,
facile, un maestoso che sorprende. Sotto le sue
pieghe poco svelansi le forme del nudo, ma que-,
sle però son larghe, sciolte e di bello stile. Le sue
teste non sentono il bello ideale, ma le sue mos-
se non son ricercale soverchiamente. L''or nomi-
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 42-1
nato ricchissimo altare pieno di sculture, d''aiigioli,
d'ornati, d'incrostamenti con pietre dure e vetri
dorati è di tale e tanto lavoro, e talmente le parti
vi sono connesse , proporzionate, tìiiite , un tal
complesso in somma presenta di bellezza e ric-
chezza, che non sarebbe esagerazione chiamarlo
il più ricco e finito lavoro di queir età . Però non
meritano speciale memoria le opere di scultura
che fecero i figli maggiori A^ndrea e Bernardo
detto Iacopo di Cione, e neppure, o appena di Ia-
copo di Pietro scultore che dette roano ad An-
drea nel fare i lavori delle virtù che stanno in
mezzo rilievo sopra la loggia dei Lanzi*, né di quel-
l'Alberto fiorentino che Francesco Sacchetti in-
trodusse nelle sue novelle piacevoli, né di Iacopo
da Pistoia, scultori tutti il cui talento non adegua
quello dei luminari delT arte (83).
g. 39. Dal fin qui detto è provato che le arti
in Toscana, della quale lessiamo la storia, noji
erano in tanta deiezione ridotte, che si potesse^
ro dire assolutamente perdute, siccome è piaciu-
to di asserire ad alcuno . quasi non avesser tro-
vato orma di esse, e quasi fosse stato bisogno ch)^
di Grecia una seconda volta vi venissero ricon-
dotte. Le opere fatte in Pisa, indi per gli altri
luoghi della Toscana ci possono confermare che
architetti, scultori, intagliatori, pittori di nome
e di gloria puramente toscana si avevano sul me-
dio evo, che non erano privi di pratica e di co-
gnizioni deirarle. Assicurata così quella gloria
che parea disputarsi dai meno intelligenti delle
nostre antichità, abbiamo potuto conoscere co-
St, Tose. Tom, 0, 37
4a2 COSTUMI
me le occasioni della prosperità nazionale influi-
rono nel far fiorire queste nrti, e si riprese la via
dei primi artisti per riprodurre migliori imita-
zioni della natura, ed in fine sarebbersì più osten-
tali ì pregi della scientifica esecuzione e delle
bellezze convenute e studiale (84) . In somma
spento il secolo XV, il commercio di Firenze che
né prima né poi fu si ricco, bastò ad elargire in
magnificenze d'ogni maniera, edi primi commer-
cianti che furono splendidissimi mecenati.finirono
nell'età susseguente col diventare principi e pon-
tefici. Le aiti favorite si ampliarono finalmente
da sé stesse, studiandosi ogni artista di aggiun-
gere perfezione ai suoi predecessori^ e dalle opere
di quelli impararono a superarli con generosa e-
mulazione, senza l'orgoglio di soverchiarli (85).
g. 40. Allorché coi monumenti alla mano per-
correremo le opere dei primi scultori toscani che
illustrarono questa grand'epooa, noi vedremo co-
me giudiziosamente trasser profitto dairesaminare
molte antichità che si andavano scoprendo. Sep-
pe Donatello talmente nutrirsi di questo studio,
che ridusse ogni felice sua imitazione a sembrar
cosa originale. Siccome poi nell'epoca prima del-
la scultura risorta conoscemmo evidentemente
che jNiccola pisano, primo restauratore delTarte,
divenne inclusive il prototipo di ogni altra opera
di genio, così Donatello ed il Ghiberti furono i
luminari artisti del secolo XV (86). Nel corso di
questa e delle epoche seguenti, noi troveremo
che l'arte dello scarpello e della fonderia si andò
collìvando con gran successo per l'Italia, e quan-
DEI TEMPI REPUB6. PARTE Vili. 4^^
lunque i toscani vi riuscissero per eccellenza,
nullaostante anche in Napoli, in Lombardia e negli
stati veneti singolarmente fu esercitata con som-
ma lode. Non può ben giudicarsi chi fosse il primo
istitutore di Donatello nelfarte della scultura, e
se veramente n'ebbe uno. Fra i suoi contempo-
ranei, ma della prima epoca della scultura, si ram-
menta Iacopo della Querce, le cui opere veggon-
si principalmente in Siena alla fonte di piazza, e
in Bologna ove comparisce che nella scioltezza
delle pieghe e nella carnosità dei contorni pro-
cedesse oltre ciò ch'erasi fatto dalTOrcagna e da
Andrea pisano. Ma fra le sue più distinte sculture
si annoverano quelle delle lapidi sepolcrali in
Lucca nel sepolcro d'Ilaria del Carretto, e nei due
stiacciati rilievi sulle lapidi sepolcrali di Lorenzo
di Federigo Trenta e di sua moglie (a) scolpite
nel 1416 (87).
g.4 1. 1 fiesolani da lunghissima età furono mol-
to distinti nelle opere di scarpello, maneggiando
il marmo come se fosse una cera molle; e non è
meraviglia che accorressero in aiuto ai granili
operatori da più anni impiegati negli edifizi della
Toscana. Limitrofi di Firenze, aventi uno ste-
rile territorio e ristretto, dovevano trar partito
dall'industria delle lor mani, e lo trassero in ef-
fetto impiegandosi nelle officine degli scultori
primari in guisa di squadra tori e scarpeliini che
attendevano agli ornati , ai fogliami ed agli ac-
cessorii dell'arte maestra (88) j ed i loro lavori
(a) Vcd. tav. CXXI, N. 4, 5, >^
4^4 COSTUMI
sono sparsi in molti luoghi d*" Italia . Non cosi
mediocri furono altri fiesolani nella scultura, ed
in specie un Andrea da Fiesole, che non bisogna
confondere con Andrea Ferrucci , il quale non
era forse nato, quando quesfaltro scolpiva . Di
quelPA-ndrea nulla trovo di citato in Toscana, ec-
cettuato che in Lucca, ove si vede un mirabile
suo lavoro nel chiostro di san Domenico. Di altri
fiesolani tratteremo a suo luogo.
§.4^*^I^ si torni a Donatello, a queiruomo che
fu l'ammirazione del secolo.e che diffuse ì suoi lu-
mi anche fuori d*Italia»Egli viaggiò nella penisola
e vi sparse tanta luce,che molti de'^migliori scultori
presero ad imitarlo come vero modello, in partico-
lare per rartifizio,il gusloe la diligenza ne'bassiri-
lievi» In Toscana ed altrove si vedono sue opere,
de''suoi scolari e de''suoi imitatori^e può dirsi vera-
mente ch'ei fomiasse una scuola. Non fu materia
che non si prestasse al suo talento, marmi, metalli,
legno e cretaj tutto trattò con pari maraviglioso
ingegno . La tavola di marirK> della Nunziata in
santa Croce di Firenze vogliono che sia una del-
le sue prime opere, per la quale venissegli assi-
curata fama di valente neir arte . Egli è certo
che questo lavoro è condotto con amore d' ese-
cuzione straordinaria , e con tale ingenuità di
espressione, che può dirsi scolpito dall'artista per
far giudicare del vero suo merito. Soggetto degno
di memoria fu la gara tra Donatello e Brunelle-
sco nella esecuzione di due Crocifissi, Tuno ese-
guito dal Donatello , che si conserva nella cap-
pella dei Bardi della medesima chiesa, Tal Irò dal-j
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 4^5
l'emulo suo, mentre questi la vinse in quello , e
fece dire a Donatello „ a te oBrunelleschi è conce-
duto fare deferisti, a me deVontadini (89)y.ScoIpi
Donatello una Maddalena in legno per la chiesa
dì s. Giovanni, e la ornò di grandi e singolari be-
lezze per la geatilez2a delle forme, riutelligenza
nelle parti anatomiche, e Tespressione di dolore
che spira dal moto e dalla fisonomia , ma poteva
non portare lo sfacimento di questa figura fino ad
essere sì scarna e prossima ad essere scheletro.
Anche nelle figure da lui variate le tante volte
del s. Giovanni tenne uno stile nuovo e singola-
re quasi direbbesi di convenzione, figurando un
tal genere di gioventù mista del carattere nobile
e gentile con quello adusto, eh** è proprio di chi
vive al deserto ed in penitenza. JXe presentiamo
uno (a), eh"* è in casa Martelli, veneratovi come
capo d'opera di quello scultore. Par molto diffi-
cile che possa immaginarsi altro genere di scul-
tura che meglio corrisponda alfoggetto indicato.
È sorprendente come Donatello riuscisse in que-
sto soggetto senza aver neir animo alcuna sorta
di modello che lo potesse condurre in qualche
maniera attraverso ad una folla di difficoltà , le
quali parevano insormontabili. La figura di S.Gior-
gio {b) che conservatissima si vede dal lato me-
ridionale dell'Or s. Michele a Firenze, può dirsi
il modello della sobrietà e della profondità dello
artista. Lo storico Cicognara non dubita d' asse-
(a) Vcd. tav. CXXTT, N. 1.
(6) Ved. lav. CXXV, N. 3.
4^,6 COSTUMI
rire che quella statua segnò il più gran passo del-
ibarle dagli antichi ai moderni , e non è maravi-
glia se di quest'opera fu fatto gran caso dai con-
temporanei , e se non ha mai cessato di fissare
l'attenzione della posterità (90).
§43- Lavorò Donatello per lo stesso edifizio del-
rOrs. Michele anche il s. Pietro ed ils. Marco, Pul-
timode''qualiMichelangiolo soleva lodare moltissi-
mo. Non possiamo lasciare dì far parola, come con
mirabile artifizio egli scolpisse la statua di Bal-
duccio Cherichino posta accanto a quella di Fran-
cesco Soderini nel Iato del campanile del duomo
che guarda la piazza. Ouesfa statua, della quale
do un cenno in rame(a),potrel)be quasi dirsi non
indegna de^beHempi delPantichità,visla dal punto
per cui fu scolpita. Uno degli artifizi di quest'uo-
mo ingegnosissimo si fu il lavorare i marmi con-
venientemente alla distanza da cui dovean ve-
dersi • ma questa statua panneggiata magnifica-
mente, e posta a quell'immensa altezza sembra
finita colla massima accuratezza, quando è lavo-
rata a grandissimi tocchi di scarpello 5 nulla v* è
di minutamente eseguito, le mosse grandiose, le
pieghe amplissime, tostile assai nobile, e la testa
inclinata come se tenesse favella coi circostanti.
Tfarrasi difatli che nel lavorare questa statua, la
quale per esser calva Donatello solea chiamare lo
Zuccone . dicea talvolta „ favella favella, „ tanto
a lui stesso parea che in questi tratti magistrali
fosse espressa la vita . Dovrebbesi dir molto del
(a) Yed. tav. CXXII, N. 2.
DEI TEMPI BEPUBB. PARTE THI. ^2^
gruppo della Giuditta eh' è posta alle logge dei
Lanzi, ma non è il nostro scopo in questo scritto
il notare per filo tutte le opere dello scultore
prelodato (91). Questa statua non fu Catta per es-
ser posta sotto le logge dei Lanzi , dove ora si
vede, ma vi fu posta nel i5o4 dopo essere stata
altrove. Donatello non ebbe mai chi lo vincesse
nei bassìrilievi , come il Ghiberti non venne mai
superato nei mezzi rilievi. Soprattutto in questa
età sola può dirsi che riconosciutosi da alcuni il
magistrale artifizio con cui gli antichi nei lavori
del più dolce rilievo ebber cura di squadrare i
loro contorni senza sfumare con troppa dolcezza
la parte protuberante sul piano, se ne valsero
con finissimo accorgimento. Fu in tal modo di
esecuzione che Donatello veramente fece stupire
i contemporanei, e lasciò nei posteri una vivissi-
ma brama di emularlo.
g. 44 • 1^0^* ^^" somma maestrìa trattò in
bronzo P argomento della Deposizione in uno
dei pergami di s. Lorenzo in Firenze (a). Ivi si
riconosce il sapere delP antica imitazione, può
anzi dirsi r.h'egli in questo soggetto s'avvicinasse
all'estremo per la forza di accumulate espressioni,
poiché è decoro deipari ista di Inscinr solamente
conoscere dalla movenza delle figure e dalla loro
espressione qual elTelto ne dovrà resultare nelPos-
servatore. Bella singolarmente in questo bassori-
lievo è Pespressiune delle donne in attegijiamenlc
di desolazione, lo che tocca appunto P estremo
(a) Vcd. tav. CXXIII.
^aS COSTUMI
che abbiamo di sopra notato. I fregi di questo per-
gamo attestano i molti studi e la nobile vaghezza
d''imitazione deiranlico.^ che Donatello si propose
d' eseguire anche ornando i gravissimi soggetti
della Passione, poiché questi son pieni di piccole
figure di elegantissimi puttini, bighe, cavalli. Ma
non debbesi involare una benché minima parte
di attenzione deir occhio e del cuore che tutta
dee penetrarsi di sì serio soggetto, quaTè la Pas-
sione del Signore (92). Questo bassorilievo è sin-
golarmente ammirabile per rinvenzione,ma quan-
do Donatello vi lavorò era vecchio, e per ciò n^è
debole la meccanica esecuzione. Bellissima poi
oltre ogni dire é la danza dei putti scolpita nel-
1' esterno giro del pergamo di marmo , dove si
mostra sulla piazza di Prato la sacra Cintola del-
la 3Iadonna , non menche il gruppo dei sei putti
all' altare della cappella Cavalcanti in santa Cro-
ce a Firenze.
g. 45. Qualche cosa ci rimane a dire d''un ce-
lebre monumento sepolcrale da lui eretto alla
memoria di papa Giovanni Coscia, che il concilio
di Costanza depose dal pontificato, e fu posto in
s. Giovanni di Firenze. Questo monumento di
semplice e nobile esecuzione, parte in bronzo e
parte in marmo dimostra chiaramente come in
questo genere di operare si abbandonasse una
certa minutezza che osservasi in quegli artisti
precedenti, elevandosi Donatello ad operare con
sobrietà d'invenzione anche a far cosa onorevole
e distinta. Le tre figure di tutto tondo se non
arrivano alla finezza delPespressione delle altre
DEI TEMPI REPUBB. PARTE TlII. ^2g
statue da lui condotte, ciò deve piuttosto ascri-
versi alla natura delle allegorie che ad altra cau-
sa. Lo stile di queste figure scolpite in marmo è
largo e facile, è tiene molto delPantico- nel cui
studio doveva allora esser freschissimo-DonalelIo,
che non oltrepassava i trentacinque anni di sua
età. La Speranza e la Carità soltanto son tutte di
sua mano ; Michelozzo uno de'* suoi allievi ne
scolpi la Fede che non riceve alcun torto dalla
vicinanza delle opere del maestro,iI quale ne avrà
forse anche diretto il modello oltre Tesecuzio-
ne. Da Simone fratello di Donato non ricevet-
te la scultura veruno incremento, quantunque la-
vorasse con qualche eleganza, come si vede nei
cancelli alla cappella della Madonna della Cin-
tola in Prato. Maggior profitto fece nell'arte
un certo Giovanni da Pisa, che Donatello seco
forse teneva in Padova come suo creato, allor-
ché andò a farvi molti lavori come vi si veggo-
no. Vi fu un Bertoldo fiorentino pure allievo
e creato di Donatello, che scolpi con somma
lode un medaglione commessogli da Maomet-
to II, per modo che potrebbesegli accordare un
grado maggiore tra gli artisti del XV secolo. Que-
sto medaglione rappresenta Maometto da un lato
ed un elegantissimo carro trionfale tirato da ca-
valli sul quale sta il genio della vittoria, e trae
come incatenate tre donne affatto ignude, che al-
ludono a tre regni conquistati e sommessi.Quesle
tre figurine son toccate con tanto vezzo, che non
Iregiii soggiogati, ma le grazie dir si potrebbero^
e fanno ben vederci che non sempre si misura
43o COSTUMI
adeguatamente dalPunghia il leone. Uno però dei
meriti di Bertoldo fu Tessere stato capo o custode
di quell'accaderaia, che a guisa di squola radunò
Lore nzo il magnifico nel suo giardino. Noi non
asseriremo che fossero allievi di quel buon pra-
tico, i molli artisti che frequentarono questa dot-
la società, ma certamente a lui dovettero essere
molto obbligati tutti quei sommi maestri, come
il Buonarroti, il Rustici,ilTorrigiano, il Granacci,
Baccio da Montelupo, il Contucci e tanti altri
che formavano allora e successivamente quel ri-
spettabile consesso (9B).
g. 4<>- A. Nanni di Antonio di Banco allievo di
Donatello si attribuisce una Vergine Assunta in
cielo, assisa entro uno scudo fatto a mandorla
con diversi angioli, la quale si vede sulla porta la-
terale del duomo di Firenze dirimpetto alla via del
Cocomero, il qual lavoro può giustamente ascri-
versi tra le migliori opere del secolo XV, poiché
nei libri di fabbrica risulta compiuto nelP anno
142.1. Questo Nanni d** Antonio di Banco scol-
pì il s. Filippo deirOr s.Michele^e 4 santi ivi pure
raggruppati in una sola nicchia, opere non vol-
gari e meritevoli di tenerlo fra i buoni artisti
del suo tempo, ma delle quali nessuna pareggia
la scultura della mandorla che abbiamo cita-
ta . Un di coloro che pur seguitarono il fare
di Donatello fu Desiderio da Settignano giovine
di gentile ingegno, e che delle opere prodotte
nel breve spazio di vita che fugli concessa, ci la-
scia dolenti pel molto che avrebbe prodotto se
Don fossero stati troncati sì prestamente i suoi
DEI TEMPI REPUBB. PARTE vili. 4^^
giorni. Egli condusse il marmo con una singola-
re mollezza ed una pastosità che alle morbide
carni Io rendeva rassomigliante. Nelle teste poi
da esso scolpile risplende una gentil venustà ed
una finitezza regolarissima^ oltre'di che inventò i
suoi soggetti con una grazia infinita, come ne fan-
no fede le sue sculture in Firenze all'altare del sa-
cramento in s. Lorenzo,e l'elegantissimo deposilo
che si vede in s. Croce eseguito per la morte del
Marsuppini (a). La preziosità della esecuzione
non meno che la ricchezza delP invenzione lo co-
stituiscono uno dei più bei pezzi di scultura di
questo secolo in Toscana: la gentilezza degli or-
nati è somma. 1 mausolei che vi erano inalzati nei
secoli precedenti rimasero molto eclissati da que-
sta eleganza di forme, e da questa finezza di la-
voro: che sebbene la parte ornamentale si riten-
ga come un accessorio di quanto riguarda il
gran genere della scultura, domanda però un gu-
sto sommo ed una gentilezza squisita. Da esat-
te ricerche del Cicognara più volte lodato ap-
prendiamo esser opera di Bernardo di Matteo
Rossellino famoso architetto e scultore il bellis-
simo monumento della beata Villana in s. Maria
Novella (94),scolpilo Tanno 14^7, e Antonio fra-
tello di Bernardo pure scultore non fu di minor
merito, riconoscendo anche il Vasari il passo gran-
de che avea fatta Tarte per opera loro. Il Buonar-
roti fu gran lodatore delle opere di Antonio, e
stettero sempre in gran pregio per la grazia delle
(a) Ved. lav. CXXIV.
^32 COSTUMI
teste, la dolcezza dei panneggiamenti e la leggia-
dria di tutte le partì ©v'aerano osservali i precetti
deirarte. Ma il lavoro principale di Antonio sem-
bra essere statola sepoltura del cardinale del Por-
togallo a s. Miniato al Monte presso Firenze, un
dei più delicati e graziosi lavori che fossero ese-
guiti da scarpelli fiorentini. Mirabili sono fra le
altre cose alcuni angioli, nella testa dei quali si
scorge una veramente angelica bellezza^nella mas-
sa della vita una grazia singoIare,e nei panni che
gli cuoprono una perizia grande nel rigiro delle
pieghe^ cose difficilissime a trovarsi nelle opere
di scultura (95).
g. 47* Ciò che peraltro merita singolarmente
l'attenzione di chi nelle opere degli artisti cerca il
progresso delfarte, è il deposito eretto per opera
del nominato Bernardo di Malico Rossellino in
s. Croce a Leonardo Bruni aretino storico di gran
rinomanza, ove il Verrocchio scolpi nelPalto il
bassorilievo della Madonna, di cui gP inteUigentì
fanno gran caso. In quest'opera oltre Tabilità del-
lo scarpello non può farsi a meno di riconoscervi
Ja sobrietà deiringegno e la convenzione delfarte^
è di sua mano, secondo il Cicognara, il deposito
elegantissimo che si vede in s. Domenico di Pi-
stoia eretto a Filippo Lazzari insigne legista nel
1464. La fertilità degli ingegni in quest'aureo se-
colo è tanto imponente, che non può dirsi aver le
arti seguito uno sviluppo regolare e costante. La
Toscana continuò a vero dire più d' ogni altra
parte d''Italia a mantenersi nel grado, può quasi
dirsi, d'istitutrice, e certamente poi quivi più che
DEI TEMPÌ RtPtJBB. PARTE Vili. 4^^
in altra parte di essa fu copia di maestri distinti
ed onorati. Matteo Civitali di Lurca vuole dal-
rimparzialità dello storico un de''Iuoghi i più di-
stinti fra gli scultori dì questo secolo. Sono le
opere sue che a Lucca si vedono così saggiamente
pensate e così nitidamente ed elegantemente e-
seguite, che possono gareggiare colle primarie
pel gusto della esecuzione, e per l'adempimento
dei precetti d' arte . L' opera la più cospicua
di questo scultore fu il mausoleo bellissimo di
Pietro da Niceto già segretario di Niccolò V, e
può presentarsi come il modello di questo genere
di monumenti. La statua di s. Bastiano, posta in-
torno al giro della cappella del volto santo in s.
iHartino di Lucca, vien dal Vasari tenuta come il
capo d'^opera di questo artista, e da tutti lodata
per la sua nobile semplicilà,intelligenza ed estre-
ma pulizzìa del lavoro: dicono che il Perugino la
studiasse nelPessere in Toscana (96).
g. 48. Emulo e contemporaneo del Brunelle-
sco e di Donatello seppe il Ghiberti aprire una
via ai progressi delParte della scultura non peran-
00 tentata. Non sembra peraltro che quest'artista
imprendesse lavoro veruno di grande importanza
prima che il concorso alle porte di s. Giovanni
di Firenze gli aprisse la mente e gli fosse incita-
mento ovvero occasione ad una tal'opera, che
segnar doveva la più grand'epoca dell'arte dopo
il suo risorgimento in Italia. Sei furono gii ar-
tisti che vennero a concorso per ornar queste
porte: Filippo di ser firunellesco, Simone da Col-
le, Iacopo della Quercia da Siena. Francesco di
St. Tose, Tom. 9. 38
/34 COSTUMI
ValclarnhrJna, Niccolò Lamberti, e 34 giudici lut-
lì artisti, forestieri e paesani, i quali decisero che
la commissione dar si dovesse a Lorenzo (9;).
Egli si posealPopera nel i4o3,la quale riuscì tan-
to bene, ch'egli fu successivamente incaricato di
molti altri lavori di scultura in bronzo in Siena e
in Firenze. Finalmente le prove ch'egli dette di
un''abilità sempre crescente determinarono i ma-
gistrali di Firenze, dopo il compimento delFope-
ra ch'egli aveva ottenuto per concorso,a confida-
re a lui Tesecuzione della terza porta del Batti-
stero, di quella cioè ch'era destinata alFingresso
principale : essa è la più ricca delle altre tre .
Questa porta di una elegante proporzione pre-
senta due imposte divise in dodi«:i scompartimen-
ti. Son eglino di forma quadrata riempiti da do-
dici bassirilievi, i di cui soggetti tratti dairantico
Testamento sono scelti con discernimento e
composti con interesse; una cornice formata da
figurine in piedi e da busti collocati in nicchie cir-
conda ciascuna delle imposte,che sono esse stes-
se racchiuse in una intelaiatura arricchita di fe-
stoni, di fogliami, di frutti mescolati con uccelli
ed altri animali. Una cornice di bronzo come tut-
to il resto termina graziosamente questo magni-
fico insieme, da cui Tocchio resta incantato anche
avanti che Tattenzione abbia potuto portarsi al-
Tesamedi tutte le particolarità.che fanno di que-
sta porla un vero capo d'opera di scultura.
g. 49. Il bassorilievo qui riportato (a), ch'è un
(a) Ved. tav. CXXV, N. 1 .
DEI TEMPI REPUBB. PABTE. Vili. 4^5
dei la quadri, rappresenta il ricevimento delle ta-
vole della legge. La scena imponente, come Tav-
venimento ch''essa riferisce, è distribuita in una
giudiziosa progressione. Dal seno delle nuvole e
dai baleni Dio stesso consegna a Mosè, posto sul-
la sommità del iVIonte Sinai,le tavole della legge.
Al mezzo il monte Gesuè prosternato sembra in-
dicare, per mezzo del posto in cui trovasi, lo sta-
to intermediario al quale egli è chiamato. In fine
il popolo ebreo in una inquieta espettazione oc-
cupa la parte più bassa della montagna. In questo
numeroso gruppo V agitaaione ed il timore so-
no espresse in una maniera giusta e variata con
i movimenti tumultuosi degli uomini, e colle at-
titudini delle donne e dei fanciulli. Queste son
belle ed offrono una commovente espressione
materna*, i loro panneggiamenti son disposti eoa
grazia e con dignità (98), e se ne può giudicare
da una delle figure femminili del primo piano in-
cisa in^'grande(a). Vi manca talvolta Tunità d'a-
zione, ma ciò fu cagionato dalla obbligazione ini-
posta alTartefice di solloporsi alle idee di coloro
che avevangli ordinato il lavoro, i quali vollero
rappresentati più di venti soggetti in soli dieci
compartimenti. Di più era stato stabilito che ì
soggetti dovevano esser trattati di rilievo, mezzo
rilievo, bassorilievo e bassissimo rilievo. Per a-
dempire condizioni simili, Lorenzo conobbe che
bisognava impiegare tutte le risorse della prospet-
tiva lineare, ed ei lo fece con tannarle per mezzo
(rt) Vcd. tav. CXXV, N. 2.
436 COSTUMI
delle situazioni^ delle disposizioni dei gruppi e
della disuguaglianza delrilievo,come della propor-
zione delle figure, che nella ordinazione generale
dei suoi bassirilievi messe tanta grazia e tanta
varietà, quanta un abile pittore avrebbe potuto
porre nella composizione di un quadro. Si può
osservare che il Ghiberti fu utilmente diretto
nella esecuzione della sua difficile intrapresa dai
suoi studi, e dai suoi primi lavori ch'erano stati
consacrati alla pittura (99). Tanta è la perfezione
e bellezza di que^ie^orte, che allorquando furo-
no terminate, il che accadde nel i^io^ Miche-
langiolo giudicolle degne di stare in Paradiso,
e gli furono pagate ventiduemila fiorini (100).
g. 5o. Il Ghiberti ha fatto prova di un merito
assai notabile, e forse ancor più reale neiresecu-
zione di un^altra considerabile opera in bronzo de-
stinata ad ornare la cassa di san Zanobi vescovo
di Firenze, ove Punita di azione vi è conservata, li
soggetto n'è s. Zanobi che resuscita un bambino,
e che gli era stato confidato in presenza di sua
madre e del popolo . Un vasto campo ha per-
messo al Ghiberti di sviluppare su tre piani tutta
la sua composizione. Fabbriche magnifiche occu-
pano il fondo d'una piazza bella e grande: la posizio-
ne loro, quella delle figure del davanti della scena
sono indicate in una maniera sensibile dal pro-
gressivo abbassamento del rilievo e dallo impic-
colimento gradualo delle forme, le quali conser-
vano niente di meno le naturali loro proporzioni.
Non bisogna dissimulare per altro che nei bassi-
rilievi del Ghiberti vi si trovi talvolta delle sec-
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 4^7
chezze ed anche una specie cl'asprezza,che urtano
al primo colpo (rocchio, e dì cui non si può ren-
der conto che aitiibuendole all'eia dell'arte appe-
na uscita dall'adolescenza, e considerandole co-
me prodotti di una scienza che si era saputa a-
cquislare, ma non sapevasi ancora nascondere.
Quesla miscela di pregi e difetti indicando con
precisione il grado a cui Parte inalzata si era, ser*
ve a stabilirne alla metà del decimoquinto secolo
la seconda epoca del rinnovamento, la quale vo-
gliamo ora percorrere (loi).
g. 5i. Tra le statue che ornano Testeriori pa-
reti d''Or s. Michele in Firenze se ne trovano tre
del Ghiberti, il s. Giovanni Battista , s. Stefano
e s. Matteo evangelista lutfe tre di bronzo della
grandezza naturale , V ultima principalmente di
queste tre figure è notabile per la grandiosità dello
stile, per la bella disposizione del panneggiamento
e per Tarmouìa che regna fra le parti. Se Dona-
tello e Ghiberlì debbono a gius lo titolo esser
riguardati come principali autori della felice rivo-
luzione che successe allora nella scultura, l'esat-
tezza della storia ci obbliga qui a ripetere che que-
sta non fu loro opera esclusivamente , e che
fiirono essi potentemente secondati nei lavori da
una molli! Udine di abili scultori loro contempora-
nei, loro allievi, loro iraitatori,che tutti temlevano
alla perfezione con le proprie loro forae, e dei
quali molti svilupparono anche un genio libero
ed indipendente. Tali furono,oltre i già mentovati,
anche Luca della Robbia, Agostino suo fratello
« Andrea suo nipote, i quali non solauienle la-
438 COSTUMI
vorarono il marmo con buon successo, ma si re-
sero celebri egualmente per la invenzione dei
bassirilievi in terra cotta, che ricoprivano di uno
smalto proprio a dare alla superfìce loro il lustro
e la durata del marmo (a). Noto qui che il bellis-
simo fregio di terracotta invetriata, che orna e-
sternanieute il loggiato dell'ospedale degli infer-
mi detto il Ceppo a Pistoia, fu fatto circa l'anno
iSaS da Giovanni della Robbia figlio di Andrea,
e può con fondamento supporsi ch^egli sia stato
aiutato dai fratelli Luca e Girolamo: è diviso in
sette quadri esprìmenti le opere di misericondia
corporali (ioa).
§. 52,. Bisogna contare fia gli abili artisti che
possedeva allora la scuola fiorentina Pietro e An-
tonio Pollaioli, i quali coltivarono insieme, oltre
la pittura, l'orificeria, l'incisione delle medaglie,
anche la scultura in marmo ed in bronzo. Le ar-
genterìe dell'aitar famoso di san Giovanni in Fi-
renze son ricche de'primi lavori a cesello di An-
tonio, e lavorò di niello gareggiando con belle pa-
ci , di cui Maso Finiguerra aveva arricchito la
sagrestia di s. Giovanni. Antonio ch'era scolare di
Pietro si distinse particolarraeute per l'arditezza
del disegno e per una rara intelligenza deli-ana-
tomìa, essendo stato il primo, secondo il Vasari, a
studiarla nella dissezione dei corpi umani. Giu-
liano da Maiano e Benedetto suo fratello son me-
ritevoli anch'essi di una particolare menzione: il
primo come buono scultore del pari che abile ar-
(a) Ved. lav. CXXII, N. 3.
DEI TEMPI EEPUBB. PARTE VIIL 4^9
chitetto^il secondo per aver lavorato con successo
non solo in marmo, ma anche in legno, e princi-
palmente in lavori di tarzia. Nel numero final-
mente dei più felici imitatori di Donatello e del
Ghiberti bisogna collocare àndrea Verrocchio, il
qual seguitando le opere di questi grandi maestri
si formò uno stile eccellente. S*" egli cede loro
alcune volte in grazia, gli uguaglia spesso nella
grandiosità delle forme e nella dignità delKazìo-
ne, come Io dimostra il bel gruppo di s. Tomma-
so e Gesù Cristo nella facciata esterna di Or san
3Iichele ( io3). Si vuole ch'*egli contribuisse a ren-
der più facile Tarte della imitazione, mediante il
formare di getto le cose naturali , onde averle
nella freschezza non alterata dalle lor forme di-
nanzi agli occhi per poterle studiare^ come an-
che pretendesi che i primi ritratti di gesso formati
sul volto dei defunti fosser per opera sua (io4).
Fu suo alunno lo scultore Francesco di Simone
fiorentino^ che nella chiesa di s. Domenico in Bo-
logna scolpi un bel deposito al Tortagni imolese,
ma viene rimproveralo lo scultore d"* aver pro-
fuso eccessivo lusso d''intaglio.
g. 53. Andrea Ferrucci e Mino da Fiesole con-
dussero il marmo con tanta morbidezza, e con
tanto gusto e sapere inventarono, che le opere
loro hanno diritto di riputarsi fra le migliori del
secolo. Scolpi Mino un altare per una cappellina
interna della Badia di Firenze, la cui fina elegan-
za della esecuzione , e la dolcissima semplicità
della composizione , non tanto per la forma e
comportalo arcbitelLonico delle tre nicchie, quan-
44o COSTUMI
to per le figure scolpii evi , mostrano il sommo
guslo (leiraiierice e deiraiireo tempo cui appar-
tiene quest' opera. Nel duomo di Fiesole questo
autore fece quelP altarino così elegante , ove le
diverse figure scolpitevi son graziose e morbidis-
sime di tal modo, che marmo non i'u mai meglio
trattato da toscano scarpello. Se gli scultori più
immaginosi ueir inventare, dice l'intelligentissi-
mo Cicognara, e più dotti nel comporre avessero
portate ad un tal grado di esecuzione le opere lo-
ro, forse nulla sarebbe mancalo per giungere al-
l'' eccellenza . È opera di Mino da Fiesole an-
che il magnifico monumento sepolcrale eretto dai
monaci della Badia di Firenze al marchese Ugo,
il qual fu signore di questo paese nelP XI seco-
lo(io5).Questa senza dubbio è l'opera più perfetta
che mai venisse dallo scarpello di Mino, essendo
benissimo condotta la statua del conte Ugo di-
stesa sopra la cassa , e scolpiti con molta grazia
alcuni putti che tengono la di lui arme (106). Nel
deposito del vescovo Leonardo Salutati si vede
la di lui testa scolpila dallo stesso Mino con tan-
ta verità, che non marmo, ma piuttosto molle
materia direbbesi (a). Non men distinto sculto-
re fu Andrea Ferrucci pur di Fiesole: tìglio di
padre scultore , ed allevato da scultori tìesolarii
incominciò a lavorare di squadratura, poi ad in-
tagliare fogliami ed ornati, e finì per essere un
graziosissimo artista e disegnatore, come lo mo-
strano le molte cose da lui scolpite, e che si ve-
(a) Ved. lav. GXXI, N. 6.
DEI TEMPI EEPUBB. PARTE vili. 44*
dono in parte nella chiesa di s. Girolamo presso
Fiesole. Egli è un di quelli artisti nati sul finire
del secolo XV e morti nel principio del XVI, co-
sicché partecipò alquanto dello stile che incomin-
ciava a dorainare,e fu contemporaneo dello stesso
Buonarroti. Grandissimo è il numero di questi tìe-
solani che si distinsero particolarmente nel gene-
re degli ornamenti, i quali intagliarono con isqui-
silo gusto e leggerezza: i loro nomi e le opere si
notarono con parlicolar diligenza dal Vasari (107).
§. 54. I<o splendore di cui brillava la scultura
in Toscana si diffuse ben presto su tutte le altre
scuole d"'Italia,come dicemmo. L'impulso (lato dal-
la scuola fiorentina alla statuaria, non solamente
si propagò nella penisola, ma si comunicò anche a
tutte le branche secondarie della scultura. Il mi-
glioramento fecesi sentire anche nella tarsia,e da-
maschinerìa sopra i metalli, ed in molti altri generi
anche minori d'incisione . Opere della natura di
quelle che abbiamo finora descritte dovean di po-
co precedere l'invenzione dei medaglioni storici,
e V uso infatti se ne stabili presso a poco verso
lo stesso tempo, e V esecuzione se ne migliorò
seguendo la medesima progressione dalla metà
del XV secolo ai primi anni del XVI.
g. 55. Ora noi vedremo finalmente comparire
ciò che mancava ancora per costituire V ultimo
grado del perfezionamento della scultura rinno-
vata \ una più pura scelta di oggetti , una pro-
fonda scienza nella maniera di eseguirli , ed una
elevazione di pensiero, frutto di un più squisito
sentimento . Il tempo ausiliare tanto necessario
44jì costumi
pel genio onde portare al più alto punto di perfe-
zione le umane invenzioni, avea riserbato dopo
tre secoli di sforzi Tonore a Micbelangiolo di fare
per la scultura ciò che Raffaello fece in seguito
per la pittura (i 08). Ma non tutto ad un tempo il
Buonarroti potette giungere ad esprimer tratti
veementi , a segnare gagliardi contorni , a sfog-
giare in una pronunziata scienza anatomica nelle
sue sculture. Le prime opere di tal genere esegui-
te da Micbelangiolo son trattate con assai più
dolcezza cbe quelle scolpite posteriormente. Tale
è, per esempio, il bassorilievo cbe dal Vasari das-
si nome di pugna d'Ercole coi centauri, per quan-
to ne di centauri, né d'Ercole vi sieno indizi; ma
piuttosto sembra un giovanile capriccio esistente
per lo addietro in casa Buonarroti. Il Cupido dor-
miente da Micbelangiolo sotterrato per farlo cre-
dere antico, e del quaPerasi ritenuto il braccio per
provare cbe quella scultura era opera sua e non
antica greca,ciò dimostra che lo stile di quell'ope-
ra era castigato e purissimo. Lo stesso merito di
greca somiglianza ha il Bacco col satiretto ciré
in Galleria di Firenze,e fu opera ch'ei scolpì nel
XXIV anno della età sua . Anche il suo gruppo
della Pietà, della quale è in san Pietro di Roma
r originale , si vede in copia fedele in una delle
cappelle di s. Spirito, e consiste nella Madonna
di marmo bianchissimo con Gesù Cristo morto
in grembo alla Madre, e fu eseguita da P^anni di
Baccio Bigio suo discepolo , ed è tanto il veder
questa che roriginale(io9),e sembra ritenere an-
cora di quella dolcezza d'esecuzione cbe andava
DEI TtmWl REPUBB. PARTE Vln. ^^^3
a mano a mano lasciando., a misura che senlivasi
più sicuro nell' arte , la quale poi seguendo una
nuova via l'abbandonò quasi del tutto e vi sostituì
una fierezza di stile più maschia e caratteristi-
ca (no) . A-nche la statua colossale del David
eh"' è nella piazza del granduca non è dì quella
gagliardìa di stile che vedesi nelle statue da lui
posteriormente eseguite, poich'ei la fece ne'primi
suoi anni. La Vergine col Bambino ch'è nella cap-
pella dei sepolcri medicei non è senza semplicità
atteggiata, inclinante il capo verso del Figlio, la
cui musculatura e le forme non sconverr ebbero
ad un Ercole bambino.
g. 56. La statua detta della Vittoria, poiché ha
uno schiavo sotto i piedi , nel salone di palazzo
vecchio in Firenze, presenta una figura nuda di
grandiose e rilevate forme- porta impresso mar-
catamente il carattere delTartista che la scolpì, e
può dirsi essere il vero »ipo del suo stile distin-
to fra tutte le scuole della scultura . Questa
figura doveva esser posta nel gran monumento
sepolcrale di Giulio II che volea fare eseguire lui
vivente. Il vasto concepimento di questo mauso-
leo, proprio della smisurata ambizione di Giulio
II e del colossale ingegno di Michelangiolo, fu
soggetto a molte vicende, per cui non ebbe com-
piuto effetto. Ma pure uno se ne vede eretto a
quel papa nella chiesa di s. Pietro in Vincoli. Iv i
è pure una delle principali opere di Michelangio-
lo che porta in se chiaramente espresso lutto il
suo fuoco, la sua immaginazione, la sua or igina-
lità: voglio dire la statua del Mosè che dicesi non
(J44 COSTUMI
avere esempio in tutte le produzioni deir arte
ohe rbanno preceduto presso gli antichf^e que-
sta dette adito a far conoscere V ascendente del
genio di Michelangiolo, cagionando, quasi può dir-
si, una rivoluzione nelP arte e nel gusto . Essa
venne posta in primo luogo fra le opere dei mo-
derni, e si disputò inclusive se venir potesse a
contesa colle più antiche produzioni dei greci
scarpelli (i 1 1). Le Grazie a vero dire non guida-
rono lo scarpello dì Michelangiolo , poiché pare-
vano spaventarsi della sua robusta maniera , ma
nelPosservare che la fina accuratezza conduce tal-
volta al pericolo di piccolezza, e che i geni grandi
difficilmente soffrono la lima dei piccoli difetti
debbonsi riguardare le loro produzioni dal lato
più favorevole, onde rimanga 1' impressione del
bello, e gli errori spariscano o si dileguino (112).
Quindi è che lo stile ed il gusto di .ìlichelangiolo
non debbono imitarsi senza moltissima circospe-
zione.
g. 57. Le ultime opere del Buonarroti cedet-
tero nella parte del gusto alle prime d'uno stile
assai più purgato, ma intanto si trovano fra que-
ste seconde alcuni tratti di sublimità ideale, a
cui non eran giunti i di lui predecessori. Le fi-
gure dei monumenti sepolcrali medicei ch''io ri-
porto (a), possono corroborare questa opinione.
Or limitandosi al nudo esame delle statue uni-
camente poste su i cassoni ferali, per isfoggiare
colla magistrale intelligenza dei nudi fieramente
(a) Ved. tav. CXXII, N. 5.
DEI TEMPI EEPUBB. PABTE. Vili. 44^
atteggiati e vigorosamente scolpiti, non abbiamo
alcuna difficoltà in asserire che quelle figure
principalmente si possono citare come il segao
più elevato a cui fosse giunta in quelFetà Tarte
della scultura. Tutta la scienza anatomica, tutte
le bellezze ideali, tutto Io studio sul torso an-
tico di Belvedere trovasi riunito in quelP er-
culee figure di tal maniera, che se la perìzia del-
l'' artista pure vi trovasse difetto, non ostante le
bellezze sono così trionfanti su i nei che Tocchio
ne rimanga a tal segno incantato e sorpreso da
non permettere, quasi direbbesi, alla ragione di
far querela sulla singolare invenzione di quei mo-
numenti. La larghezza di tocco dello scarpello, la
bellezza delle forme, la carnosità di quei marmi,
la verità colla quale son risentiti quei muscoli
secondo Tuffizio loro, attestano la sicurezza ed il
genio dell' artista immortale. Ma è gran difetto
d' altronde che si bei monumenti non parlino
realmente di per sé mt^desimi, né alla mente, né
all'anima (i i3). Uno dei citati depositi fu eretto a
Lorenzo de'Medici duca d'Urbino nipote di Leone
X, e padre di Caterina dei Medici, rappresentato
sedente e nelTattitudine d^in uomo che medita
profondamente. In faccia al deposito di Lorenzo
e quel di Giuliano de* Medici con i medesimi or-
namenti delP altro. Ma troppo lungo sarebbe il
notar qui tutte le statue ed altre sculture che
sono state magistralmente eseguite da
Michel più che mortale angiol diifino.
J^ì vedono in oltre di lui molte sculture imperfette,
poichtè se la materia indocile del marmo poteva di-
SI. Tose. Tom. 0. 39
^^6 • COSTUMI
niinuirsi di mole, acquistando forma sotto i suoi
colpi , uon poteva peraltro rendersi flessibile e
piegarsi ad altra qualunque modificazione od e-
rnenda come la creta e la cera (ii4)»
g. 58. Baccio da Montelupo, Giuliano da s.
Gallo, Andrea Contucci, Benedetto da Rovezzano
e quei molti scultori e scarpellini di Fiesole, dei
quali trattai più indietro, si trovarono contempo-
ranei ai primi anni del Buonarroti, ed ognun vede
con evidenza, come costoro non superassero il
merito dei più antichi loro istitutori Donatello e
Gliiberti.La statua di s. Giovanni evangelista, che
Baccio da l\Iontelupo fece in bronzo per la facciata
esteriore della chiesa d'Or s. Michele eseguita per
concorso, è fra le buone che fossero prima e poi
fatte in Firenze. Giuliano ed Antonio da s. Gal-
lo furono più celebrati per le loro architetture
che per le sculture (i i5),e il pregio di essi era nel
comporre ornamenti. Questo genere di scultura
d'ornati a piccole figure fu portato alla maggior
perfezione in Toscana da Benedetto da Rovezza-
no, il quale intagliò in Firenze diversi acqua i e
cammini di macigno con molta eleganza e con
leggerezza di tocco e di trafori, che da nessuno
in quel genere fu sorpassato. Il Cicognara ne
dà un bel saggio, onde, oltre al genere di scul-
tura che fu spinto al maggior grado di precisio-
ne e di gusto in questa età, si veda il lusso ele-
gante ch'aera nelle case dei signori italiani, i quali
adopravano questi ornati anche pertìnestre,porte
ed ogni altra parte decloro palazzi, che fosse su-
scettibile di simili abbellimenti (i i6). Il Contucci
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 44?
da Montesansaviiio anteriore a Michelangiolo si
inalzò mollo al disopra di questi scultori. ma ser-
vissene d^alcuni, un de' quali fu Maso Boscoli
l'autore di due angioli assai pulitamente scolpiti
in quel sepolcro che A.ndrea Ferrucci non potette
(ìnire in s. Maria Novella, e quivi lavorarono va-
ri fiesolani. Ma non bisogna confondere il nomi-
nalo Boscoli con ahro di tal nome posteriore a
quello contemporaneo del Vasari, e nativo di
Montepulciano, che fece molti stucchi in Firenze
e nel jialazzo Pitti. Fra i lavori più distinti che
la scultura produsse nel principio del secoloXVl
si vedono in Firenze le slatue di bronzo sulla
porta del battistero che riguarda verso T Opera,
e queste possono mettersi fra i lavori più perfet-
ti, che l'arte producesse in tarepoca. Furono el-
leno gettale in bronzo da Francesco Rustici con
tal perfezione, che sarebbe ardimento il dire che
sono state superate dalle opere posteriori. Dal s.
Matteo del Ghiberti a queste statue di bronzo
vedesi un passo delTarle fatto con felice succes-
so. Le tre statue del Rustici rappresentano un
levita ed un fariseo in mezzo ai quali è s. Gio-
vanni. Furon pertanto le tre statue dichiara te
per opera classica in tutte Tetà, e cerlamenle
possono annoverarsi fra le più belle della città
di Firenze (117).
g. 59. 11 più ardito nell'arte della scultura che
osò misurarsi e sfidare orgogliosamente tutti i
suoi contemporanei, cbe trattò con disprezzo le
stesse opere di Michelangiolo, e che condusse il
maggior numero d*oi»ere in quest'arte, fu il Bau-
448 COSTUMI
dinelli, il quale si mostrò in tutte le sue produ-
zioni libero diseguatore,raa fiero inventore,sempre
voglioso d^imprender opere colossali e di coglie-
re tutte le occasioni per le quali eclissare e supe-
rare il merito dei suoi antagonisli.il di lui gruppo
colossale-d^Ercole e Cacco ch'è in piazza del Gran-
duca per quanti difetti esso abbia, non è privo di
grandi bellezze. Questo gruppo fu lacerato da sa-
tire mordacissime, e Io stesso successe del suo
Adamo ed Eva, e del suo Padre Eterno ch^era in
duomo. Fortunatamente è tanta la copia delle
sculture del Bandinelli, che sebben molte ve ne
abbiano delle trascurate od imperfette, nulKo-
s tante ve ne rimane un ampio numero per far
prova della sua arditezza nel disegno, nella gran-
diosità del suo stile e di quella fierezza, che si può
dire venuta iu moda nelle opere singolarmente di
scultura, raentr'egli viveva (ii8). Son celebri le
sue figure a bassorilievo attorno al coro del duo-
mo, ch'ei fece con qualche aiuto. Le bellissime
pieghe (a) dei panni che dai moderni non furono
superate, fan porre quelle figure a rilievo bassis-
simo tra le opere più stimate di Baccio. Il basso-
rilievo ch''è nella base di s. Lorenzo merita qui
menzione speciale, poiché il disegno non è ripro-
vevole, e sebbene il totale non sia esente d^alcuni
difetti,non di meno può enumerarsi tra le buouQ
produzioni del secolo. Il Montorsoli fu in questo
tempo non solo buono scultore, ma ingegnosissi-
mo restauiatore, ed è delle sue mani il s. Cosimo
(a) Ved. tav. CXXII, N. 7.
BEI TEQIPI REPUBB. PARTE Vili. 449
della cappella de''principì, come s.Damiano è scol-
pito da Raffaello da Montelupo. Furon gentili le
sculture di Niccolò detto il Tribolo per esigersi egli
molto accostato al fare di Michelangiolo^senza pe-
raltro seguirne i difetti.Anche Giovanni dall'Ope-
ra, quantunque allievo del Bandihelli, si tenne
in retto sentiero, e le sue opere possono citarsi
fra le più belle della scultura toscana. La sua sta-
tila delParchilettura scolpita nel sepolcro del Buo-
narroti in s. Crocejche vedesi unita alle altre due
di Valerio Ceoli, e di Battista Lorenzi dà a cono-
scere lo stato dell'arte dopo la morte di Miche-
langiolo, che non va esente da non pochi difetti.
Non solo Giovanni dall'Opera, ma il Sansovino
ancora e Vincenzo Rossi 6esolano furono artisti
di molto merito, ma scorretti assai nel dise-
gno; e migliore di questi fu Francesco Ferruc-
ci. Fra gli apostoli del Duomo di Firenze il s. Ia-
copo minore e'I s. Filippo sono i più nobilmen-
te e degnamente scolpili, e si accostano più di
ogni altra statua alla semplicità del Ghiberti, ed
alla maestà dell' antico: essi furono eseguiti da
Giovanni dall'Opera, e sembrano queste le scul-
ture in cui maggiormente egli si distinse. Visse
fino a toccare il secolo XVII, e si disse dairOpe-
ra per avere sempre lavorato nelle stanze dell'O-
pera di s. Maria del Fiore , poiché di casato era
Band ini (i 19).
g. 60 . La incisione in pietre anulari imitò
nel suo caraLlere e seguitò nei suoi progressi
quello della scultura in grande. In colai modo le
due arti, fra tli loio congiunte da numerosi rap-
^5o COSTUMI ^
porti, provarono necessariaraénte le TÌcende stes-
se uè ci presentano che una storia medesima in
monumenti tanto differenti per le loro dimen-
sioni (lao). Appartenendo pertanto il lavoro del-
le pietre incise tanto in rilievo che in incavo assai
strettamente airartè della scultura che qui si trat-
ta, non possiamo omettere di far parola dei prin-
cipali autori toscani che in tal genere meritarono
singolare distinzione^corae facemmo dei più rino^
mati scultori toscani. G4i intagliatori in gemme
del secolo XIV ci lasciarono varie pregevoli ope-
re, ma non però i loro nomi: e se Scipione Am-
mirato (lai) ricorda un Benedetto Peruzzi singo-
lare intagliatore in pietre dure nel 1379, allora
molti altri potrebbero rivivere Xilmeno nella me-
moria dei posteri, mediante la solersia dei patrii
scrittori. I due secoli deciraoquinto e decimose-
sto si reser purè famosissimi per opere d'inta-
glio in gemme si di rilievo che d^iiicavo, ed al pari
della scultura salirono verso quel grado di perfe-
zione a cui pervennero tutte le opere di genio
della Toscana.
g. 6 1. Poco ci resta In glittografia che attribuir
si possa con sicurezza a quel Giovanni fiorentino
detto pure Giovanni dalle Corniole che fiori sot-
to il civile principato di Lorenzo il magnifieo,e fu
anzi da lui stesso fatto ammaestrale. V'é sospetto
ch''ei come altri artisti fabbricasse intagli e cani-
mei, che simularono greche e romane incisioni,
e che indussero in errore e v''inducono ancora i
più esperti. Tali artisti non erano simulati e fal-
sificatori,ma creatori di lion inen preziose opere
DEI TEMPI HBPUBB. PARTE Vili. 4^*
che le antiche. Si può citare con lode il famoso
ritratto del celebre predicatore Girolamo Sa-
vonarola , inciso sopra una bellissima corniola
del museo di Firenze (a) ^ opera di questo Gio-
vanni che fu dei più abili incisori in pietre fino
daiPepoca del rinnovamento delParte nel secolo
XVI. Nel contorno vedesi questa leggenda che
prova l'idea esaltata che del Savonarola concepu-
to avevano i suoi fanatici settatori: Hieronimus
Ferrarlensis ordinis predicai or um^ propheta^
^ir et mari ir (12,2.), Tra i fiorentini crediamo che
specialmente meriti un encomio distinto Giovan
Paolo Poggio Poggini emulo di Pompeo figlio di
Leone Leoni aretino, artisti che in materia d'in-
tagli in pietre dure fecero nella Spagna opere pro-
digiose ( 12,3).
g. 62. ^el secolo XV ricominciarono a vedersi
i medaglioni incisi con qualche merito. I primis
per quanto si crede, conn)arvero al tempo di papa
Martino V) il quale regnò dal 1417 al i43i.Poco
di poi fu eseguito il ritratto di Francesco Petrar-
ca (b)^ dietro al medaglione pubblicato dal Maz-
zucchelli, ed in questo lavoro noi abbiamo un bel
saggio dell'arte monetaria a nuova gloria risorta.
l lavori di quegli abili artefici avevano finalmente
fissala l'epoca del rinnovamento della scultura ^
e i principii riprodotti da essi nelle statue e nei
bassirilicvi si diffusero con successo fino alle mi-
nori parti di quest'arte^ e l'incisione sopra metalli
(a) Ved. tav. CXXIl, N. 6.
(6) Ivi, N. 4.
45a COSTUMI
dopo dì aver provato anch'' essa le vicende della
decadenza e del rinascimento, segnò l'epoca del
suo rinnovamento, mediante varie opere eseguite
con perfezione tale che le rende prossime ai mo-
delli delPantichità (ia4).In Toscana ove singolar-
mente le arti vennero in uno stato di massima
prosperità, alla maggior parte degli artisti nasceva
la volontà di fare un qualche conio di metallo ,
tantoché vediamo scultori d''ogni maniera ed uo-
mini anche d''un nome non conosciuto presentar-
ci qualche bel conio come quello che vedesi al-
la tavola CXX numero 3 del nostro atlante . il
quale raffigura Giovanni de' IVIedici detto delle
Bande nere,celebre condottiero di eserciti, inciso
da Francesco da s. Gallo figlio di Giuliano^ e trat-
tato con molta energìa di stile propria del sogget-
to. Nelle medaglie fu in seguito di tempo assai più
facile lo scoprire ringanno per la moltiplicità delle
medesime, che sottopose le contrafifazìoni a mil-
le vegiianti sguardi.
g. 63. A Maso Finiguerra viene attribuito il
principio d'intagliare in rame per cavarne le stam-
pe. Costumò quest'orefice di non empier di niello
i cavi , ossia gl'intagli prpparati nelP argento, se
prima non avesse fatta prova delle sue opere. Le
improntò con terra, e gettatovi sopra zolfo lique-
fatto vennero improntate e ripiene di color ne-
ro; ciò fece con carta umida e colla medesima
tinta, aggravandosi sopra con un rullo tondo, ma
piano dappertutto^il che non solo faceale apparire
stampate, ma venivano come disegnate a pen-
na (i2.5) . Maso Finiguerra 5 Sandro BoLticeili ,
DEITEMPIREPUBB, PARTE vili. 4^^
Baccio Baldiiii e Antonio Pollaiuolo, si esercita-
rono tutti nelPincisione con fama iringegno, e la
epoca dei loro lavori è da verso il i45o fino al
i483. Le opere di essi sono debolmente eseguite, e
mostrano Tinfanzia dell'arte, e la poca pratica nel
maneggio degli strumenti. // Monte Santo di Dio
fot. Firenze i/^yy è il primo loro lavoro che ad-
diti una data sicura. Del Baldini si credono le
due vignette male eseguite con bulino inflessibi-
le nella edizione rarissima di Dante fatta in Fi-
renze nel 1481 (ia6).
$. 64. Dobbiamo essere ormai convinti per
quel eh'' io dissi trattando dell' arte neir epoca
scorsa, cioè che le opere di pittura e di mosaico
subirono in quei tempi varie vicende, ma non
restarono mai del tutto inoperose in Toscana ,
come a torto insinuar ci vorrebbe il Vasari, ove
si avanza a dichiarare qui spento affatto il nu-
mero degli artefici nel 12.40, quando nacque Ci-
mabue, per dare i primi lumideirarfe della rina-
scente pittura. A^llorchè per altro risorse V Italia
dalla barbarie e dairavvilimeuto dei bassi tempi,
e i cittadini riacquistarono i dritti che avean per-
duti, si risvegliò il nobile principio di emulazione
per la gloria, si protesse la religione dominante,
e le arti ritornarono a cingere il trono di splen-
dore non mai perduto del tutto, ed a rendere più
augusta la patria e più venerato Tallare. i
g.65.La città di Pisa ebbe in quel tempo raede4
•imo non solo pittori ma scuola ancora d'ogni beU^
Tarle ( 1 27), dalla quale provenne la miniatura del-
VExultet che mostrai ^oelf epoca scorsa ( ii^^j ,
^54 COSTUMI
monumento d'arie non rozza afifatto.Da quesli umi-
Ji sì ma semplici principii dovette naturalmente
progredire la pittura in Pisa, la qual mostrasi nel
suo stalo già due secoli anteriore a Giunta. Que-
sli era già pittore nel laoa. maestro nel laio, e
fu il primo a lasciare le forme greche, o per me-
glio dire a megliorarle (129). La maniera colla
quale è dipinto un Crocifisso che io qui ripor-
to (a) , come osserva il chiarissimo Rosini, ma-
nifesta segni di esser della scuola di Giunta, che
scuola pisana e la prima della pittura risorta in
Toscana si potrà dire. Paragonalo per tanto il di-
pinto di questo Crocifisso della scuola di Giunta
con quel del greco mostrato (b), vi si ricono-
sce il progresso verso un far più rotondo, la-
sciata r antica secchezza, più prossimo al vero.
E dipinto sulla tela tirato sulla tavola come i
più antichi , e secondo le osservazioni dei chi-
mici, la vernice venne mescolata con Tolio (i3o)*
L^antica scuola greca non ebbe termine a Giun-
ta, mostrandoci il soprallodato Rosini che prose-
gui dopo quell'artista per vari anni, ed apparisce
da qualche monumento che una scuola anch^esso
debba aver fondata (i3i). Wiuna pittura certa ne
ha la patria, eccetto un Crocifisso col suo nome
che si crede delle prime sue opere (i3a), e che
il professore Rosini riporta alla Tav. Ili dell* a-
tlante sulla pittura italiana: il disegno è secco e
le dita soverchiamente lunghe. Vi è però uno stu-
• («) Ved. tav. LXXXIX.
(b) Ved, tav. LXXXVIIL
DEI TEMPI TfVEPUBB. PARTE Vili. 4'^^
dio nel nudo, una espressione di dolore nelle te-
ste, un piegar di panni che supera d'assai la pra-
tica dei greci contemporanei . Il composto dei
colori è forte, ancorché brovizino nelle carni, il
loro compartimento è ben variato, il chiaroscuro
segnalo pure con qualche arte, il tutto insieme
non inferiore, se non in proporzioni, ai Crocifissi
con mezze figure d** intorno che si ascrivono a
Cimabue (133), o certamente alla di lui scuola,
dove naturalmente usavansi nel dipinto le ma-
niere del caposcuola.
g. 66. A.lle belle glorie di Pisa unisconsi quel-
le di Siena, che vanta due noQii di pittori , l'uno
chiamato Pier di Lino o Pierellino, Paltro Gui-
duccio che fiorirono nel secolo duodecimo. Ma
quando si ricercano le opere loro conviene star-
sene alle induzioni, eccettuatane per altro una
Vergine ch'è io s. Domenico a Pisa, presso la qua-
le si legge il nome di Guido senese e V anno
122 1, e ch'aio qui riporto (a) , come saggio delle
prime pitture italiane delP arte risorta in Sie-
na (i34). Ma dalla scuola pisana vuoisi propagata
r arte per la Toscana in que'primi tempi, quan-
tunque non possa omettersi che ivi come nel ri-
manente d'Italia erano miniatori, i quali, per sé
medesimi trasportando P arte dalle piccole ope-
re alle grandi, disponevansi a dipingere pareti e
tavole. Olire Siena e Pisa avea pure Lucca nel-
l'anno 1235 un Bonaventura Berlinghieri valente
pittore per que** tempi. Anche Deodato Orlandi
'I
(fl) Ved. tav. CXXVI, N. 1 . i
456 COSTUMI
lucchese non fu di minor merito del Berlinghìerì,
mentre chi osserva il quadro da esso dipinto nel
ia88 rappresentante il nostro Redentor Crocitìs-
so,che sta ad un altare nella chiesa dei padri fran-
cescani nel territorio lucchese , lo ravviserà a-
domo d'uno stile per quei giorni molto lodevole
nel disegno, e che non lascia a desiderare nelle tinte
assai ben conservate ogni più leggiadra vaghezza.
Se vuoisi por mente alla ricerca de'rauscoli, allo
artifizio che fa comparire il pittore in questo suo
lavoro, si rimarrà di leggeri persuasi che non la
cede a Simone bolognese, di cui cent'anni dopo
si ammirarono i più bei Crocifissi che siensi giam-
mai veduti di quel tempo, languidi pur troppo ge-
neralmente e meschini (i35). Di brezzo fu Mar-
gheritone scolare de'greci e seguace ancora. Di-
pinse in tela, e fu il primo, a detta del Vasari,che
trovasse modo onde render le immagini più du-
revoli e men soggette a fenditure: restano alcuni
dei suoi Crocifissi in Arezzo (i36).
g.67. Vuole il Vasari che Cimabue dasse princi-
pio con nuovo metodo di disegnare e dipingere alla
scuola toscana della pittura (t37). Eppure alcuni
fan retrocedere un tal principio fino a Giunta pisa-
no, la cui scuola fu in vero la prima che in Toscana
e di toscani fosse formata. Altri poi ritardano que-
sto principio fino alle opere di Giotto, con ciò
intendendo di accennare, non già il principio del-
Tarte, ma sibbene della bell'arte in genere di pit-
tura^ e cosi fanno Giotto il restauratore della pit-
tura moderna, e da lui cominciar la storia della
pittura toscana. Come dai greci che dipìngevano
DEI TEMPI BEPUBB. PARTE Vili. 4^7
9 Pisa nel principio del secolo XIII derivò per
mezzo di Giunta la scuola pisana, così dopo la
metà del secolo stesso da quei greci che furon
chiamati a dipingere e ad insegnare in Firenze
derivò la scuola fiorentina per opera di Giovanni
Cimabue« Egli erawssai stimato a quei giorni per il
celebre quadro della Beata Vergine da esso dipin-
ta col sacro Infante e vari angioli attorud, del cui
merito si può in qualche modo giudicare dal di-
segno ch'io qui riporto (a), come saggio dell'opera
che dette origine alla scuola fiorentina. Non po-
tette Cimabue, d'altronde ingegnosissimo, piegar-
si ad attinger mai Pidea benché remota della grazia j
nelle teste femminili, e segnatamente in quella
delle sue Vergini. Se n'eccettuiamo questo difetto,
nelle altre parti nessuno potrà negare che Cima-
bue facesse fare alla pittura un passo non piccolo,
e n'è prova il c<nifronto delle sue opere con quel-
le dei contemporanei: ed infatti dei tanti pittori
che operarono in Siena dopo Guido fino al 1280
si cita egli quadro alcuno che possa stare a con-
fronto de** suoi? (i38)- Frattanto a Giunta (b) ed
a Guido (e) restò il merito d'essere gli istitutori,
Tuno della scuola pisana, l'altro della senese in
genere di pittura^ imperocché quei due pittori a-
vendo operato senza contrasto un mezzo secolo
innanzi a Cimabue , furono i primi a discostarsi,
dalla greca maniera, e cosi fondarono due scuole
anteriori alla fiorentina , e ciò basti alla loro glo-
(a) Ved. tav. CXXVI, N. 2.
ib) Ved. tav. LXXXIX.
(e) Ved. tav. CXXVI, N. 1.
Si. Tose. Tom. y. 40
458 COSTUMI
ria, o tutt'al più si potrà confermare, come ab-
biamo anche dal chiarissimo Rosini della scuola
pisana, che nessuno può contrastarle il vanto di
avere elevato per tutta Pltalia la prima face che
illuminò r universo . Non avrà per altro gloria
jiìinore Siena per aver dato in Guido un pittore
ch'emulò Giunta, e d'avere aperta una scuola che
andò per qualche tempo di pari passo con quella
di Giotto.
§. 68. Innanzi a Giunta credesi essere stato
altro pittore in Pisa, un Ugone Scudario, che fiori-
va nel 1169, e resistenza di quel pittore di nome
non greco è ben certa. Il gran vanto , il merito,
e la gloria per dir così della scuola senese per i
tempi anleriori alla metà del secolo XIII tutta
intiera si riunisce in Guido, nel volto della cup
Vergine si ammira un tal passo nell' arte, che il
D'Agiacoui t, come riscontra il professore Rosini,
non teme d"* asserire che ha maggior grazia e
maggior dignità (iSq) di quella famosa di Cima-
bue (a), che pur la dipinse cinquantanni dopo. Or
poiché Giunta e Guido sono i due nomi italiani
che possono citarsi come autori d''opere certe del-
la prima metà del secolo XIII, poiché apparisce
chiara in ambedue Tintenzione di scostarsi dallo
stile dei greci di quel tempo, così vengono detti
dal nostro istorico delfarte pittorica „ gli occhi
della nostra pittura (140) „.
g. 69. Mentre nelle due repubbliche rivali
della fiorentina moveva i primi passi la pittura
(a) Ved. lav. CXXVI, N. 1, 2.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE vili. 4^9
Visoria, lascialo il nome dei greci cominciasi a
parlare nelle slorie di due toscani che sembra-
no i più valenli di quel secolo nel musaico. Fu
Tuno fra Iacopo da Torrita presso Siena, Tallro
Andrea Tafi di Firenze. Quesfarte da sì gran tem-
do esercilala in Italia dai greci maestri, nel prin-
cipio del secolo XIII era come la pittura in egual
decadenza^ e ai due toscani era serbato il vanto
di farla risorgere. La tribuna di s. Giovanni di
Firenze dal Tafi terminata nel laaS mostra che
l'arte del mosaico andava a quel tempo di pari
passo colla pittura, oltre di che il Torrita essendo
presso a poco un contemporaneo di Guido da Sie-
na, debbono, per la vicinanza delle patrie respet-
live, avere avuti probabilmente gli stessi maestri.
Il Tafi, secondo il Vasari, apprese Parte da un A-
poUonio greco, col quale dovette continuare i
musaici incominciali dal Torrita nella tribuna di
s. Giovanni. D'allora in poi tutto è incertezza nel-^
la storia dell'arte pittorica fino ai tempi di Giot-
to, almeno in Toscana. Dopo fra Iacopo da Tor-
rita e Andrea Tafi nonreslano fino alPanno 1260
che le scuole di Pisa e di Siena, poiché sì nelTuim
che nell'altra è certezza di maestri e d'opere, ma
nella senese troviamo discepoli certi con poche
opere ed incerte; nella pisana molte opere con un
solo nome d'artetìce.Fraltanto Wiccola Pisano,che
può riguardarsi come il vero restauratore dell'ar-
te imitando i greci marmi, dava ne'suoi la nor-
ma e r impulso ai più famosi pittori di cui van-
lerassi la nostra Toscana (i4^^-
g. 70. Esiste ia Siena una immagine di T^ostra
46o COSTUMI
Donna col sacro infante, la quale sebbene d'igno-
to autore pure ci mostra lo slato della pittura iii
Siena nel ia6o, perchè vi si trova questo raillesi-
lìio. Firenze avea pure i suoi pittori di merito a
quel tempo, un de'quali è un certo Lapo che fio-
riva nel ia58, ma le sue opere son perite. Gaddo
Gaddi nato nel 1289 coetaneo ed intimo amico
di Cimabue, seguilo come lui il magistero dei
greci. Cercò questo pittore di perfezionare il dise-
gno, e fu diligente artefice, ma finché visse man-
tenne sempre la greca maniera: fu ad un tempo
rausaicista e pittore. Aiutando da giovinetto il
Tafi nelle opere di musaico in^s. Giovanni di Fi-
renze riuscì molto migliore di lui, sicché fu in-
caricato di fare sopra la porta di s. Maria del Fiore
r incoronazione della Tergine , che anco di pre-
sente si vede (a),
g. 71. Mino di Simone da Siena, l'autore della
famosa Madonna, ch'è uno degli ornamenti più
singolari della sala del consiglio della senese re«
pubblica del secolo XIII, fece fare sotto il di
lui magistero un gran passo alla pittura. Poco
dopo questo Mino, e probabilmente suo condi-
scepolo, comincia a risplendere per meriti e per
fama Duccio di Bino della Boninsegna, non do-
vendosi, a giudizio del già lodalo Bosini (i/Ja), se-
condare il parere del Vasari,che pone Duccio dopo
il Berna, dopo Angiolo Gaddi, dopo Giottino, do-
po rOrcagna, in fine dopo tanti altri, che usciti
non erano dalla pubertà, quando il mentovato
(a) Ved. tav. CXXVII, N. 1.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 4^^^
Duccio pei domenicani di Firenze operava in com-
petenza con Cimabue. Furon pertanto questi due
uomini privilegiati, che cambiarono fin dal i285
l'antico stile della scuola senese, prima che assai
crescesse la fiorentina . In concorrenza della
scuola senese , quella di Pisa progredì , poiché
i monumenti posteriori a quei che abbiamo di
Giunta, non si possono attribuire che ai suoi di-
scepoli, o ad altri che dipingendo seguirono le
sue orme.
g. 7a. Se Cimabue fu il ìVIichelangiolo dì quel-
la sua età, Gioito ne fu il Raffaello.La pittura per
le sue mani ingentilì talmente, che nò verun suo
scolare, né altri sino a Masaccio lo vinse o lo
uguagliò,almeno nella grazia.Giotto principiò dal-
l'imitare il maestro, ma presto lo superò. La sim-
metrìa nel comporre divenne per lui più giusta,
il disegno più dolce, il colorito più morbido: quel-
le mani acute, que** piedi in punta, quegli occhi
spauriti che tenevano ancora del greco gusto,
lutto divenne più regolato (a). Dalla scuola di
Giotto uscirono mirabili allievi, tra i quali pri-
n)eggiano,al dir del Landino commentando il Dan-
te, un Taddeo Gaddi, un Masaccio, ed altri ne
rammenta la storia pittorica, come Nello di Van-
ni il quale compiè le storie di Giobbe nel Campo-
santo di Pisa. Citeremo in oltre Tommaso di La-
po il quale si fattamente si appropriò la maniera
del suo maestro, che n'ebbe il nome di Giotli-
lpo(i43). Buffalmacco pittore anch'esso di tale
(a) Ved. tav. CXXVII, Pf. 2.
40*
462 COSTUMI
scuola fu uomo faceto^ di cui presso il Boccaccio
ed il Sacchetti si leggon celie che il fan celebre
più che per le sue pitture.Qualche merita ebbe Gio-
vanni da Ponte scolare di Buffalmacco, ma non fu
punto sollecito di accrescerlo colla diligenza. Di
costui esiste qualche avanzo di pittura nelle pa-
reti di s. Francesco in Arezzo. Andrea Orcaarna
dipinse con Bernardo suo fratello nella cappella
Strozzi a s. Maria Novella di Firenze il paradiso,
e ìtì dirimpetto l'inferno, e nel Camposanto di
Pisa la morte e ""l giudizio furono di Andrea e Tin-
ferno di Bernardo. Dalla scuola che tenne TOr-
cagna sortirono Tari allievi non spregevoli. Ai
giotteschi per lo più avvenne ciò che spesso av-
viene ai seguaci degli uomini grandi-, diffidare cioè
d''oltrepassarli, e aspirar solo a imitarli con faci-
lità. Quindi nei fiorentini e negli altri che dopo
Giotto fiorirono in quel secolo XIV, Parte non
crebbe quanto poteva, e Giotto comparve sempre
maestro de'suoi seguaci, eccettuato Stefano fio-
rentino, che secondo il Vasari in ogni parte della
pittura il dice migliore di Giotto. Questi fu il pri-
mo in vero a tentar gli scorti nella pittura, e se
in ciò non giunse dove mirava, giunse però a mi-
gliorare di assai la prospettiva nelle fabbriche ,
l'attitudine e la vivacità nelle teste. Scolare di
Giottino di qualche merito fu Gio. Tossicani di
Arezzo adoperato in Pisa e per tutta la Toscana.
Kel battistero di Arezzo restano i due santi Fi-
lippo e Giacomo da lui dipinti, ma poi rifatti dal
Vasari per essersi guastati (144).
§. 73. Taddeo Gaddi amico intimo di Giotto
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 4^Ì
SUO maestro, superollo nel colorito e nella mor-
bidf^zza del suo dipinto. Wel cappellone degli sp3-
gnuoli di s. Maria jN^ovella di Firenze operò a com-
petenza col Memrai,ov'è il più bel lavoro del secolo
XIV (145). Fra i migliori proseliti di Giotto de-
Te a buon dritto tener luogo eminente il Masac-
cio, resosi celebre specialmente per le sue pitture
nella cappella Brancaccich^è nella chiesa del Car-
mine di Firenze, ov'è rappresentata la storia dei
due principali apostoli dinanzi a Nerone: opera che
sola basta, al dire del eh. Rosini, per dimostrare
quanTera l'ingegno di lui. Studiaron pertanto
nell'anzidetta cappella quanti furono sommi e
non sommi artisti, e quanti capitarono a Firenze
in quel tempo beato, e tutti qualche cosa raccol-
sero, e a ben dipingere condotti furono, esami-
nando i modi tenuti da chi aveva si ben dipinto;
ed io perciò ne reco almeno un cenno in queste
mie tavole (a). Da luì, dice lo storico della pit-
tura (146). appresero la grandezza, poiché grande
avean Panima,Leonardo.>Iichelangioloe il Frate;
i! decoro ed il costume i due Ghirlandai. Ma non
fu dato peraltro ai contemporanei di superarlo in
merito, né ai due Lippi, né al Gozzoli, sebben tan-
to variato e fecondo, né al Rosselli, né ai Polla-
ioli, né ai Botticelli, né ai Credi, nò ai Signorelli,
né in fine al Verrocchio e Pier di Cosimo mea
celebrati per le opere , che per i due famosis-
simi loro discepoli Qui non è da pretermettere
la notizia che in questi tempi si riprese la pra-
(a) Ved. tav. CXXVIII.
^64 COSTUMI
tica già disusala del dipingere a olio. I\Ia chiun-
que, percorrendo le molte parti dltalia, vorrà ma-
turamente ponderare i vari meriti delle pitture di
quanti artefici furono in quei tempi, vedrà le com-
posizioni, se non in ricchezza e in fecondità, ce-
dere per la semplicità mirabile, per la nobiltà^
pel decoro a quelle di Masaccio (i47)-
g. 74 . Tornando a scrivere di Firenze dopo
il suo Giotto, si trovarono moltiplicati ad un nu-
mero prodigioso i pittori. Non molto appresso,
cioè nel i34o,si adunarono questi artisti in una pia
società che denominarono la compagnia di s.Luca,
la cui sede stabilirono prima a s. Maria Innova,
indi in s. Maria Novella. Non però poteva dirsi
accademia di disegno, ma scuola soltanto di pie-
tà cristiana, quali Tebbero e le hanno molte ar-
ti (148). Fra i coetanei di Giotto,e che da lui non
dipendono, debbesi senza contrasto il primo luo-
go al già nominato Duccio sanese, ingegno pre-
claro fra quanti ne fossero in quel tempo, e che
lasciò prove nelle sue opere d'aver potuto fare
esso risorgere Parte, qualora mancati fossero Nic-
cola a Pisa, e Giotto a Firenze (i49)- Dopo la
morte di Cimabue, non ostante i grandi disastri
sofferti, Pisa fece continuare la gran tribuna del-
la sua cattedrale, dove lavorarono Vicino pisa-
no , Francesco egualmente da Pisa, Vittorio suo
figl io, ed un Michele detto anch'esso pisano. Che
questi pittori già operavano quand'era comincia-
to il secolo decimoquarto, ne son prova i monu-
menti, per mezzo dei quali si mostrerebbe la con-
tinuazione da Giunta in poi della scuola pisana.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE VIIL 4^^'
5. 75. Frattanto questa scuola migliorò assai, e
tal miglioramento debbesi a Giotto. Giovanni
pisano, Tamico intimo di Giotto, volle in età pro-
vetta sospendere Tesercizio dello scarpello,e dar
di mano ai pennelli, ma non giunse ad ottenerne
la celebrità che riscossa aveva principalmente
nelParchiletlura , come il Camposanto di Pisa il
dimostra. Il terzo discepolo di Giotto in Roma fu
il Cavallini, così Stefano, il Gaddi e Maso che fu
detto Giottino. Ciò dovette probabilmente avve-
nire verso il i3oo, e fin d''allora i pittori conob-
bero quali e quanti erano i meriti di Giotto, e fe-
cer plauso al suo stile, mostrando desiderio di
seguitarne le orme(i5o), di cbe dò appena un
saggio nelle mie carte (a). Qui non è improprio
far parola della famosa immagine deir Annunziatiti
ta de** Servi, ma ritoccata dal beato fra Giovan-
ni Angelico da Fiesole domenicano, speciaU
mente nei volti si dell'una che delPaltra figura,
ove si trova una soavità unitamente ad una gra-
zia e modestia tale, che nelle copie fattene da
Carlo Dolci, il quale tanto somigliò l'Angelico
nella purità verginale delle sue madonne, non
pare che copiando altri questo pittore sia uscito
dalla sua propria maniera (i5i). Ma i due suoi
discepoli più cari furono Stefano e Taddeo Gad-
di, il primo è detto suo nipote , il secondo fu da
lui tenuto a battesimo . Ma V uomo che più a-«
vesse Tanima e 1 senso di Giotto e più che altroi»
la mano, come esso, pronta ad obbedire airia-«^
(rt) Ved. lav. CXXYtr, t^J 2. i ^'
/^^G COSTUMI
telletto fu Andrea d^Ugolino pisano^ tantoché v'é
questione, come scrite il Vasari (i5a), se**! dise-
gno delPantica porta dis.Giovamii di Firenze fosse
produzione di Giotto, piuttosto che d"*ALndrea,e che
al primo ne spettasse solo l'esecuzione in bronzo.
g, 76. Duccio è pittor senese da me già ram-
mentato,ed ora diremo che a Mino di Simone det-
tesi tra i due la preferenza^ ma furono in vero
due valent' uomini. Là fiorì in quei tempi un
tal Segna che mori nel i34o, pittore a torto sco-
nosciuto in patria, poiché un suo quadro dipinto
per Arezzo dicesi dal Tizio lavoro egregio (i53):
Fullime sue memorie sono del 1327. Scolari del
Segna furo no Duccio e Minora Duccio è dovuta
gran lode per un lavoro che costituì per Siena
un^arte nuova, e che probabilmente dette origi-
ne ad un** altra di assai maggiore importanza.
Trattasi dunque del pavimento famoso del duo-
mo di Siena, lavoro cominciato, come dicesi, da
Duccio, a cui debbesi l'invenzione di quei smi-
surati nielli, come il Cicognara li chiama, dove
solcato si vede il marmo col ferro, e riempiti i
solchi di una pece nera, il che rassomiglia ai di-
segni eseguiti con tutto il maggiore artifizio; dal
qual modo del niellare in marmo si crede divenuta
per opera dì Maso Finiguerra nel secol posterio-
re rinvenzione del niellare in argento, e da que-
sta a vicenda sorgesse Parte ancor più valutabile
di intagliare sul rame e trarne le stampe. Furo-
no questi lavori, a parere del Romagnoli citalo
dal Rosini, praticati nel i3io. Non poche ta-
volette preziose di Duccio si conservano nella
DEI TEMPI BEPUBB. PARTE VlJI. 4^/
gallerìa deiraccademia di Siena, dalle quali, be-
ne esaminate, resulta che non sono esagerale le
lodi dategli da poco in qua (io4)- Simone lìlemmi
altro artista senese si elevò a gran riputazione
per le sue pitture. Ma venendo a parlare delle
prime sue opere, ciascuno intende che ormai do-
po Giotto se non hanno qualche pregio particolare
le piccole tavole, e qualche quadro anche da al-
tare, dove intorno alla Vergine col divin Figlio
siano diversi santi neloro spartimenli, come a-
■vanti a quel tempo si usava, meritano piccola
lode, o ninna considerazione, giacché non v'è di
-più comune, quanto rincontrare antiche tavole
con simili composizioni. Le Vergini della scuola
senese e quelle dipinte in questo tempo in cui
tanti pittori fiorivano, non contandosi dal 12.81 al
i33i, in cui fiorirono Mino di Simone e Duccio
della Boninsegna, non contandosi, com''io diceva,
dal Romagnoli menò di ^5 pittori in Siena, quel-
le Vergini si distinguono dalle infinite altre della
scuola giottesca, per aver queste un attitudine lo-
ro propria, derivante dalla grazia, che il gran mae-
stro seppe infondere nelle sue. Più che discepolo
di Simone fu suo compagno nei lavori di qualche
conto Lippo di Memmo fratello della sua sposa, e
nel dipingere seguitò la sua maniera più che potè tte,
e l'aiutò nella grand-opera della sala del consiglio
della repubblica senese, dove Simone dipinse la
presa di Dlonterosi. È quella storia della più gran-
de importanza per le bertesche, batlifolli e mar-
chine da guerra, che s'adopravano in quel tempo:
/{6S COSTUMI
sicché rimane come monumento al tempo stesso
e di pittura, e di architettura militare. Un'altra
famiglia di pittori si rese celebre in Siena verso
quest'epoca, ed è quella dei Lorenzetti, un dei
quali cominciò per vezzo a chiamarsi Laurati, e
quindi continuò nelle storie con quel nome sino
a noi(i55).
g. 77. Non si ristringe a queste due famiglie
di pittori in quel tempo i] vanto di Siena, citan-^
done la storia varie altre e non poche. Ed anche
nelle inferiori parti della pittura, come sarebbero
i lavori di tarsia,sappiamo dalla storia senese che
lodar si fecero i suoi cittadini e ricercare fino d'al-
lora. A Siena dunque si deve , se non P origine^
il miglioramento almeno di un** arte compresa
in quella del disegno . Cosi le vediamo proce-
der tutte regolarmente , giovandosi scambievol-
mente fra loro. Causa principale deirincremento
che riceverono esse in Italia nel principio del
secolo XIV , furono tre grandi monumenti reli-
giosi; il Camposanto di Pisa, il tempio di Orvieto,
e quel di santa Croce in Firenze, come nell' an-
tecedente avevano oflferto le loro pareti ai primi
pittori italiani la chiesa di s. Pietro in Grado e la
gran basilica d' Assisi. Giotto era stato il primo
ad ornare il Camposanto pisano ed il tempio di
santa Croce^ e per quello d'Orvieto i primi ad e-
sercitarvi i loro pennelli furono pittori senesi. È
nolo poiché 1 -architettura di quel magnifico tempio
fu diretta da'fratelii Maitani di Siena , e ciò non
dee far meraviglia, quando si pensa che in una
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 4^9
città di SÌ piccola popolazione negli ultimi anni di
Giotto quei che soltanto esercitavano la pittura
non eran minori di cinquanta (i56).
g. 78. Con Buffalmacco e con i suoi amici che
seco aveano, secondo l'espressione del Vasari,
sguazzato ogni cosa, terminò la scuola del Tafi ,
non avendo potuto continuarla quel Giovanni
da Ponte che fu uomo scioperalissimo , e Buffal-
macco per progredire ueiraite dovette seguitar
l'orme di Giotto. Ugolino di maestro Vieri senese
iiorito dal i3a6 in poi sarebbe un nome ignoto
alla storia dell'arte, senza i suoi mirabili lavori a
smalto nel famoso reliquiario d'Orvieto (i57).Or
se Ugolino di Vieri smaltò nel reliquiario orvie-
tano i disegni altrui, è un artefice di gran valore;
ma se inventò e disegnò anche di propria mano
quelle storie, merita d' andare di pari passo coi
più famosi artisti dei suoi tempi.
§. 79. Siccome nelle arti chiamate meccani-
che r oritìceiìa era quella in cui era necessario
il disegno, Andrea Orcagna figlio di Clone orafo
e cesellatore di grandissimo conto apprender do-
vette il disegno nella bottega del padre , il qua-
le fece la maggior parte dell'altare d"* argento di
san Giovanni in Firenze (i58). Ebbe Andrea un
fratello che studiò pure il disegno sotto al pa-
dre insieme con Andrea, ed entrambi furo» pit-
tori, ma il fratello d'Andrea, che Bernardo ebbp
nome, fu di minor merito. I loro lavori a fresco,
oltre quei del Camposanto di Pisa , sono i se-
guenti^ quelli almeno che sempre si vedono . La
cappella degli Strozzi in santa Maria I*Iovella di
St. Tose. Tom* 9. 41
/J^O COSTUMI
Fiieiize,la di cui tavola porta Tanno 1357; le pitta*
re di santa Croce le quali mostrano chiaramente
che né alFuno, né all'altro dei fratelli fu maestro
nessuno artefice allevato ed istrutto coi principii
e le massime della scuola giottesca. Il colorito du-
ro, il comporre affollato ed anche una certa confu-
sione, indicano che Tarfetice avea in quel tempo
poca pratica di comporre e di tingere . Non così
dir dobbiamo delle sue pitture eseguile nel Cam-
posanto di Pisa, di cui dò un saggio nelle mie ta-
vole (a), rimettendo il lettore alla bella descri-
zione che ne fa V istoriografo delP arte pittorica
dei dì nostri (iSq). I>Ia tacer non si debbe delle
varie tavole a tempera eseguite in patria , molte
delle quali esistono ancora , e dirò d' una che si
conserva nel duomo di Firenze, dov'è Dante Ali-
ghieri in abito di priore della repubblica, mostran-
do ai suoi cittadini la divina commedia . Ivi è la
città di Firenze , vari cerchi delP inferno , ed il
monte del purgatorio^ e la luna in alto indica il
paradiso, a cui debbe salire in visione.
g. 80. Discepoli deirOrcagna furono Bernar-
do Nello di Giovanni Falconi pisano, artista men
che mediocre*, Francesco Neri ricordato dal Mor-
rona,ed un Turino Vanni forse pisani; Andrea da
Pisa , che trovasi notato come capomaestro dei
pittori del duomo d^ Orvieto; Tommaso di Marco
fiorentino, e Manotto nipote dello stesso Andrea;
Francesco Traiani assai stimato per un suo qua-
dro allegorico, il cui concetto si è che in s. Tom-
(a) Ved. tav. CXXVII, N. 3.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE vili. 4/1
maso riunissi tutta la sapienza divina, e che dalla
sua mente si propagò a tutti gli scrittori che ven-
ner dopo (i6o). Non meno degne di ammirazione
sono le opere dei fiorentini e senesi pennelli,che
lasciarono dopo la morte di Giotto , dove si ma-
nifesta una facilità con che si componevano, ol-
tre un senso sì squisito del bello e della conve-
nienza nella rappresentanza degli oggetti e dei
personaggi, che vediamo sovente mancare a quei
maestri l'arte per giungere a porre in atto quan-
to aveano concepito, ma non deviar mai dal retto
sentiero , né precipitare in esagerazioni , né ten-
dere mai verso quello che pòi chiaraossi stile di
maniera.
§. 8 1 . E bei principi! furono in Taddeo Gaddi
fiorentino le storie dipinte nel capitolo dei padri
domenicani in santa Maria Novella, poi denomi-
nato il cappellone degli spagnuoli; come già molte
prove di valore avea date Simone Memrai senese
nelle opere eseguile in patria e fuori, prima d*'es-
ser chiamato a farsi compagno del Gaddi in co-
sì grandioso lavoro . Quesf opera magnifica può
riguardarsi come la più importante della pittura
italiana dopo quelle di Giotto', anzi possiamo dire
di più che nessuna ne abbiamo di Giotto dove
all' unità del pensiero corrispondano sì mirabil-
mente le parti. L'argomento è il trionfo della re-
Kgioùe cristiana per opera di s. Domenico e di s.
Tommaso, ed in conseguenza del loro ordine .
Pare che le differenti parti di esso sieno stole
indicate da fra Domenico Cavalca celebre religio-
so di quel tempo, delle quali le quattro minori
472. COSTUMI
della volta colla parete a manca furono date a
Taddeo , e le tre rimanenti nelle pareti resta-
rono a Simone. Dopo aver trattato di quest'ope-
ra dei due fiorentini pittori Menimi e Gaddi, non
fa torto alla reputazione loro passando sotto si-
lenzio le altre opere di minore entità , poiché
questa le offusca tutte. Morto il Memmi nel id44,
il Gaddi passò a Pisa, dove dipinse la tribuna di
s. Francesco, e tornato dipoi a Firenze dettesi ad
istruire discepoli,che fecer fiorire immediatamen-
te Parte, contandosi là verso quel tempo non me-
no di cento pittori (i^i).
g. 8a. Ecco per tanto quaPè il parere del eh.
Bosini riguardo ai due mentovati artisti : fu il
Memmì più ricco e fecondo nel comporre, il Gad-
di più franco e risoluto neir eseguire . Il primo
più disinvolto e vivace afiidasi alla immaginazio-
ne., e riunisce talvolta troppo disparate cose in
un quadro; il secondo più grave ed emendato le
separa in tanti quadri diversi con minore effetto
si, ma con maggiore convenienza. Simone dette
rimpulso al comporre macchinoso; Taddeo mirò
principalmente alla perfezione delle figure: il se-
nese sopra ogni cosa cerca la varietà, il fiorentino
la graziale quindi benemeriti egualmente dell'arte
ambedue più che verun''altro decloro tempi, e de-
gnissimi d'esser salutati ed acclamati dopo Giotto
per le opere ohe rimangono di loro, come i prin-
cipali propagatori della pittura in Italia (i6a).
g. 83. Superiore in merito a Giotto fu Stefa-
no già nato nel i3oi. È fatale che le più belle
di lui opere sian perdute, le qiiali considerando
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 47^
la brevità della sua vita furon molte e lodatissi-
rae tutte. Chi fosse vago di conoscerne gli argo-
menti ne troverà la descrizione nel Vasari. Fu la
sua maniera, scrive il Vasari e ripete il Rosini ,
di dipingere unitamente, ribattendo ai suoi luo-
ghi i lumi e le ombre delle figure, e facendo con i
panni , i capelli, le barbe ed ogni altra cosa con
tal morbidezza e diligenza, che aggiunse indubi-
tatamente alParte molto più di quello che innan-
zi a lui non possedeva. Morì nel i356 di consun-
zione , lasciando discepoli che amorevolmente
istruiva (i63).
g. 84. Si è veduto come da un Lorenzo pittore
nascessero due figli, poi allevali nella scuola sene-
se.Uno ebbe nome Ambrogio,che da quello del pa-
dre si chiamò dei Lorenzetti: il secondo fu Pietro
che nelle storie s*" indica pressoché sempre col-
Paggiunta di Laurati , Ambrogio per altro portò
Tarte molto al dì là di quello che poi facesse il
fratello . Venendo dunque a Pietro, il monu-
mento pel quale fino ai giorni nostri si era mag-
giormente propagata la sua fama, era la copiosis-
sima storia degli anacoreti nel Camposanto di
Pisa^ ma varie opere lodevoli aveva egli condot-
te in patria , innanzi che fosse a Pisa chiamato
ad ornare in Camposanto la parete lasciata im-
perfetta dairOrcagna. Molti pregi e disparati ave-
vano i due fratelli , sicché da compiangersi è la
perdita dell* opera che aveauo insieme dipinta
a fresco nella facciata dello spedale con tanto
artificio e maestria, che meritò d' e&ser copiala
dal Barloli. Dopo quella pare che si dividessero,
474 COSTUMI
e ciascuno operasse da sé. Di Pietro citansi va-
rie opere ma perite , e fra quelle che rimangono
si notano alcuni quadretti neiraccaderoia delle
belle arti . come alcuni altri nei contorni e ville
di Siena. !\Ia fra tutte le pitture di Pietro, sem-
bra che la sua coronazione della SS. Vergine pre-
pari la via al beato Angelico. Il colorito n"'è soave,
più tendente al grottesco che al tinger forte della
scuola senese. Agevoli riuscivano ad Ambrogio le
sue invenzioni e composizioni , perchè aveva in
gioventù dato alacremente opera alle lettere, co-
me ottimamente rilevasi dal prelodato Rosini ^
sicché alla fecondità della immaginazione presta-
vano aiuto e soccorso le notizie acquistate (164).
g. 85. Al terrore apportato dal contagio del-
r anno milletrecentocinquaata si attribuisce la
decadenza dell' arte pittorica praticata in To-
scana. In fatti dopo Taddeo Gaddi, restato capo
della scuola fiorentina Angiolo suo figlio,^ il me-
rito della pittura d' allora era venuto meno^ ed
avealo già notato Taddeo medesimo quando disse
che sebbene valenti uomini si fossero impiegati
in queir arte, pure era venuta e veniva tutr ora
mancando . Angiolo datosi olla mercatura poco
attendeva a superare le difficoltà dell'arte pitto-
rica^ ma non ostante esso conservò sempre nelle
sue figure una certa grazia per cui dai biografi fu
lodato . La scuola di Giotto andò decrescendo
sotto Angiolo ,. e frattanto i contemporanei dei
giotteschi . ma della scuola di Tommaso cogno-
minato Giottino, continuarono con molto zelo a
far fiorire la pittura per le cure di Giovanni
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 4?^
Tossicani . Scrive il Lanzi che col Tossiconi s''e-
stinse il ramo migliore dei pittori giotteschi. A.
questo tempo sembra doversi ascrivere don Sil-
vestro monaco degli angioli . miniatore distinto
di libri corali. Dopo dì questi rammenta la storia
un certo Spinello aretino, mediocre artefice, di-
scepolo di un maestro forse più mediocre di lui,
che fu Iacopo del Casentino, il quale andando ti-
midamente sulle orme di Taddeo Gaddi ne ri-
produsse le forme, ma non l'anima. Questo Spi-
nello ebbe P onore nel Camposanto di Pisa di
congiungere i dipinti di Giotto con quei del Meni-
mi e di Antonio veneziano, e di esser quindi no-
minato tra coloro che adornano quella culla della
pittura del secolo XIV . In generale osserva il
chiarissimo Rosini doversi concludere, che se
1' opera del Camposanto pisano fu la migliore di
Spinello, questi fu rarlefìce più inferiore di quan-
ti operarono nel Camposanto (t65) . Dal "Vasari
abbiamo notizia della mediocre abilità nel dipin-
gere di Cennino d'Andrea Cennini più rinomato
come scrittore, benché stasse, com'egli scrive da
se, per dodici anni sotto il magistero di Angiolo,
e molto tempo dipoi dettò il Trattato della pit-
tura.
§. 86. Fra le ultime opere della scuola giot-
tesca si contan quelle di Gherardo Stamina giu-
dicato dal prelodato Lanzi maestro di gaio stile.
Un altro giottesco fiorentino fu Piccola Petri, che
dipinse il capitolo di s. Francesco in Pisa, dove
lasciò scritto il suo nome, la patria e Tanno in
cui U\ terminato il lavoro che fu noi iSgi (i66).
47^ COSTUMI
È vero che non polrebbesi paragonare coi mi-
glori giotteschi, ina non sembra che resti al di
sotto di veruno dei minori. Tornando allo Star-
nina, se fu uno dei maestri dell'Angelico, questo
è certamente il suo titolo più bello di gloria. In
mezzo alle crudeli vicende della pisana repub-
blica negli anni di cui si tesse la storia, eirè cosa
mirabile che siasi potuto conservare il nome di
belle arti , non che incontrar memoria di non
pochi artefici, che nella sua capitale a quelle si
dedicarono . Eppure non meno di sette sono ì
pittori pisani di questo tempo, che se lasciato
non hanno gran fama , pur fanno testimonianza
del loro zelo per continuare almeno, se non per
mantenere in tiore queirantica scuola, ove in-
nanzi che altrove qui furono accolte e seguite
le massime dei giotteschi , e riconosciuto che la
via da essi tenuta era la vera : e questi che se-
guono sono alcuni dei loro ijoitìi . N^ello da Pisa,
Giovanni di Niccolò da Pisa, Neruccio di Federi-
go,Cecco di Pietro, Turino Vanni, Iacopo di Nic-
cola detto il Gera. Ma uno che non cede a chic-
chesia tra i minori giotteschi è Getto di Iacopo
da Pisa (167),
5.87. INon così avvenne della scuola di Siena:
pare che questa non degradasse dopo i due Lo-
renzetti , come vogliono alcuni, se abbiamo ri-
guardo alle belle opere di Taddeo di Bartolo o
Bartoli . Berna o Bernardo fu allievo probabil-
mente di Pietro Laurati, le cui opere si prende-
rebbero per giottesche, se non avessero il colori-
to sì acceso , tanta n' è la grazia e la semplicità .
DEI TEMPI EEPUBB. PARTE Vili. 477
I suoi discepoli furono Giovanni d'Asciano e Lu-
ca di Tommaso. Andrea di Vanni si distinse per
]' onore ch'ei fece air arte, mentre ne continuò
r esercizio anche dopo essere slato elevalo dai
suoi cittadini ai primi gradi della repubblica .
Dopo lui per merito sono da notarsi e un Cec-
co di Martino e un Iacopo di Mino e vari altri
che mostrano quanto era fiorita la scuola sene—
se, ma che non presentano particolarità degne di
menzione per una storia . Da questi sembra do-
versi eccettuare un tal frate Martino che lavorò
secondo la maniera del Memmi: al frate per tanto
e non al Memmi devesi attribuire la pittura del
refettorio del convento d''Assisi, lo che deve ser-
vir di prova della sua perizia, poiché credesi de-'
gna del maestro un** opera del discepolo. Taddeo
di Bartolo lasciate le orme del padre, da cui aveva
imparato a dipingere, dettesi a seguir quelle che
gr indicavano le opere dei grandi maestri della
scuola senese , per cui divenne chiarissimo fra
tutti gli artefici di quelPetà. Questo era lo slato
delle scuole toscane, allorché quelle delle altre
Provincie dltalia si rivolsero con tutto Tanimo nel-
la seconda metà del secolo XIV u dar opera per
concorrere ai progressi d"'un'' arte, che in Giotto
aveva avuto un'aurora sì splendida. Così il già
lodato Rosini , dalla cui pregiatissima opera ho
tratte le fin qui descritte notizie circa la storia
della pittura toscana (168).
g. 88. Egli prende quindi a considerare quan-
to si faceva in Firenze , che dopo avere nello
sc9);^.4fiPplo.4iito Giotto alla Italia, si preparava
4;8 COSTUMI
in seguito a dar 3Iasaccio all' Europa . Sicché
lasciati da banda vari pittori di poco grido, sei ne
rammenta come pittori di conto che precedettero
Wa saccio, ciascun de'quali presero parte con mag-
giore o minor vanto alla restaurazione della pit-
turo: e furono Lorenzo monaco, Dello e Lorenzo
di Ricci, ai quali tenner dietro con maggior fama
Paolo Uccello , Masolino, e 1* Angelico. Fu don
Lorenzo un artefice non minore di quanti Taveano
preceduto nello scorso secolo, e il primo che dette
grazia e convenienza alle figure nel presente. La
adorazione de^Hagi riportata in rame dal preloda-
to Rosini, come pittura di esso don Lorenzo, atte-
sta della di lui abilità. Da Lorenzo scendendo a'
Dello poco può dirsi di lui, perchè molto tratten-
nesi al servizio di Spagna, prescelto come il mi-
glior pittore d'allora. Eppure de'sei pittori accen-
nati questo in merito è il minore. A Dello succe-
de Lorenzo di Bicci che fu nella pittura rultimo
dei giotteschi, ma nel suo quadro dell' Assunzio*
ne che dipinse in santa Croce assai commendato,
egli fu il terzo anello della catena che da Lorenzo
monaco ci conduce fino a Masaccio. Or venendo
a Paolo Uccello , nessuno impugnerà che rivol-
gendo Tanimo il primo a quel che negletto ave-
vano i suoi predecessori, studiando la prospettiva,
egli non rendesse un gran servizio airarle. Oltre
di che meglio d'ogni altro egli dipinse gli animali-
ed i volatili specialmente, dal che ne venne la
sua denominazione d'Uccello; come nei paesi egli
fu il primo che si guadagnasse nome di ben con-
durli a maggior perfezione, che non avean fatto
DEI TEMPI EEPLBB. PARTE Vili. 470
gli altri pittori innanzi a lui. Per luì dunque Tai-
te progredì nella prospettiva , nei paesi e negli
animali. Nelle sue figure non manca una certa
maniera di rappresentarle differente da quella
che usata ne aveano i giotteschi. Tra le opere
sue principali ricordasi il chiostro di santa Maria
Novella, in cui lodatissìma è sempre stata Tebrie-
tà di Noè, dove con belPardimento dipinse il pa-
triarca in iscorcio, cosa da nessuno tentata prima
di esso: ciò basti di lui che morì provetto.
g. 89. Più fortunato per V arte e di maggior
ingegno dei precedenti fu senza contrasto Ma-
solino da Panicale, che il chiarissimo Rosini pone
in questo secolo, perchè le opere che di lui ne
restano furono circa il i4o5, e perchè immatura-
mente morì contando trentasette anni nel 141 5.
Venuto in Firenze dalla sua patria in Val d'Elsa
fu posto air arte della orificeria, dalla quale fu
ritirato dal famoso Ghiberli. Masoliiio fino dai
primi suoi esercizi sotto di lui dovette accorgersi
ilella differenza estrema che passava fra gli stessi
animali dipinti da Paolo Uccello con servile di-
ligenza, e quei scolpiti da Lorenzo Ghiberti con
rara eleganza, e soprattutto del passo immenso
che fatto avea la scultura per opera di Donatello,
e del Ghiberli sopra la pittura , i maestri della
quale avean pure grido e fama di valentissimi. Da
Lorenzo per tanto apprese come le figure tutte
d'una storia tender debbano ad un sol fine , co-
nn" <lebbon esser saviamente disposte, come nei
•volti apparir si facciano i concetti deironimn,i8
come nelle movenze apparisca il loro molo. Pet
480 » COSTUMI
apprendere a colorire si condusse presso Io Star-
nino, che riguardato veniva come il più valente
di quella età ^ sicché riunendo un buon colorito
ad una certa perizia di disegno , e quindi aven-
do dal Ghiberti apprese le massime d'una per-
fetta composizione, fu in grado di comporre assai
meglio degli altri, ma di tingere con una certa
forza, ed intender bene Peffetto dell'ombra e dei
lumi^ perizia acquistata nel lavorar di rilievo.,Fu-
rono le sue prime opere in Firenze nel Carmine,
come là poi furono le ultime. Una dì esse special-
mente dov"è s. Pietro che risana la sorella, è lo-
data molto dal Vasari, ove osserva le figure fatte
con molta grazia e dato loro grandezza nella ma-
niera, morbidezza ed unione nel colorire, rilievo e
forza nel disegno^ fu quest'opera mollo stimata per
la novità sua , come per Punione e facilità colla
quale fu condotta, sicché può dirsi con asseve-
ranza che nessuno dopo Giotto facesse fare alla
pittura italiana un sì gran passo^ come il nostro
Wasolino (169).
g.90. Condiscepolo di questo sì valente arti-
sta fu il bealo Giovanni /angelico da Fiesole del-
l'ordine dei predicatori, che al secolo ebbe il no-
me di Guido e fu del iVIugelIo. La denominazione
da Fiesole debb'esser derivata dal convento dis.
Domenico di Fiesole , di cui era figlio, e Io ag-
giunto di beato dalla sua santa vita. Ebbe un fra-
tello religioso com''esso che si chiamò frate Be-
nedetto, e fu come lui pittore, ma s** ignorano le
sue opere . Angelico avea venti anni quando si
fece religioso, e nel primo tempo di quello stato
I>E1 TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 4^'
si occupò indefessamente a miniar libri corali .
Sceso da s. Domenico di Fiesole a s. Marco di
Firenze sparse di sue pitture le celle di quel con-
vento, indi eseguì nel Capitolo quella passione
del Redentore in grandi figure, che ben conser-
vata fino al presente forma V ammirazione degli
stranieri. A.ltre insigni opere di questo pittore si
vedono in più luoghi, ed in più libri se ne leg-
gono gli elogi, e fra esse trovasi la SS. Nunziata
da me riportata (a), dal disegno e composizione
della quale si scorge il progresso che il B. Angeli-
co aveva fatto in taParte, ma v*é nelle vesti qual-
che ritocco d'altro pittore, poiché raffresco in al-
cuni luoghi ha patito. Le grandi e belle sue pitture
in tanto numero e sì gran perfezione dovevano
levare naturalmente la sua fama, che pervenuta
finalmente alTorecchio del papa Niccolò V, chia-
mollo a Roma. Là in mezzo ai monumenti della
greca e della latina grandezza ingrandì anche
essola sua maniera nel disegnare (170)^ di che
fa prova il quadro di esso esistente nel Vaticano
e ri[)ortato dal eh. Rosini alla tav. LXII delTatlante
della sua storia della pittura,ove egli dice che nul-
la saprebbe uguagliare la disposizione delle figu-
re e la verità che si ammira in quelle mosse e in
quei volti. La sodisfazione del santo diacono nel-
l'elargire ai poveri quanto possedeva , la fiducia
in chi domanda, e la rappresentanza dei mali da
che sono affetti i vecchi, gli attratti, gli storpi che
gli stanno intorno, svela la ra^ano maestra, e il
cieco è veramente tale (171).
(a) Ved. lav. CXXIX.
Si, Tose, Tom. i). 42
48a COSTUMI
g 91, Ora diremo di Tommaso Guidi cogno-
minato Masaccio, che fu un genio delParte, e for-
ma epoca nella pittura. Fu discepolo di Masolino
per due anni, quindi ebbe per maestri ed amici
il Ghiberti , Donatello e Brunellesco , dal qual
ultimo apprese le regole della prospettiva , e la
convenienza delParte, cioè quel senso raro e squi-
sito di rappresentare le cose come sono il più del-
le volte, non come sono talora e quasi per ecce-
zione. I suoi dipinti son vivi, hanno vere attitu-
dini, colorilo vero^ rilievo, accordo maraviglioso
e semplicità di panneggiamenti. Nella storia dei
santi Pietro e Paolo (a) eh'' ei dipinse nella cap-
pella Brancacci da noi rammantala (i 72),togliendo
quanto dovea dall'antico, non è caduto in quella
secchezza della imitazione, che fa comparir molte
volte le figure come statue dipinte . Nerone vi si
mostra come vedevalo il popolo romano sopra il
soglio imperiale, mentre le altre figure sono cosi
ben fra loro aggruppate , cosi ben disposte , così
vere, che dimostrano anch'oggi la ragione per cui
hauno Tonore immenso d'essere imitate.
g. 9^. Fra Filippo Lippi merita nella storia un
gran nome per la naturale disposizione, e perizia
nel disegno e felicità nel comporre. Di lui scrisse
il Lanzi che nelle sue opere parve un nuovo Ma-
saccio^ specialmente nelle piccole storie. In san
Ambrogio ed altrove son tavole con immagini col-
la Vergine e cori d^angioli: volti pieni, leggiadri,
sparsi d'un colore e d'una grazia ch'è tutta sua.
Nei vestiti amò un piegar fitto e simile all'arriccia-
(a) Yed. tav. CXXVIII.
DEI TEMPI RÈPUBB. PABTE VIIJ. 4^^
tura dei caniicij ed ebbe tinte lucidissime sebbeu
moderate, e spesso temperate dì un paonazzo non
ovvio in altri. Dipingendo alla pieve di Prato, in-
trodusse nelle grandi storie a fresco le proporzioni
maggiori del vero. È mirabile come quest** uomo
che divenne gran maestro in pittura non sia stato
mai, che si sappia, scolare di nessuno. Fu dichia-
rato in somma dal celebre scrittore Rhuramor, do-
po ràngelico, il primo pittore di Firenze. Ma l'ul-
tima sua opera, la più grandiosa e la più mirabile,
fu la tribuna della cattedrale di Spoleto. Emu-
lo di fra Filippo Lippi, che gli era coetaneo , ma
d"'immaginazione della sua più feconda, fu certa-
mente Benozzo Gozzolì, discepolo delT A.iigelico
assai stimato, ma non in tanto pregio tenuto quan-
to lo meritò per le sue pitture eseguite nel Campo-
santo di Pisa, e intagliate In rame colle altre di
quell'emporio di arti. I precetti del suo maestro
non che gli esempi di lui congiunti con quei
che avea lasciati Masaccio nella tante volte de-
cantala cappella del Carra\ne,gliaveano insegnato
come distribuire i piani e i colli nei paesi, come
popolarli di tigure , come porre queste in azio-
ne, come condurre gli animali a far loro com-
pagnia, come innalzar belle fabbriche, come si-
tuarle suflìcienlemente in prospettiva , come in
fine dare a tutto convenienza, giustezza e digni-
tà. Sembra che fra le prime sue opere, secondo
il prelodalo Vasari, fosse la cappella dei Medici,
ora detta dei Riccardi, ove par vedersi V imma-
gine del suo secolo nei ritratti, nei vestili, nel-
le bardature dei cavalli , e in ogni più miuu-
484 COSTUMI
lo costume » Di Zanobi Strozzi condiscepolo di
Benozzo nulla rimane di certo. Di fra Diamante
sapjìiamo che fu discepolo del Lippi, eTaiutò nel-
le sue opere, ed insegnò i principi! delParte a Fi-
lippino figlio del suo maestro, il quale poi conse-
gnò fatto adulto alla disciplina del Botticelli..41es-
sio Baldovinelti merita considerazione in qualità
di maestro di Domenico Ghirlandaio, che fu mae-
stro del gran Michelangiolo. L''opera sua princi-
pale è la Natività dipinta a fresco nel chiostro
deir Annunziata di Firenze . Di maggior meri-
to dei già nominati artisti furono i due Peselli.
Questi sono i pittori che fecero progredir T arte
in quel tempo suirArno allo splendore degli ul-
timi raggi di luce che yì sparse Timmortale An-
gelico (173).
g. 93. A questo periodo della scuola fiorenti-
na appartengono altri pittori di minor conto, fra ì
quali rammentala storia Marco da Montepulciano-
discepolo di Farri Spinelli; fra Bjtjrnardo nvinia^
t or e-,La zza ro Vasari imitatore e aiuto di Pier della
Francesca*, Lorenzo di Niccolò da Firenze; Iacopo
del sellaio che fu discepolo di fra Filippo Lippi^
e quel Francesco da Firenze discepolo di fra Lo-
renzo monaco, il qual dipinse il taberttacolo po-
sto nel canto che dalla piazza dì s. Maria Novella
porta in via della scala; indi Neri di Bicci e suo
figlio che mori nel i45f^. (»74)'
g. <)4- ^^^ venendo alla scuola senese è qua-
siché impossibile far enumerazione di lutti. Ad
ogni ricerca un po'minuta che si faccia se ne in-
contra qualch'uno; ed eccone alcuni di essi; Xn*
DEI TEMPI BEPUBB. PARTE TIÌI. ^SS
drea di Giovanni da Siena nuovo nome d'artefice
sconosciuto fin qui. Dopo la morie di Taddeo Bar-
toli, e i primi sag£;i del nipote sursero in Siena
altri pittori. Primo tra questi perete fu Gregorio,
o Goro di Francesco detto da Siena discepolo di
Taddeo Bartoli, che dicesi aver composte le sue
figure con grazia, sebben sia stato secco e crudo
nel colorito. Poi si nominarono Domenico Barto-
li nipote di Taddeo, che dipinse nel pellegrinaio
di Siena^ il Sassetli che operava nel 1444^^^ quale
dipinse un s. Francesco con alcune figure em-
blematiche da potersi vedere anche nelPatlante
dell'opera del Bosini sulla pittura italiana (i^S).
Ma Pautore che visibilmente poi dette in qualche
maniera il modello dei gentili angioletti che ac-
compagnarono la maggior parte delle Vergini fu
Ansano di Pietro. Ne fan fede quei del quadretto
ch'essendo Inedito nel privato gabinetto di pré^
ziose pitture del eh. prof. Rosini Tha poi pubbli-
cato nella sua storia della pittura tom. iii, p. 20.
Si rammenta un Matteo di Gualdo imitatore fe-
lice d'Ansano: v'è di questa scuola senese Gio-
vanni di Paolo, padre del più famoso Matteo. Egli
è lodato dal Lanzi per una suificiente intelligenza
del nudo, e per felicità e fecondità d'invenzione
merita d'esser celebrato. E questo suo merito ri-
spetto air arte fu eguagliato da quello ch'ebbe
verso la patria, poiché gli fu dato di educare alla
pittura tre figli, un dei quali Io imitò,gli altri è fa-
ma che lo superassero (176).
g. 95. Imitatore di Masaccio nella positura,
nel rilievo, e nel piegare dei panni piuttosto che
4a*
486 COSTUMI
nella grazia e nel coIore,fu Andrea del Castagno
nome infame nella storia. Yiveva ai tempi che
trovato il segreto del dipingere a olio da Gio-
yanni Van-Eycb o da Bruges, scoperta fatta circa
al i4io,comincia7a a diffondersi perPItalia^e ma-
nifestato da un amico il segreto al Castagno, que-
sti in contraccambio uccise V amico , acciocché
non lo manifestasse ad altri (177). Tra gli allievi
di fra Filippo Lippi nominato più indietro vi fu
Sandro Filippi, dall'orafo suo primo maestro co-
gnominato Botticelli , uomo rinomato in quel
tempo, e conosciuto tuttavìa nelle quadrerìe per
molte pitture in piccole 6gure. I fatti da lui di-
pinti sono espressi con vivacità e bizzarria per
modo che fan parere ch^gli di lunga mano avanzi
sé stesso. Questo medesimo si osserva in altri;
tanto potè in loro la competenza, la vista di una
città solita ad ingrandire le idee che vi si portano
altronde, il giudizio di un pubblico il qual si ap-
paga appena del buono, perchè ha Tocchio av-
vezzo al maraviglioso. In alcune qualità pittori-
che Sandro fu vinto dal suo scolare Raffaellino
del Garbo, che nella volta d^una cappella alla
Minerva di Roma dipinse in tal modo i cori degli
Angioli, che soli bastano a confermargli il so-
prannome che lo distingue. A >Ionte Oliveto di
Firenze è una Resurrezione di esso Raffaellino
con figure piccole, ma cosi graziose, così ben mos-
so e colorite con sì buon metodo, che appena gli
si anteporrebbe altro maestro delPetà sua. Yien
poi la storia pittorica a ragionare di Domenico
Corradi, dalla professione paterna detto il Ghir-
DEI TEMPI HEPUBB. PARTE Vili. 4^7
landaio, pittore e niusaicista eccellente, anzi mi-
glioratore di esse arli. Questi è quel Ghirlandaio,
nella cui scuola, o sulle cui massime fondaronsi
non solo Ridolfo del Ghirlandaio suo figlio, ma
lo stesso Buonarroti, e i migliori artefici che ven-
nero in seguito^ il primo tra i fiorentini che per via
della prospettiva giungesse a dare buona disposi-
zione e profondità alle composizioni.Fu anche dei
primi a tor via dai vestiti quei gran fregi d'oro che
gli antichi vi collocavano. Celebratissimo fra le
sue opere è il coro di s. Maria Novella, ove tìgu>:ò
dair una banda istorie del precursore, dall'altra
storie di Nostra Signora, e in altre quella strage
degli Innocenti tanto lodata dal Vasari. Io pongo
sotto gli occhi del mio lettore (a) la Visitazione
di lyi. V., onde più facilmente s' intendalo stile
di quel maestro. Davidde uno de'^suoi fratelli mol-
to attese al musaico: Benedetto altro fratello di-,
pinse in Francia forse più che in Italia. Bastiano
Mainardi loro cognato fu aiuto di Domenico. Bal-
dino Baldinelli , Niccolò cieco., Iacopo del Tede-
sco, Iacoi)o Indaco non son che pittori senza no-
me di artisti distinti.
g. 96. Di Cosimo Rosselli poco ci resta in pub-
blico nella sua patria Firenze oltre il miracolo del^^
Sacramento chY' in s. Ambrogio^ pittura a fresco,
folta di popolo, nei cui ritraiti è varietà, effetto,
evidenza. In alcuni suoi lavori io aiutò per quanto
dicesi Pier di Cosimo, pittore anch'egli di buon
colorito piuttosto che di buon disegno. Questi
, (^0 Ved. lav. CXXX, .ìÓJkìì.ìì.» ;' Vi !;*»; *^ iJUi
58g COSTUMI
due nondimeno son celebri nella storia, perchè
maestri il primo del Porta, il secondo di Andrea
del Sarto. Di Piero e Antonio Pollaioli vedonsi a
s. Miniato al Monte le lor pitture: vi si scopre la
scuola del Castagno,di cui Pietro era stalo scola-
re^ volti austeri, colorito forte e sugoso. Di Anto-
nio si vede un assai lodato quadro del martirio
di s. Bastiano nella cappella dei Pucci ai Servi di
Maria di Firenze, reputato dal Lanzi un dei dipinti
migliori del secolo XV: il colore a dir vero non è
ottimo, la composizione peraltro supera la capa-
cita degli artisti di quei tempi, e il disegno del
nudo mostra lo studio ch'egli avea fatto nelPana-
tomìa: primo forse fra i pittori d'Italia che scorti-
cando i cadaveri apprendesse per principii la ra-
gione dei muscoli. Luca Signorelli fu cortonese,
affine dei Vasari d'Arezzo, discepolo di Pietro
della Francesca, pittor di spirito e di espressione;
un de'*primi in Toscana che disegnassero i corpi
con una vera intelligenza di anatomìa, ancorché
alquanto seccamente. Nella sua comunione degli
apostoli dipinta al Gesù in patria si trova una
bellezza, una grazia, un tingere che tira al mo-
derno. Don Bartolommeo della Gatta ammirasi
per un s. Girolamo fatto in una cappella nel duo-
mo d* Arezzo e poi trasferito coir intonaco nel-
la sagrestìa. Fu abbate nel monastero di s. Cle-
mente in Arezzo, dove esercitò miniatura, archi-
tettura, pittura e musaico: ebbe scolari Domenico
Pepoli, e Matteo Lappoli gentiluomini aretini,
che sì avanzarono neirarle con altri esempi. Di
alt ri pittori e miniatori fa parola la storia, ma
DEI TEMPI REPUBB, PARTE vili. 4^0
•soltanto pei loro nomi, senza lode né biasimo^
perchè restati nel numero dei mediocri, in con-
seguenza senza aier luogo in questo compendio.
Mi ristringo dunque ad accennare un illustre
lucchese Paolo Zacchia detto il vecchio, forse
istruito a Firenze, dove lungamente resse scuo-
la Pietro Perugino , la quale ebbe fino da'suoi
primordi il vanto nel disegno, ed il biasimo nei
contorni che furono alquanto taglienti. Gli si dà
il soprannome di Vecchio, per distinguerlo dal-
l'altro Zacchia che viceversa fu più fumato nei
contorni, e più robusto nel colorito, ma nel di-
segno e in tutto il rimanente di men valore, e di
quesli due pittori si vedon opere in patria. Molto
s^era fatto, come saviamente osserva il più volte
lodato Lanzi, poiché Parte era giunta ad imitare il
vero, specialmente nelle teste, alle quali davasi
una vivezza che ci sorprende anche oggidì. Ri-i
maneva però ancora ad aggiungere beltà reale alle
forme, pienezza al disegno, accordo al colorito,
gciollezza al pennello, che quasi in tutti parea
stentato. Peraltro il disegno di que'tempi, benché
alquanto secco, tuttavia puro e corretto, era un
ottimo educatore per l'avvenire (178).
g. 9^'. Terminala la scuola pisana e senese
sulla pittura si ridusse ad una sola che fu detta
la scuola fiorentina. Questa non manca dei som-
mi pregi, che sparsamente sì trovano esaminan-
do le eccellenti opere dei pittori italiani, ma frat-
tanto il comune delle sue produzioni, come ben
rileva il Lanzi, non ha gran merito nel colorilo,
né mollo ne ha nel panneggiato; non è grande nel
I^QO COSTUMI
rilievo che universalmente non coltivò se non
tardi: né ha gran bellezza, perchè tardi fu provve-
duta di belli originali e questi dai greci: quindi è
che solo attese, come sogliono i naturalistica far
ritratti dal vero. Nel decoro, nella verità, nella
esattezza della storia può anteporsi a perecchie
altre, ed il suo pregio più singolare è il disegno.
È anche lode sua propria, come il prelodato Lanzi
prosegue, Taver prodotto gran numero di eccel-
lenti frescanti; professione talmente superiore
all'arte di fyr tavole a olio, che al Buonarroti que-
sta in paragone di quella pareva un giuoco. Qui
l'erudito Lanzi pone la riflessione che la scuola
fiorentina ha insegnato prima di tutte a procede-
re scientificamente e per principii. I due primi
luminari di questa scuola,il Vinci e il Buonarroti,
come filosofi ch^essi erano, indagarono le cause
permanenti e le stabili leggi della natura, e per
tal via fissarono canoni, che i posteri loro ed an-
che gli estranei han seguiti a gran prò della pro-
fessione, ma noi non vedemmo che del primo un
Trattato della pittura^ e solo abbiamo del se-
condo qualche idea delle sue massime dal Vasari
trascritte ( 1 79).
g.98. Leonardo da Vinci (a)nato nella metà del
secolo XV fu da natura dotato d'un ingegno sopra
al comune dedito alle investigazioni,e di una stra-
ordinaria vivacità di spirito. Sebbene la pittura
fatti avesse gran passi in Masaccio, pure non erasi
anco liberata del tutto dalla troppo simmetrica
l (a) Ved, lav. CXII, N, 6»
DEI TEMPI KIEPUBB. PAETE Vili. 4 9?
regolarità della composizione, e le mancava tut-
tavia perfetta intelligenza del chiaroscuro, svel-
tezza nelle forme e nobiltà maggiore nella espres-
sione. Le die Leonardo tal compimento, ed a lui
certo si dee la gloria d*'avere aperto in Italia il
secolo della bella e sublime pittura (i8o). Aveva
appresa quest''arte dal Verrocchio, ed in essa a-
vanzò ben presto il maestro. Per suo genio par-
ticolare fu sempre inlento allo studio delle mate-
matiche, per modo che attese più a migliorare le
arti che a moltiplicarne gli esempi. Gettò statue
in bronzo, e in tale occasione apprese a dar rihe-
vo alle pitture: le aggiunse anche simmetrìa, ve-
nustà ed anima, e per questi ed altri suoi meriti è
nella moderna pittura contato il primo. Venuto in
Firenze dipinse un quadretto, dove si ammira la
faccia della sventurata Medusa (a), la quale, ben-
ché velata dal pallore di morte, benché spiran-
te dalla bocca alito denso e maligno, tultav ìa i
grandiosi e regolari delineamenti, le lacrime sta-
gnanti sul ciglio, ed altre traccie di profondo do-
lore rammentano ancora la bella figlia di For-
co (i8i). Ma il quadro non è interamente finito ,
come intervenne a quasi tutte le opere di Leo-
nardo. Questa insigne di lui opera esiste in Gal-
leria di Firenze con altre che ne addita il Vasari
raen forti di scurijC presentan teste piuttosto de-
licate che scelte, come la Maddalena deTitti in
Firenze .
g. 99. Passato il Vinci a Milanoipresso Lodovico
(a) Vcd. lav. CXXVH, N. 4. t r ^
^Q2 COSTUMI
Sforza vi si Iraltenne fino al 1499, occupHto in
lavori di meccanica e d'idraulica, di che fu inlen-
denlissimo , e frattanto fece conoscere la sua
grande abilità nella musica, sicché poco allora
dipinse, oltre al gran Cenacolo, e là diresse un^ac-
cademia di belle arti, ove fece allievi degnissi-
mi (182). In varie opere ch*'ei condusse a Roma
emulò magnificamente la maniera di Raffaello. Il
suo ritrailo esistente nella R. Galleria di Firenze
supera ogni altro di quella stanza per la forza col-
la quale vedesi espresso, mostrando animo nobi-
le, affettuoso, sagace, vago sempre più di crescere
«ella imitazione del bello (i83).
§. 100. Lo stile del Vinci benché degnissimo
d'imitazione non ebbe seguaci in Firenze, ove
egli non lasciò pittura veruna in pubblico, o quei
che si spacciaron per tali, potevano esser del Sa-
lai pitlor milanese, o d''altri che profittarono dei
contorni o schizzi di quel grand'uomo: forse Lo-
renzo di Credi ebbe da lui de'precetti nell'arie.
Giovanni Antonio Solliani, che visse con Loren-
zo 2,4 anni, dipinse più lentamente de''suoi con-
temporanei, operando con maggior diligenza. Po-
chi della scuola gli si possono paragonare nella
naturalezza del nudo, non meno che del vestito
e nelle idee de'volti oneste, facili, dolci, grazio-
se, come le descrive il Vasari. Alcuni di essi sco-
lari seguirono altri maestri, un Luini, un Bugliar-
dini, se pur fu suo scolare. Quest'ultimo dipinse
in Firenze molte Madonne e Sacre famiglie, che
forse possono ravvisarsi dalla sfumatezza, dalle
sagome virili che pendono al tozzoj dalle bocche
DEI TEMPI BEPL'BB. PARTE vili. 49^
talora composte a mestizia, benché il tema non
le richiegga (i84). Or considerando la pittura sot-
to un punto di vista filosofico, Leonardo ebbe
cura particolare di esprimere nel miglior modo
le affezioni deiranimo,ed in tafarle dirado fu su-
perato. Semplici sono le sue composizioni e sa-
pientemente disposte: il suo disegno puro e niti-
do non manca di grandezza. Se avesse studiato
Tantico certamente sarebbesi astenuto nello sce-
gliere i propri modelli nella natura, di ricopiarne
le minutezze superflue (i85).
g. loi. Michelangiolo altro promotore della
scuola fiorentina, ardente rivale del Vinci, fin dai
suoi più teneri anni dispiegò concepimenti più ar-
diti di esso. Trascinato dalla sua indole impetuosa
parve disdegnasse i metodi puramente piacevo-
li della imitazione per occuparsi solo dei mezzi più
acconci a scuotere fortemente gli spiriti . Nessun
pittore mostrossi più originale né più patetico di
lui^ bisognava un entusiasmo siccome quello da
cui era dominato, ed il vigore alquanto aspro
del suo pennello per ardir di svelare ai nostri oc-
chi lo spaventoso spettacolo delP estremo giu-
dizio ed il disfacimento del mondo. Quella mi-
nacciosa immagine soggioga al primo vederla l'or-
goglioso ragionamento dello scettico il più intrepi-
do, lo fa impallidire e sorprendersi del suo stesso
spavento. Abbenchè questo grande artista tengasi
generalmente pel più dotto scultore moderno, pu-
re era anche maggiormente ammirabile siccome
pittore, o piuttosto siccome disegnatore: tale al-
meno si fu l'opinione dei suoi medesimi contem^
St. Tose. Tom. 9. 43
494 COSTUMI
poranei: egli stesso tenevasi come superiore ad
ogni altro nel disegno (186). àuch''egli, siccome
il Vinci, fin da fanciullo dette prove di talento
che obbligarono il maestro a confessar di saper-
ne meno di esso.
g. loa. Era questi Domenico Ghirlandaio,che
per gelosia del suo primato in dipingere, temendo
forse la rara indole del Buonarroti lo rivolse alla
scultura. Ma intanto il nobile giovanetto non
trascurò il disegno dì cui fece seri studii nella
cappella di Masaccio al Carmine, e nel tempo
stesso attese alla anatomìa, e questa scienza, ove
dicesi aver consumati dodici annì,formòpoi il suo
carattere, il suo magistero, la sua gloria. Da tale
studio nacque in lui quello stile per cui fu detto
il Dante delle arti. Michelangiolo cercò in segui-
to il più spinoso del diseguo, e nell'eseguirlo
comparve dotto e grandioso. L''uomo ch''egli in-
troduce nelle sue opere è di quelle forme che
Zeusi scelse e rappresentò sempre, secondo Quin-
tiliano: così è nerboruto, muscoloso, robusto; i
suoi scortij le sue attitudini sono le più difficili,
le sue espressioni son piene di vivacità e di fie-
rezza. Se Dante parve ai critici talvolta più cat-
tedratico che poeta, il Buonarroti parve più ana-
tomico che pittore^ e una certa non curanza del-
la bellezza fecelo cadere nel rozzo. Il Condivi ed
altri critici al suo pennello preferiscono il di lui
scarpello. In genere di pittura non si posson citare
molte cose di Michelangiolo,poichèpoco dipinse,e
la maggior parte delle sue composizioni restaro-
no, come del Vinci dicemmo, solo delineate da Uii^
DEI TEMPI REPUBB. PARTE vili. 49^
onde è che qualche gabinetto può vantarsi ricco
de^suoi disegni, niuno delle sue pitture (187).
g.io3. Mira col d''arte in questa linea diconche
fosse il cartone della guerra di Pisa (a), preparato
per competere col Vinci nella sala del palazzo
pubblico di Firenze. Aggiungono( 188) che il Vinci
stesso gli agevolasse col suo esempio la strada a
tant'opera, ma confessa insieme che ne fu vinto.
Non si contentò Michelangìolo di rappresentare
la mischia tra i fiorentini armati e i loro nemici,
ma fingendo Tattacco in ora che una parte dei
primi si bagnasse nel fiume Arno, prese quindi
argomento di figurarvi molti ignudi che uscian
dall'acqua e correvano ad armarsi e a difendersi,
e così potette produrre i più nuovi scorti, le più
terribili «losse, il sommo. in una parola, di quella
eccelleaza in cui è principe. I due scrittori diar-
ie Cellini e Vasari ci informano del gran profitto
che trassero dallo studiare il cartone di Michelan-
giolo i giovani artisti non escluso Baffaello. Ma
il cartone anzidetto perì, e n'ebbe mala voce
Baccio 3andinelli: ma il fatto non è provato ab-
bastanza. Quesfartista disegnatore e scultor gran-
de, ma pittore di pochissime cose che riduconsi
quasi tutte ad un Noè ubriaco e ad un Limbo dei
ss. Padri, rinunziò assai presto alKarle di colori-
re, e par che Wichelangiolo facesse il medesimo.
Ciò nonostante chiamato a Roma da Giulio II,
come scuItore,volle il papa ch'ei dipingesse la vol-
ta della sua cappella . Sono ivi quelle sì grandi
e si variate figure dei profeti e delle sibille, la
((0 Y«d..uv. av*
496 COSTUMI
cui maniera, il Lomazzo (189) giudice imparziale
perchè d' altra scuola , dice eh' egli giudica la
migliore che si troTÌ in lutto il mondo.
g. 104. Volle Paolo III che Michelangiolo dr-
pingesse nella facciata ch'è di fronte nella cappella
Sistina il giudizio universale . Fece dunque il
Buonarroti gettare a terra l' intonaco preparato
dal Frate, e fatta Tarricciatura a suo senno, con-
dusse Topera in otto anni, e la scoprì nel i54i.
In questo immenso quadro potè appagarsi e mo-
strare il valor suo come volle. Popolò quel luogo,
vi dispose ìnnumerabìli figure deste al suono del-
l'estrema tromba*, schiere di buoni e di rei angioli,
di uomini eletti e di riprovati^ altri sorgono dalla
tomba, altri stanno, altri volano al premio, altri
son tratti al supplizio. Ciò che non può lodarsi è
che non tenne modo né freno, e tanto empiè di
nudità quel giudizio che fu in pericolo d^aver per-
duta Topera. Paolo IV per decenza del santuario
volea quella pittura coprir di bianco, e a gran pe-
na si contentò che ne fosse corretta la smodata
licenza con alcuni velami che qua e là vi aggiun-
se Daniele da Volterra suo scolare. È stato altresì
ripreso d'aver misto insieme sacro e profano, gli
angioli delPA-pocalisse e il barcaiolo d"* Acheronte,
Cristo giudice e^jMinosse che a ciascun dannato
stabilisce il suo cerchio. Lo Scannelli nel suo Mi-
crocosmo vi ha desiderata maggior varietà di sa-
gome e di muscoli secondo Tetà diverse.
g. io5. Fuori delle due cappelle pontificie in
Roma ninna sua pittura si vede in pubblico. A.
Firenze per altro e precisamente nella tribuna
DEI TEMPI REPUBB. PARTE vili. 497
della R. Galleria v*è di suo un tondo che si tiene
per una sacra Famiglia con bassorilievo di figu-
re indietro, e la pittura è conservai issiraa, ed as-
sai lodata pel vigor di tinte, ma è a tempera; ivi
comparisce la pittura più dotta, ma la men bella;
il suo autore sembra fra tutti il disegnatore più
forte, ma il coloritore più fiacco; v'è anco trascu-
rata la prospettiva aerea, in quanto che son degra-
date le figure , ma non vedesi altrettanto della
luce, difetto non raro in quelPetà. Nella R. Gal-
leria di palazzo Pitti vie di suo un quadro rappre-
sentante le Parche, ed è posto nella stanza di Gio-
ve alla parete prima numero ii3. Molte pitture
che nei gabinetti si spaccian per sue, si giudicau
copie. Il Vasari noniina suoi scolari Pietro Urbano
pistoiese, Antonio Mini fiorentino, ed altri fuori
dello stato, che per esser poveri di talento nulla
fecero di memorabile. Molte figure e istorie furono-
disegnate da Michelangiolo ed eseguite in Roma da
fra Sebastiano del Piombo, eccellente coloritore e
di scuola veneta. Sappiamo che dopo il suo tempo
continuarono gli artisti a valersi de'*suoidisegni.Di
alcuni esteri che imitarono Michelangiolo si trova
il nome in diverse scuole, il Franco, Marco da Sie-
na, il Tibaldi. Nella scuola fiorentina se n''ebbero
ancor troppi, e noi notiamo primo il Granacci fio-
rentino eccellente nelParte. Dopo la morte del
maestro compiè qualche opera del defunto, e la-
vorò da sé a tempera sacre Famìglie in quadri da
stanza . Maggior nome ha il Ricciarelli , che la
storia per lo pii\ nomina Daniele da Volterra , e
lo qualifica poco raen che pel più felice fra i se-
43*»
/ g8 COSTUMI
guaci di Michelangiolo. Educato in Siena dal Pe-
ruzzi e da altri acquistò una mirabile disposizione
ad imitar Michelangiolo, il qual preselo a benvo-
lere. Né senza il Buonarroti avria Daniele con-
dotta quella maravigliosa Deposizione di croce
alla Trinità de''monti,che insieme colla Trasfigura-
zione di Raffaello e col s. Girolamo del Domeni-
chino si computa fra le migliori tavole di Roma;
ed io ne dò qui un contorno unicamente atto a
mostrare quanto vi trionfi il grandioso di Miche-
langiolo (a); ma nelT originale pittura vi si ve-
de un vero nei nudi che par natura*, un color
nei volti e in tutto il dipinto che ben si affa alla
storia, robusto più che leggiadro \ un rilievo, un
accordo, un''arte insomma da pregiarsene per po-
co Michelangiolo stesso, ove in quel quadro si
leggesse il suo nome.V'era in patria un di lui qua*
dro della strage degTInnocenti, posto ora nella
R. Galleria di Firenze; onore che dice più d'ogni
elogio (190).
g.io6. Baccio della Porta fu detto un giovane di
Firenze, il quale vestitosi domenicano si chiamò
fra Bartolommeo da s. Marco e più brevemente H
Frale. Mentre studiava la pittura sotto il Rosselli
s''invaghì del chiaroscuro del Vinci, e lo emulò
assiduamente. Di questo primo tempo ha il princi-
pe una Natività ed una Circoncisione di N. Signo-
re,pitture graziosissime simili a miniature.Entrato
nel chiostro di 3i anno nel i5oo, stette 44 "^®"
si senza toccar pennelli. Restituitosi poi alla pit-
(a) Ved. lav. CXXXI.
DEI TEMPI aEPUBB. PARTE Villi 499
tura par che ogni dì salisse un grado Terso il mi-
glioramento . Lo aiutò a crescere RafFello, che
Tenuto nel i5o4 a Firenze peri suoi studi, con-
ciliata con lui amicizia gli fu insieme e scolare nel
colorito e maestro nella prospettiva, come da ta-
luno s'è credutoAlcuni anni appresso ito in Roma
a vedere le opere del Buonarroti e del Sanzio, ag-
grandì, s'io non erro, la sua maniera, ma più che
al concittadino si conformò all'amico^ grande in-
sieme e grazioso nei volti e in tutto il disegno.
Quivi parvegl- impiccolire al confronto di quei
due maggiori luminari dell'arte, e presto si ricon-
dusse in Firenze. Le sue più stimate fatiche so-
no in Toscana,che ne ha varie tavole d'altari ve-
ramente preziose. La composizione di esse è la
usata in queHempi, che, senza eccettuar Raffaello,
si rivide in ogni scuola, e nelh fiorentina durò
sino ai tempi del Ponlorrao: una Santa Vergine
col divino Infante fra vari santi, ecco la compo-
sizione pili comune, ma il Frate solea distinguer-
la con maestose architetture. Esce per poco da
questa composizione il Frate in quel suo heUissi-
mo quadro a s. Romano di Lucca ov''è dipinta la
Madonna della ìUisericordia (191). Lo aveau pro-
verbiato i suoi emuli come inetto a grandi pro-
porzioni, e fu allora che d'una figura d'un s. >Iar-
co empiè una gran tavola, che nella quadreria del
principe si amnn'ra come un prodigio delT arte.
Era in tavola , e portato dai francesi a Parigi
fu trasferito in tela, e rimesso alPantico suo po-
sto nel palazzo deTilti: nelPimpasto e nella sfu-
matezza cede appena ai migliori lombardi. Nella
5 0O COSTUMI
arte del piegare è anche inventore, come lo mo-
stra la pittura a fresco qui da me riportata rappre-
sentante il Noli me tangere (a), avendo da lui
appreso gli altri ad usare quel modello di legno
che snodasi nelle giunture, e che serve mirabil-
mente per lo studio delle pieghe, né altri della sua
scuola le formò più variale , più naturali , più
grandiose, più acconce al nudo. Un capo lavoro
delfarte è un suo quadro in chiaroscuro coi santi
protettori del paese intorno alla Santissima Ver-
gine, e riguardasi come una vera lezione della
pittura. Il metodo di questo religioso era disegnar
prima il nudo delle figure, di poi disporvi i panni
e formare , talor anche a olio , un chiaroscuro,
che segnasse i partiti della luce e deir ombra,
ch'erano il suo grande studio, e T anima dei suoi
dipinti : preparativi tali mostra il gran quadro
testé accennato.
g. 107, Mariotto Albertinelli condiscepolo ed
amico di fra Bartolommeo allora Baccio e suo
compagno ne''Iavori e negrinteressi,fu anche emu-
lo del suo primo stil giovanile, e in qualche opera
si appressò al secondo. Sovrasta a tutte ed è la
più vicina al suo esemplare la Visitazione che si
ammira in Galleria. Molta lode trae anco TAlber-
tìnelli da'suoi allievijtra i quali è nominato il Fran-
ciabigio fiorentino, grande amatore dello studio
di prospettiva. Allievi di fra Bartolommeo e ^1
suo miglior tempo furono Benedetto Cianfanini,
Raffaele Rustici ed altri. Morto il Frate ne fu erede
(a) Ved. tav. CXXXII.
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 5oi
il SUO collega e scolare fra Paolo da Pistoia, e
cogli ereditati disegni condusse più tavole in Pi-
stoia. Passaron poi que'^disegni in Firenze in ma-
no di suor Plautina Nelli, che in qualità di pit-
trice comparisce buona imitatrice del Frale. In s.
Domenico del Maglio v"* è una Epifanìa sua del
tutto , e con un paese da far onore a un pitto-
re, ma nelle figure vi è un disegno che sa d'an-
tico (192).
g. 108. Andrea Vannucchi, dal mestiere paterno
detto Andrea del Sarto, è encomiato dal Vasari
come principe della scuola, per aver lavorato eoa
manco errori che altro pittor fiorentino, per aver
egli inteso benissimo l'ombrcj i lumi e lo sfuggir
delle cose negli scuri^ e dipìnto con una dolcezza
mollo vìva; senzache egli mostrò il modo di lavo-
rare a fresco con perfetta unione e senza ritoccar
molto a serco, il che fa comparire ogni sua opera
fatta tutta in un giorno. Il Baldinucci lo critica
come gretto nello inventnre , e veramente non è
in lui certa elevatezza d' idea che forma come i
poeti, così anche i pittori eroici. Andrea non ebbe
tal dono: modesto, gentile, sensibile per natura
par che imprima lo stesso carattere ovunque mette
il pennello. Il portico della Nunziata di Firenze per
lui ridotto ad una galleria senza prezzo è il più a-
datto luogo a giudicarne. Que''contorni puri delle
figure gli meritarono il nome d'Andrea senza er-
rori, quelle idee di volti gentili e che nel sorriso
rammentano spesso la semplicità e la grazia del
Coreggio, quelle fabbriche si ben condotte, quei
vestili adattati ad ogni condizione, quel piegar
5oa COSTUMI
facile, quegli affetti popolari di curiosità, di ma-
raviglia, di fiducia, di compassione, di godimento
che giungono appunto dove giunge il decoro, che
s'intendono a prima vista, che ricercano soave-
mente il cuore senza turbarlo, sou pregi che me-
glio si sentono di quel che si esprimano (193).
g.109. Fu Andrea diretto da fanciullo ne'suoi
sludi da Giovanni Barile intagliatore in legno, e
pittore ma di nessun nome. II colorito lo appre-
se da Pier di Cosimo : del disegnare e comporre
formò il gusto nei cartoni del Buonarroti e del
Vinci, e sugli affreschi di Masaccio e del Ghir-
landaio, ov'eran soggetti più acconci al suo mite
ingegno. Vide Roma, come s** arguisce dal suo
stile molto raffaellesco.e come parve anche al Lo-
maz/o: ivi considerando a poco a poco quello che
aveva veduto, fece tanto proli Ito, che le opere
sue sono state tenute in pregio , ammirate, ed
imitate più dopo morte che mentre visse. Allo
Scalzo fece in chiaroscuro alcune storie della vi-
ta di san Giovanni. Nella storia del battesimo di
Cristo si vede il suo primo stile; i suoi progressi
in alcune altre, come nella Visitazione fatta al-
quanti anni appresso, e finalmente in altre la sua
più eccellente e più grande maniera, come nella
nascita del Battista. Nel minor chiostro della Nun-
ziata vi son le storie della Vita di s. Filippo Be-
nizzi, graziosissime benché sien quasi le prime
mosse dell' ingegno d'Andrea. Maggior opera nel
luogo stesso è la Epifania del Signore, e la nasci-
ta di Nostra Donna . Ma più che ogni altra sua
cosa è grandissima, sopra una porta del maggior
DEI TEMPI ftEPUBB. PARTE TUl. 5oS
chiostro, quella Santa Famiglia in riposo, che da
un sacco da grano a cui appoggiasi s. Giuseppe,
è comunemente detta la Madonna del Sacco: pit-
tura nobile nella storia delle arti , quanto poche
altre. Di non minor merito della Santa Famigh'a
è il quadro da me esposto alla tavola CXXXIII
dell'atlante di quesfopera. In fine dopo aver mol-
to operato morì di peste (194)-
§.i IO . I due che più si appressarono a lui nel
gusto del dipingere furono il Franciabigio eMPon-
tormo. Il primo fu scolare dell' Albertinellì per
pochi mesi, poi si andò formando , come sembra,
su i migliori esempi della scuola^ ne molti a! pari
di lui ha lodati il Vasari nella notomìa, nella prò-
spetliva,nel quotidiano esercizio di ritrarre il nudo,
e nella squisita diligenza in ogni lavoro. Andrea
col quale strinse amicizia lo volse al grandioso
stile, e così divenne il suo allievo, ma non emu-
lo intieramente. Allo Scalzo competè realmente
con Andrea, e vi fece due storie che molto non
iscapitano in tal vicinanza. Iacopo Carrucci dal
nome della patria detto il Pontormo fu d'ingegno
rarissimo, e sin dalle prime sue opere ammirato da
Raffaello e da Michelangiolo. Avea dal Vinci avu-
te poche lezioni, di poi dairAlberlinelli^come dis-
si, e da Pier di Cosimo era stato promosso all'ar-
te, ed in fine dettesi scolare ad Andrea, che mos-
so da gelosìa del di lui talento Io congedò. Ideile
sue opere, come in quella della Visitazione nel
chiostro dei Servi gareggia in merito con lui, ma
lo stile è diverso . Fu costui alquanto strano di
naturale, facile a disvogliarsi d'uno siile per len-
5o4 COSTUMI
lame un altro, spesso con infelice esito, come av-
venne ad altri. La prima e corretta nel disegno, e
forse nel colorito è da dirsi la più vicina ad A.n-
drea. La seconda è di buon disegno, ma di colo-
rito piuttosto languido, e questa servì di esempio
al Bronzino e ad altri dell'epoca susseguente. La
terza è una vera imitazione di Alberto Duro .
Tenne Andrea il costume di Raffaello e di altri
di queir età , di condurre le sue opere colPaiuto
dei pittori pratici del suo stile, o scolari, o amici
che fossero , la qual notizia non è inutile a chi
osservando i suoi quadri vi trova altre mani . Si
sa che alcune cose fece finire al Pontormo , e
n'ebbe in compagnia un lacone, ed un Domenico
Puligo. Costui non tanto valse in disegnare quan-
to in colorire, dolce , unito, sfumato, non senza
idea di nascondere i contorni e disimpegnarsi
dal perfezionarli * À. questo indizio è talora sco-
perto in alcune Madonne e quadri da stanza, or-
dinarie sue occupazioni, che verosimilmente di-
segnate da Andrea suo intimo^ a prima vista paion
opere di lui slesso . Dai già nominati più che da
altri uscirono le tante belle copie che in Firenze
ed altrove spesso fansi passare per originali : ma
non par credibile che Andrea ripetesse tante vol-
te si puntualmente le sue invenzioni, o le ridu-
cesse per sé medesimo dalle grandi alle piccole
proporzioni . Par dunque che le migliori di tali
Madonne fossero almen fatte al suo studio, e da
lui ritoccate, come costumavano talora Tiziano e
Raffaello medesimo (195).
g. 111. 11 Rosso che nel chiostro della Nunzia-
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 5o5
ta competè coi migliori pennelli , parve , dipin-
gendo ivi rAssunzione di N. Donna, voler far cosa
non tanto più bella , quanto più grande di tutte
le altre dei primi della sua scuola. Dotalo di un
ingegno creatore ricusò di seguire veruno dei
suoi o degli esteri^ e veramente molto riconosce-
si nel suo stile^ teste più spiritose, acconciature
ed ornamenti più bizzarri, colorito più lieto, par-
titi di luce e d'ombra più grandiosi, tocco di pen-
nello più risoluto e più franco, che non si era
forse veduto in Firenze fino a quel tempo. Pare
in fine ch'egli nella scuola introducesse un certo
spirito che saria stalo senza eccezione, se non vi
avesse congiunto alle volte qualche stravaganza.
La sua tavola ch''ò iii palazzo Pitti è ben lontana
da simili tacce . Le pitture di questo artista son
rarissime in Italia, poiché passò in Francia il suo
miglior tempo. Ebbe nelle sue opere vari aiuti,
fra i quali tre fiorentini, Domenico dei Barbieri,
Bartolommeo Miniali e Luca Panni (196).
g. 1 la. Ora passeremo a dire che Ridolfo di Do-
menico Ghirlandaio rimasto orfano del padre in
tenera età, prima da Davidde zio paterno, quindi
dal Frate fu condotto nell'arte tant''oltre,che Raf-
fael d'Urbino venuto a Firenze ne divenne sti-
matore ed amico insieme. In seguito chiamollo a
Roma per dipinger con lui nel Vaticano,ma Ridol-
fo ricusò il partito con proprio danno. Assai chia-
ro si scopre il suo gusto in due quadri di molte
figure e non grandi trasferiti alla R. Galleria : e-
S[>rin»ono due storie di s. Zanobi. Notasi per tanto
generalmente nei quadri di Ridolfo qualche tir
SL Tose, Tom. 9. 44
5oG COSTUMI
gura così raffaellesca che nulla più, ed in tutte
appare una composizione, una vivacità di volti,
una scella di colori, un'arte di ritrar dal vero , e
di migliorar con la idea, che sembra aver avute
massime assai conformi a quelle di Raifaello.Dopo
la prima giovanezza con mollo danno delTarte ne
rallentò lo studio per darsi alla mercatura . Ciò
non ostante sostenne la scuola, e vi accolse ogni
artefice. Di qui è che molti, i quali fiorirono ver*
so la metà del secolo XVI , o son rammentati
dalla storia come allievi , o come compagni di
questo pittore. Dei suoi scolari ci dà il Lanzi un
breve elenco*. Michele di Ridolfo che prese il no-
me da lui stesso , Mariano da Pescia, Carlo Por-
telli da Loro in Valdarno di sopra ^ Antonio del
Ceraiolo, Perino del Vaga, e Toto del Nunziata
che gl'inglesi computano fra"* migliori italiani che
dipingessero in quel secolo nella loro isola, e re»
stano, come molt'altri, quasi ignoti fra 001(197).
g. Il 3. Mentre Firenze co'soli ingegni de'suoi
era salita a tanta gloria , lo stato coir aiuto spe-
cialmente della scuola romana preparava ai po-
steri materia d'istoria. Ciò fu specialmente dopo
il i5a7, quando il sarco di Roma dispersela scuo-
la di Raflfaello, ed i nuovi germi di essa . Giulio
romano educò a Pescia Benedetto Pagni. Di suo
conosciamo un quadro delle nozze di Cana al-
la collegiata , che non è il suo lavoro migliore.
Pistoia ebbe da Giovanni Francesco Penni, o sia
dal Fattore un degno allievo , e fu un Leonardo
che molto operò in Napoli ed in Roma, nominato
quivi il Pistoia.Si trova rammentato daaJtriMala-^
DEI TEMPI REPUBB. PARTE Vili. DO7
lesta, e da altri Guelfo, ora il di lui vero nome par
Grazia. Un bel suo quadro, ma più anche raro si
ammira nella cappella di s. Carlo nella cattedrale
di Volterra, ove nomina sé slesso Leonardo pi-
stoiese. Nello stesso secolo XVI venne da Verona
e fu aggregato fra i cittadini di Pistoia Sebastia-
no Vini, che alla nuova patria crebbe decoro e
col nome e con le pitture. Lucca ebbe pure un
giovine Zaccherìa per nome . Cortona ebbe due
buoni artefici, Tuno Francesco Signorelli nipote
di Luca , che lasciato dal Vasari manifestasi lo-
devol pittore in un tondo de'santi protettori del-
la città, fatto per la sala del consiglio nel iSao.
L^altro fu Paparello che servì d'aiuto al Caporali
ed a Giulio romano suoi maestri. Borgo,detlo poi
Città di S. Sepolcro contò, allora il suo Raffael-
lo, comunemente chiamalo Raffaellino del Colle;
piccol luogo ov'ebbe i natali. Si novera fra i di-
scepoli di Raffaello, ma più che ad esso apparten-
ne a Giulio romano. A. s. Sepolcro vi son di lui
vari quadri che il Lanzi annovera minutamente.
Tenue anche scuola a S. Sepolcro, onde uscirono
il Gherardi, ed il Vecchi ed altri, alcuni dei quali
forse lo avanzarono in geRÌo,non però lo pareggia-
rono in grazia, né in finitezza. A^rezzo ebbe in quei
medesimi anni non pochi artefici , ma due senza
più ne ha lodati il Vasari. Gio. Antonio figlio di
Matteo Lappoli fu scolare del Pontormo, ed ami-
co di Perino e del Rosso, coi quali vivutoin To-
scana ed in Roma n'emulò la maniera, e la eser-
citò in quadri da stanza più che in opere da chiesa.
Di Guglielmo da Marcilla lodalo dal Vasari non
5o8 COSTUMI
faccio parola qui percb'' è estero e non tosca-
no (198),
g. 114. Il luogo ed il tempo ci avvertono di
parlare della pittura con vetri variamente colora-
ti e fra lor connessi coi piombi che ne segnano
risentiti contorni. Se ne vedono molti in Arezzo,
diversi dei quali eseguiti là dal IVIarcilla che ne
era professore abilissimo, di cui si vedon vetrate
che emulano le ben composte pitture in tela ed
in tavola. Nel secolo XY Lorenzo Ghiberti bene-
merito in molte arti ampliò ancor questa , e nel
duomo di Firenze fece gli occhi della facciata a
vetri dipinti ^ e similmente nella cupola di quel
tempio magnifico tutti gli occhi furono di sua
mano, eccettuato sol quello dell\4.ssunta, esegui-
to da Donatello. I vetri furono lavorati in Firen-
renze, chiamatovi a taTefifetto un Domenico Livi
nato in Gambassi nel volterrano, che taP arte
aveva appresa ed esercitata allora in Lucca (199X
Il Pastorino senese apprese questuarle e la eserci-
tò egregiamente nella sala regia del Vaticano su
i disegni del Vaga, e nel duomo di Siena (200).
g.iiS. Erano le grottesche venute in moda
dopo IVI orlo dat Feltro e Giovanni da Udine. L^mo
e Tallrc era stato a Firenze , e vi aveva operato ,
specialmente il secondo, che alla famiglia medi-
cea ornò il palazzo e la cappella di s. Lorenza
Da Morto apprese taParte Andrea detto di Cosi-
mo perchè già scolare del Rosselli e cognominato
Feltrini, ovver Feltrino dal più noto maestro.
Esercitò questa invenzione non solo in pareti ,
ma in mobili di legno j in bandiere , in drappi da^
DEI TEMPI EEPUBB. PARTE TITI. So^
feste; capriccioso , e quasi caposcuola di un gu-
sto che da lui ebbe origine, e fu seguitato in Fi-
renze. Le sue fregiature furono più copiose e più
piene che le antiche, e rilevate con alquanto di-
verso ordine,e vi adattava oltiraameute anche le
figure . Ebbe compagni un Mariotto ed un Raf-
faello Mettidoro; né linch' ei visse altro artefice
più volentieri di lui fu adoprato in disegni di fo-
gliature per broccati o per tele, ed in opere di
amena pittura. Valsero anche molto in grottesche
Pier di Cosimo e 'I Bachiacca. (aoi).
J.116, Fidatisi i senesi di poter ottenere buo-
ne pitture da quei della loro scuola , pensarono
di eliminarne i pittori stranieri, coir obbligarli a
pagare alcune tasse, nel caso che dipinger voles-
sero in Siena . Questa misura se giovò agh* artisti
del paese, che ottennero maggior quantità di la-
voro, non giovò alla scuola, che non potette pro-
fittare di quel più che sapevano gli sf ranieri/e così
l'arie non fece progressi in quel tempo, tanto che
dopo aver gareggiato colla scuola fiorentina sul
cadere del secolo XV, si ridusse a non aver me-
glio che le pitture del Capanna con quelle d'altri
artisti di lui non più valenti, tanto che quest'ar-
te in Siena andò in decadenza . La pittura fio-
rentina a quei giorni era ambita a Roma; per al-
tro la rivalità e le vedute politiche non la faceaii
desiderare ai senesi, i quali piuttosto vollero chia-
mare il Perugino con alcuni dei suoi scolari, che
vi dimorarono gran tempo in servizio di due
senesi celebri nella storia , cioè il cardinal Fran-
cesco Piccolomini che indi a poco divenne Pio
44»
5lO COSTUMI
HI, e Pandolfo Pelrucci, quello che per qualche
tempo tiranneggiò la repubblica . Il Piccolomini
Tolendo ornare la sagrestia del duomo con va-
rie storie della vita di Pio II suo zio, invitò a Sie-
na il Pinturiccbio', e questo ancora trasse da Pe-
rugia altri scolari di Pietro, e lo stesso Raffaello
che dicesi facesse i disegni di quelle storico tutti
o in gran parte. II Petrucci , bramando pure di
abbellire il suo palazzo e qualche tempio, si val-
se del Signorelli, del Genga e del Pinturicchio,
richiamati in Siena al principio del secolo XV .
Da indi innanzi la scuola senese cominciò a cor-
rere verso lo stile moderno: il disegno, rimpasto
dei colori , la prospettiva , tutto si perfezionò in
j)Ochi anni. Quattro ingegni vVrano intorno a quel
tempo dispostissimi a qualunque gran riuscita, il
Pacchierotto, il Razzi, il Wecherino, il Peruzzi ed
i pittori forestieri provocarono i senesi ad onesta
gara.
§.117. Eccoci dunque al buon secolo della scuo-
la senese, ed eccone i maestri più degni: Iacopo
Pacchierotto è il più attaccato di tutti alla manie-
ra di Pietro . Del suo stile perugiuesco sono in
Siena parecchi quadri da camera e da altare, e
specialmente uno assai bello nella chiesa di s.
Cristoforo : nei suoi quadri comparisce anche ec-
cellente compositore; par certo che studiasse at-
tentamente Raffaello: tantoglisiaccosta neirarieg-
giare le figure. Giannanlonio Razzi , o sia il cav.
Sodoma, fu^per quanto credesi. di Vercelli in Pie-
monte , ma venuto in Siena assai giovane . Si
nolano tra le sue belle cose le storie di s. Bene-
t)El TEMPI REPUBB. PARTE Vili. 5ll
detto che dipinse intorno al 1 5oa a Monte OlJvelo.
Migliori opere lavorò a Siena, frutto insieme delle
cose osservate in Roma e deiretà più matura. La
santa Caterina da Siena in isvenimento, dipinta a
fresco in una cappella di s. Domenico, è cosa
raffaellesca. Generalmente però è nei suoi dipin-
ti un'aria ed una varietà di teste che non imitò
da veruno, ma per altro avea gran fonchìinento di
disegno^ n''è stato lodato il colorito caldo recato di
Lombardia. Nei molti anni che visse il Sodoma a
Siena dovette far molti allievi.ScoIare del Razzi per
gran tempo e poi aiuto ed in fine anche genero
fu Bartolommeo Neroni ali rimenti detto maestro
Riccio, che mancati i primi quattro sostegni del-
la scuola senese, ne resse il credilo molti anni.
11 suo capo d^opera fu un deposito alle Derelitte
di maniera molto a quella del Razzi conforme .
Altre sue pitture vedonsi per la città ove sembra
imitatore del Vasari nel compartimento delle tin-
te: si sa che fu ottimo prospettivo e particolar-
mente in fatto di scene: fu architetto del pubbli-
co lucchese.
g.i i8. Mecherino,o sia Domenico Beccafumi,si
esercitò da giovinetto a copiar disegni di buoni
artefici, e in imitare le tavole di Pietro Perugino,
la cui maniera tenne dapprimo^ né intieramente
la spogliò mai , notato di secchezza anche nelle
opere del Duomo di Pisa che sono della sua età
matura. Ito a Roma e tornato in patria dopo due
anni si vide forte a competere col Razzi , e se
diam fede al Vasari lo superò,ma non così dicono
a Siena. Sul principio, secondo la placidezza del
Sia COSTUMI
SUO carattere, dipingendo dì uno siile dolce, scel-
se in quel tempo belle arie di teste, e soprattut-
to ripetè molte volte quella di una sua favorita:
lodasi una di lui tavola posta a s. Benedetto degli
Olivetani. L''ullimo annotatore del Vasari prefe-
risce quest'*opera a molte altre di Mecherino , e
duolsi che invaghitosi poi dell'energico del Buo-
narroti deviasse dalla sua prima maniera . E ve-
ramente da che aspirò a comparire più forte, non
di rado parve grossolano nelle sagome, trascura-
to nelle mani e nei piedi, rozzo nelle teste: creb-
begli questo difetto in vecchiaia ^ intanto che le
teste alloradipinte al Vasari stesso parvero visacci.
Lo stile di Mecherino ebbe fine con lui, perciocché
Giorgio da Siena suo allievo dettesi alle grotte-
sche, ed in patria ed in Roma si attenne a Giovan-
ni da Udine. II Giannella o sìa Giovanni da Siena
si distolse presto dalla pittura e la mutò con Tar-
chitettura: Marco da Pino cognominato anch'esso
da Siena fece un misto di più maniere: il Baglioni
ed i cronisti senesi lo dicono educato in Siena
dal Beccafumi, ed il Baldinucci aggiunge dal Pe-
ruzzi.Tutti in somma convengono che la sua mas-
giore abilità la derivasse da Roma, ove da primo
operò con cartoni or del Ricciarelli, or di Perino
e se crediamo al Lomazzo , fu istruito anche dal
Buonarroti.
§.119. Se è lecito seguire la congettura in as-
segnar maestri ai pittori antichi , volentieri da-
rebbesi a Mecherino piuttosto che al Razzi ed al
Peruzzi anco Daniele da Volterra , di cui siam
eerti che nei primi suoi anni studiò a Siena ,
DEI TEMPI REPUBB. PARTE yiil. 5l5
quando i tre ultimi pittori teneano accademia
aperta. Il Peruzzi era tutto di Raffaello : il Razzi
non amava lo stile fiorentino: solo il Beccafumi
ambiva di esser detto fido seguace del Buonarroti:
Baldassarre Peruzzi è uno di quei moltissimi,il cui
inerito non dee misurarsi colla fortuna. Spogliato
nel sacco di Roma d''ogni suo avere , astretto a
vivere ora in Siena, ora in Bologna,ora in Roma
con poco soldo, quando incominciava ad esser
conosciuto, morì con sospetto di veleno, e la sua
morte svelò al mondo la grandezza di questo in-
gegno meglio che la sua vita . Egli per comua
▼one è contato fra i migliori architetti dell' età
sua , e sarebbe anche tenuto un dei primi pittori
se avesse colorito come disegnava , e fosse stato
uguale a sé medesimo ^ ciò che in vita sì trava-
gliala non potè sempre. Dopo che il Peruzzi ebbe
avuto il primo avviamento , non si sa da qual
maestro fin dal tempo d** Alessandro VI, passò a
Koma a perfezionarsi. Conobbe , ammirò , imitò
Raffaello, specialmente in alcune sacre Famiglie.
Molto pure gli si avvicinò con varie opere a fre-
sco , qual'è il giudizio di Paride nel castello di
Belcaro che tiensi per P opera sua migliore : ra-
rissimi sono i suoi quadri a olio. Era maraviglioso
in ornare facciate, dipingendovi architetture finte
che paion vere, di che dette esempi bellissimi in
Siena ed in Roma: qual fosse Baldassarre in grot-
tesche meglio vedesi a Siena che a Roma . Tal
pittura, ch'è sempre parto d'una mente bizzarra,
non potè dispiacere né a Mecherino, né al Sodo-
ma, e Tuno e faltro vi si esercitò con successo,
5i4 COSTUMI
ed il secondo parve nato per idearle,e ad un tempo
per eseguirle con ogni facilità. Cristoforo Rustici
e Giorgio da Siena v"'ebbero pure gran nome^ niu»
no però di questi uguagliò il Peruzzi.
g. lao. Diamo ora qualche notizia de'chiari*
scuri lavorali di pietre commesse che devono la
loro perfezione alla scuola senese,e la devono in
questo periodo di tempo che descriviamo.Già si è
detto che i senesi costruirono in molti anni un
magnifico Duomo. Fra le più belle opere d'arte
che vi si ammirano, addito come unica ed ammi-
iratissima il pavimento della banda delPaltar mag-
giore tutto storiato con fatti del vecchio testa-
mento, adattativi a luogo a luogo fregi e figure
che servono a compartire e a variar con arte tut-
to il gran piano delle storie. Una serie d'artefici
succedutisi con impegno sempre dì migliorare
quel lavoro, Io portò dopo non molti anni ad un
grado che fa stupore. La stessa qualità delle pie-
tre che si cavano nell'agro senese ha agevolata
l'arte che non sarebbe ugualmente facile in ogni
luogo. Ella nacque, siccome ogni altra,da piccoli
e quasi informi principii, Duccio fu il primo ad
ornare quel pavimento, e la parte che ne con-
dusse è tessuta di pietre ove le figure son lavo-
rate col trapano nelle parti, e in tutti i contorni^
secco prodotto dal ooo, ancorché non manchi di
grazia. Quei che continuarono l'opera dopo Duc-
cio non sono ben cogniti. Costoro miglioravano
alquanto Tarte lavorando le figure a grafito e lo
incavo fatto col ferro riempiendo di pece e di al-
tra mistura nera che fu quasi Tabbozzo del chia^
DEI TEMPI BEPUBB. PARTE Vili. 5 l5
roscuro. Succede a questi Matteo di Giovanni e
li superò. Dopo vari altri comparve il Beccafumi,
che ne prosegui l'esecuzione con sempre miglior
metodo. Fu quest'opera quasi il suo passatempo
fino alla vecchiaia, e se lo interruppe per dipin-
gere, non Io abbandonò se non morendo, onde
alcune storie furono poi terminate da altri, e si
crede co^suoi cartoni. Il segreto del colorire i
marmi, non in quella età ma in altra più tarda
fu trovalo in Siena, e il cav. Michelaugiolo Vanni
che ne fu Tinventore, volle anco lasciarne memo-
ria ai posteri. Eresse al cavalier Francesco suo
padre un sepolcro con colonne e fregi e festoni
e putti e con lo stemma della famiglia, il lutto
disegnato in gran pezzo di lastra bianca, ma co-
lorita artifiziosamente in ogni parte come richie-
de la natura delle cose, onde par che sia un com-
messo di diversi marmi. Credesi che i colori si
dassero al marmo con Peslratto di qualche mi-
nerale, perchè penetrano molto addentro: tal se-
greto possedeva fino dal 1640 anche Niccolò Tor-
nioli pittore senese (2.02).
' — m iln
NOTE
(1) dismondi , Compeudio della Storia d'Italia dei
secoli di mezzo, voi. i, cap. i, p. 21. (2) Si sinoudi,
Storia delle repubbliche italiane , voi. viii , cap»
LXin , p. 247. (3) Cicognara , Stoiia della Scultura,
voi. I, lib. Il, cap. III. (4) Grassi, Descrizione «tori-
5l6 COSTUMI
ca ed artistica di Pisa, pari. ii. sez. i. (5) Agincourf^
Storia dell'arte dimostrata coi monumenti, tom. vi,
p. 149. (6) Cicognara cit. lib. ii, CHp. ni, pag. 190.
(7) Grassi cit. part. il, sez. i. (8) Samuelli , Rifles-
sioni sopra i cimiteri cristiani moderni, p. 3. (9) Re-
sini, Descrizione del Camposanto di Pisa. (10) Grassi
cit. voi. Il, sez. I, p. 110. (11) Agincourt cit. voi. ti,
Decadenza dell'Architettura part. i, p. 150. (12) Ivi,
part. Il , Architettura chiamata gotica^ p. 184. (13) A-
gincourt cit. p. 190, 205. (14) Angelucci , Memorie
storiche per servire di guida al forestiere in Arezzo.
(15) Ivi. (16) Gigli ap. Audot, Italia, tom. i, e Guida
della città di Siena. (17) Gigli ap. La Guida di Siena
cit. e Cicognara, Storia della scultura cit. voi. i, Jih.
II, cap. IV. (18) Ridolfi e Tarfiui, Notizie e guida di
Firenze, p. 30. (19) Zuccagni, Atlante geografico fisi-
co-storico della Toscana , tav. xi. (20) Repetti , Di-
zionario geografico fisico storico della Toscana art.
Grosseto. (21 Ivi, art. Massa. (22) Mpzzarosa, Guida
di Lucca p. 58. (23) Audot cit. p. 29. (24) Tempesti,
Antiperistasi pisane^ p. 27. (25) Grassi cit. parte ii,
sezione i. (26) Agincourt citato, voi. vi, p. 119. Indice
delle tavole a p. 239. Stor. dell'arte, sistema gotico,
part. II. Pollini, La metropolitana fior, illustrata, p. 9.
(27) Firenze antica e moderna, voi. ii, p. 38. (28) Ivi.
(29) Vasari, ap. FoUini, La metropolitana fior, illu-
strata cit. (30) Agincourt citato. (31) Agincourt cit.
voi. li, Rinnovamento delFarchitettura parte, v , p.
468. (32) Romani , Lettera MS. all'autore diretta da
Scansano. (33) FoUini , La Metropolitana fior, illu-
strata cit. p. 10. (34) Cicognara cit. voi. i, lib. ii,
cap. V. (35) Ivi. (36) Follini cit. (37 ) Cicognara cit.
voi. I, lib. Il , cap. V. (38) Ivi. (39) Agincourt cit.
voi. 11^ pari, in, p. 310. (40) Ved. stor. ep. iv, co-
stumi part. vili , §. 7. (41) Agincourt cit. voi. v ,
sommario delle tavole, tav. L , N. 2. (42) Ivi , voi.
H, part. ni, Rngionamento deirarchilettura. (43) Ivi,
DEI TEMPI hepubb. parte Vili.' 5 l 7
p. 314. (44) Milizia , Dizionario delle arti del dise-
gno art. Bruneìleschi, (45) Vasari , ap. D'Agincourt
cit. voi. Il, part. IV, p. 473, e voi. v, sommario delle
tavole p. 259. (46) Agincourt. cit. voi. ii , p. 474.
(47) Ivi, p. 351, e 481. (48) Cicognara cit. voi. i ,
lib. II, cap. VII. (49) Agiucourt cit. voi. n, part. iv,
p. 367. (50) Milizia cit. art. Michelangiolo . (51) A-
gincourt cit. p. 374. (52) Firenze antica e moderna
illustrata, voi. iv, cap. xxiv. (53) Milizia cit. (54) A-
gincourt cit. Architettura tav. lx, N. 17, i 8, (55) Ci-
cognara cit. voi. I, lib. Ili, cap. II. (56) Ciampi^ Notizie
inedite della sagrestia pistoiese e de' belli arredi del
camposanto pisano^ lav, ii. (57) Ciampi cit. dissert. i,
pag. 22. (58) Agincourt citalo , voi. ni. Storia della
scultura part. t, p. 181. (59) Cicognara cit. voi. i,iib.
m, cap. II. (60) Ciampi cit. dissert. i, p. 22. (61) Ci-
cognara cit. voi, 1, lib. TU, cap. ii. (62 ì Ivi, lib. ili,
cap. 1. (63) Morrona, Pisa illustrata, voi. i, p. 239
e voi. Ili, p. 4S. (64) Cicognara cit> voi. i, lib. in,
cap. HI. (65) Ivi. (66) Agincourt cit. voi. in, p. 240.
(67) Cicognara cit. (68) Vermiglioli , Le sculture di
Niccola e Giovanni da Pisa e di Arnolfo fiorentino
che ornano la fontana maggiore di Perugia descritte.
«•e. (69) Agincourt cit. voi. in , part. in, pag. 238.
(70) Morrona cit. voi. n. tav. ix, p. 199. (71) Cicogna-
ra cit. voi. 1, lib. m, cap. in. (72) Ivi. (73) Gonnelli,
Monumenti sepolcrali della Toscana, p. 81. (74) Ci-
cognara cit. voi. i, lib. in, cap. iv. (75) Ivi. (76) Ivi,
lib. ni, cap. v. (77) Ivi, lib. iii , cap. vii. (78) Ivi.
(79) Ivi. (80) Vasari, Baldinucci, Cicognara e Morro-
na. (81) Cicognara cit. voJ. i, lib. ni, cap. vn. (82) Ivi.
(83) Ivi. (84) Ivi, lib. in, cap. vni. (85) Ivi, voi. u,
lib. IV , cap. I. (86) Ivi. (87) Ivi , lib. iv, cap. ii.
(88) Ivi. (89) Ivi. (90) Ivi. (91) Ivi. (92) Ivi. (93) Ivi,
voi. Il, lib. IV, cap. ni . (94) Ivi. (95) Serie denli
uomini più illustri nel!' architettura, pittura e scui»
tura, tom. iii. (06) Cicognara cit» (97) Vasari , ap.
St. Tose. Tuta. 9. 45
5l8 COSTUMI
Cicognara cit. voi. ii , lib. iv, cap. IV, pag. 85^ ììo(,
I. (98) Agincourt citato, voi. m, part. iii, pag. 284.
(99) Vasari , ap. Agincourt cit. p. 287 . (100) Serie
degli uomini più illustri cit. tom. 1. (101) Agincourt
cit. voi. Ili, p. 243. (102) Tolomei Guida di Pistoia,
ospedale degl' infermi detto il ceppo. (103) Agincourt
cit. p. 298. (104) Cicognara cit. voi. ii, lib. iVjCap.
v . (105) Ivi . (106) Serie degli uomini celebri cit.
tom. III. (107) Cicognara cit. (108) Agincourt cit. ep.
HI , rinnovamento della scultura nel secolo xvi , p.
314. (109j Firenze antica e moderna illustrata, cit. voi.
VII, cap. xxxii. (110) Cicognara cit. voi. il, lib. v,
cap. II. (111) Ivi. (112) Longino, Dello stile sublime,
volgarizzamento di Anton Francesco dori lez. xxxm.
(113) Borgluni, Il riposo, lib. i , p. 65. (114) Cico-
gnara cit. voi. Il, lib. V, cap. II. (115) Ivi , lib. v,
cap. III. (116). Ivi. (117) Ivi, voi. ii, tavola lxi.
(118) Ivi, lib. V, cap. III. (119) Ivi. (120) Agincourt
cit. voi. III, part, IH, p. 344. (121) Storia fior. voi.
II, pari. I, lib. xiv. (122) Vasari, Vite dei pittori.
Pelli^ Saggio storico della l\. Galleria di Firenze^ voi.
II, p. 11. (123) Cicognara cit. voi. li, lib. v, cap. vii.
(124) Agincourt. cit. voi. m, p. 140. (125) Vasari,
ap. Lanzi, Storia pittorica dell'Italia, voi. i, scuola
fiorentina, epoca i. (126) Milizia, Dizionario delie belle
arti del diseguo art. incisione in rame, e Dechazelle,
Studi sulla storia delle arti, tom. ii, lib. v , p. 365.
(127) Monona, Pisa illustrata cit. voi. i, cap. ii, J.l.
(128) Ved. Storia^ ep. iv, costumi part. vili, J. 31.
e tav. Lxxxviu . (129) Rosini , Storia della pittura
italiana, voi. i, epoca prima, cap. i. (130) Ivi, cap.
V. (131) Ivi, cap. I. (132j Lanzi cit. voi. i, lib. i,
scuola fiorentina. (133) Ivi, voi. i, lib. i, epoca i.
(134; Rosini cit. voi. i, proemio. (135) Trenta, Dis-
sertazioni sullo slato delParchitettura, pittura, ed arti
figurative in rilievo in Lucca nei bassi tempi, dissert.
Il . Sta nelle memoiie e documenti per servire alla
T)E1 TEMPI REPUBB. PARTE vili. SlQ
Storia del ducato di Lucca, tom. vili, p. 26. (136) Lan-
ti citato, voi. I , origini , e primi metodi della pit-
tura risorta j scuola fiorcntiua. (137) Rosirii citato ,
voi. I, cap. I. (138) Ivi, cap. iv . (139) Agincourt
citato^ voi. IV, p. 354. (140)Rosini cit. voi. i, epo-
ca I , cap. I. (141) Ivi , cap. iv . (142) Ivi , cap. v.
(143) Dechazelle, Studi sulla storia delle arti cit. voi.
Ii_, lib. v, pag. 351 . (144) Lanzi citalo, voi. r, epoca r.
(145) Ivi. (146) Rosini citalo, voi. i , introduzione.
(147) Ivi. (148) Lanzi citato, voi. ij lib. i , epoca
1 . (149) Rosini citato , voi. i , epoca i, cap. vn.
(150) Ivi^ voi. II, cap. vili . (151) Ivi. (152) Vasa-
ri, Vita d* Andrea del Sarto, ap. Rosini cit. voi. ii,
cap. VII. (1 53) Rosini cit. (1 54) Ivi. (1 55) Ivi. (1 56) Ivi.
(157) Della Valle, ap. Rosini citato. (158) Ivi, voi. ii,
cap. XI. (159) Ivi. (160) Ivi. (161) Ivi, voi. ii, cap. xii.
(162) Ivi. (163) Ivi. (164) Ivi. (165) Ivi, voi. ii^ par-
te II, cap. XV. (166) Morrona citato , voi. in, pag.
63. (167) Rosiui citalo, voi. ni, cap. xv. (168) Ivi.
(169) Ivi. (170) Ivi, tom. ii , parte ii , cap. xvii .
(171) Ivi, tom. 111^ cap. t. (172) Ved. ^. 73. (173)Ro-
sini citato, tom. in, cap. i. (174) Ivi, (175) Ivi.
Atlante tav. l. (176) Ivi, tom. iii, cap. i. (177) Lan-
zi citato, voi. I, scuola fiorentina, p. 64. (178) Ivi ,
pag. 82. (179) Ivi . (180) Elogi d'uomini illustri to-
scani, tom. II 5 pag. 127. (181) Real Galleria di Fi-
renze illustrata, ser. i^ voi. ni, pag. 118. (182) Lan-
zi citato , voi. I , scuola fiorentina , ep. ii, p. 123.
(183) Amoretti , Memorie storiche di Leonardo da
Vinci, pag. 105. (184) Lanzi citato, ep. n , pag.
127. (185) Dechazelle cit. voi. n, lib. i. (186) Ivi ,
lib. v^ pag. 368. (187) Lanzi cil. p. 133.(188) Ma-
riette , ap. Lanzi citato. (189) Idea del tempio del-
la pittura, pag. 47. (190) Lanzi citato, voi. i, pag.
147. (191) Rosini, Storia della pittura italiana, tav.
ixxvm. (192) Lanzi citalo, p. 154. (195) Ivi, p. 155.
520 COSTUMI
(194) Ivi. (195) Ivi, pag. 164. (196) Ivi, pag. 167,
(197) Ivi, pag. 169. (198) Ivi. (199) Baldinucci, No-
tizie de'professori del disegno da Cimabue in qua ec.
tom. HI, pag. 25. (200) Lanzi citato, pag. 180^
(201) Ivi, pag. 171. (202) Lanzi citato, voi. ly
scuola senese , epoca u , pag. 3i46«
DEI TEMPI REPUBBLICANI Sai
PARTE NONA
SCIENZE
g. I. [farebbe lungo e noioso il trattare partita-
mente di tbtte le scienze che al sorgere delle to-
scane repubbliche con assai profitto studiavansi,
ma vantaggioso riuscirà uno sguardo gettato in
generale su i progressi dello spirito umano, e sul
suo successivo sviluppamento nello studio e nel-
la pratica delle diverse facoltà che allora furono
coltivate. Tre epoche luminose vanta questo no-
stro paese, la prima quando le arti e le lettere fio-
rirono nell'antica Etruria, come abbiamo veduto;
la seconda all'età d'Augusto^la terza si deve nuo-
vamente alla Toscana, in cui le lettere e le arti
ristorate dopo una lunga barbarie, non solo resero
rquella una novella Alene, ma la luce ivi accesa
sì è di là diffusa sul resto delPEuropa, ch"'è in ob-
bligo di riconoscerla prima maestra sulla riva
delTArno. Queste tre epoche, che niun altro po-
polo può vantare, son la più certa prova della
naturale fertilità dei toscani ingegni.
g. a. Varie furono le cause che dopo l'epoca
d^ignoranza risvegliarono i buoni studi. Primo il
cangiamento di governo delle città italiane; risorti
52a COSTUMI
dalla dura oppressione e dairavvilimenfo ih cui
erano giaciuti gli uomini sotto il governo feudale
e ripresa l'energìa dello spirito,cominciarono libe-
ramente ad esercitarla sopra altri oggetti e nel
contendere colle armi e coiringegno contro i lo-
ro oppressori fu posta in azione un'insolita forza
fisica come morale.-in queste scosse politiche lam-
peggiarono delle cognizioni. II. Le città italiane
divennero commercianti; il commercio suppone
i viaggi, la comunicazione con lontani paesi, e
perciò l'acquisto di nuove cognizioni: la storiaci
mostra in eguaglianza di circostanze i popoli com-
xnercianti più istruiti d^gli altri: anzi il traffico
stesso fu di non lieve sussidio alle scienze, poi-
ché le navi che si spedivano^a Costantinopoli, ad
Alessandria ed altrove coi panni e drappi di Fi-
renze, recavano spesse volte in ricambio le ope-
re di Omero, e di Tucidide o di Platone. III. Le
crociate tanto per una parte dannose al genere
«mano, per esser eostale alPEuropa sei milioni
di abitatori, furono per T altra utili, portando
delle cognizioni in Occidente fra noi; oltre di
rhe quei sacri e valorosi guerrieri che ritorna-
-vano il» Italia erano più culti per esser pas-
sati da Costantinopoli, ov'erano ancora i langui-
di avanzi deirantica greca letteratura. IV. I libri
divennero più comuni per l'invenzione della car-
ta^ formata prima di bambagia poi di stracci di
lino: i codici in papiro e in carta pecora già rari
e di un prezzo altissimo per quel mezzo si molti
plìcaronoigT ingegni ebbero accesso ai fonti del
sapere^ e le cognizioni universalmente si accreb-
»El TEMPI ftEPUEB. PAETE iX. 5a5
bero. 4 queste cause che risvegliarono gringegni,
conviene aggiungere in seguito il favore dei prin-
cipi, col quale animando i coltivatori delle lette-
re li stimolarono all'onorevole carriera. Riscossi
per tanto gP ingegni toscani dalla ignoranza,avea-
uo cominciato a far uso delle proprie forze. Si
aprirono degli studi in varie città, alcuni de''quaH
maturati ed eretti alla dignità di privilegiate
università vi trassero una folla di nazionali e di
forestieri, i quali se non attingevano a queste fon-
ti la purità delle dottrine, erano almeno incitati
ad una carriera che dovea poi ricondurli agli
aurei classici esemplari (t).
g. 3. La giurisprudenza fu la prima e la più
coltivata in questi studi nascenti. Finché l'Italia
fu soggetta ai re longobardi, il codice loro legale,
da Rotari e dai successori regi compilato, ne dcK-
vea regolare i giudizi. La parte d'Italia ad essi
non soggetta seguiva le leggi romane, ma corrot-
te. Avevano talora anche i re longobardi e gli
imperatori permesso ad alcune città di usare quel-
la legislazione che a loro piacesse^ il più delle
volte però né queste, né quelle, ma l'arbitraria vo-
lontà del conte o del marchese decideva le liti,
onde somma esser dovea la confusione nella scien-
za legale, perciò dagritaliani popoli posti in liber-
tà la principale e più necessaria facoltà che do-
vette coltivarsi fu la giurisprudenza. Tra le tante
università erette in Ilalin, esisteva nel secolo
XIII in Pisa uno studio composto di giureconsul-
ti e un collegio di arti. Nel tempo medesimo in
Arezzo, in Siena, in Pistoia esistevano dei simili
ÌÈI24 COSTUMI
Studi. Ma se le università di Toscana e pel nume-
ro degli scolari e de'professori cederono alla ce-
lebrità di quella di Bologna, la scienza legale tan-
to coltivata in quella città dovette a Pisa un con-
siderabile incremento per la scoperta delie pan-
dette. La scienza legale e la celebre università di
Bologna durarono a ricevere nuovo lustro dai
professori toscani^ ma pochi giunsero in questo
tempo alla gloria deirA.ccurzio. La legislazione
ecclesiastica ancora ricevette in questi tempi da
un toscano forma ed ordine. Fu esso Graziano
di Chiusi che ridusse in miglior forma la sacra
giurisprudenza, e ordinò in un corpo regolare il
dritto canonico^ spiegò l'oscurità di alcuni cano-
ni, o cercò di conciliarne la contradizione. Pare
che la Toscana fosse destinata a produrre i più
illustri canonisti: ninno certamente nella storia di
questa giurisprudenza è stato giudicato maggiore
di Andrea del Mugello,nè di Lapo da Castiglfonchio,
il quale per venti anni in circa fu professore dello
studio ui Firenze. Tra gli altri canonisti della To-
scana di que'tempi, che troppo lungo sarebbe il
nominarli individualmente, meritano però che si
accennino due celebri pisani teologi, Tuno Ber-
nardo da Pisa, Taltro Pandolfo da Pisa detto an-
che Cardinale Massa (2).
g. 4- 1 tempi barbari de'^quali ci occupiamo,
vantano dei medici sommamente reputati. La me-
dicina d'Italia di questi oscuri secoli se non ebbe
intieramente origine dalla scuola araba, ne trasse
almeno medicamenti e teorìe. Fino dal secolo no-
no tìoriva la scuola salernitana: è incerto a chi
DEI TEM PI EEFUFF. PARTE IX. 5a 5
cfebba la sua nascita. Essa godè gran credito: per
molti secoli sono state faraigliari le regole di sani-
tà di detta scuala in barbari versi latini, ben-
ché molte di esse false e capricciose. Da que-
sti fonti la medicina italiana, e perciò la tosca-
na, ebbe origine. IVIolta celebrità e poca dottrina
è a noi restala dei medici toscani di que** tempi.
Arezzo può mostrarne molli, e prima d'ogni altro
Faricio monaco, illustre nella medicina fino dal
secolo XII. Verso la metà del secolo XIII moltis-
simi medici toscani illustrarono V università di
Bologna: poco innanzi a questo tempo probabil-
mente la medicina si separò dalla chirurgia, e i
suoi professori per siffatta distinzione presero il
nome di medici tìsici (3). Taddeo Alderotti può
nonjinarsi Ira i più celebri medici toscani di quel-
Tetà, poiché egli in medicina introdusse o piut-
tosto rinnovò la teorìa. In questa scienza della
medicina è notabile che il rilrovarsi in ogni seco-
lo dei rispettabili uomini, che rhanno direttamen-
te attaccata, ed un numero anche maggiore che
l'hanno schernita, è una nuova prova almeno del-
la sua incertezza, non essendo avvenuta la stessa
sorte alla fisica, alla matematica e ad altre scien-
ze, che procedono con altri metodi nelle loro ri-
cerche: ed appunto in questa età la medicina ebbe
la disgrazia di trovare per nemico Tuomo più gran-
de che allora vivesse, il celebre Petrarca (4).
g. 5. L'astrologia, che arrogatasi il nome di
scienza, ha la pretenzione di indovinare il futuro,
fu a quel tempo associata quasi indispensabilmen~
te alla medicina, come nel nostro Panatomia^o la
5^6 e 0 S t U M 1
bottanica. Si farebbe gran torlo alla medicina a
confonderle insieme, non avendo altra somiglian-
za talora che negli arditi prognostici,^ che i novizi
nell'arte medica ardiscono pronunziare.X''anzietà
d'indovinare il futuro ha tenuto in credito l'astro-
logia in tutti i tempi, e la fiorentina repubblica,
rinomata per la saviezza dei suoi cittadini, fa-
ceva anch'^essa muover gli eserciti a norma de-
gli astrologi, onde Terrore era universale.
g. 6. La mancanza di metodo neirinvestfgare
i naturali effetli fece progredire così poco gli
antichi nella scienza della natura. In vece d'in-
terrogarla coir osservazione, e coslringerla a ri-
spondere cogli esperimenti, pretendevano dal so-
litario gabinetto indovinarla con sottili ragiona-
menti. Per un lungo tratto di tempo Turaano in-
gegno nella naturale scienza dei secoli fu simile
ad un viandante, che avendo smarrita la stra-
da senza avvedersene, per quanto cammini, non
giunge mai alla meta. L'unica scienza che fosse
con qualche profitto coltivata dagli antichi fu
Tastronomìa, poiché dopo qualche tempo Galileo
fra noi non si occupò semplicemente nelle astrat-
te speculazioni della matematica, ma le applicò
alla fisica con ottimo successo, ciò ch''é special-
mente il segno del talento sublime che vede i
rapporti tra l'astratto e il concreto, e con ingegno-
so metodo sa render feconde verità astratte. Tra
le tenebre che in questi secoli coprivano la filo-
sofia in tutta TEuropa, la sola Toscana getta al-
cune scintille, le quali mostrano già il paese che
do ve a produrre il Galileo. Nel risorgimento delle
DEI TEMPI RÈPUBB. PABTE IX. 527
Scienze i toscani riacquistarono quella del calen*
dario, giacché in s. Maria del Fiore ve n*" esiste
uno dove si distingue con tutta la precisione l'e-
quinozio ecclesiastico dalPastronomico. Il primo
era quello fissato a'tempi del concilio niceno per
la celebrazione della pasqua il dì -ai di marzo, co-
me nel calendario si nota, ma si aggiunge che
r ingresso del sole in Ariete, ch'era il vero e-
quinozio, avveniva nel dì i8 di giugno^ e perchè
non ne resti alcun dubbio si replica lo stesso
dell'equinozio autunnale, mostrando che vi corre
sempre la differenza di tre giorni, e lo stesso no-
tasi dei solstizi. Ora calcolando Tanticipazione de-
gli equinozi su quattro secoli eh' erano scorsi
dalla celebrazione del concilio niceno al tempo
in circa del calendario, si trova che esser dovea
appunto dì tre giorni (5).
g. 7. Un"'altra non piccola gloria della Tosca-
na è Leonardo Fibonacci pisano,il primo introdut-
tore deiralgebra in Europa. Suo padre agente dei
pisani nella dogana di Bugia in Affrica, richiamò il
figlio. Esso non solamente apprese le aritmetiche
operazioni praticate ivi dagli arabi, ma ebbe agio
di perfettamente istruirsene nei lunghi viaggi che
per motivo di commercio fece in Egitto, in Siria,
in Grecia ed altrove. La fabbricazione de" vetri di
figura lenlicolare tino allora ignota, e Tingegnoso
artifizio d'incaslrarveli in due circoli congiunti ed
atti a sospendersi davanti agli occhi deesi al fio-
rentino Salvino degli Armati, sul di cui se[)olcro,
ch'esisteva già in s. Maria Maggiore per testimo-
nianza del 3Iijjliore e di altri, l'iscrizione lo no-
^28 COSTUMI
ininava come inventore degli occhiali. L'inveii*
zione risale circa al ia85 (6). L'età di cui ab-
biarao scorso V istoria scientifica è certamente
un'età d'ignoranza, ma nel tempo stesso per una
bizzarra contradizione è Tela d'^alcune delle più
grandi scoperte, poiché a quella degli occhiali se
ne deve unire una più sorprendente, quella cioè
dei telescopi che ha fatta una nuova rivoluzione
nel cielo. Mutazioni ancor più grandi son nate
dalla invenzione della bussola, pel di cui mezzo si
sono arrischiati gli uomini a nuove navigazioni,
non tentabili senza quello strumento^ e la sco-
perta d'^Àmerica ha mutato la sorte e la ricchezza
delle nazioni (7).
g. 8 . Dove sono stati degli amanti, vi sono
stati dei poeti, poiché volendo costoro espiimere
ì di lor sentimenti rivestiti dei colori della imma-
ginazione e d*" armonia alle belle, facea d^uopo
lasciare la latina lingua a quelle straniere,e poeta-
re in volgare linguaggio: ed ecco di madre amabile
una più amabile figlia. La Toscana sopra tutti gli
altri paesi abbondò nel secolo XIII dei primi col-
tivatori delle muse italiane: aj)pena v'ha città o
castello che non ne vanti alcuno. Folcacchiero,
Mico, Bartolomraeo Baconi, temprarono la rozza
lira in Siena: Gallo o Galletto, Girolamo Terma-
gnino, Pucciandone Martelli in Pisa; Meo Abbrac-
ciavacca in Pistoia: il giudice Ubertino in Arezzo;
Folgore in s.Gemignano:Terino in Castelnorenli-
no: ma ninna cillà ha dato tanto numero di poeti
a quel tempo quanto Firenze. Tutto ciò mostra
quanto le muse italiane fino dal primo lor nascere
DEI TEMPI REPUBB. PABTE IX. Sag
Spirassero con delizioso piacere Paura gentile delle
toscane colline. lu bocca di costoro la volgar poe-
sia ancor bambina balbettava rozzamente. Dante
la condussealTetà del vigore,e mostrò ch'iella pote-
va sollevarsi alla di^aiità della madre. Vi sono tanti
altri poeti dopo Dante o coetanei, ma se si vuol
cercare lo splendore e la gloria deiritaliana poesia,
convien passare al Petrarca. La viva fantasìa e la
dottrina classica di Dante e Petrarca avean perfe-
zionata la lingua poetica italiana. La prosa era più
incolta, ma ancor essa dovette il suo migliore sta-
bilimento ai fiorentini scrittori: V istorica prosa
cominciò da loro. Lasciando da parte alcune vozie
cronacbe.^e fra queste quelle di Pisa e d'altre città, il
più antico storico italiano è Ricordano jMalespini.
Egli scrisse la storia antica fiorentina, la quale,
quantunque rozza di stile, supera in eleganza tut-
to ciò che nello stesso secoloè stato scritto istori-
camente in Italia. Un leggiero avanzamento nella
lingua lo moblra la storia di Dino Compagni: vi
si trova meno rozzezza ed una certa semplicità
che acquista fede a ciò di cui era spettatore. ]\el-
lo stile dp.llo storico Giovanni Villani spesso tro-
vasi precisione, chiarezza e talora un'aurea sem-
plicità: ma il padie del bel dire italiano è Giovan-
ni Boccaccio. 11 Decamerone è l'opera sua capitale:
a lui si deve T invenzione dell'oliava rima che si
è sollevata a nobile sublimità dopo nh'è passata a
costituire il metro dell'epica poesìs. L** applauso
col quale fu ricevuto il Decamerone fece nascere
in seguito molti imitatori assai disuguali all'ori-
ginale. Quello che veramente in Toscana, anzi
St. Tose. Tom. 0. -iC»
53o COSTUMI
uell'Italia intiera, cominciasse a levare le scaglie
più rozze alla Ialina poesìa, fu Arrigo da Setti-
mello.
g. 9. Se i tre grandi uomini Dante , Petrarca
e Boccaccio sono i soli che il culto o non cullo
mondo conosca, anche delle tante loro opere non
sono uscite dall'oblìo che la divina Commedia di
Dante,il Canzoniere del Petrarca, e il Decamerone
del Boccaccio^ queste avanzandosi a traverso i
secoli acquistarono sempre maggiore splendore ,
e colla stessa progressione caddero le altre nella
oscurità. Son forse quelle le sole tre produzioni
d' un merito reale che ci dia l'epoca che abbiamo
percorsa, più felice pei parti deirimmaginazione,
che della ragione (8).
g. 10. A. que** tempi non mancavano le scuole
di musica, giacché un'accademia, forse la prima di
questo genere, fondata erasi in Milano sotto Lo-
dovico Sforza, e Franchino Gafurio n''era il mae-
stro ^ altra se n'era istituita in Bologna sotto la
direzione di un professore spagnuolo (9) . I luc-
chesi pensando al maggior decoro delle chiese e
alPonesto sollievo de'cittadini, presero a stipendio
un monaco inglese famigerato nelParte musicale,
perchè la insegnasse fra loro (10). Ogni restante
della Toscana avrà probabilmente profittato d'una
arte si dilettevole, giacché sentimmo anche nelle
epoche anteriori esercitala le musica fra noi , e
notabilmente perfezionata da Guido Arelino. A.
conferma di ciò si vuole che oltre al nominato
Guido di Arezzo , Leonardo da Vinci inventasse
una specie d'arpa a a4 corde, sulla quale cantava
DEI TEMPI BEPUBB. PARTE IX. 53 1
ilei versi improvvisi, e Gio. Battista Doni la lira
da lui chiamata Barberina per le obbligazioni che
professava ad Urbano Vili. Finahnente fabbrica-
tori d' organi insigni sono stati Onofrio da Cor-
tona verso il 145O3 e Giovanni dagli Organi pra-
tese un secolo dopo. Vincenzo Galilei e Giovali
Battista Doni son quelli che di quest''arte hanno
scritto presso di noi, per lasciare Marco da Gal-
liano ed altri che hanno in pratica dato dei saggi
eccellenti (i i). Secondo il pensare di Diogene la
musica fu sempre grata agli Dei , ed infatti egli
osserva che in tutte le sacre funzioni solcasi far
uso della musica, e da quesf uso costantemente
osservato , conclude esser la melodìa eminente-
mente accetta alla divinità . Aggiunge poi a con-
ferma di ciò lo stesso Diogene, che siccome la
musica era usata nelle funzioni sacre del gentile-
simo colla fiducia di ottener protezione dagli Dei,
cosi era generalmente creduto che la musica fos-
se loro gratissima,e per la di lei dolcezza ne com-
movesse gli animi , e piegasseli ad essere indul-
genti con chi pregavali (12). Questa opinione, in-
valsa e ritenuta da secoli e secoli fra gli uomini,
avrà probabilmente data occasione ai primi cri-
stiani di proseguire la musica nelle sacre loro fun-
zioni , come anche tutt''ora si pratica . Ma la più
forte ragione delPuso d'avere accoppiata la musica
alla sacra liturgia, per quanto leggesi negli svolti
volumi ercolanesi, fu che allorquando il nume-
ro dei musici si aumentò considerabilmente ,
c^uesti suonavano a prezzo componimenti armo-
nici (i3).
53a COSTUMI
NOTE
(1) JLignolli, Storia della Toscana fino al principato,
voi. IV, saggio secondo, pag. 98. (2) Ivi. (3) Sarti e
Fattorini, De claris. part. ii. (4) Pignotti cit. (5) Ivi,
p. 140. (6) Redi, Lettera a Carlo Dati, Manni, Degli
occhiali da naso. lVIontucla,Hist. des mathemat. (7) Pi»
gnotti cit. (8) Ivi, voi. IV, p. 224. (9) Bossi, Storia
d'Italia antica e moderna, voi. xvii, lib.v, cap. xxxii»
(10) Mazzarosa, Storia di Lucca, voi. il, lib. vi, p.
23. (11) Elogi d'uomini illustri toscani, voi. iv, pre-
fazione^ pag. XIII. (12) Diogene ap. Bianco, Epitome
dei volumi ercolanesi, cap. i a ix . (13) Bianco cife*
E DEL TOMO IX.
olnìim:-
TAVOLA SINOTTICA
DELL'EPOCA V
T o m o 9. ^'*'
AVVENIMENTI STORICI
H^ CAPITOLO XLI.
rincipii della decadenza della li-
bertà toscana . . . Pag. 5
a. // Borgia entra in Toscana . » 7
3. Decadenza di potere nella signoria
di Firenze . . . . » 8
4. Presa di Piombino fatta dalle armi
del Borgia . . . «lu^vv'^'^* j^ -^ io
5. Pratiche tenute dal Borgia per tm-
padronirsi di Arezzo . . » 11
6. Conquiste del Fitellozzo nella Fai
di Chiana . . . . » i3
7. Le conquiste del Fitellozzo passate
ai francesi , . . . w »4
8. Proposizioni di un nuo^o governo
46^»
534
fatte dal Salatati. 1 * Pag. i^
g. ^Xarlche di questo governo . » 17
10. Nuo^e discordie tra i P andatici e
Cancellieri . . . » >? 18
1 1. Inutili tentatiiìfi del go^^erno per re-
primere queste fazioni, . » 19
la. Altre politiche misure a tal uopo. „ ao
i3. JVuoi^a riforma di governo in Pi-
stoia 9) 22
14. Azioni di guerra del Melocchi nel
pis'oiese . . . . 55 a3
i5. Crudeltà del talentino . . „ a5
16. // Petrucci discacciato e richiama-
to in Siena . . . . n ^7
17. Nuove ostilità tra i pisani e fiorenti-
ni . . . , . . 55 aS
j 8. / baroni ritornano ai loro feudi. ^ 29
19. Morte del duca di Valentino e di
Pietro dei Medici. . . 5? ivi
ao. Seguito della guerra di Pisa . w 3i
^i,Tentati^;i per deviare VArno da Pi-
sa 5j 3a
aa. Precari vantaggi dei pisani su i fio-
rentini 55 34
a3. Proposizioni del Petrucci rigettate
dai fiorentini . . . » 35
a4. DAhiano disfatto dai fiorentini, „ 36
a 5. I fiorentini levano V assedio da Pisa. 39
a6. Carestìa generale in Italia . » 4 '
*Lj, Lega tra i senesi , lucchesi e geno-
vesi a favore dei pisani . 55 42-
a8. Massimiliano domanda 5oo,ooo du-
535
cali al fiorentini . : . Pag. 44
§. 29. La repubblica pisana prossima alla
sua caduta . . . . w 45
3o. Origine della milizia detta V ordi-
nanza 59 4^
Zi, Risposta dei fiorentini fatta al re
Lodovico . . . . » 47
Sa. Offerte fatte dai fiorentini ai re di
Spagna e di Francia . . j? 49
33. Comunicazioni tra Genova e Pisa
chiuse dai fiorentini . . » 5o
34. Calamità di Pisa . . . » 5a
35. Sua resa ai fiorentini . . w 53
36. Volontario esilio di varie famiglie
pisane » 55
37. Primo esempio d^ infeudazione in
Piombino -, . . . » 56
Note M 5;
.10 ,. .v.ì:i.ov capitolo XLII.
J. I. Sdegno del papa Giuliano II contro
Pier Soderini . . . w ^i
a. Scoperta di una congiura contro il
Soderini . . . . » 63
3. Egli arringa in sua difesa . „ 64
4. Pandolfo P et r ucci ligio al papa, „ 66
5. Dedizione di Montepulciano alla re-
pubblica fiorentina , e morte del
P et r ucci . . . . 5» 67
6. Interdetto dal papa mandato a varie .^
città toscane. . . . » 69
J. 7. Sinistri effetti di qUesf interdetto, P. ji
8* Morte di Iacopo IV signore di Piom-
bino M 72.
9. Vittoria dei francesi sopra la lega
pontificia , . . . » 73
10. Arringa di Giuliano dei Medici alla
dieta per ritornare in patria. „ 74
1 1. Riflessióni del Soderini sullo stato
della famiglia medicea. . ^ 76
12. 1 fiorentini acconsentono al ritorno
dei Medici • . • . „ 79
i3. Dedizione de'' pistoiesi alla legaspa-
gnuola . . . . , w ivi
1^. Sacco di Prato . . . « 80
i5. Dilapidazione usata dagli spagnuo-
li . . . . . .59 8a
i 16. Spavento di Firenze per il sacco di
^ Prato . . . . . «84
17. Deposizione del Soderini. . „ 85
18. Variazione del governo fiorentino. „ 86
1^. I Medici in Firenze. . . •» 88
ao. Consiglio formato in Firenze da''Me-
) dici . ... . 5? 90
Q.1. Conseguenze del ritorno dei Medici
in Firenze . , . . w 9^
ì; aa. Morte di Giulio II e suo carattere.,, 93
a3. Congiura contro Giuliano e Lorenzo
dei Medici scoperta . . w 95
a4. Elezione di Giovanni dei Medici al
papato col nome di Leone X. „ ivi
. a5. Dimostrazioni di gioia della Tosca^
na per la di lui esaltazione.^ e mal'
537
umore dì Slena , , . Pag. 97
5. a6. Maneggi dì Leone X per ingrandir
la sua famiglia . . . 55 99
27. Magnifico ingresso di Leone Xin Fi-
renze . . . . . w 100
2,8. Signorìa di Siena conferita al (Vesco-
vo di Arezzo . . . j? loa
29* Dissensioni tra i Panciatici e Can^
cellieri represse . . . » ivi
3o. Morte di Giuliano del Medici . 55 io4
3i. Fatti d''arme tra Lorenzo de"* Medici
e H duca d'^Urbino . . „ io5
Sa. Congiura d'' Alfonso Petruccl contro
Il papa » 1 06
33. Amhascerìanegata a Lorenzo de'' Me-
dici nel suo ritorno In patria, » 108
34. Morte di Lorenzo . . ; ,> ivi
35. // cardinal Giulio dei Medici man-
dato dal papa a governare Firen-
ze „ 110
56. Esibizioni dé^toscani a Carlo F crea-
to Imperatore . . . » 1 1 1
37. Doni del lucchesi a Carlo V > w n*
Z%, Morte di Leone X . . . w ii3
39. Cause ed effetti di questa m.orte, » 1 14
40. Slmìdazioni del cardinale Giulio dei
Medici per sostenersi nel primato
di Firenze . . . . » 11 5
41. Congiura scoperta contro di esso, „ 117
4a. Origine di sconvolgimenti civili in
Lucca . : ; . . m nB
43. Assassinio del gonfaloniere di Luc^ *
538
CflT. : . . ^ . Pag. 119
J. 44. Conseguenze di questo fatto , « i^t
45. Punizione dei rei di questo operato. laS
46. Carattere e morte di papa Adriano,^ ia5
47. Elezione del cardinal Giulio al pa-
pato.^ col nome di Clemente FU, „ 127
48. Simulazione di Clemente FU rela-
tiva al governo fiorentino . » «29
49. // cardinale Passerini mandato da
Clemente a governare la repubbli-
ca fiorentina, , . . ,5 i3o
50. Il duca d'Albani in Toscana , jj i3 1
5i. / P andatici e Cancellieri di Pistoia
y, in contesa , , . . m i3a
52. Giovanni de'' Medici ferito alla gt^er*
ra di Lombardia . . . „ ivi
53. Magnanimità di Francesco MinutoU
di Lucca . . . . „ i34
54. Discredito di Clemente FU presso i
fiorentini . . . . m i35
55. Timori dei principi italiani per Vin-
1 grandimento dell'imperatore in /-
s talia . . "^ . . . w ivi
f. !56. Fittoria dei senesi sopra al papa ed
i fiorentini , , . . >j i37
57. // Faticano saccheggiato dai colon^
nesi .;...„ i39
58. / senesi ricuperano s^ari deHoro ca^
stelli „ 140
59. Tentativi del Borbone per entrare in
8^ Toscana . . . . „ i4a
60. Trattati di Clemente FU col Borho-
539
ne. : : ! » . Pag. 143
g. 61. Sollevazione del popolo di Firenze.„ 1^5
62. Amnistìa tra queste due parti, „ i^y
63. Conseguenze della suddetta solle^^a-
zione . . . . . j5 148
6^. Sacco di Roma . , . j? i5i
65. Ambizione di Clemente VII a favo-
re della di lui famiglia . « i5a
66. Sdegno dello Strozzi contro Clemen-
te FU , . . . • „ i53
67. Volontaria partenza dei due giova-
ni Medici da Firenze , . ,,155
68. Gioia popolare per la creduta ricu-
perazione della libertà fiorentina. 167
Note „ i58
CAPITOLO XLIII.
g. \. Flagelli della peste in Firenze. „ i65
a. Provvedimenti inutili dei lucchesi
e pistoiesi per evitare questo fila-
gello . . . . . 5> i65
3. Rigori del Bartolini per reprimere i
tumulti in Pistoia . . >? ivi
4. Fatto vituperoso successo in Siena. 166
5. Lega d^ Italia contro V imperatore. „ 167
6. Prove dì capacità per ottenere gli uf-
fici della repubblica . . j? i68
7. Governo fiorentino diviso in due fa-
zioni », 170
8. Demolizione degli stemmi medicei
operata da Dante da Castiglione
54o
e suoi colleghi . . . Pag. lyi
§. ^. Politica religiosa del Capponi, „ lya
10. ammissione deWappello, . „ 174
1 1. Metodo m.esso in opera per riscuo-
tere le tasse', . , . 55 ^75
la. Deposizione del Capponi dal gonfa-
lonierato , . , . w 17^
i3. Istituzione della guardia urbana,^ e
Jortificazioni di Firenze . » 178
14. Sinistri effetti della fiducia dei fio-
rentini <>^erso il re di Francia, „ ivi
l( iB, Intenzioni deW imperatore svelate
aW Alamanni da Andrea Boria. „ 180
1^. Assedio di Napoli . . . ?, 181
?. : 17. Chiusi presa dei Pirro Colonna. „ i83
Note . t » iti
CAPITOLO XLIV.
g. I. Imminente pericolo della fiorentina
repubblica . . . . >? i85
-a. Milizie di Carlo V adunate sul ter-
ritorio fiorentino . . . 55 187
3. Ambascerìa de"" fiorentini a Carlo F. 188
4. Discorso del gonfaloniere Carducci
al popolo fiorentino . . » 189
5. Ordinamento delle milizie fiorenti-
"^ „ 190
6. Capitani di esse . . . ?? 191
7. Approssimazione dei nemici a Fi-
renze M 193
8. Operazioni dei fiorentini per la loro
54 1
difesa . . . . . Pag. 194
9. Speranza delle truppe estere di sac-
cheggiare Firenze . . r 198
10. DOranges ai confini della Toscana.y, 199
11. Presa di Cortona e di Cast iglion fio-
rentino „ aoi
la. Vari altri paesi caduti in mano de-
gVimperiali . . . . „ 202.
ih. Distruzione di ogni cultura intorno
Firenze,, ed imprestito domandato
da Clemente ai lucchesi , » 204.
14. Forze militari dei fiorentini . „ ao6
i5. Fatti d^arme del Ferrucci . ^ 207
16. Sortita defiorentini contro gVimpe-
riali „
17. Gioia dei fiorentini per la morte del
Moroni „
18. I fiorentini abbandonati dai loro al-
leati , , . . . j? 212.
19. Assassinio di Baccio Tonti . w 2i3
20. E sterminio della fazione cancelliera, 21 5
2 1 . Principio deWassedio di Firenze. ^ ^ 1 6
22. Soccorsi negati ai fiorentini dal co-
lonnello Fabbroni, . . » 217
23. // Baglioni eletto capitano generale
dei fiorentini, . . . »? 219
24. Fermezza dei fiorentini per la loro
difesa . . . . . ,? 2,21
26. Sortite de fiorentini contro gVimpe-
riali M 222
a6. Fatti d?arme delV assedio di Firen^
ze » a»4
St, Tose, Tom. 9. 47
209
211
54a
a8.
29.
3o.
3i.
3lL.
33.
34.
35.
36.
Note
Distruzione della citta della d'* Arez-
zo : partenza del Ferrucci per
Volterra e saccheggio d'^Empoli.V.
Assedio di Volterra . . 9,
// Ferrucci a Pisa . . . „
S. Marcello saccheggiato dal Fer-
rucci . . . . . »
Tradimento del Baglioni, , »,
Morte del principe d'Oranges . ^
Morte del Ferrucci e disfatta della
di lui armata . . . „
Costernazione dei fiorentini per tale
infortunio ....»?
// Baglioni deposto dal comando. „
Capitolazione chiesta dai fiorentini
agVimperiali ...»
226
227
229
23 1
232
234
236
237
238
240
24^
COSTUMI
PARTE I.
ALIMENTI ED AGRICOLTURA.
g. I. Lusso nel vitto in principio
di
que-
sf epoca
.
.a45
2. Come e da chi fossero coltivate le
terre di Toscana .
«246
3. Aspetto della campagna ,
« ^47
' 4- Abitazioni rurali .
» ^48
5. Carestìa deli'ò^Q e 47 .
» 249
Note ......
„ 25o
^?>
PARTE II.
VESTIARIO.
§, I. Del f^estiario toscano in principio
delle repubbliche . . . Pag. aSi
a. Monumenti di tal {bestiario . „ 25a
3. Lusso eccessivo introdotto nelle ve-
sti 5j ivi
4. Monumenti di questo lusso . „ a54
^, Leggi per raffrenarlo . . „ a55
6. Leggi suntuarie dello statuto di Voi-
terra „ 257
7. Persone eccettuate da questa pram-
matica ..... „ a58
i, Vantaggi di queste leggi, . 55^59
9. Foggiajrancese negli abiti introdot-
ta in Firenze . . . „ 2,60
\o. Vesti dei coloni . • . 5» 2.61
II. Lusso del svestire conservato in Sie-
na. •....„ ivi
la. Costumi nel vestiario alla fine della
repubblica . . . . , w a6a
i3. Altra foggia di vestire in quel tem-
po n a64
14. Vesti dei cavalieri e militari . „ a66
Note » Ì67
544
PARTE III.
USI DOMESTICI, CIVILI E MILITARI.
g. 1. Carettere dei toscani . . Pag. a68
a. Economìa nel vitto . . . „ aG^
3. Delle nozze . » . . „ a70
4. Particolarità di esse in Volterra. „ a7a
5. Begolamento per le nozze . „ a7Ì
6. f/jo di far la corte alle donne . » a 74
7. Z)ei cicisbei . . . . „ a75
8. Oi'dinamento della milizia . » a 76
9. De/ carroccio e delle masnade. » ^77
IO. Uso delle armatura . . . „ a79
\i. Delle macchine da guerra . „ ivi
la. Di altre macchine belliche . „ a8o
i3. Del cannone .^fucile e trabocchetti, » a8i
1^. Degli armeggiatori , . . » a8a
i5. Z>e/ giuoco del ponte di Pisa . „ a83
16. Del giuoco del calcio di Firenze. » a85
1 7. Del pugillato in Siena
1 8. Dei giuochi di Volterra
19. Dei funerali
ao. Z>/ quei di Volterra .
iTo^e
a86
289
ivi
291
aga
PARTE IT.
LINGUA E LETTERE.
g. I. Risorgimento della lingua italiana. „ a94
545
J. a. Suoi progressi . . . . Pag. 294
^' Formazioni di {^ari dialetti . 53 29 5
4. Origine dello scelto volgare italia-
no . . . . . . „ 296
5. Suo incremento sotto Dante . „ 297
6. Pregi deW idioma toscano . „ ivi
7. Della scrittura . . . „ 298
8. Introduzione della stampa in tosca-
na ,,299
9. Protezione accordata alle lettere. „ 3oo
Note
IVI
PARTE V.
RELIGIONE.
g. 1. Del primo (Vescovo di Firenze. „ 3oa
a. Pace tra la chiesa e fimpero . » 3o3
3, Concilio tenuto in Pisa daW antipa-
pa Vittore III >» 3o4
4. Dei cavalieri templari e spedalieri.n 3oS
5. / toscani alla crociata .
„ 3o6
6. Disciplina ecclesiastica .
w 307
7. Potestà temporale dei vescovi
„ 3o8
8. Origine del monastero detto
degli
Angioli ....
» 3o9
9. Delle cattedrali di Toscana
. . 3ii
10. Ignoranza della religione nel
popo-
lo
„ 3ia
1 1 . Origine dei servi di Maria
. »3i3
1 a. Vegli Olivetani*
. »3i4
i3. Dei Gesuati . . •
. „3.5
47'
646
g. i4. Origine della congregazione di s. Gi-
rolamo di Fiesole, , . Pag. 3i6
i5. Vegli Scopetini . . . „ ivi
16. Degli Zoccolanti . . . „ ivi
17. Della compagnia della Misericordia, 317
18. Sconfitta degli eretici in Firenze. ,, 3i8
19. Soppressione deW ordine dei tem-
pl(^ri „ 319
ao. Abusi degli inquisitori ecclesiastici, 3ao
s.1. Del giubbileo . . . . w 32i
aa. Rilassatezza de'^costumi dopo la pe-
ste del 1348 . . . . „ 3a2
a3. Concilio tenuto in Pisa nel i4o9- w 3a3
a4. Traslazione del medesimo a Siena.„ 3a4
a5. Concilio di Firenze del 1439 . „ ivi
a6. Articoli di quel concilio , , „ 3a5
37. Scioglimento di esso , , „ 3a6
a8. Conciliabolo di Basilea . , „ 3a7
a9. Concilio fiorentino terminato a Ro-
ma „ 3a8
3o. Scisma di Costantinopoli , „ 35'.9
Si. Elezione di Enea Sihio Piccolomi-
ni al pontificato , . . „ 33o
3 a. Conciliabolo aperto in Pisa neWan-
no ib II , , . . „ ivi
33. Tre toscani eletti consecutivamente
al papato . . . . „ 33a
34. Devozione dei toscani -„ . „ 333
Note, ...... ,, ivi
547
PARTE TI.
LEGISLAZIONE E GOVERNO.
I. Degli statuti delle repubbliche tosca-
ne Pag. 335
a. Loro varietà . . . . >? ivi
3. Degli statuti fiorentino e lucchese. ^ 336
/}. Leggi contenute negli statuti . 9
5. Quali siano queste leggi . . ,
6. Leggi suntuarie ed altre . . .
7. Falso regolamento delle imposizio
ni , . . . . . !
8. Nuove regole su tali imposizioni.
Note
337
338
339
340
341
343
PARTE VII.
COMìVIERCIO , NAVIGAZIONE E MONETA.
g. I. Popolazione fiorentina dii^ìsa in ar-
ti,
a. Dei lanifi e li fiorentini
3. Dei lavori di seta .
4. Dell'arte di filare Toro
5. Dei cambisti .
6. DegV imprestiti
7. Lucro dei fiorentini nel commercio.^ 35o
8. Commercio marittimo dei fiorentini. 35 1
9. Loro marina . . . . >» 35a
10. Loro commerciale ricchezza . ,,353
344
345
347
ivi
348
349
54S
g. 1 1. Osservazioni sul loro commercio. P. 354
la. Commercio marittimo dei pisani. „ 355
i3. Arte della seta in Lucca. . „ ivi
i4. Fabbriche di panni in varie parti
della Toscana . . . „ 356
1 5. Commercio di Pisa , Cortona e Vol-
terra „ 357
16. Bel fiorino d^oro , . . ,,358
ij. Suo peso e forma . . . „ 359
18. Varietà delle monete fiorentine. ,> 5 60
i^. Loro alterazione . . . „ 36£
ao. Monete pisane e lucchesi. . ^ 36a
ai. Senesi e chiusine . . , ^363
aa. Aretine ^ 364
a3. Cortonesi e di Volterra . . ,,365
a4. Della moneta pistoiose e piombine-
se ^366
^ote ,,368
PARTE Vili.
ARTI.
g. I. Principio del risorgimento delle bel-
le arti ^^3^0
a. Chiesa di s. Giovanni di Pisa . ,,371
3. Del campanile di Pisa . . „ 37a
4. Epoche della costruzione del campo-
santo di Pisa . . . 5j 374
5. Sua descrizione . . . ,,375
6. Epoca del rinnovellamento deW ar-
.. chitettura . . . . ^ Z^^
549
j. DelV architettura gotica . . Pag. 377
8. DeWarco acuto . . . » 3 78
9. Architettura della cattedrale d? A^
rezzo n 379
10. Di quella di Siena e di santa Trini-
tà di Firenze . . . w 38i
1 1. Costruzioni delle cattedrali di Pra-
to^ Grosseto^Massa marittima e s.
Martino di Lucca. . . ,,383
la. Esempio deWarchitettura gotico-mo-
resca yy 384
i3. Aggiunte al duomo pisano . „ 385
14. Ordinazione per la fabbrica del duo-
mo di Firenze , . . „ 386
i5. Sua descrizione . . . ,,388
16. DeWarchitettura domestica . „ ivi
1 7. Delle torri . . . , „ 390
18. Della Jacciata del duomo e del cam-
panile di Firenze. . . „ Sga
19. Della cupola e sua lanterna . » 3 93
ao. Progressi deWarchitettura . >» 394
%i. Autori di tali progressi . . m 39$
aa. Tempio di s. Lorenzo e santa Croce. 396
a3. Della Badia fiesolana e del palazzo
Pitti M 397
a4. Del palazzo Strozzi e della villa di
Cafaggiolo . . . . ,,399
^,^. Risorgimento deWarchitettura gre-
co-romana . . . . «ivi
a6. Dello stile architettonico di Miche-
l angiolo .... 9 \qo
a7. Principii della scultura nel secolo
55o
Xn Pag. 4oa
J. a8. Velia scuola pisana, . . „ 4^5
29. Risorgimento della scultura per o-
pera di Niccolò pisano , » 4^7
30. Sculture di Gioi^anni pisano . ,, 4^9
3i. P^ ari allievi delle scuola pisana, n ^lo
3a. Origine delle accademie di disegno,^ 4 * *
33. Scultori senesi, , , . » 4^*
34. DeWorificerìa , . . . » 4*4
35. Propagazione della scultura di To"
scana » 4i5
36. Velie sculture di Andrea pisano, » 4*^
37. Baffmamento di quest'arte , » 4*^
38. DelV Or cagna . . . , >j 4*9
39. Artisti toscani del medio e<^o , „ 4ai
40. Luminari della scultura del secolo
XF „42a
^\, Scultori Jìesolani . . . » 4a3
4'i. Sculture di Vonatello , . » 424
43. Altre sue opere . . . „ 4a6
44- *^"^ arte fusoria , , , » 4a^i
45. Suoi seguaci . , . . „ 4^8
46. Altri seguaci di quest'' artefice, „ 43o
47- Opere di Matteo C imitali . . » 43a
48. La^^ori del Ghiberti . . . » 433
49. Velie porte del battistero di Firen-
^e w 434
50. Progresso deW arte fusoria , „ 436
5i. Labori di Giovanni ed Andrea della
Robbia „ 437
f^ 5a. Imitatori di Vonatello e del Ghiberti, 438
53. Opere di Mino da Fiesole e del Fer-
55i
rucci Pag. 439
2» 54. Progresso della tarsia e della da-
maschinerìa . . . . » 44 '
55. Della scultura di Michel angiolo, „ ivi
56. Altre sue sculture . . . „ 44^
57. Meriti di esse . . . . » 444
58. Sculture del Rustici . . „ 44^
59. Del Bandinelli e di altri scultori. » 44?
60. Incisione delle pietre dure . » 449
61. Delle gemme . , , . „ t^bo
62. Delle med<tglie, • . . » 4^*
63. Origine della incisione in rame, „ 4^2i
64- Giudizi sul risorgimento della pit-
tura M 4^^
65. Scuola della pittura in Pisa w ivi
66. La stessa in Siena ed in altre città
toscane, • , . . „ 4^^
67. Origine della scuola fiorentina in
pittura to 456
68. Meriti della scuola senese . » 4^^
Q^. Risorgimento del mosaico . ^ ivi
'jQ. Opere di taC arte , . , » 4^9
71. Autori del risorgimento della scuola
senese .,,,.„ ^60
72.. Dei giotteschi , , , , »? 4^*
yZ. Celebrità delle pitture di Masaccio. 462
74. Origine della compagnia di s. Luca, 4^4
y^. Altri seguaci di Giotto . . » 4^5
76. Opere di vari artisti senesi , „ 4^^
77. Progresso della scuola senese e fio-
rentina ,'^v^%<^W^sò. i^n . „ (J68
78. Smalti di Ugolino di Vierh ' . « 4^9
f>5a
J. 79, Pitture di Andrea Or cagna . Pag. 4^9
80. Suoi discepoli . . . w 47^
81. Pitture del cappellone detto degli
spagnuoli di Firenze • . « 47'
8a. Meriti del Memmie del Gaddi, w 47*
83. Di Stefano fiorentino . : «ivi
84. Pitture di Ambrogio e Pietro Lo-
renzetti . . . . w 47^
85. Decadenza della scuola giottesca. <» 474
86. Suo fine . . , . „ 47^
87. Proseguimento della scuola senese. 476
88. Pittori anteriori a Masaccio, jj 477
89. Pitture di Masolino . . w 479
90. Opere del beato Angelico . »> 4^^
9 1 . Valenzia di Masaccio nella pittura. 4 8a
9^. Z>e/ Lippi e d^altri pittori . „ ivi
93. Altri artisti di minor m.erito. w 4^4
94. Pittori della scuola senese . » ivi
95. Meriti del Ghirlandaio e di altri
pittori w 485
^ 96. Di vari altri artisti . . „ 487
97. Scuola fiorentina . . . » 489
98. Di Leonardo da Vinci . . „ 490
99. Di lui passaggio in Milano . «491
100. Suo stile . . . . w 492-
loi. Di Michelangiolo . . . ?? 498
loa. Sua dottrina neW anatomìa . ?? 494
io3. Suo cartone . . . . ^ 495
104. Suo giudizio universale. . «49^
io5. Di Daniele da Volterra. . „ ivi
106. Opere di fra Bartolommeo da san
Marco ..... ^ 49^
§. 107- Suoi seguaci . . :
io8. DI Andrea del Sarto
109. Sue opere e si^a morte .
II a. Suoi seguaci .
III. Stile del Rosso fiorentino
1 1 a. Di Ridolfo Ghirlandaio e suoi com
pugni ....
1 1 3. Di vari altri pittori toscani
114. Delle pitture in vetro .
1 1 5. Delle pitture in grottesco
116. Pietro perugino ed il Pinturicchio
pittori in Siena
1 1 y. Maestri della scuola senese
1 18. Altri maestri di tale scuola
119. Opere del Peruzzi ,
120. Della pittura in marmo .
Note
PARTE IX.
SCIENZE.
§. I. Stato delle scienze in Toscana, „ 5ai
a. Motivi del risorgimento delle scien-
ze ?j ivi
3. Della giurisprudenza . . 55 ^2.3
4. Della medicina . . . >? 5a4
5. DeW astrologia . . . „ 5a5
6. DeWastronomia ed altre scienze fi-
siche w ^2,6
7. DelValgehra . . » ; w 5^7
8. Della poesia e della storia . « ^^^
.y/. Tose. Tom. 9. '^^
■ag.
5oo
55
5oi
55
5oa
55
5o3
••5
5o4
55
5o5
55
5o6
55
5o8
53
Ilio
ivi
55
509
55
5io
55
5ii
55
Sia
5»
5i4
55
5i5
.S54
g. 9. Celebrità di Dante^ Petrarca e Boc-
caccio Pag. 53o
IO. Della musica . . . . „ ivi
^o'e • . « 53a
tv.
STORIA
DELLA
COMPILATA
eU^' " '
DAL CAV.
FRANCESCO INGHIRAMI
TOMO 10.
POLIGRAFIA FIESOLANA
DAI TOEGIII DELL^AUTOAI
1843
#^ / #^., :i%^:w ms^
II
V^V^i^
Oi 51
STORIA
DELLA
DALL* Aimo 1 530 AL 1737 DOPO G. CR.
IDII VSmiPI GHISIDItCllIt
AiaOTB
i4
<^ f9)
OT
ci t-: 'e fr- f^ -•
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•€'i«P'/s^-i'v •#• Ti- *■-',! -¥? #r ^v;vtì)^ ■Ts ■«■•i-.
(g li; D © lE À I^ 2 ii
EPOCA VI.
è' !• iN t^Ha repubblica di Firenze la casa Medici,
mediante il traffico, siccome narra la storia, acqui-
state aveva tante ricchezze, e per le opere gran-
diose fatte in vantaggio del pubblico s' era tal-
mente distinta, che si conciliò nella mente del
popolo ridea di principe, sicché nel i53i fu creato
capo della repubblica di Firenze Alessandro dei
Medici, a cui fu data per isposa Margherita figlia
naturale di Carlo V. Mancata ad Alessandro la
prole, Cosimo della stessa famiglia, sebbene di
un ramo diverso , ma discendente da Cosimo il
vecchio , ne fu il successore col titolo di duca e
capo della repubblica fiorentina con il suo terri-
torio, finché nel 1669 dal sommo pontefice Pio V
(u dichiarato granduca^ titolo inseguito accordato
alla casa Medici come sovrana di Firenze, e ra-
tificato nel iSyy dall'imperatore Massimiliano II.
Il dominio che Cosimo I ottenne sulla Toscana
estendevasi a quanto eragic» appartenuto alla cadu-
ta liberta fiorentina. Come poi si dilatassero i suoi
^-- -■■ GEOGRAFIA
confini, come altri territori al fiorentino si unis-
sero, come si vedesser sorgere nuove città e su-
bir variazioni, procureremo colla maggior brevità
possibile d* informarne il lettore quanto meglio
il potremo. La carta della Toscana ai tempi dei
Medici, da me tratta dalla celebre opera delle fa-
miglie italiane del sig. conte Litta, ed esposta nel-
l'atlante di quesfopera (a)^ ben ci dimostra qua!
fosse il suo stato sotto iì primitivo comando di
questa real casa , e come il medesimo fosse di-
viso.
g. a. Lo stato fiorentino , nura. i, sotto il re-
gno di Cosimo I aveva sette onorevoli, città forti
per natura e ben munite , le quali erano Pisa ,
VolteiTa, Arezzo, Pistoia , Cortona , Borgo san
Sepolcro e Firenze stessa , la quale aveva ed ha
tutt^ora due fortissimi castelli fatti, più per freno
del popolo, che per difesa di gente straniera. la
diversi altri luoghi di frontiera vi erano tredici
altre foltezze munite e custodite in tempo di bi-
sogno, cioè Empoli, Prato, Livorno, Montecarlo,
s. Casciano, s. Geraignano, Colle, Montepulcia-
no, Poggibonsi, Broglio , Fivizzano, Scarperia e
Castro Caro in Romagna , estendendosi il domi-
nio di Firenze in buona parte di quella provincia.
Oltre a tante città e luoghi forti, trovavasi in esso
stato un numero iniinito di torri e castelli mura-
tii, e popoli di campagna tutti divisi sotto ministri
di giustizia in potesterìe, vicarìe e capitanati^ ma
il capo principale dello stato era Firenze, 'imob li
■''"'la) Ved. tav. CXXXIV.
DEI TEMPI MEDICEI. 7
g. 3. Lo slato senese, num. a, conquistato da
Cosimo I, ed aggiunto al dominio fiorentino nel
i557 , unitamente al marchesato di Gastiglion
della Pescaia, num. 3, ed all'isola del Giglio, nuni.
4, per i quali acquisti fu riconosciuto comune-
mente col titolo di granduca di Toscana , pos-
sedeva centotrentasei luoghi , fra città , castelli
e terre murate, che tutti avevano i loro ufficiali
di giustizia, ed eran divisi in ventisei poteste-
rie , in oUo capitanati , ed il resto vicariati. Le
città che vi si trovavano erano Montalcino,Pien-
za , Massa , Grosseto , Sovana e Chiusi. Vi erano
in oltre nove fortezze d* importanza, cioè IVIonte-
reggioni, iVIontepescali, Rocca di Yald''Orcia, Lu-
cignano, Sarleano, Monticelli, Casole, Radicofani
e Falcou Pellegrino fondato in cima di un mon-
te. Ma la capitale di questo slato era Siena, dalla
quale dipendeva il governo ed i suoi reggimenti
co''iiiagislrati e consigli (i). Il principato di Piom-
bino, num. 5, lungo la costa del senese lo ricevet-
te Cosimo I nel i548 in feudo dall'impero, ma lo
riteune solo dal maggio al luglio delPanno stesso,
poiché ben tosto ne furono rinvestiti gli Appiani,
quiudi nel i625 i Lodovisi e nel 1745 i Buon-
compagni, e comprendeva in terra ferma Popu-
loiiia , Suvereto , Scarlino , Boriano e Follo-
nica (2). L"* isola pure delPElba , num. 6, faceva
parie di questo principato^ ma Portoferraio per
aniiuenza di Carlo V fu distaccato dalla signoria
degli Appiani unitamente ad una parte dol suo
territorio che formò poi la conmnilà di quel-
la leira, e fu couicgualo al grauduca. Otl cauto
g GEOGRAFIA
che ebbe Cosimo Tindicalo possesso nelPisola del-
TElba vi costruì una piazza forte, ed il luogo es-
sendo buono e dilettevole vi furono fabbricate
delle case e delle chiese, dandovi ricetto ad ogni
sorta di persone perchè fosse popolata . Questa
terra, sebbene sia detta Portoferraio, fu intitolata
Cosima o Cosimina (3), e fu poi dichiarata città
da Ferdinando II dei Medici nel i6a5. Per sicu-
rezza dei marinari, e per guardia e difesa di que-p
sta terra e del porlo vi fece costruire in cima di
due monti due castelli fortissimi, chiamati uno
la Stella, Paltro il Falcone; ed attorno all'isola vi
fece molte terre per guardia e difesa della mari-
na(4).
g. 4. Osservando la citata carta geografica dalia
parte del dominio senese s'incontrano i Presidii,
num. 7, vale a dire quel territorio occupato dagli
spagnuoli per trattato del 1 557, e ritenuto da''me-
desimi solto il nome di reali presidii toscani. Or-
betello, Telamone e Portercole furono allora per
questa cagione esclusi con il loro territorio dal
granducato, e fu allora che Orbetello capo luogo
di quei presidii, divenuto la residenza del general
comando di essi prese il nome di città. Da quel-
r epoca in poi fu distinto il territorio fiorentino
dal senese , qualificando il primo col nome di
stato vecchio ed il secondo di stato nuovo. Il ter-
ritorio pure di Pisa, num. 8, presa dai fiorentini
neiranno 1609, di Pistoia, num. 9, assoggettata
dai medesimi nel i33i,di Volterra, num. io, pre-
sa dalle armi imperiali nel 1629, di Arezzo, num.
II j comprato dai fiorentini nel 1336, ed il mar-
DEI TEMPI MEDICEL 9
chesato di santa Maria, nura. la, in accomandigia
de'fiorenlini nel iSga si trovavano tutti uniti sotto
il dominio del granduca Cosimo I: a questi ter-
ritori eran pure uniti quei della Romagna fioren-
tina, num. i3, del Mugello, num. 14, del Casen-
tino, num. i5, tolto ai conti Guidi nel i44o 5 ^*
Livorno, num. 16 , comprato dai fiorentini e di
Pietrasanta, num. 17 conquistata dai medesimi
nel 1484 (5). r nomi di alcuni di questi territori
sono giunti fino a noi, mentre anche al presen-
te si dice il Mugello , il Casentino, la RoraagUvi
toscana ec.
g. 5.Per ordine di Cosimo I fu fabbricala nel
i565 la Terra del Sole, detta anche talvolta C/V^à
del Sole^non molto lungi da !VIodigliana,per guar-
nir meglio i confini del suo stato dalla parte di
Romagna: la fortificò poi nel iSjo , insieme con
Pistoia e la fortezza di s. Martino in Mugello da
esso fatto edificare nel 1569, sospettando di qual-
che rivolta dei senesi (6). Nel i565 fece altresì
edificare la fortezza detta il Sasso di Simone ,
non mollo lungi dal castello di Bagno nella Valle
Traspennina (7) . Sotto il suo regno , cioè nel
i56i, la terra di Montepulciano fu eretta in ve-
scovado e soggetta immediatamente alla santa
sede per le cure del cardinale Giovanni Ricci
Poliziano (8). Acquistò altresì Cosimo nella Lu-
nigiana dai marchesi Malaspina Tex-feudo di Fi-
lattiera (9).
^. g, 6. Il di lui figlio Francesco I acquistò nella
Lunigiana i paesi di Lusolo e di Rico, e quattro
anni dopo il castello di GroppolijFerdinandQ^^gi^
to GEOGRAFIA
i6o4 e iSo6 dagli Orsini le conlee diPiliglianoe
di Sorano, e sotto il suo regno Colle di Val d'El-
sa divenne città: ai tempi di questo granduca fu
edificato nelP Elba il porto Lungone. Cosimo II
accrebbe al granducato la contea di Scansano a-
cquistata nel i6 io dal duca Alessandro Sforza con-
te di santa Fiora, e nel 1616 comprò la contea di
Castellottieri dal conte Sinolfo di Flaminio Ottieri.
Finalmente acquistò dai marchesi Malaspìna Tex-
feudo di Terrarossa in Lunigiana, e sotto il di lui
regno, cioè nel 1622, s. Miniato fu eretto in vesco-
vado col titolo di città, resasi ultimamente celebre
per aver dato i natali all'illustre famiglia dei Bo-
naparte (io).
g. 7.Ferdinando II unì al granducato la contea
di santa Fiora ottenuta dal conte Mario Sforza duca
di Segni. Uni pure al suo stato peracquisto onero-
so fatto da Filippo IV re di Spagna il territorio
di Pontremoli. Mentre egli comandava ai toscani^
la terra di Prato fu eretta a vescovado nel i653.
Sul principio del secolo XVIII Pimperatore dette
il titolo di altezza reale al granduca Cosimo III,
e Tesempio delPimperatore fu imitato dalla corte
pontificia e di Francia. Fino dal 1726 il vescovo
di Lucca fu dichiarato arcivescovo, e nonostante
da secoli innanzi godeva degli onori addetti a que-
st'alto grado come del pallio e di farsi precedere
dalla croce; quantunque però semplice Tescovo
non fu mai soggetto ad alcun metropolitano, ma
solo al papa (11). Sotto il regno di Giangastone,
cioè nel 172,7, fu inalzata la terra di Pescia al
grado di vescovadojC dichiarata città (i a). Vediamo
DEI TEMPI MEDICEI. j i
pertanto che tutte le città , terre e castelli furono
assoggettati ai nominati sovrani, e che per i de-
scritti acquisti vennero ad esser estesi i confini
della Toscana più di quello che furono ai tempi
repubbh'cani, per conoscere i quali io rimando il
lettore alla tav. CXXXV delP atlante di questa
opera, e frattanto io chiuderò il trattalo geogra-
fico colla relazione del bagno di Moutione che fu
celebre ai tempi medicei.
g. 8. Questo bagno presso la città d'Arezzo sul
torrente Castro un miglio distante a maestro di
questa città è di recente costruzione, destinalo
a raccogliere le acque medicinali acidule e fred-
de, le quali sgorgano per trasudamento insieme
col gas da varie fenditure fra gli strati di uno schi-
sto coperto da marna cerulea , nella di cui su-
perficie appariscono in tempi asciutti delle ef-
florescenze saline. Le memorie storiche relative
alla sorgente acidula di Monlione non vanno più
oltre del secolo XVI . Ne parla il celebre Andrea
Cesalpino nel suo trattato De metallicis ^ dov''è
paragonata ad un fortissimo aceto, usata dai vil-
lici deir.ìgro aretino in luogo di vino, dopo aver-
la allungata con acqua pura. L''uso di questi ba-
gni si è trovato da qualche tempo proficuo in vari
casi di malattie cutanee, di piaghe croniche e di
dolori artritici . Esso bagno è situtato in luogo
d''aria costantemente salubre, in favorevole posi-
zione, nel centro di una bellissima vallata, ed ac-
cessibile in ogni lato (i3). Ma più estese notizie
di queste acque termali aretine si hanno dall'eru-
dito signor Fabbroui (i4)'
il GEOGRAFIA DEI TEMPI MEDICEI.
NOTE
(I) JL edeli, Relazione di Firenze, ap. Alberi , Rela-
zioni degli ambasciatori veneti , voi. i, ser. ii . pag.
323 . (2) Santi ^ Viaggio terzo per le due provincie
senesi, voi. Ili, cap. xvi. (3) Fedeli cit. ap. Alberi cil.
voi. i^ ser. II, p. 358. (4) Ivi. (5) Lilla, Nota della fa-
miglia Medici, la carta geografica della Toscana. (6jBu-
sching , \J Italia geografico-slorico-polilica , voi. iv,
parte ii^ pag. 99. (7) Lilla cit. (8) Cantini, Lettere a
diversi illustri soggetti sopra alcune terre e castella di
Toscana, lettera 18. (9) Buschiug cil. (10) Lilla cil.
(II) Mazzarosa , Guida del forestiere per la città di
Lucca (12) Busching cit. (13) Repetti, Dizionario geo-
grafico fisico storico della Toscana, articolo 7J/ort/fO«c.
(14) Storia dell' acqua acidula minerale di Monlione
presso Arezzo.
\'\m m.
AVVENIMENTI STORICI
EPOCA VI.
(&iiip]l![f DILD IPMSDt®^
■o— .
An. 1530 di Q, Cr,
T '
§. I. J-i esaltazione della famiglia fiorentina dei
Medici al trono della Toscana sulle rovine della
repubblica di Firenze, ebbe luogo fino da quando
la città dopo lungo assedio, sottomessa alle armi
coalizzate imperiali e pontificie, si trovò astretta a
prendere quelle forme di reggimento che al me-
diceo pontefice Clemente VII piacque di dar-
le (i). E questo fu che Alessandro de'lVIedlci, poi-
ché si dice che da lui traesse l'origine (a), fosse
principe della repubblica: superiorità che passò con
più esteso dominio nella famiglia discendente dal
celebre Cosimo il seniore, e vi si mantenne fino
all'estinzione di quel ramo, di che vogliamo qui
ragionare.
5. 2. Contenevan pertanto le condizioni della
capitolazione di Firenze (3), stipulate il dì la del
mese d' agosto dell'anno i53o(4), che la forma
Si. Tose, Tom. 10. 2
1^ AVVENIMENTI STORICI JnASZO»
del governo fiorenlinostabUir si dovesse dalla ce-
sarea maestà di Carlo V in quattro raesi di tem-
po, sempre intendendosi olia fosse al popolo con-
servala la libertà: che fosse accordata una gene-
rale amnistìa, senza riserve né per una parte, né
per l'altra, colla restituzione de'' beni confiscati:
che l'esercito degli assedianti uscisse dal dominio
della repubblica: che la città si obbligasse di pagar
le spese delTesercito (ino alla somma di 80000 scu-
di in più rate, e cosi congedarlo: che fossero dati
ostaggi dalla città per sicurezza della esecuzione
de'patti lino al numero di 5o: che Pisa, Voi terra e le
rocche e fortezze loro, come anche quelle di Livor-
no ed altre terre e fortificazioni clferano alPobbe-
dienza dei fiorentini, allora fossero date in potere
del governo,che stabilir doveasi da sua Maestà: che
qualunque cittadino di che grado o condizione si
fosse, volendo, potesse andaread abitare a Roma,
o in qualsivoglia luogo liberamente , e senza es-
ser molestato in conto alcuno, sia nella roba, sia
nella persona: che tutto il dominio e terre dal feli-
cissimo esercito acijuistate dovessero tornare in
potere della città di Firenze: che tanto il papa
quanto i suoi parenti, amici e aderenti dimenticar
dovessero e perdonare tutte le ingiurie in qua-
lunque modo; ed usar dovessero seco loro come
buoni cittadini e fratelli, e sua Santità mostrato
avrebbe, come ha mostrato sempre ogni affezione,
pietà e clemenza verso la sua patria e i di lei cit-
tadini (5).
g. 3. Dall'altra parte promessero sua Santità
e sua Maestà l'osservanza del soprascritto, obbli-
jtnA5òO. DEI TEMPI MEDICEI GAP. I. l5
gandosi don Ferrante Gonzaga generale delle ar-
mi imperiali in suo proprio nome privato di fare
e procurare coireffello che sua Maestà ratificato
avrebbe nel tempo di due mesi quella capitola-
zione; e Barlolommeo Valori commissario apo-
stolico promise anch'* egli in suo proprio nome
che sua Santità ratificato avrebbe in detto tempo
quanto qui fu promesso: che finalmente a tutti i
sudditi di sua Santità e di sua Maestà sì dovea
fare una remissione generale di tulle le pene in
che fossero incorsi per conio di disobbedienza
delPessere stati al servizio della città di Firenze
nella passata guerra, e sarebbersi restituiti a cia-
scuno i beni e la respettiva lor patria (6). Per
parte della repubblica fiorentina furon firmati
questi capitoli dal gonfaloniere Carducci, e da
tutti quei di balìa (7). Così terminò quell'assedio
che incominciato il di 2,9 settembre del 1629 ,
sotto la condotta del principe d"" Oranges per la
parte degli assedianti, e sotto quella di Malate-
sta Baglioni per la parte degli assediati, avea du-
rato fino al di 12 d'agosto del i53o (8), traendo
seco squallida carestia (9) ed estrema penuria di
contanti, per esser (fuella guerra costala alla re-
pubblica un milione e duecentomila ducati (io),
mentre al pontefice Clemente VII, che insieme
con rimporatore Carlo V l'avea promossa e so-
stenuta, produsse l'esaltazione della privata casa
de''lVIedici, alla quale egli ajjparteneva , sulle ro-
vine della libertà di sua patria (11).
I g. 4' Ritiratesi pertanto le truppe imperiali
dal dominio fiorentino, la città rimase a disposizio-
l6 AVVENIMENTI STORICI -^«.1530»
ne del ponletìce,il quale costituì per capo del go-
verno Baccio Valori, col carattere di rappresen-
tante la sua persona, mentre Alessandro de'^Me-
dici, destinato al governo di Firenze, era in quel
tempo in Fiandra alla corte di Carlo V (12). Narrasi
che i capitani della milizia italiana convertirono in
uso proprio gran parte dei denari co'quali pagare si
doveva Tesercito, e ritiraronsi con essi in Firenze,
talché la milizia restata senza capi e senza risorse
n'andò in varie parti dispersa a'danni di questo '
paese, mentre T esercito degli spagnuoli e tede-
schi pagato del tutto, e lasciate vacue le terre del
dominio fiorentino se n'andò in quel di Siena ad
effetto di riordinare quella repubblica. Malatesta
Baglìoni comandante della milizia fiorentina tor-
nò nelPagosto a Perugia sua patria, lasciando li-
bera la città in arbitrio del pontefice (i3), col
quale avea fatto uno speciale segreto accordo
senza fintervento delfimperatore, per cui fu re-
putato un traditore, imputandogli ciascuno la per-
dita de'beni , delle battaglie e della libertà di Fi-
renze (i4).
g. 5. Nel dì ao agosto fu dal Valori occupata
la piazza del palazzo con alcuni soldati corsi (i 5).
Una delle prime operazioni di quel magistrato, la
quale stava apparentemente a salvare la libertà re-
pubblicana, fu di adunare a parlamento i fiorentini
a suono di campana ( e ben dovea esser l'ultimo
quel suono, poiché v^era Tistruzione di Roma di
romperla appena avea servito a questa convoca-
zione ) (16), ma non vi concorse gran numero di
persorie. A.llora la signorìa presentatasi alla rin-
JÌn.i530. DEI TEMPI MEDICEI GAP. I. I7
ghiera del palazzo arringò al popolo per bocca di
Silvestro A-ldobrandini , e domandò se piaceva
„ che si creassero dodici uomini, i quali avessero
tanta autorità e balìa soli, quanta n' avea lutto
insieme lo stesso popolo di Firenze? „ alla qual
domanda fu afiferraativamente risposto sì si^ con
esclamare palle palle^ Medici Medici (17). In
tale adunanza fu dunque eletta una balìa di do-
dici gentiluomini tutti peraltro aderenti al ponte-
fice e a^lledici (18), alla quale conferita di fatto
l'autorità tutta della repubblica, fu commessa la
riforma del governo (19).
g. 6. La balìa, legittimamente eletta dal popo-
lo con forme repubblicane, governò solo Firenze
per più mesi in suo proprio nome, e non già in
Dome de''i\Iedici, né di Carlo V, né del pontefice,
quantunque da questo venissero segrete istru-
zioni per la somma delle decisioni degli affari, che
in questa guisa comparivano staccati dalla capito-
lazione segnata dal Valori a nome del papa, e dal
marchese del Vasto 3 nome delP imperatore. 1-
"vean difatto promesso i due prelodati sovrani li-
bertà ed amnistìa, ma la repubblica o suoi rap-
presentanti erano autorizzati con ogni diritto a
non seguire quei patti , e punire i suoi cittadini
senza che la capitolazione lo potesse impedire(2o).
Ed affinché apparisse la balìa rappresenlar vie-
niaggiormente la repubblica , ad essa fu sug-
gerito che abolito il magistrato di libertà e di pa-
ce (21), ella formasse un corpo assai più nume-
roso depositario della sovranità (22) . I fioren-
tini hanno mostrato d'intendere che non si dava
2^
^g AVVENIMENTI STORICI ^n. 1550.'
libertà sotto il governo de']VIedici,il quale eglino
chiamarono giogo di servitù, ed a ben prendere
la cosa, essi intendevano per libertà lo stato e
governo democratico che avevano, e singolarmen-
te la libera elezione dei loro magistrati (aS). Nel-
l'ottobre una balìa fu eletta di centocinquanta
cittadini che pur s'aerano mostrati devoli della fa-
miglia medicea (24)- 1^^ simulazione allora giunse
a farvi inserire Raifaelle Girolami ultimo gon-
faloniere, il quale s"' era distinto nel governo re-
pubblicano , permettendogli di proseguire nel-
l'uffizio per tutto il mese d' agosto , mancato il
quale indarno si lusingarono i fiorentini che si
dovesse tornare agli antichi ordini di elezio-
ne (26).
g. 7. Stabilita che fu la balìa scrissero una let-
tera al papa, nella quale a nome della repubblica
dicevano,che perriconoscenzade''fanti e grandi be-
nefizi sì spirituali che tempora li ricevuti dalPilIu-
stre casa de'Medici.creavano Alessandro de'Medici
come capo della balìa, e lo abilitavano che potesse,
non ostante qualunque obiezione, esercitare tutti
gli uffici, eziandio il supremo, cioè quello dei si-
gnori in un tempo medesimo , e render partito a
suo piacimento in tutti. !VIa importando soprattut-
to che Tesercilo imperiale partisse dal dominio fio-
rentino, pensarono con Giovanni Corsi, per Io
addietro già fatto gonfaloniere per ordine del papa,
di porre un balzello per ritrarne quella somma alla
quale erasi obbligata la repubblica. Di fatto posta
la mira sopra 100 cittadini de' più potenti ed a-
manti della libertà, li tassarono in mille scudi per
jÌn.1530, DEI TEMPI MEDICEI GAP. I. I^
ciascheduno, e rosi contribuita agli spagnuoli e
tedeschi la dovuta somma, come superiormente
s'è detto^ restò libero Io stato dalle loro continue
ruberìe. Compostesi in una miglior forma le cose,
cominciò a ripopolarsi Firenze da tutti quei cit-
tadini che o per neutralità o per amore alla casa
Medici avevano abbandonala del tutto la patria.
Rimasti i fiorentini in tal maniera più liberi ri-
presero animo ed assoldarono duemila lanzi per
sicurtà loro: ordinò dipoi la balìa per evitare ogni
tumulto che la gioventù ripresi gli abiti cittadine-
schi deponesse le armi (a6).
g. 8. Da quel momento divenuta potente la
fazione de"* palleschi , fu posta da banda l'usata
moderazione. Le due principali condizioni dello
accordo, cioè amnistìa e libertà, nel governo fu-
ron tosto violate: coloro che s' erano dichiarati
amici del libero reggimento, o perirono sul palco
e nelle prigioni, o scampati colla fuga perdettero le
loro sostanze che furon date al fisco. I disordini, le
proscrizioni, le sentenze di morte che apparvero
in quel momento furon tali, che impietosirono
lo stesso Valori , il quale procurò P evasione di
non pochi degli oppressi. Il padre Benedetto da
Foiano predicatore nel passato assedio traspor-
tato a Roma fu fatto perire (27), e nell'ottobre fu
mozzata la testa a Francesco Carducci, a Bernar-
do da Castiglione ed a Iacopo Gherardi, e poco
dopo a Luigi Soderini, e a Giovanni Battista Cel
scoperti già o addebitali di tener pratiche col ne-
mico.Disponeva lutto ciò Baccio Valori come luo^
gotenente del papa; da cui tutte queste commis-
AO AVVENIMENTI STORICI An»i 530.
sioni si partivano (a8). Ma probabilmente colla
morte di soli sei individui si volle incuter timor
nel resto de'^partigiani. Il numero però degli esuli,
dei confinali e chiusi nelle prigioni o fortezze
di Pisa e di Volterra fu grande, e fra questi l'ulti-
mo gonfaloniere fu chiuso nella rocca di Volterra,
indi trasportato in quella di Pisa, dove si trovò
morto. Furono altresì confinati in varie città della
Italia più di 4o giovani della milizia fiorentina, e
poco dopo 100 di quei ch^ebber parte nel passato
governo. In sì aspra guisa furono infranti i san-
ti patti della giurata amnistìa.
§. 9. Non pertanto qualche piccolo dissapore
per tali sciagure nacque fra queMella balìa contro
a Baccio, volendo alcuni governare più a modo
di repubblica, ed altri ridurre ogni cosa sotto il
dispotismo de"' Medici, Le querele furon portate
fino al pontefice, il quale mosso da tali cose ri-
chiamò da quel governo il Valori, e vi mandò Fra
Niccolò della Magna arcivescovo di Capua, unita-
mente ad Alessandro Vitelli amicissimo del papa.
Fu data al Vitelli la guardia della città, e furon
licenziali i lanzi per esser di troppa spesa. L** ar-
civescovo andò a risedere nel palazzo de^Medici,
e cominciò a governar lo stato assieme coi citta-
dini, ponendo il tutto in calma-, imperocché era
questi un uomo accorto, sperimentato e pronto
d'ingegno, onde sodisfacendo a tutti acquietò cia-
scheduno, insinuando universalmente raffezione
alla casa de'Medici: anzi operò in maniera che la
balìa elesse due ambasciatori airimperatore,richie-
dendolo che volesse in ultimo fissare la nuova
Èf/l.lWO. DEI TEMPI MEDICEI CAP. I. 21
forma del governo, ed inviasse alla repubblica
Alessandro de'Medici^ volendo così il papa che i
cittadini chiedessero loro stessi a cesare il suo
nipote per capo e proposto del governo. Furono
eletti Palla Rucellai e Francesco Valori, i quali
portaronsi alla città di Bruselles, ore trovavasi
l'imperatore assieme con Alessandro. Ammessi
costoro air udienza Palla, Rucellai espose umil-
mente le passale contese e l'ingiustizia del po-
polo fiorentino, non tanto contro la casa de'Me-
dici e loro amici, quanto contro sua Maestà , e
chiese di lutto supplichevol perdono: poscia pre-
gollo per commissione de'cittadini a voler deter-
minar la forma della repubblica secondo gli accordi
fatti, rimettendo il tulio alla sua imperiai volon-
tà^ soprattutto mostrossi desideroso a nome del
popolo di avere in Firenze al governo della re-
pubblica Alessandro de' Medici suo genero, col
» qual mezzo sperava la città di vivere quietamen-
te, e mantener la giustizia e la pace (29).
g. 10. Intanto Clemente pure ambiva che Io
stato fiorentino venisse totalmente sotto la pote-
stà di Alessandro, ma non voleva parere che da
lui si partisse questa deliberazione^ perciò richiese
a Tari cittadini de^iù potenti e considerati nella
repubblica, che scrivessero il parer loro circa alla
riforma della città. Ben sapevan essi qual fosse la
intenzione del pontefice-, non volevan peraltro di-
mostrarsi tanto apertamente suoi fautori per non
attrarsi l'indignazione del pubblico. Pure scrisse-
ro alcuni, fra i quali furono Luigi Guicciardini e
Filippo Strozzi^ consigliando il papa nou solo a
■aa àvvEmMENTi STORICI Alt. 1530.
tenere in Firenze uno de^suoi parenti, ma di far-
lo principe assoluto e padrone d''ogni cosa. A.de-
rendo il nontedce alla risoluzione presa dai più
polenti della repubblica, supplicò per lettera lo
imperatore a voler determinare sollecilarflenle la
nuova forma del governo, e guarentire in essa il
suo nipote Alessandro^ movendolo a cercare pron-
tamente da cesare questa risoluzione anche una
impresa che tentò il cardinale Ippolito (3o).
g. II. Fa d'uopo qui Pavvertire, che dopo la
morte di Lorenzo de'^Medici duca dX^rbino, nes-
suno era stato ancor destinato a rappresentare in
Firenze la grandezza di quella casa, a mantener-
vi la consuetudine d'una fazione, ed a tenere in
freno gli amatori della libertà. Pare che Clemente
non amasse di chianrnre alcun discendente di Lo-
renzo fratello del primo CosimO; talché rivolse il
pensiero ai soli maschi restati del suo ramo, cioè
Ippolito ed Alessandro, assoggettatosi a molti
rimproveri, perchè d'ambedue si diceva incerta
l'origine. Stando Ippolito a Roma presso il ponte-
fice, fu spedito nel i5a4 a Firenze, dove la repub-
blica reggendosi a parte de'3Iedici derogò alle con-
suete leggi sulla nascita e suIPetà, e lo abilitò ad
ogni magistratura, sebben fosse d"* età infantile
mentre rappresentava la famiglia de'Medici, per lo
che nulla poteasi discutere dalla repubblica sen-
za consultare questo fanciullo. Terminate le scia-
gure della prigionìa del pontefice, Ippolito andò
a Roma, e quivi nel iBaS fu sul punto di strin-
gere un matrimonio or con Isabella Colonna a
lui proposta dal papa perchè assai ricca, or eoa
Jn.i 530. DEI TEMPI MEDICEI GAP. I. 2.%
Giulia Gonzaga amata da lui. In questo mentre
infermatosi gravemente il pontetìce fu dai parti-
giani de'iM edici persuaso della imperi anza che vi
fosse uno della sua casa nel sacro collegio; e fu
pregato d''allontanare da Ippolito ogni pensiere di
nozze, nominandolo cardinale (3i). II giovine di
malavoglia tì acconsentì, mentr^era bello della
persona, pieno di grazia, d''ingegno e di cultura di
spirito, dedito alle amene lettere, alla musica, al-
la caccia, ai cavalli, circondato da una corte di
trecento persone tutte eulte e di varie nazioni
pei modo che in sua casa parlavansi circa venti
diverse lingue (3a). X tal proposito narrasi, che
ripreso di soverchia dissipazione alimentando gen-
te senza frutto, argutamente rispose , non esser
lui che aveva bisogno di loro , ma bensì loro di
lui (33). Amava la società, dilettavasi della mili-
zia, volentieri accoglieva presso di se gli uominf
celebri in ogni sorla d'arti e di scienze (34). Era
egli peraltro bizzarro ne'suoi costumi, andando
sempre coperlo d''aimi, come si vede tuttora nei
suoi ritratti (35), e quasi sdegnasse la porpora in-
dossavala soltanto alPoccasione di presentarsi in
concistoro. Compiacevasi di comparire in pubbli-
co seguito da etiopi , da numidi, da sagittari tar-
tari e da turclii , la cui varietà di volti, di costu-
mi e di vesti formava una schiera notabile (36):
magnidco e liberale emulava Lorenzo e Leone. Il
lustro di non poche di tali qualilà gettavan om-
bra sopra d'Alessandro che non ne possedeva nes^
suna, e Io inorgoglivano sino a pretender d'esseri
re luì preferito nella primazìa toscana , poi che
ft4 AVVENIMENTI STORICI An* 1530.
abbandouavasi alle tentazioni di vana gloria, non
meno che a-passatempi e ai piaceri.
g. la. Alessandro de'Medici tenevasi figlio di
Lorenzo,non senza peraltro qualche cospetto che
lo fosse di Giulio^ poi giunto al pontificato col
nome di Clemente settimo (Sj). Ebbe Alessandro
nel i5aa da Carlo V col titolo di ducato Civita
di Penna in Abruzzo con altri feudi. Fu tenera-
mente amalo da Clemente in preferenza d'Ippo-
lito^ e spedito nel su(» quindicesim*anno a domi-
nare anch'esso in Firenze, da dove fu scacciato
air occasione che il pontefice fu prigioniere in
Roma, né vi tornò finché pel trattato di Barcello-
na conchiuso nel 1629, non vi potette avere sta-
bile il piede con più grandezza di prima^ di che si
dolsero indarno i fiorentini con ambasciate al-
l'imperatore, adducendo non esser ciò conciliabi-
le cogli ordini civili della lor patria, poiché quante
volte i IVIedici erano stati riammessi nel di lei
seno col patto di vivere come privati cittadini
della repubblica , avevano altrettanto abusato
della indulgenza seco loro usata. Era Alessandro
pien d'attitudine al governo, pronto, perspicace
e di consiglio, ma dissipato, libertino, ed impru-
dente, né formar ci potremo una buona opinione
del di lui cuore, se riflettiamo ai bandi, confi-
sche, decapitazioni e misure tali prese nel tem-
po del suo governo , facendo sollecitamente
scomparire ogni ombra di statuti e di libertà nel-
la sua patria. Amava i giuochi giovanili ed in quelli
era affabile, in amore non soffriva rivali, né usava
riguardf: ma la di lui attività nel governo riten-
'^«.1550. DEI TEMPI MEDICEI CAP. I. aB?
uesi a poco a poco tino a non intervenire altri-
menti ai consigli, poiché si era dato ad una bassa
dissolutezza che lo condusse a cattivo fine (38),
■come a suo luogo diremo.
NOTE
(1) Adriani , Storia dei suoi tempi, lib. i, cap. i.
(2) Litta^ Nota della famiglia Medici, tav. xi. (3) Var-
chi , Storia fiorentina , lib. xi, pag. 428. (4) Guic-
ciardini , Storia d' Italia, lib. xi , pag. 428. Traci,
lat. edit. Pisis de libertate Fiorentiae in append.
documenlor. pag. 99, nuin. 10. (5) Estratto dei ca-
pitoli dell* accordo originale riportato dal Varchi ,
Stor. Cor. cit. (6) Estratto clt. ed Anunirato, Storia
fior. toin. X, parte, ii, lib. xxx. (>) Rastrelli, Storia
d'Alessandro de'Medici primo duca di Firenze scritta
e corredata d'inediti documenti, voi. i, lib. ni, p. 66.
(8) Cantini, Legislazione toscana, voi, l, illustrazio-
ne , pag. 32 . (9) Varchi cit. pag. 430. (10) Bossi ,
Storia d'Italia antica e moderna, voi. xvui , lib. v,
cap. XXXV, 5. I. (11) Litta cit. tav. x. (12) Galluz-
zi. Storia del grandticato di Toscana, voi. i , §. 111
della introduzione. (13) Guicciardini cit. lib. xx, cap.i.
(14) Rastrelli cit. lib. ni, p. 68. (Io) Varchi cit. lib.
XI, an. l330. (16) Bernardo Segni, Storia fior, lib.v,
p. 129. (17) Varchi cit. (18) ivi, lib. x, xi. Segni,
Stona cit. lib. in. Segur, Storia universale, lotn. 166
continuazione, toni, tu, lib. ix, cap. vi , pag. 183.
(19) Pignotti, Storia della Toscana sino al principato,
voi. IX, lib. v, cap. vili. (20) Sismondi, Ilisloire dej
repnhl. ifalitniKs du moyenage , voi. xv , eh. 122.
(21) Kastrelli cit. voi. i, lib. m, p.. 67. (22) V^^
St. Tose. Tom. 10. $
a6 AVVENIMENTI STORICI
cit. lib. XII, p. 317. Cambi, Cronica fior. voi. xxiil,
pag. 81 . (23) Spannagel , iXotizie della vera libertà
fior, parte iij cap. xx , §. 10. (24) Varchi e Cambi
citati . (25) Pigaotti cit. voi. ix , lib. v , cap. vni .
(26) Rastrelli cit. voi. i, lib. iii, p. 68. (27) Varchi
cit. ap. Pigaotti cit. voi. ix, lib. v, cap. vii. (28) Ra-
strelli cit. pag. 69. (29) Ivi, pag. 70. (30) Ivi, p. 71.
(31) Litta cit. tav. x. (32) Jovii, Elog. card. Ippol.
Varchi cit. lib. xv, e Pignotti cit. lib. v, cap. vin .
(33) Bianchini, Dei granduchi della real casa fVledici^
p. xir. (34) Pignotti cit. (35) Inghirami, L'imperiale
e reale palazzo de'Pilli descritto, p. 44, e Litta cit,
(36) Pignotti cit. (37) Cellini, Vita disc stesso, lib.
I, cap. xvin. (3S) Litta cit. tav. xi.
DEI TEMPI MEDICEI. 1']
(QiiipiiiDiLo an^
An, 1530 di G. Cr.
,1,
.1 moto vivissimo delle armi vicino a Luc-
ca, allorquando cadde Firenze in mano de'suoi
aggressori, faceva temere a quella città, che seb-
ben fosse di parte amica, poteva mettere a re-
pentaglio la sua libertà, sapendosi bene che la
legge del più forte è l'utile e non la ragione,o al-
men poteva esporre il paese a dei danni. Final-
mente caduta Firenze e riposti i fiorentini sotto
il mediceo giogo più grave di quel di prima, e
non essendo perciò più necessarie le straniere
soldatesche, se ne partirono poco dopo, e libera-
rono anche Lucca da gravi sollecitudini (i).
§. 2. Eppure quelle sollecitudini tali poi non
erano a petto a quelle che dovean tormentar
Lucca per gravi disordini. Ciò nacque da una di-
scordia intestina prolungata pel corso d'^un anno,
di che son per dar breve contezza. Erano a Lucca
i grandi da qualche tempo in mala vista della mol-
titudine^ per essersi a poco a poco impadrom'tì
del potere, perpetuandoselo fra loro in ogni rin-
novarsi del governo. Forse la caduta dei Poggi,
che o per amore o per interesse sostenevano i
plebei, fu M momento in cui quel naturai genio del
Ì8 AVVENIMENTI STORICI ^n. 1530.
forte per dominar sul debole sr spiegò liberamen-
te. Ali''invidia pel grado si univa contro i grandi
una certa stizza pel possesso degl'impieghi lucro-
si, che solo volean per essi. La superbia del co-
mandare accresciuta allora dalla ignoranza di
quella classe, che tutta era data ai negozi, e di-
spregiava non che ignorava le arti buone, era uà
altro molivo e non de^iù piccoli di dfsgusto.Que-
sti dispiaceri venivano anche fomentati dai mot-
teggi di molti fiorentini, che per isfuggire le stret-
tezze d^un assedio s''eranorefugiali in Lucca. Essi
che amavano un governo largo, non potevano ap-
provare quel di Lucca, il quale avea molto del-
Faristocratico. Scherzavano i fiorentini sul conta
di que'nobili, che nominavano i signori del cer-
chiolino. Diverse altre cose, quantunque casuali,
inasprivano il popolo contro di loro. Lagnavasi
egli del caro vivere, lagnavasi del poco o niun
lavoro iieirarle della seta, allora gran sorgente di
ricchezze in Lucca, e pigliavasela coi governatori,
sebbene non vi avessero colpa, essendo il caro e
la inazione conseguenze naturali deliVltima pro-
pinqua guerra. Ma questo malaiMnio de* singoli
della plebe verso i grandi sarebbe rimasto eerta-
mente inoperóso, perchè disunito, se non gli si
fosse offerto un centro, intorno a cui molte vo-
lontà concorsero. Questo punto di riunione ai
malcontenti soraministrollasenza volerlo il gover-
no stesso (a). Or siccome quanto son per narrare
circa quesf avvenimento spelta air anno i53i,
così ne ditferisco la narrazione dopo quelli che
interessarono la Toscana intorno l'anno i5io...-
^«. 1530. DEI TEMPI MEDICEI GAP, 11. 29
§. 3. Temevano anche i senesi che terminata
la guerra di Firenze dovessero i di lei aggressori
voltar le armi contro di Sifena per formare della
Toscana un intiero principato. Perciò udita la
mutazione dello stato di Firenze, non mancaro-
no di spedire i loro ambasciatori a rallegrarsi col
nuovo duca Alessandro de^Medici, e a tareffetto
deputarono Ambrogio Nuti filosofo, il conte Buou-
signori, e per sodisfare alla convenienza con don
Ferrante messer Lodovico Sergardi. Mentre il
campo imperiale trovavasi tuttavìa intorno a Fi-
renze, da'generali era slato spedilo a Siena un
agente dell'imperatore chiamato donLopes di So-
ria, per trattare Taccordo tra quei che governa-
vano la città e i fuorusciti.Era costui molto accor--
to e sagace, e presto penetrò gli animi dei citta-
dini. E sebben dasse alle speranze loro non altro
che buone parole, in segreto poi s'adoprava per
rimettere in patria e nel governo i fuorusciti. Si
ritrovava intanto colPesercito don Ferrante nel
Valdarno di sopra, dubbioso se portar si dovesse
nel regno di iVapoli, o passare nello stato di SieA
na, per lo che il papa continuamente lo stimolava?
a protegger la causa dei fuorusciti e rimetterli iieN
lo sialo. II generale conoscendo esser tale anche
la mente di sua Maestà-s'indussea condcscendere,
e molto più perchè dai fuorusciti medesimi gli
vennero offerti quindicimila scudi da pagarglisi
in più rate (3).
g. 4. Ma prima eh" ei passasse dal Valdarno
allo stalo senese , avvicinatosi colT esei'cito alla
città d'Arezzo , accaddero dei falli che mi senn*
So AVVENIMENTI STORICI ^«.1530,
brano degni di memoria . Avevano mandalo gli
aretini fino dal maggio del i53o un oratore in
Augusta all'imperatore per deliberare della loro
città, e per intendere qual fosse il voler di Carlo j
e tornato alla fine di luglio riferi esser volontà
di cesare che la città ritornasse sotto il governo
e reggimento di Clemente pontefice, ovver della
illustre casa dei Medici . Mancato in quel tempo
il principe d'Oranges, mediatore valevole tra Tira-
pero e gli aretini, altri di loro osservar volevano
la deliberazione di cesare , altri voleano differire
e deliberare della città alla fine della guerra, altri
finalmente combattendo gettarsi a disposizione del-
la fortuna. Radunati pertanto un buon numero dei
più assennati traVil ladini al palazzo della città, fu
concluso di confidarsi a sua Santità ed alla casa
de\Medici. Ma un partito non meno polente osta-
va, inculcando che si differisse quell'ambasciata
alla venuta del conte Rosso, il quale dovea tor-
nare diìll'esercito.
g. 5. Tornati gli ostaggi ed il conte dopo aver
fermato l'accordo Ira i fiorentini e l'esercito , fu
ordinato nell'agosto del i53o un consiglio pub-
blico per decretare sulla sorte della città. Accadde
in quel mentre che un aretino, più arrogante che
valoroso, entrato con altri in casa del Signorotto
da Montacuto disse non esser conveniente che si
parlasse d^accordo, ma piuttosto aspettar Teserci-
to intorno alla città e combatter con esso. Fu ri-
preso il parlar di costui dal Signorotto, mostran-
do che non si dovea né potea ostare alla volontà
dell'imperatore. Oppostosi a ciò l'audace aretiao fa
jin.i*SZO, DEI TEMPI MEDICEI GAP. II. 3l
dal Sìgnorolto d^un pugnale ferito nel petto y e
dai cittadini astanti spinto fuori di casa. Fermatosi
il ferito per via, gridava che per difesa della libertà
era stato dal Signorotto ferito. Si levò allora tra
la plebe un gran rumore per Taccaduto , corsero
molti al palazzo del Signorotto forzandone le por-
le,e combattendo per modo che il Signorotto coi
suoi celaronsi in una stanza terrena. Per quieta-
re il tumulto i priori della città mandarono a
quella volta lo stendardo del pubblico, e fu quel
segno talmente riverito che la maggior parte del
popolo si discostò dal palazzo del Monlacuto per
seguirlo , e fu concesso inclusive al Signorotto
d^unirsi illeso coi suoi alla plebe, e cosi fu libero,
mentre gridavasi eh' era egli pure persona del
pubblico.
g. 6. Adunato quindi il consìglio della repub-
blica già intimato, ed in quello esposte molte opi-
nioni, fu poi di grande autorità una lettera spe-
dita da Carlo V agraretini,il tenore della quale era
^che render dovessero obbedienza a sua Santità,
dalla quale non mancherebbesi di loro concedere
tutti i favori nel capitolare, accordando loro patti
e privilegi onorevoli e ragionevoli „. Fu dunque
risoluto in consiglio distare a tenor della lettera
ed eleggere quattro oratori da spedirsi a Clemen-
te VII, parliti i quali ebbero la notizia gli aretini
che l'esercito d'intorno a Firenze s^era allontanalo,
e veniva per il Valdarno, come dicevasi (4), a'dan-
ni degli aretini^ lo che fece nascere gran sospetto
e confusione. Non si astennero di scrivere una
lettera di lamento alfimperatore sotto il dì ai di
3^ AVVENIMENTI STORICI ^«.1530.
setlembre, mostrandogli essere ingiusto, che vi-
vendo sotto Tombra sua dovean viver sicuri e non
essere offesi da chi sperar doveano ogni loro difesa.
Frattanto deliberarono fra loro di far quelle prov-
visioni che si richiedevano, secondo le loro forze,
pel salvamento della città . Crearono altri citta-
dini per rispezione della guerra, i quali elessero
per loro comandante il Signorotto da Montacuto^
e fatli nuovi capitani , pagate nuove fanterìe , e
ordinate le guardie intorno alla città, aspetlavan
di vedere quel che Tesercito facesse.Arrivato que-
sfesercito nel contado d'Arezzo nel mese di set-
tembre, alloggiò parte a Quarata castello tre mi-
glia vicino ad Arezzo, parte in altri borghi con
grave danno di quel paese. Era non ostante per-
messo dagli aretini Pingresso nella città ai soldati
delPesercito , non altrimenti che a soldati amici
sarebbesi convenuto. Gli spagnuoli per altro, mes-
sisi una mattina in ordinanza , vennero intorno
alla città con molta artiglieria, e si posero appres-
so intorno alle mura fra la porta ora delta di s.
Clemente e quella di s. Loretino (5).
g. 7. In questo mentre don Ferrante, capitano
allora deiresercito cesareo pontificio, era venuto
a parlare al Signorotto ed a''cittadini deputati per
la guerra fuori della terra, e domandava Tentrala
nella città con alquanti cavalli quasi per diporto.
Ma il popolo sospettando degli spagnuoli postisi
attorno alle mura , ancorché non mostrassero di
voler combattere , cominciò per quel sospetto
a sparare artiglierìe contro di essi, di modoché gli
spagnuoli si misero in fuga, e lasciate le loro arti-
^/1.1530. DEI TEMPI MEDICEI CIP. II. 33
glierje tornarono ai propri alloggiamenti. Frat-
tanto gli oratori essendosi presentati ai piedi del
pontefice e raccomandata la loro città, furono da
sua Santità benignamente accolli, e quanto al ca-
pitolare furono rimessi a Firenze con buone spe-
ranze. Tornati costoro in patria con breve del
pontelice in data del settembre del i53o, oveleg-
gevasi Ja remissione accordala , ed il gradimento
della Santità sua di quella missione, fu dagli are-
tini spedita una commissione di quattro cittadini
a Firenze, con autorità che capitolassero, conve-
nissero e iirmassero fra gli aretini ed i fiorentini
concordemente colla volontà di Clemente ponte-
fice. Venne quindi in Arezzo nelPottobre messer
Giovanni della Stufa cittadino fiorentino e nun-
zio di sua Santità, il quale dagli aretini fu onora-
tamente ricevuto, e datogli il possesso della città
per i signori fiorentini secondo la capitolazione,
e cosi la città pervenne sotto il loro dominio (6).
g. 8. Allora don Ferrante Gonzaga gen(u*a-
le delle armi combinate di Carlo V e Clemente
r\ll, si diresse verso lo stato senese , spingendo
r esercito alla volta di Lucignano della Val di
Chiana , e facendo intendere a quei terrazzani
che alloggicir voleva le sue truppe nella lor terra
gli fu data la negativa. Gli spagnuoli allora s''ac-
costarono alle mura e loro dettero un gagliardo
assalto, ma gli uomini della terra valorosamente'
difendendosi con le armi alla mano di nulla te-
mevano, se non che di notte all'impensata gli
spagnuoli penetrali da una finestra che n^dle mu'^
ra trovarono, fu da essi la terra occupata. e [ìosta
Si. Tose. Tom, 10. 4
34 AVVENIMENTI STORICI ^/t.1530.
a sacco, ma senza spargimento di sangue . Preso
Lucignano , fece intendere don Ferrante ai go-
vernatori della repubblica,che per comandamento
di cesare avea fatta una tal mossa , e voleva al-
loggiare Pesercito nel dominio senese, e perciò
ordinassero patenti alle terre e paesi acciò ri-
cevessero i soldati , altrimenti non si dolessero
se fosser per nascere inconvenienti, e per la sua
residenza disegnava la città di Fienza : ricercava
in oltre che gli spedissero cittadini per negoziare
con essi e stabilire il nuovo modello del reggi-
mento della città, e che i fuorusciti ribelli per cau-
sa di stato venissero rimessi, e restituita loro la
patria, la roba e lo stato^ e li esortava alla solle-
citudine, promettendo loro che accordate le cose
della citta, ritirato avrebbe Tesercito dal dominio
senese. Era grave confusione per la città, essendo
alcuni d** opinione che s" aderisse e si cercasse la
quiete, ed altri pensando che don Ferrante ope-
rasse d''arbilrio, ed a sola insinuazione di chi vo-
lea novità per opera dei fuoruscili. Don Ferrante
fece intendere in oltre per parte dell'imperatore al
duca d'A-inaltì, comandante delle armi senesi, che
non impedisse le di lui risoluzioni,ed apportatore
di tale avviso fu don Lopes, a cui rispose il duca
essere al servizio della repubblica, né volersi colle
cose del governo impacciare. Suggeriva per altro
agii officiali di balia Tobbedienza, ed essi spedirono
commissari per le terre, a ciò ricevessero gli spa-
gnuoli che di già da per loro stessi eransene di
molte impadroniti (7).
g. 9. A Rosia ed a Torri v''andarono due com-
;<//». 1530. DEI TEMPI MEDICEI GAP. II. 35
pagaie di spagnuoli, e perchè non ricevean solle-
citamente le vettovaglie a loro grado, si posero a
predare tutte le messi tino alle porte della città,
non perdonando a quei cittadini nei quali abbat-
tevansi, e facendoli prigionieri. Era la metà del
mese d** ottobre quando gli spagnuoli entrarono
nel dominio senese, sicché trovando i grani non
peranco trasportali lutti nella città, e i vini tutta-
vìa nelle tina^ si dettero a rifinir tutto, lo che fu
di grave danno ai cittadini pei sostentamento deU
Tanno futuro. In tal cirrosi anza le truppe imperiali
fecero molto guasto anche nel territorio di Mon-
tepulciano, per la qual cosa molte famiglie cad-
dero in povertà, alcune per laperdita,ed altre per
la devastazione de** loro beni (8). Agli ambasciai'
lori, venuti a don Ferrante per parte della repub-
blica, manifestò esser mente dell'imperatore, che
tulli i fuorusciti ritornassero alla lor patria, e che
loro fossero restituiti i beni, e quindi si ciccasse un
modello di reggimento a sodisfazione universale
della città, conforme avea già loro signifi* alo don
Lopes. A. ciò fu dai senesi di balia risposto^che non
aveano autorità tanto estesa per adempire quan-
to si domandava, ma che sarebbesi adunato a lai
uopo il sen«'ìto. Prima peraltro delTadilnanza giu-
dicarono opf>orluuo deputare un consiglio di ri-
chiesta di venti per ciascun monte in casa dei
cardinale di Siena , dove fosse intervenuta sua
signoria revt^rendissima, e il duca d^Àmalfi^ per
consultare sulla domanda che venia fatta e sulla
. risoluzione da prendersi. Il cardinale e tutta la con-
. sulta fecer manifestamente vedere come ridon-
36 AVVEISIIMENTI STORICI ^«.1530/
dava in biasimo di tutta la città il tener banditi
tanti cittadini, eia taccia che riportavano i senesi
per le antecedenti novità occorse^ le quali altro
scopo in sostanza non ebbero che toglier la roba
alla fazione dei nove, per ciò detti noveschi. Sic-
ché determinò il congresso che per utile e quie-
te universale del dominio senese, già tutto ormai
caduto nelle mani degli spagnuoli, acconsentirsi
dovesse, che tutti i cittadini fuorusciti per cose
statutarie tornassero a beneplacito nella lor pa-
tria ed al possesso de''loro beni. Benché vi fosse
qualche contrario a tal parere, pure la maggior
parte d*?i congregati convennero in approvare
quella proposizione. Sicché il 17 d^ottobre s\iduuò
il consiglio generale, ove rimase stabilito che i
npveschi tornassero in città a beneplacito, colla
restituzione dei beni e degli onori (9) . Questa
determinazione fu tosto mandata a don Ferrante
che se ne mostrò sodisfatto, ma domandò inoltre
che si dasse principio al modello del nuovo reg^-
gimento della repubblica, e che gli fosser man-
dati ambasciatori con ampie facoltà per Pultima-
zione deir affare. Occorse in questo tempo, ehft
agli li di novembre ad un ora di notte un ter-
remoto gagliardissimo, dei maggiori che da mol-
to tempo indietro si fossero sentiti^ scosse con
tanto rumore la terra e le case che parve tutta la
città esser per subissare^ ma poi fu più il timore
che ì\ danno (:o).
g.io. A.Tea don Lopes fatto cassare la guardia for-
mata da'soldati del dominio senese, della quale era
Bartolommeo Toni il capitano, e ripose in luogo
uin.iÓ^O» DEI TEMPI MEDICEI GAP. II. Zy
di quelli 200 fanti spagnuoli, alla qual mutazione
acconsentì la balia, con mostrare a don Lopes che
avrebber dependuto dai comandi del supremo pa-
lazzo. Furon per tanto eletti i cittadini per la ri-
forma del governo, i quali convennero: che tutti i
ribelli, confinati e fuorusciti per conto di materie di
stato fossero rimessi e potessero a lor beneplacito
ritornare alla città colla restituzione dei beni: che
Tordine dei nove tornasse nel reggimento e restas-
se quadripartito coll'orJine seguente^ cioè, che il
primo luogo dovesse essere occupato dal popolo,
11 secondo dai gentiluomini^ il terzo dai riforma-
tori, il quarto dalla fazione dei novescbi: che il nu-
mero degli ufficiali di balìa dovess'esser di venti
alla ragione di 5 per monte, dove intervenire vi
potesse il capitano del popolo da continuare un
anno: che tulle le forze delle armi della città e
dominio restar dovessero in mano del duca di
Amalfi come capitano genprale della repubblica:
che i beni detti la Marsiliana, Stachìlagi, Scer-
penna, Montaoufo, Montargentario e Tricosto, dei
quali luoghi erane già padrone Pandolfo Petruc-
cì , spettassero al comune di Siena . Gli articoli
così stabiliti furono rimessi al generale delP ìm-
peralore.ìl quale comunicatili ai principali capi dei
Tìoveschi, nVbbe il parer loro,che per quiete della
città sarebbe stato bene Tassentarne il duca di
Amalfi sospetto di parzialità per essere egli del-
l'* ordine [lopolare . Partì in effetto da Siena il
duca d** Amalfi per ordine di Carlo V, ed il suo
posto fu occupato da don Lopes di Sorìa., come
4*
38 AVVENIMENTI STORICI Ali. 1530,
uomo (li sua Maestà che vi rimase con un capita-
no di 400 soldati spagimoli (ii).
g. 1 1. In lai forma consolidato il governo della
repubblica, i cittadini delPordine de'*nove comin-
ciarono a ritornare con tanta baldanza che ben
mostrarono suppriorità sopra gli altri, e particolar-
mente messer Francesco Pelrucci, che fece Ten-
Irata in patria con molto splendore, accompa-
gnato da gran moltitudine di citladini, e visita-
to non come privato, ma come principe del pae-
se. I noveschi molto diversamente dalP interno
comparivano esternamente con parole umani e
cortesi,e particolarmente il Petrucci, protestando-
si che desiderava la quiete della città, essendo
contento di goder la patria e le avite sostanze,
e nel resto essere uguale agli allri^ ma segreta-
mente operava il contrario. Chiedevano essi no-
vesrhi, trovandosi disarmati, che oa lutti gli altri
si togliessero le armi, o a loro pure si concedes-
sero. Don Lopes senza più oltre considerare ciò
che resultarne poteva , propose loro che se ne
volevano le provvedessero. A-Uora i noveschi fe-
cer venire da Firenze molte varietà di armi che
passarono in mezzo alla città acciò fosser vedute
da tutti.Una tal dimostrazione assaidispiacque non
solo ai popolari e ai riformatori, ma inclusive ai
più minuti mercenari. pubblicamente gridando una
tal procedura essere per produrre a danno della
pubblica quiete sollecite sedizioni. Si schermiva
don Lopes con dire che era giovevole averla cit-
tà ben provveduta d'armi. Il capitano Giovanni
^/1.1530. DEI TEMPI MEDICEI GAP. II. 3^
Balt. Borghesi fu quegli che spedi da Firenze le
armi richieste , e insieme con esse venne egli
pure eoa molti armati , disegnando i noveschi,
mediante il di lui soccorso e colle armi alla ma-
no, d'impadronirsi dello slato, ed abbassar Torgo-
glio dei popolari e dei riformatori. Già teneauo
i noveschi in diverse parti della città le guardie,
e premunìvansi per mezzo di spìe d'indagare gli
andamenti degli avversari 5 e nel regolamento
delie milizie si riferivano intieramente al capita-
no Borghesi . assistiti dal consiglio di don Lo-
pes. Tali andamenti recarono grave sospetto nei
popolari e negli amici loro, e deposto ogni timore
si ristrinsero tulli i capi in casa di messer Mario
Bandini per consultare sopra le provvisioni delle
itrmi e de'soldati, e deputarono due accreditati
cittadini acciò tenessero in fede la plebe e T ani-
massero alla difesa (la).
g. 12. Era venutoli tempo della elezione del-
la nuova balìa destinato pel di i5 di dicemhre,
e adunato il consiglio, benché non senza sospet-
to di ciascuna delle parli, si elessero 4 t>er monte,
popolo, gentiluomini, riformatone noveschi. L'or-
dine di questi ultimi si era provveduto d'armi e
di milizie, come s'è detto, sicché determinarono
di porre a rumore la città, della quale occupavano
i posti più ragguardevoli. Non minori eran le ra-
dunate che facevano i popolari in lutti i terzi e
contrade . Condotta dunque la città in si ma-
nifesto pericolo, disegnarono i popolari di levar
rumore sol per vedere come i noveschi trovava n-
si bene armati ed assistiti du milizie, e nello
If^O AVVESIMÉRTI STORICI [^n, 1530.
Stesso tempo far prova inclusive di lor medesimi
e degli amici^ e così dato ordine che dopo cena
tutti si trovassero ai luoghi destinati, ed essendo
giunta già Torà, alle quattro della notte penetrato-
si dai noveschi roi'dine della sollevazione corse-
ro frettolosi a tutte le case del loro partito , gri-
dando aW arme air arme perchè son pronti i
nemici. Queste voci furono cagione che più pre-
sto i popolari ed i riformatori sallasser fuori , e
facendosene nuovi, domandavano ciò che fosse
queiriraprovviso rumore. Volea sapere anche don
Lopes d'onde tal sussurro nascesse, ma dalle con-
fuse ed ambigue risposte ottenute nulla potette
saperne , sicché ordinò che tutti posasser le ar-
mi e nessun si movesse sotto pena della indi-
gnazione di sua Maestà imperiale , ma in quel
momento non fu obbedito. Gli armati delfuno e
deir altro partito fingendosi ignari sulP origine
delTaccaduto si visitarono scambievolmente per
conoscere i preparativi delTaltacco, e salutatisi a
vicenda finsero di tornarsene tranquilli alle case
loro, quasi che l'accaduto non fosse stato che un
falso allarme (i3).
g. i3. Il capitano Borghesi vide sulP istante
che Poste nemica era situata in maniera che po-
tè vasi facilmente porre in mezzo de'suoi, é farne
completa strage. Ma il Petrucci e"l Pini di cuore
più mansueti non vollero acconsentire, stimando
esser bastante Io stare sulle difese, ed in tal gui-
sa vincere senza spargimento di sangue. Vedendo
il Borghesi essergli tolta di mano la vittoria, dis-
se in collera: „ voi non volete vincere^ e v^espo-
^Jln.i'iZO. DElTEMPlMEDICElCAP.il. 4*
nele a capitar male , ed io non mi ci voglio tro-
vare , 5, e in così dire partì con molti dei suoi
amici alla volta di Firenze , né mai più capitò in
Siena. Cagionò disturbo la partenza di quel capi-
tano alTordine dei nove non solo per essere egli
valente d'^ingegno e reputazione, ma per la priva-
zione di molli soldati veterani che avea condotti
e che tutti se n'andarono, e così fu sopita quella
si mal preparata sollevazione (i^).
§. 14. Il generale don Ferrante Gonzaga, cre-
dendo avere accomodate le cose di Siena, inviò
Fesercito fuori del dominio, e fu detto che i no-
veschi gli sborsaron parte di quella somma che
avean convenuto di dargli. Avea già la maggior
parte delT esercito passato il ponte a Vallano ,
quando bisognò che tornasse indietro per un im-
provviso accidente. Levatosi nella città di Siena
un impetuoso vento fece cadere alcune impan-
nate di carta in una strada detta il chiasso lar-
go, le quali cagionarono perquotendo in terra un
fracasso assai grande^ e per sì lieve cagione e pet
le voci degli artigiani e pel fuggire d' alcuni , si
suscilò un gran tumulto per la città, giacché stan-
do lutti in un contìnuo sospetto, ciascuna delle
parti vegliava provveduta ed armata. II primo a
saltar fuori a quello strepito fu Bartolommeo Pe-
Irucci, e tosto venne alle mani con Francesco
Tommasi, che allora teneva la parte popolare ben-
ché fosse delPordine dei nove. Per tale acci<lente
lutto il popolo prese le armi ed animosamente
venne al cimento. In tutte le parti della città si
battevano i due partiti , ma soccombevano i n<^
4S( AVVENIMENTI STORICI ^/1.1530.
veschi,sicchè venula loro addosso numerosa squa-
dra di popolari si posero in fuga. Fu per allro re-
plìcataraente fatto intendere a messer Francesco
Pelrucci che accorresse colle sue genti a soccor-
rerli, ma ei non volle in conto alcuno lasciare il
posto che occupava, o fosse perch'avea promesso
a don Lopes che per esso mai sarebbesi venuto
alle mani, o perchè vedeva il partito dei popolani
troppo bene assistito dalla plebe, pensò a rinchiu-
dersi in casa. Già il partito dei popolari volea por
mano alle uccisioni, e molto più volentieri nella
roba dei noveschi, quando alcuni cittadini de*più
autorevoli faltiglisi incontro frenarono alquanto
la furia del popolo, perciocché mostrarono che il
Petrucci avea deposte le armi, le quali avea tolte
non per offendere alcuno , ma per difender sé
stesso, e che bastava aver vinto. Fu difficile a fre-
nare si arrabbiata moltitudine sitibonda di sangue^
ma più ancora della roba altrui. !VIa pure da alcuni
cittadini rimaser calmati gli animi dei capi, che sì
contentarono per fruito della vittoria spogliar
tutto r ordine dei nove di quelle armi che con
tanto fasto e tanta baldanza avean fatto venire di
Firenze (i5).
g. i5. Tali furono le cagioni che astrinsero
don Ferrante a tornare colPesercito nel dominio
senese (i6), perchè ragguagliato da don Lopes del
fatto seguito, e significatogli essere i popolari ar-
mati e vittoriosi, ed i noveschi sbaragliati e pri-
vati delle armi , non rimaneva per essi bastante
sicurezza per tenerli salvi. L** esercito cesareo a
tale avviso voltò subito indietro, e don Ferrante
^n.i530. DEI TEMPI MEDICEI CAP. II. 4^
con tutta la corte si appressò alla città e fermossi
a Cuna. Appena giunlovi fece intendere, sotto la
disgrazia dell'imperatore, che si gastigassero colo-
ro che erano stati Torigine del tumulto, e volea
che si restituissero le armi e la roba ch'era stata
tolta ai noveschi, domandando che si trovassero
maniere acciò tutti i cittadini potessero vivere
pacificamente. All'arrivo di don Ferrante a Cuna
la maggior parte dei principali noveschì usciron
da Siena e colà si portarono, dolendosi di ciò che
era accaduto, dimostrando essere stati innocenti,
e rhe per non aver voluto combattere, loro erano
state tolte le armi, la roba , e ad alcuni la vita .
Don Lopes intanto dissimulando dimostrava, che
i popolari avessero ragione, ma uscito dalla città
si portò anch'egli aCuna,e parlando con don Fer-
rante l'informò altrimenti, descrivendo i popolari
inquieti, sediziosi ed anelanti del sangue e della
roba de'^cittadini più qualificati ed innocenti affer-
mava non essere onore né d'esso, né molto meno
di sua Maestà imperiale il comportarli e lasciarli
impuniti ^ e si dichiarò non voler più tornare in
Siena se non vedeva maggior sicurtà che pel pas-
sato. Il generale don Ferrante fece allora inten-
dere che se non convenivano i senesi in quello
ch'ei progettava, comandalo avrebbe che T eser-
cito si accostasse alle mura della città (17). ^'^i^**
g. 16 . Gli ulBciali della balia di Siena manÀ'
darono ambasciatori con doni a Cuna, acciò mo^'
strassero al comandante imperiale non essersi
fatta novità nessuna, e se la città era venuta alle
mani, i uovescbi n'erano stali la c;iusa perchè pri-
^ rrJkTVENIMENTI STORICI ^/l.1530.
mi avean suscitata la sollevazione , ma che non
di meno era stato loro perdonato e solamente tol-
te loro le armi, e mantenuti nel reggimento della
repubblica, e volendo poteano tornare nella città
e dimorarvi con sicurezza, purché si fossero di-
mostrati uguali agli altri e non superiori, poiché
protestavano i senesi di non volere una tal su-
periorità tollerare. Don Ferrante ormai preve-
nuto in contrario dai noveschi a da don Lopes
non volle ascoltar giustitìcazioni e discolpe dalla
parte dei popolari, e congedando gli ambasciatori
con pungenti parole e minacce , se ne risentì
Mario Bandini figlio d*" una sorella del cardinal
Piccolomini , residente allora per ambasciatore
delia repubblica presso rimperalore,ed in presen-
za di don Ferrante ebbe il coraggio d"* incolpar
don Lopes dell'accaduto. Il Gonzaga udita l'au-
dacia del Bandini ritennelo in forze con Achille
Salvi detto il Mattana andato col Bandini a Cu-
na .Intesa a Siena la cattura del Bandini e del
Salvi, s'armò la moltitudine per ordine del senato
e della balia , e fece intendere a don Ferrante
che volesse lasciare in libertà i ritenuti cittadini,
perchè nulla più sperar poteva dalia cit(à,essendo
tutti risoluti di mantenere le condizioni e la for-
ma del governo già stabilita e nulla più. Don Fer-
rante veduta l'intrepidezza della città lascici sol-
dati in balia di sé stessi perchè depredassero e
devastassero quanto volevano a grado loro per le
campagne, e minacciava inclusive di venir colTe-
serciio sotto le mura per darle il guasto. I gover-
natori della città nulla temevano, anche perché
^«.1531. DEI TEMPI MEDICEI CAP. II. 4^
sapevano che da cesare non aveva tale autorità ,
e che in breve doveva partire per V Austria mi-
nacciata dai turchi" e seppero intanto che il mur-
chese del Vasto venir doveva al comando in luo-
go di don Ferrante. La prossima venuta di quel
marchese pose ardire nella truppa senese per mo-
do, che i soldati spagnuoli si ridussero a tale che
dal timore pochi ne uscivano a foraggiare. Al
Bandirli riuscì di t'uggire dalla torre di Cuna e
tornarsene in Siena, e don Ferrajite intesa la fu-
ga del Band ini, recatasela a vergogna, per coprire
un tal disordine licenziò anche il Salvi, Pub-
blicata finalmente la venuta del marchese del Va-
sto e la partenza di don Ferrante per ordine su-
premo, la città ne provò gran contento, ed allora
cessarono i discorsi circa la sicurezza dei nove-
schi (i8).
g. 17. Ora tornando alie cose di Lucca, per
cui si disse essersi palesati colà de' malconten-
ti (19), è da dire, che reclamavasi nel senato di
quella città sugli abusi introdotti nell'arte della
seta, per cui fu data cura il i3 gennaio del i53i
ad alcuni cittadini di suggerire i modi per toglier-
li di mezzo. Il metodo che non molto dopo fu pro-
posto e sancito versava intorno a proibizioni e
restrizioni, che alteravano le consuetudini ed in-
ceppavano la minuta industria. Ma potrebbe so-
spettarsi che il vero oggel to della legge fosse stato
rutilila di molli che avean parte nel governo, e
non già la pubblica prosperità^ giacché sappiamo
come allora i der.arosi esercitavano la mercatura
inlorno alle cose di sela. Ora con quei nuovi or-
Sl. Tose, Tom, 10. 5
46 AVVEDIMENTI STORICI j4n. 153l\
dilli essi venivano a scemare la concorrenza in-
terna, a concenlrare quel Iraflìco pressoché nelle
inani loro.ed a farsi a poco a poco padroni di tutto
quel lavorio. Che che sia di ciò non era quello il
momento da toccare un tasto sì delicato. Simili
leggi son tollerate quando i popoli son quieti, vi-
vono agiatamente e non han l'abito di sindacare
le azioni di chi li regge. Infatti appena T accen-
nata provvisione fu nota, che la serie numerosis-
sima dei tessitori di seta uscì fuori in lamenti e
in imprecazioni, fn mezzo a questa conciliazione
d''animi arriva il dì ultimo d'aprile, quando in
luogo di cantare e festeggiare Tentrata del mese
rìdente, com''era \a consuetudine, vidersi adunali
più di aoo tessitori tutti variamente armati, che
procedendo in ordine militare, a cassa battente, e
sotto la insegua d'un drappo nero stracciato^ vagò
per la città e nei contorni. I governanti lucche-
si, lungi dal fare di quella sommossa il dovuto
conto, scherzarono col chiamarla risoluzione de-
gli straccioni per quelPinsegna lacera che avea-
110, ed anche per la qualità delle persone. Il giorno
seguente una folla di questi artieri, ch^eran mol-
tiisimi per esservi allora in Lucca oltre a tremila
telai in azione, si unì la mattina dopo nei chiostri
del convento di s. Francesco per discorrer del
modo di levarsi il carico dell'odiata legge. Un cer-
to Matteo Yannelli tessitore anch'esso, uomo lo-
quace ed accorto, propose il domandarsi ai signori
che fossero almen temperati quei capitoli in cui
essi vedevano l'estrema loro rovina. Il gonfalonie-
re ch'era Martino Cenami accolse benignameale ia
"Ari, 1 531 . I>E1 TEMPI MEDICEI CAP. II. 4?
supplica, e promise d''assisterla presso il senato,
ma riprese la turba del fallo movimento, che
dava a sospeltaredi voler per forza quello che do-
veasi cercare per grazia. Le ullime parole del gon-
faloniere ruminate dopo dai tessitori, li misero
in molto timore circa Toperato, e perciò pensaro-
no ch'era bene ingrossare il numero dei malcon-
tenti quanto potevasi affine di mettersi al coperto
dal rigore della giustizia. l?fel di seguente che fu
il a di maggio si accrebbe il numero della molti-
tudine ammulinata, a pacificar la quale si mandò
dal governo una deputazione di qviattro onorati
cittadini con assicurare della grazia e prometter
perdono. Insisteva il Minutoli, un de' quattro,
perchè quella turba manifestasse alla libera i suoi
desìderii , e confidasse nel senato che avrebbe
consolati tulli senza tener conto alcuno degli er-
rori commessi. Si udì un frastuono di mille voci
chiedendo chi una cosa e chi un'altra, ma in fine
la calma parve ristabilita, per aver saputo quei
quattro ottimi cittadini ispirar la fiducia nella
moltitudine, sicché ognuno tornossene alla pro-
pria casa. Convocato il consiglio maggiore nello
slesso giorno vi fu cassata la legge ricusata, e fu
assicurato un pieno perdono agli attori dei fatto
motivo (20),
g. 18. I tessitori posavano a quesfatto, se non
che alcuni qgiati popolani s'ingegnarono di far lo-
ro vedere quanto fosse incerta la fede del senato.
M Svanito il timore, essi dicevano, che ha fatto
cosi operare quel corpo composto di nobili nemici
foslri, si vendicherà a mille doppi della strappala
48 AVVENIMENTI STORICI jin. 153K
condiscendenza. Chiedete ora che pofete sempre
farvi valere: chiedete che vi si allarghi il governo,
procacciale che motti del popolo segganonei con-
sigli, e allora la causa vostra non pericolerà giam-
mai. „ Era Tambizione propria e non lo zelo de'sc'-
taìoliche stimolava quei popolani a porre in campo
una tal domanda, ma la malizia non fu scoperta.
Piacque il pensiero agli aiiigiani, e piacque an-
che al volgo in generale. Ogni di la cosa prendeva
più piede, e s''andò tanto innanzi che il aS dello
stesso maggio fii forzata Tautorità per reffelto di
un popolar tumulto a convenire nei seguenti ca-
pitoli; si accresca il numero dei senatori da no-
vanta a cento venti: non più di tre per famiglia
ed arme possano insieme trovarsi in consiglio:
nessuno abbia oltre a due offici. Per lo stesso ia-
pulso i trenta nuovi senatori si presero tra le
creature del popolo: un nuovo perdono fu ban-
dito e si sperò tranquillità. Ma invano spera vasi,
giacché le impunità sviluppano le discordie, noa
le frenano pel disprezzo in cui cade la giustizia.
I più audaci fra la plebaglia, e specialmente i gio-
vani cominciarono a fare il piacer loro senza verun
ritegno, e dalle bravale presto si passò alle ferite
ed agli omicidii. La corte stessa che a tali violen-
ze voleasi opporre, fu attaccata da que'ribaldicbe
ammazzarono pai^cchi famigli.Più volte si sussur-
rò ed a vicenda si perdonò, poiché la paura e fa
fazion popolare avean preso il disopra. Anzi usci
fuori un general perdono che sanava ogni scel-
leratezza: e si giunse fino a minacciar di multa
coloro che disapprovavano sì bestiale indulgenzav
"An. 1531. DEI TEMPI MEDICEI GAP. ir. 49
È vero che poco dopo, vale a dire nelPagosto, ve-
dendo esser necessario un freno a tanto disordi-
ne, i senatori convennero che si vietasse di por-
tar armi e si assoldassero a guardia del palazzo
cento fanti. Ma il male era troppo inoltrato per
isperare che la volontà del governo sarebbe ri-
spettala, e così fu revocato il divieto delle armi,
e Tammissione de"'cento fanti sospesa e poi riti-
rata. Se allora crescesse sempre più la baldanza
dei sediziosi non è da domandare. Si chiese e si
ottenne che il consiglio dei 36 fosse esteso a 5^,
e che le borse dei collegi fossero arse dopo Pe-
strazione di quello delPultimo bimestre delPanno,
facendo nel seguito nuova imborsazione: che si
concedesse un egual perdono per ogni delitto
lanche per quello di lesa maestà: ciò accadde il
- 3o d'Agosto. A di 26 di settembre si vollero altre
concessioni che favorivano un governo largo,
cioè che non più di cinque cittadini d''un arme o
d' una consorterìa potessero essere imborsati
anziani in uno stesso comizio, da durare lim-
iborsazione per tre anni*, che i senatori stessero
'in carica un anno e vacassero per Tallro, e
parimente che in ogni ofiicio di onore fosse
sempre qualcuno dell'arte minore. E per avere
più facilmente il piacer loro avevano i sediziosi
trovalo questo modo d'^andare in folla armati di
buoni pugnali nella corte del palazzo, quando il
consiglio stava convocalo: con lutto ciò nuova-
mente si venne ai perdoni. >Ia quello che risve-
gliava Pira in vece della compassione è ch<* il so-
5o AVTENIMENTI STORIOI jin.i5^i,
lo delitto non condonato in questo perdono si fu
l'uccisione falla di un tal plebeo caro alla fazione
popolare.
g. 19. A calmare i lumulli ostinati che or più
or raen caldi continuamente regnavano, una spe-
ranza tuttavìa era in molliche la religione esser
ne dovesse un mezzo efficace. Si volle dunque
provar questa via per ottener la pace desiderata.
Con un generale digiuno fu fatta una processio-
ne devotissima, portando in giro con gran pompa
e corpi di santi ed immagini molto venerate,men-
ire i sacri oratori predicavano dai pergami pace,
unione e carità. L'augusta cerimonia e que^santi
ragionamenti mitigarono gli sdegni, ma non gli
Tinsero, perchè troppo era indurato il cuore dei
sediziosi. JXon ostante siccome la maggior parte
del popolo non sentiva più con essi per esser ri-
buttata da tante scelleratezze, andavasi più a ri-
lento nelTusar violenze e soperchierìe. Parve che
TI riuscisserojgiacche entrati in carica Tanno dopo
i nuovi senatori giuraronsi pace scambievole. In
quei giorni di speciale espiazione che precede la
Pasqua molli e molti di que''cittadini detter segni
di compunzione, e l'armonìa durò senz'alterazio-
ne fino alla metà della domenica in ^/to, giorno
in cui fu sempre solilo di festeggiarsi dai lucchesi
la libertà loro concessa da Carlo IV. Era il solen-
ne sacrifizio di quella festa già celebrato, già la
processione cominciava ad uscir fuori della chie-
sa, quando un tal giovine dei peggiori tra i sedi-
ziosi, che stava là fuori, vedendo a caso tra la
Alt. 1531. DEITEMPIMEDICEICAP.il. 5r
folla un camaiorese sospetto alla sua parte, grida
al traditore^ e gii si avventa coirarme nuda per
dargli (ai).
g. 20. Nasce subito un gran bisbiglio, e tutta
la città si solleva e ridestansi i sopiti sdegni. II dì
seguente convocato il senato ordina che si posi-
no le armi e si arrestino i rei^ma il comando non
fu rispettalo. Fu insultato Martino Bonvisi per-
chè sospetto d'erigersi in tiranno di Lucca e sep-
pe difendersi, e dagli amici protetto si rifugiò ad
una sua villa detta Monte s. Quirico. Era la città
in grave disordine quando per sedarla furon chia-
mali a consiglio i capi delle famiglie. Il gonfalo-
niere della repubblica Gio. Battista Nobili suggerì
rigore contro i rei, poiché la clemenza usata era
stala nociva. Il Micheli disse lo stesso chieden-
do che si armasse la giustizia onde i rei fosser
puniti. Piacque ai buoni il partito da prendersi, e
furono armali paesani e stranieri. Intanto la turba
insorta commetteva le più enormi sciagure, ma
aperte le porte^agli armati che eran fuori, capita-
nati dal Buonvisi, ed unitisi con quei di dentro dfl
loro partito, batterono i sediziosi in tal modo che
li costrinsero ad una precipitosa fuga: coii per
loro mezzo fu dissipato il tumulto. Molli dei capi
furono o decapitati o in altra guisa puniti, e cosi
terminò quella ribellione (aa). I lucchesi che tino
da secoli antichi hanno sempre passala buona ar^
monia co'^senesi, spedirono a Siena un loro am-
basciatore clre^pose il felice successo della di lui
repubblica per averne scacciali alcuni turbatori
della pace di quella ciltà, e cosi aver ricuperala
Sa ATVENIMENTI STORICI Jn, 1531.
Tanlica libertà, sirchè domandavano che in Sie-
na e suo dominio non venissero ricellati gli esuli
dichiarali dalla medesima repubblica (a3).
g. ai. Clemente Yll che riponeva ogni fidu-
cia nello zelo dei caporali dtella fazione trion-
fante di Firenze, per rispetto alle sodisfazioni,
ben si avvisava che questi non sarebbero poi u-
gualmente proclivi ad eseguire i suoi ulteriori di-
segni ed a mutare la costituzione della loro patria
per darla in assoluta signoria ad uno dei suoi ni-
poti. Egli aveva perciò mandato Alessandro dei
Medici in Germania ed in Fiandra alla corte di
Carlo V, per sollecitare Timperatore a regolare il
governo di Firenze a norma delle facoltà conferi-
tegli dalla capitolazione. Sebbene Pimperatore a-
vesse promessa in isposa ad Alessandro una sua
figliuola naturale , egli non sodisfacea tuttavia
alP impazienza del papa (a4)- Sollecitato adun-
que dal pontefice Alessandro de"* Medici per so-
spetto d'Ippolito, entrò in Toscana e si ritirò per
tema di peste nella città di Prato (a5). Ai 3 di lu-
glio dell'anno i53i giunse in Firenze il ministro
napoletano Muscettola ambasciatore e commis-
sario cesareo colla bolla del decreto imperiale
sulla sorte di Firenze, e subitamente portossi a
Prato in traccia del nuovo principe. Dopo due
giorni fece magnifico ingresso in Firenze Ales-
sandro dei Medici {a) sulla sera, accompagnato da
graii numero di cittadini usciti dalla città perin-
(a) Ved. lav. CXXXVI, N. 1. y:?i:y %nm
:^rt. 1531. DElTEMPlMEDIcfelCAP.il. 53
contrarlo, e recalosi al palazzo de' Medici fu vi-
sitato dalle più distinte persone.
g. 2 2. La mattina seguente,che fu il dì ^ di lu-
glio delPanno stesso,si portò in formalità al palazzo
del pubblico in compagnia del commissariò im-
periale e del nunzio apostolico, con gran seguito
di cittadini e moltitudine di popolo che gridava
palle ^ Medici^ <^Wa. La signorìa che insieme coi
magistrali aspetlavalo nella gran sala che è detta
dei aoo, andò loro incontro fnioalla scala. Salito
quindi il IVIusceltola in una elevala residenza, do-
ve aveva .alla dritta il duca, alla sinistra il gonfa-
loniere ed altri assistenti all'intorno, e colla bolla
imperiale spiegata in mano (2,6) ad alta voce co-
municò alla signorìa ed alla balìa Peditto delTim-
peratore dato in Augusta nelP ottobre del iSSo,
col quale rimetteva i fiorentini nel possedimen-
to degli antichi loro privilegi a patio che rico-
noscessero per capo della repubblica Alessandro
de'' Medici coi discendenti maschi primogeniti, e
in mancanza di sua linea quella di Lorenzo fra-
tello di Cosimo I, ch'era il maschio più prossimo
delfagnazione (27). Sembrava che il decreto di
Augusta non sovvertisse intieramente lo stalo^
perciocché apparentemente esso conservava tut-
tavia la libertà e la forma repubblicana dello sia-
lo. L''editto imperiale non accordava alla casa Me-
dici altre prerogative che quelle ond'essa godeva
avanti al 14^75 trasmutandole in diritti, ed assi-
curava al duca Alessandro 20,000 fiorini d'oro ài
provvisione, in vece di lasciare in di lui arbilria
tutte Tenlrale dello slato.
5(J AVVENIMENTI STORICI ^/l.153V.
5. a3. Ma Clemenle Yll non si accontentava
di questa limitata autorità, e non erano del tut-
to sicuri i ministri del di lui sdegno. Sapevano
costoro d'essere odiali a morte, non già da una
fazione, ma da tutti i loro concittadini, e temeva-
no di esser di bel nuovo cacciati da Firenze alla
morte del papa, o quando accadesse la prima ri-
voluzione d'Italia (a8). Il Guinciardinij interrogato
di ciò da Clemente VII, rispose non esser possi-
bile che il governo acquistasse mai Taffetto po-
polare^ che altro mezzo non gli rimaneva per mi-
norare Todio pubblico che quello di accrescere
il numero degli odiati, chiamando molta gente a
parte del governo^ e che si doveva porre cura
non tanto ad accattarsi dei partigiani (ra gli uo-
mini ricchi e versati nelle pubbliche faccende,
quanto a renderli odiosi a tutto il popolo; affinchè
non meno che il governo e i di lui primi ministri,
costoro si persuades^iero non esservi per loro sal-
vezza che nel mantenimento della casa dei Me-
dici (29).
g. 24* Dopo letta la dichiarazione o diploma ,
ed accettata con giuramento da lutti, si fecero
snccessivamente fuochi ed altri segni di giubbilo
per rintiera città. Ma perciocché, tanto in esso di-
ploma quanto nella conciono del Muscettola non
s'udì mai il nome di libertà per concerto fatto col
papa, perciò si guardavano Fun Taltro in volto i fio-
rentini: molti v"'erano ai quali cadeau lacrime di
allegrezza perchè scorgeano trovato un ripiego
per quietare e frenare le discordie di quel popolo
stato sempre involto in gare e sedizioni in addie-
'j#/l.l531. DEI TEMPI MEDICEI GAP. II. 55
tro; ma i più spargeano lacrime di rabbia, al mi-
rare in quel di spenta l'antica loro libertà (So).
5. 25. È da cercare se dalPenunziato diploma
imperiale rilevisi qual forma prendesse allora il
governo di Firenze, vale a dire se feudo dell'im-
pero lo stalo della repubblica , e se Alessandro
vassallo e feudatario ne rimanesse, e con quale
autorità disponesse Carlo dell' una e dell'* altro .
Dir si potrà primieramente che al Medici mancan-
do il titolo di duca di Firenze , e soltanto aven-
do ottenuto quel di amministratore perpetuo ed
ereditario , senza partecipazione delP util domi-
nio perpetuo , era in un grado più elevato dei
vicari imperiali ordinari e temporaiii, o a vita,.
Pure la condizione d"" Alessandro ondeggiava Ira
il principato ed il semplice vicariato , vale a dire
era egli più che vicario ordinario e cumulativo, e
raen che principe e duca feudatario (3i). Ciò ri-
levasi ancora dalPaver pronunziato per decreto il
commissario imperiale Muscettola che la repubbli-
ca dovesse accettare per capo e proposto in tutti
gli uffizi Alessandro de'Medici, ed assegnargli per
patto 20,000 fiorini alPanno, perchè mediante il
di lui consiglio ed autorità si mantenesse inlatta
e sicura la repubblica ed a buon fine fosse direU*
la (32.), la qual sorte di assegnamento o di salario
fatto ai vicari delPimpero ha molti esempi (3^).
g. 26. Nel conferire Carlo V ad Alessandro la
investitura del primato nella repubblica fiorenti-
na, operò da sujieriore in questo stato, dimostran-
dolo il tenore di lutto il suo decreto,come altresì
da sottoposti ad esso imperatore agirono Alessan*
56 AVVENIMENTI STORICI u4n.i5ìi\
dro,Ia città ed il popolo di Firenze. Da varie chia-
rissime espressioni risulta infatti essersi offeso
Carlo come imperatore perchè i fiorentini aveano
prese le armi contro rimpero,per cui trattavali co-
me ribelli, e dolersi ancora che essi in presenza o
vicinanza della sua persona avean chiuse ostilmen-
te le porte della città alTesercìto suo,e loro lo reca
pure a colpa . In fatti nessuno imperatore avea
mai rinunziato al jus Intradae (3/}), né per sé in.
Firenze , né pei suoi eserciti. Né potea Carlo in
più chiara maniera che nella seguente manifestar-
si persuaso dei suoi diritti sulla città , dove così
fassi a dire nel suo diploma. „ Ci fu lecito de ju-
re per le cause sopra narrate e per le molte altre
legittime ragioni privar la repubblica di tutti quei
privilegi che già ottennero i suoi antichi dagPim-
peratori romani e re, e dal sacro romano impero,
e di disporre a nostro arbitrio di tutto il suo do-
minio e slato, come devoluto a noi ed alP impe-
ro(35)„.Contenevano lai privilegi alla repubblica
fiorentina dal sacro romano impero concessi le
regalie, le immunità, libertà e potestà che i fio-
rentini avevano dentro e fuori delle mura della
città , come resulta dalle conferme ratificatele
dallo stesso Carlo V, da Massimiliano imperato-
re (36), da Ruperlo Paladino e da altri (37). J^è
Carli) Y poteva dar segno più manifesto di domi-
ilio sulla città di Firenze,che mediante la dichia-
razione espressa nel suo diploma dopo il perdono
e dopo la restituzione dei privilegi ove dice: „ ri-
ceviamo nella grazia , difesa, prolezione e salva-
guardia nostra e delTimpero romano la repubblica
!<fn.i531. DElTEMPIMEDICEICAP.il. 5y
insieme col governo che qui sotto istituiremo; „
ed è pur noto che uno dei potissimi efletli del
dominio , anzi Teffetto della maestà . sì è di pro-
teggere, difendere e serbar salvi i sudditi.
§. ^7 E notabile che riducendo Carlo V au-
torità e maestrato di Firenze in uno o pochi,
spogliò è vero la mollitudine dell'autorità del
governo , ma non già della libertà , e molto
meno spoglionne la città (38), talché stringendo
in tal guisa Tamministrazione in uno o in pochi,
non contraffece, né mancò pienamente alla riser-
va convenula nella capitolazione che s'intendesse
sempre salva la libertà (39), sebbene da vari sto-
rici se gli rechi un tale addebito (4o) ; e che
Ja mente di cesare fosse aliena dall' abolire in
tutto la libertà repubblicana di Firenze ben lo
additano queste parole del diploma imperiale ;
^ la perpetua libertà, pace, quiete e tranquillità
di essa repubblica „ essere stale le cagioni finali
di quella riforma. E poco dopo vi si legge altre-
sì „ desiderando noi che sia ben provveduta la
salute, la libertà e la quiete della repubblica de-
cretiamo ec. „ e qui nuovamente si ammettono
i privilegi, nei quali la liberta consisteva (4i).
e di più soggiunge che stimò esser questa l'u-
nica via di salvar la libertà , mentre avrebl)ela
nello stalo popolare perduta, per l'affetto alle fa-
zioni ed alla ribellione „ afline , son parole del
diploma, che la somma delle cose non torni alla
popolar fazione, e non possa correre il rischio di
essere oppressa la libertà ed il dominio della re-
pubblica (4^) w
Si. Tose. Tom. 10. 6
58 AVVEJ^IMENTI STORICI u4/t.153l\
g. 28. Per questo diploma cesare in effetto non
donò in feudo ad Alessandro dei Medici la ciltà e
lo slato di Firenze, poiché non glie ne concedet-
te punto rutile dominio, né la giurisdizione tota-
le privativa ^ ed in parte lasciò in piedi V essere
deir aristocrazìa e P autorità dei magistrati, dei
quali Alessandro far doveva le prime parti ed es-
serne il capo. D'altronde la repubblica di Firenz.e
dal giorno che il diploma già detto ebbe forza di
legge, si potette considerare un vicariato dell'im-
pero, ma di specie diversa dall' antica in ciò che
per lo innanzi non fosse più in di lei arbitrio la
elezione del vicario imperiale, come per l' addie-
tro era slato.
g. 29. Frattanto il duca Alessandro il giorno
dopo la pubblicazione delTindicato diploma par-
ti da Firenze impaziente d'' essere a Roma , dove
altresì anziosamenle lo attendeva il pontefice, e
vi si trattenne fino al terminar dell'ottobre del
i53i (4*3). In questo frattempo, cioè nell'agosto,
s'eran fatte leggi in Firenze sulle monete. IN'ello
slesso tempo si raffermò la medesima balla co!-
rautorità stessa per un anno, o per quel tanto più
che si pensasse a deliberare in contrario, o a prov-
vedere al! rimenti. Terminato ch'ebbero i sedici
gonfalonieri delle compagnie del popolo i loro
uffizi, lo che venne a capo il di 8 di settembre di
queir anno corrente , fu decretato che non sì
facessero mai più, sostituendo loro i dodici buo-
nomini, ed in certo caso dovesse agire il magi-
strato dei dodici procuratori (44)-
g. 3o. IXou eia minore di quel di Firenze lo
'^n. 1531. DEI TEMPI MEDICEI GAP. 11. 5^
scompiglio per dissensioni della repubblica di Sie-
na , dove gravava Tesercitc delf imperatore col
prelesto di ricondurvi 1' ordine e la tranquillità
che molti desideravano. La penuria di vettovaglie
cominciava a rattristare la città, e nel tempo che
le rovine ed i disastri sofferti dalle terre e donn'-
nio di quella repubblica erano innumerabili, ed i
malcontenti esclamavano esser dolorosa posizio-
ne il vedere che per causa di pochi andasse in
rovina Tuniversale, era per ciò necessario di ve-
nire a concordato con don Ferrante generale del-
l'imperatore, e così dar fine a tante miserie. Men-
tre tali negoziati si preponevano, il marchese del
Vasto, eletto al comando di Siena in luogo di don
Ferrante (4^)^ appena giunto in quella città e ri-
cevuti gli ambasciatori degli otto sopra la guerra,
dichiarò che il di lui arrivo sarebbe stato per
quiete universale della citlà, liberandola inclusi-,
ve dai danni che Tesercito le cagionava, ogni qual
•volta preso avessero una miglior forma per go-
vernare pacificamente la città, perchè taP era la
volontà dell'imperatore, ed in questo dire presen-
tò le lettere di sua cesarea Maestà. Quindi spe-
dì per tutte le terre dov'erano spagnuoli allog-
giali, con ordine rigoroso, acciò non cagionassero
danno alcuno, e taluni dei più insolenti ne fece
punire colla morie. Allora si tenner di nuovo al-
tri congressi e conferenze per lo stabilimento
dei noveschi, dolenti delle crudelià verso di loro
praticale , pregando il marchese che si conten-
tasse di assicurarli della vita e della roba, ed egli
j^ivoraise loro di renderli contenti (46).
60 AVVENIMENTI STORICI j^n.i53Ì,
g. 3 1. Frattanto il marchese del Vasto con-
cinse in Siena col cardinale Piccofomini e cogli
otto di guerra tutto il modello del reggimento
governatrvo,e riformarono frattanto Tarticolo che
destinava don Lopes alla guardia di Siena^ quindi
ordinarono che l'uomo deirimperatore ed il go-
vernatore delle armi eleggere si dovesse dal se-
nato. A.vean fatta istanza i senesi che don Lopes
ne fosse rimosso come parziale ai noveschi , per
eui sarebbero insorti perntciosi tumulti . A. taf
domanda cesare cortesemente annur, e promise
che in suo luogo ne avrebbe mandato un altra
con 5oo soldati per guardia deHa città, oriifnando
che le genti d'arme allora stabilite in Siena par-
tissero, abbandonandone fnclusive il territorio di
dominio senese iv'fetto Tesercito, e che a pubblica
sicurezza il consiglio eleggesse sessanta cttladim
alla ragione di quindici per monte: d''allora in poi
stabilita la guardia pel cardinale e per Tamba--
sciatore imperiale cessata fosse V autorità degli
otto della balìa cb^ era allora in attività . Di più
decretavasi che ogni fuoruscito cessando d''esser
considerato come tale, potesse liberanvenle dimo-
rai'e in patria o dove più gli piacesse.
g. 3a. Rimasero dal general consiglio i soprad-
detti con allrt capitoli approvati^ma con limitazione
che a quel magistrato s^aspettasse reiezione della
balìa, e che in luogo dì don Lopes venisse chiun-
que ad eccezione di don Luigi Gonzaga, e che
scrivesser lettere a nome del senato per l'accetta-
zione dei capitoli, colla limitazione che sopra e
non altrimenti, né in altro modo airoralore ce-^
^/1.1531. DEITEMPIMEDlCElCAP.il. Ql
sareo, al cardinale d'Osimo e a don Pietro della
Queva, ed al ÌVJuscettola. Venne infatti approvato
che in Siena dimorar dovesse don Pietro della
Queva, e fu scelto a comandar la guardia della cit-
tà il duca don Alfonso Piccolomini d'Amalfi ben
accetto altre volte ancora. Approvò il marchese
del Vasto una simile scella, e promise ai noveschi
Tinipegno del duca a mantenerla ciità in quiete e
la lor sicurezza, ed allora fu che don Lopes passò
a Roma.
§. 33. I noveschi simularono sodisfazione, ma
si partirono molti dalla citta, men che quelli i
quali ambivano di oliare alle magistrature. Quie-
tato il tutto Tautorità degli otto spirò e ritornò in
piedi il magistrato di balìa già eletto nel gennaio
dell'anno antecedente.Fu pertanto imputata la de-
putazione degli otto d'aver venduto a vii prezzo i
possessi della repubblica per supplire alle spese,
oltre ai gravami che s'imponevano. Vero è che la
rovina e disastri cagionati dalPesercito imperinle
allo stato per la lunga dimora tutto veniva agli
otto attribuito, e mollo più sì accresceva Todio
contro di essi per le potesterie.roccbe, castellanìe,
e vicariati, di che s'aerano loro stessi impadroniti.
Finalmente dopo d'avere il marchese del Vasto
accomodate come potette le cose del governo di
Siena, evacuarono compiutamente le truppe im-
periali, avviatesi alla volta di Lombardia tino dal
di 10 aprile, e pochi giorni dopo giunse in Siena
don Pietro di Queva oratore cesareo, e in primo
luogo die bando ai forestieri che Irovavansi per la
ciltó^ quindi ai cittadini tulli, ancorché privile-'
6*
6a AVVENIMENTI STORICI '^/i.15JÌr
giati, proibì !*uso delle armi. Gli ufficiali di balìa
resero grazie a cesare delia recuperata unione
per di lui mezzo, e ne scrissero al duca AJessa»-
dro ÌD Firenze e ad altri loro vicini.
g. 34. Entrò in Siena A.lfonso Piccolomiiii du-
ca di Amalfi nel mese di giugno (47) con incon-
tro universale della plebe e con pubblica appro-
vazione, ma egli non ne abusò che ben potea
farlo con agio come principe della città, uè i no-
veschi medesimi, né i gentiluomini avrebbero in
ciò discordalo, per ottenere una volta la quiete
della città (48). Le deliberazioni del i53i (49) sta-
bilirono cbe alla terra di Saturnia e suoi abitanti
si concedessero nuovi privilegi ed esenzioni^ che
al Sasso impor si dovesse con moderazione (5o)^
che al Piccolomini duca d'Amalfi ed alla sua fa-
miglia e discendenza si accordassero onori, privi-
legi, ed esenzioni-, cbe air imperatore s** inviasse-
ro lettere significandogli una pronta obbedienza
della città, e partecipandogli la quiete e la pace
che allora godeva (5i).
g, 35. Dopo che l'imperatore ebbe stabilito A.-
iessandro al governo di Firenze,con esfremo con-
tento di papa Clemente VII,i pistoiesi per applau-
dire alla consolazione di quel pontefice si ralle-
grarono seco lui per mezzo d''ambascialori del van-
taggio ricevuto dalla sua famiglia^ lo che fu tanto
grato alla Santità sua che nel breve responsivo
prega l'Altissimo di concedergli occasione di poter
loro dimostrare cogli effetti la sua paterna bene-
volenza a Pistoia^ la quale dice aver sempre ama-
to grandemente, e perciò molto più amarla nel-
1^/1.1531. DEI TEMPI MEDICEI GAP. II. 6^
Pavvenire (Sa). Volterra pure deliberò di manda-
re due ambasciatori al papa, e questi furono Ago-
stino di Persio Falconcini, e Giovanni Marchi
ambedue yoUenani, i quali esponessero a sua San-
tità che il popolo volterrano sarebbe suddito della
famiglia medicea e di Alessandro suo nipote. Il
pontefice fece loro un breve il quale passò alla
comunità di Yollerra, e così quella città come X-
rezzo e Cortona sì posero sotto il governo del
duca Alessandro (53). I montepulcianesi sempre
attaccati alla medicea famiglia di buon animo ob-
bedirono al loro duca (54). I poggibonsesi ancora
fui'on de''primi a prestare obbedienza e sommis-
sione al duca Alessandro, con dimoslrozioni non
equivoche di giubbilo e di contentezza (55). Gli
uomini di Massa dettero anch''essi tutte le dimo-
strazioni di sudditanza e di sincero rispetto e at-
taccamento al duca prelodato (5o).
g. 36. Prima che Pistoia si assoggettasse al
duca Alessandro, principiarono a ri[)ullulare i so-
liti dissapori tra le fazioni panciatica e cancelliera,
poiché la prima col caldo di casa Medici si era
messa in capo non solo di tener fuori di città la
parte cancelliera, ma di vederla anche tutta di-
strutta. Fra tanti casi occorsi successe che certi
soldati di Alessandro Vitelli avendo tollo de''bac-
celli ad un servitore del capitano Soarfantoni,
col quale erano a pranzo due giovani della fami-
glia Brunozzi, furono detti soldati da questi ulti-
timi assai maltrattati di parole e fieramente per-
cossi. Questo successo fece infuriare talmente il
-"Vitelli , che subilo radunala la sua gente si pose
g^ AVVENIMENTI STORICI ^/l.153l.
in cerca dei deliquenli, e trovato a casoAnsideo
Brunozzi di parie panciatica, si dolse fortemente
seco deiraffronto ricevuto da^suoi Brunozzi, e ri-
chiedendolo di far sì che gli fossero consegnati i
delinquenli,si adirò talmente Ànzideo che messe
mano alla spada, e se a caso non giungeva Atto
Bracciolini, restava forse morto il Vitelli, quando
dal Bracciolini fu ucciso Ausideo. Allora si solle-
vò tutta la parte panciatica, e presa la difesa del
Vitelli, il quale dubitando di maggiore scompigliò,
pose sotto al palazzo de"" priori aoo soldati bene
armati, per servirsi delPopera loro in ogni caso
di novità, e così tenendo lutto in timore venne
ad impedire Tesecuzione d'ogni malanno (57).
g. 37. Il papa, benché disponesse ed ordinasse
egli medesimo ogni cosa, volle ancoia che i cit-
tadini fiorentini che allora governavano, si addos-
sassero soli P incarico del nuovo cambiamento.
Mandò il suo divisamento già fatto da Roma ,
ma ne commise Tesecuzione a Bartolommeo Va-
lori, al Guicciardini , a Francesco Vettori, a Fi-
lippo de'^Nerli ed a Filippo Strozzi. Sapendo lo
Strozzi d''essere in sospetto e segretamente odiato
da Clemente VII voleva rimettersi in grazia ,
eseguendo i di lui cenni con maggiore zelo che
tutti gli altri (58). Questi fidali ministri del pa-
pa co.^trinseio in certo qual modo la balìa a crea-
re il 4 d'aprile iSSa una consulta di 12. cittadini
incaricati della riformagione del governo dello
stato e della città di Firenze,- dello stato e della
città dissero, conciossiachè d'allora in poi si ces-
sò di pronunziare il nome di repubblica. Fu pre-
jén.1ù3i. DEI tEMPI MEDICEI GAP. U. G5
fisso alla consulla il lerniine di un mese per com-
pire il lavoro ; ma perchè tutto era stato pre-
parato dal papa, il lavoro fu pubblicato ancora
più presto. La nuova costituzione venne promul-
gata il 27 d'aprile del i532. La riforraagione abo-
liva Tuffizio del gonfaloniere di giustizia e il col-
legio della signorìa, e vietava per sempre il ri-
stabilimento di tal magistrato cb'erasi con tanta
gloria mantenuto per aSo anni circa. Dichiarava
Alessandro de'Medici capo e principe dello stato,
col titolo di doge o sia duca della repubblica fio-
rentina, trasmissibile in perpetuo ai di lui discen-
denti per ordine di primogenitura. Creava due
consigli composti di consiglieri, eletti a vita per
dividere col duca le cure del governo. Uno di
questi consigli, chiamato dei 200, comprendeva
tutti i cittadini della grande balìa, e quasi un cen-
tinaio d'altre persone, delle quali al novello duca
riservala era la nomina; l'altro, detto fi senato^
doveva esser composto di 48 membri, eletti fra i
lioo delTalIro consiglio, che avessero passati i 36
anni. Quattro consiglieri eletti ogni tre mesi ogni
volta da un quarto «lei senato dovean tener luo-
go della signorìa nelle onorifiche funzioni; Puffi-
zio del gonfaloniere o per meglio dire tutta la
maestà della repubblica era nel doge o nel luogo-
tenente do lui riposta. Il doge solo o il di lui luo-
gotenente potevano far proposte ai consigli , e
ninna provvidenza di questi poteva aver forza di
legge senza il formale assentimento di quelli I
OIRiovi consigli non dettero un solo esempio di H-*
bero eCi indipendente animo, percigccliè nou fuf*
^f AVVEMMEINTI STORICI ^/2.153i\
vi una sola proposta del principe che non foss»?
con servile sollecitudine assentitii (59). Dietro la
promulgazione di questa nuova costituzione fu
dato ad Alessandro il grado di signore, di duca e
di assoluto principe, con pubblica solennità, fra
gli e^^Wfit del popolo e col rimbombo delle arliglie-
rie,le quali senza palle ferivano il cuore di chiun-
que deplorava la perdita dell'antica libertà. Così
fecero gli antichi romani, allorché la loro signo-
ria passò in mano di Cesare e di Augusto*, e ad
imitazione di questi anche i tìorentini si andaro-
no accomodando al giogo imposto ad essi dalPal-
trui violenza (60).
g. 38. Propostasi da cesare una lega difensiva
delle potenze d'Italia, fu stipulala il di -i^ febbraio
del i53a, e principalmente contro le sinistre in-
tenzioni della Francia. IMa in essa lega non furo-
no apertamente nominati i fiorentini per rispetto
di non turbare il commercio loro nel reame di
Fì'ancia, se non nel modo cliVrano stati nominati
nella lega di Cugnac. Fu esjyresso il numero della
gente che dovesse ognun di loro contribuire e
con che quantità dì denaro ciascun mese^ e tra
gli altri il pontefice si designava che pagasse per
sé e per i fiorentini per 20000^ i senesi per aooo,
ed i lucchesi per 1000(61).
g. 09. L'ingrandimento procurato dal papa ad
Alessandro suo nipote colla depressione della re-
pubblica fiorentina non pareva a lui durevole. Per
bene assicurarla avea ben già ricavata parola da
cesare che sarebbe data in moglie ad Alessandro
Margherita figlia naturale di esso augustOjla quale
jinASÒ^. DEI TEMPI MEDICEI GAP. II. 67 '
appunto in quest'anno essendo in età di anni do-
dici fu mandata da Carlo suo padre a Napoli per
essere educata dalla moglie di don Francesco di
Toledo viceré, e passando per Firenze vi si fermò
per otto giorni onorata con assai feste e tripudii.
Glorioso era per la casa de'Medici questo paren-
tado; ma uno più cospicuo ne maneggiava infanto
Tindefesso pontefice con istudiarsidi dare in mo-
glie ad àrrico secondo genito del re Francesco I,
e duca d'Orleans Caterina figlia di Lorenzo de'Me-
dici già duca d'Urbino. Oltre al grande onore che
si accresceva con questi due sì ragguardevoli ma-
trimoni alla famiglia sua, considerava il papa di
fortificare talmente coir appoggio di si possenti
monarchi lo slato del duca Alessandro che non
potesse mai pericolare. Affine dunque d'effettuar
quest'insigne negoziato, determinò di passare fino
a ^Mzza, e secondo il concerto fatto di abboccarsi
ivi col re cristianissimo, palliando tal viaggio con
dire di voler trattare del bene della cristianità, e
di i)orre in buona via il re d'Inghilterra. Mandata
pertanto innanzi la nipote Caterina a T^izza si mos-
se da Roma nel dì 9 settembre, e andò ad imbar-
carsi a porto pisano sulle galee di Francia e di
Andrea Doria, e di là porlossi [ler vedute poli-
tiche non altrimenti a Nizza, ma sibbene a IVIarsi-
lia, dove nel ly ottobre del i533 si celebrarono
con somma pompa le nozzedi Caterina de'i>Iedit;i,
per la di cui dote si obbligò il i)ontelicedi pagaie
centomila scudi d'oro in contanti, oltre alla ces-
sione degli siali posseduti in Francia dalla madie
^8 AVVENIMENTI STORICI ^/l.1535.
di Galerina, i quali rendeano circa diecimila du-
cali d'oro Tanno (62).
g. 40. Alessandro de'Medicifu tale quaTesser
doveva un prìncipe posto sul trono da straniere
soldatesche contro il volere di tutti i suoi con-
cittadini, dopo una guerra che avea mandata ia
assoluta rovina ed umiliala la sua patria. Sospet-
tando di tutti,e sforzandosi di ottenere col terro-
re ciò che sperare non poteva dairamore, si cinse
di stranieri soldati (63), capitano de' quali creò
Alessandro Vitelli di Città di Castello, perchè sa-
peva che il Vitelli odiava] fiorentini e lo stato po-
polare a cagione del supplizio di Paolo Vitelli suo
padre. Afforzò in riva d'Arno un bastione che po-
teva servirgli di rifugio in caso di sollevazione del
popolo^ ma non credendosi con ciò abbastanza si-
curo, il primo giugno del i534 fece porre i fon-
damenti di una fortezza nel luogo incui trovavasi
la porta di Faenza, e vi si adoprò con tanta pre-
mura che prima del finire deiraono fu messa in
istato di dil'esa. Alessandro assecondò con aceihi
rigori la provvisione dei commissari per disarma-
re i cittadini, condannando a morte e alla confi-
sca dei beni coloro nelle di cui case si trova-
vano ai mi-, e nello stesso tempo arruolò un* or-
dinanza o milizia di sudditi della repubblica, ar-
mandola ed accordandole privilegi onde tenere a
freno gli antichi sovrani col timore dei loro an-
tichi vassalli (64).
g. ^i. jNulla era salvo dalla libiJineed avidità
delle soldatesche d" Alessandro^ e non eravi oi-
-^rt.1534. DEI TEMPI MEDICEI CAP. II. 69
traggio,pel quale i citladini chiedessero giustizia,
che venisse mai punito in verun soKlato o in ve-
runo officiale o gregario valletto della casa del
duca: parea ch'egh* si proponesse d''umiliare sem-
pre i suoi compalriolti. Quasi tutti coloro che gli
si erano mostrati più affezionati furono Tun do-
po r altro da lui offesi: i capi di quelle illustri
famiglie che avevano capitanata la fazione de'Me-
dici, e che in tempo dell'assedio avean portate le
armi contro la loro patria,di bel nuovo abbando-
nala aveano quella patria in cui più non potevaii
vivere sotto il giogo del tiranno da loro mede-
simi esaltato. Francesco Guicciardini mandato da
Clemente VII governatore a Bologna non prova-
va ancora il dolore di obbedire là dove aveva co-
mandalo: ma Bartolorameo Valori, sebbene fosse
governatore della Romagna in nome del papa, non
si poteva dar pace della parte avuta nella rivolu-
zione, e della schiavitù in cui egli medesimo erasi
ridotto. Filippo Strozzi malgrado tutti i suoi sfor-
zi per accattarsi la benevolenza del duca, sapeva
che Alessandro era geloso delle smodate sue ric-
chezze e sempre desideroso di offenderlo^ [)erciò
in occasione del matrimonio di Caterina de'Me-
dici col duca d'Orleans, celebratosi nel i533, re-
cossi alla corte di Francia, e nei susseguente an-
no vi chiamò pure la sua famiglia. Tutti i cardi-
nali fiorentini che in allora eran quattro, si era-^
no uniti ai nemici di Alessandro^ ma di lutti il
più caldo era Ippolito de*Medi( i, di lui cugino, il
qual« riguardandosi come più onoratamente nato
di Alessandro e di età maggiore non sapeva darsi
Si. Tose. Tom, 10. /
^O AVVEMMENTI STORICI Ail, 1534.
pace che si fossero concedute ad un illegittimo
giovine quelle pierogative,di cui avea egli stesso
goduto alcun tempo, ed alle quali credeva di aver
maggior diritto, essendo amato da^suoi concitta-
dini (65).
g. 4a. La pace durava tuttavìa tra Francesco I
e Carlo V.e Clemente Vii alleandosi colla Francia
non si era perciò dichiarato contro Timperatore,
dal quale conoscevasi dipendente: il matrimonio
del suo prediletto Alessandro colla figlia naturai^
di Carlo V, sebhene pattuito da gran tempo, non
sì eseguiva a motivo della tenera età dì Marghe-
rita d* A.ustria, ed il papa non voleva esporsi a
fnrlo rompere, sapendo che Alessandro non sa-
rebbe spalleggiato per nulla da Caterina che l'o-
diava come r odiavano tutti i di lui congiunti.
Ma più Alessandro aveva nemici e più Clemente
gli si affezionava^ rallegravasi vedendo per mezzo
di questo giovane compiuti i propri desiderii, lo
ammaestrava, approvava lutti gli atti del governo
di lui,e lo copriva col manto della sua protezione,
la qual si vedeva dovergli in breve mancare, per-
ciocché nel giugno del i534 Clemente VII era
stato collo da lenta febbre, della quale morì il
a5 dì settembre dello stess'anno, lasciando il suo
prediletto senza sostegno fra i tanti nemici da lui
procacciatisi (66). Immenso era il numero degli
sbanditi ed esuli liorenlìni^ e quando Clemente
intimò al duca di Ferrara di cacciarli dagli stati
estensi, eransene trovati in quella sola provincia
più di 3oo (67). Il partilo loro si rese ancora più
formidabile dopo la morte del papa. Paolo III far-
C^n.1534. deitempimediceicap.it. yi
nese che gli succedette, prese a favoreggiare tatti
ì nemici di Clemente e della memoria di lui, e
con ciò inanimò i cardinali fiorentini a dichia-
rarsi più apertamente.
§. 43. Il cardinale Ippolito de''lVIedici aspirava
alla gloria di restituirti la libertà alla sua patria.
Gli Strozzi ch'aerano i più ricchi privali d''Europa,
i Valori, i Ridolfi, iSalviati che nel]''ulfima guer-
ra s''era no dichiarati tutti per la fazione dei Me-
dici eransi adunali in Roma per balzare dal tro-
no il tiranno. Tutti gli altri fuorusciti avendoli
raggiunti, vennero formando Ira loro una specie
di governo,e spedirono in Ispagna alPimperatoi^
tre de'principali cittadini di Firenze, per impetra-
re ch*ei cessasse di proteggere un principe, le di
cui crudeltà, dissolutezze e perfidia non potevano
paragonarsi che a quelle di un Falaride o di quei
pochi altri famosi mostri deirantichità, e per in-
vocare l'osservanza della capitolazione di Firen-
ze (68). Carlo V maravigliato delle orribili ingiu-
stizie, delle atroci crudeltà, degli assassinii, degli
imprigionamenti che udiva imputarsi ad Alessan-
dro, promise di esaminare i di lui portamenti do-
po il ritorno dalla sua intrapresa di Tunisi. In-
fatti ritornato Carlo da quella impresa e riposan-
dosi in Napoli dalle fatiche sostenute, i fuoruscili
fiorentini niandarongli il cardinale Ippolito dei
Medici per persuaderlo; ma Alessandro avea di
già provveduto a sbrigarsi del suo rivale. Il car-
dinale giunto ad Itri, in sulla strada da Roma a
Tfapoli, fu avvelenato il giorno io agosto dal suo
coppiere, e mori dopo tredici ore di atroci lor-
^a AVVENIMENTI STORICI ^rt.153S.
menti, e morirono all'indomani vitlime dello
stesso veleno Dante da Castiglione e Berlinghiero
Berlinghieri rhe Io accompagnavano: ma i tenta-
tivi fatti dal duca più volte per assassinare Filip-
po Strozzi tornarono a vuoto, e furono egual-
mente scoperte le insidie che Alessandro tendeva
agli altri suoi nemici (69). La morte d'Ippolito li-
berando Alessandro dal suo più temuto nemico
aggiugneva non pertanto una nuova macchia alla
di lui riputazione: infami erano i di lui costumi,
turpi tutte le abitudini, e perchè ogni parte d'Eu-
ropa era piena per di lui colpa di gente ad esso
nemica, questi delitti venivano dovunque predi-
cati'(70).
g, 44- Era stata promessa at duca la figlia del-
l'imperatore; ma essa non gli era per anco stata
data, e dacché questo parentado non era più il pe-
fjno deir alleanza della chiesa, si poteva temere
che Giìrio V non coglie.«»se di buon grado un plau-
sibile prelesto di rompere la fidanza, e di dare lo
stato ad un altro» Ma Carlo nutriva un inveterato
odio contro le repubbliche , e contro le pretese
de''popoli alla libertà; diffidava principalmente dei
fiorentini^ che sapeva da tanto tempo addetti alla
Francia , colla quale stava per ricominciare la
guerra; ed Alessandro affidato a questa parzialità
recossi a Napoli, onde perorare in persona la pro-
pria causa alla corte dell'imperatore (71). Il duca
avea sapulo trarre di nuovo al suo partito Barto-
lomnieo Valori e lo condusse con se a Napoli^
unitamente con Francesco Guicciardini, Roberlo
Acciaiuoli e Matteo Strozzi. Anche i caporali degli
:///l.1535. DEI TEMPI MEDICEI CAP. II. 7^
esiliati si erano in quel tempo recati a !!^apoli, e
tra gli altri yi si trovavano Filippo Strozzi co'suoi
figliuoli , i cardin,Tli Salviafi e Ridolfi ed i loro
fratelli lutti prossimi parenti di coloro che tene-
vano le parli del duca. La città e la corte erano
piene di fiorentini dei due partiti, e quel che sta-
vano per la libertà della lor patria sembravano
favorevolmente accolli dai ministri delP impera-
tore. I capi degl'esiliati furono invitati a proporre
in iscritto le loro accuse, e Filippo Parenti e do-
po di lui lo storico Nardi lo fecero con molta for-
za, dando circostanziate prove dei tanti delitti di
A^lessandro, e delle spaventose estorsioni colle
quali riduceva la Toscana agli estremi . France-
sco Guicciardini prese a confutare queste scrit-
ture articolo per articolo, ed accrebbe in tal guisa
verso di sé Podio popolare, del quale già si lagna-
va : finalmente Pimperatore pronunziò in febbraio
dei i536 la invocala sentenza. Tutti gli esiliati
e fuorusciti fiorentini dovevancr , secondo il re-
scritto imperiale, esser richiamati in patria, rimes-
si nel possedimento dei loro beni e guarentiti
nelle persone; ma non era cangiala in alcun pun-
to la costituzione dello stato, né si accordava al
popolo per la propria guarenzia verun privilcf
gl0(72). ^^
?. $5. In alTora lutti i fuoruscili fiorentini ^
sebben molti fossero già aggravati dalla miseria'^
si riunirono per rigettare un lodo che tende-
va soltanto a salvare le persone , e sacrificava
la patria. La loro risposta cominciava con que-
ste parole: „non siamo qui venuti per chiedere
T
y.^ AVVENIMENTI STORICI 'Ari, 1535.
alla imperiale vostra Maestà soMo quali condizioni
dobbiamo servire il duca Alessandro^ né per otte-
nere i! di lui perdono, dopo avere volontariamen-
te con giustizia e secondo il dover nostro adope-
rato per mantenere o ricuperare la libertà della
nostra patria , Non Pabbiamo invocata per ritor-
nare schiavi in una città dalla quale siamo usciti
poc'anzi liberi , né per riavere i nostri beni; ma
jsiamo ricorsi alPimperiale vostra Maestà, affidati
alla di lei bontà e giustizia, affinchè si degnasse di
restituirci quelPintiera e verace libertà, che i suoi
ministri si obbligarono in di lei nome a conser-
varci col trattato del i53o. .» Altra cosa non sap-
j)iamo dunque rispondere al decreto che ci fu ri-
messo per parte di vostra Maestà , se non che
siamotulti determinati di vivere e di morire liberi
quali siamo nati, e che nuovamente supplichiamo
Tostra Maestà di sottrarre questa nostra sventu-
rata città al giogo crudele che Topprime... (73)».
Questa richiesta offese di modo cesare che stanco
dalle udienze.^ e mal soddisfatto delTodio dei fio-
rentini contro il ducaj confermò la data sentenza
di pace e di dominio nella casa dei Medici^ ed
una mattina venendo nella pubblica sala ov'' era
grandissima corte, avendo al fianco Alessandro,
disse eon voce che da tutti poteva essere intesa ,^
andate duca a vedere la vostra moglie Margheri-
ta d^Austria ^ I fuorusciti avendo udita la risolu-
zione dell'imperatore,e vedutolo ormai del partito
d''Alessandro, confusi e sbigottiti il più presto che
poterono partirono e se ne andarono verso Roma,
volendo piuttosto ostinatamente vivere misera-
^/t. 1535. IiElTEMPIMEDICElCAP.il. ^5
bili nell'esilio, che in pace sotto il governo della
casa Medici (74).
?. 4^. Cessate per sìmil maniera le contese,
e riuscito il tutto ad onore di Alessandro, si peno-
so ad effettuare il già contralto sposalizio. La
sera dunque del 29 febbraio i536 dette il duca
l''aneIIo a Margherita d** Austria figlia naturale di
cesare; e fu nella medesima sera fatto uno splen-
didissimo convito, al quale si trovarono gli sposi,
riraperatore e tutti i primari della corte: ne'giorni
susseguenti fu fatta una giostra, nella quale Carlo
V corse pure armato alla moresca , e dipoi ma-
scheratosi danzò ad un brillante festino con nobi-
lissime donne, dimettendo in simili feste alquanto
della imperiale gravità. Dopo alcuni giorni sapu-
tosi dal duca che cesare partiva prestamente da
Napoli,e che sarebbe passato per Firenze, chiesta
licenza prevenne di alcuni giorni la partenza di
Carlo V. Tornato che fu il duca a Firenze, la pri-
ma cosa che ordinò fu di lavorare gagliardamente
alPedificazione drlla fortezza. Siccome poi i suoi
nemici avean detto ch''egli non voleva alcun gen-
tiluomo presso di sé, per dimostrare che ciò era
stata una calunnia, creò suol gentiluomini cinque
giovani fiorentini, e fece loro lasciar Tabito civile
e mettersi la cappa e la spada (75).
§. 47- Cesare a dì 5 d''aprile dello stesso anno
partì da Napoli con 6000 spagnuoli e looo caval-
line giunto a Roma Irattennesi ivi alquanti giorni.
I senesi che volevano mantener pace ed unione
con Alessandro dei Medici , per essere a Siena
molto vicino, e perchè tanto esso quanto loro me-
5^0 AVVENIMENTI STORICI Jn. \ 535/
desimi erano aderenti alla fazione imperiale, per
confermarsi maggiormente della di lui volontà gM
spedirono a Roma ambasciatori. Capitoli di più
stretta amicizia stipularonsi tra essi senesi ed i
perugini e Giacomo d'^Appiano signore di Piom-
bino. Sentendo poi che P imperatore transitanda
per ritalia sarebbe passato per Siena, gli prepa-
rarono magnifici onori e segm di giubbilo, e sta-
bilirono che la balìa collegialmente dovesse an-
dare a Tis-itare rìmperatore e gli domandasse che
tra essa ed il duca dei Medici s'interponesse, ac-
ciò passasse buona intelligenza ed amicizia tradì
loro. Partito adunque T imperatore da Roma en-
trò in Siena, ove dicesi che tra gli altri compo-
nenti la pompa di tal ingresso , v^ erano centa
fanciulli minori degli anni dieci tutti nobili e ve-
stiti di bianco. Alla veduta dell'imperatore i fan-
ciulli si fecero avanti, gridando come il resto del
popolo im//ero,/m^ero,einginocchiaronsi.Uno di
essi di vago aspetto per nome Pomponio di mes.
Bartolommeo Carli Piccoloraini^ corse per abbrac-
ciare un piede delPimperatore , ma per la picca-
lezza della statura, non potendo tanfalto arrivare,
abbracciò la gamba del cavallo ^ e da quelP atto
commosso cesare lo prese nelle braccia e lo baciò
nella fronte. Nella soglia e nella porta della città
si presentò avanti a cesare messer Giunta Ber-
Hnghieri priore della signorìa, e dimostrandogli
Tallegrezza della città in ricevere dentro le di lei
mura un personaggio sì alto e sì potente gli pre-
sentò le chiavi delle pubbliche porte , cui disse
Fimperatore che godeva ritrovarsi in una ciltà'da
'jin. 1535. deitempimediceicap.it. yy
esso somalamente amata, e che le chiavi slavano
ben custodite in mano dei propri cittadini (76).
J, 48. Dopo aver visitata la città parli P im-
peratore, e dirigendosi verso Firenze alloggiò alla
Certosa,monastero poco distante da questa città.
Il giorno dopo che fu il primo di maggio fece so-
lenne entrala per la porta a s. Pier Gattolini.
Andarono ad incontrarlo il duca Alessandro con
tutto il senato e numero infinito di cittadini a ca-
vallo,tutti con veste lunga di raso paonazzo, e con
berrette ornate d''oro e pennacchi bianchi in testa:
eranvi in sulla porta varie artiglierìe che per più
volte airarrivo di sua Maestà si spararono, a que-
ste le fortezze risposero, e tutte le campane della
città cominciarono a suonare . Dentro la porla
eravi il luogotenente del duca , i consiglieri e
lutti i magistrati della città: quivi pure 24 S^o^^'-^i
nobili fiorentini, vestiti similmente di raso pao-
nazzo e calze e giubboni rossi, attendevano con
un baldacchino di ricco broccato T imperatore .
Giunto cesare fu ricevuto da questi,e posto sotto
al baldacchino entrò nella città: allora il duca uni-
tamente col suo luogotenente prese le chiavi del-
la cillà, presentolle a cesare: egli le accettò, ma
subito graziosamente le rese. La funzione riusci
essai graziosa essendovi venuto lutto il elei o in
abito festivo ad incontrarlo^ ed a piedi con simLl
pompa ed in mezzo dei comuni applausi si avviò
cesare verso il duomo: erano tutte le strade ornale
d'archi,«li sialue e d'iscrizioni denotanti le impre-
se, le glorie e le virtù dell'imperatore: can questo
apparato giunto al duomo fu ricevuto da Andrea
78 AVVENIMENTI STORICI Jn,, 1535.
Buontlelmonti arcivescovo, e portatosi air altare
si mise ad orare sotto un cortinaggio di velluto
paonazzo ivi a tale efTelto preparato 5 e poiché
ebbe fatta orazione uscì di chiesa, e rimontato a
eavallo se ne andò ad alloggiare al palazzo dei
Medici. Nei sette giorni che cesare si trattenne a
Firenze il duca Alessandro permesse ai cittadini
di portare pubblicamente le armi, non temendo
alcuna sollevazione, mediante l'armata imperiale
che lo scortava, pretendendo con ciò far vedere
a! suocero che non eran vere le imputazioni da-
teci dai ribelli (77).
g. 49. Scorsi quei giorni Carlo con Alessandro
trasferissi a Pistoia, dove fu ricevuto da tutto il
popolo con grande onore ed allegrezza. Allora
il supremo magistrato della città si assentò dal
suo palazzo, e prese in esso riposo quest'impera-
tore, e i nobili di sua corte furono dalla prima
Dobiltà ricevuti e serviti. Volevano entrare in Pi-
stoia anche i soldati che seco aveva, ma i cittadi-
ni negato a quelli costantemente Pingresso, se-
guitarono il loro viaggio verso la città di Lucca,
dove dopo la dimora in Pistoia di duenoltiedun
giorno si trasferì quel monarca (78). Entralo Io
imperatore in Lucca vi fu ricevuto in modo trion-
fale, e con tutti i contrassegni di devota filiale
suggezione. Niente fu omesso nei quattro giorni
che vi dimorò per guadagnarsi l'affezione sua (79),
Di qui passato per vai di Magra, e Pontremoli, e
varcato TAppenninose ne andò in Piemonte (80).
g. 5o. Alessandro dopo ch'ebbe accompagnato
Carlo V ai confini della Toscana tornò in Firenze
^n.i535. DElTEMPlMEDICEICAP.il. 70
per ivi prepararle nozze con Margherita d''Auslria
sua sposa. Questa i5 giorni dopo la partenza di
Carlo V arrivò in Firenze accompagnala dalla
viceregina di Napoli, e da molli baroni e signori
mandati con lei per ordine e commissione di suo
padre. Giunta al Poggio a Caiano andarono a rì-
sconfrarla molti nobili fiorentini col duca Ales-
sandro, e colla medesima compagnia arrivata alla
città fu ricevuta sotto un ricchissimo baldacchino
portato a vicenda da 40 giovani de'*primi della città
vestiti di raso cremisi gallonati d'oro .e in mezzo
ad un infinito numero di doppieri acoesi fu con-
dotta ad alloggiare nelle case di Ottaviano de\\Ie-
dici. Le feste consuete si raddoppiarono, ed il duca
il giorno dopo vestito pomposamente andò con i
suoi consiglieri e con tutlo il senato a prender
la sposa col di lei corteggio. In simile occasione
il duca per segno di clemenza pubblicò un bando,
col quale rimetteva tulli i fuoruscili del i53o, ma
pochi ritornarono alla patria^ polche sdegnali al
sommo non accettarono quel benefizio, tratti
dalle speranze di Filippo Strozzi che a molti dava
ricetto, e sovvenivali di denaro (81).
g. 5 1. Libero Alessandro per simil guisa da
ogni molestia, attendeva a darsi bel tempo, cor-
rendo senza ritegno ove le sue passioni lo tra-
sportavano^ al che Pampia comodità ed i consigli
dei giovanaslri suoi compagni ve lo spingevano
iDaggiormente. Tra gli scellerati ministri delle
sue infamità leneva il posto principale Lorenzo
de*>Iedici, detto volgarmenle Lorenzino o Loren-
80 AVVENIMENTI STORICI ^«.1535.
zaccio. Questi era cugino del duca, primogenito
del ramo cadetto della casa medicea, e chiamato
dal rescritto imperiale a successore di Alessandro,
qualora questi morisse senza tìgli. Lorenzino che
sarebbe stato meritevole di stima pel suo raro
ingegno e per l'amore delle lettere, se i suoi co-
stumi e Tiudole sua non fossero stati infami, era
vissuto nei piaceri, ed avea servito da vile adula-
tore al duca A-Iessandro nei di lui illeciti amori.
Egli aveva aiutato il duca a sedurre varie nobili
donne, e spesso l'accomodava della propria casa
attigua a quella del duca in via Larga per quei
disonesti abboccamenti: egli trasse il duca nelle
insidie a questo modo (82).
g. 5a. Dettegli dapriixia speranza che avrebbegli
condottala consorte di Leonardo Ginori. sorella
di sua madre, ma di questa assai più giovane. La
bellezza della dama avea già da lungo tempo fe-
rito d''amore il duca, ma la di lei virtù era stata
salda ad ogni sedizione. Dopo cena del giorno
della Epifanìa, giorno in cui cominciava il carne-i
vale, Lorenzino avvisò il duca, che se voleva
trovarsi in sua casa affatto solo, ed osservare il
più alto segreto, vi troverebbe sua zia Caterina
Ginori. Alessandro accettò l'abboccamento, allon-
tanò tutte le sue guardie, si tolse di vista a tutti
coloro che potevano osservarlo, ed entrò senza
che nessuno il vedesse nella casa di Lorenzo. Egli
era affaticato e voleva riposare^ prima di adagiar-
si in letto si discinse la spada, e Lorenzino pren-
dendogliela di mano per metterla dal capezzale
An, 1537. DElTEMPlMEDICElCAP.il. 8l
del Jetto, ne ravvolse il cinturino intorno all'elsa
in maniera che non fosse facile il poterla sguai-
nare. Poscia Lorenzino uscì dicendo al duca di
riposarsi intanto ch''egli andava in cerca della zia,
e lo chiuse sotto chiave. Tornò un istante dopo
con un sicario chiamato per soprannome Scoron-
conoolo che egli aveva preventivamente apposta-
to, dicendogli di volersi servir di lui per isbri-
garsi di un ragguardevole personaggio di corte
che non nominò*, conciossiachè Lorenzino era
pervenuto sino al punto della esecuzione della
trama, senza manifestarla a nessuno (83). En-
trando pel primo nella camera Lorenzino disse al
duca „ signore dormile?,, e nel punto stesso lo
trafisse da parte a parte con uno stocco che a-
veva in pugno. Alessandro, quantunque mortal-
mente ferito, avventossi contro il suo uccisore,
ma Lorenzino per impedirgli di gridare nelPatto
di dirgli „ signore non abbiate paura „ gli cacciò
due dita in bocca. Alessandro lo morse rabbio-
so con quanto aveva di forza, ruotolandosi sul
letto con Lorenzino cui teneva strettamente ab-
bracciato. Scoronconcolo non potendo ferire Tu-
no senza pericolo di ferire anche l'altro si sforza*'
va di trovare Alessandro tra le gambe di Loren-
zino mentre si battevano; ma non feriva che le
coltrici. Air ullimo si ricordò di avere un col-
tello in tasca, e cacciatolo nella gola del duca,
tanto vel dimenò che Tuccise (84),lo che accadde
nel gennaio del iSSj.
a g. 53. Loienzino era ben sicuro che pcrquan*
Ito si gridasse nelle sue stanze, non si accoste-
SU Tose. Tom. 10. 8
82 AVVENIMENTI STORICI An» 1537.
rebbe nessuno a chiederne la cagione, essendo i
suoi servitori a ciò accostumali. Nessuno era con-
sapevole delPatlentato^ onde egli aveva più ore
di tempo nelle quali per certo nessuno avrebbe
fatto inchiesta del duca, né avvertita la di lui
mancanza. Ora d^altro più non si trattava che di
raccogliere i frutti della trama da lui condotta
a fine con tanta destrezza e cosi segretamente.
Ma Lorenzino colla precedente sua vita aveva
eccitato la diffidenza di tutte le persone dabbene^
non aveva amici cui chieder consiglio o assisten-
za^ non aveva partigiani^ non aveva mai dato in-
dizio dì quello zelo di libertà cui ostentò in ap-
presso, e che forse nou era altro che la maschera
dell'eroismo. Sebbene egli fosse il primo dei !VIe-
dici a succedere nel principato, niuuo a lui pen-
sava, o perchè non dubitavasi che Alessandro gio-
vane, robusto e di fresco ammogliato nou dovesse
aver prole, o perchè non si credeva la signorìa ab-
bastanza solidamente stabilita, per supporre che
la successione fosse per passare in un ramo lon-
tano. Egli era turbato d'animo dal pensiero del-
l'azione commessa, dal timore di Scoronconcolo
suo complice, e forse ancora dal dolore che sen-
tiva nella mano fieramente morsicata da Alessan-
dro. Altronde egli suppose distrutto il presente
governo dalla morte del tiranno, il quale non a-
veva figliuoli né fratelli pronti a succedergli; egli
stesso era il più prossimo erede, e non poteva
nemmeno prevedere a qual persona il partito dei
Medici potesse conferire l'autorità monarchica.
Ad altro dunque più non pensò che a porsi egli
%
af/t. 1537. DEI TEMPI MEDICEI GAP. li. 83
Stesso in salvo nei primi momenti di effervescen-
za, ed a raccozzare i fuorusciti che dovevano rac-
cogliere il frutto del suo ardimento.
5. 54. Chiuse la porta della sua camera e ne
portò seco la chiave^ poi fattosi dare un ordine
perchè gli si aprissero le porte della città e gli si
somministrassero cavalli di posta sotto pretesto
che aveva avuto avviso della malattia di suo fra-
tello in villa, partì subito alla volta di Bologna e
di là per Venezia con Scoronconcolo (85). Lo-
reniino raccontò a Salvestro AMobrandini a Bo-
logna ed a Filippo Strozzi a Venezia di aver dato
morte al tiranno. Il primo non volle credergli^
l'altro rimase lungamente dubbioso, ed alPultimo
dandogli fede lo chiamò il Bruto di Firenze, e gli
promise che idue suoi figliuoli sposerebbero le due
sorelle di Lorenzino. Ad ogni modo la dissimula-
zione del nuovo Bruto che venne in allora celebra-
ta dai poeti e dagli oratori d'Italia, non ebbe i fe-
lici risullamenli di quella del primo. Il senato
che era stato creato per assecondare Alessandro
non aveva nessun motivo d'esser contento del
duca^ ma quanto più violenta e crudele era stata
la rivoluzione per cui il duca era stato inalzato al
trono, tanto più chi vi aveva contribuito teme-
va il ritorno e le vendette degli esuli. 11 cardinal
Cibo principal ministro d'^Alessandro fu il primo
»l essere informato che il duca non si trovava
nelle consuete stanze, che quella notte non s''era
veduto tornare, e che non sapevasi dove si trovas-
se. La subila partenza di Lorenzino, della quale
ebbe poco dopo notizia, gli fece sospettare Tacca-
84 AVVENIMENTI STORIA An. 1537.
duto', ma egli temette che il popolo il quale, ben-
ché fosse disarmalo e intimidito dalla fortezza e-
retta dal duca, nutriva tant'odio verso i Medici e
verso tutti i lorc» ministri^ non si levasse a tunml-
to appena che fosse appalesata la morte del duca.
Perciò fece dire a tutti i cortigiani che venivano
al palazzo, che il duca si riposava ancora perchè
avea vegliato tutta la notte. Nello stesso tempo
mandò un corriere ad Alessandro Vitelli, coman-
dante della guardia, per richiederlo pi*emurosa-
raente di tornare senza indugio con tutti i soldati
che potrebbe adunare, perciocché Lorenzino ave-
va scelta per l'esecuzione del suo progetto la cir-
costanza in cui il Vitelli erasi recato a Città di
Castello. Ilcardinale fece pure avvisare tutti i co-
mandanti e tutti i capitani delP ordinanza di te-
nersi pronti, e non fu se non che nella notte del
7 v-ìirS gennaio ch^egli prese coraggio di fare aprire
- tocitninente le stanze di Lorenzino, ove trovò il
duca giacente nel proprio sangue (86). Veduto il
4)arbaro caso piansero amaramente la miseria del
loro padrone^ lo involsero pertanto in un tappeto,
e celatamente lo portarono in s. Giovanni, poi
nella sagrestia vecchia di s. Lorenzo ove in urfa
cassa lo serrarono (87).
g. 55. Lorenzino de' Medici avea bensì fatto
dar notizia della morte del duca ad alcuni repub-
blicani fiorentini, ma o questi non Tavevauo cre-
duta, o non avevano osato propagare quel perico-
loso segreto. E appena cominciava questo segreto
a divulgarsi tra "*! popolo, si vide giungere per le
poste Alessandro Vitelli il lunedi mattina 8 di
'An, 1537. DEI TEMPI MEDICEI GAP. II. 85
gennaio, e tutti i luoghi forti della città qò. i capi
strada principali guarnirsi di soldati e di artiglie-
rìa. La difficoltà di trar vantaggio da un avveni-
mento di cui lutti si rallegravano, ma di cui nessu-
no osava tenersi sicuro, andava di mano in mano
crescendo (88). Dopo Tuccisione del duca Ales-
sandro si ritirò Margherita già duchessa col tesoro
nella cittadella, ma ricevette l'ordine dal di lei
padre che,dopo aver consegnala la fortezza a don
Giovanni di Luna, partisse con tutta la roba e si
recasse ad abitare in Siena (89): di là passò a Prato
quindi a Pisa. Cosimo de"* Medici fece ogni sua
pratica per ottenerla in sposa, ma premendo piii
a cesare il papa che Cosimo, glie la negò e la dette
ad Ottavio figlio di Pier Luigi Farnese nipote di
Paolo III (90).
NOTE
(0 iVlazzarosa, Storia di Lacca, voi. 11, lib. vr^ p.54.
(2) Ivi , pag. 55. (3) Pecci, Continuazione delle me-
morie storico-critiche della città di Siena parte iii ,
an. 1530, p. 36. (4j Ved. §. 3.(5) Racconto a*Ano-
Tìimo autore de' fatti della città d' Arezzo deli* anno
1529-1530. Sta nella relazione di Giovanni Rondi-
nelli sopra lo stato antico e moderno della città di
Arezzo, pag. 228. (6) Ivi. (7; Pecci citato. (8) Can-
tini , Lettere a diversi illustri soggetti sopra alcune
terre e castella di Toscana, letter. xxvrn. (0) Ved. le
deliberazioni del consiglio del diciassette ottobre 1530
a pag. 127 e 134 , dove si leggono tulle le capitola-
8'*
8g AVVENIMENTI STORICI
zioni di quella storia riportata dal Pecci,Contintia?ione
delle memorie storico-critiche di Siena fino all' anno
1552, part. in, pag. 35-39. (10)Pecci cit. (11)Ved.
le deliberazioni di balia del 23 novembre 1530 a p.
185, ap. Pecci cit. p. 42. (12) Pecci citato , p. 44,
45. (13) Ivi , pag. 48. (14) Ivi. (15) Ivi. (16) Ved.
Je deliberazioni di balìa del 2 gennaio 1531 , a pag.
4, 5, 8, apparisce Ravviso dato da Don Lopes a Don
Ferrante della sollevazione di Siena contro i novescht
accaduta, ap. Pecci citato. (17)Pecci citato. (18) Ivi.
(19) Ved. 5. 2. (20) Mazznrosa citato, voi. 11, pag. 56.
(21) Ivi. (22) Ivi. (23) Pecci cit. part. in , pag. 60.
(24) Sismondi^ Storia delle repubbliche italiane, voi.
XVI, cap. cxxii, pag. 75. (25) Gicciaporcì^ Compen-
dio della storia fior. lib. i, p. 98. (26) Spannagel ,
Notizie della vera libertà fiorentina. (27) Litta, Nota
della famiglia Medici e dei primi tempi della repub-
blica di Firenze, tav. xi. (28) Sismondi cit. voi. xvi,
cap. cxxii, pag. 76. (29) Lettera di Francesco Guic-
ciardini a Niccolò di Schoraberg arcivescovo di Capua
del 13 gennaio 1532 con una scrittura intorno al go-
verno di Firenze. Lettere de'principi , tom. 111, foK
VITI, sq. (30) ^(uratori^ Annali d' Italia , an. 1531,
(31) Spaniìagel cit. part. n, cap. xxi, 5« "137. (32) Se-
gni , Stor. fior. lib. v. (33) Spannagel cit. ^. 139.
(34) Ivi, §. 7. (35) Ivi, 5. 9. (36) Guicciardini, Sto-
ria d'Italia^ lib. vili, au. 1509 e lib. xv, an. 1523.
(37) Spannagel eit. ^. 28. (38) Hobbes , Tractat. de
imper. e. x^ §. 8. (39) Spannagel cit. cap. xxi, §. 58.
(40) Guicciardini citato, lib. xx ed Ammirato, Slor.
fior. lib. XXX, e Varchi, lib. xu. (41) Spannagel cit.
5. 60. (42) Ivi, §. 61. (43) Varchi citato. (44) Ivi.
(45) Ved. §. 16. (46) Malavolti, Storia di Siena an.
1531 . (47) Ne^ libri delle deliberazioni di balia di
quel tempo. (48) Sismondi citato ^ voi. 15, e 16.
(49) Deliberazione del consiglio di balia del 6 giugno
1531, p. 115. (50) Ivi, p. 133, 137. (51) Pecci cit.
DEI TEMPI MEDICEI CAP. It 87
part. liTjp. 57. (52) Fioravanti, Memorie sloriche della
città di Pistoia cap. xxxi. (53) Giovannelli, Storia di
Voi terra, pag. 45. (54) Cantini, Lettere a diversi il-
lustri soggetti sopra alcune terre e castelli di Tosca-
na cit. letter. xviii. (55) Ivi, letter. v. (56) Ivi, letter.
XX. (57) Fioravanti citato, cap. xxxi. (58) Varchi^
Storie fiorentine, lib. xn, pag. 367 . Bernar. Segni ^
Stor. fior. lib. v, p. 149, e Nerli lib. xi, pag. 260.
(59) Varchi cit. lib. xii^ p. 374 ^ lib. xiii , pag. 12.
Gambi cit. voi. xxiii, p. 114. Segni cit. lib. v, pag.
50 e Nerli, lib. xi, pag. 262, 268. (60) Muratori, An-
nali d'Italia cit. an. 1532 (61 ) Guicciardini, cit. lib»
xxn, cap. II. (62) Muratori cit. an. 1533. (63) Litta
cit. tav. XI. (64) Varchi cit. voi. v, lib. xni, p. 5.
XIV, pag. 85, e Cambi citalo^ voi. xxiii , pag. 137,
(65) Sismondi citato, voi. xvi^ cap. cxxii, pag. 81.
(66) Ammirato, Storie fior. cit. lib. xxxi , e Paul,
lovii, lib. xxxii. (67) Varchi cit. lib. xiv, pag. 80.
(68) Paul. lovii cit. lib. xxxiv, ed Ammirato cit. lib.
XXXI. (69) Varchi citato, lib. xiv , e Segni lib. vili.
(70) Sismondi citato, voi. xvi, cap. cxxii, pag. 184.
(71) Varchi citato, lib. xiv. (72) Varchi , Ammira-
to, e Segni, ap. Sismondi citato. (73) Varchi citato,
lib. XIV. (74) Rastrelli , Storia di Alessandro de'Me-
dici primo duca di Firenze, voi. iij p. 184. (75) Ivi^
pag. 145. (76) Pecci , Memorie citate, voi. in , pag.
85. (77) Rastrelli citato , pag. 187 . (78) Fioravanti
cit. cap. XXXI. (79) Mazzarosa cit. voi. 11, lib. vii, p.
75. (80) Pecci citato, pag. 91. (81) Rastrelli citato J^
voi. II, lib. VI, p. 190. (82) Sismondi cit. voi. xvi,
cap. cxxn, pag. 88. (83) Ivi, pag. 89. (84) Varchi ,
Segui , Nerli , Adriani ed Ammirato , ap. Sismondi
citato. (85) Varclii , ap. Sismondi citato , pag. 90.
(86) Adriani, Storia dei suoi tempi, lib. i, pag. 12.
(87) Rastrelli citato, voi. n, lih. vi, pag. 204. (88) Si-
smondi cit. (89) Pecci, Memorie storiche di Siena cit.
p. 96. (90) Muratori, Annali d'Italia cit. an. 1538.
88 AVVENIMENTI STORICI
(BÌ^IPJI^(D]LD milt^
o-
An, 1537 di G. Cr,
g. I. J_ja città di Firenze agitala per quattro se-
coli da interne rivoluzioni senza aver mai potuto
stabilire una forma di governo permanente e
tranquilla, ridotta tìnalmente sotto Passoluto po-
tere di un solo, si riposava stanca da tanti trava-
gli, quando la violenta morte del duca Alessan-
dro la ridusse in nuove calaniitàje risvegliò negli
spiriti ambiziosi la sedizione ed il tumulto (i).
Frattanto i quarantotto senatori si adunarono nel
palazzo dei Medici sotto la presidenza del cardi-
nal Cibo. Uno dei senalorijche fu Domenico Cani-
giani, propose di deferire la dignità a Giulio figlio
naturale di Alessandro ancor fanciullo di tre anni^
Francesco Guicciardini propose per capo della re-
pubblica Cosimo figliuolo di Giovanni Pillustre
capitano delle bande nere.Questo giovinetto igno-
rando ciò che accadeva, trovavasi allora nella villa
di Trebbio in Mugello, lontana i5 miglia da Fi-
renze^ ma Palla Rucellai si oppose sdegnosamen-
te a queste due proposte. „ Poiché la provvidenza,
diss'egli, ci ha liberati da un odioso tiranno, con-
solidiamo questa libertà che il- cielo ci dona, e
rendiamo alla repubblica Tantico stato. Soprat-
\AnASZl, DEI TEMPI MEDICEI CAP. III. 89
tutto non adottiamo veruna risoluzione, mentre
tanti nobiii cittadini esiliati o fuorusciti, i quali
hanno i medesimi dritti di noi a determinare le
sorti della patria comune, si trovano lontani (vl) „.
La maggior parte dei senatori stavano per Topi-
nìone delRucellai, ma tremavano tuttavìa dinan-
zi a quattro ohe avevano avuta tanta parte nel-
rullirao governo, e questi qualtro,nh^erano Fran-
cesco Vettori, il Guicciardini,Roberto Acciaiuoli
e Matteo Stro2zi credevano di non potersi con
altro mezzo salvare dall'odio dei loro concittadini,
che creando un nuovo prìncipe \n luogo di quello
ch''era perito. Rappresentarono essi ai senatori
tutto ciò che i consigli avevano da temere dal po-
polo sdegnato e dalle vendette degli esiliati^ e
non potendo indurli ad una più precisa risolu-
zione li persuasero almeno a deferire per tre gior-
ni piena autorità al cardinal Cibo, il quale essen-
do tiglio d'una sorella di Leone X poteva essere
riguardato qual rappresentante della casa Medici,
benché non fosse fiorentino. Ma questa risoluzio-
ne non bastava a raccontentare il Guicciardini
ed i complici di lui. Sapevano essi che la fazione
repubblicana teneva dal canto suo segrete adu-
nanze, onde riputavano che una più lunga irriso-
luzione poteva rovinare la loro fazione. Si rac-
colsero perciò di notte in segreta consulta, cui
furono presenti oltre i quattro capi del paitito, il
cardinal Cibo, Alt^ssandro Vitelli comandante
della gujrdia, ed il giovine Cosimo de'Medicì che
sollecitameute era giunto da Trebbio per coglie-
^O AVVENIMENTI STORICI -^/lJ537«
re la propizia occasioDe che gli veniva offerta dal-
la fori una (3).
g. a . In quella consulla fermarono di adu-
nare nuovamente alPìndomani maltinail senato,
e di persuaderlo ad eleggere Cosimo de** Medici,
non in qualità di duca, ma come capo e governa-
tore della repubblica fiorentina con limitati poteri,
adoprando, ove il bisogno lo richiedesse , la for-
za per indurvi i senatori . In fatti mentre questi
slavano ancora dubbiosi se dovessero acceltare
quelle proposte che Francesco Guicciardini avea
scritte, Alessandro Valori che avea fatto erapire
tutta la via di soldati, fece gridare altamente da
essi wa // duca ed i Medici l e dare avviso ai
senatori di affrettarsi perchè più non si potevano
tenere a freno le soldatesche. In tal guisa fu vin-
ta relezione di Cosimo I con gran maggioran-
za di suffragi. Cosimo de'lMedici tìglio di Giovan-
ni, eh' era egli medesimo pronipote di Lorenzo
fratello del vecchio Cosimo , avea concetto di
lentezza e timidità. Il Guicciardini che aveva a-
vuta la principal parte neir elezione di lui si te-
neva per certo di poter governare questo giovine
inesperto , il quale, secondo che supponeva il
Guicciardini, non era inclinato ad altro che alla
caccia ed alla pesra. Aveva il Guicciardini fatto
ridurre a dodicimila scudi la provvisione annuale
del duca, poiché credevasi diventato egli stesso
il vero sovrano di Firenze. Ma niun giovine sep-
pe meglio deludere P universale espettazione
quanto Cosimo de' Medici. Sotto il taciturno e
'jin,i5òl, DEI TEMPI MEDICEI CIP. HI. 91
modesto aspetto egli covava la più sospettosa
gelosìa del potere, la più smisurala ambizione, ed
in un tempo la più cupa dissimulazione. Colui che
lutti speravanodi poter goveruare^non ebbe presso
di sé alcun fidato e non volle ricevere consigli da
veruno. I tre cardinali fiorentini Salviati, Ridolfi
e Gaddi quando ebbero avviso di questa elezione
partirono da Roma alla volta di Firenze con due-
mila uomini di truppe levate a loro spese. Barto-
lommeo Valori che aveva abbandonato il duca
Alessandro nel ritorno da Napoli, e che da quel
tempo erasi unito agli esiliati, accompagnava i car-
dinali con moltissimi fuorusciti. Dal canto suoFi-
lippo Strozzi da Venezia recatosi a Bologna vi
assoldava truppe. Il menomo insulto poteva basta-
re a rovesciare il nuovo governo 5 ma perchè i
6gliuoli dello Strozzi eransi acconciati al servizio
del re di Francia, perchè gli esuli speravano di
già aiuti da quella corte, i generali delPimperalore
si affrettarono ili dare assistenza a Cosimo, facen-
do passare in Toscana duemila spagnuoli in allo-
ra sbarcati a Lerici. Cosimo frattanto avea man-
dato ai cardinali le più rispettose proteste dello
invito di rientrare senz' armi nella loro patria ,
accertandoli del suo desiderio di conformarsi in
ogni cosa alla loro volontà. Il cardinale Salvia-
ti riconosciuto dagli altri prelati e da tutti gli
esuli per loro rapo era fratello della madre di Co-
simo , e questa stretta parentela pareva che do-
vesse agevolare le negoziazioni (4).
g. 3. Gli esiliati acconsenlirono ad accomiatare
le loro truppe.entrarono in Firenze con doppio sai-
92. ATVEJflMENTI STORICI ^/2.1537.
vacondoUo di Cosimo dei Medici fidi Alessaudro
Vitelli-, ma presto s'accorsero d'essere stati ingan-
nati. Imperciocché le truppe spagnuole, le quali
secondo le promesse di Cosimo dovevano essere
rimandate nello stesso tempo che le loro, si an-
davano in vece sempre più avvicinando a Firenze^
la cittadella era stata occupata per sorpresa da
Alessandro Vitelli, ed era guardala a nome dello
imperatore^ non si concedevano loro le condi-
zioni promesse, ed in fine il Vitelli cominciava a
farli minacciare da^suoi soldati. Per queste cose
tutfi si ritirarono di bel nuovo precipitosamente
il primo febbraio, dopo la breve dimora in Firen-
ze di nove giorni. E perchè il cardinale Salvìati,
credendo di non aver che temere dal nipote, era
rimasto solo in città , Alessandro Vitelli fece
accerchiare la di lui casa da' suoi soldati, e mi-
nacciandolo di farlo in brani lo costrinse a fug-
gire (5).
g. 4- L'imprudenza ed i replicati falli di colo-
ro che gli esiliati avevano riconosciuto per loro
capi, perchè erano i soli del partito che fossero
abbastanza ricchi da far la guerra col loro pecu-
lio, contribuivano a consolidare il governo di Co-
simo I. Cotal governo acquistò maggiore sta-
bilità per la venuta di Ferdinando di Silva, conte
di Sifonte, ambasciatore dell'imperatore, il quale
in un"' adunanza del senato produsse una bolla
imperiale, colla quale Cosimo de^ Medici veniva
dichiarato legiltimo successore di Alessandro nel
principato di Firenze, mentre Lorenzino, il fratel-
lo di lui e tutti i discendenti di Pier Francesco dei
^/1.1537. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IH. ^3
Medici reslavan per sempre privali del Joro di-
ritto alTeredità a motivo della uccisione delPul-
timo principe. Fra le altre cose nelle fortezze di
Firenze e di Livorno fu mandata guarnigione im-
periale.enon prima del i543 furon esse restitui-
te al duca di Toscana.
g. 5. Dopo questa protezione dichiarata di Car-
lo V per il nuovo governo, pareva che si doves-
se viver quieti in Firenze, ma i fuorusciti infesta-
vano sempre le frontiere del dominio con pic-
cole sorprese e tentativi particolarmente al Borgo
s.Sepolcro,Sestino ed altri luoghi^ al che però tro-
varono, per la vigilanza di Cosimo, sempre degPo-
stacoli.Confidarono moltocostoro ne'pisloiesi, poi-
ché la parte cancelliera sempre in opposizione alla
panciatica teneva corrispondenza con i fuorusci-
ti, talmenlechè avendo essi ottenuto degl'aiuti in
denaro dalla Francia, vollero fare un tentativocolla
viva forza, essendo lor capo Filippo Strozzi, il più
ricco e potente fra loro uniti colla parte cancelliera
di Pistoia. Si riunirono in Bologna, e speravano di
sorprender Prato , ma la vigilanza di Cosimo e
ile'suoi ministri fece andare a vuoto il loro pro-
getto, onde andarono a fortificarsi a Montemur-
lo (6). Cosimo dei Medici aveva ancor"'esso al suo
servigio una grossa schiera di veterani spagnuoli
e tedeschi, mandatigli dalPimperalore per mante-
nere la di lui autorità, ma più ancora per assicu-
rarsi della di lui obbedienza. Egli aveva io oltre
suflicienti truppe italiane per farsi rispettare^ pu-
re tìnse di aver gran paura, richiamò in citta tut-
te le sue truppe spagnuole, e non provvide ad air
Si, Tose. Tom, 10. 9
94 àVVENIMESTl STORICI uén.^5^1.
tro che alla difesa . Con questo simulalo terrore
ingannò tanto bene gli esiliati,che Filippo Strozzi,
Bartolonimeo Valori e gli altri andarono ad al-
loggiarsi come in piena pace nella casa dei Nerli
a Monlemurlo, che inaddielro avea servito di
rocca, ma che ormai non aveva di fortezza che il
nome , nel menare che Pietro Strozzi con poche
centinaia d' uomini slava a pie del colle , e che
Tarmata, trattenuta da dirotte piogge, trovavasi
tuttavia distante quattro miglia {7).
g. 6. Cosimo de''i>Iedici approfiUò accortamen-
te della baldanza che aveva saputo ispirare ai suoi
nemici: nella notte del 3 1 luglio fece uscire tutta
la sua armata sotto gli ordini di Alessandro Vi-
telli , e la mandò senza far alto a Montemurlo.
Pietro Strozzi avea divisa la piccola sua truppa
per tendere un'imboscata ad una debole squadra
di cavalleria, colla quale avea combattuto nel pre-
cedente giorno. Sandrino Filicaia , capitano dei
soldati appiattati, attonito nel vedersi passare in-
nanzi un'intiera armata in vece di uno squadrone,
non usci d' agguato e non potette fare avvertito
Pietro Strozzi 5 questi fu colto alla sprovveduta
nel suo quartiere , la sua truppa sgominala , ed
egli medesimo fatto prigioniere , ma senza esser
conosciuto ^ onde trovò in appresso il modo di
fuggire attraversando a nuoto un piccolo tiume(8).
Giunto a Filippo Strozzi 1' avviso che suo tiglio
era stato ucciso o fatto prigioniere, egli si smarrì,
e sebbene fosse ancora in tempo di scampare ,
aspettò di essere assedialo da A.lessandro Vitelli.
Questi giunto sotto l'antica rocca di Montemur-
An. \bll. DEI TEMPI MEDICEI CAP. 111. gS
lo, che gli esiliali avevano asserragliata alla me-
glio, la fece assaltare e dar fuoco alla porla. Do-
po una sanguinosa pugna che durò più di due ore,
gli assalitori penetrarono da ogni parte nella for-
tezza, e gli esiliati si arresero prigionieri ai soldati
italiani ospagnuoli ch^rano i primi a prenderli, me-
no che Caccia Altovili, il quale ristretto nel pub-
blico palazzo di IVIontemurlo, piuttosto che arren-
dersi vi appiccò il fuoco e perì tra le fiamme (9).
Per tal modo Filippo Strozzi, che fino allora era
stato creduto il più felice privalo cittadino d'Italia,
siccome era ancora il più ricco , si arrese allo
slesso Vitelli. A.vendo poi questi avviso che l'ar-
mata di Capino e del priore Salviati avvicinavasi,
ed era arrivata a Fabbrica, poco distante da Monte-
mudo, egli non volle aspettarla ed esporre al ci-
mento di una nuova pugna i molli prigionieri che
nvea fatti. Rientrò in Firenze il primo giorno di
agosto colla sua vittoriosa truppa , conducendo
prigionieri nella loro patria per lo meno un cit-
tadino di ognuna delle più illustri famiglie del-
l'antica repubblica; intanto Tarmata degli esiliati
informata della sventura dei suoi capi, si ritirava
a precipizio oltre gli Appennini (io). In conse-
guenza di questa vittoria i pistoiesi mandarono
ambasciatori a Cosimo per dimostrare il contento
che provava la città loro in aver per sovrano un
personaggio, com''essi dicevano, così distinto,chc
da padre amorevole l'avrebbe governati (11). La
medesima dichiarazione di volersi soltomellere
al nuovo imperio di Cosimo^ fu per via di amba»
96 AVVENIMENTI STORICI j4n,Hò7.
sciatori dichiarata da molte città e paesi dello
slato fiorentino.
g. 7.CosimoI(a)avea voluto vedere luttii pri-
gionieri nello stesso giorno in cui erano entrati
in Firenze, ed avea seco loro parlato con appa-
rente moderazione (la). I prigioni principali dili-
gentemente si esaminarono, chiedendo loro che
intendevano di fare, quali pratiche avevano tenute
ed in che cosa speravano, ed in loro non si trovò
se non animo di rinnovare stalo alla città,e che da
tutti quelli che partivano di Firenze erano tutto-
giorno confortati a venirvi, ove sarebbero aiutati
dal popolo e favoriti 5 ma non già bene conveni-
vano fra loiN3 circa la forma del governo, traendo
ciascuno di essi il partito ai propri vanlaggì. Né
alcuno VI aveva che al bene universale della città
riguardasse, desiderando ciascuno di aver lo slato
in mano per servirsene con danno degli altri a
propria grandezza , essendo pieni di animosità e
voglia grandissima di vendicarsi (i3).
g. 8. Il tribunale degli otto avendone ricom-
prali alcuni dai soldatiV fecelì porre alla tortura,
ed in appresso decapitare sulla piazza della signo-
ria^ altri ne furono mandati nelle carceri di varie
città della Toscana, ove in breve perirono 5 altri
per preghiere di amici o di parenti, che aveano
men colpa, furono liberati, fra i quali Lorenzo di
Francesco Valori, volendo il principe farne grazia
a Roberto Pucci, di cui egli era il nipote. Rima*
^^ (a) Ved. tav. CXXXVI, N. 2,
^/t.ISS*?. DEI TEMPI MEDICEI GAP. III. 97
neva soltanto Filippo Strozzi, che dopo diciotto
mesi non ostante la prolezione del papa e di va'ri
cardinali, fu fatto segretamente morire in Firenze
nella sua carcere, sebbene i fuorusciti spargesser
voce che si fosse ucciso,perchèdava cosi alla loro
parte maggiore splendore(i4).Lorenzino de'Medi-
ci non si trovava cogli esiliali che si inoltrarono
fino a Montemurlo contro Cosimo: egli non igno-
rava d'esser perseguitato dal duca di Firenze e
dall'imperatore ad un tempo, e che la sua vita era
dovunque in pericolo. Perciò da Venezia, dove si
era da principio riparato , andò in Turchia, di là
tornò in Francia , ma non facendosi conoscere ,
e sempre stando in guardia contro le insidie, poi
ritornò a Venezia, ove alP ultimo fu assassinato
nel i547 col suo zio Soderini per ordine di Cosi-
mo (i5).
§. 9. Quantunque Cosimo pochi giorni dopo
la riportata vittoria ricevesse le congratulazioni
dalle comunità del dominio e le proteste della
loro obbedienza, pure non era ben contento, per-
che vedendosi privo del possesso delle più inìpor-
tanti fortezze dello stato , comprendeva di non
essere un principe libero, come bramava , ma le-
gato alla volontà delP imperatore e dei suoi mi-
nistri. Pensò egli pertanto seriamente a liberarsi
da questi vincoli che troppo erano odiosi al suo
spirito vivace e intraprendente, e per tale oggetto
.spedi in qualità di suo ambasciatore straorrlina-
«rio a Carlo V Averardo Serrislori colPincarico di
domandare forninlmenle la restituzione delle for-
tezze^e laratiiica dell' alto del conte di Sifontes.
9^*
98 ATVENlMENTl STORICI ^/i.1537.
Eseguì il Serristoii la sua commissione, e Tim-
peratore volendo dare a Cosimo con qualche
fatto un sicuro attestato del suo favore per esso,
ratificò senza difficoltà V atto del conte di Sifon-
les con suo diploma del dì So settembre del me-
desimo anno 1Ò37 dato in Monza (18). Il Serri-
slori vedendo che non era possibile ottenere la
restituzione delle fortezze , oggetto il più im-
portante della sua missione, domandò allora in
conseguenza delle istruzioni avute , che almeno
di quella di Firenze l'osse levalo il comando al
Vitelli, il quale per la sua baldanza non meritava
la slima né la confidenza di Cosimo» La domanda
essendo stala favorevolmente accolta, fu dimesso
il Vitelli, a cui in ricompensa del servizio presta-
to venne dato un feudo nel regno di JXapoli, e fu
surrogato ad esso don Lopes Url&do di Mendozza.
Ricevè Cosimo con giubbilo il diploma cesareo
che rese nolo al pubblico con un editto del dì 16
ottobre del i537, e cominciò allora ad usare del
titolo di duca e d'eccellenza. Si applicò intanto a
ristabilire la quiete interna dello stato, ed a tale
effetto fece passare un distaccamento di soldati
spagnuoli al Borgo s. Sepolcro e nelValdarno in-
feriore per tenere in freno i facinorosi di quelle
terre, che non cessavano di commettere dei di-
sordini. Obbligò i pistoiesi , che continuavano a
trucidarsi , a depositare le armi, e convenne coi
governi limitrofi la scambievole restituzione dei
delinquenti , il qual provvedimento fu trovato
ottimo per diminuire il numero dei malfatto-
ri(>7). ..,:.■...
Jn.i5Z8. DEI TEMPI MEDICEI CAP. III. 99
g. IO. Siccome seguitava sempre la guerra in
Piemonte tra griraperiali ed i fraucesi,così questa
faceva temere in Firenze^che avanzandosi essi di
più potessero inoli rarsi anche in Toscana, che i
fuorusciti coIPaiutoloro di nuovo si riunissero in
truppa e facessero qualclie tentativo. Cosimo a lali
notizie non tardò un momento a porsi in grado
di resistere a qualunque attacco, giacché aprì un
imprestilo al principio volontario e poi forzato ,
per accumulare delle somme di denaro onde sup-
plire ai preparativi di una guerra^ restaurò le for-
tificazioni di Firenze già fatte, e ne fece delle
nuove fuori di porta a s. Niccolò^ ordinò l'aumen-
to delle truppe, richiamò dal Borgo s. Sepolcro i
soldati spagnuoli, e li fece accampare nel pian di
Pisa (i.S). Fece quindi restaurare la fortezza di s.
Miniato, e vi stabilì una guarnigione per tenere
in freno la città . Fece fabbricare le fortezze di
iPistoia e d"* Arezzo , essendovi sempre in quei
paesi molti semi di discordia, ed anche per es-
sere quelli i primi esposti ad una invasione ne-
mica (19). Nel cavare i fondamenti di quella di
Arezzo furono trovati bellissimi antichi bronzi ,
tra i quali è la famosa Chimera etrusca della H.
Galleria di Firenze. Alle fazioni dei guelli e ghi-
bellini eran pur troppo subentrate in Italia quelle
degrimperiali e dei francesi, onde Cosimo costret-
to ad adattarsi antepose di riconoscere per propri
grinteressi di Carlo V, eh' era signore di Napoli
e di Miiano.piullosloche di accumularli con quel-
li della corte di Francia, ove regnava Caterina dei
Medici, la quale come ultima erede del ramo di
100 AVVENIMENTI STORICI w^/2.1538.
Lorenzo il magniQco, tacciava Cosimo di usurpa-
tore dei suoi diritti alla signorìa di Firenze, e lar-
gamente soccorreva i fuorusciti . Questo politico
sistema impegnò dunque Cosimo a prender parte
in tutti gli avvenimenti che potevano risguardar
Carlo V nelle cose d'Italia, e fu sempre pronto a
sovvenirlo e con denaro e con milizie , e ciò che
più imporla impiegò in favore della parte impe-
riale in Italia i suoi non volgari talenti nelle cose
di stato (io).
g.ii.Ora vedremo come Cosimo s''ìnlroduces-
se a guerreggiare coi senesi per impadronirsi del
loro stato. Le scintille di libertà che rimanevano
tuttavìa sparse in Toscana si andavano a poco a
poco spengendo.La repubblica d'Arezzo ch'era ri-
sorta in tempo deirassedìo di Firenze non avea du-
ralo lungo tempo. Poich'ebbero pasciuto Tarmata
imperiale per tutto il tempo dell'assedio di Firen-
ze, poich'ebber fatti i più grandi sforzi a prò degli
imperiali, gli aretini furono assalili ancor essi dai
loro vittoriosi alleati, e nel i5So vennero forzati
a tornare sotto il dominio dei fiorentisii. Il conte
Rosso di Bevignano , il quale avea avuta tanta
parte nella sollevazione d' Arezzo contro la re-
pubblica fiorentina, e così vigorosamente aveva
aiutati Clemente VII ed i Medici, venne arrestato
nello stato pontificio , dato nelle mani del duca
Alessandro ed appiccato (ai). La repubblica di
Lucca sollecitava la cupidigia e V ambizione del
nuovo duca di Firenze^ egli la costrinse ad uscire
dalPoscuro di lei riposo ond' ella godeva, coglien-
do tuUe. le QQca.sjoni di offendere il di lei gover-
^/l.1538. DEITEMPIMEDICElCiP.nl. lOI
no per trarla in una guerra , colla speranza di
terminarla mercé la conquista dì quel piccolo sla-
to. Più volte s'era venuto alle mani tra i conla-
dini dei due domiiiii, e la gelosìa e P odio di vi-
cinato scoppiarono airuitirao fra di loro così fie-
ramente, che mai non erano stati tanto inveleniti
gli animi finché era durata la repubblica fiorenti-
na . Ma i lucchesi conoscendo la loro debolezza
avevano riposta ogni speranza nella protezione
dell'imperatore , ed accattandosi con rasrguarde-
voli somme di denaro ilifensori nel di lui <:onsi-
glio, in tal guisa evitarono un assalto cui proba-
bilmente avrebbero dovuto soggiacere (22).
g. i^. Furono più fortunati i disegni di Cosi-
mo I sopra la repubblica di Siena. L"* astuzia , la
dissimulazione e la costanza del duca trionfarono
di questa città indebolita da una lunga anarchìa,
e più ancora dalla contraria fortuna dei francesi,
i quali traendo la repubblica di Siena nel lo-
ro partito, la rovinarono coi medesimi loro soc-
corsi , come avean già rovinati i fiorentini ab-
bandonandoli . Sebbene la repubblica dì Siena
fosse da graa tempo addetta alla parte imperia-
le, in forza del trattato di Gambray , ella aveva,
come tutti gli altri slati d'Italia, perduta la sua
indipendenza. Carlo V la lasciava in preda, senza
rammarico, a tutti grinconvenientideiranarchia,
purch''ella desse buone guarentigie della costante
sua devozione al partito imperiale . Altronde la
corte favoreggiava in ogni cosa Taristocrazìa, e la
repubblica di Siena in vece d'^essere agitata come
nel precedente secolo dalle tumultuose passioni
102 AVVENIMENTI STORICI jàn.i53S,
del popolo, eralo allora dalle non meno acerbe
e sanguinose conlese delle grandi famiglie.
g. i3. Alfonso Piccoloraini duca d- Amalfi di-
scendente da un nipote di Pio II , era stato pre-
scelto col favore delT imperatore nel maggio del
i538 a capo della repubblica di Siena (aS). D^al-
lofa in poi il Piccolomini era stato il principale
ministro di Carlo V appo i senesi ; ma perchè
era egli medesimo poco capace di governare ,
r,eggevasi al tutto secondo i consigli di un Giu-
lio Salvi e di sei fratelli di costui , la di cui fa-
miglia si era sollevata ad un cotal grado di po-
tenza e di arroganza, che sprezzava tutte le leggi
e tiranneggiava non tanto le sostanze quanto le
mogli e le figliuole dei cittadini. I senesi dole-*
vansi di ciò all'imperatore che ritornava dalla sua
impresa d'Algeri*, e Cosimo dei Medici avvalorava
queste doglianze, denunziando a Carlo V un trat-
tato eh' egli pretendeva d'^avere scoperto tra Giu-
lio Salvi ed il signore di Montluc, in allora se-
gretario deir ambasciatore del re di Francia a
Roma. Per questo trattato doveasi dare Port'Er-
cole in mano deTrancesi, che di quei tempi erano
in procinto di ricominciare la guerra contro l'im-
peratore, e introdurli da quel porto in Toscana,
tranne la repubblica di Siena in alleanza con loro,
e dare alla Francia P opportunità di riacquistare
la perduta potenza in Italia (24). lEffettivamente
i francesi andavano in cerca d'una occasione di
rinnovare qualche negoziazione coli' Italia , e di
ricuperarvi la perduta considerazione , e V impe-
ratore si adoprava con eguale zelo a precluder
^/|.1538. DEI TEMPI MEDICEI CAP. III. 103
loro Ogni comunicazione con quei piccoli slati .
Carlo V incaricò pertanto il Granvella di rifor-
mare il governo di Siena ^ questi recossi nella
città colla guardia tedesca di Cosimo dei Medici,
e dette il governo ad una balìa o stretta oligar-
chia di quaranta cittadini , Irentadue dei quali
Tennero eletti da ognuno dei ino nli. eh' è a dire
ordini dei cittadini, ed otto dello slesso Granvel-
la . Presidente dei tribunali doveva essere un
suddito dell' imperatore da nominarsi ogni tre
anni dal senato di Milano o da quello di JNapo-
li (25). Siena era scontenta assai di questa rifor-
ma dello stato *, e senza le truppe che Cosimo I
aveva ai confini ella non avrebbe tardalo a squo-
tere il giogo (a6).
g. 14. Già dicemmo negata da cesare a Cosimo
dei Medici la figlia Margherita per darla ad Ot-
t.iviano Farnese. Premendo non di meno di te-
nerselo amico , r avea , come abbiamo veduto ,
nell'anno addietro confermato signore e duca di
Firenze . Cosimo che non avea potuto ottenere
dal re Pautorità sopra le cittadelle di Firenze e di
Livorno, lasciò ancora alTelezione di lui il desti-
nargli una moglie. Dall' augusto fu dunque pre-
scelfa donna Eleonora figlia di don Pietro di To-
ledo viceré di Napoli. Mandò il duca Cosimo a
prenderla, ed intanto si occupò a visitare per-
sonalmente le città e terre del suo stato, onde
riparare ove occorresse ai disastri, togliere abusi
e ristabilirvi un ordine confacente alle massime
ed interessi d(d nuovo governo. Restaurò le for-
tezze e le mura castellane ove il bisogno lo li-
I04 AVVENIMENTI STORICI An. 1539.
chiedeva, riordinò grinleressi propri e quei delle
comunilà, dette miglior forma e più giustizia alle
imposizioni. Pisa fissò le sue cure in modo specia-
le, ove si occupò della sanità delle sue campagne,
istituendo a taFuopo un magistrato, che incom-
besse unicamente a questa importantissima cura.
Visitò le colline di Volterra, ed in tìne tornato
a Pisa ivi attese la sua jsposa, la quale giunta il
dì aa di marzo del i539 a Livorno, la condusse
con gran pompa a Firenze, dove suntuosamenle
furono celebrate le sue nozze (27). iNel cortile del
palazzo mediceo, poi detto dei Riccardi, furono
eseguiti brillanti spettacoli, ove le belle arti fio-
rentine dettero, come dice il Vasari, gran prove
di loro gusto e valore . In piazza di s. Marco fu
inalzata su di una gran base la statua di Giovan-
ni dei Medici padre del duca Cosimo , la quale
formò r ammirazione degrintendenti.
g. i5. L''allegrezza nata da sì fausta circostan-
za venne alquanto disturbata da sanguinosi tu-
multi che accaddero in Pistoia per cagione della
famiglia dei Cancellieri, la quale osservando quel-
la città priva del consueto presidio dei soldati ,
ch'erano stati chiamati a Firenze per mantenere
il buon ordine nella occasione delle feste, tornò
di nuovo con violenza a praticare le più grandi
ostilità contro i Panciatici, e molti dei loro ade-
renti furono miseramente trucidati (2,8). La dili-
genza e Tattività di BartolommeoLanfreJini, che
allora in Pistoia pel duca Cosimo esercitava la
carica di commissario, troncarono i progressi di
quel fuoco rivoluzionario col far venire da Pescia
Alt. 1539. DEI TEMPI MEDICEI CAP. III. I05
una truppa di soldati ivi presidiali dal duca Co-
simo per difesa (29). Ma cura dì questa più grave
fu pel duca la carestìa di quell'anno che trava-
gliava tutta ritalia.Egli vedendo bene il pericolo,
che il popolo angustiato dalla fame e subordinato
dai nemici della sua grandezza facesse dei movi-
menti , pensò tosto a prevenire qualunque di-
sordine , con provvedere dei grani dalla Sicilia
e da Napoli , per mantenere V abbondanza nello
stato a fronte della mancanza quasi totale di quel
genere. La parentela di fresco contralta col vice-
rè di Napoli per questa parte gli fu di gran gio-
vamento, per Taltra gli suscitò Tinimicizia di quei
ch'erano avversari del viceré. Il marchese del Va-
sto, quel d'Anguillara , Giovanni di Luna ed il
cardinal Cibo si unirono a dargli molestia in tut-
to ciò che poteva permettere il ministero di cia-
scuno. Più che altro lo molestò Taddebito che gli
venne imputato d''aver voluto avvelenare il gio-
vinetto Giulio figlio naturale delP estinto Ales-
sandro, che per natura doveasi tenere come ri-
vale di Cosimo , e per tale riguardavasi e fo-
menlavasi dal cardinale Cibo . [nformato di ciò
r imperatore fece si ohe il porporato si ritirasse
da Firenze , poiché il duca fu riconosciuto per
privato processo immune daqueiraddebito.il pa-
pa non era favorevole a Cosimo, specialmente a
cagione del contratto matrimonio con altra che
sua nipote. Furono pertanto poste nuove decime
sopra gli ecclesiastici del dominio toscano spet-
tante al duca, quantunque non fosser pagate le
antecedenti per la penuria sofferta, e l,ejr),t,o,,.|*{VQr
Si. Tose, Tom, IÒ. 10
I06 AVVENIMENTI STORICI ^/j. 1539.
lo III di trarre a sé la decisione dì speciali que-
slioni tra madama d'Austria e Cosimo ppr Tere-
dità d'Alessandro^ ma informato di ciò Carlo V
accettò d' esserne il compromesso per ambe le
parti.
g. i6. Il papa avendo guerra coi perugini per
un aumento fallo loro al prezzo del sale, non man-
cò di trovar questioni anche su questo particolare
con Cosimo-, ma la di lui prudenza seppe superar
lutto. Per far maggiormente risplendere la sua di-
gnità passò ad abitare nel palazzo di residenza
della estinta repubblica, lasciando il suo antico,e
la duchessa aggiunse al fasto della nuova abita-
zione, degli orti pensili deliziosissimi. In quel pa-
lazzo nel dì 3 d^aprile dette alla luce una figlia
crebbe nome Maria, il battesimo della quale volle
Cosimo che fosse celebrato colla più gran magni-
ficenza (3o). Il papa oltre il permettere a Roma
tutte le ingiurie dei fuorusciti contro le armi di
Cosimo, aveva, non ostante le calamità dei tempi,
imposto al dominio fiorentino altre due decime,
cosicché in sei anni erano già quattro, vessando
con censure e interdetti i particolari per l'esazio-
ne. Tollerò lutto il duna fino a raccolta, e allora
dichiarò che qualora sua Santità promettesse di
noii imporre più decime, e per quelle già imposte
dichiarasse commissario un suddito fiorentino,
avrebbe presfato tutto il braccio, ma in caso di-
verso egli non voleva che si andasse più innanzi.
Fulminò il papa un interdetto contro lo stato ed
il duca (3i). Vedendo però che queste armi spi-
rituali non spaveutavanojsi rivolse alle temporali,
^«.1541. DEI TEMPI MEDICEI CAP. III. lO;'
e dopo avere assoggettata Perugia, fece passare le
sue armi nel cortonese, ove avendo Alessandro
Vitelli, che le conduceva, trovata più resistenza
che non credeva, e sapendo che Carlo V avrebbe
preso interesse in quest'affare sene tornò indie-
tro (32.).
g. 17. Cosimo intanto espose il pericolo di
Pion»bino,che tenutoda un impotente feudatario,
sul quale il papa aveva anche delle mire, come il
re dì Francia, era minacciato dai turchi, onde
chiedeva di poterlo riunire al dominio di Firenze,
ed esibiva una somma. La proposizione non fu
rigettata, lasciando che a tempo più opportuno se
ne trattasse direttamente (33). Ogni cura peno-
sa tacque in Lucca nell'anno i54i, allorché sop-
pesi che le due supreme potestà, il papa e Tim-
peratore, avean fermato di abboccarsi insieme in
questa città. Arrivò nel di 8 di settembre papa
Paolo e nel dì io vi fece la sua entrala anche
Carlo, ed al corteggio di sua Maestà si trovarono
i duchi di Ferrara e di Firenze. Si trattò in que-
sta città un concilio onde porre a freno la nuor
va eresia di Lutero, e a far argine con una le*-
ga alla soverchiante potenza turchesca. Cesa-
re partì da Lucca alla volta della Spezia per la
sua male augurata impresa d' Algeri, ed il papa
indi a poco restituissi a Roma (34). Si dice che
incamminatosi alla volta di Pistoia ebbe seco nu-
merosa truppa di soldati, che bramavano di en-
trare in quella città, ina quanto di buon grado
erano i pistoiesi per ricevere il santo Podre, al-
trettanto di malanimo avrebbero accettato entro
I08 AVVENIMENTI STORICI -rf/2.t541.
le loro mura la di lui soldatesca, sicché lo slesso
papa si astenne di entrare in quella città e prese
la via di Bologna (35).
g. 18. Tornato a Firenze il duca Cosimo, e la
duchessa Eleonora essendo nuovamente incinta,
volle portHrsi in compagnia del suo sposo nel Ca-
sentino airAlvernia per visitare quel santuario e
pregare s. Francesco, del quale era essa devota,
per ottenere un figlio maschio, che succedendo
al padre assicurasse la quiete della Toscana. Que-
sti principi passarono per andare a quell'alpestre
luogo da Prato-Yecchio, e nel ritorno presero la
strada d^Arezzo, dove si trattennero due giorni.
Gli aretini riceverono i loro sovrani con dimo-
strazioni di rispettoso attaccamento, e dettero di-
verse splendide feste. Le preghiere di questi prin-
cipi furono esaudite da Dio, poiché nel 26 marzo
dei i54i la duchessa Eleonora partorì un maschio,
del che anche Carlo V n'ebbe gran contento, ed
accettò di tenerlo a battesimo ed ebbe il nome di
Francesco. La funzione battesimale ad oggetto di
prepararla con magnificenze non ebbe luogo che
quattro mesi dopo il parto, sicché la madre col
real genitore vi potettero assistere personalmen-
te (36j.
g. 19. IXelPessere il duca a Lucca per corteg-
giare Pimperatore avvenne che,trovandovisi per la
stessa causa il duca di Ferrara, Cosimo,o non be-
ne istruito nel sostenere la sua rappresentanza, o
forse avendo riguardo alTetà.^trascurò che l'estense
gli guadygnasse la precedenza. Passò questo suc-
cesso tranquillamente come non avvertito, ma in
^rt.1541. DEI TEMPI MEDICEI GAP. III. 109
Roma nella occasione della festività del Natale
nel solenne intervento dei ministri de'prìucipi ot-
tenne il duca di Ferrara che il suo ambasciatore
precedesse a quello di Firenze. Sorpreso Cosimo
da questa innovazione impegnò il ministro impe-
riale e lo stesso Granvella a suo favore,dimostran-
do quanto Pestense era inferiore di dignità, per-
chè avea servito da generale la repubblica di Fi-
renze, e. perchè essendo feudatario non poteva
pareggiarsi ad un principe libero ed indipendente.
Dopo varie dimostrazioni non credette il papa per
così lieve causa irritarsi il duca, e revocò Tatto a
favore di Ferrara. Ciò non ostante rimase per tal
causa in questi due principi una reciproca animo-
sità^ e mentre Tltalia rideva di questa gara, le fu-
neste nuove della disfatta di Carlo V in Affrica
richiamarono l'attenzione di tutti, e sbigottirono
universalmente il partito imperiale. Il furore dei
venti e la tempesta avendo disperse ed ingoiate
molte delle sue navi, appena potette giungere
salvo in Ispagna con qualche avanzo della sua
formidabile flotta. Molte di queste navi giunsero
alla rada di Livorno, e Cosimo non mancò di far
sovvenire quegli infelici, de'quali molli perirono
in porto per ì sofferti disagi (^y). Anche in To-
scana accaddero altri malori, poiché spaventosi
terremoti fecer cadere molti edifìzi. ove perirono
centinaia di persone, massimamente nella teriadi
Scorpena in lutto il iVIugello, con risentirsene Fi-
renze, Pisa, Volterra, Lucca ed allri luoghi (38).
g. 20. 1 francesi volean servirsi della occasio-
ne delle sciagure sofferte da Carlo V per muover-
lo*
no AVVENIMENTI STORICI An. 1542.
gli guerra. Non riuscì peraltro ai ministri impe-
riali in Roma di persuadere il papa a dichiararsi
per rimperatore , mentre ciò avrebbe differita la
guerra, ma egli si protestò di tenersi neutrale, e
di accettare soltanto le parli di mediatore: occul-
tamente però egli desiderava che avesse luogo
questa guerra, lusingandosi, che le potenze tro-
verebbersi così obbligate a ricorrere a lui, e facen-
do una nuova divisione di stati profitterebbe di
qualche acquisto pel suo nipote. Le mire del pa-
pa si rivolgevano specialmente sopra Siena , la
quale era sempre in turbolenze interne, e si di-
videva in partiti francese ed imperiale,ma i mini-
stri deirimpeiatore unitamente al duca le costi-
tuirono un governo più stabile e più stretto: una
guarnigione di aoo soldati somministrali da Co-
simo dovea sostenere le nuove disposizioni, ed il
conte Sfondrado commissario dell'imperatore do-
veva invigilare alla quiete e al buon ordine. Così
fece un trattato colla repubblica di Siena il io
di marzo che doveva durare i5 anni. L^ oggetto
principale di esso era una confederazione tra"']
duca ed il nuovo governo senese per la comu-
ne difesa. Assicuralo in tal guisa lo stato di Sie-
na, tuttavìa non lasciavano il papa edi fuorusciti
di dare dei disturbi a Cosimo e airimperatore, fa-
cendo sempre dei tentativi sostenuti dal papa, il
quale abbracciava sempre più le piccole occasioni
di fare scoppiare il suo mal talento contro di
Cosimo (39).
g. 21. Dopo la sconfitta di Carlo V in Algeri
Francesco I gli dichiarò nuovamente la guerra, ed
An» 1543. DEI TEMPI MEDICEI GAP. m. Ili
aveva sollevalo in Germania il duca Cleves. Soli-
mano s^era obbligato di marciare con 200,000 uo-
mini in Ungheria, e Barbarossa, allora bei di Al-
geri, unì la sua flotta all'armata navale di Francia:
il duca provvedeva con ogni maturità alla propria
difesa. I fuorusciti fiorentini avean dato per punto
di riunione la Mirandola, e Pietro Strozzi per ope-
ra di certi suoi masnadieri aveva avuto l'ardire di
sorprendere Marano piccolo porto posto sul capo
d'Istria appartenente a Ferdinando re deVoraani.
Ma essendo scacciato dagli stati veneti erasi an-
ch''egli riunito alla Mirandola. La sorte dopo va-
rie vicende si mostrò favorevole a Carlo, che pen-
sò di scendere nuovamente in Italia. Sentendo
ch'ei fermavasi in Genova, Cosimo si portò ad in-
contrarlo colla duchessa, e furono accolti con
molla parzialità. Cesare volle che Cosimo interve-
nisse ai consigli che si tennero davanti a lui so-
pra gli affari d'Italia, unitamente al marchese del
Vasto e a don Ferrante Gonzaga (40). Tra i con-
sigli che si tennero, sì trattò anche dei mezzi per
difendere il littorale toscano dall'armata di Bar-
barossa, e garantire gli stati di Siena e Piombino
dalle sorprese dei francesi e del papa. Cosimo si
adoprò tanto, che l'imperatore intento a raccoglier
moneta si lasciò indurre a rimettergli nelle mani
le cittadelle di Firenze e di Livorno, con che egli
pagasse aoo,ooo scudi d''oro(4i), e s'incaricasse
della difesa del littorale di Piombino. 11 duca
accompagnò Pimperatoie fino a Milano, e conti-
nuando questi il viaggio a Bassetto, castello fra
Cremona e Parma, cercò uu abboccameDtQ. qqH
lia AVVENIMENTI STORICI ^/l, 1543.
papa, che avrebbe voluto fissare in Bologna il con-
cilio destinato da cesare a Trento. Carlo V dubi-
tando che Sfondrado non se Tintendesse col pa-
pa lo revocò dalle ingerenze di Siena e lo impiegò
alla sua corte, passando in sua vece a Siena doa
Giovanni di Luna (4a).
g. aa. Tornato Cosimo a Firenze prese pos-
sesso della fortezza, da dove ne uscirono le trup-
pe spagnuole, e per procuratore prese possesso
delle fortezze di Pisa e Livorno,il che finalmente
lo rese principe indipendente. Si applicò egli poi
alla difesa del littorale di Piombino, ed invigilò
sopra la condotta dei senesi, de'^quali si conosce-
va ormai troppo vacillante la sede. Percorreva già
la voce dell'imminente arrivo di Barbarossa alle
coste dì Toscana, quando il duca spedì a Campi-
glia Otto da Montauto con un distaccamento, e
ordinò che si riunissero in detto luogo le bande
circonvicine in numero di 4ooo- ^ra TA^ppiano
principe di Piombino uomo debole e trascu-
rato, posto in diffidenze col duca dal cardinale
Salviati suo cognato, e dubitando che sotto pre-
testo di soccorrerlo attentasse Cosimo di occu-
pargli la piazza^ ricusò di ammettervi le truppe
ducali, fintantoché il timore dei turchi e Timmi-
nente pericolo non lo consigliarono diversamen-
te. Era sprovvisto di denaro, di munizione e di
gente, e di tutto fu necessità sovvenirlo: fu intra-
preso il risarcimento delle fortificazioni della piaz-
za, ma fu ben tosto interrotto dallo spavento che
suscitò l'arrivo della flotta all'* imboccatura del
canale. Tutti gli abitanti abbandonarono la piaz-
^/t.1543. DEI TEMPI MEDICEI GAP. III. IlS
sa e volentieri li avrebbe seguiti TAppiano, se la
vergogna e le rimostranze del duca non l'avesse-
ro ritenuto. Frattanto con 5oo donne rimaste
nella terra sì rinchiuse nella fortezza piangendo
e implorando la pietà del cielo, mentre i soldati
del duca si occupavano a far dei ripari. Il libeccio
impedi alla flotta d'imboccare il canale, e Barba-
rossa essendosi postato nelT Elba a Portofer-
raio, spedì a domandare al principe di Piombino
il figlio del giudeo suo favorito, promettendo-
gli di non apportargli alcun danno, qualora gli
fosse consegnato costui. Per non mostrar timore
in questa occasione,di concerto cogli ufliziali del
duca dair Appiano fu replicato a Barbarossa, che
non essendo il giudeo in quella piazza sarebbe
stalo ritrovato per dare a suo padre il comodo di
riscattarlo. Avendo poi la flotta indirizzato il suo
corso verso la Corsica, il littorale toscano restò
libero da questo spavento, e potette il duca più
tranquillamente attendere alla fortificazione di
Piombino, lasciandovi il Montaulo con presidio
di 3oo soldati (43).
g. 2.3. Scampalo questo pericolo Cosimo non
noancò di guarnire nuovamente il littorale fino a
Pielrasanta, e di tenere in Pisa un numero com-
petente di fanti e di cavalli per esser pronti ad
ogni tentativo di sbarchi. Per provvedere a qua-
lunque caso che accader potesse, riunì molte delle
sue milizie a Volterra, costituendo quella città
come piazza d'^arme per esser comoda ad accorrere
in qualunque luogo della Maremma che fosse at-
taccata, lu mozzo a tanti travagli la duchessa il
Il4 AVVENIMENTI STORICI ^n. 1544.
di JA9 selterabre gli partorì un secondo maschio,e
fu scoperta una congiura orditagli contro da Giu-
liano Buonaccorsi, che colTaiulo di un suo servi-
tore meditavadi ucciderlo mentre da Firenze
passava alla villa del Poggio (44)-
g. a4. Nella guerra ch^erasi riaccesa tra la Fran-
cia e l'impero, Pietro Strozzi e Leone priore di
Capua suo fratello, sempre bramosi di vendicare
il loro padre Filippo e di balzare di seggio Cosi-
mo I, faceano ricerca d'un luogo in Toscana, in
cui potessero unire i soldati che loro dava la
Francia ai malcontenti, sempre pronti ad asse-
condarli. Lo stato di Siena sembrava ad essi più
d''ogni altro opportuno a farvi approdare le loro
forze, ed essendosi Francesco I collegato col tur-
co a** danni di Carlo V, la flotta francese unita
ogni anno a quella del famoso pirata Barbarossa
assalì più volte i porti dello stato senese^ tanto-
ché alPultimo dopo aver riscattalo il giudeo che
era presso Appiano signore di Piombino, il Bar-
barossa occupò nel i544 Telamone e Portercole,
ed assediò Orbetello che non potè ottenere, es-
sendo slato ben presidiato dai senesi. Questi era-
no atterriti vedendo i turchi sbarcare sulle loro
coste^ pure riuscivano ad essi ancora più sospetti
gli aiuti offerti da Cosimo L Fra tali sospetti e ti-
mori vissero i senesi fino alla sottoscrizione del
trattato di Crespi, fermato il 18 settembre i544,
col quale per poco tempo si ristabilì la pace tra
la Francia e l'impero (45).
g. a5. Fatta la pace, don Giovanni di Luna
•continuò a stare in Siena con una piccola guar-
^«.1545. DEI TEMPI MEDICEI GAP. III. Il5
nìgione spagnuola solto colore di tener quieta la
città, ma in fatto per mantenerla dipendente dal
partito imperiale. Carlo V mai non mandava da-
naro ai suoi soldati, ed in tempo di pace Jascia-
vali vivere a discrezione nelle provincie suddite
o alleate , le quali perciò non soffrivano meno
della crudele avidità degli spagnuoli,di quello ch«
soffrisse un paese nemico in tempo di guerra (46).
Il malcontento cagionato dalle ruberie degli spa-
gnuoli era di già pervenuto alP estremo , e vi si
aggiungeva la gelosìa del costante favore che don
Giovanni di Luna, di conserva con Cosimo, pre-
stava air aristocrazia . Volevano questi due che
ogni potere fosse affidato ai nobili ed al monte
dei nove, che quasi colla nobiltà si confondeva ^
e facevano degli altri ordini quello spregio che
si fa dai borghesi nelle monarchie . La cosa andò
tant'ollre, che il popolo si sollevò a tumulto il dì
6 febbraio i545; trenta gentiluomini alP incirca
furono uccisi, e gli altri cercarono rifugio in pa-
lazzo presso don Giovanni di Luna. Cosiuio I, che
teneva le sue truppe apparecchiate ai confini per
approfittare di questo tumulto, voleva che don
Giovanni le lasciasse entrare in città . Ma questi
o non antivide quello che dovea succedere, o
non seppe risolversi a tanto: lasciò licenziare la
propria guarnigione spagnuola, ed alP ultimo fu
costretto ad uscire egli medesimo di Siena con
un centinaio di coloro ch« appartenevano alPari-
fclocrazia. Tutto il monte dei nove fu allora pri-
vato d'ogni partecipazione al governo (47)* 1
g.aG.Cosimo frai tanto non cessava di far cono-
Il6 AVVENIMENTI STORICI ^rt.15 45.
soere airimperatore la diffidenza « debolezza del-
TAppiano signore di Piombino . e di instare acciò
ne fosse fatta a lui la cessione. La diffidenza , lo
interesse e la gelosìa delfingrandimenlodi Cosi-
mo tennero sempre sospeso questo trattato, che
gli spagnuoli non vollero mai intraprendere con
impegno: ma essendosi TAppiano gravemente am-
malato, pensò don Giovanni di Luna di assicurar-
si di quello stato a nome delPiraperatore per con-
servarlo al figlio pupillo, e nel caso che la vedova
avesse resistilo, chiese ol duca le forze necessarie
per obbligarla, standosi egli postato sul dominio
seneseaMonterotoudoperaspettarnerevento(48).
Morto TAppiano si prestò giuramento di fedeltà al
di lui tìglio ed all'imperatore. Non mancò Cosimo
di rappresentare qual pericolo poteva apportare
alla Toscana tutla il lasciare un porto così im-
portante nelle mani di una donna e di un* fan-
ciullo, tanto più che vi erano un fratello ed un cu-
gino del duca morto che aspiravano a quel prin-
cipato, e che potè vano produrre dei disordini. Ac-
colse Timperatore queste dimostrazioni,e nel mese
di novembre fu introdotta guarnigione spagnuola
in Piombino e ne fu preso possesso a nome di esso
imperatore, per lo che Cosimo somministrò gente,
danari e vettovaglie : fu poscia dato un equiva-
lente al pupillo Appiano (49).
g. 27. Continuando il papa nel suo sdegno con-
tro Cosimo abbracciava ogni occasione che gli
si presentava per dimostrarglielo . Fin dalP anno
precedente fu astretto il duca a scacciare i frati
di s. Marco, perchè predicavano delle massime
jin,i5i5, DEI TEMPI MEDICEI GAP. III. II 7
contro il governo. Per non fare una guerra aper-
ta col papa fu obbligato a rimetterli, ma cessò di
fare le elemosine che prima loro faceva, l frati
di s. Marco ricorsero contro Cosimo al ponlelice,
il quale irritato si lagnò di quel principe in pieno
concistoro, e fece porre in Castel sant'Angelo un
certo Babbi da Volterra segretario della lega/ione
fiorentina, né lo distolsero da ciò le premure ed
anche le minacce delP ambasciatore imperiale .
Cesare era occupato nella guerra contro i lute-
rani di Germania, che avean fatta una lega, i capi
della quale erano Telettore di Sassonia, ed il lan-
gravio d'Assia. Essendo questa in apparenza una
guerra di religione, il papa doveva avervi parte ,
ed a questo effetto si facevano a Roma delle trat-
tative . Fu questa una favorevole occasione per
Cosimo, giacché l'imperatore fece sapere al pon-
tefice, che se non raddolciva le sue maniere pres-
so il duca , egli poteva gettarsi dal partito dei
protestanti, come con molto calore n" era richie-
sto. Aveva intanto Cosimo scritta una lettera cir-
colare a molti cardinali, giustificandosi degh* adde-
biti appostigli dalla corte di Roma. L'^insinuazione
dell'imperatore e la lettera di Cosimo produssero
il desiato effetto, poiché il papd scrisse un breve
amorevole al duca, pregandolo d' esortare colfe-
sempio suo i sudditi a fare elemosiiie ai frati ^ e
fu posto in libertà il segretario Babbi . Avendo
pertanto Timperalore bisogno d^aiuti perla guer-
ra contro i protestanti, ne domandò al duca Co-
simo, che gli spedi Ridolfo Baglioni con 25o ca-
valli , ma quanto al sussidio in denaro non fu
ò't. Tose* Tom, 10. 11
Il8 AVVENIMENTI STORICI Jn,^S^Q.
sollecito a darne: al contrario pressava egli sem-
pre per r esecuzione della promessa di dargli il
possesso di Piombino. L"" imperatore astretto dal
bisogno di denaro spedì a Firenze don France-
sco di Toledo, il quale dette al duca il toson di
uro (5o), e gli presentò una obbligazione di sua
Maestà, in cui gli prometteva nel termine di nove-
mesi d'investirlo e dargli il possesso di Piombino'
e dello stato . In corrispondenza di ciò Cosimo
gli prestò aooyooo scudi, ma incaricò il Toledo di
insistere presso Timperalore acciò vegliasse sulla
critica situazione della repubblica di Siena.
g. a8. Fu incaricato don Ferrante Gonzaga di
prender cura delle cosede'senesi, i quali erano in
istato di ribellione e volevano opporsi a qualunque
sistema si volesse porvi, mentre il popolo brama-
va di governarsi a suo talento, e fu stabilito cbe si
desse T incarico al duca Cosimo di tenerli a do-
vere (5i). Tutto Pandamento degli affari esigeva
che Cosimo stesse bene oculato, procurando sem-
pre di tener sé ed il suo stato preparati alla dife-
sa in qualunque evento cbe accader potesse. Nel-
la lusinga pertanto di giungere una volta al de-
siato possesso di Piombino , edificò un arsenale
in Pisa, e fatti venire manifattori da Genova e da
Venezia, fece costruire due galee per guardare il
litlorale : accrebbe ancora il numero delle sue
milizie, e sollecitò le fortificazioni di Pisa (5a).
g. 2,9. Mentre in Toscana più non rimaneva
quasi orma deirantica libertà, e che tutta Tltalia
avea perduta Tindipendenza ed era priva d* ogni
speranza di straniero soccorso , un gonfaloniere
i4n.i546. DEI TEMPI MEDICEI GAP. III. II9
di Lucca formò l'audace disegno di richiamare in
vita tutte quelle antiche repubbliche, di unirle in
lega e di squolere il giogo dell'imperatore in al-
lora trattenuto in A^lemagna dalla lega di Smal-
calde, schivando tuttavìa d' assoggettarsi a quel
della Francia, e dì riconquistare ad un tempo la
indipendenza delP Italia , la libertà politica dei
cittadini e la libertà religiosa, di cui Lucca s''era
invogliata dopo le predicazioni della riforma .
Francesco Burlaraacchi. autore di questo disegno,
era uno dei tre commissari deirordinanza, o sia
milizia del territorio di Lucca . Egli aveva sotto
il suo comando circa 1400 uomini, e poteva ar-
ruolarne altri 600 senza dar sospetto . Secondo
fusata pratica d'ogni anno,egIi divisava di passar-
li a rassegna sotto le mura di Lucca, e qualora le
porle della città fossero state chiuse dopo la ras-
segna, voleva sotto finto pretesto far valicare dal-
la sua truppa il Monte di s. Giuliano, e condurla
a sorprender Pisa che avea poca guarnigione, ed
ove il comandante della rocca era seco lui d''ac-
cordo: restituita in tal modo ai pisani quella li-
bertà per la quale aveano combattuto quaranta
anni prima con tanto valore,- voleva unirli a'suoi
lucchesi per muovere insieme contro Firenze, ed
approfittare delTuniversale malcontento dei po-
poli per dilatare ovunque la rivoluzione. Un^altra
parte dell'ordinanza doveva incamminarsi verso
Pescia e Pistoia, ove mercè dello spirilo di fazio-
ne il popolo era ancora guerriero. Arezzo che di
fresco avea mostrato il suo desiderio di libertà, e
Siena che temeva il ri^entinienlodeirimperalore,
120 AVVENIMENTI STORICI Jn, 1546.
e varie alfre città dltalia dovevano entrare nella
nuova [ega, la quale ad ogni città avrebbe garan-
tita la respettiva libertà, e tutti i necessari mez-
zi di resistenza. I due fratelli Strozzi avean pro-
messo per tale impresa 3o,ooo scudi in contanti,
i soccorsi della Francia e V attiva cooperazione
degli esiliati fiorentini^ ma indussero il Burlamac-
chi a dift'erire V esecuzione del suo disegno per
aver tempo di conoscere i resultamenti della
guerra incominciata dalPimperatore contro i pro-
testanti della Germania , ed intanto un lucche-
se, che i congiurati volevano ammettere a parte
della trama, si portò a Firenze a darne avviso al
duca Cosimo I. Il Burlamacchi era allora gonfa-
loniere, e sebbene la sua carica non potesse sot-
♦rerlo al gastigo meritato per aver formata quella
tant'ardita impresa senza l'assenso della sua pa-
tria, egli avrebbe ancora avulo tempo di fuggire
quando seppe che il suo disegno era slato rive-
lato a Cosimo, se le generose cure eh'' egli volle
prendere per alcuni fuorusciti senesi, che temeva
dì aver compromessi , e che lo denunziarono ai
consigli di Lucca, non l'avessero trattenuto, co-
sicché venne preso. Cosimo I persuase T impera-
tore a farsi consegnare Tardito cittadino che avea
Yoluto sollevare tutta Pltalìa: ai lucchesi non ba-
stò Panimo di ricusarlo; edilBurlamacchi fu tra-
dotto a IVIilano. posto alla tortura, poi condanna-
to alTestremo supplizio (5B) . Fu cura dei padri
d'informar bene di questo fatto i potentati prin-
cipali, per far chiara la mente dei medesimi sulla
rettitudine loro, del che tutti rimasero persuasi^
1<#/I.1547. DEI TEMPI MEDICEI GAP. 111. 121
vista la peculiare diligenza messa neir impadro-
nirsi del Burlamacchi, quantunque rivestito della
prima dignità dello stato (54).
§. 3o. Nel i547 fuvvi la congiura del Fiesco
che inimico del Doria voleva ucciderlo, e ridurre
Genova sotto la divozione del re di Francia , e
torla da quella delPimperatore: Cosimo spedì de-
gli aiuti al Doria e fu spenta la congiura, annul-
lò pure colla sua diligenza la lega che il papa pro-
curò di fare col re di Francia ed i veneziani con-
tro r imperatore . Vi fu nel tempo stesso una
sollevazione in Napoli, ed il duca Cosimo richie-
sto di soccorso dal viceré Toledo suo suocero ,
subito preparò molte truppe; ma i sollevati inti-
moriti da lanli preparativi si dissiparono (55) .
Riconosciutosi poi da Cosimo che la privazione
degli onori ed uffici pubblici fatta a^istoiesi avea
cagionata la spopolazione di quella città e la man-
canza dei traffici e la diminuzione delle gabelle,
stimò suo vantagsjio e di quei cittadini rimettere
Pistoia nello stato primiero. \ uiTefifetto fece sten-
dere il 3o marzo i547 a favore dei pistoiesi la con-
cessione perpetua di tutti gli onori ed uffici pub-
blici, e mandando a quella città la carta munitji
della di lui suprema autorità, furon subito formate
le borse dei soliti magistrati, ed in esse imborsati
tutti i nomi delle persone d^gne di quelle premi-
nenze ed onori^ e immediatamente con giubbilo
universale seguì l'estrazione «lei soggetti (56).
g. 3i. Fino dal mese di giugno era scorso il
tempo in cui Carlo V si era obbligato d'investir
Cosimo di Piombino, e neppure tre mesi dopo *e
II'»
laa ATTENIMENTI STORICI jin.lSil^
ne vedeva l'esecuzio ne, onde ne porlo le sue do-
glianze alla corte imperiale , la quale trovando
giusti i suoi reclami si accinse a trattare colla
vedova delPA-ppiano per la cessione, ma essa sem-
pre vi si oppose. In fine le fu assegnato un ter-
mine di ao giorni per dichiarare il compenso che
voleva,efudato ordine a don Diego diLuna castel-
lano di Piombino di farla sloggiare.! senesi intanto
ricusavano di sottomettersi ai decreti imperiali,
talmentechè Cosimo d'ivccordo eon don Ferrante
Gonzaga pensarono di ridurla colle armi. Ma An-
drea Landucci ambasciatore dei senesi a Firenze
li persuase a sottomettersi di buona voglia alPim-
peratore, e fu spedito da Firenze a Siena Angio-
lo Niccolini per concertare nel consiglio Taccet-
tazione di una guarnigione di 4oo spagnuoli , e
di rimettere Tordine dei nove a partecipale delle
magistrature {^y\
g. 5a. L''imperatore temeva che il malcontento
che ogni giorno vedevasi andar crescendo non
ispingesse la repubblica seneiie a cercare un più
leale protettore, e ad aprire le sue porte ai fran-
cesi,, i quali in tal modo avrebbero posseduto un
importantissimo presidio nel bel mezzo dell* Ita-
lia: perciò malgrado la ripugnanza dei senesi ri-
solvette di porre nuovamente nella loro città una
guarnigione spagnuola coi medesimi diritti di
quella di don Giovanni di Lima da loro cacciala^
Ne affidò il comando a quel don Diego Hurtado
di Mendozza : la guardia spagnuola entrò in Sie-
na il 29 seMembre i547. Il Mendozza ch'era nel-
lo stesso tempo ambasciatore a Roma, e che di là
Idfn. 1548. DEI TEMPI MEDICEI CAP. Ili, ia5
tendeva le fila delle trame e degP intrighi degli
spagnuoli, fu troppo contento d'avere in vicinan-
za e sotto i suoi ordini una forte città, onde re-
coàsi a Siena il 20 d'ottobre.
g. 33. Jtel 1548 il Mendozza fece entrare in
Siena altre truppe, disarmò i cittadini e mutò il
governo in maniera da renderlo affatto dipenden-
te dai suoi voleri , Il 4 ^' novembre delT anno
slesso vi creò una nuova balia di 4o membri, ao
dei quali furono eletti dall'antico sennto e 20 da
lui medesimo.La suprema potestà nella repubblica
"venne conferita a questa balìa, ma per mezzo di
essa vi comandava tanto dispoticamente T impe-
ratore che polelle offrir Siena al [vapa Paolo III
in vece di Parma e Piacenza, come se avesse pie-
no diritto di disporne (58). Per essere ancora più
certo della obbedienza di questa repubblica il
Mendozza ottenne ordini dairimperatoi^e di fab-
.bricare in Siena una rocca, malgrado la ostinata
ed unaniuìe opposizione di tut»i gli ordini di cit-
tadini. Gli spagnuoli si comportavano con tanta
insolenza, ed era cosi diffìcile l'ottenere giustizia
dei furti, degli omicidii, degli oltraggi d'ogni sorta
di cui si rendevano colpevoli, che i cittadini li
vedevano con sommo terrore assicurarsi sempre
più il possedimento della loro città. Lo storico
Mala volti fu egli stesso mandato oratore a Carlo
V, per supplicarlo di desistere da un''impresa che
angosciava alPestremo i senesi. Riuscirono vane
le di lui preghiere, ma cosi vasto era il disegno
adottato dal Mendozza per l'erezione della rocc«|'
e co^i ragguardevoli spese richiedeva, che le ope«
ia4 AVVENIMENTI STORICI urf/t.1 548.
re cominciate non bastarono a coprire i soldati
che doveano difenderle , quando sopraggiunse il
pericolo (59).
g. 34. Tutti i principali sovrani erano esausti
di denaro e stanchi della guerra. Continuavan per
altro le stesse dispule tra il papa e T imperatore
tanto rispetto al concilio da tenersi, quanto per
Taffare di Piacenza. I preparativi d'Anna grandiosa
flotta in Provenza facevan credere indubitala la sor-
presa da farsi a Piombino^dal che Cosimo prese ar-
gomento di ripetere le sue istanze all'imperatore
per esserne messo al possesso, come tante volte
gli era stato promesso da Cado . Spedì dunque
Cosimo alla vedova del principe di Piombino un
segretario per sentire il compenso eh' ella volea
per farla uscire da Piombino, ma essa tenne fer-
mo, e si convenne per allora d'incaricar Cosimo
perla difesa dell'Elba e di fortificare Portoferraio,
colTobbligo però di restituirlo ad ogni richiesta
deirimperatore,al che il duca di malavoglia accon-
senti e cominciò subilo a far nuove fortificazioni
e ristabilire quelle che già vi erano . Restarono
sorpresi i genovesi dalla novità di questo succes-
so . perchè prevenuti dallo spirilo ambizioso ed
intraprendente del duca prevedevano, che dive-
nuto padrone dell'Elba polea facilmente diven-
tarlo di Corsica, e dominare le coste di Toscana
e della Liguria . La signora di Piombino li fo-
mentava maggiormente questi sospetti e li ani-
mava ad impedire a qualunque rischio l'erezione
di questa nuova fortezza. Risolverono perciò,senza
che vi aderisse manifestamente il Doria^di spedire
^/t.1548. DEI TEMPI MEDICEI GAP. 111. laS
ie loro galere airEIba,e impedirne colla violenza la
fortificazione. Informato il duca di questi disegni
reclamò al Doria perchè prevenisse questo allen-
tato, e richiamò a Piombino ed a Campiglia le
bande per averle pronte nel caso d"* essere attac-
cato. Frenò il Doria Tirapelo dei genovesi, i quali
però non lasciarono di portare le loro lagnanze
alPìmperatore.Sedati questi rumori Cosimo si por-
tò alP Elba per visitare la fabbrica ed incoraggire
colla sua presenza Pimpresa. Saputosi ciò dall'im-
peratore, si risolvette finalmente di dare a Cosimo
rinliero possesso di quello stato, il che avvenne
il 4 maggio del i548. Nel riceverlo si obbligò di
restituirlo a qualunque richiesta dell'imperatore,
qualora per altro veniss''egli rimborsato delle som-
me ad esso prestate. Furono perciò introdotte in
Piombino le sue milizie e confidato a Girolamo de-
gli A.lbizi il governo di quella piazza. Giunto al
termine dei suoi desideri proseguì con vigore la
•fortificazione di Porloferraio, tanto più che gli ces-
savano tutti gli ostacoli che fin allora gli aveva
frapposti la vedova per mezzo degli abitanti del-
risola (60).
g. 35. La vedova Appiano trasferitasi a Geno-
va determinò di mandare all'imperatore il figlio,
eh"* era prossimo ad uscire dalPelà pupillare,accioc-
rhè potesse colla viva voce rimuovere Tanimo di
-cesare. Assistilo questi dai genovesi e dal confes-
feoredi CarloV venne il pentimento all'imperatore,
è dette ordine che fosse da Cosimo restituito al-
TAppiano lo stato dì Piombino. Malgrado tulli i
lamenti di Cosimo, dovelt'egli restituirlo il a4 ài
ia6 AVVENIMENTI STORICI .AnAS49,
luglio, restandogli però tuttavìa Pincarico della
fortificazione deirElba. Credette bene Cosimo di
dissimulare quest'offesa, ed aderì alla buona vo-
lontà del papa di riunirsi seco in amicizia, ren-
dendosi così meno dipendente dagli spagnuoli e
agevolandosi il mezzo, occorrendo, di riunirsi an-
cora ai francesi. Carlo V trovandosi già vecchio
pensò di fissare la successione al trono nel prin-
cipe Filippo suo figlio, e perciò lo mandò nelle
Fiandre. Passando per Genova Cosimo spedì a
complimentarlo don Francesco suo primogenito,
non volendo egli esporsi al malanimo dei geno-
vesi. Si lusingava il papa della restituzione di
Piacenza, e Cosimo sperava il possesso di Piombi-
no, ma grintrighi dei ministri imperiali tenevano
in diffidenza Timperatore, e trattenevano sempre
il duca con vane lusinghe, ond' egli dichiarò 9
don Diego di Mendozza, commissario deirimpera-
tore in Siena, di non volere più prestar fede alle
obbligazioni e promesse, né disastrare le sue finan-
ze per uno stato che vedeva di non potere otte-
nere, e che in avvenire non avrebbe più pagata la
guarnigione di Piombino. Il malcontento che il
papa e'I duca avevano delPiraperatore/ece siche
si stabilirono altri preliminari per unirsi in stretta
e sincera corrispondenza. Il duca sperava che
stando unito al cardinale Farnese potrebbe facil>
mente condurlo ad ottenere un papa a suo raodo^
vedendosi già che Paolo III s'incamminava verso
^il suo fine. Proponeva questi il matrimonio del
primogenito del duca Ottavio con donna Lucrezia
terza figlia di Cosimo. Con questo raatrimoniq
^/t. 1549. DEI TEMPI MEDICEI CAP. 111. l%y
egli sperava d "'altronde d'^elevare al papato il car-
dinale di Burgos fratello del viceré e zio della du-
chessa. Anche il cardinale di Bellay esagerando a
Cosimo i vantaggi dell'unione colla casa di Fran-
cia propose una delle figlie del re al principe don
Francesco. La tenera età del figlio dilazionò la
precisa risposta, ed intanto partecipò a Carlo V
questi trattati, sottoponendoli alla sua decisione.
I ministri deirimperatore esorlarono il duca alla
pazienza, ed a non impegnarsi ancora nei matri-
moni proposti dal papa e dal re di Francia (6i).
Dopo una breve malattìa cessò in quest'anno i549
di vivere Paolo III dell' età di circa 82, anni ,
guadagnatasi forse da lui colla temperatura del
vitto (6a).
g. 36. Molti furono a vero dire i partiti nella
elezione del nuovo pontefice a cagione special-
mente dei diversi interessi della corte di Francia
e dell'imperatore. Cosimo però coiramicizia del
cardinal Farnese, che avea molti voli a sua di-
sposizione, ebbe grande inlluenza in essa, la quale,
dopo molte pratiche e maneggi, li 8 di febbraio
del i55o cadde nella persona del cardinale Gio-
vanni di DIoule, che prese il nome di Giulio III.
Questo cardinale era del Monte s. Savino distret-
to di Arezzo, e nella elezione di Cosimo si era
astenuto dall'unirsi agli altri fiorentini per contra-
stargli il priucipalo^ an/>i in progresso l'aveva a-
morevolmente servilo in diversi affari alla corte
di Roma. Cosimo fu allegrissimo quanto per esser
egli suo suddito, come anche suo amico, e perciò
volle che in Firenze si facessero le stesse fcslc che
ia8 AVVENIMENTI STORICI An,i5i9»
furon fatte per Leone X e per Clemente VII. Il
nuovo papa si obbligò di convocare il concilio in
Trento come desiderava Timperatore^ ordinò la
restituzione di Parma al Farnese e lo confermò
nella dignità di gonfaloniere della Chiesa,e restia
lui gli stati al Colonna ed al Boglioni.
g. 37. Il Mediterraneo era minacciato dalla
squadra deiraffrìcano Dragut che predò alcuni le-
gni del duca oel canale di Piombino, per cui rei-
terò le sue domande in vano, ottenendo soltanto
vaghe promesse. Stanco il duca di queste, ordinò
ai suoi ministri che non facessero più menzione
di tale affare abbandonandolo al caso. Vedendo
anche la contrarietà dei ministri imperiali verso
^i lui. e la loro falsa politica in ordine agli affari
di Parma, ed al malumore di Siena per l'erezione
della cittadella,e specialmente pel violento proce-
dere del >Iendozza,pensò di vincere colPindifferen-
za Tanimo di cesare, riconoscendosi necessario
al partito imperiale, nel caso che insorgesse la
guerra in Italia. In occasione che la regina Cate-
rina di Francia avea partorito un maschio, spedì
con grande apparato in carattere d*'ambasciatore
Luigi Capponi cognato di Pietro Strozzi ch'era in
Francia generale delle fanterie italiane, col quale
Cosimo sì riconciliò dimenticando il passalo, as-
sicurandolo esso che più non turberebbe la tran-
quillità della Toscana. Produssero queste dimo-
strazioni Telfetto desiderato da Cosimo, poiché
conoscendo gì* imperiali di qual danno sarebbe
stata in simili circostanze T alienazione del duca,
si valsero dell'opera del papa per richiamarla
j^/1.1549. DEI TEMPI MEDICEI GAP. III. I29
al loro partito, avendo sapulo le accoglienze e le
offerte fatte al suo ambasciatore in Francia. Il
punto più difficile era la tante volte delusa pro-
messa di Piombino. Avevano il Doria, il Gonzaga
ed il Mendozza progettato a Carlo, ohe potendo,se-
cando le ordinanze di Spagna, riprendere il feu-
do, proponesse all'Appiano un compenso, e dopo
assicurata la quiete della Germania trasportasse
le sue forze in Italia, con impadronirsi di Geno-
va, Parma, Siena, e Piombino, e con ciò formare
un nuovo stato al principe Filippo. Acconsentiva
l'Appiano di cedere lo stato di Piombino, ma Co-
simo fece comprendere alla corte, che restituen-
dogli le somme imprestategli non si adempiva al-
Tobbligazione fattagli dairimperatore,al quale non
potette in questa occasione mancare presso al
mondo la taccia di fraudolento , e che non si
lusingassero di occupare Portoferraio, per valer-
sene contro di lui, perch^gli o lo avrebbe soste-
nuto colle armi, o costretto dalla forza a restituir-
lo, ne avrebbespianate le fortificazioni e riempito
il porto. Finalmente dichiarò che siccome Tim-
peralore credeva più a'suoi nemici che a lui. così
egli per Tavvenire avrebbe confidato meno in sua
Maestà che nei di lei nemici. Giulio III insinuò
al duca che Talienarsi dal partilo cesareo avrebbe
potuto portare la sua rovina, onde avesse dissi-
mulato qualunque dispiacere, ed offri interporsi
con sua Maestà, per farlo devenire a qualunque
più decoroso accomodamento per Piombino (6^)-
Cosimo intanto ordinò la demolizione delle mura
e torri della terra di Poggibonsi, e forse per ti*
St. Tose. Tom, 10. 12
l3o AVVENIMENTI STORICI ^/i.1551.
more che un giorno o l'altro avendo rolla la pace
coi senesi, non avessero questi ad impadronirsi
ói un luogo fortificato e capace di far resisten-
za (64).
g. 38, Vedendo Cosimo inevitabile la guerra
d'Italia procurava di sostenere la sua neutralità,
mostrando però di tenersi unito al partito delPim-
peralore e del papa, dando air uno ed alPaltro
consigli e denari. L"" imperatore preoccupato dal
progetto di lasciare maggiori grandezze al prin-,
ripe Filippo, aveva abbandonato il sistema di mo-
derazione che pareva essersi proposto, e pensava
a far nuove conquiste egovernare dispoticamente.
I tentativi fatti in Germania avean promosso un
gran partito contro di lui: in Italia, Siena oppressa
a cagione della cittadella- Piombino occupato sot-
to pretesto di difenderlo; i Farnesi spogliati di
Piacenza e combattuti in Parma 5 Genova in pro-
cinto di perdere la sua libertà^ e finalmente il du-
ca di Firenze disgustato per Taffare di Piombino,
tutto ciò produceva un generale malcontento in
Italia che segretamente era favorito dai francesi,
i quali procuravano delle sollevazioni contro gli
imperiali , per potere più facilmente tentare l,a
conquista del ducato di Milano e del regno di
Napoli. Cosimo in queste circostanze, tenendosi
però sempre unito al partito imperiale, credette
necessario di premunirsi per qualunque caso, e
perciò si fornì di molto denaro, accrebbe le for-
tificazioni di frontiera e della marina, ed eresse
una nuova fortezza sul colledi s. Miniato che so-
vrasta a Firenze [65).
Jn.iò52. DEI TEMPI MEDICEI GAP. III. IDI
g. 39. l^on vi fu slato d'Italia più chela repub-
blica di Siena costante nella sua devozione da
primo alPantico partito ghibellino, poi quando
questo nome cominciava ad es&er dimenticato
al partilo imperiale, e nelTodio contro la Fiancia.
Tutte le fazioni che avean combattuto per la su-
prema autorità nella repubblica ed a vicenda se
nVrano insignoriti, avean professato le stesse af-
fezioni^ ma l'avarizia spagnuola e la perfidia del
Mendozza trionfarono alla fine degli antichi affetti;
cosicché nel i55a quando si riaccese la guerra in
Piemonte ed in Germania tra Carlo V ed Enrico
II, i senesi si volsero alla Francia ed implorarono
il di lei aiuto per sottrarsi alla dura tirannìa che
li aggravava (66). Il duca di Firenze che invigi-
lava sempre sulle cose di Siena, scoprì la corri-
spondenza dei senesi coi francesi. Egli aveva ra-
gione d'essere scontento del 3Iendozza e del go-
verno di Spagna, imperciocché ben si avvedeva,
che in vece d'esser trattato qual principe indipen-
dente, si tentava di farlo scendere ogni di più alla
condizione di vassallo dell'* imperatore. Temeva
pertanto la consolidazione del dominio spagnuolo
in Siena, quasi quanto la signorìa dei francesi. >Ia
ad ogni modo il suo principale interesse era sem-
pre quel di tenere a freno i malconlenli fiorenti-
ni e di conservare la propria signoria a dispetto
dell'odio de** suoi sudditi. Perciò a fronte delle
mortificazioni che gli toccava a sopportare per
parie delP imperatore o dei ministri imperiali,
Tk)n lasciava di conservarsi loro fedele. Per que-
sta cagione egli offri subito poderosi aiuti a don
l3a AVVENIMENTI STORICI Jn. 1 S52.
Diego IVIendozza^ ma questi più geloso del duca
che timoroso del comune inimico ricusò di rice-
vere le truppe di Cosimo in Siena. Intanto
furon fatte delle proposizioni dagl'imperiali a Co-
simo, affine di determinarlo a stipulare un trat-
tato che lo ponesse ai coperto da qualunque in-
sulto iÌQì francesi tanto per mare che per terra,
specialmente in un tempo in cui le disgrazie del-
l'imperatore avevano sollevata lltalia contro di
lui (67).
g. 40.11 capitano Moretto calabrese sentendo
che griraperiali dopo aver presi alcuni paesi del
terijtorio senese venivano alla volta di Fienza,
fece mettere in ordine la sua compagnia, e fatta
far fagotto quasi a tutta la popolazione di quella
terra, se n''andarono alla volta di Montalcino, la-
sciando però che gli abitanti si rifugiassero dove
più loro piai èva. Grirapeiiali giunti aPienzae tro-
vatala vuota presero parte di quei villani, e raes-
sero a sacco quanto di meglio vi era restalo. Quei
ài Fabbrica sapendo che grimperiali erano entrati
in Pienza senza combattere si arresero, come pur
loro si arrese il castello di Chiusura. Lasciata in
Pienza una guardia di tedeschi, andarono ad as-
sediare il castello di Monticchiello, che loro si
arrese dopo alcuni giorni e dopo aver battagliato
per più ore. In questo mentre s' impadronirono
di S. Quirico e devastarono molto territorio se-
nese (68). Troppo lungo sarebbe e tedioso pel mio
lettore il narrar qui le vicende dei paesi apparte-
nenti allo stato senese, mentre ora eran sog-
giogati dagrimperiali e difesi dagli spagnuoli, ed
^«.1552. DEI TEMPI 3IEDICE1 GAP. III. l33
ora da questi e difesi dai Crancesi per i senesi. Chi
desiderasse la relazione distesa di quanto qui
accenno può leggerlo nel foni, ii delParchivio sto-
rico italiano.
g. 41. Un grosso assembramento erasi forma-
to nei conla<li di Castro e di Pitigliano. sotto il
comando di Niccolò Orsini, che s'era condotto ai
servigi della Francia^ e due fuorusciti senesi E-
nra Piccolominij ed Amerigo Amerighi entrarono
nello stato senese con una truppa di malcontenti,
la quale attraversando il territorio della repub-
blica S'ingrossò fino al numero di circa 3ooo. Il
Piccolomini aflacciossi la sera del 22 luglio del
i552 alle porte di Siena ^rUlanùo libertà. II po-
polo sebbene disarmato si sollevò; eranvi soltan-
to in città 400 spagnuoli sotto gli ordini di don
Giovanni Franzesi, essendo statigli altri mandati
ad Orbetello, ed in altri porti della Mareumia,
ed il Mendozza trovavasi a Roma. I senesi apri-
rono le porte al Piccolomini, e scacciati subita-
mente gli spagnuoli dal convento di s. Domenico
dove s' erano fortificati, V inseguirono fino alla
rocca, che il Mendozza per avarìzia aveva lasciala
male armata e nial provveduta di vellovaglie. Co-
simo deWIedici mandò premurosamente soccorsi
agli spagnuoli. ma in seguilo temendo di tirarsi
adflosso le armi della Francia, mentre Carlo V
gagliardamente guerreggiato da Maurizio di Sas-
sonia non sembrava in istalo di assecondarlo,
richiamò le sue truppe e si fece mediatore di uuti
capitolazione, in forza della quale la fortezza inal-
zata a porla di Camullia fu il 3 agosto del i55jt'
l34 AVTENIMENTI STORICI ^w.1552.
data iu mano ai senesi che la demolirono, e la
guarnigione spagnuola si ritirò a Firenze (69).
§4^ • L'eccessiva gioia dei senesi per tale e-
Tento fece subilo loro scordare le promesse, e do-
po evacuata la cittadella dagli spagnuoli il popo-
lo, accorsovi tumultuariamente, v'introdusse i
francesi. Lansac ambasciatore francese in pubbli-
ca forma, colla signorìa accompagnala dal clero e
dai magistrati della città, presentatosi con maesto-
so discorso all'ingresso della cittadella fece cono-
scere che il suo re non aveva avuta altra inten-
zione, se non di liberarli dagli aggravi imposti lo-
ro già da molli anni dall'imperatore per semplice
atto di umanità, levandoli dalla tirannide come
principe giusto e prode, e in nome di S. M. resti-
tuiva quella cittadella per demolirla, ed offriva le
sue forze per conservare la libertà. Protestò la
repubblica tutta la sua gratitudine a sua Maestà e
gli giurò quella fede che avea conservata (in allo-
ra alTimperatore. Il duca Cosimo ciò nonostante
dissijnulò e dette anche Fui timo compimento al
trattato col re di Francia, ma colla protesta che
non s'intendesse dovere il duca alienarsi dall'a-
micizia delPiraperalore , o di far cosa contro di
esso: che se sua Maestà si tenesse offeso di questo
trattato, e dasse al duca motivo di ritirarsi dalla
sua amicizia, il re lo riceverebbe sotto la sua
protezione come amico e confederato contro di
lui, facendosi all'occasione un trattato speciale,
e che il re obbligava la sua parola di tenere occul-
ta questa convenzione finché non fossero di con-
certo a volerla pubblicare. Intanto era giunto a
AnAS^l. DEI TEMPI MEDICEI CIP. Ilf. l3»
Yillach il duca d'AIva col rinforzo di danari e di
genti traspollale dalla Spagna. Questo ministro
possedeva egualmente la slima di cesare e quel-
la di Filippo (70).
g. 43. Giunto a Genova, Cosimo lo avea fatto
prevenire su tutti i disordini d^ Italia, onde scuo-
tendo l'animo di Carlo dal letargo in cui lo tene-
ya il vescovo d^ Arras gli fece vedere necessa-
ria l'attività e la confidenza negli amici, fra i
quali dimostrò il duca che bisognava dare qualche
sodisfazione, specialmente nelPaffare di Piombi-
no. Fu perciò ordinato a don Diego Mendozza. che
non potendo egli difendere Piombino e quello
stato dalla flotta turca e da quella del principe di
Salerno, ne mettesse immediatamente in posses-
so il duca Cosimo, a condizione ch'ei dichiarasse
tenerlo in deposilo a nome di sua .Maestà, notan-
do esaltamente le spese che si farebbero a que-
sfefifetto per restituirlo ad ogni richiesta. Quan-
tunque sembrasse ardua la condizione, pure Co-
simo P accedo , sul riflesso che avendone già
l'Appiano accordata alT imperatore la permuta ,
potrebbe facilitarsi il partito, ed il 12 agosto ne
prese il possesso Otto da Montauto colle sue
truppe . Non mancò per altro di rappresentare
che le forlilicazioni da imprendersi richiedevano
una buona spesa, e mal volentieri ei si assogget-
tava a disputarne il rimborso(7i).Frattanto,per il
governo di Siena, con intervento degli agenti del
re fu determinato quante terre si dovean tenere
durante la guerra , e furon i6 cioè MontalrinOfj,
Monticchiello, Chiusi, Sarleauo, Radicofani, So-
l36 AVVEDIMENTI STORICI ^^t. 1 552.
vana, Lucignano di Val dì Chiana , Pori'' Ercole ,
iMontereggioni , Casole , Monlepesrali , Massa ,
Monteritondo, Gavorrano, Grosseto e Caparbio.
Furono subito spediti tre messi dalla r<^pubblica
a tutte le terre del dominio che non volevano più
tenere, imponendo a tutti i potestà e vicari che
facesser precetto agli abitanti di quelle terre ,
onde nello spazio di i5 giorni dalla notificazione
avessero sgombrali tutti i viveri e robe che do-
veano portare in qua! più lor piaceva dei i^ no-
mininati paesi, sotto pena di perdere il tutto (72).
g. 44* Enrico II colse premurosamente Tocca-
sione che venivagli offerta di mandare le sue ar-
mate nel cuore delPItalia, e di approfittare dello
universale malcontento per indurre i popoli a
squotere il giogo della corte di Spagna . Mandò
subito ai senesi alcuni gentiluomini francesi per
dirigerli, soldati per difenderli, e soccorsi d''ogni
maniera. Il duca di Termini, in addietro governa-
tore di Parma, venne P undici di agosto a stare
in Siena, ed in breve fu stipulato un trattalo tra
la repubblica ed il re di Francia (73) . Cosimo l
slava in gran timore vedendosi i francesi alle
porte. Ei non credeva tuttavìa le circoslanze fa-
vorevoli per discacciarli a forza aperta, onde pro-
mise di starsi neutrale, ed Enrico II si obbligò a
rispettare la di lui neutralità. Intanto egli si sfor-
za va d''indurre Carlo V nella persuasione che colla
pazienza e coIPaccorlezza giugnerebbe ai suoi fini.
Ma il 2 d^agosto rim[)eratore avea sotloscrìtta la
pace religiosa a Passavia , e trovandosi per tal
modo liberato da Maurizio di Sassonia, eh'' era il
^U.1553. DEI TEMPI MEDICEI CAP. III. iBj
SUO più temuto nemico, risclvelledi punire i se-
nesi di quella rivoluzione, cifegli riguardava per
sé disonorevole, ed ordinò a don Petro di Toledo
viceré di Napoli e suocero di Cosimo I di recarsi
per mare a Livorno, colle forze di cui poteva di-
sporre (74).
g. 45» Il vecchio vìcerè,ch'*era uno dei più cru-
deli ed avari fra quei ministri di Carlo V che a-
vean reso cotanto odioso in Italia il nome dello
imperatore, non ehhe tempo di meritare le male-
dizioni deHoscani, come avea riportale quelle dei
napoletani. Giunto in Firenze in sul cominciare
del i555, tutto giulivo ed assorto intieramente
nei piaceri di un recente matrimonio , che mal
conveniva alla sua vecchiaia, vi mori nel susse-
guente febbraio (75). Cosimo I, cui Carlo V vole-
va affidare il comando di quella impresa lo ricusò.
Don Garzia di Toledo figlio del viceré n' ebbe
perciò Tincarico. Aveva don Garzia un'armata di
6000 spagnuoli e di aooo tedeschi condotti in
Toscana da don Petro suo padre, e di 8000 ilalia-
DÌ raccolti nella provincia di Val di Chiana da
Ascanio della Cornia nipote del papa . Con tale
esercito don Garzia entrò nel senese, prese Luci-
gnano, Montefollonica e Pienza. Castiglione della
Pescaia fu preso dagli agenti del duca di Termini.
Asinalunga e Torrila furon terre perdute dai se-
nesi. Gli spagnuoli essendosi impadroniti di Mon-
ticchiello se n'andarono alla volta di IVIonlalcino.
Don Garzia guastò quasi tutto il territorio della
repubblica senese , e pose V assedio a Monlalci-
no (76), dove preso dagli assediali il di lui segre-
l38 ÀVYÉNlMENTI STORICI ^«.1553.
tarlo e condotto a Siena per paura dei tormenti
rivelò com''era tessuta dal duca Cosimo,principe dì
fina polilica,una congiura contro quella città.Vera
o falsa che fosse una tal confessione, certo è che
costò la vita ad alcuni di quei cittadini , fece re-
stare in disgrazia dei francesi esso Cosimo, quan-
do nello stesso tempo si lamentava forte di lui
l'imperatore perchè volesse tenersi neutrale, anzi
era in sospetto di veder volentieri in Siena i
francesi, tuttoché non avesse lasciate di sommi-
nistrare artiglierìe, danari ed altri aiuti al campo
imperiale (77) . Ma frattanto i francesi avevano
invocata Passistenza della flotta turca, che quasi
ogni anno veniva a saccheggiare le coste degli
stati delP imperatore in Italia , e che ogni anno
pure rendeva inefficace la propria assistenza colla
sua lentezza a trovarsi al luogo concertato e col-
la sua prontezza a ritirarsi . La di lei comparsa
sulle coste del regno di Napoli costrinse non per
tanto don Garzìa di Toledo a levar f assedio di
Montalcinoj ed a ricondurre il suo esercito nella
Italia meridionale (78).
g. 4^- Il progetto deirarmata gallo-turca co-
mandata dal corsaro Dragut era di far capo alle
spiagge senesi, espugnare Orbetello, sorprendere
Piombino e TElba^e poi far la conquista della Cor-
sica per così rinchiudere il duca Cosimo nel centro
dell'Italia, e rendere inutili le sue forze: si assicu-»
rava in questa guisa il dominio di Siena, tron-
cava la strada ai soccorsi del regno e della Lom-
bardia, e divenuta padrona delf Elba dominava
senza contrasto tutta la costa d'Italia. Acquistan-
-^n.1553. DEI TEMPI MEDICEI GAP. 111. 189
do in questa maniera il re di Francia la più im-
portante parte dell'Italia, si facilitava i mezzi per
contrastare all' imperatore il possesso del regno
di Napoli e del milanese. Non restò nascosto alla
avvedutezza di Cosimo il progetto, ma vedeva be-
ne esser necessario che i nemici potessero ese-
guirlo in tutte le sue parti per renderlo utile .
Perciò egli pensò alla difesa in tutto quel ch'era
in suo potere, e specialmente fortificò ed accreb-
be le guarnigioni di Piombino e Porto/erraio , e
prese tutte le misure convenevoli (79). La flotta
gallo-turca in fatti dopo aver danneggiata la co-
sta della Sicilia e Sardegna, giunse al fine alpi-
sola deirElba. Qui Dragut portatosi in Lungone
distaccò una parie dei suoi legni per depredare la
Pianosa, la quale fece una gran resistenza , ma
alla fine si arrese, ed i turchi vi fecero aoo schia-
vi, non avendovene trovati di più. Dopo Timpre-
sa di Pianosa giunto altro distaccamento dell'ar-
mala, Dragut s"* incamminò verso Portoferraio e
Tattaccò, dopo aver depredato Gapoliveri. In una
sortita però fatta dalle guarnigioni del duca, vide
Dragut le forze tanto in uomini che in artiglieria
dal duca ivi lasciate, il che V indusse ad abban-
donare una tale impresa ^ sicché dopo aver de-
predali tulli gli altri paesi dell'isola rimbarcò le
sue truppe senza neppure tentare Piombino, e si
rivolse air isola di Corsica, abbandonando l'Elba
dopo esserci stalo dieci giorni. Conci uìslarono fa-
cilmente la Corsica, ma sapendo i francesi chela
flotta turca dovea tornarsene in Levante (80), e
che il duca patlrone dell' Elba e di Piombino .,||«»
l40 AVVENIMENTI STORICI w^/e.1ò53.
vrebbe potuto far facilmente dei soccorsi ai ge-
novesi per recuperare la Corsica , per mezzo del
papa domandarono una tregua per sei mesi, onde
potere con qualche probabilità di successo favo-
revole devenire ad una solida pace , ma Cosimo
temendo qualche inganno , con diversi pretesti
non volle acconsentirvi (8i).
g. 47- Il duca abbandonato in giugno dagli
spaguuoli si trova?a in grande impaccio . Ricu-
sando dì partirsi apertamente dalla neutralità ,
egli aveva offeso fortemente l'imperatore ^ e tut-
tavia offesi aveva ancor più i senesi ed il re di
Francia . Imperciocché solto la maschera della
neutralità avea dati soccorsi di ogni sorta ai loro
nemici^ erasi insignorito di Lucignano, una delle
piazze conquistale s opra di loro, ed alP ultimo
avea per mezzo del suo ambasciatore ordita in
Siena una trama la quale scoperta costò la vita a
Giulio Salvi che n'era capo ed a molti di lui com-
plici. Cosimo vedendosi minacciato dai francesi,
. dai senesi e dagli esiliati fiorentini ch'erano ve-
nuti a Siena, si affrettò di trattare la pace che si
concbiuse in giugno del i553. Lucignano fu re-
stituito ai senesi con tutte le conquiste fatte nel
loro territorio , e questi promisero di non rice-
vere nel loro dominio i nemici del duca (82). Ma
Cosimo ben altro si proponeva che di religiosa-
mente osservare il trattato di pace^ egli non po-
teva reggersi in trono a dispetto delfodio di tutti
i suoi sudditi , senza essere spalleggiato da stra-
niera potenza; ond«* gli era impossibile di starsi
neutrale tra la Francia e l' impero , Al servigio
1/^/2.1553. DEI TEMPI MEDICEI GAP. Iir. ì^i
della Francia egli vedeva ricolmo di onorificenze
Pietro Strozzi, figliuolo di quel Fili[)j)o eh' era
perito nelle sue prigioni. Pietro favoreggiato dal-
la regina Caterina dei Medici sua cugina gernja-
na, andava non per tanto assai più debitore di
tanta fortuna al proprio valore ed al singolare
suo ingegno^ egli era maresciallo di Francia, e
luogotenente del re in Italia, e non aveva altro
più ardente desiderio che quello di halzar Cosi-
mo dal trono. Il duca non poteva fare a meno
di non seguire il contrario partito e di non as-
secondare l'imperatore ^ e benché fosse stato più
volle ingannato dai ministri di Carlo V, benché
fosse stato strascinato in enormi spese per la di-
tesa di Piombino, datogli e ritoltogli poi da que-
sto monarca senza verun compenso . benché te-
messe di venir trattato in egual modo, quando
riuscisse a conquistare Siena a proi)rie spese ,
risolse nulladimeno d'^entrare in guerra, e di so-
stenerne tulio il peso (83).
§. 48. I senesi vivevan sicuri pel trattato fatto
con Cosimo I, ed improvidi ad esempio dei fran-
cesi loro alleati e loro ospiti, non pensavano ad
altro che a godersi il presente senza apprestare 4
mezzi di difesa per P avvenire. Intanto Cosimo
faceva severamente custodire i suoi confini onde
nessuno potesse dare ai senesi notizia dei suoi,
apparecchi, per cui furon chiuse per quattro gior-
ni le porte di Firenze , Pisa, Arezzo e Volterra .,
Assoldò quindi nuove genti e distribuì la sua ar-
mata in tre parti: una dalla parte di Maiemma
per attaccare Groàselo, Casli^jlion della Pescaia
Si. Tose. Tom. 10. 13
l42 ATVENIMEKTI STORICI "Jn.i 554.
e Dlassa: la seconda dovea scorrere la Val di Chia-
na e tentare la sorpresa di Chiusi, Pienza eMon-
lalcino: siccome poi non prendeva mai egli slesso
;i capitanare le sue truppe, cosi nominò supremo
comantiante della terza, per appostarsi sotto Sie-
na , Gian Giacomo Medici o Medichino, dappri-
ma noto sotto il nome di castellano di Musso,
ndi marchese di Marignano. Dette poi ordine ad
ogni schiera della sua armata di trovarsi il 26
,;ennaio del i554 a Pcggibonsi , ultimo castello
dello stato fiorentino sulla strada di Siena (84).
g. 49. Il <^i 2.7 gennaio di quelf anno il terri-»
torio senese doveva essere assalito ad un tempo
da ogni parte ^ ma le dirotte piogge che caddero
nella notte precedente sospesero tutte le opera-
zioni, ad eccezione di quella del marchese di Ma-
rignano. Essendosi questi partito da Poggibonsi
due ore prima di notte con 4ooo fanti e 3oo ca-
valleggieri, arrivò senza esser conosciuto fino al-
la porta di Siena detta Camuliia, e prese d''assalto
il bastione destinato a difenderla, chVra stalo la-
sciato in piedi quando il popolo scacciando gli
spagnuoli aveva spianata la fortezza eretta da don
Diego di Mendozza.Il cardinale di Ferrara,don Ip-
polito d^Este,che risedeva in Siena in nome del re
(ii Francia, erasi lasciato ingannare dalle carezze
e dalle adulazioni di Cosimo I, e credendo di uoa
dover nulla temere da lui, traeva la vita in con-
tinue feste . Appena seppe che fu sorpresa porta
Camuliia , i senesi potettero traltenerlo a stento
in città. Siccome questi opposero una vigorosa
resistenza al Marignano, e gli vietarono di entrare
^/1.1554. DEI TEMPI MEDICEI GAP. III. l4"
in cìtlà, il cardinale di Ferrara si rincorò , e su-
bito dopo Pietro Strozzi, che in allora visitava
Grosseto , Massa . Portercole e le altre fortezza'
della Maremma, rientrò in Siena e la pose in mi-
gliore stato di difesa. Il Marignano credette cosa
imprudente T ergere le batterìe contro le mura
di Siena, guernite di buona artiglierìa e difesa da
numerosa guarnigione, e giudicò più conveniente
di bloccare la città . Le raccolte del precedente
anno erano slate distrutte dalla guerra , e sem-
brava facile il distruggere altresì quelle delT in-
cominciato anno. La città sorpresa da inaspettato
attacco non avea potuto fare grandi approvvigio-
namenti, ed il Marignano colTespugnare mano a
mano le castella che signoreggiavano tutte le stra-
de che couducevano e Siena, lusingavasi d'impe-
dire che vi si recassero vettovaglie da esteri pae-
si (85).
g. 5o . Le truppe spagnuole e tedesche che
dall'imperatore erano slate promesse a Cosimo I
giunsero le une dopo le altre, poiché fu incomin-
ciata la guerra,a talché Tarmala sotto Siena ascese
a ajooo fanti e looo cavalieri . DalP altro canto
arrivarono pure a Pietro Strozzi o per mare o a
traverso allo stato romano truppe francesi o al
soldo della Francia ^ ma queste eran sempre in
minor numero di quelle che giungevano al Ma-
rignano , onde questi a seconda del suo divisa-
mento potette dar principio alla espugnazione del-
le castella del territorio senese . Il primo che
prese fu Laiuola, i di cui abitatori si arresero a
discrezione dopo di essersi valorosamente difesi.
l44 AVVENIME?fTl STORICI Ali. 1554.
II Malignano 11 fece appiccare quasi tiìlti , di-
chiarando che tratterebbe in siniil guisa coloro
che aspetterebbero in una bicocca il primo colpo
delle sue artiglierìe. IVIa questa barbarie non ebbe
altro resultato che quello di accrescere gli orrori
della guerra^ i contadini senesi con una costanza
degna di miglior sorte mostraronsi sempre irre-
movibili nella loro fedeltà verso la patria , qua-
lunque si fosse il governo della medesima. Tor-
rita, Asinalunga, la Tolfa, Scopeto e la Chiocciola
opposero la medesima resistenza,e furono trattate
con pari atrocilà (86)
g. 5i. Dal canto loro i senesi ebbero alcuni
vantaggi che sostennero la loro costanza. In sul
declinare di marzo il Marignano avea mandato
il suo generale di fanteria Ascanio della Cernia
con Ridolfo Baglioni a Chiusi, che , secondo la
promessa di alcuni traditori, doveva essergli con-
segnata, sennonché costoro eh'' egli credeva di
aver sedotti lo avevano ingannato, poiché quelli
ch'erano alla guardia di Chiusi gli tesero uiiMin-
boscala di qua dalla Montellese per dove passar
dovevano le di lui truppe. Ascanio e Ridolfo che
accompagnavan i soldati vedendosi circondati da
ogni parte e non esservi più scampo, si disposero
a combattere. Il primo a muoversi fu il Baglioni
che stava sopra un poggio detto Poggio Venere,
ma al primo attacco fu ucciso da trearchibusate;
i suoi si perdettero d''animo, e non combatterono
che per riavere il corpo del loro generale, per il
quale molti vi perderono la vita e quella dei loro
cavalli. L' infanteria dei chiuàiai combattè con
'Jn.IÒ^i, DEI TEMPI MEDICEI CAP. in. l45
tanfordine e valore che i nemici fuggir non po-
tettero da veruna banda , e ne restarono uccisi
circa noo e più di looo fatti prigionieri. Ascanio
della Cornia si difese con gran valore, ma essen-
dogli morto sotto il cavallo, non trovò scampo e
restò fra i prigionieri. Il corpo di Ridolfo Baglioni
fu portato a Sarteano, ed A Scanio fu condotto a
Siena (87), e cosi restò distrutta raraiala di que-
sti due capitani che ascendeva a più di 4000 uo-
mini (88).
g. 5 a. Il castello di Laterina compreso nel
contado fiorentino fu pur saccheggiato dai senesi
dal dispiacere di non avere potuto occupare la
rocca, il presidio della quale si difese con molto
vigore, ed obbligò gli aggressori a ritirarsi (89). ì>Ia
Cosimo I somministrava premurosamente altro
danaro per fare nuove leve di soldati e riparare a
una tal perdila.PoichVbbe ricevuti alcuni rinforzi,
il IMarignano continuò Passedio e Tincendio flelle
terre murate dello stato di Siena. Prese successi-
vamente i castelli di I«elcaro, Lecceto, IVIonistero,
Vitignano, Ancaiano e Mormoraia. Ogni terra gli
costò ostinate pugne, ed ogni terra fu trattata con
egual barbarie; parte degli abitanti fu mandata al
supplizio; tutte le messi immature furono mietute,
e guaste tutte le campagne. Estrema era la deso-
lazione del territorio senese^ tardi e insufficienti
erano gli aiuti della Francia, e la sorte della guer-
ra che nello stesso tempo Irattavasi in Fiandra era
contraria ad Enrico lì. Nondimeno le speranze dei
senesi e quelle dello Strozzi venivano ravvivate
dall'odio universale, che i tìoreotini portavano
i3*
l46 AVVEJflMENTI STORICT "^jin. f554.
alla casa dei Medici . Ovunque due fiorentini si
scontrassero fuori del dominio di Cosimo, ricono-
scevansi tosto per le imprecazioni che scagliavano
contro di lui. Coloro che per cagione del traffico
trovavansi a Roma, a Lione, a Parigi, si tassa-
vano per mandare a Pietro Strozzi onde aiutarlo
a squotere il giogo che opprimeva la loro pa-
tria (90).
g. 53. Sa|>endo Pietro che si adunavano alla
Mirandola alcune schiere francesi per soccon'ere
Siena, egli risolse di aprir loro la via. Uscì il dì
Il di giugno da Siena con 3ooo fanti e 3oo ca-
"valli, passò TArno a Pontedra, ed avanzatosi per
la macchia di Cerbaia verso lo stalo di Lucca,
attraversò quel territoria. Colà infatti ricevette i
promessigli rinforzi di truppe che avean tenuta la
strada di Pontremoli , ma la flotta francese che
nello stesso tempo dovea giungere a Viareggio
non comparve; essa fu ritardata pili di 40 giorni^
ed il gran priore Leone Strozzi, fratello di Pielra^
che stava aspettandola coI^ due galere, fu ucciso
presso Scarlino. Due giorni dopo la morte del gran
priore Biagio (ì\ Montluc, mandato da Enrico II
ad assumere il comando di Siena, venne a sbarca-
re a Scarlino con dieci compagnie francesi e coi
tedeschi di Giorgio Ruckrod, che di là passarono
a Siena. Più non potendo la spedizione del mare-
sciallo Strozzi ottenere quelPesito chVgli ne a-
vea sperato quando avea creduto di tener solo la
campagna e ^ì assediar Firenze coli' aiuto delle
truppe che dovevano essergli condotte dalla flot-
ta, egli ripassò l'Arno colla medesima rapidità e
jin.ISSi* DEI TEMPI MEDICEI CAP. III. t^y
felicità con cui Tavea guadato la prima volta, e
ricondusse la sua armata a Casole nello stato di
Siena (91).
g. 54- r'^on pertanto la spedizione dello Stroz-
zi aveva sparso il terrore in tutti i partigiani del
duca in Toscana, e parea promettere i più felici
risullaraenti.il Marìgnano che lo avea seguito con
Tarmata preso da panico terrore erasi ritirato a
Pescia. Si mosse a quella volta lo Strozzi,ma il mar-
chese prese la fuga e si ridusse in salvo a Pistoia^
lo che dette campo allo Strozzi d' insignorirsi di
Pescia, Castel Fiorentino, Massa, Montecarlo,
Buggiano , Montevetoli ed altri luoghi di Val di
I^ievole. I castelli di Montecatini e di Montecarlo
avean ricevuto guarnigione francese, e 1' ultimo
sostenne non molto dopo un assedio di più mesi^
finalmente V allontanamento di due armate in
tempo della raccolta avrebbe data opportunità
agli abitanti di Siena di far grossi approvisiona-
menti di vettovaglie, se avessero saputo approtìt-
tarne, ma la terra in queiranno era slata sterile,
altronde la guerra aveva impedito ai contadini di
lavorare e di seminare i campi intorno alla città,
ed i senesi o non fecero bastanti sforzi, o non eb-
bero il tempo necessario, ne'quindici giorni che
le vie furono ajierte, per importare da più lonta»
ne parti i loro afiprovvisiouamenli (92). Forse per
tal mancanza di vettovaglie il cav. de** Donati il
aS febbraio i554 cacciò dalla porta di Camullia
di Siena circa 4oo bocche inutili fra donne e putti
tutti dirottamente piangendo, cosa veramente di
gran compassione. Furon raccolte da certi spa-
j^g AVVENIMENTI STORICI ^n.1554,
gnuolì e condotte airosservanza, ove fu loro data
UQ poco di paìie. Il giorno coglievano deirerbe,
le cuocevano e se le mangiavano^ a talché facevano
maravigliare molta gente di tal cortesia fatta (93).
Perché vennero di poi meno allo Strozzi le spe-
ranze di ricevere altri maggiori rinforzi di fran-
cesi e di turchi a lui promessi dalla corte di
Francia, e perchè udì pervenuto a Pisa don Gio-
vanni di Luna con 4<>oo fanti italiani , 2000 te-
deschi , e 4000 cavalli spediti da Milano in soc-
corso del duca Cosimo, se ne tornò verso Siena.
Ebbe poi lo Strozzi a patti il castello di Marciano,
ed a forza d'armi quel di Foiano con trovare in
ambedue gran copia di grano che servi di buon
ristoro alPesercito suo. In questo mentre giun-
sero ad unirsi col marchese di IVIarignano 3ooo
fanti assoldati da Camniillo Colonna in Roma e
3oo uomini d'' arme inviati dal regno di Napoli :
con che il duca di Firenze fu di parere che si ve-
nisse a battaglia, con tuttoché di contrario sen-
timento fosse lo slesso marchese con altri uffi-
ciali (94)-
J. 55. A Vincenzo dei Nobili ch^era a liberare
la Val di Chiana per parte di Cosimo I, fu ordi-
nato che retrocedesse, e senza mettere tempo in
mezzo voltò indietro, e passando sotto Lucignano
arrivò la sera presso al poggio di santa Cecilia ♦
Erano alla guardia di quel luogo una banda di
soldati francesi con molti contadini che vi si era-
no ritirati con le loro famiglie per sicurtà. Mandò
un trombetto il signore a domandare il castello:
il capo dei soldati chiese tempo due ore a risol-
i^n.1554. DEI TEMPI MEDICEI CAP. III. i49
versi, al quale fu risposto che non usava dare sì
lungo tempo al nemico. Per il che con prestezza
fece indirizzare un cannone di verso la parte più
debole, ed in due colpi fece tal breccia che agia-
tamente potevasi entrare nel castello. Fu poi cosa
mirabile che dietro alFuitirao tiro delTarliglieiìa
e per la medesima apertura , e quasi al pari del
colpo della palla i soldati entrarono dentro. Ivi
scorrendo dappertutto trovarono che i soldati
nemici per 1' altra parte del castello se n"* era-
no usciti fuori e salvatisi tutti , né in quel luo-
go vi erano rimasti altri che villani, i quali tutti
vi furono tagliati a pezzi , e le donne che si tro-
varono in quel luogo, per ordine del signore, fu-
rono tutte messe in una chiesa e salvato loro l'o-
nore 5 ed i contadini tagliati a pezzi e spogliati
furon strascinati sulla piazza e messi in un monte
per abbruciarli . La terra fu messa a sacco da
quegli spagnuoli, e fecesi gran bottino di grani ,
olio e carni salate . Le donne furono cavate di
chiesa e dal signore fatte accompagnare fuori del
castello , con ordine che se ne andassero sicure
in quella parte che più loro piaceva. Fu cosa mol-
to pietosa il vedere nel passar le donne per la
piazza dove era il monte dei morti, tutte scapi-
gliate gettarsi sopra quei cadaveri, e ciascuna di
esse con lamenti, grida ed urli che ne andavano
alle stelle, cercava di riconoscere il padre ed il
marito, fratello ed il figliuolo ed altre Tamico ed
il parente (9$).
g. 5G. Era già la manina avanzala del dì a di
agosto, quando il marchese di Malignano scopri
l5o AVYENIMEJITI STORICI ^«.1554.
che Pietro Strozzi si era da Marciano messo in
cammino per ritirarsi a Lucignano oppure a Fo-
iano. Mandò un corpo di cavallerìa a pizzicarlo, ed
allora fu che lo Strozzi vedendo di non potere
schivare con onore la battaglia, mise in ordinan-
za le sue genti e si affrontò col nemico. Ma quella
non fu propriamente battaglia, perciocché essen-
do generale della cavallerìa francese il giovinetto
Lodovico conte della Mirandola, il suo luogote-
nente Lodovico Borgonuovo , chiamato Righetto
dal Campana che reggeva la truppa, oppure por-
tava lo stendardo di esso generale, appena urtato
dalJA cavallerìa nemica prese vergognosamente
Ja fuga,lasciando senza difesa le fanterìe. Lo Stroz-
zi videsi tosto perduto, e tuttoché restringesse
i battaglioni ad un fosso, pure non potette im-
pedire che non fossero in breve tempo sloggiati
dall'artiglieria e cavallerìa nemica, andando tutti
appresso in rotta, e restando trucidati chi non
godeva il privilegio d'aver buone gambe. Secondo
gli scrittori fiorentini quasi 4000 dell'* esercito
francese rimasero estinti sul campo. Copioso fu il
numero dei prigionieri, e ben 100 bandiere gua-
dagnate furon portate per trofeo a Firenze . Più
di 2.00 feriti furono portati negli spedali di Arezzo
e moltissimi nei conventi, e raccolti dai cittadini
nelle lor case, alla cura dei quali furon deputati
tre medici della fraternità, e provveduti di ciò che
loro occorreva (96). Erano corsi molto prima a
questo spettacolo moltissimi fiorentini, parte fuo-
rusciti e parte pel solo desiderio d** acquistare la
libertà della patria . Sette di essi rimasti prigio-
"An, 1555. DEI TEMPI MEDICEI GAP. III. l5l
nieri ebbero poi reciso il capojed il duca Cosimo,
confiscati i beni di chiunque avea prese le armi
contro di lui o tenute corrispondenze coi ne-
mici, mirabilmente ingrassò il suo patrimonio e
fisco. E ben fu questa vittoria che fini di assicu-
rare la signorìa di esso Cosimo , e gli accrebbe
reputazione tale , che giunse come vedremo ad
unire anche Siena al suo dominio . Salvossi lo
Strozzi ferito in due luoghi a I^ucignano e quindi
a Monlalcino. Fu Lucignano in appresso vilmen-
te ceduto da Allo Conti agli imperiali, dove si
conservava gran copia di vettovaglie. Parimente
ricuperò il duca tutte le castella per lo innanzi
perdute in Val di fievole-, dopo di che il marche-
sedi Marignano voltò tutte le sue forze contro il
distretto di Siena, conquistando Montereggioni ,
Murlo, Casole ed altre castella , con che venne
maggiormente a stringersi Tassedio o per dir me-
glio il blocco di Siena . Pietro Strozzi a cui non
piaceva di star quivi rinchiuso, uscitone la notte
del di 1 1 ottobre si ridusse a Porlercole dove at-
tese a fortificare quella piazza (97).
g. 57. ;Nel mese di marzo del i555 morì Ili
Roma il toscano pontefice Giulio III, e fu eletto
in sua vece il di 9 d'aprile Marcello Cervini se-
nese, il quale do[)0 2.4 giorni di papato cessò di
vivere. A<i esso succedette il a3 maggio il cardi-
nal CaraO'a napoletano , che assunse il nome di
Paolo IV.
g. 58. Per tutto il verno prosegui il blocco di
Siena fallo dalle armi imperiali sotto il comando
del Uari^nauo, e già cominciava quel popolo a
l5a AVVEMMENTI STORICI ^.1555.
peuuriare di tulio il bisognevole pel vitto, con
anteporre nondimeno la libertà a qualsivoglia
pntiniento. Fu presa la risoluzione di s(;aricare la
città non solo dalle bocche inutili , ma di parte
ancora della guarnigione superflua. Fu più di una
volta tentalo questo ripiego , ed infelicemente
quasi sempre. I soldati che ne uscirono ebbero a
comprarsi il passaggio colla punta delle spade, e
la maggior parte vi restò svenala o prigioniera, e
le donne ed i fanciulli costretti a ritornare nella
città. Tale in questa occasione fu la crudeltà del
marchese, che quanti si arrischiarono a portar
vettovaglie airafflitta patria tutti li fece appendere
per la gola, e quanti osarono di uscire dalla città,
o di sua mano o per mano altrui li uccideva .
Perchè poi da Firenze venivano spesse lettere di
fuoco, che il sollecitavano a tìnir quella impresa,
tentò egli l'uso delPartiglierìa, lo che nulla giovò
per la gagliarda difesa e per le molte precauzioni
prese dai francesi . Ma ciò che non potè fare il
cannone lo fece la fame cresciuta a tal se«no,che
la povera gente era ridesta a tener per regalo i cibi
più schifi. Per tanfo si cominciò a trattare di capi-
tolare e di rendere la città all'imperatore con patti
onorevoli del presidio francese. Dopo gran dibatti-
mento fu conclusa il a aprile la capitolazione, ma
differita nella esecuzione per alquanti giorni, nei
quali tentarono! senesi inutilmente le raccoman-
dazioni e la mediazione del novello papa Marcel-
lo, sicché nel di ai dVsso mese uscirono di Siena
i francesi con tulli gli onori militari (98). L'im-
peratore prese di nuovo in fede e proiezione sua
An* 1555. DEI TEMPI MEDICEI CAP. 111. i55
là repubblica di Siena, promise di conservarle la
libertà ed i consueti magistrati , di perdonare a
tutti coloro che si erano adoperati coniro di lui,
di non fabbricarvi fortezze, di pagare egli stesso
la guarnigione che terrebbe in citlà per la di lui
sicurezza, e di permellere a tulli coloro che vo-
lessero lasciare la palria di ritirarsi liberamente
coi loro beni e famiglie in quella parte dello slato
sen' se che non era sottoposto (99)- Rimasero in
mano dei francesi Chiusi , Grosseto , Porfercole
e Montalcino, dove in quest'ultimo si ritirarono
quei senesi , ai quali non piacque di star sotto
agli imperiali, e con quella forma dì governo che
si dovea prescrivere alla lor patria dal medesimo
cesare. Quivi i senesi crearono il senato, elessero
un supremo magistrato composto di quattro sog-
getti, ai quali dettero il governo con tutta P au-
torità, e così formarono una nuova repubblica in
Montalcino, appellandola di Siena (100).
§. 59. Fu preso dal marchese di ìMarignano a
nome di sua Maestà il possesso di Siena, e posto
ivi presidio di tedeschi e sp-Jgnuoli . Colà tosto
comparve tanto pane e grascia che potette non
solo sfamarsi t'Uto il popolo, ma anche provveder-
sene a buon mercato per 1' avvenire. Quivi po-
scia il duca Cosimo, ad oggetto di riordinare il
governo, vi mandò col titolo (Panibasciatore , ma
in effetto col carattere di suo luogotenente e di
governatore Angiolo Niccolini di lui segretario e
consigliere di slato. Giunto in Siena distrusse lo
antico sistema di governo, elesse 20 cittadini re-
putati generalmente del partito imperiale, ai qua-
Sl. Tose. Tom. 10. li
l54 ATt ESIMENTI STORICI urf/t.ISSS.
li dando il titolo di balia conferì tutta l'autorità
che avevano avuta in avanti i magistrati. Dopo
pochi giorni si adunarono e fec^iro diverse dispo-
sizioni suggerite e volute dal P^iccolini , fra le
quali quella di sopprimere gli otto della guerra,
ch'era un magistrato di grande autorità, e Taltra
di ordinare ai cittadini che senza alcuna dilazio-
ne deponessero le armi , e qualunque sorta di
munizione . Quest'ultima determinazione fu ri-
guardata come un ordine che offendesse le capi-
tolazioni e contrario a quella libertà che con esse
veniva promesso di conservare , e perciò molti
cittadini abbandonaron la patria, talché il governo
si trovò astretto a proibire d'emigrare dalla città
sotto pena della confisca di tutti i beni.
g. 60. In seguito il nuovo governo richiamò
tutti gli emigrati , e quei che non tornarono , i
quali furono la maggior parte, vennero dichia-
rati ribelli, ed i loro beni caddero in potere del
fisco (loi). Da li a non molto aj-rivò don Fran-
cesco di Toledo dichiax'ato dalP augusto signor
re per governatore d** essa città. Anzi nel i555
r imperatore dette V investitura di Siena al re
Filippo suo figliuolo, lo che ad esso duca oltre-
modo dispiacque per aver servito Toro e le genti
sue a fare il boccone ad altri ; perchè se dianzi
temeva dei francesi, cominciò del pari a paven-
tare degli spagnuoli, vicini ordinariamente inquie-
ti, e gente non mai sazia d'acquistare stati e do-
niinii. Riuscì poscia al marchese di Marignano
di sottomettere Porlercole con altri luoghi, colpo
che sconcertò sommamente gli affari dei francesi
;^/l.1555. DEI TEMPI MEDICEI CAP. ITI, iSÒ*
in Toscana, e servì a screditare Pietro Strozzi
alla corte del re cristianissimo , dalla quale con
raro esempio avea ricevuto il titolo e bastone di
maresciallo. Pietro Strozzi fuggendo sopra una
galera se n'andò a Civitavecchia, e di 28 fuorusciti
di Siena presi in Portercole, i principali condotti
a Firenze perdettero la testa (102). Dopo Tespu-
gnazione di Portercole il marchese di IVIarignano
lasciò il comando dell'armata a Chiappino Vitelli,
perchè trovandosi molto infermo voleva tornare
alla sua patria a curarsi, ma in breve tempo se ne
morì (io3).
NOTE
(1) Vfaliuzzi, Storia del granducato dì Toscana, voi.
1, lib. 1, pag. 59. (2) Varchi , Storia fiorentina, lib.
XV, e Segni, Storia iiorentina , lib. vi». (3) Adria-
ni^ Storia dei suoi tempi , lib. i , pag. 18 . (4) Si-
smoiidi, Storia delle repubbliche italiane^ voi. xvi ,
cap. cxxii, pag. 97. (5) Varchi e Nerli, ap. Sismoo-
di cit. (G) Cicciaporci , Compendio della storia fio-
rcntioa, png. 113. (1) Paul. Jovii, lib. xxxyii, pag,
411 , Adriani cit. lib. i , pag. 55, e Segni cit. lib.
vili , pag. 228 . (fi) Paul. Jovii cit. e Adriaci cit.
(9) Litta, Nola della famiglia (VI edici e dei primi tem-
pi della Repubblica di Firenze, tav. xili . (10> Ner-
li cit. lib, xw , pag. 301 . (11) Fioravanti, Memorie
storiche di Pistoia, cap. xxxi . fi 2) Sismondi cit.
^ol. XVI, cap. cxxn, pag. 103. (13) Adriani ci!, voi.
Ìl# lib. II, p. 111. (14) Lilla cit. tav. xii. 0^) l'auL.
l5() AVVENIMENTI STORICI
Jovii cit. lib. XXXVIII, pag. 396, e Segni cit. lib. xn,
pag. 315. (16) Adriani, ap. Cantini, Vita di Co-
simo dei Medici primo granduca di Toscana , cap,
V. (17) Ammirato, ap. Cantini cit. p. 75. (18) Can-
tini cit. (19) Cicciaporci cit. lib. ii^ cap. i. (20) Lit-^
ta cit. tav. xiii . (21) Varchi cit. voi. v, lib. xiii ,
pag. 17. (22) Sismondi cit. voi. xvi^ cap. cxxii^ p.
110. (23) Ma la voi ti , Storia di Siena , pari, iii , libé
vili, pag. 140. (24) Adriani cit. lib. in, pag. 133-,
134, ap. Sismondi cit. pag. 112. (25) Malavolti cii.
part. Ili, lib, vili , pag. 142 . (26) Adriani cit. lib.
Ili, pag. 1&5, elib. iv, pag. 208. (27) Muratori, An-
nali d^Italia, an. 1539. (28) Salvi, Storia di Pistoia,
voi. IH, pag. 169. (29) Adriani citato , voi. i , lib.
H, pag. 1G8 . (30) Cicciaporci cit. (51) Guidotti ,
Compendio della storia toscana , voi. i , cap. xix •
(32) Cicciaporci citato, lib. ii, pag. 16. (33) Guidotti
cit. (34) Mazzarosa, Storia di Lucca, vol.ii, lib. vii,
p. 78. (35) Fioravanti cit. cap. xxxii. (36) Cantini ,
Vita di Cosimo I cit. cap. vii. (37) Galluzzi cit. voi.
I, lib.i, eap. IH. (38) Muratori cit. an, 1S42. (39) Cic-
ciaporci cit. lib. II, p. 118. (40) Guidotti cit. voi. i,
cap. XX. (41) Muratori cit. an.1543. (42) Pecei, Memo-
rie storico-critiche di Siena pag. 135. (43j Césaretti,
Storia del principato di Piombino, voi. ii, cap. vi.
(44) Galluzzi cit, voi. i, lib. i , cap. iv. (45) PauL
3ovii, lib. XLV, e Malavolti cit. pai t. in , lib. vili ,.
pag. 143, (46) Adriani cit. lib. v^ p. 293.(47) Ma-
lavolti cit. part. Ili, lib. viii, pag. 144, 145,ed Am-
mirato, Storia fiorentina, lib. xxxiii . (48) Césaretti
citato, voi. II , cap. vi. (49) Cicciaporci eit. lib. ir,
pag. 121 . (50) Litta cit. tav. xm . (SI) Cicciapor-
ci cit. lib. Il , pag. 124 . (52) Galluzzi cit. voi. i,
lib. I, cap. V. (53) Sismondi cit. voi. xvi, cap. cxxii,
pag. 117. (54) Mazzarosa cit. voi. ii, lib. vii, pag.
83. (55) Cicciaporci cit. lib. il, pag. 1 2S. (56) Fio-
ravanti cit. cap. xxxii. (57) Galluzzi cit. voi. i, lib.
DEI TEMPI MEDICEI CIP. HI. l57
I, cap. V. (58) Malavolti cit. part. in , lib. ix, pag,
146, 147, ed Ammirato cit. lib. xxxiii , pag. 481 .
(59) Adriani cit. lib. vili , pag. 515-63, e Segni cit.
lib. xiii 5 pag. 339. (60) Galluzzi cit. voi. i, lib.
1, cap. ?i. (61) Guidotti cit. voi. ii, cap. i. (62) iVIii-
ratori cit. an. 1549. (63) Guidotti cit. (64) Cantini,
Lettere a diversi illustri soggetti sopra alcune terre e
castella Ai Toscana , littera v . (65) Cicciaporci cit.
]ib. II, pag. 132. (66) Adriani cit. lib. ix, pag. 590
e Malavolti cit. part. in, lib. iv, pag. 152. (67) Si-
smondi cit. voi. XVI, cap. cxxii, pag. 120, e Ciccia-
porci cit. pag. 133 . (68) Sozzini ^ Il successo delle
rivoluzioni della città di Siena, ap. L'Archivio sto-
rico italiano^ voi. ii, pag. 160. (69) Adriani cit. lib.
IX, pag. 593, Ammiralo cit. lìb. xxxin, pag. 489, e
Malavolti cit. part. in, lib. ix, pag. 152 . (70) Gui-
dotti cit. voi. 11, cap. 11. (71) Ivi. (72) Sozzini cit.
ap. L'Archivio storico cit. voi. ii, pag. 171. (73) A-
driani cit. lib. ix , pag. 625 e Lettere dei senesi ad
Enrico II del dì 5 agosto . (74) Malavolti cit. part.
Ili, lib. x, pag. i56 e Segni cit. lib. xiii. (75) Am-
mirato, ap. Sismondi cit. voi. xvi^ cap. cxxii^ pag.
124. (76) Malavolti cit. part. ni, lib. v, pag. 156.
(77) Muratori cit. an. 1553 . (78) Adriani cit. ap.
Sismondi cit. voi. xvi, cap. cxxii, p. 124. (79) Gal-
luzzi cit. voi. Il, lib. II, cap. II. (80) Cesaretti cit.
voi. Il, cap. vili. (81) Cicciaporci cit. p. 140. (82) Ma-
lavolti cit. part. in, lib. x, p. 161. (83) Adriani ed
Ammirato ap. Sismondi cit. voi. xvi, rap. cxxii, p.
126. (84) Sismondi cit. (85) Malavolti ed Ammirato,
ap. Sismondi cit. p. 128. (86) Adriani cit. lib. x.
(87) Boninsegni , Lettera sulla vittoria riportata dai
senesi e francesi sotto Chiusi, ap. L'Archivio storico
italiano cit. voi. il, p. 592. (88) Malavolti cit. part.
m, lib. X, p. 163. (89) Cantini cit. lettera 1 1 . (90) Se-
gni cit. lib. xiv , pag. 366. (91) Ammirato cit. lib.
xxiiv. (92) Sismondi cit. voi. \vi, cap. rxxn, pag.
.4-
l58 AVVENIMENTI STORICI
132. (93) Sozzini, II successo delle rivoluzioni della
città di Siena, ap. L'Archivio cit. voi. ii, pag. 375 .
(94) Muratori cit. an. 1554. (95)Roffia, Racconti del-
le principali fazioni della guerra di Siena, ap. L'Ar-
chivio cit. voi. Il, p. 550. (90) Notizie della vittoria
dei Medici presso Marciano, ap. L'Archivio cit. voi.
II, p. 588. (97) Muratori cit. an. 1554. (9S> Ivi, an.
1555. (99) Sismondi cit. voi. xvr, cap. cxxii, p. 136.
(100) Cantini, Vita di Cosimo I cit. p. 294. (lOt) Ivi,
pag. 296. (102>Muralori cit. an, 1555. (103) Ciccia-
porci cit. pag. 144.
€»
DEI TEMPI MEDICEI. iSq
<Biiipa3©]t© ìTf^
o-
Jn. 1555 di G, Cr.
g. 1. I^e il duca Cosimo provò molta allegrezza
per r acquisto di Portercole, non gli mancarono
deMispiaceii per altre parli, poiché in quest'ii»tesso
anno tornò nel rnar toscano V armata turca co-
mandata dal solito ammiraglio Dragut , il quale
sbarcato alle spiagge di Populonia messe in (erra
gran gente: quei del paese ritiraronsi nella rocca
la quale fu combattuta. La metà però di delta ar-
mala scese al porto vecchio di Piombino*, ma sic-
come dentro la città vi era un buon presidio
comandato da Chiappino Vitelli, cosi fatta una
buona sortita ed incontratisi con i turchi ne am-
mazzarono 6no a 400; il resto incalzato cercò con
tanta furia d^imbarcarsi, che imbrogliandosi Tun
Taltro annegarcnsi non pochi prima di giungere
alle loro galere. Partiti da Piombino si tratten-
nero 16 giorni a Lungone, e fecero nuovamente
delle scorrerìe per tutta Pisola^ ma veduto che il
trattenersi nell'Elba era sen^a frutto, presero ri-
soluzione di salpare dal porlo di Lungone e ri«
tornare in Corsica (i). »
l60 AVVENIMENTI STORICI ^n.1555.
5. a. La repubblica di Moulalcino con 55oo
reclute disastrava la Val di Chiana dopo il ritiro
delle truppe imperiali,ed iiiquielava specialmente
il duca, il quale ben vedeva che tutte queste di-
sgrazie provenivano dalla vanità del duca d'Alva,
che avea richiamate le truppe in Piemonte. Do-
mandò Cosimo dei rinforzi, per ottenere i quali
fece ancora dare le soddisfazioni che desiderava
Carlo V dai sen'^si, ma con lutto che la corte im-
periale molto applaudisse all'operato da Cosimo,
pure i rinforzi non giungevano. I ribelli fiorenti-
ni refugiati in Roma prendevano coraggio dalla
nimistà che il papa portava a Cosimo, e dalla di
lui ambizione come anche dalla parzialità che di-
mostrava ai francesi , giacché desiderando viva-
mente Paolo IV d'ingrandire la sua famiglia, si
lusingava di potere ottenere il senese per essi.
Carlo V frattanto essendo sempre più indebolito
dalle sue infermità, ed imbarazzato in tanti spi-
nosi affari, alf applicazione dei quali era già da
qual'^he anno inabile, prese la risoluzione dì ri-
nunziare tutto al re Filippo suo figlio, che già alla
occasione del di lui matrimonio colia regina Ilaria
d'Inghilterra lo avea dichiarato re di Napoli e duca
di Milano. Eseguì Carlo questa rinunzia in Bru-
selles il a5 ottobre, riservandosi soltanto per sé la
Spagna.Trovc Cosimo in Filippo una più facile cor-
rispondenza per la stima ch*egli aveva di lui, ed
infatti ottenne subito una sovvenzione di 100.000
ducati per le spese della guerra di Siena, ed un
soccorso di vettovaglie dalla Sicilia e da Napoli,
essendovi in Toscana una fierissima carestìa; con
'jénA 555. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IV. l6l
questi aiuti egli potette rinforzare le piazze più
vicine allo stato del papa, acciocché i ribelli ed
i francesi non potessero avere dei soccorsi da
quella parte. In Siena essendo morto don Fran-
cesco di Toledo, fu sostituito dal re Filippo in
quel governo il cardinale di Mendozza detto co-
munemente di Burgos , il quale seguitando le in-
sinuazioni di Cosimo non tralasciò verun mezzo
di dolcezza e di autorità per mantenervi la quie-
te e farvi esercitare la giustizia. La fiacchezza e
la povertà dei repubblicani di IVIontalcino avreb-
bero da per sé stesse terminata la guerra , se il
furore del papa rinvigorito ogni giorno più dai
francesi non avesse somministrato alimento per
questo fuoco (a).
5. 3. Non ostante il contegno ossequioso te-
nuto da Cosimo ed anche dalPambasciatore del
re Filippo verso del papa, e per quanto paresse
questi in principio raddolcito, pure la di lui am-
bizione e de'suoi nipoti istigati dai ribelli, cerca-
va di togliere a Filippo il regno di INapoli. I fran-
cesi offrirono la loro alleanza al papa per questa
impresa, ed i cardinali di Lorena e di Tournon
furono incaricali di stabilire un trattato col sud^
detto, il quale fu segnato il i5 di dicembre, con
gran segretezza per non dar tempo a Filippo ed
a Cosimo di fortificarsi. Le condizioni furono, che
il re di Francia avrebbe mandato in Italia dodici-
mila fanti e cinqu«'n»ila cavalli^ il papa si obbligava
di contribuire con 10000 fanti e 1000 cavalli per
cominciare la guerra nel regno o in Toscana se-
condo che si giudicasse a proposilo: che il secoa-
l6a AVVENIMENTI STOfRTCI AtlAbS^^
dogenito del re di Francia sarebbe investito derl
regno di Napoli,dal quale però doveva smembrar-
sene una porzione per accrescersi allo stato ec-
clesiastico, ed un'altra per darla in piena sovra-
nità ai Caraffa; si stabiliva il censo da pagarsi alla
camera apostolica, la tutela del re pupillo, ed
altre condizioni riguardanti l'utilità della Chiesa
ed il supremo dominio, che il re riserbava sopra
quel regno. Fu tenuto segreto il trattato anche
per aver tempo di far venire la flotta dei turchi,
talmente che il papa pel desiderio di far grandi i
suoi nipoti divenne alleato dei lurchi. PietroStroz-
zi fu nominato direttore di quest'impresale ven-
ne segretamente a Roma per concertarne il pia-
no, e fu accolto dal papa coi maggiori segni di
agevolezza (3). Corteggiato lo Strozzi dai fuoru-
sciti di Firenze, vigilava alla sua sicurezza, perchè
temeva delle insidie di Cosimo. Incaricato di vi-
silare le fortificazioni dello stato ecclesiastico, si
abboccò alle frontiere con Soubise, e confortò i
senesi di ^lontalcino a sostenersi, facendo loro
sperar prossimo il momento di ricuperare la
patria . Insospettito Cosimo da queste pratiche
pensò alla sicurezza delle sue frontiere, e a prose-
guire la guerra particolarmente nella Val di Chia-
na, dove fu espugnato Sarteano, luogo forte e di-
feso da 400 francesi, e il castello di Celona dove
erano a difenderlo aoo di essi (4).
g. 4- Andato Filippo al possesso degli stati ce- \
dutigli dal padre, vide ben presto ch'era impossibi-
le il sostenerli senza le forze e i sussidii della Spa-
gna*, perciò faceva delle forti rappresentanze al
^R. 1556. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IV. iGS
padre, ma i ministrigli opponeTano sempre degli
ostacoli^ per lo che egli prese ardilaaiente la ri-
soluzione di presentarsi al padre, e dì pregarlo o
a cedergli anco il regnodi Spagna,© a riprendersi
ciò ch'egli aveva ceduto. Vinto Carlo V dalla te-
nerezza paterna, il di i6 di gennaio fece la rinun-
zia dei regni di Spagna e di Sicilia, e si rinchiuse
in un chiostro. Desiderava Filippo di dar princi-
pio al suo governo con qualche tranquillità, per-
ciò essendosi fatte dai francesi delle proposizio-
ni di tregua da continuare per cinque anni, Fi-
lippo le abbracciò subilo e nel marzo fu pubbli-
cala a Bruselles. Diverse contestazioni nacquero
in Italia e specialmente nello stato senese per
parte dei francesi per l'esecuzione della tregua ;
ma finalmente furono superati gli ostacoli, e il dì
14 di maggio fu stabilito tra il cardinale di Bur-
gos come luogotenente deirimperatore e del re
di Spagna, ed il generale Sowbise come luogote-
nente del re di Francia Tesecuzionealle seguenti
condizioni relativamente alla Toscana, cioè, che
lutto rimanesse nello stato in cui era quattro gior-
ni prima della soscrizione^che tanto i senesi che
quei di Monlalcino potessero andare ovunque e
tornare liberamente, possedere e mercanteggiare,
pagando le consuete gabelle,e finalmente che nin-
na delle parti potesse impedire transito, imporre
nuove gravezze e molestie, ma tutto fosse libero
a forma delle capitolazioni. Prima però di questa
capitolazione i francesi di Monlalcino, nella per-
plessità in cui erano delle condizioni della tregua,
tentarono con ogni maggiore sforzo di occupare
l64 AVVENIMENTI STORICI An,i556,
dei villaggi e castelli circonvicini per trovarsene
in possesso alla pubblicazione della medesima.
Anche il duca Cosimo non mancò di fir lo stes-
so con più vantaggio, poiché dalla parte di Val di
Chiana e da quella della Maremma fece muove-
re le sue truppe per occupare tutti quei luoghi
che fu possibile, e vi stabilì presidio per con-
servarne il possesso. Il maresciallo Strozzi do-
po aver visitate le fortificazioni dello stato eccle-
siastico e quelle della repubblica di Monlalcino,
disegnò di portarsi col legalo alla corte del papa
per avvalorare colla presenza e colTintrigo la di
lui commissione^ con esso partirono i principali
ribelli di Firenze (5).
g. 5. Il duca Cosimo da un tal procedere
non poteva rilevare qual sistema gli convenisse
adottare per la sicurezza del proprio slato, giac-
ché udiva per ogni parte che si sarebbe rotta la
tregua, e che la Toscana sarebbe divenuta il tea*»
tro della guerra: i segreti avvisi, le lettere inter-»
cette, le macchinazioni che si scoprivano, l'ardire
e la baldanza de'suoi ribelli, e finalmente le pub-
bliche voci contribuivano a confermarlo in que-
sto timore. Esausto di danari e di forze non
vedeva come poter far argine a questo torrente,
tanto più che il re di Spagna, trovandosi nella
stessa sua situazione, era impotente a soccorrer-
lo. Inutili furon perciò tutte le istanze di Cosimo
per esser rimborsato delle spese fatte nella guer-
ra di Siena, poiché in compensazione gli erano
ofiferti degli ampli dominii in America e dei ca-
lcati d"'interessi sulle miniere. „ Voi non sapete di-
Jn.i556. DEI -Tempi medicei cap. ir. i65
cea Ruigomez all'ambasciatore di Cosimo, le no-
stre miserie. Se vi fosse dato in cura un amma-
lato e non avessi le medicine necessarie alla sua
salute, che partito prendereste? Tale appunto è
la situazione degli stati rinunziati al re dalFim-
peratore. „Ia Siena e in quella parte di dominio
tenuto dagli spagnuoli le truppe erano ammuli-
nate per mancanza di paghe, e i popoli costretti
a emigrare per non avere di che vivere. Il migliore
espediente che il duca potesse immaginare in così
pericolose circostanze, fu di tenersi neutrale in
apparenza, senza però sprovvedersi della neces-
saria difesa, e tentare ogni mezzo per guadagnar-
si la confidenza del papa e dei Caraffa. Fortificò
intanto le sue frontiere, e particolarmente dalla
parte della Romagna, aumentando a Castrocaro
quelle fortificazioni che già vi aveva fatte fino dal
1649^ reclutò in Germania cinquemila tedeschi^
e pose in grado le milizie del suo domìnio da es-"
ser pronte a qualunque occorrenza (6).
g. 6. L- arte del Gianfigliazzi ambasciatore di
Cosimo che aveva mostrato con tanta verità di se-
condare le vedute del papa, la speranza dei Ca-^-
raffa d'inìparentarsi col duca, el riilesso che le
di lui forze avrebbero potuto certamente distur-
bare rimpresa di INapoli, indussero il pontefice a
fare a Cosimo delle dimostrazioni di buona corriw
spondenza che furono contraccambiate. Tali ap-
p.irena.e di buona volontà sebbene lusingassero il
duca, non però lo assicuravano, essendo certo del
malanimo che nutrivano i francesi contro diesso^
e ne vedeva le riprove incontrastabili nella effeM:
Si. Tose. Tom, 10. 15
l66 AVVENIMENTI STORICI ^rt.lD5(5.
luazione della tregua^ poiché fino dal 25 maggio
essendo siali spediti i commissari opportuni per
lare i ronfronti delle prove dei possessi, e deve-
iiire a slabilire i confini dei dominiì imperiale e
e francese a forma del franato, fu per parie dei
francesi e del magistrato di Monlalcino con vari
pretesti differita e sciolta insensibilmente ogni
pratica di accomodamento. Oltre l'ambiguità dei
possessi s''interponeva ancora Postacolo delle que-
rele d'innovazioni che si producevano da ambe-
due le parli. Non soffiiva il cardinale di Burgos
che il magistrato di MoDtalcino esercitasse piena-
mente le prerogative e i dritti di sovranità, de-
nominandosi repubblica senese, e battendo mo-
neta; e perciò il iZ giugno la balia di Siena fece
un decreto, in cui dicbiarò rei di ribellione e in-
corsi nella pena di contiscazione tutti coloro che
in dispregio della pubblica Maestà esercitassero
prerogative, diritti e autorità sotto tìnto nome
della repubblica di Siena: soltanto la debolezza
di ambedue le parti manteneva la tranquillità.
Tutte le apparenze facevano temere la rottura
della tregua: sapevasi però che tanto il re di Fran-
cia quanto il re di Spagna erano esausti di forze
e di danaro. Il duca Cosimo informato dei ma-
neggi dei francesi non dubitava che si dovesse
veuue ad una nuova guerra, ma essendosi inlro-
dulto qualche discor^o di pace, si seguitò anche
col papa a dissimulare, facendosi eziandio con lui
delle projjosizioni, e l'ambasciatore cesareo mar-
chese di Soria ottenne tìnalmente di ritirarsi a
Siena. Già era arrivalo un w^Vi/ft idi ,gu^i;0UÌ a
.0!" .jtto'T .:)iVt se
./^/1.1556. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IV. 167
Civitavecchia, e si aspettava un altro rinforzo di
Francia col ritorno del legato e dello Strozzi (7).
5. 7. L'imperatore Carlo V avendo rinunzia-
to la corona imperiale a Filippo suo figlio, li 17
settembre s'imbarcò in Zelanda per andare a na-
scondersi nel suo ritiro in Estremadura^ non po-
tè lasciare altrimenti al figlio la corona imperiale,
perchè il fratello ed i nipoti non vi acoonsenti-
rono,ma però avendogli dato il vicarìatodelPimpe-
ro quanto a Milano, Piacenza, Siena e Piombino,
non mancò di assicurargli coi diritti dell'impero il
possesso di questi stati. Siccome poi il re amava
Cosimo, così per le sue indisposizioni dettando
nel 1548 in Augusta dei riconli per Filippo suo
figlio, per intelligenza degli affari di governo si
espresse in tal guisa. „ II duca di Firenze dopoché
io Tho stabilito in quello stalo, si è mostralo sem-
pre affezionato a me e ai miei interessi, e spe-
ro che continuerà ancora con voi in questa ami-
cizia , perchè hu già ricevuto da me tanti fa-
vori, perchè così facendo sarà il suo vantaggio
per le pretenzioni che hanno i francesi contro il
suo stato. È da considerarsi ancora Tessere egli
congiunto colla casa di Toledo , e perciò sarà
bene che voi procuriate di mantenerlo in questa
buona volontà, e prestiate favore a lutti i suoi
interessi, perchè oltre di ciò egli è di buon sen-
so e di giudizio, e tiene il suo stato in buon or-
dine e ben munito in parte che molto importa
per la sua situazione „. -
g. 8. Dopo cir eran tornati di Francia il car-
dinal Caraffa e lo Strozzi, e con essi i principali
l68 AVVENIMENTI STORICI ^/i.1556.
ribelli di Firenze, si riassunsero immedialainente
i trattali di macchinazioni e congiure contro Io
stalo e la persona del duca. Si vantò la poderosa
spedizione dei francesi in Italia, e si asseriva co-
stantemente da tutti essere indirizzata contro la
Toscana: il re avea scritto alla repubblica di Mon-
talcino che pensava di poter sodisfare pienamen-
te al di lei desirlerio mediante il favore del papa.
Si scoprirono delle intelligenze per sorprendere
Montepulciano e Cortona, e una congiura ordita
in Roma da Pietro Strozzi di avvelenar Cosimo
con tutti i figli per me^zo di un suo familiare;
si asserivano depositati dodicimila ducati per
questo effetto, e promesso un vescovado al tìglio
delPavveleKiatore. Il sospetto e le circostanze fa-
cevano che alcuni rivelando, per avidità, delle
congiure non mai architettate, erano facilmente
creduli che molti innocenti fossero tenuti per
complici delle già provate, e che non potendosi
facilmente distinguere il vero dal falso, la diffiden-
73 si estendesse suU* universale; si erano perciò
resi difficili i passi alle frontiere, ed il transitare
da uno stato all\Tltro era ogni volta soggetto ad
un processo. Ciò avvenne più facilmente nello
stato di Siena, dove essendosi formate tre giuri-
sdizioni, erano tulle in timore Puna delTaltra. I
senesi conoscevano ormai che la loro situazione
era tale, che il re Filippo non potea più disporre
liberamente di quella città senza il condenso del
duca, il quale ambiva di averli soggetti; per evi-
tar questo giogo credettero espediente di spargere
la diffidenza tra il duca e il cardinale di Bur^
^«.1556. DEITEMPIMEDlCElCAP.lv. 169
gos in modo che il re pure giunse a temere della
ambizione di Cosimo. Gustava il cardinale le insi-
nuzioni della balia che pascolavano la sua vanità,
riflettendo che per durare lungo tempo in quel
governo era necessario Pallontanar Cosimo dal
possesso di Siena. Quindi è che non si ometteva
di mostrare al re, che essendo in potere del duca
le migliori terre di quel dominio, restava la capi-
tale in un perpetuo essedio, ed il duca e non sua
Maestà era il vero sovrano di quello stata* che i
senesi nel domandare la cittadella avevano avu-
to il riflesso di non restare oppressi dalle di lui
forze, e finalmente che «e non si restituisse quel-
la terra alla capitale, in breve tempo sua xMae-
stà la vedrebbe ridotta un mucchio di sassi. Con
tali sentimenti s' intraprendevano di continuo
con i ministri ducali controversie di gurisdizione,
si proponevano contese tra i popoli delle fron-
tiere , si conunetlevano delle ruberìe e degli as-
sassinamenti. Rimproverava il duca al cardinale la
sua leggerezza,e minacciava di trattare ostilmente
i senesi se ?ion avessero mutato contegno^ nondi-
meno tralasciavano di dargli delle continue ripro-
ve del loro malanimo. Tutto ciò era un ostacolo
ai disegni concepiti dal duca d'impadronirsi delle
piazze francesi allorché si dichiarasse rotta la
tregua (8). •
g. 9 . Avea Cosimo preparato in Grosseto e
in Monfalcino una congiura composta di persone
malcontente del governo francese, ad oggetto di
tener vivo in quelle piazze un complotto di per-
sone ardite.che alla rottura della tregua protìttaa-
i5^
1^0 AVVENIMENTI STORICI -^«.1556.
do della debolezza del presidio v''inlroducessero
]e sue milizie. Rivelato il trattato dal cardinale
alla balia, e da alcuni individui della medesima
ai repubblicani di Montalcino.fu fatto uno scem-
pio dei congiurati. Si aggiunse a tutto ciò l'impru-
denza del cardinale, il quale fu causa che poco
mancasse a rompersi da ambe le parti la tregua^
poiché un francese domestico dei cardinal Caraf-
fa portandosi a Firenze per rivelare al duca una
congiura ordita dallo Strozzi contro la sua vita,
arrestato alla porta di Siena e trovategli lettere
credenziali per Cosimo, pensando il cardinale di
scoprire qualche trattato che il duca avesse con i
francesi a danno del re, fece ritener costui e tor-
mentarlo per estrarne il segreto. Ciò produsse
che il duca si reputò oltraggiato dal cardinale,ed i
francesi di Montalciuo dichiararono violate le ca-
pitolazioni della tregua. Al ritorno dello Strozzi
dalla corte aveva il re chiamato Soubise e sosti-
tuito al governo di quelle piazze !>Iontluc guasco-
ne inquieto e turbolento, e singolarmente nemi-
co del duca a motivo di tutlo ciò ch''era successo
iielPassedio e dedizione di Siena. Costui informa-
to deirarresto del suo nazionale cominciò a scor-
rere nelle terre dei senesi, uccidendo e predando
senza ritegno, colPinsolente dichiarazione di vo-
lere impiccare quanti sudditi del re Filippo ca-
dessero in suo potere. Fu perciò rilasciato il fran-
cese, si mandarono dalla balia deputati per ac-
quietarlo,e si fecero delle giustificaziowi,ma lutto
essendo stato inutile, fu necessario che Cosimo
interponesse Paulorità dei Caraffa per sedare que-
-^«.1556. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IV. I7I
Sto principio di nuova guerra. Tanti travagli piut-
tosto che sgomentare il duca accrescevano vigore
alla sua attività e vigilanza, poiché avendo visi-
tate personalmente tutte le fortezze del suo sta-
to,e singolarmente quelle delle frontiere, dispose
le sue milizie per la difesa, aspellando già d^es-
sere attaccato dai francesi (9).
g. IO. Martino Bernardini essendo gonfalonie-
re di Lucca nell'ultimo bimestre del i556 pro-
pose in senato una legge, la quale tendeva visi-
bilmente a restringere il governo, e dopo essere
lungamente dibattuta fu vinta in tìne con decre-
to del consiglio, e si chiamò mari iniana dal nome
di chi la propose, ad esempio degli antichi roma-
xìi (io). Era la proposta legge del seguente te-
nore. „ Chiunque sia nato in Lucca da padre fo-
restiero non potrà far parte del governo da qui
innanzi esso e la sua posterità, benché alcuno di
loro fosse intervenuto in senato. Così sarà dei
fjgli dei contadini, colla differenza che quei tra
loro i quali godono presentemente di tali onori se-
guitino ad averli insieme coi fratelli, e li trasmet-
lino alla propria discendenza^ salva nelP uno e
nell'altro caso una special grazia del senato,,. Per
tal modo restò affatto esclusoli popolo dal gover-
no della repubblica lucchese. che avanti la servitù
pisana, e dopo aver ricuperata la libertà ammini-
strò in comune coi nobili e più potenti, senza pe-
rò convocarsi il medesimo in generale e in defi-
nito pailamento (11).
g. II. Calaron frattanto in Italia i francesi in
aiuto del papa sotto il comando del duca <li Gui-
Ija AVVEKIMEKTI STORICI An,i5Sl.
sa, il quale per discendere da una donna della
casad'Angiò aveva delle prelenzioni sul regno di
Kapoli, e 1 Caraffa non più pensando alla propo-
sta pace Io fecero passare nell'Abruzzo, ove se-
guirono diverse azioni con gli spagnuoli. Il duca
Cosimo quantunque avesse ricevuto dal papa del-
le proteste d'amicizia e delle promesse, che nes-
suna ostilità gli sarebbe stata praticata, volle ac-
crescere le fortificazioni delle piazze situate sul
contine dello slato, e specialmente la città di
Cortona, ch*'era una delle più importanti e più
esposte ad essere attaccata. Ordinò per tanto in
quella città dei grandissimi lavori, per eseguire i
quali essendo indispensabile una grave spesa, che
in quel momento il suo erario non poteva sop-
portare, aumentò nel territorio cortonese il prez-
zo del sale, rinforzò dappertutto le guarnigioni,
e prese al suo soldo cinquemila tedeschi d'infan-
teria, e 5oo di cavalleria sotto il comando di Gio.
Battista d''Arco, i quali furono distribuiti in Prato,
Pistoia, Arezzo e Lucignano, non per gettarsi a
sostenere le gare d"'alcune delle potenze bellige-
ranti, ma per esser preparato a qualunque mossa
ostile che contro i suoi stati fosse accaduta (114)^
talché r esercito francese in Toscana non era
più da temersi. Frattanto i francesi di Montalci-
no rifornite le guarnigioni delle loro terre con
gente mandata da Roma, di furto presero lusdi-
no (1 3), castello che si teneva dal governo di Sie-
na, oltre aver tentato più d'una volta d'attaccare
de'^forti e delle castella presidiate dal duca, ma
con loro danno. Tentarono in oltre i medesimi di
^«.1557. DEI TEMPI MEDICEI CAP. ir. 173
fare insorgere de' tumulti in Siena, ove regnava
molto malcontento per causa della prepotenza,
delParbitrio e del tirannico governo del cardinale
Burgos, il quale, non conlento di disporre a suo
capriccio di tutti gli affari, proibì l'adunanze delie
confraternite laicali, delle accademie letterarie, e
delle conversazioni private (i4). Malgrado i cat-
tivi uffici che il cardinale governatore di Siena
avea praiicati contro il duca presso il re Filippo,
Cosimo principe di somma prudenza e di cauta
politica se ne slava neutrale, conservando buona
armonìa e confidenza anche col papa, ma senza
voler entrare nelle sue gare. E neppure egli la-
sciava di esortarlo alla pace, nel qual len)po si
dava a conoscere il più unito agPinleressi del re
di Spagna, per la speranza di cavargli di mano
Siena (i5), come vedremo.
g. la. Il re Filippo annoiato da una guerra che
aveagli recata inquietudine, e tanto disastro, e
tanto dispendio, amava di dargli fine conveniente
al suo onore, e senza pregiudicare al suo interesse
e alla sua gloria. Considerò egli che quel gran
fuoco ardeva per le mire ambiziose dei Caraffa che
volevano assicurarsi uno stato in Italia con so-
vrana autorilà,e che poteva forse estinguersi e sta-
bilirsi la pace, la quale conosceva esser necessa-
ria non meno ai suoi suddili che alla quiete del
suo spirilo, con aderire ai loro desideri, abbrac-
ciando il progetto del papa inviatogli in tempo
della tregua; stabilì di cedere la città di Siena
colle sue appartenenze a don Giovanni di quella
famiglia, e ordinò al duca d'Alva che facesse pre-
jy^ AVVENIMENTI STORICI j4n.ibS7.
senti al pontefice queste sue«Ielerminazioni. Quel
ministro spagnuolo che aveva molta propensione
pel duca Cosimo, sapendo quanto ad esso sareb-
be stato dispiacente che lo stalo di Siena fosse
passato in dominio della famiglia Caraffa, avvi-
sollo delle determinazioni del re Filippo, prima
di comunicarle al pontefice, affinchè facesse quelle
pratiche necessarie per impedirne Tesecuzione.
Quanto sdegnasse il duca Cosimo un tale avviso
è ben facile immaginarlo, vedendo dissipati sen-
za alcuna favorevole conseguenza tanti tesori,sa-
crificttta la vita di tanti valorosi soldati, e Ji venute
iniilili tante fatiche e superati vanamente tanti
pericoli, e molto più era dolente considerando
che per far la pace si prendesse un partilo il quale
esponeva il suo stato eia sua tranquillità a molte
inquietudinf^onde stimando opportuno di far sen-
tire i suoi lamenti al re Filippo, spedì ad esso don
Luigi di Toledo, fratello della duchessa Eleonora
sua moglie, colla commissione di esporgli le sue
doglianze e di mostrargli i molti dritti che aveva
acquistati sopra lo stato di Siena, e perchè gli
rappresentasse, che non era secondo le regole di
una buona politica cedere ad una famiglia per
interesse e per inclinazione apertamente contra-
ria alla corona di Spagna lo stato di Siena, ov''era-
no diversi porli sul mare toscano, da''quali facil-
mente si poteva passare nel regno di Napoli, il di
cui possesso era ottimo per tenere in suggezione
la corte di Roma (i6). Né tralasciò Cosimo molte
astuzie politiche per più facilmente indurre il re
catlolico a condiscendere alle sue domande, e co-
1,#/1.1557. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IV. 17$
noscenJo quanto a quel monarca era necessaria la
sua alleanza, credè ben fallo di mostrarsi inclinalo
ad unirsi col re di Francia^al qual passo era solle-
cilato dal papa con promesse di considerabili van-
taggi, dal quale essendogli offerta per sposa del
suo primogenito principe Francesco una figlia
legitlima del re cristianissimo, accettò egli di
entrare in questo trattato, non già con animo di
condurlo a buon fine, ma al solo oggetto di far
teijiereal re Filippo la per<lita della sua alleanza,
e per tal motivo spedi a Roma iK^uo consigliere
di slato Giovan Battista Rica sotT vescovo di Cor-
tona, ove era slato inviato dalla corte di Francia
pel medesimo oggetto Carlo di Marigliac arcive.*
scovo di Vienna nel Deltìnato (17). i
g. i3. Il re Filippo che vedeva la necessità di
avere laderenia del duca Cosimo perchè serviva
di baloardo alla sicurezza degli stali che posse-
deva in Italia, conobbe Timportanza di non irri-
tarlo, ailiuchè non avesse a collegarsi coi francesi
e col papa,e perciò venne nella determinazione di
dargli in feudo la città e sialo di Siena, sperando
con ciò di tenerlo legalo alla sua devozione. Don
Giovanni di Figheroa comandante della fortezza
di Milano fu il minislro deputalo dal re caltolico
a procedere all' alto di questa concessione con
sue lettere del 17 marzo i557, e venne istruito
delle condizioni che dovea stabilire, le quali por-
tavano ohe si desse a Cosimo V investitura di
quelloslalo, e si comprendessero nelPalto i di lui
disccndenli macchi nali da legittimo matrimonio,
osseivalo sempre V ordine della priiaogcuilura,
1^6 AVVE^ìlMENTI STORICI An. 1557.
colla riserva a favore della corle di Spagna delle
piazze e porti d' Orbetello , di Telamone, di
Portercole, di Santo Stefano, e le dipendenze
di Monte-argentario, i quali paesi formarono uà
piccolo stato o provincia dipendente sotto nome
di stato dei Presidii. Da questo tempo in poi a spe-
se del regno si mandarono milizie spagnuole per
ben presidiarle, e da Napoli si prosegui a man-
darvi un auditore per amministrare giustizia a
quegli abitanti, i quali però vivevano secondo gli
statuti e costumi dei senesi loro vicini, e perciò
quel ministro ritenne il nome di coadiutore dei
Presidii di Toscana. La separazione di questa pro-
vincia dal rimanente delT Etruria privò lo stato
di Siena dell'antica comunicazione col maree del
trafficone contribuì a perpetuare quello spavento-
so stato di desolazione cui trovasi ridotta la Ma-
remma senese (i 8). Fu poi stabilito che al duca ol-
tre Io stato senese si concedesse in libera proprie-
tà la tenuta della Marsiliana, e collo stesso titolo
di feudo la piazza di Portoferraio con due miglia
di territorio, e ch'egli dovesse restituire tutto il ri-
manente delPisola delPElba, come ancora reuun-
ziare a molti crediti che aveva colla corona di
Spagna, creati per causa della guerra, e per le for-
tificazioni fatte a Piombino,ed ai dritti che aveva
sopra quella piazza, dovendola medesima tornare
liberamente in dominio della casa d''Appiano5 ^^^
fosse tenuto a somministrare soccorsi di muni-
zioni da guerra o da bocca e uomini ancora per
la difesa di tutti i luoghi, e dare ogni aiuto nel
caso che quelli fossero assediali, e contribuire
'AnAhbl, DEI TEMPI MEDICEI GAP. IV. I77
ad una porzione delle spese necessarie perdifen-
derli^che restasse stabilita finalmente tra'l re cat-
tolico e il duca una lega perpetua, coll'obbligo di
aiutarsi scanibievolraente. Accettò il duca Cosi-
mo queste condizioni, e nel giorno tre di luglio
in Firenze nel palazzo ducale ne venne stipulato
l'alto alla presenza di tre consiglieri del re Filip-
po ed all'uditore consigliere e segretario di Cosi-
mo (19). Contemporaneamente alla celebrazione
di questo contratto seguì l'atto della investitura,
al quale furono testimoni Bernardo Minerbetti
vescovo d'^Arezzo, Ugolino Grifoni maestro ge-
nerale dei cavalieri d'Altopascio, Cibo marchese
di Massa, don Luigi di Toledo e Cbiappino Vi-
telli (20).
g. !<{• Quantunque Io stalo di Siena in quel
tempo desolato per causa di tante sciagure, e vuo-
to della maggior parte de** suoi abitanti, che per
fuggire le funeste conseguenze di una guerra, da
cui erano nati deVrudeli partiti, aveauo sotfaltro
cielo più tranquillo stabilita la loro dimora, appe-
na rendesse 5oooo ducati, con tutto ciò il duca
Cosimo acquistò molto, e divenne un principe
assai potente da non temere alcuna forza italiana.
Egli giunse al conseguimento di un tale acquisto
per mezzo della prudenza e della più cauta poli-
tica, avendo sapulo n^A tempo stesso deludere il
goverao spagnuolo troppo timido, la corte di Ro4»"
ma non mollo avveduta , e il governo francese
soverchiamente credulo. Il sacrifizio di tre mil-
lionidi scudi d'oro occorsi nella guerra-non tan-
to pel mautenimenlo delle sue truppe, quanto di
Si, Tose, Tom. 10. 16
1^8 AVVENIMENTI STORICI ^«.1557.
quelle inviate da Carlo V , era ben leggiero in
confronto della grandezza in cui costituivalo il
dominio di Siena, e di quei vantaggi che sperava
di trarre da quello stato. Tutta l'Italia ammirava
la sua accortezza, e più stupiva come egli avesse
potuto reggere al peso di tante grandiose spese,
che avrebbero disastrato il più ricco moni^rca. So-
no da notarsi i mezzi de''quali si prevalse per non
mancar di denaro, e per sodisfare felicemente ai
suoi impegni. Ricorse qualche volta alle imposi-
zioni sopra ai sudditi, e la più gravosa fu quella
che ordinò colla legge del ai gennaio i556, che
fu chiamata a perdita (ai), perchè quantunque
avesse il carattere d''imprestito, era tolta ai con-
tribuenti la speranza della restituzione^ e perchè
fosse più mite, fu data la facoltà a quelli che do-
vevano sopportarla di compensar la somma che
dovevano pagare con due terzi di crediti,che ave-
vano avanti a quel tempo creati collo stato: co-
me fosse regolata tale imposizione dalla legge
non apparisce, ma da alcune ricordanze sappia-
mo che fu arbitrariamente distribuita e fatta po-
sare sopra quelli che secondo la comune opinione
erano più facoltosi. Questa maniera d^imporre pa-
re che fosse immaginata all'oggetto di far soppor-
tare i pesi dello slato ancora a quei ricchi,che per
non aver possesso di stabili si ridono dei pubblici
bisogni, quantunque abbiano profittato per mezzo
delle usure e delle urgenze de''possidentÌ5che sono
doppiamente aggravati, e pagano le gravezze an-
cora per quelli che godono della maggior parte del
loro paliimonio. Per mezzo di questa ijnposizione
C^/l.1557. DElTEMPIMEDICElCAP.lv. I79
raccolse il duca 120000 scudi d'*oro, o come altri
vogliono aoo,ooo (aa), somma , come ognun ve-
de, molto tenue in confronto dei bisogni grandi
della guerra, per supplire ai quali caricò i sudditi
di altri straordinari tributi . Aumentò la gabella
ideila carne ^ introdusse quella del macinato; ob-
bligò alcune comunità a somministrare in tem-
po deir assedio di Siena i foraggi per la caval-
lerìa , e le vettovaglie per la infanteria, e oltre
a tutto ciò nel dì -io luglio i554 prese ad impre-
stito da alcuni negozianti di Venezia la somma
di scudi 4*^000, e nel 20 d'aprile i5S5 trentami-
'la dai genovesi, alla restituzione della qual som-
ma si obbligò ancora la duchessa Eleonora sua
moglie, e dai medesimi ebbe di nuovo la som-
-nia di 20000 scudi nel dì 6 di giugno dello stesso
anno. Nel 4 maggio i555 raccolse dai negozianti
lanaioli fiorentini per mezzo dei consoli delParte
della lana col medesimo titolo d'^imprestito scu-
di 4oooOj e nel 3o luglio scudi 26000 dalParte
della seta (23); molti cittadini privati gli sommi-
nistrarono delle somme, e molte ne ottenne colla
vendita dei beni degli emigrati^ caduti in potere
del fisco, le quali in alcune ricordanze degli av-
venimenti di quei tempo si legge, che ammonta-
rono alla cospicua somma di iSoooo scudi d''oro,
non compresi quelli che furono donati al mar-
chese di Marignano, e ad altri soggetti che meri-
tarono le sovrane beneficenze (24).
g. iD. Di più a questi imprestiti ed imposizioni
nel 1 556 introdusse Cosimo in Firenze un lotto on-
de procurare al pubblico erario con tal mezzo una
l80 AVVENIMENTI STORICI ^/2.1557.
altra risorsa: si formò per questo pubblico giuoco
una società tra il duca e diversi mercanti^ il ca-
pitale consisteva in danari che si sborsavano dal
duca, e in gioie che si depositavano dai mercanti.
Produsse un tal progetto, del qjiale fu autore Bar-
tolommeo Concini, ne) suo principio Teffelto de-
siderato, perchè vi sono memorie dalle quali re-
sulta che le prime otto estrazioni recarono un
utile agl'interessati di scudi 3oooo. Nel 1 667 con
legge del i giugno (26) fu stabilita a questo lot-
to una dote certa sopra le rendite del fisco, per
dargli almeno in apparenza un maggior credito,
per l'oggetto di richiamare al medesimo uu buon
numero di ricorrenti . Quest' espediente di far
danari, essendo una imposizione volontaria noa
era odiosa, ne recava vessazione a quelli che la
sopportavano.Adempi religiosamente il duca Cosi-
mo alle condizioni che stabilì coi creditori, e fu
sempre puntuale a pagare i suoi debiti alle fissate
scadenze: questo certamente fu uno dei motivi
per i quali con tanta facilità trovò sempre denari
nelle sue urgenze (26).
g. ifi. L'atto di cessione della città e stalo di
Siena incontrò perla sua esecuzione qualche dif-
ficoltà suscitata dal cardinale di Burgos, ma final-
mente avendo il duca Cosimo colia sua pruden-
za e savio contegno tutto superato, il dì 19 lu-
glio per mezzo di don Luigi di Toledo ne ricevè da
don Giovanni di Figheroa la consegna, e ne pre-
se il formale possesso (27). Deputò il consigliere
di stato Angiolo Niccoliui suo luogotenente e go-
vernatore generale con amplissima facoltà. Fede-
'Jn*iBSl. DElTEMPlMEDICEICAP.lv. l8l
rigo da Moutaufo ebbe la guardia della fortezza
e il comaado delle truppe, e Noferi Camuiani di
Arezzo fu eletto capitano di giustizia: le comuni-
tà e i feudatari prestarono il giuramento di fedel-
tà al duca o in Firenze o in Siena al suo luo-
gotenente.I senesi dissimularono la loro tristezza,
e con alti di ossequio deputarono ambasciatori
a Cosimo per dimostrargli T allegrezza che pro-
vavano per esser ridotti alla di lui obbedien-
za (28). Il duca in contraccambio non risparmiò
traili di generosità col far donare ai bisognosi di
Siena cospicue somme , col compartire molte
grazie, col riguardare con indiiferenza i contrari
al suo parlilo, e con alleviare con i magnanimi
tratti di sua clemenza le miserie e le disgra-
zie di quegli abitatori , i quali sollevarono al-
quanto Tinterno loro rammarico,e cominciarono
a rassegnarsi pacatamente alla loro sorte. Furono
senza dilazione (issati i contini dello stato con
quella porzione ch'erasi riserbata il re cattolico,
la quale venne detta Stato dei Presidii^ e fu
restituito formalmente Piombino colle sue ap-
partenenze alla casa d"" Appiano. Il duca Cosimo
ricordevole della costante fedeltà de''suoì sudditi
di provincia e dei molli disastri da essi sofferti
nel corso della guerra, volle dar loro un attestato
della sua riconoscenza, con ammettere alla citta-
dinanza fiorentina 58 famiglie del distretto a ele-
zione dei magistrali comunitativi delle respettive
lor patrie, abilitandone gP individui a poter go-
dere di tutti gli onori della città dì Firenze, niu-
no escluso né eccettualo (29).
i6*
l82 AVVENIMENTI STORICI ^Al.1557«
g. 17. Per quanto generalmente i senesi di-
mostrassero di esser contenti del cambiaraento
del loro governo, pure regnavano le discordie
per i partiti nati nel tempo della guerra, e queste
cagionavano delle inquietudini ai ministri del du-
ca,e recavano delle disgrazie alle private famiglie
perchè erano cause di continue risse ed omicidii.
Tali disordini conveniva impedirli, né poteva più
facilmente ottenersi Fintento che colla proibizio-
ne delle armi. Venne preso pertanto questo prov-
vedimento, come ci assicura la legge del 29 luglio
di quelPanno, la quale fu la prima che in nome
del duca Cosimo fosse in Siena pubblicala (3o).
Portò senza dilazione di tempo il duca Cosimo
le sue considerazioni sopra i disordini delP eco-
nomia pubblica e privala di quello stato,ed ordinò
al IXiccolini che progettasse dei provvedimenti
per riparare a quel gravissimo inconveniente. Ri-
chiamò gli emigrati, promettendo perdono e si-
curezza a tutti senza eccettuare alcuno, e questa
disposizione in pochi giorni fece tornare in quella
città circa 3 4ooo cittadini (3i), i quali potevano
tornarvi e ricevere le possessioni perdute, e sen-
za alcuna noia o gabella portarvi cose da vive-
re (3a).
g. 18. Qual fosse la sorpresa della corte dì
Roma allorché inlese la presa di Siena a favore
del duca Cosimo, è più facile immaginarla che
dirla: videro i Caraffa perduta ogni speranza d'a-
ver quella città e quello stalo, e videro cresciuta
la potenza d*un principe che temevano moltissi-
mo per la sua politica. Accresceva le loro angu-
'Jn.^Ò^l, DEI TEMPI MEDICEI CAP. ir. lS3
stie il duca di Guisa,che malcontento di essì,per-
chè non avevano adempiute tante promesse fatte,
non voleva di nuovo inoltrarsi verso il regno di
^Napoli per continuare la guerra in quelle parti
e ricuperare le molte terre che il duca d'^àlva a-
veva ad essi tolte, per la qual cosa furono obbli-
gati di spedire alla corte di Francia il marescial-
lo Strozzi per dimostrare al re cristianissimo la
necessità nella quale il papa si trovava d''esser
soccorso, e quanto era importante che il duca di
Guisa proseguisse le sue marce per troncare la
strada ai rapidi progressi del duca d'^Llva. Il du-
ca Cosimo che amava grandemente di vedere air
lontanato dalla Toscana il fuoco della guerra ,
non lasciò indietro per mezzo del suo ambascia-
tore Giantìgliazzi parole e mezzi per indurre il
pontefice a pacificarsi col re Filippo, ed ottenne
d''esserne il mediatore^ ma quando era per conclu-
dere il desiderato accomodamento, essendo tor-
nato in Francia Pietro Strozzi con ordine al du-
ca di Guisa che continuasse Poslilità e desse aiuto
al pontefice, i Caraffa ruppero qualunque trattato,
sperando col proseguimento della guerra d'otte-
nere notabili vantaggi. Passaron dunque i fran-
cesi a Tivoli, e il duca d'^Llva «''inoltrò in quelle
parti per impedire che s'avanzassero,ma prima che
fra le due armate seguisse alcuna azione, furono il
duca di Guisa e Pietro Strozzi richiamati in Fran-
cia colle truppe, le quali erano a quel monarca ne-
cessarie per i progressi vittoriosi del re Filippo,
il di cui esercito essendosi avanzato a s. Quinti-
no nella Piccaidia. aveva battuta e dispersa Tar-
l84 AVVENIMENTI STORICI An, 1557,
mata del conneslabile di Francia, che noQ era
minore di aSooo combattenti (33).
g. 19. Per questi felici avvenimenti del re cat-
tolico non sapendo il papa ed i suoi nipoti come
potersi difendere dalle forze del duca d' Alva, il
quale protìltando della circostanza si avanzava ra-
pidamente e minacciava Roma, essendo giunto a
Valmonlone, si determinaro, di nuovo consij^liati
dal Ginntìgliazzi in nome del suo principe e dal-
l'' ambasciatore di Venezia, di venire a qualche
accordo. [ cardinali Caraffa, Santatìoia e Vitelli
furono i deputali dal papa a Iratlar la pace col
duca d'Alva, ed in Cavi, luogo prossimo a Paliano
traGenazzano e Paleslrina, fu conclusa nel dì 14
di settembre con reuunziare il papa alla lega con-
tro il re Filippo, e promettere di mantenersi neu-
trale , e perdonare a qualunque persona che in
quella guerra avesse prese le armi contro la chie-
sa (34). La conclusione di questa pace e la partenza
dell'esercito francese dalP Italia allontanò il pe-
ricolo della guerra in Toscana^ ed il duca Cosimo
n'esternò la sua contentezza con varie dimostra-
zioni di giubbilo. IVIa tanta letizia del duca venne
diminuita da un terribile avvenimento che ap-
portò ai suoi sudditi considerabili pregiudizi . Le
piogge cadute in Mugello e nel Casentino nel
mese di settembre furono cosi precipitose, che
desolando quelle campagne costernarono ancora
la capitale. L'Arno ingrossato dai torrenti che in
esso si gettano da quella parte, spingeva con tan-
ta violenza le sue acque, che superate le rive ,
rotti i ripari e franati gli argini , abbattè case ,
Jrf/l.1557. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IV. l85
rovinò mulini , inondò e devastò le campagne a
sé adiacenti, e con tale impeto percosse il ponte
a santa Trinità che rovesciollo. Trovando quin-
di argine al suo corso nei rottami di esso, d'un
subito allagò tutta Firenze, ed in alcuni punti di
essa l'acqua giunse air altezza di undici braccia.
I danni arrecati da questa inondazione furono
grandi , alcuni abitanti perirono, le vettovaglie
che trovavansi nelle cantine e nei magazzini fu-
rono perdute, le fondamenta delle case soffriro-
no, Tinsalubrità dell- aria cagionata dal fango di
cui era ripiena la città minacciava i desolati wbi-
lanti , che afflitti da penosa carestìa piangevano
la loro sventura . Il duca però commosso da sì
penoso accidente nulla omesse per soccorrere a-
gfimponenti bisogni dei suoi sudditi, e nel mi-
glior modo che potè provvide alla loro salute ed
alla loro miseria (35).
g.ao.LMmperatore Carlo V e Filippo II suo figlio
avean coltivala l'amicizia del duca di Ferrara, che
per essersi legato coi francesi senza nessun moti-
vo plausibile, Filippo ne fu oltremodo sdegnato,
ed incaricò il duca Cosimo di muovergli guerra ,
contribuendo nelle forze a norma dei trattati .
anche la repubblica di Lucca fu dal re incaricala
di assistere quella impresa con viveri ed altre
provvisioni necessarie, e si dette il comando ad
Ottavio Farnese, ma Cosimo operò in modo che
il duca di Ferrara non fosse totalmente oppresso
per non ingrandir troppo la potenza spagnuola ia
Italia. Sperando di calmare colla dilazione lo sde-
gno del re Filippo , maneggiò cosi bene la cosa,
l86 AVVENIMENTI STORICI jétl.iSyj,
che indi a poco il duca di Ferrara raancante di
mezzi per sostenersi ebbe ricorso allo slesso Co-
simo, perchè lo liberasse dal pericolo in cui si
trovava^ ed in contraccambio di lai benefizio gli
offrì il malriraonio da contrarsi tra il suo figlio
ereditario e la figlia di Cosimo , e la sua media-
zione coi francesi, acciò con qualche ricompen-
sa gli cedessero la piazza della sedicente repub-
blica di Montalcino , nella quale si aumentava
sempre il malcontento pel rigore in cui la lene-
vano i francesi, per lo che molti se ne ritornaro-
no sudditi del duca in Siena , ed altri andarono
vagando per l'Italia. I francesi volevano assoluta-
mente soggiogarli, e perciò con vari pretesti tol-
sero a quel magistrato T amminislrazioue delle
pubbliche rendite , e fu loro ordin&to di trasfe-
rirsi da Monlalcino a Grosseto (36). Cosimo ac-
cettò questo partito, tanto più che sapeva essere
il re di Francia in necessità di trar profitto dalla
piazza di Monlalcino per continuare la guerra in
Piccardia, e valevolmente interponendosi presso
il re concluse la pace tra 1 duca di Ferrara e la
Spagna , giovando in un tempo a sé ed agli al-
tri (37) . Se Cosimo fu lieto di aver condotto a
buon fine l'impegno di cui ora parlammo, fu per
altro assai dolente per la morte di donna Maria
di lui figlia primogenita. Vogliono alcuni ch'egli
stesso ne procurasse la morte dandole veleno ,
non essendo riuscito a distoglierla da certi amo*
ri segreti che la rendevano ritrosa a maritarsi col
principe ereditario di Ferrara , come esso avea
stabilito, ma sebben Cosimo si servisse facilmente
^/t.l558. DEI TEMPI MEDICEI C4P. ir. I 87
di questo mezzo per spenger qualche suo nemico,
molti scrillori però Io giustificano, né a lui danno
incolpazione di sì nefando eccesso (38).
g. 21. Entrò Tanno i558, e grande spavento
recò air Italia la notizia, che una numerosa ar-
mata navale di turchi tornava di nuovo alle ri-
chieste dei francesi ad infestar questi mari . II
duca Cosimo temendo che potessero essere at-
taccate le piazze della Maremma , mal guardate
dagli spagnuoli^ pensò alla difesa delle medesime*,
e per tsle oggetto spedì ai Presidii Chiappino Vi-
telli, ed a Portoferraio Gabrio Sab elioni. In tale
occasione anche il re Filippo fece fare delle for-
tificazioni , specialmente in Portercole , ove fu
eretta una fortezza , ch''ebbe il nome di Monte-
Filippo (39). Vennero di fatto i turchi nei primi
di giugno in Italia , e dopo aver recati notabili
danni nella Puglia passarono in Corsica, e di poi |
ad Antibo, ove unitisi colle galee di Francia dan-:»
neggiavano V isole Maiorca e Minorca, e di poi >
minacciando Nizza e Savona carichi di prede tor-
narono in Levante. Nessun danno recarono alle
piazze del duca Cosimo, forse perchè il monarca
ottomanno, ricordevole del trattato stabilito con y
esso nell'anno antecedente, volle esser fedele >
alle sue promesse. f
g.aa. La morte della principessa Maria non fece .
diminuire nel duca di Ferrara il desiderio d' u- *
nirsi in parentela col duca Cosimo, e dette or-!>
dine al conte Ercole Tassoni , il quale era sem-ji
pre in Firenze^che introducesse il trattalo, perchè 1
fo&se accordata in isposa la principessa L ucrezi*«
i^8> avve:«imenti STORICI ^/i.l558,
terzogenita al prìncipe don A^lfonso suo figlio ere-
ditario di Ferrara. Amava T estense di stabilire
questa unione, perchè sperava con tale alleanza
di rendersi considerabile alla corte del re catto-
lico, e più temuto in Italia. Aderì il duca Cosimo
a tali richieste, e venuto in Firenze lo sposo nel
dì 22 di giugno fu celebrato con feste di gioia
lo strumento degli sponsali , concordata la dote
in somma di scudi 200,000, e fissata la condizio-
ne di effettuare il matrimonio nelPanno seguen-
te (4o) . Giunsero in questo tempo in Toscana
i5oo spagnuoli sotto il comando di don Sancio
di Leiva , per passare in Piemonte , ed il duca
Cosimo che desiderava d''estendere nella Marem-
ma il suo dominio, e di ristringere quello del go-
verno di Montalcino, procurò che ad essi, prima
di proseguire la loro marcia, desse ordine il re
Filippo di assaltare Grosseto, Telamone e Casti-
glione della Pescaia, che erano allora tre piazze
di non poca importanza. Due valorosi uffizialidel
duca , cioè Chiappino Vitelli e Simone Rosser-
mini si unirono col comandante spagnuolo per
dirigere gli attacchi e combattimenti: senza re-
sistenza entrarono in Telamone , e con pochi
colpi d' artiglierìa occuparono Castiglione della
Pescaia abbandonato dalla piccola guarnigione
incapace di difendersi . Sarebbe caduto ancora
Grosseto, se gli spagnuoli non avessero ricusato
di cimentarsi air attacco, ma credendo essi che
quella piazza fosse ben munita di gente e di ar-
tiglieria, non fu possibile al Rossermini di per-
suaderli a tentarne racquislo,ed avendo don San-
jin. 1558. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IV. 1S9
ciò lasciate le conquistale piazze con un sufficente
presidio, proseguì il suo vidggio in Piemonte (4 i).
§. 2.0. La terra di Castiglione delia Pescaia e
risola del Giglio nel mare di Toscana erano luo-
ghi non compresi nel dominio senese, ed appar-
tenevano in piena sovranità a don Indico di don
Alfonso Piccolomini , marchese di Capislrano e
duca d''Amalfi,il quale avemlo avanti a quei tempo
parlato a don Francesco Pacecco di farne vendi-
ta al duca Cosimo, che non restò effettuata per-
chè i francesi occuparono nel corso della guerra
Castiglione, quanto l'isola del Giglio, furono con
titolo di vendita per il prezzo di scudi 3o,ooo tra-
sferite nel pieno dominio «Iella duchessa Eleono-
ra moglie del duca Cosimo , ed in Napoli ne fu
celebrato Tatto col patto di pagarne la convenuta
somma, quando il Piccolomini avesse trovalo da
rivestirla in tante castella nel regno di Napoli,
a favore di donna Sìlvia sua moglie (42.). La guer-
ra ch'erasi alquanto allontanatvi dall'Italia, arde-
va furiosamente alle frontiere della Fiandra, ed
i francesi, dopo la rotta di san Quintino essendo
rinforzati , avevano espugnato Calais, ed erano
passati all'assedio di Tionville, che presero mal-
grado la più vigorosa resistenza, colla perdita per
altro del maresciallo Pietro Stiozzi, il quale es-
sendo stalo ferito da un colpo di fucile nel petto
nel giorno 2v. di giugno terminò di vivere, e colla
sua morte restò libero il duca Cosimo dal mag-
gior nemico che avesse. Tanti progressi dei fran-
cesi facendo temere ai principi italiani che il fuo-
co delle ostilità potesse accendersi di nuovo an-
St. Tose. Tom. 10. 17
190 AVVEDIMENTI STORICI ^«.1558.
Cora in Italia, stavano armati e sul piede di guerra,
e per questo motivo il duca Cosimo aggravato
da tante spese, per supplire alle medesime ricorse
ad un imprestito forzato, che volle esigere da al-
cuni ciitadini di nota opulenza, e dette ad essi
per le somme contribuite il frutto del dodici per
cento, ed in oltre V impiego d* uffiziale di mon-
te (45).
g. a4' No" pochi ecclesiastici erano ritenuti
nelle carceri di Firenze, il delitto dei quali con-
veniva che fosse esaminato e punito dalle facoltà
della Chiesa , ed essendo assente V arcivescovo
ijon v^era alcuno che volesse addossarsi quello
incarico tanto impegnoso e delicato. Premeva al
duca che fosse deciso il destino di questi disgra-
ziati , ed aveva da molto tempo ordinato al suo
ambasciatore in Roma Bongianni Gianfiglìazzi,
che per tale oggetto ottenesse un delegalo apo-
stolico, ma non venne eseguita la sua commis-
sione perchè dai Carall'a fu a quel ministro impe-
dito di presentarsi al papa, non permettendo essi
che alcuno potesse parlargli, (bvse per timore che
gli venissero rivelati i loro delitti e le loro estor-
sioni, che si facevano lecito anche in Toscana di
pretendere ed esigere dai luoghi pii, ed in specie
dagli spedali di santa Maria Kuova e degli Inno-
centi di Firenze, delle insolite e non convenevoli
gravezze. Di questo procedere dei Caraffa fu mol-
to dispiacente il duca Cosimoe, ne scrisse al pon-
tefice, il quale a tale avviso aderì senza difficoltà
alle di lui domande, e fatto a sé chiamare il Gian-
tìgliazzi fu da esso pienamente informato della
^«.1558. DEI TE31PI MEDICEI GAP. IV. 19I
condotta morale e politica dei suoi nipoti^ i quali
da quel momento perdettero la sua grazia e la
sua benevolenza , né volle che più comparissero
alla sua presenza (44)*
g. 25. Infierì quest'anno la morte sulle teste
coronate , poiché mancò di vita Isabella sorella
di Carlo V , stata regina di Portogallo e poi di
Francia . Dopo alcuni mesi terminò pure i suoi
giorni il prelodato Carlo V di lei fratello,dopo aver
fntte celebrare le sue esequie negli ultimi giorni
di sua vita nel monastero del suo ritiro in Fspa-
gna (45). II duca Cosimo inviò due ambasciatori,
cioè Lorenzo dei Medici e Giovanni Strozzi alla
corte di Ferdinando suo fratello per condolersi
della morte di quel monarca , e per rallegrarsi
della sua elevazione alla dignità imperiale, rinun-
zìatagli dal defonto imperatore, ed approvata da-
gli elettori adunati in Francfort . Ordinò al Me-
dici che a quella corte si fermasse nella qualità
di suo ambasciatore residente. Per adempire agli
stessi uflìci dì condoglianza spedì il duca Chiap-
pino Vitelli al re Filippo , e confermò a quella
corte per suo ambasciatore ordinario il vescovo
Bernardelto Minerbetti (46).
g. aG. Oltre a tanti all'ari e tante cure, atten-
deva il duca Cosimo ancora alle cose interne
dello stato, poiché premuroso di sempre più mi-
gliorare Pagro pisano , si accinse alla difficile e
dispendiosa im[)resa di levare le acque slagnanti
nei contorni di Slanio, edi asciugare quei paduli
per rendere migliore Paria e capaci di esser col-
tivati i terreni. Questa impresa fu applaudila gè-
19» ATVEISIMENTI STORICI ^«.1559.
neralmente, ed il popolo di Pisa, che ne risentiva
il maggior vantaggio, inviò al duca una deputa-
zione a protestargli i sentimenti della sua grati-
tudine. Il duca fece in oltre terminare la muraglia
già incominciata nel i556 nella villa di Poggio a
Caiano, ch'esiste tuttora per chiudervi la caccia
degli animali , ma con poco plauso, essendo le
pubbliche finanze in qualche disordine (47).
§. 27. Stanchi non meno il re di Francia che
il re cattolico d'Anna guerra che aveva ad essi re-
cati tanti disastri, amavano ambedue di venire a
qualche accomodamento, onde rendere alPEuro-
pa quella tranquillità che aveva da molto tempo
perduta. Dopo diverse pratiche tìnalmente nel 3 a-
prile fu stipulata la pace fra essi monarchi nel ca-
stello di Cambray, alla quale dappertutto fu fatto
plauso con dimostrazione di giubbilo (4S). IVIolte
furono le condizioni ivi stabilite, fra le quali quel-
le che riguardarono la Toscana furono, che il re
cristianissimo avrebbe ritirale le sue truppe, le
quali aveva in Montalcino ed in altre terre della
provincia senese che in quelle piazze s** erano
refugiate, e rinuoziava a qualunque diritto che
aver potesse sopra le medesime . Restò conve-
nuto ancora che i senesi emigrati volendo tor-
uare alla patria fossero ricevuti, senza che il go-
verno di Siena potesse recare loro alcuna molestia,
quantunque in quella guerra avessero militato in
favore della Francia, e che fossero ad essi resti-
tuiti liberamente i beni, se il fisco ne avesse occu-
pati , e fu convenuto che il duca di Firenze per
questi articoli, che mollo gPinteressavano^doves^
'rf/n.1559. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IV. IQS
se ratificare quel trattalo . In conseguenza di
questa pace seguì il matrimonio di Elisabetta fi-
glia d"* Enrico II re di Francia col re cattolico, e
l'altro di Margherita sorella del medesimo con
Emanuelle Filiberto duca di Savoia. Grandi fu-
rono le feste di gioia che si celebrarono in Firen-
ze alla notizia della pace. Il duca Cosimo vedeva
che i suoi stati restavano senza truppe straniere,
state fino a quel tempo motivo di tanto dispen-
dio alle sue finanze , e vedeva ancora di restare
assicuralo del possesso dello stato di Siena^ volle
pertanto un tale avvenimento solennizzare con
pubbliche dimostrazioni di giubbilo. Tali atti di
allegrezza fecersi anche in Siena, in Pisa, in A-
rezzo, in Pistoia e in altre terre dello stato (49).
g. a8. I senesi di JVIontalcino che volevano
ad ogni modo sottrarsi alla suggezione di Cosimo,
spedirono ambasciatori alle corti di Francia e di
Spagna con istruzione di sottomettersi al re Fl-
lippo.come pure spedirono al papa, ma questi avea
già mollo cambiato di sentimento, e non amava
che la pace e la giustizia, e non volle imbarazzarsi
in cosa veruna; non ostante che essi senesi faces-
sero tali pratiche per non assoggettarsi a Cosi-
ino, pure egli adoprava ogni mezzo di dolcezza
per vincerli. Essendo però venute preciso ordine
ai francesi di evacuare tutte le piazze, ed avendo
Cosimo portato a Buonconvento seimila uomini,
eglino ricorsero finalmente a lui,e si sottomessero
al governo di Siena . ^eiratto che si conveniva
tra i commissari francesi e spagnuoli T evacua-
zione delle piazze , né fu rilardata V esecuzione
17*
194 AVVEDIMENTI STORICI jén.i^^^»
per la morte di EnricoII, che accadde il di io di
luglio. Niuna variazione però apportò quest'acci-
dente, giacché Francesco II, che succedette al
trono di Francia, ordinò che fosse eseguito il trat-
tato. La repubblica di Montalcino finalmente spe-
dì ambasciatori a Firenze, sottomettendosi e giu-
rando fedeltà al re Filippo ed a Cosimo (5o). Nel
di 3i luglio fu stipulato in Firenze Patto della
sommissione, e Giovanni Guevara, ministro spa-
gnuolo, nel dì 4 d"'agosto per i diritti che il re
Fih'ppo aveva sopra quella città, usò la formalità
di darne in nome di quel monarca il possesso al
duca Cosimo, che per esso fu ricevuto dal gover-
natore di Siena Angelo Niccolini . I soldati del
duca entrarono in quella piazza di presidio,e Fran-
cesco da Montauto n'ebbe il comando . Simone
Rossermini fu spedito ad occupare Grosseto, e
Goro da Fucecchio la fortezza di Radicofani(5i).
Veuner di poi alT obbedienza di Cosimo anche
Chiusi^ Montepescali, e Buriano, il quale appar-
tenendo air Appiano gli fu subito restituito. La
difesa che i senesi fecero della loro libertà è uno
dei fatti onorevolissimi della storia d'Italia^ basti
il dire che le donne senesi guidate da Laudamia
Forteguerri , e da Faustina Piccolomini pugna-
rono per la patria, ma la caduta della loro repub-
blica è altresì Pepoca all'Italia più funesta, poiché
ebbe principio la decadenza dei nobili sentimen-
ti (5a). Coìl'acquisto delle terre or nominate il
duca Cosimo divenne sovrano di tutto lo stato se-
nese, ad eccezione di Sovana, occupata dal conte
di Pitigliano, il quale repugnando a restituirla fu-
jin*^^^9, deitempimediceicap.it. iqS
rono perciò fatte pubbliche e formali proteste . I
senesi ch'erano io Roma e nelle altre parli d'Ita-
lia si sottomisero al duca personalmente o per
lettera, e quei che tornarono a Siena ebbero da
quel goveiTio una graziosa accoglienza e una com-
piuta soddisfazione di quanto era stato loro pro-
messo. Si fecero in Siena ed in Firenze delle pub-
bliche dimostrazioni di gioia, e Cosimo in mezzo
alle congratulazioni si compiacque d' essere di-
venuto prìncipe di così esleso dominio (53).
g. 29. Il duca Cosimo dopo la dedizione di
Monlalcino volle sodisfare pienamente a chi Io
aveva servito ed assistifo nella guerra, come fu
del conte di Bagno e degli liberti, ai quali erano
stati tolti dei feudi violentemente dai Caraffa, e
da Giulio HI, ed ai quali il duca dette forza suf-
ficiente per riacquistare ì loro possessi, come fe-
cero essi in parte quando giunse la notìzia della
morie del papa Paolo IV seguita il 18 d' ago-
sto. Cosimo vedeva bene d"* essere un vassal-
lo di Filippo II, il quale era divenuto ormai
dispotico in Italia, non avendoci più competitori,
onde comprendeva essergli necessario un appog-
gio, e credette che Tunirsi col pontefice, e Tacco^
munare i suoi interessi con quelli della Chiesa
potesse in qualche maniera obbligar Filippo a
sempre valutare la di lui amicizia. Per far ciò era
necessario che si eleggesse in pontefice persona
a lui benaffetta, e pose la mira sopra al cardinale
Giovanni Angelo de"* Medici milanese e fratello
del marchese di Marignano. Diversi furono i para-
tili nel conclave che durarono per 4 mesi: ma
196 AVVENIMENTI STORICI ^/t J 550 .
fu il 25 di dicembre eletto papa il cardinale or
Boniinato, il quale assunse il nuovo nome di Pio
IV^. A^pplaudì Roma a tale elezione, e fu encomia-
to Cosimo di averla procurata. Il nuovo papa die
principio al suo pontificalo con alti di clemenza
e magnanimità e sommamente grati a Cosimo:
delle subito il cappello cardinalizio al di lui figlio
Giovanni deVìIedici, e volle donargli la sua propria
casa e giardino, e tenerlo per figlio (54).
g. 3o. Tanta allegrezza venne disturbala nel
duca Cosimo dalla necessità di punire colla pena
di morie alcuni dei più nobili cittadini di Firen-
ze, per causa d'una congiura da essi contro la sua
vita tramata. Pandolfo Pucci, sebben egli e la sua
famiglia fossero stati beneficali da Cosimo, avea
congiurato con altri cittadini di ucciderlo, essen-
dosi il dello Pandolfo assicurato della protezione
dei Farnesi, dai quali aveva anche ricevute delle
armi a questo fine. N'ebbe però contezza Cosimo,
il quale potette penetrare che al cardinale asso-
cia vasi Oitavio di lui fratello duca di Parma. A.
tal notizia il duca fece arrestare quei congiurati
che gli erano noli, e gli altri riiiraronsi a Venezia,
ed in Francia. Lorenzo Corboli segretario del ma-
gistrato degli Olio incaricato dal duca compilò
un esatto processo, il quale per alcuni riguardi
politici non voHe Cosimo che fosse pubblicato,
perchè oltre ai Farnesi, dai deposti degli arresta-
ti si venne in cognizione ch^ erano interessati
in quella trama altri personaggi di grande impor-
tanza e dignità, che non conveniva portarli alla
notizia del pubblico.,! delinquenti arrestali pa-
^«.1560. DEI TEMPI MEDICEI CIP. IT. 1,97
garono il fio di tanta scelleratezza colla mor-
te (55).
J. 3i. L'alleanza e stretta unione tra 'I papa
e Cosimo principiò con una reciproca emulazio-
ne di grazie, onori e compiacenze. Infatti il papa
domandò grazia e perdono per tanti fuorusciti, ed
i primi a goderne furono il cardinale Strozzi fra-
tello del maresciallo, e Giuliano de\>Iedici fratello
di Lorenzino uccisore di Alessandro, e molti al-
tri. Il duca parimente s''interpose presso il papa
per i principali baroni romani a lui benaffetti.
Prima di spedire il figlio a Roma per ivi prende-
re il cappello cardinalizio volle fare accompagna-
re a Ferrara dal principe Francesco ereditario di
Toscana, dal suo zio materno don Luigi di To-
ledo e da molli altri baroni, donna Lucrezia figlia
di Cosimo, e fidanzata sposa del duca di Ferrara,
la quale arrivò in detta città il i5 di febbraio, e
fu ricevuta con gran magnifìcen^a, propria della
casa d'*Este. Partì poi nel seguente marzo per Ro-
ma il cardinale Giovanni con una corte magnifi-
ca, dove fu ricevuto con grandi onori, ed allog-
giato nel palazzo pontificio. Egli non aveva che
i5 anni, e non ostante il papa gli conferì Farci ve-
scovado di Pisa (56).
g. 3a. Gli eccessi e le contravvenzioni com-
messe dal conte Piccola da Pitigliano nello sta-
lo ecclesiastico, e che vedemmo già non aver, vo-
luto cedere a Cosimo la città di Sovana, lo avean
condotto ad essere arrestato a Roma in Castello,
e suo padre imploiando in tale occasione d^esser
rimesso al possesso dello slato e dei beni, fu dal
198 AVVENIMENTI STOKICI Jn^iSGO,
papa eletto il duca di Palliano per arbitro di tut-
te le vertenze fra loro. La rettitudine di questo
giudice obbligò il padre a rinunziare al figlio gli
stati. ma il conte INiccola fu astretto a domandargli
perdono, ed a passargli gli alimenti, e a costituire
le doti per le sue figlie. Disprezzatore delle leg-
gi divine ed umane Niccola opprimeva i popoli
colle violenze, eli offendeva col mal esempio del-
le sue scelleratezze. Datosi in preda a concubine
giudee, in ossequio di esse calpestava la religio-
ne e allontanava dal suo stato quelli che lo am-
monivano. Insidiando Ponore della nuora, il suo
figlio Alessandro non potendo soggiacere all' ol-
traggio, determinò di aramazzarlo, e ricorse a Co-
simo per consiglio ed aiuto. Non approvò il duca
che il conte Alessandro eseguisse da per sé stes-
so cosi disperata risoluzione, ma bensì assumen-
do sopra di sé V incarico di vendicarlo, delibe-
rò di frjr morire il conte Niccola per altre mani.
Scoperse il conte Niccola quelle trame che gli si
tendevano, e fatto arrestare il figlio pose Cosimo
nella necessità di fargli la guerra per non lascia-
re il conte Alessandro in balia del suo crudo fu-
rore. Spedì il papa il Serbelloni a Pitigliano per
estinguere questo fuoco, tanto più che colla fuga
erasi il conte Alessandro posto in salvo , e gli
parlò altamente a nome del papa per la restitu-
zione di Sovana, che fu costretto do^o varie ter-
giversazioni a consegnarla libera a Chiappino Vi-
telli generale di Cosimo, e di promettere al papa
grazia e sicurezza pel figlio Alessandro (57).
g. S3. Ricuperata Sovana, ritirò il duca tutte
;L/rt.1560. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IV. I99
le genti di guerra da quei confini, e riservò a più
favorevole occasione la vendetta particolare col
conte, dando luogo a ciascuno di ammirare in tal
atto la sua moderazione (58). Le sue cure si rivol-
sero tutte a persuadere il papa ad intimare un
concilio generale . Dubbioso però egli e timido
per sì grave impresa, che pure desiderava di fare,
ma ne temeva gli ostacoli, richiese il duca Cosi-
mo di portarsi a Roma, per trattare di quesrafifa-
re. Fu da Cosimo accettato Tinvito, tanto più
ch'egli disponevasi di recarsi a Siena perregolare
quel governo. Verso la fine d'ottobre si parti da
Firenze colla duchessa, col principe Francesco, col
cardinale Giovanni e con don Garzìa suo terzo-
genito: si fermò soli tre giorni in Siena, ove la-
sciò il principe Francesco al governo di quello
stato, e s'incamminò verso Roma, e colla duches-
sa i due altri figli, ed un numeroso seguito di
gentlluomiui fiorentini e senesi che vollero ac-
compagnarlo. Il 5 di novembre fece il suo ingres-
so in Roma, ed accompagnato dai cardinali che si
|)ortarono ad incontrarlo fu condotto al palazzo
pontificio, dove alloggiò, ed il papa lo ricevette
ia pieno concistoro. Tutti i fiorentini residenti ia
Roma fecero gran corteggio al duca che trovò
molta compiacenza di vedersi onorato da'* que'me-
desimi,che tanto avevano cospirato contro di lui^
gli adulti a cavallo uniformemente vestiti, ed ì
giovani in numero di quaranta in costume di pag-
gi. Sulla sera e collo slesso treno fece il suo in-
gresso la duchessa, ricevuta essa pure dal papa in
aOO AVVENIMENTI STORICI jinAb60.
presenza di molti cardinali nella sala di Costan-
tino (59).
g. 34. Dopo lutti gli uffici di accoglienza e di
amorevolezza il papa e Cosimo si applicarono a
concertare i mezzi d''effettuare il concilio: T ade-
renza e gli slimoli del re Filippo favorirono Tim-
presa, cosicché il papa restò animato ad eseguirla,
e se ne fece finalmente la pubblicazione. Si trat-
tenne Cosimo a Roma fino alla fine di dicembre,
ed il papa solennemente regalò al cardinale Gio-
vanni il suo palazzo e giardino^ donò alla duchessa
i beni dell* Altoviti, e destinò don Garzia coman-
dante delle galere pontificie. II duca fu regalato
di tanti monumenti antichi, che abbisognarono
quattro barche per trasportarli a Livorno (60).
jNon ebbero qui fine le beneficenze di Pio IV a
favore della casa di Toscana, poiché per la stima
che ne aveva, volle che risedesse alla corte di Co-
simo un nunzio apostolico colle slesse preroga-
tive che hanno quelli i quali risiedono alle corti
dei re, ed inviò a Firenze con tal carattere mon-
signor Giovanni Campeggio vescovo di Bolo-
gna (61).
g. 35. Lo stabilimento della nunziatura in
Firenze recò gelosia ai principi italiani, i qua-
li olire al dispiacere di vedere trattato dal pa-
pa il duca Cosimo con tanta distinzione, comincia-
rono a temere che tanto il pontefice quanto il duca
pensassero di concludere qualche lega per inde-
bolire la potenza spagnuola in Italiane togliere al
re Filippo lo stalo di Milano; tali voci quanlun-
Jn.IBGQ. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IV. aoi
que false e prive d' ogni fondamento dì verìlà,
iiiessero in sospetto ti re cattolico e fu assai dif-
ficile il rimuoverlo dai concepiti suoi timori. II
pontefice, dopo aver persuaso quel monarca che
le distinzioni le quali usava al duca Cosimo e la
stretta corrispondenza che aveva con esso^nasce-
vano non da politici motivi diretti a spogliare alcun
principe italiano de''suoi stati, uè alterare la bi-
lancia del potere , ma soltanto da quella stima
grandissima che di lui avea concepita, volle ten-
tare d'indurre la principessa Maiia figlia legitti-
ma di Carlo V e sorella del medesimo re catto-
lico, vedova del principe Giovanni di Portogallo
da cui aveva avuto un tìglio, che fu di poi re Se-
bastiano, a sposare don Francesco primogenito
di Cosimo, e principe ereditario di Toscana, con-
siderando che quella principessa perla regia con-
dizione e per le sue cospicue ricchezze avrebbe
recato alla casa de'.Medici sommo onore e grande
utilità. Ordinò al suo nunzio residente alia corte
di Spagna, ch'era allora il vescovo di Tenacina,
ove la principessa Maria dopo la morte del ma-
rito erasi ritirata, a muover pratica per trattare
quel matrimonio, e perchè alla conclusione di
questo trattato per parte della principessa oppo-
nevasi Tinferior condizione del pi incipe France-
sco, propose lo stesso pontefice di dare al duca
Cosimo il titolo di re di Toscana (G2)^ ilqual |>ro-
gelto poteva eftettuarsi con molta facilità,se non
si fosse opposta U corte di Sj)agna. II re FiIipi>o
rln» voleva essere in Italia il principe più grande
l.inlo nella dignità che nella potenza, non era pos-
Sl. Toic, Tom. 10. 18
a02 A-VVENIMERTI STORICI w^/a.15Ó0."
sibile che rinunziasse ad alcuna di qu^^sle preini-
iienze, la prima delle quali veniva a perdere, se
avesse permesso che al duca Cosimo fosse stato
conferito il titolo di re. Questa opposizione ob-
bligò il pontefice a desistere dalPinlrapreso trat-
tato,e abbandonare il progetto d'^arricchire il duca
Cosimo della dignità reale, ben conoscendo non
esser conveniente di procedere ad un atto che
avrebbe irritato il re cattolico, il favor del quale
era allora necessario per non incontrare per
quella parte ostacoli all'apertura del concilio di
Trento, che già si meditava d'^intiuiare (63).
g. 36. Lltalia godeva tranquillità, e gli affari
del concilio s^incaraminavano prosperamente^ le
turbolenze di Francia parevano acquietarsi. Re-
gnava Tallegria specialmente nella corte e città
di Ferrara, dove Alfonso II duca nel di a del mese
di marzo dette al suo popolo ed alla copiosa fo-
resterìa che v^intervenue un mirabile divertimen-
to con un torneo si magnitico e d''invenzione sì
rara^ chiamato il castello di Gorgoferusa, ed ono-
rato dalla presenza di Guglielmo duca di Man-
tova, che riscosse T ammirazione d* ognuno. E
perciocché nella promozione fatta dal papa nel
di a6 di febbraio , anche a don Luigi d"'Este fra-
tello del duca e vescovo di Ferrara fu conferita
la sacra porpora, si tenne corte bandita per tre
giorni in quella città, e poscia nel di 27 di marzo
fu ivi dato anche un altro più suntuoso spettaco-
lo intitolato il monie di Feronia, a cui interven-
ne don Francesco de''3Iedicì principe di Firenze.
Si vaghe furono le invenzioni di quei pubblici
1*^/1.1500. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IV. 2.o3
giuochi, SÌ grande la magnificenza degli abili del
corteggio, e lale la copia degli strutnenLi musicali
o guerrieri e delle macchine, e le decorazioni del
campo, che di sommo piacere e stupore restò pre-
sa tutta la folla degli spettatori, e ne corse la fa-
ma per tutta Italia (S/j). Ma l'allegrezza si cangiò
presto in duolo, poiché nel 21 di aprile fu rapita
da morte Lucrezia de'Medici duchessa di Ferra-
ra figlia del duca Cosimo. Scioltosi questo vinco-
lo d'unione e di amorevolezza tra le case Medici
e d'Este, ricominciarono fra loro If antiche gare
di precedenza, e Topinione ch'aera invalsa che
Cosimo dovesse avere dal papa il litolodi re,
mosse la gelosia di tutti i principi d'Italia, e si uni-
rono a contrastargli la precedenza. Vedendo Co-
simo le cai live conseguenze che potevano nasce-
re da questa gara, interpose ^autorità del papa ,
che accettò volenlieri quest''incarico, e scrivendo
un breve esorlolli a desistere da questa emula-
zione che avrebbe potuto produrre degli sconcerti,
e a portare nel termine di due mesi avanti di lui
le loro scambievoli ragioni (65).
g. 37. Ritornato per tanto il duca Cosimo da
Roma nei suoi stali, prima di portarsi a Siena
volle visitare la Val di Chiana,e provvedere ai bi-
sogni di quella provincia. Trasferitosi indi a Sie-
na,col consiglio ed opera del governatore Niccoli-
ni stabili il governo di quel dominio con univer-
sale approvazione: fece anche ridurre in miglior
forma la fortezza, e dopo un mese di soggiorno
in quella città andò a visitare la Marenuna per
osiiervare con esallezza riufelice situazione e i
204 ATVENIMENTI STORICI Jn.il>60,
bisogni di quella provincia. Fermatosi a Grosseto
ordinò quivi delle fortitìcazioni e fabbriche di mu-
lini, non mancando di dare buoni provvedimenti
per la riduzione e miglioramento di quelPafflitto
paese. A. Castiglione della Pescaia stabili una forma
di governo per quel marchesato, e costeggiando
la marina ordinò l'erezione di varie torri per di-
fesa di quella costa degli abitanti dalle incursio-
ni dei pirati turcheschi. A Massa ordinò le neces-
sarie disposizioni per il buon trattamento di cir-
ca trecento coIoni,che dalla Lombardia e dal Friuli
erano venuti per coltivare e popolare quelle cam-
pagne: bensì gli doleva che il feudo di Piombina,
dopoché nel i557era ritornatasotto Pobbedienza
d'IacopoVI d'Appiano, fosse così mal provvisto e
in tal disordine, che essendo assalito improvvisa-
mente avrebbero potuto i turchi con tutta faci-
lità impadronirsene. A Livorno provvide con nuo-
ve foi'liticazioni alla maggior sicurezza di quello
scalo, e a sanare rìnsakibrità di quel clima colla
direzione delle acque. Questo viaggio fu corona-
to con solenne ingresso fatto in Pisa li 9 di marzo
dal cardinale Giovanni come nuovo arcivescovo
di quella chiesa. In <?ssa città deliberò Cosimo di
prendersi riposo di tanti disagi , e incoraggire
colla sua presenza la fabbricazione delle galere,
poiché di cinque che ne avea, due erano restate
preda dei turchi alle Gerbe, e altre due si erano
perdute nella spiaggia di Corsica {6G).
g. 38. Aveva intenzione Cosimo di far viaggia-
re nelle principali corti di Europa il suo primo-
gemto Francesco per renderla capace a regnare
'Jn.i560, DEI TEMPI MEDICEI CIP. IV. ao5
dopo di lui^ come n'era consigliato anche dal du-
ca d'Alva, e di mandarlo specialmente alla corte
di Spagna*, si aggiunse a ciò il carattere del prin-
cipe che mal soffriva la soggezione paterna, che
anzi Cosimo fu avvertilo che egli avea fatto pen-
siero di scappare in Ispagna. Dissimulò il duca e
risolvette finalmente di farlo viaggiare, ma volle
che incominciasse da andare alla corte di Roma,
come fece il dì a di novembre. Fu con grandi o-
nori accolto dal papa, il quale fecegli donodi una
maestosa colonna di granilo orientale, che tutto-
ra si vede nella piazza di s. Trinità, fattavi erige-
re da Cosimo per eternar la memoria ch^egli ri-
cevette in quella piazza la nuova che le sue trup-
pe avean vìnta la battaglia di Monte Murlo, in
conseguenza della quale divenne signore di Sie-
na (67). Mandò quindi il papa ad Eleonora du-
chessa moglie del duca Cosimo una bolla ponti-
ficia, colla quale donavale tutti gli spogli delle
abbazzie, monasteri e benefizi di Toscana, fino
allora slati sempre di dritto dei pontefici, a con-
dizione che si valesse del prodotto in opere pie
a sua elezione^ lo che fu eseguito da quella prin-
cipessa, la quale non solamente in Firenze ma
in varie parti dello stato lasciò eterni monumenti
di sua pietà. Gli spogli degli ecclesiastici benefi-
ziati che morivano in Toscana appartenevano
fino da''tempi antichi alla corte di Roma, dai col-
lettori della quale veniva eseguita la esazione
dei medesimi, non senza frequenti controversie
fra essi colleltorì, e gli eredi degli ecclesiastici
defonli (G8).
ao6 AVVENIMENTI STORICI Jn. 1 552#
g. 39. II giorno 18 di gennaio del iSGa si ria-
prì il congresso del concilio di Trento, dove con-
corsero gli ambasciatori di tutti i principi catto-
lici : vi furono molti imbarazzi a cagione delle
precedenze, ma ad istigazione del pontefice fu il
tutto sedato. L'imperatore avendo dimostrato di
dare in matrimonio un''arciduchessa sua figlia al
principe Francesco, ed il papa sollecitando che
se n'introducesse il trattalo, volle Cosimo che il
re Filippo ne fosse 1' unico mediatore. Accettò il
re di buon animo l'incarico, onde il duca solleci-
tò il principe Francesco a portarsi alla corte di
Spagna, dove giunto fu amorevolmente e deco-
rosamente trattato. Trovandosi per caso a Madrid
anche il giovine prinripe di Parma Alessandro
Farnese, nacque tra essi due la solita gara di pre-
cedenza, talmentechè la corte fu obbligata ad e-
vitare che si trovassero più insieme. Frattanto il
duca Cosimo si occupava nella visita delle sue
coste marittime e degli stabilimenti di marina,
e trovando ch^era troppo dispendioso per lui il
mantenere sei galere, immaginò di creare un or-
dine militare per avere lo stesso intento e mol-
to diminuirne la spesa.
g. 4^- Due par che fossero in sostanza le
principali cagioni che mossero quel principe a
tale determinazione: una per favorire il commer-
cio di Livorno che già per le di lui premure fa-
ceasi florido e di grande importanza, Taltra per
togliere le famiglie più potenti della Toscana dnl-
Tesercizio della mercatura, ed impedir loro con
questo mezzo Taumento della loro ricchezza^ e
jin. Ì5Ò2, DEI TEMPI MEDICEI GAP. IV. 2O7
per conseguenza della loro potenza. I corsari tur-
chi infeslavan difatli a quei tempi con grave
danno il commercio del Mediterraneo. Oltre di
che il lit forale toscano e quello dello stalo eccle-
siastico eran continuamente minacciali da quei
crudeli oltomannì. D'altronde il duca sapeva che
avea sempre in Toscana de''potenti nemici invi-
diosi del suo inalza mento e della sua gloria, di-
sposti a profittare d''ogni circostanza per far na-
scer dei torbidi, e mediante le loro ricchezze
rovesciare il governo. Quindi è che il duca istituì
un ordine nobile di cavah'eri militari, che obbli-
gava i suoi membri airesercizio della navigazio-
ne e delle armi contro i turchi nemici della cri-
stianità, i quali membri dovean fondare delle
commende per assicurare in perpetuo T onore
della croce militare, e dover far loro tenere come
incompatibile l'esercizio della mercatura con quel-
lo della nuova equestre e nobile dignità, lo che
veniva ad impedire V ingrandimento delle loro
ricchezze. Il papa annuì a questo nuovo stabili-
mento con un breve del primo ottobre delPanno
i56i (69), dove è dichiarato che l'ordine dovesse
istituirsi sotto la regola di s. Benedel to: che il duca
ne fosse il primo gran maestro, e che una tal di-
gnità passasse ne'di lui successori: che i cavalieri
fossero insigniti della croce e d'IPabilo militare,
e che Tordine dovesse appellarsi di s. Stefano pa-
pa e martire, ad onore di quel santo in memoria
della segnalata vittoria riportata nel giorno delia
sua festa nelle battaglio di Montemurlo e Scan-
nagallo, per cui restò assicurato. Fu per tanto fpr-
ao8 AVVENIMENTI STORICI w^rt .1 562.
niato un pingue patrimonio al nuovo ordine col-
Taggregazione al medesimo di alcune badìe, e più
benefizi enclesiastici, a cui di poi dal granduca
Ferdinando I furono uniti i beni delPospitale dei
cavalieri d"'à.ltopascio,e nel novembre ne fu pub-
blicata formalmente V istituzione (70) : in Pisa
città vicina al mare ebbe Tordine la sua residen-
za . Fu ivi eretta pe' suoi cavalieri una chiesa
conventuale con clero numeroso di cappellani
che vestono di bianco, con mozzelta e roccetlo
canonicale^ a cui presiede con titolo di priore un
sacerdote cavaliere che ha privilegio di pontifi-
care (71).
g. 4i' La sodisfazione di Cosimo fu turbala in
quel tempo da un tristo accidente avvenutogli^
imperciocché essendo andati alla caccia il cardi-
nale Giovanni secondogenito del dura d' anni
J9. e don Garzia suo fratello a lui minore , ed
essendo da loro stata uccisa una tìera nella Ma-
remma, e contendendosi fra di loro circa al vanto
di chi Pavesse ammazzata, don Garzia trasportato
da inconsiderata passione ferì sì fattamente il fra-
tello cardinale che l"* uccise . Il padre fremè di
collera contro il delinquente figlio, il quale tutto
piangente e pentito era ricorso dalla madre, ed
a lei s' era raccomandato affinchè gì' impetrasse
il perdono presso l'irato padre: mentre ella, as-
sicurata dal marito che gli perdonerebbe qualo-
la ricorresse umiliato e pentito, lo presentò alle
sue ginocchia, il collerico padre lanciandosi senza
misericordia sopra il male avveduto figliuolo lo
trapassò con un pugnale, dicendogli che dovea
Jn.i^62, DEI TEMPI MEDICEI GAP. IV. 200
reputarsi fortunato di perdere una vita^della quale
era indegno, per le mani di chi glie Tavea data (72)^
ed egli cadde morto avanti a** suoi piedi, non a-
"vendo più che sedici anni, ma era di spirito sU"
blime, di singolare vaghezza e di grande espelta-
zione: poco dopo, trafitta dal dolore per la perdi-
ta di due sì cari figli, morì anche la madre (73). Ma
questo fatto s'impugna con calde ragioni da mo-
derni storici (74). Restarono a Cosimo altri due
figli oltre il primogenito , don Ferdinando e don
Pietro. Ottenne egli dal papa che don Ferdinando
fosse promosso al cardinalato, benché di soli i3
anni, e che passassero in lui tutti i benefizi che
il cardinale don Giovanni possedeva.il cardinale
Alessandrino, che fu poscia Pio V, non volle a
cagione delPetà sottoscrivere alla bolla di questa
promozione (75).
g. 4^ • Il popolo di Pitigliano stanco di toK
lerare ulteriormente il tirannico governo del
conte iXiccoIa, profittando della circostanza che
quegli era in Sorano, proruppe in aperta ribel-
Jioae , e impossessatosi della fortezza chiamò
in suo soccorso Inghilesco Calefati comandante
di Sovana, dichiarando di sottomettersi al duca
Cosimo di luì signore. Accettò T invito il Calefa-
ti, e distaccalo dalla legione che comandava un
corpo di dugento uomini marciò in soccorso dei
sollevati, e dietro ad esso ancora il generale Vi-
telli, che allora liovavasi a Celona (7G), corse
con maggior numero di truppa a quella volta per
favorire la rivolu?ione e togliere al conte Nircola
la possibilità di tornare colla forza aldoiniuio cU
aio AVVENIMENTI STORICI L^/i.1562.
quel paese. I sollevati frattanto supplicarono il
duca Cosimo ad accettare la loro obbedienza^ in*
viarono a Pisa, ove quel principe di nuovo s'era
trasferito, una deputazione per fargli presentare
Tatto della loro sommissione. Accettò il duca
graziosamente quesfofferta, e spedi a Pitigliano
Francesco Vinta volterrano a prenderne il pos-
sesso, il quale, eseguita ch'ebbe la sua commis-
sione e lasciato in quel luogo per giusdicente
Annibale Fabbrini, tornò in Firenze alle sue in-
combenze (77). Il conte Niccola ricorse alTani-
basciatore di Francia e a quello di Spagna re-
sidenti in Roma , ma il duca Cosimo acquistò
l'uno e Taltro col rendere al conte Giovanni Fran-
cesco padre dell' espulso conte Niccola quello
slato, quantunque la restituzione fosse accompa-
gnata da una convenzione che obbligava il con-
te ad un"* annua recognizione in segno di vassal-
laggio, come ancora a non potere alienare alcuna
porzione di que) dominio , il quale restava sta-
bilito che alla estinzione della di lui linea do-
vesse incorporarsi allo stato senese (78).
g.4S't*e disgrazie di famiglia che Cosimo dovette
sostenere gli fecero desiderare il sollecito ritorno
dalla Spagna del principe Francesco, ed il diluì
accasamento colla arciduchessa (V Austria . Le
trattative si prolungavano, ma non impedirono il
ritorno del principe, che Cosimo con impazienza
attendeva. Frattanto egli stavasene in Pisa a porre
in buon ordine la marina, ed a sollecitare Tedifi-
cazione delle galere, intanto che vedeva con com-
piacenza sorgere il nuovo ordine militare di sauto
^/t.1562. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IV. 211
Stefano, e che la nobillà toscana concorreva di
buon animo per restarne insignita. Per esercitare
i nuovi cavalieri nella marina, donò all'ordine
due galere armate e fornite di equipaggio e di
ciurma, e ne nominò ammiraglio Giulio de'i>Jedici
tìglio naturale di Alessandro (79). Animato il du-
ca Cosimo dall'esito felice della spedizione fatta
contro i turchi, fece costruire un maggior nume-
ro di galere,arruolò molta gente capace al servizio
del mare, e in breve tempo si trovò in grado di
tentare qualunque impresa marittima (80). Non
ostante tali preparativi, i corsari vennero nelle
maremme di Campiglia, e derubarono il castello
di Castagneto*, Pisola delPEIba, e le altre vici-
ne furono pure saccheggiate da loro (81). Anche
il concilio di Trento, per opera speciale del cai-
dinale di Lorena, conducevasi al desiato fine, ed
infatti restò conchiuso nel di 4 dicembre (82).
g. 44- I^ ^^^^ Cosimo procurava ogni mezzo
di effettuare il meditato matrimonio del figlio .
Ad oggetto per tanto di facilitarne la conclusione
promise alla corte imperiale di cedere il governo
della Toscana ad esso suo figlio, poiché V impe-
ratore Ferdinando I, che mancò di vita in quello
anno, non acconsentiva che una sua figlia si spo-
sasse ad un principe cadetto. Il duca Cosimo a
questa obiezione della corte di Yienna non fece
alcuna opposizione, e vide che cedendo il gover-
no al figlio aprivagli la via d' apprendere sotto
la sua direzione la scienza di ben governare (83).
Fu proceduto pertanto all'atto della cessione, che
dal duca fu segnata in Pisa nel giorno primo di
ai 2 AVVE7«1MEKTI STORICI ^/l.1564.
maggio , col quale rinunziò il governo e V am-
ministrazione dello stato a favore del suo primo-
genito principe Francesco, come ancora tutte le
rendite, acciò potesse sostenere la dignità di prin-
cipe governante. Questa cessione fu limitata da
■varie condizioni che sono le seguenti : si riservò
Cosimo di lui genitore il titolo di duca, la suprema
potestà,ed il governo e le rendite del marchesato di
Castiglione della Pescaia: parimente reiezione del-
Tammiraglio delle galere, del capitano generale di
armata, degli uffiziali subalterni e del governatore
di Siena: la proprietà ed il frutto di tutti i beni
allodiali, e tutte le rendite dello stato di Siena,
detratti gli oneri, le miniere di Pietrasanta e tutte
l'entrate di quel capitanato: Tuso di tutti palaz-
zi, ville , la sua mobilia preziosa e vari crediti e
capitali di mercatura dentro e fuori del dominio:
stabilì che il principe non potesse rinmovere
castellani e comandanti di truppe , né elegger-
ne dei nuovi senza il suo consenso: gli proibì
dì alienare, infeudare ed ipotecare verun castel-
lo , o parte di giurisdizione del dominio , come
ancora veruna gabella e rendita del medesimo:
lo gravò di proseguire a sue spese la fabbrica
del palazzo Pitti e quella dei tredici magistrati,
appellati gli uffici, e di pagare annualmente una
cospicua pensione al cardinale Ferdinando suo fra-
tello. Il di lui potere fu esteso solamente alla facol-
tà di governare, d''amministrare, far leggi, rinno-
var ministri, finattantochè il duca Cosimo cedente
fosse slato di ciò conlento e non avesse voluto
prendere di nuovo le redini del governo . Fu
wrf/1.1564. DEI T£MPI MEDICEI CAP. IV. 2l3
partecipato quest'atto alle corti amiche di Roma,
Spaglia, Francia e Vienna, e Bartolomraeo Con-
cini recò da Pisa al principe Francesco, ch"'era in
Firenze, Patto della concessione ed una lettera
del senato. Assunse il principe Francesco il go-
verno dello stato il di 1 1 di giugno, giorno nata-
lalizio di Cosimo, e questi si ritirò in campagna.
II Concini fu destinato per ministro di comuni-
cazione fra il padre ed il figlio. Francesco, edu-
cato da una madre spagnuola, ed istruito nella
corte del re Filippo, e dal duca d'Alva, potea dir-
si un vero spagnuolo. A-veva egli una particolare
inclinazione per le scienze e belle arti, e special-
mente per la chimica (84).
g. 45. Era già stato segnato nel maggio prece-
dente un trattato fra il re Filippo e Cosimo, per
difendersi dai barbareschi che infestavano il Me-
diterraneo, col quale il duca Cosimo si obbligava
di unire alla flotta spagnuola dieci galere bene
equipaggiate, il comando delle quali fu dato al si-
gnore di Piombino. Dovette dunque il principe
Francesco dar principio al suo governo colla ese-
cuzione di questo trattato (85). Nacque in quel
mentre una sollevazione in Corsica , capo della
quale era Sampiero Ornano, per P aspro gover-
no dei genovesi ai quali i corsi erano soggetti .
Tenner costoro delle corrispondenze segrete con
Cosimo, domandandogli soccorsi, ed olìerendosi
di assoggettarsi a lui, ma non ostante che egli
forse volentieri avesse prestato orecchio a tali
proposizioni, pur sapendo che il re Filippo e gli
altri sovrani non avrebbero volentieri veduto il
Si. Tose, Tom, 10. 1^
ai4 AVVENIMENTI STORICI w^/t.1565.
SUO ingrandimento, resistette sempre alle reite-
rate istanze dei corsi (86).
g. 46. Erano già due anni che si procrastina-
vano le trattative del matrimonio delParciduches-
sa Giovanna col principe Francesco, e la morte
deirimperator Ferdinando accaduta dette un giu-
sto pretesto ad una nuova proroga. Massimiliano
II gli succedette, e Cosimo nel passargli gli uffici
dovuti rinnovò le sue istanze pel matrimonio del
figlio, ed offrì le sue forze per valersene contro
il Vaivoda di Transilvania, che già si era mosso
a danno deirUngherìa. Anche il re Filippo inter-
pose contemporaneamente i suoi uffici, e Pimpe-
ratore promise di ultimare prontamente il trat-
tato , incaricando V ambasciatore di notificarlo
come per concluso, astenendosi dal pubblicarlo
attese le circostanze del lutto, e fissò che si do-
vessero effettuare in Trento tanto queste nozze
che quelle della sua primogenita col principe di
Ferrara, dopo compito Tanno della morte di Fer-
dinando (87). Si applicarono intanto il duca Co-
simo ed il principe Francesco a dare alla flotta
spagnuola dei soccorsi per Pisola di Malta attac-
cala da Solimano, e riuscì a Cosimo, coi consigli
del quale tutto si faceva, d'iutrudurre delle forze
in queir isola senza esporsi a combattere con
quelle dei turchi , ch^ erano assai superiori agli
spagnuoli^ per lo che Malta fu in istato di resiste-
re ad un assedio dei più vigorosi (88) . Parendo
poi al duca essere i confini del suo stato mal si-
curi dalla parte della Romagna, pensò di fabbricare
nel piano di Castrocaro vicino a Forlì una nuova
jin,1565, DEI TEMPI MEDICEI CAP. IV. 2l5
terra , la quale fu poi chiamata Terra del Sole.
perchè mentre si celebrava il divino ufficio, e si
piantava la prima pietra, essendo il tempo tutto
nuvoloso , solo nel circuito di quel disegno si
scoperse il sole, e slimandosi che ciò non fosse
senza il favore del cielo, per questo la Terra del
Sole fu nominata (89).
g. 47* Il matrimonio stabilito fra '1 principe
Francesco, e Tarciduchessa Giovanna d** Austria
incoraggi il pontefice a far nuovi progetti per ac-
crescere la dignità di Cosimo con dargli un titolo
superiore a quello di duca , e a taP effetto s"* im-
maginò di formare della Toscana un arciducato a
similitudine di quello deirAustria. Non rigettò il
duca Cosimo questo pensiero del papa, ma pre-
vedendo che Pefifeltuazione, senza renderne in-
tesa la corte di Vienna, poteva essere alla mede-
sima dispiacente, volle informarne l'imperatore,
dichiarandosi di non accettare questa grazia, nei
caso che non fosse stata di suo pieno gradimen-
to. L'imperatore avendo comunicata Tintenzione
del papa ai suoi fratelli ed al suo consiglio, trovò
delle insuperabili opposizioni, senonchè il Zasìo,
consigliere molto accreditalo dell'imperatore, vo-
lendo favorire il papa e Cosimo, propose che ad
esempio della Moscovia il sovrano della Toscana,
avendo riuniti sotto di sé molli ducali , polea
nominarsi Granduca : che tale appellazione lo
rendeva maggiore dogli altri principi italiani, e
non avea gli slessi ostacoli che quello del titolo
d'arciduca, riservalo soltanto ai principi della rasa
d'Austria. Consigliò pertanto di mandare persona
ai 6 AVVENIMENTI STORICI ^/1.1565.
di riguardo a trattare quest'affare a Vienna collo
slesso imperatore.
g. 48. Fu accettato da Cosimo il consiglio rfel
Zasio, e dal papa fu dislesa una bolla , la quale
spiegava, cbe quando più stali si conducevano
all'obbedienza d'un solo sovrano, questi a forma
degli esempi doveva essere accresciuto di titoli
e di prerogative 5 la qual cosa verificandosi nel
duca Cosimo per Tacquisto dello stalo di Siena,
concedeva perciò ad esso il titolo di granduca di
Toscana, e le prerogative annesse al medesimo;
e consegnata una tal bolla a Bartolommeo Con-
cini, fu inviato a Vienna coirìncarico d^oltenere
da cesare il consenso che fosse pubblicato. Aderì
rimperatore alle istanze del pontefice, ed avendo
acconsentito airaccrescimento del titolo a favore
del duca Cosimo, il Concini ritornò in Italia, raa
la bolla non potette pubblicarsi, poiché essendo il
pontefice stato sorpreso da fiera malattìa cessò di
vivere, e per tal motivo restarono per allora senza
effetto tante premure fino a quel momento prati-
cate (9o).Era Cosimo nella sua maggior conlentez-
za,vedendodi venirgli nuora un^arciduchessad''A.U'
stria, e già s'erano spediti a Trento i procuratori,
tanto del prìncipe Francesco quanto dell'Estense,
per ricevere le spose dopo la dazione delTanello;
ma rinnovandosi le solite dispute di precedenza,
fu dall' imperatore ordinalo che ogni principe
sposasse nel proprio stato . Partì adunque da
Trento T arciduchessa Giovanna e si diresse alia
volta di iVIanlova per visitare la duchessa Eleo-
nora sua sorella . ove fu accolta e molto fesleg-
^Al.1565. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IV. 217
giata. Posso quindi a Bologna, dove fu incontrata
a nome dello sposo dal marchese di Massa , dai
vescovi di Volterra e di Arezzo, e da Bernardello
dei Medici, seguiti da dodici gentiluomini fioren-
tini . Da Bologna proseguì il suo viaggio per la
Toscana , e giunta ai confini fu inconliala dal
cardinal Ferdinando suo cognato, e dal cardinale
PJiccolini con i5o guardie a cavallo: arrivò al Pog-
gio a Calano, luogo destinatole per suo alloggio ,
dove il cardinale Sforza e don Luigi di Toledo fu-
rono a riceverla (91). Passati quindi a Firenze e
giunti alla porta della città la sposa ricevette dalle
mani di Cosimo la corona, e quindi seduta sopra
un riccamente bardato cavallo, sotto un magni-
fico baldacchino sorretto da 5o scelti giovani no-
bili, si avviò alla cattedrale, e quindi al palazzo
della residenza del principe, trapassando per stra-
de ornate con la possibile splendidezza ed ele-4
ganza, corteggiata da numeroso seguito di clero^»
di nobiltà e di milizie, tra le acclamazioni di fol-
tissimo popolo (92). Dopo una tal ceremonia con
solennissime feste di maschere , conviti, balli ,
giuochi di cavalli, cacce di fiere salvaliche,ed ap-
parati di statue e pitture, furono magnificamente
celebrate le loro nozze (93).
g. 49.Tanta allegrezza restò granifemenle tur-
bata dalla trista notizia della morte del sommo
pontefice Pio IV che seguì il dì 9 dicembre del-
l'' anno i566. Il duca Cosimo aveva in quel pon-
tefice un vero amico, e provò delia di lui morte un
gran dolore. Il santo cardinale Carlo Borromeo
che trovavasi alla corte di Firenze per assistere
«il 8 ATVENIMENTI STORICI ^«.1565.
in nome del pontefice alle nozze del principe
Francesco, inlesa una tal nuova , senza perder
tempo volò a Roma, dopo aver consultato il duca
Cosimo sopra il futuro conclave, dal quale si vuo-
le che fosse consigliato a procurare, che non ve-
nissero promossi al papato il cardinale Farnese
e di Ferrara, e Morone, come contrari al suo in-
grandimento, e invidiosi della sua fortuna, e si
volle di più che lo pregasse a far cadere relezio-
ne nel cardinal Ricci di j>IontepuIciano,creatura di
Giulio III e aderente alla casa Medici. Vogliono
alcuni. che il duca Cosimo proponesse per nuovo
papa, al santo cardinale Rorromeo, il cardinale An-
giolo i^iccolini.Era ben difficile che la scelta cades-
se in uno di questi due soggetti^ troppo pubblica
e palese era la loro amicizia pel duca Cosimo, ed i
suoi emuli fecer di lutto perchè altro soggetto al
papato fosse promosso, e reiezione cadde nel car-
dinal Michele Ghisilieri^dettoil cardinale ^/e^ja/z-
drinOf che fu assunto al pontificato il 7 di gennaio
del i566, ed in ossequio del suo antecessore pre-
se il nome di Pio V (94). Sebbene questa elezione
non piacesse a Cosimo, pure fu contento di avere
esclusi quelli che più aveva da temere, e procurò
sollecilamente di cattivarsi l'animo di questo nuo-
vo pontefice, il quale, facendo grande stima di Co-
simo, e conoscendo quanto la di lui amicizia po-
teva essergli vantaggiosa, dichiarò subito che non
voleva essere inferiore a Pio IV neiramorevolez-
za e parzialità verso di essoj e che lo avrebbe
trovato compiacente in tutto ciò che avesse po-
tuto fare con buona coscenza. Il papa ebbe pre*
An. 1 566. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IV. a 1 9
sto occasione di speriraeutare la condiscendenza
di Cosimo a suo riguardo. Pietro Carnesecchì fio-
rentino di famiglia ragguardevole era caduto ne-
gli errori dei nuovi settari. Aveva egli seguitata
la fortuna dei IVIedici , e in diverse occasioni ser-
vito Clemente VII ed altri prìncipi di casa Me-
dici. Processato più volte dalPinquisizione di Ro-
ma gli era sempre riuscito di sottrarsi da ogni
molestia \ ma continuando pieno di fanatismo
le antiche corrispondenze coi settari, Pio V Io
considerò come uno dei capi di essi : credette
per ciò cosa della massima importanza il togliere
di mezzo un uomo sì pernicioso, onder lo richiese
a Cosimo, e spedì a tale oggetto a Firenze il mae-
stro del sacro palazzo . Stava il duca su di ciò
in gran perplessità, ma vincendo finalmente in
lui il desiderio di mostrarsi zelante della religio-
ne, e guadagnarsi la benevol'^nza del papa, fece
consegnare il Carnesecchi, che sperava poi in se-
guilo di far liberare \ ma sostenendo egli negli
esami costantemente le sue erronee opinioni, fu
condannato all'ultimo supplizio, nò le preghiere
di Cosimo potettero ammollire il papa, che però
gli avrebbe perdonato se rilratlaYasi,ma egli sOr
slenne tino agli ultimi momenti il suo fanatismo,
onde fu decapitato ed abbruciato il 3 d' ottobre
del i567 (95).
g. 5o. Cosimo dopo avere rinunziato il gover-
no si dette in braccio ad un dolce riposo. La cac-
cia, la pesca, le coltivazioni, le fabbriche, le im-
prese di mercatura e la marina erano i soli og-
getti delle sue occupazioni. II suo conlegno col
aaO AVVEDIMENTI STORICI ^«.1566.
tìglio era amorevole e da privato, ma laleda non
indebolire il dovuto filiale rispetto. Operava nel
duca l'amor paterno e il desiderio della scambie-
vole corrispondenza. Ma Cosimo inclinato allo
amore per sensibilità e per temperamento, dopo
la morie della duchessa non potette lungo tempo
sostenersi senza gustare di questa passione: giu-
dicò degna per tanto de'suoi affetti Eleonora de-
gli K\hÌ7ì d'una delle ragguardevoli famiglie di Fi-
renze , dotala di rara bellezza e vivacità, la quale,
annuente il padre, eragli compagna anco nelle vil-
leggiature. Temette il principe Francesco che il
duca potesse inclinare a sposarla; e fu conferma-
to in questo sospetto anche da un cameriere del
duca nominato Sforza 41meni, da cui fu stimolato
inclusive a far qualche rimprovero di questo a-
more al padre; lo che avendo egli eseguito pro-
dusse in Cosimo una si forte alterazione, che
uccise colle proprie mani il suddetto Sforza. Con-
tinuò non pertanto i suoi amori, e ritiratosi con
Eleonora in campagna n' ebbe un tìglio che si
chiamò don Giovanni. Nato questo tìglio, cessò
Tamore di Cosimo per 1* Albizi, e costituitole un
ragguardevole patrimonio la dette in sposa a Car-
lo Panciatici (96).
g. 5i. INon molto dissimili da quelle del padre
erano le inclinazioni del figlio suo F'rancesco, per-
chè fino dal i563 giunta in Firenze Bianca Cap-
pello, gentil donna veneziana delle più ragguar-
devoli famiglie,fuggita da Venezia col suo amante
Pietro Bonaventuri fiorentino, e ricorsi ambe-
due alla protezione del principe per salvarsi dal-
^/t.1566. DEITEMPlMEDlCElCAP.lv. 2ai
le indagini e persecuzioni dei parenti della Bian-
ca, non lardò il principe ad invaghirsi di essa ed
a tenere con lei occulta corrispondenza, andan-
do a trovarla di notte e con molla cautela , fino
a che non fossero efifettuati i suoi sponsali con la
arciduchessa, dopo i quali la di luì passione per
Bianca non ebbe più alcun ritegno. Nominò suo
guardaroba il Bonavenluri, ed alloggiò magnifica-
mente l'amala, il che dette molto da dire al pubbli-
co, egli alienò in gran parte Tamore del popolo.
Contribuì molto a confermare il principe in que-
sta passione il carattere dell' arciduchessa , la
quale, quantunque non fosse di mediocre bellez-
za, non pertanto i suoi modi austeri e T amore
suo malinconico, contratto in forza di una rigida
educazione, non potevano ispirare amore per lei
al prìncipe . Egli non mancava a ciò ch"'era di
dovere verso di essa, ma il suo cuore era rivolto
alla Bianca, del che l'arciduchessa bene spesso si
dolse anche con Cosimo, il quale non lasciava
di consigliar lei ad esercitar prudenza e di am-
monire il figlio, ma non fu ciò di alcun profitto.
Il progresso degli avvenimenti dimostrerà, che
questa passione finch' ebbe vita fu sempre la
sorgente delle dissenzìoni della famiglia. In breve
i due amanti divenuti lo scopo degli osservatori,
divennero ancora la favola dell'Italia. Le arti della
Bianca, e la debolezza del prìncipe furono 1' ar-
gomento delle conversazioni, ed il soggetto delle
novelle^ produssero il discredito del suo governo,
il che finalmente fu causa d'una congiura contro
la sua persona (97).
aaa avvenimenti storici ^/t.1ò67.
g. 5a. Entrò Tanno i567, ed i fiorentini, come
tutti i popoli della Toscana, godettero d''una som-
ma tranquillità,che diveniva dal ben regolalo go-
verno e dal favore grande che il duca dimostrò
alle arti ed al commercio, a vantaggio del quale
provvide in quel tempo alTedifizio del vetriolo nei
territorio di !\Ionterotondo,e somministrò ragguar-
devoli somme ad alcuni fiorentini , perchè esten-
dessero la fabbricazione dei drappi di seta, e dei
panni lini, ed operò che in Livorno si aprissero
de'banchi di commercio. In questo tempo Tarcive-
scovo di Firenze, Antonio A.Itovili, che per esser
figlio di Bindo era stato dichiarato ribelle, e come
tale condannato^dopola morte del padre si applicò
a ritornare nella grazia del duca per poter venire a
reggere personalmente la sua chiesa. Dopo tante
pratiche ottenne col mezzo del cardinale de'Me-
dici il perdono, e ritornò al suo gregge. 11 duca
Cosimo fu ben contento del di lui ritorno, e la
diocesi fiorentina vide terminare quei disordi-
ni, che per la lontananza del pastore, la discordia
ed il vizio introdussero fra gli ecclesiastici (98).
g. 53. Volendo i corsi sottrarsi dalla sugge-
zione dei genovesi si ribellarono, ed offrirono di
nuovo di darsi a Cosimo, e se egli ritìutavali al
re di Francia, e ricusando ancor questo volevan
piuttosto chiamare i turchi che rimaner soggetti
ai genovesi. Non era in vero Cosimo alieno dal
far tale acquisto , ma prima volle scoprire T a-
nimo del re Filippo. Prese tempo per altro pri-
ma di rispondere ai corsi, ed intanto dimostrò a
quel monarca la sua utilità neir accettare un
Jn.iÒQl. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IV. 1^3
tale invito: che ormai non polevan più i genove-
si ricuperarla, e che per conseguenza se il re di
Francia Facesse accettata, o se vi fosser chiamali
i turchi dovea ben comprendere qual danno sa-
rebbene ridondato all'' Italia . Non ostante però
queste rimostranze del duca, il re Filippo, pre-
venuto già dai genovesi, e risoluto di non re-
cedere dal trattato di Firenze del i557, in cui
avea posti i confini alla grandezza deWIedici, ri-
cusò di dare la sua approvazione, facendo vedere
a Cosimo che non peranco poteva dirsi perduta
quell'isola per i genovesi. Kel caso però eh** essi
non avessero pensalo seriamente a riparare lo
sconcerto, avrebbe pre venule le conseguenze, e
allora non avrebb'egli trovala persona più atta
del duca e più confidente per custodire quell'isola
dalle invasioni. Rispose dunque Cosimo nelTapri-
U ai dodici del consiglio di Corsica, che non po-
teva con suo dispiacere annuire alla loro richiesta,
poiché imperiose circostanze, anche per il loro
meglio glie lo impedivano. L** esilo poi fu che
finalmente le divisioni nate fra loro ristabilirono
la quiete in quelP isola, e il dominio dei genove-
si (99)' Un avvenimento funesto accaduto nel
febbraio del i568 troncò il corso a molle opera-
zioni che a benefizio dello stalo intraprender vo-
leva il magnifico Cosimo,e gettò i suoi sudditi nel
più vivo dolore. Nel giorno 28 del medesimo me-
se fu esso duca percosso da un colpo d''apoplessia,
per cui rei>lò offeso in tutta la parte sinistra del
suo corpo. Ristabilito che fu si occupò a favorire
le scienze e le lettere (loo). 1
aa4 AVVENIMENTI STORICI ^/i.1568.
g. 54. Il duca di Ferrara insuperabile nell'aui-
mosa emulazione della casa Medici, per la con-
troversia di precedenza, con i mali uffici alle corti,
procurava a Cosimo continue molestie , perciò
si applicò esso seriamente a porvi un termine con
decoro. Essendo egli al possesso della precedenza,
per dichiarazione dei pontefici Paolo III e Pio IV,
di Carlo V e Ferdinando I imperatori, non am-
metteva trattalo, e le mire delPEslense tendeva-
no a rimuovere da Roma il giudizio e trasferirlo
alla dieta imperiale. Dappertutto si pubblicavano
scritti che producevano amarezza ed animosità
fra le parti, ed un così sterile argomento fu pa-
scolo di tutti i giureconsulti e giuspubblicisti
del secolo. La leggerezza di queste controversie
non solo irritava i litiganti, ma si trasfondeva nei
popoli, e già essendo insorte alcune dispute di
confini fra "'1 dominio di Firenze e la Garfagnana,
si azzuffarono alle frontiere a segno che fu neces-
sario sedarne i tumulti colle milizie. L'imperato-
re si lusingava di ridurle a concordia con vari
progetti di accomodamento, ma inutilmente. Di-
mostrava cesare indebolita la sua benevolenza
verso Cosimo, ed aveva impegnata la sua parziali-
tà per TEstense. Le querele deirarciduchessa Gio-
vanna, soverchiamente gelosa del marito, produ-
cevano neiranimo delPimperatore qualche ama-
rezza. Si sparse anche voce in Italia che essendo
il duca di Ferrara impossibilitato ad aver prole,
aveva offerto airimperatore d'istituire erede uni-
versale un arciduca suo tìglio: pensò anche Cosi-
mo a prevenire la casa iVIedici da un simil perico-
^«.1568. DEITEMPIMEDICEIC.iP.lv. 2^5
lo, poiché vedendo che il priocipe reggente non
aveva ancora figli maschi, e temendo che la poca
intelligenza fra esso e Tarciducbcssa non progiu-
dicasse alla successione, stabilì il matrimonio tra
don Pietro suo terzo genito e donna Eleonora
figlia di don Garzìa di Toledo ('oi)*
§. 55 .Si rinnovò frattanto in Francia da Carlo
IX la guerra contro gli ugonotti, ed i principi ita-
liani furono richiesti di soccorsi. 11 duca Cosimo
somministrò centomila ducati, ed il papa delibe-
rò di mandare un soccorso di gente a tutte sue
spese, e richiese Cosimo a volere inviare anche
esso delle truppe per una causa cosi pia, ed egli
promise di unire alle truppe ecclesiastiche mille
fanli e duecento cavalli (102).
g. 56. Ritornata pertanto la causa delle pre-
cedenze a Roma, ed essendo ormai la cosa ridot-
ta a punto d'onore, e l'imperatore dimostrando il
suo impegno e la sua parzialità per T Estense •
non lasciò Cosimo anche per queslo di profittare
delPafifelto e confidenza del papa onde assicurarsi
di un favorevole successo. Pio V annoialo d'una
discussione che poteva apportare delle disgustose
conj>eguenze,s i determinò di darijli fine con eleva-
re il duca Cosimo atl una maggiore dignità, alTm-
chè senza alcun contrasto potesse avere sopra
lEstense il diitlo di precedenza. Avendo consi-,
derato quanto esso Cosimo aveva operalo a van-.
taggio della Chiesa, le di lui premure per l'intima-
zione del concilio di Trento, i soccorsi da esso
somministrati al gran maestro di iMalla [«er di-
fend'^rsi dai turchi, al re di Francia per sosleuei^
SL Tose, Tom. 10. 20
^2.6 AVVENIMENTI STORICI ^rt.Ì569.
la guerra contro gli ugouolti, e difendere la reli-
gione cattolica, il rispello per i sommi pontefici,
la di lui manifesta protezione a favore degli ec-
clesiastici, la di lui pietà e prudenza, e tante altre
ammirabili virtù, di suo motuproprio, senza dar-
ne alcuno avviso alla corte di Vienna, il di a4
d''agosto del 1669 lo dichiarò granduca di Tosca-
na, e ordinò che distesa la bolla fosse in quella
dehneata la corona reale, della quale lo decorava,
che per non incontrar diflicollà alle corti di Fran-
cia , di Spagna e di Vienna venne stabilito che
fosse difl'erente dalla corona che usavano quei
monarclii,e fu fatta simile a quella degli antichi re,
rìoe radiala, con in fronte un giglio rosso ch''è la
insegna della repubblica fiorentina. La bolla fu se-
gnala il di i6 agoato di quelTauno, e nei primi
giorni del futuro dicembre il papa la trasmesse
a Cosimo per mezzo di Michele Bonelli suo ni-
pote di sorella accompagnato da due nobili ro-
iiiani(io3).
g.57. Il duna Cosimo fece ricevere quest'iii-
vialo pontificio ai confini di Siena da alcuni suoi
gentiluomini, a s. C.isciano venne incontrato da
altri signori fiorentini,e fuori della porta di Firenze
erano a riceverlo il principe Francesco reggente
dello stato, il cardinale Ferdinando, e don Pietro
suoi fratelli.^ oltre gran numero di popolo d'ogni
condÌ2.ione (104). Lo sparo delP artiglierìa an-
nunziò ringresso delPinviato del papa in Firenze,
ed una banda di militari strumenti accompagnò
il nobile convoglio al Palazzo Vecchio, destinato
ad esso inviato per sua abitazione. ISei giorni buc-
Jin.^569. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IV. ^27
cessivi ebber luogo le visite di formalità, e il dì i3
del mese di dicembre nella gran sala di iietlo Pa-
lazzo Vecchio fu eseguita la solenne ambasciata,
e la pubblicazione della bolla. Ricevetle Cosimo
rambasciatore del papa sotto il Irono^ avea d^apr-
presso i 6gli e di poi il nunzio pontificio e gii
ambasciatori residenti della corte di Ferrara e
della corte di Lucca^dopo di essi veniva il senato
fiorentino, dipoi i magistrati della città, i cava-
lieri di s. Stefano, e tìnalmente la nobiltà e citta-
dinanza. Presentò il Bonelli la bolla pontiiicia al
duca Cosimo, dal quale essendo stata consegnata
a Bartolomrneo Concini suo segretario fu da que-
sti letta pubblicamente, Lo strepito delTartiglie-
ria, i lieti evviva del popolo per la città, e i ge-
nerosi doni coi quali Cosimo riconobbe tutta la
sua corte, le molte grazie che furono compartite
ai sudditi, le splendide elemosine colle quali v«n-
ne soccorsala classe degl'indigenti, la liberazione
dalle carceri di quelli ch'erano ritenuti per debi-
to, le pubbliche feste di gioia, tutto contribuì a
render quel giorno di sommo giubbilo e memo-
rabile alla Toscana . Partecipò Cosimo questa
sua dignità a tutte le corti per essere ricono-
sciuto e trattato nella qualità di granduca ^ e
quasi dappertutto incontrò delle opposizioni e
degli ostacoli. Il re di Spagna Filippo II disse
di non poter procedere ad alcun atto, senza
prima ascoltare il suo Consiglio. La corte di Fran-
cia replicò che prima volea considerare la bolla
pontificia, e l'imperatore rispose che avrebbe avu-
to dei riguardi alia [)iu:eaJLeKv«;b?.avea colla casa
2a8 AVVENIMENTI STORICI ^«.1569.
Medici. La corte dTnghillena lo riconobbe senza
opposizione: tra i principi d'Italia negarono di ri-
conoscerlo i soli duchi di Ferrara e di Mantova,
il primo de'quali mosse ancora delle pratiche alle
corti di Vienna, di Spagna e di Francia per impe-
gnar quei monarchi a perseverare nella negativa.
L'imperatore riguardò in quesfatto lesa la -sua
autorità, ed avendo dichiarato apertamente di non
voler riconoscere in Cosimo questa nuova digni-
tà, impegnò la corte di Spagna a seguire il suo
esempio. Queste opposizioni non apprezzate dai
papa, ch"'era fermo nelle sue deliberazioni, e da
Cosimo riguardate colla massima indifferenza,non
arrestarono in esso l'esercizio del nuovo suo ti-
tolo che usò in tutti gli atti pubblici, esigè il trat-
tamento d'altezza serenissima in luogo di eccel-
lenza illustrìssima che prima aveva, e s'alzarono
per la città e per lo stalo le armi medicee colla
corona reale (io5).
g. 58. Terminate le feste di gioia f.Tlle per
questo avvenimento, s'occupò il granduca a dare
nuovi attestati delle sue premure a vantaggio dei
sudditi. Tutti gli atti notariali in Toscana fino da
tempi più antichi dopo celebrati venivano conse-
gnati dalnotaro a coloro cui appartenevano, e li
registrava in un libro appellato protocollo che re-
stava presso di esso, e dopo la sua morte passava
a'suoi eredi. Questo sistema produceva dei gran-
di inconvenienti per la perdita che bene spesso ac-
cadeva di detti atti, poiché passando il protocollo
da una famiglia in un'altra, riducevasi difficile e
spesse volte impossibile di ritrovarla a quei che
''Jn.^569. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IT. 229
bisogno avevano d'estrar la copia di qualche atto
in quel registro. Questo male era slato conosciu-
to da molti, e i più saggi usarono di porre negli
archivi ecclesiastici i loro documenti per la sicu-
rezza della loro conservazione, e questa è la ca-
gione per cui gli archivi de'nostri vescovadi, delle
nostre abbazìe e de''nostri monasteri son tanto
abbondanti di scritture che non interessano i loro
patrimoni, e che unicamente appartengono a pri-
vate fan1iglie(io6).
g. 59. Vide Cosimo V importanza di stabilire
un luogo dove si avessero a depositare gli atli dei
notai, e con legge del 3o gennaio i56i (107) ordi-
nò che venissero consegnati ai ministri dei tri-
bunali, e che da essi fossero conservati. Questa
disposizione riparò in qualche parte ai disordini,
ma non fu capace di toglierli affatto, per lo che
quel principe considerò che Punico mezzo effica-
ce di ottenere la sicura perpetua conservazione
degli atti notariali era un archivio destinato a cu-
stodirli, e con legge dei 14 dicembre 1669 ne co-
mandò Terezione, che venne senza ritardo ese-
guita in Firenze sopra la magnifica chiesa di s.
Michele in Orto: obbligò tutti i notari a deposi-
tarvi gli originali dei loro atti, e creò un magistra-
to a cui ne dette la soprintendenza e direzione.
Quest'archivio detto dei contratti aperto a tutti
è de'più belli d'Italia: in esso conservansi,non
solamente i registri appellati protocolli di tutti
gli alti notariali celebrali dal giorno che fu eretto,
ma ancora quei de'secolì antecedenti, fra* quali
sono alcuni del secolo decimo terzo. Grandissimo
aSo AVVENIMEI?T1 STORTCÌ Jn,^570.
fu il bene che fece questo stabilimento, poicbè
vennero impediti quei gravissimi danni che per
lo smarrimento dei documenti, con molta fre-
quenza sofferti avevano in passato le private fa*
niiglie (io8).
g. 60. Venuto il febbraio del 1570, Cosimo
deliberò di andare a Roma a baciare i piedi al
papa, e ringraziarlo di un così altodono,e offrirgli
in vece ogni suo sapere e potere. Il dì 9 di detto
mese parli il granduca da Firenze seguito dalla
miglior parte della nobiltà fiorentina. Fu incon-
tralo a nome del pontefice ai confini dai suoi ni*
poli con gran corteggio. In Roma poi fu ricevuto
da tutta la corte con molto onore e dalla nazione
toscana che vi era in gran numero, e arrivato do-
ve lo attendeva il pontefice, cioè nella sala dei
re, fu da due cardinali presentatogli ai piedi, al
cospetto degli altri cardinali venutivi a concisto-
ro. Fu ricevuto con tanto onore, quanto si possa
desiderare, e adagiato nel palazzo del papa vi di-
morò qualche giorno, ricevendo le accoglienze dei
cardinali, baroni ed altri gran personaggi. Discorse
«ol pontefice delle cose del mondo, e delP essere
nel quale si trovava la cristianità, e specialmente
lo confortò a mantenersi amico il re cattolico,
dal quale più che da altro principe poteva la re-
ligione e lo stato della chiesa essere mantenuto
grande e onorato, e ristringersi seco in verace a-
micizia r una e Taltra parte utile ed onorevole.
Consultate poscia molte cose a benefizio univer-
sale, volle il pontefice che solennemente in cap-
pella prendesse le insegne della sua preminenza
'Jn.iSlO. DEITElVlPlMEDICElCAP.lv. a3 1
in mezzo dei divini uffici, presenti i cardinali,
di mano propria gli pose in capo una corona rea-
le, e gli dette in mano lo scettro e quindi lo be-
nedisse (109). In tal maniera lo pose in pieno
possesso della sua dignità, non ostante che Tam-
basciatore imperiale esponesse che TEtruria ap-
parteneva di drillo a cesare Massimiliano II, e
al re caltolico: che il duca di Firenze non posse-
deva Siena che come feudatario di Carlo V. Lo
ambasciatore protestava direttamente contro la
ammissione dello scettro e degli ornamenti reali
dati a Cosimo, e chiedeva che un tal reclamo fos-
se Ietto davanti ai cardinali adunati in concisto-
ro ( Mo). Il papa rispose che ciò faceva perchè sa-
peva di poterlo fare legittimamente, e quanto si
conveniva in quel luogo. D'allora in poi tutto andò
a seconda del volere di Cosimo. A. questa coro-
nazione non intervennero ambasciatori di princi-
pi, chi per un conto e chi per un altro, scusan-
dosi tutti colla prolesta di non voler far cosa che
fosse contro la volontà di cesare (i 11).
g. 61. Trattenendosi Cosimo in Roma, non
furono sola sua cura le pompe ed i titoli, ma si
applicò a promuovere una impresa da proporsi dal
papa a tutti i principi delPEuropa^ed era di por-
re un argine alla forza formidabile dei turchi che
tenevano in apprensione runiversale,e che si era-
no già impossessati delP isola di Cipro. Abbracciò
subito il papa il piano fatto dal granduca per
questa impresa., e ne cominciò il trattato col re
di Spagna e colla repubblica di Venezia, ai quali
più che ad ogni altro doveva ciò importare. Dopo
aSa AVVENIMENTI STORICI ^«.1570.
tutto questo determinò di tornare nei suoi stati,
e partito da Roma il di i3 marzo prese il cam-
mino verso Siena, visitò Monlalcino, dove avea
ordinate delle forlificazioni,e finahnente il dì 1 7 di
marzo si ridusse in Siena, dove fu accolto da tutti
con molto giubbilo, e di qui si restituì a Firen-
ze incontrato soltanto dal figlio e dalln nuora .
Non volle nessun apparato di pompa e di ricevi-
mento solenne per non irritare maggiormente Io
imperatore che stima vasi ingiuriato sì da lui che
dal papa (tia).
g. 62. Erano già passati due anni che Cosimo
avea contratta una confidente amicizia con Cam-
milla d'Antonio Martelli dotala d'una straordinaria
bellezza, e dalla quale nel 29 maggio i568 aveva
avuta una figlia, a cui era stato dato il nome di
Virginia. Questa nel i5S5 fu sposata a don Ce-
sare d'Este duca di Ferrara , e morì duchessa di
Modena nel i6i5(ii3). Ora nell'aprir Cosimo a
Pio V la sua coscenza, fu dal medesimo obbligato
a sanare col matrimonio una condotta indegna
d'un principe cattolico. Ritornato in Firenze,sen-
za partecipare al tìglio la sua risoluzione, il dì 29
marzo sposò nel suo palazzo dei Pitti alla pre-
senza del parroco la Cammilla Martelli, pubblican-
do per sua figlia Virginia. Dispiacque molto al
prìncipe reggente una tal nuova, ma pure dissi-
mulò, tanto più che per non offendere Tarcidu-
chessa avea Cosimo dichiarato che la Cbmmilla
non dovesse assumere né autorità, né titolo, né
prerogative di granduchessa:; e per maggior prova
di ciò egli ritirossi tosto eoa essa in campagna,
^n.1570. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IV. a33
licenziando la corte, e riducendosi a vivere pri-
valamente (ii4)- Questo matrimonio non arrecò
a Cosimo quella tranquillità che andava cercan-
do, poiché oltre avere incontrali spiacenlissimi
rimproveri per parte dell'imperatore, non trovò
corrispondenza nella sua compagna, la quale per
la sua età giovanile non sentiva affetto per il
vecchio che Taveva elevala a più splendida e feli-
ce condizione (ii5). In quest'anno i570Ì lucchesi
riacquistarono per sentenza il monte di Gragno.
Lucca fu sgravata da una correspettivilà in dana-
ro verso i barghigiani di scudi i3o d'oro alPan-
no . Una tal sentenza non dovette riuscir grave
a Cosimo per la poca importanza della questione
rispetto a lui (i i6).
g. 63. NelPautunno del lÒyi incominciò il du-
ca Cosimo ad essere cagionoso, e nelPenlrare del-
Pinverno andava perdendo la sua naturale robu-
stezza. Egli si tratteneva a Pisa non tanto per
indisposizione di salute, quanto per sollecitare la
fabbrica debile galere che servir dovevano per il
pontefice. Al porto di Livorno, per sicurtà delle
galere e delle barche che vi si fermavano, imprese
a fondare il molo con molla spesa facendovici con-
durre gran quantità di pietre quadre di smisurata
grandezza per resistere alla furia delle onde(i 17).
Cosimo per la morte del papa, accaduta nel mer-
zodel 1572, fu nuovamente involto nelle pratiche
del conclave per avere un papa che gli fosse fa-
Torevole,corae i due precedenti.Gli riuscì pertanto
di far avere Pesclusiva al cardinal Farnese suo ca-
pitale nemico, ed avendo potuto riunire i due par-
a34 iVVENIÌIENTl STORICI JnJ512.
liti del cardinali, creature di Pio IV e di Pio V,
venne eletto concordemente il di 3 di maggio in
pontefice il cardinale Bonconipagni col nome di
Gregorio XIII. delezione di questo pontefice in-
coraggi Pimperatore a rinnovare le sue proteste
contro il granduca, ma quel savio pontefice in-
vece di disprezzare Toperato del suo antecessore,
accordò al granduca il trattamento dovutogli, e
gli dimostrò la sua propensione e parzialità. In-p
irodusse per mezzo de*'suoi nunzi delle amiche-
voli pratiche alla corte di cesare e del re cattoli-
co , che restarono sospese per la morte che non
molto dopo tolse dal mondo il granduca, ma che
furon ri()rese da Francesco suo figlio come ve-
dremo (ii 8).
g. 64. In tutto il rimanente delTanno i573 non
occorse in Toscana alcuna cosa d'importanza
poiché l'affare della precedenza e del titolo segui-
tava sempre senza alcuna precisione^ imperocché
rimperatore e il re di Spagna secondando le occa-
sioni sembravano ora aderire all'istanza del papa
e di Cosimo, ed ora gli intrighi del duca di Ferrara
li allontanava . Soltanto il feudo di Pitigliano
porgeva delle inquietudini, ma essendo cosa di
poco rilievo Cosimo defini la disputa colTappro-
vazione del re di Spagna (119).
g. 65. Per quanto il granduca Cosimo avesse
sul finire delPanno iSja superata in Pisa per
mezzo di lunga cura una grave malattia, derivala
da un assalto apopletico, ed avesse fatto sperare
d*esser tornato a godere della prima sanità, cad-
de dopo breve tempo di nuovo, forse per gli stra-
"Jn'JSll* DEI tEMPI MEDICEI GAP. IV. aàS
pazzi della caccia e per la soverchia applicazione,
nella sfessa infermità: ricorse al medesimo me-
dicamento, dal quale non avendo rliralto mol-
to giovamento, si porlo per consiglio dei medici
ai bagni di s. Casciano nello stato senese, i quali
non avendo arrestali i progressi della malattia ,
era dalla medesima sempre più aggravato, e final-
mente nel giorno ai d"" aprile nel palazzo di sua
residenza detto dei Pitti cessò di vivere in età di
54 anni con dolore della corte e del popolo. Il suo
cadavere con abito e corona reale fu esposto per
due giorni alla visla del popcdo in una sala pa-
rala a lutto del suo palazzo di residenza. Il terzo
giorno dopo la sua morte fu dai cavalieri di s.
Stefano accompagnato, e dai religiosi minori os-
servanti fu portato alla chiesa di s. Lorenzo, do-
v'ebbe sepoltura. Nel giorno 17 maggio furono
celebrate solennemente le di lui esequie colTin-
terventodi tutte le persone qualificale. Altre ese-
quie gli vennero fatte in molle chiese di Firenze,
e nelle principali di tutte le città e terre del gran-
ducato ( 120).
^.66. Dal 1537 al 1569 pubblicò 29 editti con-
tro i ribelli tutti spiranti furore . La confisca e-
stendevasi fino ai beni pervenuti o acquistati
dagli ascendenti dei rei dopo commesso il delit-
to. Dal i537 al i563 avea pubblicalo Cosimo 43
editti per togliere ai fiorentini ogni mezzo di
squolere il giogo, coi quali furono molli[)licati i
bargelli, determinate le prigioni di rilegazione ed
istituito un magistrato di vigilanza. Ivi si legge che
era condannalo al taglio della mano chi si tro-
a56 AVVENIMENTI STORICI AnA^ll»
vava per le vie di Firenze da sera a maltina, e si
permetteva di uccidere chiunque usciva di casa
o di bottega in momento di tumulto. Tali editti
manifestano in quali condizioni era il paese, giac-
ché non si pubblicano che quando è necessario.
3Xel i54o molti fiorentini erano condannati a
morte in contumacia per delitto di stato. Fu odio-
sissimo ai suoi concittadini , ma non si può dire
lo slesso degli altri toscani, i quali anzi con grave
fallo politico trattali come schiavi dairaniica re-
pubblica, vedevano di miglior occhio un uomo
che avea loro slesa una mano benefica . Tali fu-
rono i mezzi che Cosimo impiegò per fondare e
consolidare il principato, sedare le dissensioni, e
lasciare ai suoi discendenti un popolo mansue-
to (121). Domati i ribelli, spenti i traditori, umi-
liati i rivoltosi ed estinti i debiti contratti coi
mercatanti di Fiandra e di Genova ascendenti
ad un milione di ducati , ed afforzatosi per tal
modo nel governo del dominio che gli era stato
dato , e di quello che si era conquistato , pose
mente a mantenerseli ed a migliorarli. Con sif-
fatti intendimenti avea risarciti tulli gli antichi
forti di Toscana, e guarnita di torri la marina e
tutti i luoghi avea provveduti di viveri, di arti-
glierìa e di provvisioni, come se fosse imminente
la guerra. A.lla morte di Cosimo ninna città del
dominio mancava di fortificazioni, e Firenze ave-
va già due fortezze. Le forze di terra ascendevano a
06000 uouìini e quelle di mare a 16 galere, otto
delle quali armate, quattro da armarsi facilmente,
e quattro api)artencnti alla religione di s. Stefa-
ì
'AnASl2, t»El TEMPI MEDICEI CAP. IT. nZj
no (122). La sua politica in tempi cosi dìflkoili fu
ammirabile, e seppe rendersi assoluto con tutto
che paresse dipendente, e l'unione di lui fatta coi
tre ultimi pontefici gli dette una preponderanza
tale, che obbligò i più grandi sovrani d'Europa ad
avergli molti riguardi, e bene spesso ad avere a
lui ricorso in differenti circostanze, taulo per gli
affari politici quanto per la guerra. Gli uomini di
lettere, gli eccellenti artisti formavano la sua do-
mestica conversazione, ed il suo genio fece rina-
scere in Firenze la letteratura e le arti. Era Co-
simo di temperamento collerico, ma giusto, e se
fu talvolta crudele conviene anche attribuirlo ai
tempi e ad esser egli stalo il primo dominatore
d'una repubblica (ia3) . E se versogli estremi
suoi anni non avesse con atti d** incontinenza e
di crudeltà in qualche parte adombrala la chia-
rezza delle sue virtù, pochissimi principi dei più
lodati secoli si sarebber con lui potuti paragona-
re (124)* I^ regno di questo principe si rese me-
morabile alla Toscana^ tanto per le grandi vicen-
de alle quali fu sottoposta , quanto perchè, dopo
tanti mali, s** inalzò ad un punto di grandezza e
di splendore da risvegliare l'ammirazione e Tin-
vidia degli altri principi d'Italia (i25).
g. 67. Lo stesso giorno in cui il granduca Co-
simo manx:ò di vita, la sua sposa Cammilla Martelli
per ordine del successore nel granducato fu ob-
bligata, contro sua voglia, a trasferirsi nel njona-
stero delle Murale di Firenze, ed aggiunse alPaf-
lliziune che aveva per causa della morte del ma-
Sl, Tose, Tom, 10. , .. . ,, , 21 ,,.
238 ÌVVEIMME??TI STORICI ^/I.1572.
rito quella della perdila della libertà , di che fu
doleiilissinia, quantunque mitigata fosse da molte
dimostrazioni di onore , posciachè oltre cinque
donne di servizio , altrettante dame le vennero
date in sua compagnia. Dopo cinque mesi di con-
tinuo pianlo il gianduca Francesco fecegli offrire
il cambio col monastero di santa IVIonaca , ove
essa Cammilla era slata educala, che T accettò
Tolentieri, e nel quale passò la sua vita vedovi-
le (126).
g.68. Supersliti a Cosimo rimasero in famiglia
tre figli legittimi.^ cioè il principe Francesco, don
Ferdinando e don Pietro con i due naturali don
Giovanni e donna Yirginia. Colle ultime sue di-
sposizioni testamentarie Cosimo provvide al con-
veniente trattamento di tutti , e perciò al cardi-
nale don Ferdinando lasciò una rendita di 5oooo
ducali alPanno , ed altrettanti ne assegnò a don
Pietro, che nell'età di anni venti già trovavasi pa-
dre di un tìglio per nome Cosimo avuto da Eleo-
nora di Toledo sua consorte. Raccomandò alla
tutela di Francesco don Giovanni durante l'età
minore di esso, a cui costituì aoooo ducati di ren-
dita alFanno, e lasciò un fondo di 140000 ducati
alla Martelli, e 7000 di rendita annua, con tutte
le gioie e tulli i beni mobili di cui Taveva fatta
padrona, a condizione che alla morte di lei fossero
devoluti alla figlia Virginia, alla cura della quale
unicamente la raccomandava (127). Trovò il gran-
duca Francesco nella eredità delPestinto genitore
la somma di scudi 800000 di denaro effettivo ,
una quantità di gioie del valore di 178902 scudi,
^«.1572. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IV. aSg
moltissimi argenli lavorati , e uon pochi capitali
iinpiegali nel commercio (ia8).
g. 69. Dagli antenati di Gosìino le lettere e le
scienze erano slate fatte risorgere nella Toscana,
traendole dalle tenebre della ignoranza , ma du-
rante il governo di lui furono coltivate con tanto
fervore che pervennero alla perfezione . Poeti ,
oratori e storici che scrissero in quel tempo ed
anche per commissione dello stesso Cosimo lo im-
mortalarono, e gran quantità di libri intitolarono
a nome di luì. Zelante Cosimo del progresso delle
lettere e delle scienze fondò l'Accademia fioren-
tina , restaurò lo studio in Pisa, aprendovi una
Sapienza con quaranta posti gratuiti per incorag-
gimento dei poveri studiosi, protesse l'Università
di Siena, e dette professori dottissimi a quella di
Firenze . Col disegno del Buonarroti fabbricò la
librerìa di s. Lorenzo, che poi terminala dalPAm-
mannato e ripiena di preziosi codici di antichi
scrittori aprì al pubblico. Formò in Firenze ed in
Pisa un giardino bottanico, cui fece presedere il
celeberrimo Andrea Cesalpino: protesse la nautica,
raslronomia e l'agricoltura. In una parola le let-
tere e le scienze trovarono in lui un fervoroso
fautore, ed i dotti uno splendido ed intelligente
mecenate (12,9).
g. 70. Valentissimi e sommi artisti vivevano al
tempo di Cosimo, cosicché fu peresso agevol cosa
appagare quella passione che sentiva vivissima
di proteggere le arti, commettendo a questi delle
opere, le quali mentre aumentavano splendore e
bellezza alla città, eternassero la memoria della
0.^0 AVVEDIMENTI STORICI Ari Abolir
protezione che egli accordava alle arti ed atte-
stassero all'età future, come a buon dritto questi
artisti, che la Toscana allora fortunatamente il-
lustrava, ottenuto avessero tanta celebrità. Sol-
lecito Cosimo dì mostrarsi quafera amantissimo
delle belle cose , faceva erigere a Giorgio Vasari
aretino scultore, pittore ed architetto le scale
e la fonte del cortile del palazzo ducale , a lui
faceva dipingere il gran salone di esso, dove
r artista rappresentò le imprese gloriose della
guerra di Siena, e col disegno e la direzione di
lui fabbricava il grandioso palazzo dei tredici ma-
gistrati , ( g^li ufBzi ) , e le logge della pescherìa
in mercato vecchio . A Bernardo Tasso faceva
inalzare il magnifico loggiato di mercato nuovo 5
alPAmmannato affidava la costruzione del bellis-
simo ponte a s. Trinità , e V ingrandimento del
palazzo che avea comprato da Luca Pitti , e nel
quale trasferì la sua residenza , ed al Fancelli e
ad altri scultori commetteva T abbellimento del
famoso giardino di Boboli con statue d''ogni ge-
nere. Al Bandinelli faceva inalzare il coro nella
cattedrale di Firenze; la base storiala nella piaz-
za di s. Lorenzo, sulla quale dovea collocarsi la
statua di Giovanni dei Medici di lui padre, e or-
dinava la fabbricazione dei palazzo ducale in Pi-
sa . A Benvenuto Cellini faceva scolpire varie
statue per adornare la piazza granducale, ed altri
luoghi della città, tra le quali ècelebre quella del
Perseo, statua in bronzo collocata sotto le logge
dei Lanzi. Opere pur di bronzo furono la fontana
che fece inalzare nella piazza e l'acquedotto per
'JnA512, DEI TEMPI MEDICEI CIP. IV. S^f^l
condurvi 1' acqua , la fabbrica deirarchìvio sulla
loggia di Or s. Michele per conservarvi con raag-
gìor sicurezza i contratti , i testamenti e quanto
dipende dai rogiti dei notari. Allo stesso Cosimo
si deve ancora la fabbricazione del lunghissimo
corridore che dal palazzo Pitti conduce alpalazio
Vecchio,rinnaIzamento delle colonne nelle piazze
di santa Trinità e di s. Felice , e finalmente la
fabbricazione di molte chiese e conventi, cose
tutte che tanto dignitosamente abbellirono la cit-
tà.Onde però le belle arti non decadessero,e tutti
potessero occuparsene, Cosimo fondò PA-ccademia
del disegno, che avendo per padre e maestro Mi-
chelangiolo ben presto dette alla luce artisti ed
opere degne di tanto direttore (i3o).
NOTE
(1) ijesarctti, Storia del principato di Piombino voi.
II, cap. vili. (2) Galluzzi , Storia del granducato di
Toscana^ voi. ii, lib. ii, cap. v. (3) Cicciaporci, Com-
pendio della storia fiorentina , p. 1 40 . (4) Galluzzi
cit. (5) Ivi, cap. VI. (6) Ivi. (7) Ivi. (8) Ivi. (9) Ivi.
f10) Mazzarosa, Storia di Lucca, voi. ii , lib. vii, p.
87. (11) Beverini, Memorie cronologiche della città di
Lucca cavate dagli annali , an. 1556. (12) Cantini,
Vita di Cosimo I, p. 318. (13) Adriani, Storia dei
suoi tempii voi. v, lib. xiv^ p. 215. (14) Pecci, Me-
morie storico-critiche di Siena, voi. IV, p.290. (15) Mu-
ratori, Annali d'Italia , an. 1557. (16) Pecci cit. p.
298. (n) Cantini cit. p. 321. (18) Sismondi^ Storia
ai*
a42. AVVENIMENTI STORICI
delle repubbliche italiane, voi. xvi^ cap. Cxxil, p. 1SS.
(19) Cantini, Legislazione toscana , voi. in, p. 223.
(20) Cantini, Vita di Cosimo cit. p. 325. (21) Canti-
ni, Legislazione cit. p. 132. (22)Gallnzzì cit. ap. Can-
tini, Vita di Cosimo Icit. p. 324, (23) Deliberazioni
dei consoli dell'arte della lana e della seta. (24) Can-
tini, Vita di Cosimo cit. p. 325. (25) Ivi. {26) Ivi, p.
326. (27) Libro della deliberazione della balìa di Siena
del 19 luglio an. iiu (28) Ammirato, Storia fiorentina,
supplemento al libro xxxiv. (29) Adriani cit. voi. v,
]ib. XV, pag. 234. (30) Cantini, Legislazione cit. vol#
III, p. 112. (31) Cantini, Vita di Cosimo I cit. p. 330.
(32) Adriani cit. p. 232. (33) Cantini^ Vita cit. p.
331. (34) Manente, Storia d'Orvieto, p. 332. Adriani
cit. ap. Cantini^ Vita cit. pag. 332 . (35) Ferrini^
Compendio di storia della Toscana , ep. v , 5» '^^ »
(36) Cicciaporci cit. lib.ii, p.l62. (37) Guidetti, Com-
pendio della storia di Toscana, voi. ii, cap. i, e Ferrini
cit. §. 14. (38) Ferrini cit. J. 13. (39) Adriani, Cini
e Pecci, ap. Cantini cit. p. 341. (40) Adriani cit. ap.
Cantini cit. p. 342. (41) Adriani cit. ap. Cantini cit.
p. 343. (42) Cantini cit. p. 345. (43) Cantini, Legi-
slazione cit. p. 235. (44) Cini, ap. Cantini, Vita cit,
p. 347. (45) Muratori cit. an. 1558. (46) Notizie iel-
rerarie ed istoriche intorno agli uomini illustri del-
Faccademia fior. part. ì, p. 81. (47) Cantini cit. p.
349. (48) Spannagel^ Notizie della vera libertà fioren-
tina, parte il, cap. xxiv^ §. 3. (49) Cantini cit. p. 352.
(50) Cicciaporci cit. lib.ii, p. 168. (51) Cantini cit. p.
353. (52) Litta, Nota della famiglia dei Medici e del
principio della repubblica fior. tav. xiii . (53) Gal-
luzzi cit. voi. II , cap. vili . (54) Cicciaporci cit. p.
170. (55) Galluzzi cit. voi. ii, lib. iii, cap. i. (56) Ivi.
(57) Ammirato cit. voi. xi, parte i, lib. xxxiy^ p. 250.
(58) Galluzzi cit. (59) Alberi, Relazioni degli amba-
sciatori veneti, ser. ii^ voi. i, p. 371,not. 1. (60) Gal-
luzzi cit. (61) Muratori cit. an. 1560. (62) Cini^ ap.
DEI TEMPI MEDICEI CAP. IV. ^4^
Cantini cil. p.367. (63) Cantini eli. (64)Muralori cit.
an.i561.{65) Cicciaporci lib. n, cit. p. 173. (66j GhI-
luzzi cit. voi. HI, lib. Ili, cap. ii. (67) Firenze antica e
moderna illustrata, voi. vii, cap. xxii. (68) Cantini
cit. p. 394. (69) Cantini, LegisIazionecit.voI.lv, p.
304. (70) Cini^ ap. Cantini, Vita cit. p. 451 .(71) Can-
tini cit. (72) Istoire universeile , liv. xxiv , eh. ii.
(73) Mecatti, Storia cronologica della città di Firenze,
part.ii, an. 1562. (74) Botta, Hist. ap. Artaud, V u-
nivers pittoresque. Europe, voi. ii , Italie , p. 265.
(75) Cicciaporci cit. p. 175. (76) Cini, ap. Cantini
cit. (77) Galluzzi cit. (78) Cini, ap. Cantini cit. p.
412. (79) Galluzzi cit. lib. in, cap. iii. (SO) Cantini
cit. p. 432. (81) Adriani cit. voi. vi, lib. xvii, pag.
249. (82) Cicciaporci cit. p. \n6. (83) Cantini, Legi-
slazione cit. voi. v, pag. 105. (84) Cantini , Vita
cit. pag. 440, e Cicciaporci cit. pag. 117. (85) Cic-
ciaporci cit. (86) Galluzzi cit. (87) Cicciaporci cit.
p. 178. (8S) Ivi. (89) Mecatti cit. part. ii, an. 1565.
(90) Cantini cil. p. 443. (91) Ivi, p. 4.48. (92) Fer-
rini cit. ep. v , §. 19. (93) Muratori cit, an. 1565.
(94) Cantini cit. p. 452. (95) Cicciaporci cit. p. 182.
(96) Galluzzi cil. lib. ni, cap. iv. (97) Ivi. (98) Can-
tini cit. p.461. (99) Cicciaporci cit. p. 184. (lOO)Gio-
vanniFeiro de Rotari, Teatro delle imprese. (101 ) Gui-
detti cit. voi. II, cap. VII. (102) Cicciaporci cit. lib.
II, p. 185.(103) Diario MS. delle cose di quel tempo.
Cini, Vita di Cosimo de'Medici primo granduca di To-
scana, lib. VII, p. 483. (104) Diario cit. (i05) Cantini,
Vita di Cosimo cit. p.469. (106) Ivi. (107) Cantini, Le-
gislazione cit. voi. IV, p. 263. (108) Cantini, Vita cit.
p. 470. (109) Adriani cit. voi. vii, lib. xx, p. 261.
(110) Artaud cit. tom. ii, pag. 259. (111) Adriani cil.
(112) Cicciaporci cit. p. 189. (113) Cantini cit. p.
474. (114) Cicciaporci cit. (115) Ferrini cit. J. 21 .
(116) Mazzarosa cil. voi. ii, lib. vn, p. 91. (117) Mc-
calli cil. an. 1571. (118) Cantini cil. p. 484, e Cic-
a44 AVVENIMENTI STORICI
ciaporci cit. p. 191. (119) Galluzzi cit. lib. iii^ cap.
vili. (120) Cantini cit. p. 493. (121) Lilla cit. lav.xiii.
(122) Ferrini cit. ep. v, J. 22 . (123) Cicciaporci cil.
lib. II, p. 193. (124) Ammirato cil. voi. xi^ parte ii,
lib. XXV, p. 358. (125) Cicciaporci cit. lib. ii, p. 193.
(126) Cantini cit. p. 494 . (127) Ferrini cil. J. 22 .
(128) Mercati , Spogli di scrittori nell'archivio delle
reali possessioni, ap. Cantini cit. p. 496. (129) Fer-
rini cit. §. 23. (130) Ivi, J. 24.
DEI TEMPI MEDICEI. 2.^5
(Bii]PItS(D}LI> T9
•0-
Jn. 1572 di G, Cr.
J. I. J-ia morie del granduca Cosimo non produsse
una sensibile mutazione nel sistema della Tosca-
na, perchè il successore Francesco (a) già assuefat-
to al governo, non variò cosa alcuna del ministero
e della costituzione. Pacifico fu il suo islallamento
sul trono, per cui venne riconosciuto dal senato
e dagli altri magistrati di Firenze per legittimo
erede del granducato , e pel nuovo sovrano dei
popoli dì Toscana (i). Egli fu fedele esecutore
delle ullime disposizioni di suo padre a riguardo
dei fratelli e di tutti gli altri in esse considerati,
eccetto la Gammilla Martelli , verso la quale si
portò aspramente, malgrado delle preghiere di tan-
ti che intercedevano per lei. Nel principio del suo
governo pose ogni studio per soddisfare in lutto
ai desideri de'suoi fratelli cardinale Ferdinando e
don Pietro^ ma di breve durala fu la buona ar-
monia tra essi, ed in poco d*ora da lui si aliena-
rono (i).A.manle Francesco della quiete, non avea
(a) Ved. lav. CXXXVl, N. 3.
a46 AVVENIMENTI STORICI AnA^12,
coraggio di mantenere la politica del padre, onde
si gettò inlieranienle nelle braccia della casa di
A-uslria. Infatti Tinap oratore incominciò a raddol-
cire seco lui i modi, e Tambasciator fiorentino ebbe
la precedenza come oratore delia repubblica fio-
rentina. Frattanto il 1 3 maggio morì Carlo IX re
di Francia, e la successione si aprì in favore di
Enrico re di Polonia, il quale traversando gli stati
austriaci, dove fu accollo favorevolmente dalPira-
peralore 5 fermossi a Venezia per passar poi in
Francia. Ivi concorsero tutti i principi d** Italia
ad ossequiarlo, ed il solo granduca vi mandò un
ambasciatore (3).
g. a. L''Estense prese occasione da questo trat-
to d'irreverenza per screditarlo nel di lui animo,
e finì di convincere la corte di Francia dei segni
non equivoci manifestati già della sua alienazio-
ne dalla medesima. Sebben ques^atto gli conci-
liasse la stiaia degli spagnuoli , fu però causa
della mala intelligenza ch'ebbe in progresso con
^nricoIII.e della indignazione mostratagli dipoi
dalla regina sua madre . Il duca di Ferrara però
non ottenne per questo dal re alcun vantaggio, ma
al contrario essendo spinto dalla di lui ambizione
a brigare d** esser posto sul trono di Polonia, si
rese dispiacevole a tutta la corte di quel monar-
.ca . Ciò non ostante volle insolentire contro il
granduca, fomentando discordie, zuffe e prede ai
confini della Garfagnana tra i sudditi suoi ed i
,toscani, e giunse perfino al segno d'inviare genti
di guerra ai confini, tenendo in carcere , e stra-
ziando con tormenti, i sudditi toscani arrestati .
^/i.1572. DEI TEMPI medìcei cip. T. 2.^y
Vi volle dunque tutta rautcìrilà del re Filippo e
dei suoi ministri per indurre il granduca a dissi-
mulare su queste violenze senza venire alle vie
di fattu : allri pensieri però dovevano occupare i
principi italiani.
g. 3. Una flotta turca, composta di 3^0 basti-
menti venendo dal Zante e passando alla volta di
Barberia.avea sparso dappertutto lo spavento. Don
Giovanni d'Austria era tornato colla flotta in Si-
cilia, ma le sue forze non vi pofeano competere:
lìnalmente i turchi ripresero la Goletta e Tunisi.
Più d'ogni altro temeva il granduca che fossero
per voltarsi verso il mare di Toscana, e tentare
Tacquislo dell' Elba e l'espugnazione di Porto-
ferraio; lo induceva facilmente in questo timore
la certezza delfodio che portavano i turchi al na-
scente ordine di s. Stefano, dalle di cui galere la
loro nazióne àyea sofferti più volte de^ sensibili
oltraggi. In conseguenza di ciò temendo il gran-
duca Francesco d'esser sorj>reso dai turchi, por-
tatosi all'Elba procurò che la piazza di Porlofer-
raio fosse premunita delToccorrente per sostenere
un assedio. Cessò quasi subito <|uesto timore per
il ritorno della flotta turca in Levante: nondime-
no il granduca si compiacque di quel soggiorno
che gli presentò foccasione di abboccarsi con don
Giovanni d* Austria. Passava egli pel canale «li
Piombino alla volta di Spagna, e il granduca si
mosse dal porto colle galere per incontrarlo.
\olle don Giovanni salire sulla capitana di s.
Stefano a visitare il granduca, e tutti scesero a
Vada, dove &i trovò puie lagranduchesba. e don-
a48 AVVESIMESTI STORICI ^«.1572.
na Isabella col restante della corte. Fu don Gio-
vanni trattato niaguilicamente : il granduca gli
raccoiuaudò i suoi interessi presso il re Filippo,
e lo pregò di oprare in modo con sua Maestà che
don Pietro de'Medici suo fratello fosse ricevuto
convenientemente alla corte di Spagna, ed impie-
gato decorosamente dal re al suo servizio. La mi-
ra speciale del principe Francesco era di allon-
tanare dal suo stalo i fratelli,de*qualila frequente
contradizione offendeva non poco la sua sovra-
nità. Mal soffriva il cardinale di vedere alteralo il
sistema politico del padre, disapprovava palese-
mente il soverchio rigore di Francesco verso
Cammilla Martelli, e la sua servile compiacenza
per la Bianca Cappello, esortando alla pazienza la
granduchessa. Stanco finalmente di dissimulare,
e pieno di rancore si ritirò nel decembre a Roma,
con animo di stabilirvisi. La fierezza e lo spirito
d'indipendenza che dimostrava don Pietro pone-
vano anche in maggiore agitazione il granduca,
tanto più che la di lui giovine età lo rendeva in-
capace di dissimulare, e le sue relazioni colla più
dissoluta gioventù del paese gli facevano com-
mettere degli insulti e proteggere delle violenze.
Francesco procurò di distrarre un contegno così
irregolare coirinsiuuargli di viaggiare in Italia.
Bianca ^ cui la presenza di questi principi era in-
comoda, fonientava queste divisioni , sperando
così che dovesse prender sempre più vigore il
suo domìnio sull'animo del granduca (4).
g. 4- Mostrarono però le circostanze e gli av-
venimenti quanto fosse necessaria tra i fratelli
^/t.1572. DEI TEMPI MEDICEI CAP. V. fL^^'
l'unione per la comune sicurezza, e quanto il car-
dinale Ferdinando fosse di animo generoso e si
interessasse per il bene della famiglia. Egli fu il
primo che avesse notizia della congiura ordita da
Orazio di Pandolfo Pucci, e che posponendo ogni
privato rancore volle dare a! granduca la più sin-
cera riprova di amor fraterno con prevenirlo. Ora-
zio Pucci per vendicare la violenta morte di Pan-
dolfo suo padre, decapitato nel i56o per ordine
di Cosimo, e per ridonare la libertà ai tìorentini,
si pose alla testa di una congiura. L''opinione del
popolo era favorevole al principato, e perciò come
tentativo inutile si abbandonò l'impresa; fu però
il Pucci decapitato, e i compagni inseguiti (5) .
Circa 10 cittadini lutti giovani furono trovati
complici o consapevoli di questa congiura, e il
fisco ebbe occasione di molto arricchirsi. Il re-
tratto delle confiscazioni fu calcolato non esser
minore di 3ooooo ducati, e la legge polverina
così chiamata dal suo autore Iacopo Polverini, fu
per la prima volta posta in esecuzion e senza pietà.
La severità inesorabile del granduca e Tingordigia
dei suoi ministri fiscali commossero a sdegno
tutta la città, che considerando questo complotto
piuttosto una leggerezza giovanile, che un alto
maturamente premeditalo contro la tranquillità
dello stato, avrebbe desiderato nel principe mag-
giore equità e moderazione. Era sensibile sj)el-
lacolo agli occhi di tulli il vedere le principali fa»
miglie della città infamate , e grinnocenli figli
dei delinquenti condannali ad una perpetuo n»i-
seria. jGiò accrebbe da vantaggio la dilfidenia Ira
St. Tose. Tom, 10. 22
a5o ATVEIVIMENTI STORICI AflA^ll,
ij principe ed i sudditi, e rese più odioso il go-
verno di Francesco (6). Il malcontento era uni-
versale, i delittieranofrequenti,ed il rigore delle
leggi non bastava a raffrenarli: tutto era disordine
e nella stessa corte furono commesse atrocità da
inorridire ia udirle (7).
g. 5. Ristrettosi Francesco tra i pochi suoi
contìdenti prosegui a promuovere ciò che po-
teva contribuire alla sua grandezza. La risoluzio-
ne della controversia del titolo era quella che gli
stava più a cuore. In questo mentre l'imperatore
affidò alla prudenza di Francesco il ristabilire con
dignità dell'impero la concordia tra i conti di Piti-
gliano, e il consolidare per quella parte la sicurtà
deiritalia,di che il papa e il re di Spagna si mostra-
vano tanto gelosi. A-vea Francesco più d'ogni al-
tro principe interesse in questa pendenza, poiché
aven<lo scoperta la leggerezza del conte Orso in
un trattato di consegnare agli spagnuolì la roc-
ca di Pitigliano, temeva che le forze della monar-
chia imponesser troppo alla libertà di Toscana.
Gli stessi popoli non volevano assoggettarsi alla
Spagna, e preferendo il granduca ad ogni altro
principe, secondavano in ciò le di lui particolari
vedute. Pendeva al consiglio im[)eriale la causa
del petitorio ammesso ad istanza del conte Orso,
ma in questo intervallo dovendo darsi esecuzio-
ne alla sentenza del possessorio ed al bando, ac-
consentiva l'imperatore che Pitigliano si tenesse
in deposito dal granduca per rilasciarlo poi a chi
di ragione. Conveniva però alimentare il conte
Orso e la sua famiglia dei fruiti del feudo, e si
L^
^/l.1572. DEI TEMPI MEDICEI CAP. V. 25 1
attendeva sopra di ciò Tapprovazioiie imperiale,
allorché il dello conle , vedendosi ormai privo
delfappoggio del granduca, disprezzalo e deriso
dai vassalli, e colPimminenle sentenza del peti-
torio che lo avrebbe privalo di lutto, caduto in
disperazione fu sorpreso da frenesìa. La matti-
na de'i4 ollobre essendo fuori diPiligliano colla
conlessa sua moglie Tuccise di pugnalale, e il po-
polo sollevalosi per quest'eccesso, dubitando di
maggiori sconcerti, lo discacciò di poi dalla terra
e s"'impadroni della rocca. Questo molo dei piti-
glianesi fu secondato dalle vicine milizie del gran-
duca, e''l conte Orso portatosi a Firenze per giu-
stificarsi, fu sempre rigettalo dalla presenza del
granduca, e il 2. marzo seguente avendo questio-
ne con Prospero Colonna generale delle armi, fu
ucciso dai suoi soldati. Il granduca ritenendo per
sé la rocca, rimesse in PitiglianoNiccoIa con nerre
condizioni, fra le quali si fu che anche la rocca di
Sorano si tenesse a sua devozione, e che egli non
potesse devenire a veruna esecuzione di sangue
contro i vassalli. Restò dissipata in tal guisa ogni
causa di perturbazione da quella parte, e gli spa-
gnuoli non si opposero a veruna di queste deter-
minazioni (8).
g. 6. Vi fu in questo tempo gran timore di
guerra in Italia per la furiosa rivoluzione di Ge-
nova a cagione delle intestine discordie tra i no-
bili vecchi ed i nobili nuovi: queste dissenzioni
interessarono tulli i principi. Don Giovanni d'^A.u-
stria venendo da Cartagena per portarsi a Napoli
colia sua llolla, fermossi alla Spezia, ed avendo
a5a AVVENIMENTI STORICI ^«.1672.
delle frequenti conferenze con i capi dei nobili
vecchi, venne il sospetto ch'egli a loro si unisse
e volesse colle sue forze farsi uno stato. Questa
supposizione messe timore ai nuovi, ed anche
gelosia alle corti: i nuovi si dichiararono di darsi
piuttosto alla Francia, e si offersero anche al gran-
duca, ma egli mantennesi neutrale dopo aver riu-
nite le sue bande a quelle frontiere, col ripartirle
fra Pisa, Pietrasanta e la Lunigiana. In caso di
sconvolgimento e di guerra volle anch'^esso ritrar-
ne qualche profitto col recuperare per forza Sar-
zana e Sarzanello appartenuti già alla repubbli-
ca di Firenze » Gli stessi popolani gli offrirono
questa piazza in pegno, per ricevere da esso dei
soccorsi di denaro e di vettovaglie, e gli esibiro-
no ancora liberamente, volendo, unire le sue forze
con essi per la distruzione dei nobili vecchi (9).
Gli aiuti peraltro che Francesco procurava coi
nuovi, sconcertarono intieramente i disegni di
don Giovanni d'Austria: il papa mandovvi un le-
gato e procuravasi di formare una costituzione
di reciproca sodisfazione. La maniera d^agire del
granduca gli procurò riiiimicizia di don Giovanni,
che gli fece contrario il ministro spagnuolo, taU
mente che, non ostante le forti e replicate istan-
ze fatte da Francesco per il titolo, niente ottener
si poteva, e lutto si trattava conia solita lentezza,
onde fu astretto di rivolgersi intieramente allo
imperatore, col quale erasi fatto anche recente-
mente dei meriti, e per non esser concorso al re-
gno di Polonia, come n'era richiesto e per avergli
svelalo tutti i maneggi del duca di Ferrara pel
Jn.iÒll, DEI TEMPI MEDICEI CAP. V. 203
suddetto regno, e per aver messo in opera lutti
i mezzi acciocché la scelta cadesse o sopra lo sles-
so imperatore, o sopra un arciduca. Volendo per-
tanto Massimiliano II diiDOstrare a Francesco la
sua gratitudine, determinossi alla fine di compia-
cerlo del titolo di granduca di Toscana, ma con-
venne però maneggiarsi mollo per le formule del
diploma, onde non offendere né il papa che so-
steneva esser ciò di suo dritto, attesa la bolla di
Pio V, né il re di Spagna pei dritti che aver po-
tesse relativamente al ducato di Siena, e per non
alterar punto circa al cerimoniale i privilegi degli
arciduchi ed elettori. Fu facil cosa ottener poi
dall'imperatore tutta la compiacenza in occasio-
ne appunto del felice successo della sua elezione
iu re di Polonia^ e Pambasciatore per non incon-
trare opposizioni, procurò di concertare la forma
del diploma prima che si pubblicasse il decreto.
Dichiarò in esso l'imperatore di avere esaltato il
duca di P'irenze e di Siena al grado di granduca
di Toscana, e in conseguenza tutte le città, terre,
castelli e territorii di questa provincia esistenti
sotto la sua obbedienza dovessero formare uno
stalo, che avesse titolo e prerogative di grandu-
cato (io).
g. 7. Siccome questo titolo doveva esser an-
nesso alla sovranità, perciò il godimento del me-
«lesimo, e il passaggio nei suoi successori fu .re-
golato secondo Tordine dì successione della casa
Medici, stabilito dal lodo di Carlo V. Le preroga-
tive del nuovo grado restarono colla dichiarazione-
delia superiorità del granduca agli altri ducbi^
a54 AVTENIMENTI STORICI Jll.l 51^
quantunque avessero concessioni di preminenze
quasi come granduchi^ e siccome non fu lasciata ri-
serva delle ragioni, se non a chi pretendesse do-
minio, perciò pare die restasse svelta dalla radice
la controversia di precedenza (ii)) passatempo
diplomatico, che per trentacinque anni aveva an-
noiato tutti i gabinetti d'Europa (li). Nonsi trat-
tò di feudalità o soggezione colP impero, né si
fece menzione degli atti di Carlo V e de'suoi an-
tecessori, ma bensì Timperatore pronunciò la sua
sentenza, la qua! fu data allambasciatore fioren-
tino 5, con riserva però che tal concessione non
dovesse punto alle ragioni della cesarea maestà, o
del sacro romano imperio o di qualunque altro
pregiudicare „ (i3). Trasmesso a Firenze il diplo-
ma imperiale fu convocato il i3 febbraio del iSj^
il senato dei quaranf otto, e quivi il granduca
corteggiato dal nunzio e dai grandi che formava-
no la sua corte, lo fece leggere e di poi pubbli-
care per la città. Non mancò il senato e la corte
delle pubbliche congratulazioni, e si fecero per
la città le dimostrazioni di gioia e pubblici ren-
dimenti di grazie. Gli adulatori e i poeti non
trascurarono i loro uffici,ed il segno del Capricor-
no ascendente del granduca Cosimo, e da esso
usato per sua principale impresa, fu dichiarato
apportatore di felici avvenimenti anche al gran-
duca Francesco (i4)-
g. 8. Malgrado la letizia del granduca per gli
onori e ambascerìe di congratulazione, parca che
la morte di Cosimo fosse per la Toscana un' e-
poca fatale e dLcalamità.,La maggior autorità dei
^Al.1576. DEI TEMPI MEDICEI CAP. Y. 255
ministri, la durezza del principe e la diifidenza
insorla fra esso e i sudditi avea prodotto un mal-
contento universale. La giustizia criminale diret-
ta in forma da spaventare gV innocenti egual-
mente che i rei, dava ai potenti la lusinga di elu-
derla con facilità (i5). Quindi è che le risse, le
prepotenze e gli assassinamenti crebbero a di-
smisura, in modo che si contarono dalla morte di
Cosimo in i8 mesi nella sola Firenze 186 casi di
morti e feriti per aggressione. Questo male si co-
raunicòrapidamente nella provincia, e specialmen-
te nella parte superiore del dominio di Firenze,
dimodoché ben presto si videro le provincie di
Romagna, Casentino e Mugello esposte alle de-
predazioni dei facinorosi. A misura che le leggi e la
severità de^tribunali infierivano contro costoro, si
accrescevano le masnade, le quali venivano poi as-
soldate da'feudatari che erano in quelle provincie
e nelle finitime dello slato ecclesiastico, per nuo-
cersi scamhievolmente,essendo sempre in gara tra
loro. Le forze ordinarie della giustizia non erano
sufilcienti per assicurar le campagne e difendere
i villaggi dagli assalti e dalle depredazioni , e in
conseguenza fu necessario riunire le bande in
quelle provincie, e concertare col presidente di
Romagna e col governatore di Perugia il modo
di riunire le forze ecclesiastiche con quelle di
Toscana por estirpare questi facinorosi (iG).
g. 9. La peste che spopolava la Lombardi»^'
minacciava anche la Toscana, e spargeva lo spa-
vento ed il terrore. Una moltitudine di cavallette
egrilli devastavala messe nella Maremma senese,
a56 AVVENIMENTI STORICI ^/1.1576.
e gli aggravi imposti per estinguere colesti insetti
raddoppiavano il danno de'popoli. Le violenze e le
comandate per fabbricare con tanto dispendio le
delizie di Pratolino irritavano gragricoltorì, e di-
stratìvanli dalle opere utili della coltivazione, e di-
sastravano i bestiami. Il processo della congiura
sempre sussisteva , e di tempo in tempo atlri-
stavasi Firenze con supplìzi. Finalmente tutto era
desolazione, né la famiglia regnante ne fu esente
nel suo domestico (17). La poca moralità del
granduca Francesco faceva passare tristissimi
giorni alla tradita sua consorte^ la scostumatazza
di Pietro dava animo alla sua moglie di condurre
una vita non troppo savia, e la mancanza di spiri-
to dell'Orsini rendeva una infelice la buona Isa-
bella de'^Medici, die per le sue rare doti formava
Tammirazione di tutti. Mentre si male vivevasi in
quella corte, don Pietro, che per compiacere uni-
camente al suo fratello Francesco era tornalo di
Spagna e si era presa in sposa donna Eleonora
di Toledo, talmente trascurava la sua compagna,
eh'' ella quasi incoraggila dalla dissolutezza del
marito si die sconsigliatamente ad una vita non
troppo lodevole. Pietro per altro tutto permetten-
do a sé, nulla tollerando nella moglie, senza pri-
ma corregger sé stesso acremente rimproveravala,
e della sua condotta moveva reclami al fratello di
lei. Nulla per altro ottenendo coi suoi rimproveri,
perché seguitava il suo mal esempio, e debole
appoggio trovando nel fratel di Eleonora, persi-
stendo essa nei suoi capricci, Pietro arse final-
mente di rabbia, e scagliatosi sopra di lei la tratìs-
Jn.iBlQ. DEI TEMPI MEDICEI CAP. V. sS^
se nel proprio letto la notte del dì 1 1 luglio essen-
do in Cafaggiolo (a) antica villa dei Medici (18).
g. 10. Francesco che ben sapeva come i cit-
tadini odiavano la corte, per non accender viepiù
i malcontenti, fece correr voce che Eleonora fosse
morta per un colpo di apoplessìa, e per un mo-
mento un eccesso così atroce rimase segreto. Ma
indi a poco incontrando la detta sorte la misera
Isabella, tutte furono palesi le reità della corte,
che a causa di queste quasi vergognavasi di com-
parire in pubblico. Giordano Orsini marito di don-
na Isabella dei Medici, uomo geloso e incresce-
Tole, mal soffriva che la sua moglie si attraesse gli
'Sguardi e la stima di tutti, merco Io spirito e '1
brio con cui rallegrava le conversazioni e gli al-
itri pregi che la rendevano singolare, sicché fa-
lcala martire per i rimproveri. Ma era impossibi-
le ad Isabella raffrenare ciò che proveniva da
animo nobile ed elevato, e la bassezza d** animo
dell'Orsini non reggeva a sopportarlo, per lo che
accecato questi dalla gelosia che gli straziava
Tanima, infierì contro Isabella,e seguendo l'esem-
pio del sanguinario cognato la uccise (19). L'av-
-tìso che il granduca ne partecipò alle corti con-
teneva le circostanze che questa infelice nel
lavarsi la testa, sopraggiunta da un accidente cad-
de in grembo alle sue damigelle, e fu sorpresa
dalla morte senza aver tempo di darle verun soc-
corso. Nell'agosto susseguente mori anche il pic-
colo Cosimo figlio di don Pietro unico maschio
nella famiglia, ov'era appoggiata tutta la succesy
(rt) Vcd. tav. ex VI, N. 2, -^
!i5S AVVEJJIMENTI STOEICl w^/i.1576.
sìoae della casa Medici. Di qui si accrebbe il de»
siderio al granduca di aver 6gli, giaccbè consi-
derava che il cardinale e don Pietro sarebbero
divenuti i successori nel granducato, mentre sua
moglie non partoriva che femmine (20).
g. II. La debolezza di Francesco riguardo alla
Fdanca Cappello cresceva ogni giorno di più* Tale
poi si era la di lui tristezza per la mancanza in
cui trovavasi di prole maschile, che bene spesso
faceva alla Bianca qualche rimprovero della di lei
sterilità, dicendole che avrebbe pur provato della
consolazione nei figli naturali, non potendo aver-
ne dei legittimi. Deliberò ella pertanto di fingersi
incinta, e mise in opera per ciò tutto quello che
la finzione più raffinata potea suggerirle. Arrivato
a giorno del supposto parto il di 29 agosto, nel
momento che il granduca si ritirò presso Taurora
al riposo, e lasciolla in custodia dei cortigiani
suoi più fedeli , fu facile alTaccorta femmina di
impiegare altrove T opera di costoro, per rimuo-
verli dalla sua presenza. Intanto rimasta sola con
alcune donne di sua confidenza, potette produr-
re con i consueti apparali, e supporre per suo un
figlio maschio nato nella sera antecedente da una
femmina vile, e furtivamente trasferito in sua ca-
sa dentro un liuto, affinchè nessuno potesse aver
sospetto. Dopo le opportune concertate disposi-
zioni si richiamarono i cortigiani, e ne fu avvisato
il granduca che si riempi tutto di giubilo: il fan-
ciullo fu nominalo don Antonio, e il granduca
gli fece porre il suo slesso casato, e lo pubblicò
immediatamente per suo. L'orditura di questo in-
^/1.1576. DEI TEMPI MEDICEI GAP. T. nSg
ganno costò alla Bianca ed ai di lei complici molte
scelleratezze, poiché primieramente fu prezzolalo
da tre donne il loro feto per valersene alTocca-
sìone, ed esse disposte in tre remote parti di Fi-
renze senza che Funa avesse notizia delPallra: di
esse una sola lo produsse maschio, e questi fu
don Antonio. Le donne che a tal monupolio eb-
ber parte furono alcune fatte morire segretamen-
te, altre salvatesi colla fuga fuori del granducato.
Una governante bolognese che avea la Bianca
diresse tutto questo artifizio , ed essendo poi ca-
duta un anno dopo in sospetto di essa fu riman-
data a Bologna, ma per la strada le fu fatta tirare
un'archibusata, che la feri mortalmente. Potette
non di meno arrivare a Bologna, dove esaminata
confessò il lulto, e disse che aveva conosciutoli
suo feritore essere stato un soldato di Firenze e
sicario della Bianca Quest'esame fu mandato a
Roma al cardinale de'Medici che lo inasprì mag-
gioimenle contro il fratello (ai).
5. 12. II granduca viveva in buona fede, e
costituì al fanciullo un ampio patrimonio. Ma non
mancarono al principe forti rimproveri dalPim-
peratore per il trattamento che riceveva Parcidu-
cliessa, e spedi espressamente un gentiluomo a
Firenze^ commosso dai giusti risentimenti della
medesima: ma più di tutto ne imponeva al grani»
duca la dichiarvita amicizia delTanriduca Ferdi-
nando, il quale ai rimproveri univa le minacce, e
lo screditava per tulle la Germania per il più
inumano e maligno principe della tt*rra. La morte
dell'imperatore accaduta il dì lad'jjltobre richia-
26o AVVENIMENTI STORIOl -/rfn.1576;
mando gli arciduchi a maggiori pensieri sospese
questi domestici dissapori. Ridolfo II fu nomina-
to nuovo imperatore, e dimostrò subito la sua
parzialità per la casa Medici. Due importanti af-
fari del granduca pendevano presso l'imperatore
alla morte di Massimiliano II-, Tuno era il giusti-
ficarsi contro le querele portate dalla granduches-
sa^ Tallro il rendere attive e corroborare col pos-
sesso tante prerogative concesse per diploma e
decreti imperiali. Quanto al primo^ fu uno dei più
premurosi pensieri di Ridolfo il procurare di to-
gliere di mezzo ai coniugi ogni dissenzione do-
mestica, e rendersi benaffetta la casa de^Medici,
all'oggetto di valersi de'suoi aiuti nell'occorrenza.
Cagione apparente delle discordie era il punto
economico delP annuo assegnamento promesso
alla granduchessa, la quale come dedita al fasto
ed alla generosità non lo trovava sufficiente per
l'adempimento delle sue voglie. Contraeva perciò
dei debiti, impegnava gioie ed argenti, ed obbli-
gava il marito a sodisfare per lei, il che egli fa
tendo con parte anche del di lei assegnamento,
vie più l'irritava, prorompendo essa per questo
a rimproverargli la sua avarizia, nel tempo ch'^egli
profondeva con tanta elargita per sodisfare ad una.
vile seduttrice. L'imperatore esortò il granduca
d'esser più umano e condiscendente verso la mo-
glie,lo pregò a pagarne i debiti, e provvedere co-
sì al proprio decoro. Non lasciò il principe di giu-
stificarsi presso cesare, cosi mostrogli lo stato e-
conomico, i disordini e la troppa liberalità della
moglie, aggiungendo che il trattamento che rice-
^;ì.1577. dei tempi medicei cap. V. a6i
veva dalla sua casa non avea da invidiare la sor-
te delle altre sorelle. Arrivò pertanto Toccasione
di soddisfare con dignità al desiderio delTimpe-
ratore, pdichè il dì ao di maggio la gran luchessa
dette alla luce un maschio che tanto era deside-
rato per la successione della Toscana (22).
g. i3. Fu inesprimibile il giubbilo di France-
sco a questo avvenimento, per cui delle alla gran-
duchessa tutti i segni di riconciliazione e di con-
tentezza. Anche Bianca dovette cedere ai riguardi,
e vivere ritirala per qualche tempo fuori di Fi-
renze. Fu annunziata alle corti la nascita di que*
slo principe, e il re di Spagna accettò volentieri
l'istanza di tenerlo al sacro foule^ e a tale effetto
spedi a Firenze don Antonio ^iMendozza. perchè
lo rappresentasse nella cerimonia, la quale fu ese-
guita con tutto il fasto e magniticenza. Fu il prin-
cipe denominato Filippo in segno di ossequio a
quel re e di attaccamento alla corona di Spagna.
Ciò servì di slimolo al granduca di rislringersi
maggiormente in amistà ed interessi colle case
d'Austria, che ben lo meritavano le parziali dimo-
strazioni fattegli dall'imperatore con metterlo al
possesso delle prerogative concessegli da Massi-
miliano suo padre già defunto, ad onta dei recla-
mi di quei princijji, che reputavano lesa con que-
sta innovazione la loro dignità (a3).
g. 14. Tante vicende che tenevano agitala la
corte e lo stato non aveano per buona sorte fatto
obliare intieramente al granduca gli antichi con-
cetti del padre. L'accrescimento del porto di Li-
vorno, lo stabilimento di tulli i comodi necessari
Si. Tose. Tom. 10. 23
nG'J. AVVENIMENTI STORICI uin.^511',
per allrarre da ogni parie la popolazione di una
nuova città, era uno dei principali pensieri di
Cosimo, che morte interruppe nel suo principio.
Livorno era uno scalo con un porlo naturale e
sicuro, ma cosi angjislo che non ammetteva Tiu-
gresso se non a pochi e piccoli legni. Appartene-
va in antico alla repubblica di Pisa, alla quale ì
genovesi gelosi del suo commercio l'avean tolto
per conquista unitamenle con porto pisano, che
demolirono dai fondamenti. Dopo che Pisa fu ri-
dotta alla obbedienza dei tiorentini conobbe lare-
pubblica di Firenze quanto quel posto, ritenuto
tti^ltavia dai genovesi, potessefar comodo alla sua
«lei^atui a,e pensò di ricuperarlo: fu dunque acqui-
stato idai medesimi a titolo di compra Tanno 14^1^
pel prezzo di centomila fiorini [2,^^):o\lve al comodo
del dominio fu reputalo a proposito per ricavarne
ancora la difesa, e perciò la repubblica vi fabbri-
cò una rocca ed un fanale che indicasse il porto
alle navi, e disegnava diattrarvi la popolazione e
il commercio, se non lo avessero impedito le in-
terne sue rivoluzioni e tante vicende che la con-
dussero a perdere la libertà. L'injportanza di quel
sito e la sicurezza di quella rocca furono cono-
sciute ancora da Carlo V, allorché per assicurarsi
della devozione del duca Alessandro e di quella di
Cosimo, riservandosi il possesso delle piazze forti
del dominio di Firenze, considerò fra queste an-
che Livorno (aS).
g. iS.Eiano intorno alla rocca poche case di
abitatori per la maggior parte condannati, alimen-
tati dal mare e lusingati dalla mercatura, ma con-
jin.i51S. DEI TEMPI MEDICEI CAP. V. 263
tiuuamente insidiali e distrutti dalla insalubrità di
quel clima: le acque stagnanti ne ricoprivano il
littorale non solo, ma tutta la contigua pianura,
e in conseguenza ne rendevano impraticabile e
troppo pericolosa la campagna. Il granduca Co-
simo avendo reso salubre il clima pisano, dispe-
rò peraltro quasi di un ugual successo per quel
di Livorno, e perciò slabili in Pisa l'emporio del-
la mercatura, e quivi chiamò i portoghesi, i greci,
e le altre commercianti nazioni. Nondimeno ac-
crebbe Livorno di nuove fortiQcazioni, e procurò
dei comodi agli abitatori e ai mercanti, e non tra-
scurò diligenze per risanare quelle campagne. La
comunicazione con Portoferraio rese anche più
necessario quel porlo, ed il concorso delle navi
mercantili fuori della espettatìva persuase Cosi-
mo che si potevano vincere coir arte i difetti
della natura. Il primo suo pensiero fu di amplia-
re il porto e renderlo capace di maggior numero
di navi, ma il suo successore Francesco giudicò
più espediente di preparare prima dei comodi per
gli abitatori, e procurare la loro sicurezza col fab-
bricarvi una nuova città. Prima dunque di ese-
guire le operazioni incominciate dal padre con la
direzione dell' Ammannalo, incaricò Tarchitetto
Iiuontalenti di disegnare la pianta della nuova
città e delle sue forliticazioni. Apposti sul luogo
i contrassegni del suo circondario fu intimato ai
proprietari di quelle terre ivi comprese che com-
parissero a venderle secondo le stime. Fu eretto
un uffizio per la fabbrica, e fatti gli opportuni
provvedimeali di operanti e di materiali, li 28
a64 AVVENIMENTI STORICI ^n.1578.
di marzo i557 fu gettata da un prelato la prima
pietra alla presenza di numerosi celi ecclesiiìslici,
laicali, e militari,allo sparo (rarliglierìa e moschet-
leria, e quella pietra fu coronata con medaglie e
iscrizioni allusive alle gesta del regnante gran-
duca. L"* architetto Buontalenli con astrolabi! e
oriuolì credette di esplorare nel cielo ( o cecità
di que'tempi! ) il momento più felice per cosi so-
lenne cerimonia, e trovatolo alle ore sedici e due
terzi, il prelato obbedì esattamente alla sua inti-
mazione. Stabilì di poi il granduca gli assegna-
menti sopra diverse sue rendite per il prosegui-
mento di questa fabbrica, i di cui progressi però
durante la vita sua non furono molto felici (26).
§. 16. Per agire in conseguenza e provvedere
alla popolazione della nuova ritlà, il granduca te-
nuto aveva contemporaneamente un trattalo a
Costanlinopoji per ottenere il rislabilimento e il
possesso degli antichi privilegi della nazione fio-
rentina in Levante. Fino dal 1479 risedeva alla
Porta Oltomanna un Bailo per la repubblica, al
quale incombeva P invigilare alla conservazio-
ne dei privilegi e indirizzare la mercatura dei na-
zionali. In certi tempi si erano coniale in Pera
fino in ventidue case fiorentine, che tutte pro-
movevano con la mercatura il lanificio della cit-
tà, e l'esito delle principali manifatture. Credette
il granduca che il ristabilire il Bailo potesse ri-
svegliare l'antico commercio, e attrarre in Livor-
no copiosa popolazione di greci e di ebrei levan-
tini per formare un emporio; si opponeva peral-
tro al successo di questa pratica priucipalmente
Jn.i 578. DÉl TEMPI MEDICEI GAP. V. 265
il corso delle galere di s. Stefano a danno dei
turchi, al che il granduca non voleva in modo al-
cuno renunziare. Per non contradire alPistitulo
di queirordine eretto da suo padre con tanta glo-
ria e con tanto dispendio, per rimuovere la con-
tradizioue d'avere col turco nettempo medesimo
la pace e la guerra, s'immaginò il compenso che
le galere di s. Stefano si considerassero come au-
siliarie del papa e del re di Spagna, e che tutti
quei legni che dalle coste di Levante salissero a
Ponente, con patente del Bailo fiorentino resi-
dente alla Porta, dovessero essere immuni dalle
medesime. Il granduca dovette il primo supplica-
re il gran Signore della conferma dei privilegi, ed
esporre a Dlekmet bascià le condizioni dei me-
desimi, siccome fece con sua lettera dei 19 di
aprile 1577. 11 bascià Mekmet rese conto al gran
Signore di queste sue domande, il quale gli ordi-
nò che venendo Pambasciatore e il Bailo dei fio-
rentini gli si confermassero i privilegi secondo la
domanda che ne facevano. IVIa poi le suggestioni
dei ministri di Venezia e di Francia, temendo che
i fiorentini si appropriassero il commercio di Le-
vante, fecero conoscere la doppiezza del grandu-
ca riguardo alle galere che tuttavìa agivano con-
tro i turchi^ cosicché fu rimandalo il Bailo, ed il
gran Signore gli fece notificare, che se non si to-
glievano le galere, mai vi sarebbe pace fra di lo-
ro. Così finirono e Tambasceria spedita e 'le spe-
ranze del granduca di stabilire un commercio
esteso in Levante a vantaggio del porto di Li-
voruo.
a66 ATVENIMENTI STORICI w^rt.157S.
g. 17. Il commercio tosnano non restò perciò
annichilito, poiché quanto si perdeva per la parte
di Levante, si acquistava colla corrispondenza che
ogni giorno più cresceva con gli spagnuoli, poiché
era già stato spedito dstl granduca don Pietro dei
Medici di lui fratello per servire sua Maestà, e
meritarsi qualche distintivo o luminoso incarico.
Giunto a Madrid fu ricevuto con grandi onorifi-
cenze e distinzione dai ministri e dai grandi, ed
accolto dal re con molta amorevolezza, ed avve-
nuta la nascita di un infante egli ebbe Tonorifi-
cenza, solita darsi al più degno, di presentarlo al
fonte battesimale. Dichiarò il re che voleasi vale-
re della sua persona, sempre che ci fosse stata
occasione o per terra o per mare, la quale .per
ora mancando conveniva perciò aspettarla. INon
tardò per altro don Pietro a far conoscere an-
che in Madrid il suo spirito d"'indipendenza, ed il
suo libertinaggio : odiava Prospero Colonna che
il granduca avea seco inviato come suo maggior-
domo, con istruzioni di guidarlo, sì nella condotta
domestica che nella pubblica: prodigo alTercesso
disastrava la sua economìa, e colle più abominevo-
li dissolutezze cimentava la propria riputazione e
la tolleranza del re, che non mancò di farlo segre-
tamente ammonire. La crapula e gli altri disordini
produssero malattie tali da porlo in pericolo della
vita; cosicché il granduca e per questa ragione e
per la sua estrema prodigalità lo richiamò a Fi-
renze anche per consìglio del cardinale, il quale
desiderava il di lui ritorno, poiché essendo morta
la granduchessa al iodi aprile la presenza di don
'JnASlS. DEI TEMPI MEDICEI CAP.V. aGj
Pietro poteva esser utile per impedire il temuto
matrimonio del granduca colla Bianca Cappello,
g. 1 8. Era sì virtuosa la granduchessa regina Gio-
vanna, che vestita per Io più assai positivamente,
accompagnava nelle processioni il SS. Sacramen-
to a piedi scalzi, ed ogni sabato portavasi alla SS.
Tfunziata. Gli vennero i dolori del parto, e mal
presentatosi il feto videsi essa madre mortale,
onde chiamato a sé il granduca dì lei consorte,
dichiarando che al suo male non c*era rimedia,
lo abbracciò , avvertendolo di vivere più cri-
stia namente , e raccomandandogli la prole e la
corte a lei spettante^ abbracciando quindi i fi-
gli, eh* erano Eleonora , Anna , Maria e don Fi-
lippo unico maschio , e protestandosi affeziona-
ta al marito, in dir tali cose morì. Il giorno dopo
fu portata nel salone reale del palazzo in abito di
regina, dove concorsero a vederla tutii con mol-
te lacrime, e di là fu portata a s. Lorenzo. II i8
aprile si celebrarono le di lei esequie in detta
chiesa con gran magnificenza, ove oltre il clero
ed altri religiosi vi era dietro il granduca con
berretta alla civile, con il velo fino al petto, colla
veste che strascinava tre braccia , ma egli non
mostrava quella mestizia che alla repubblica si
conveniva per sì gran perdita. Anzi non senza
srande scandalo di tutta la città, trovandosi la
Bianca a veder tali esequie in casa di Simone
Conti, quando le fu dinanzi la salutò cavandosi
la ben*etla, dimodoché osservato, da tutti fu bia-
simato. Non solo questo, ma appena fatte le ce-
a68 AVVENIMENTI STORICI JnASlS»
rimonie entrato in carrozza si fece condurre dove
era quella donna seduttrice (2.7).
g.19. Il granduca si allontanò dalla capitale
nella quale il popolo non lasciava di dar lode alla
granduchessa, e d^infaraar lui con invettive e li-
belli. Il cardinale Ferdinando dolente molto della
morte della cognata, e per Tamore che le porta-
va e per le conseguenze che ne prevedeva, fece
di lutto per allontanare il granduca dalla Cap-
pello . Siccome esso era all' Elba , così il car-
dinale avea disegnato di sorprenderlo in Porto-
ferraio per abboccarsi seco liberamente, e lonta-
no da colei, per indurlo finalmente a fare uno
sforzo, e consentire ad altro matrimonio più con-
veniente . Ma ciò non essendo stato permesso,
supplì il cardinale colla spedizione di un segre-
tario suo confidente, il quale raggiunto il gran-
duca a Seravezza, lo trovò alieno intieramente
dalTaccettare nuove proposizioni, e disposto in
apparenza a vivere in quella libertà in cui si tro-
vava. Siffatto contegno del granduca esacerbò tal-
mente Panimo del cardinale, che questa fu Tepo-
ca della più fiera discordia fra loro, e da questo
momento il cardinale cominciò a procedere alla
corte di Roma con prinnipii propri e separati da
quelli del fratello, talmente che il partito dei
Medici nel sacro collegio si andava dividendo tra
lui e il granduca (28).
5.20. Era Francescoindolente a qualunque ri-
sentimento della regina di FranciajC meno curava
le contradizioni e lo sdegno del cardinale, che
AnASl^, DEI TE3IPI MEDICEI CAP. T. 2.69
anzi senza riguardo della sua quiete e del pro-
prio onore, e senza temere la disapprovazione
e l'odio universale dei sudditi si era in tìne al)-
bandonalo alla sua passione. Pochi sono gli esem-
pi di una debolezza simile alla sua, e di una don-
na così artifiziosa ed ardita come la Bianca; essa
"vivente ancora il Bonaventuri di lei marito lo
aveva fatto giurare davanti a una sacra immagine
di prenderla per moglie, quando fosse avvenuto
che ambedue restassero liberi . Il Bonaventuri
divenne ardito per la protezione della corle, ed
essendosi avvicinato a Cassandra Ricci vedova
Bonsjianni fu dai parenti fatto uccidere . L** atto
del giuramento nel corso di circa otto anni piut-
tosto che nauseare il granduca Francesco e disgu-
starlo della medesima, impegnò maggiormente
il suo amore a segno che lino le offese eran prese
per gentilezze e tratti di spirito. Dopo ch^ egli
ebbe pubblicato per suo don Antonio , essd non
ebbe ribrezzo ad informarlo della vera storia del
òuo nascimento- e ciò non solamente non pregiu-
dicò all'amore per lei e pel fanciullo, chf^ anzi ad
onta di quanto era successo determinò di confer-
mar sempre più l'opinione del pubblico che fosse
suo figlio, e comprargli un principato nel regno
pel prezzo di duecentomila ducati. La morte del-
la granducbessa lo pose finalmente al cimento di
adempire le promesse: gli ubimi avvertimenti
della medesima lo avevano toccato, e la rittessio-
ne di avvilirsi nel cospetto del pubblico e di tut-
ti i principi lo sgomentava. Grandi furono le agi-
tazioni del suo spirito e tiero il combattimento
3^70 AVTENIIklENTl STOHICI ^«.1578.
fra la passione e Tenore^ chiamò in soccorso la
teologìa perchè lo calmasse, e implorò Taiuto del
cielo perchè Io assistesse in questa risoluzione.
Confidò a un ecclesiastico dei più savi qualificali
della città i contrasti del cuore, gli narrò grim-
pegni contratti con quella donna, e gli espose la
passione che lo trasportava a sposarla (29).
g. ai. Rimostrò il prudente teologo alPaiflit-
to granduca quanto le leggi della Chiesa e quelle
deironore aborrissero un tal matrimonio, e si op-
ponessero per renderlo invalido 5 quanto fosse
turpe il sostener don Antonio per proprio figlio,
e quanto niaP esempio avrebbe dato al pubblico
col dichiarar sua moglie una donna sì diflamata.
Tanloloconvinse colle ragioni che in quell'istante
ed alla sua presenza fece voto a Dio di non la spo-
sare altrimenti^ accettò il propostogli rimedio d"'al-
lontanarsi da lei, e significatagli questa sua delibe-
razione partì alla volta dell'isola delPElba, ed alla
-visila del suo stato . Le opposte ragioni peraltro
colle quali un confidente della Bianca tentava
persuadere il principe , siccome secondavano le
sue inclinazioni, cosi riuscirono facilmente ad in-
durvelo: con esse gli artifizi della Bianca fecero
sul di lui cuore gli ultimi tentativi^ essa non la-
sciò mai di perseguitarlo con le sue lettere, nelle
quali ora rammentava le sue promesse,or mostra-
vasi rassegnata al di lui volere, affettava poi di-
sperazione, e minacciava inclusive darsi la morte.
Finalmente mosse il suo equipaggio per allonta-
narsi dalla Toscana, quando il granduca persuaso
dal di lei confidente ed intenerito da tante sue
'jin.^ 578. BEI TEMPI MEDICEI CAP. T. 2/1
dimostrazioni si lasciò vincere, e gli promesse di
contentarla . Era troppo recente la morte della
granduchessa, né conveniva per verun titolo ef-
fettuar subilo il matrimonio^ ma perchè la dila-
zione poneva la Bianca in nuovi pericoli , fu
stabilito di farlo segretamente, e senza che po-
tesse pervenire a notizia del pubblico, con ani-
mo poi di pubblicarlo solennemente dopo passa to
Tanno del lutto. Il 5 di giugno, cioè roen di due
mesi dalla morte dell' arciduchessa Giovanna, fu
eseguita in palazzo la dazione deiranello davanti
all'altare, cui assistè in luogo di parroco il frate
confessore, delegato dalParcivescovo per questo
effetto . Il vescovado di Chiusi fu poi la sua ri-
compensa , e la Bianca fu sempre a lui grata ed
alla sua famiglia di così segnalalo servizio. Igno-
rò il pubblico questo successo , e sebbene la
Bianca trasferisse la sua abitazione in palazzo
Pitti, il pretesto della custodia delle principesse
tolse il sospetto del matrimonio . Restò occulto
anche td cardinal Ferdinando, il quale si dava inu-
tilmente il pensiero di operare che da varie corti
si proponessero a suo fratello nuovi parliti. Ridol-
fo li avrebbe desiderato di unirlo colla Gglia del-
l'arciduca Carlo, ma egli resistendo a qualunque
proposizione, replicava di aver ancor tempo a de-
terminarsi ^ bensì andava immaginando i modi
rome coonestare presso il pubblico il matrimonio
colla Cappello, per non ricevere dai principi qual-
che torto neiratto della pubblicazione. La casa di
Austria era quella che l'obbligava a maggiori ri-
guardi; nou solo a motivo della prole della dcfun-
^72 àVVESIMEJ^Tl STORICI ^n.1578.
ta Giovanna, come ancora perchè da essa sperava
ormai tulio Pappoggio ed il sostegno delle onori-
ficenze controverseli dalla casa (li Savola. Avea
sperimentata la Gerezza ed i risentimenti delPar-
cidnca Ferdinando, e giudicò del suo principale
interesse il guadagnarsi la sua buona amicizia e
corrispondenza (3o).
g. aa. Il desiderio della vendetta , passione
predominante negli spiriti deboli, preoccupò tal-
mente l'animodi Francesco.^ che deliberò d'estin-
guere in qualunque modo i suoi ribelli e quei
che avean congiurato contro la sua persona, ad
onta che si fossero refugiati e protetti dalla re-
gina di Francia . Il granduca avea incaricato un
certo Curzio Picchena da Colle , segretario del
suo ambasciatore a Parigi di sbrigarlo dei più rag-
guardevoli tra gli esiliati toscani, che tuttavìa si
trovavano alla corte di Caterina dei Medici ; a
quest^Kjpo lo avea provveduto di sotiili veleni.
Egli avea mandati in oltre alcuni sicari italiani
creduti i migliori di tutti gli altri. Il granduca pro-
mise un premio di 4ooo ducati per ogni omicidio,
oltre il rifacimento di tutte le spese che sareb-
bero occorse. Bernardo Girolami cadde pel primo
vittima di questa trama ^ la di lui morte atterrì
in modo tutti gli altri esuli fiorentini, che questi
per salvarsi si dispersero per le provincie della
P'rancia e dell' Inghilterra; ma in ogni luogo fu-
rono inseguiti dai sicari di don Francesco, e tutti
coloro che avean recata qualche molestia al gran-
duca perirono (3 i).
g. a3. In questo tempo il duca d'Este non la-
^/I.1579. DEI TEMPI MEDICEI GAP. V. aja
sciava mai occasione d'inquietare la casa Medici:
procurò di sollevare gli abitanti di Borgo di Val
di Taro, principato ai confini del territorio di Pia-
cenza, e se ne impadronì^ per cui Francesco, pre-
sidiando d^ordine delPimperatore le terre di Bar-
di e Compiano, incontrò nuovi contrasti col duca
di Parma. La guerra di Fiandra impegnò il gran-
duca ad un imprestito di 400000 ducali, ed il re
Filippo accettò al suo servizio don Giovanni del
figlio naturale di Cosimo, e dichiarò don Pietro
generale della fanterìa italiana (Sa).
g. a4. Restava tuttavia ignoto a ciascuno il ma-
trimonio del granduca colla Bianca Cappello, ed i
fratelli, sebben temessero che potesse succedere,
pure non aveano alcun motivo da crederlo di già
effettuato. Nondimeno cresceva ogni giorno più
nel cardinale la mala contentezza contro il fra-
tello 5 e non mancavano ministri , che consul-
tando più r interesse che il dovere loro , pro-
curavano di alimentarla con nuovi supposti. Portò
il caso che il cardinale dovette trasportarsi a Fi-
renze e verificare da sé med^imo lutti i sospetti.
I disordini de! granduca, la sua vita irregolare,
le villeggiature e le cacce gli cagionarono una
malattìa di febbre, non senza qualche timore di
tonseguenze sinistre. Corse da Roma il cardinale
a visitare il fratello, e restò gravemente sorpreso
allorché vide la Bianca assisterlo continuamente,
ed escludere ogni altro dalla sua presenza: ei si
credette in dovere di Uicstrare al medesimo non
convenirgli punto in tali circostanze l'assistenza
di quella donna, e'I grave pregiudizio che ne de-
Sl. Tose, Tom, 10. 24
274 AVVENIMENTI STORICI ^rt.1579.
rivava alla sua coscienza ed a! decoro . Dovei te
finalraenle Francesco confessare al fratello il
contrailo matrimonio , e scusando la violenza
della passione, le promesse, e la sua debolezza ,
rivelare le agitazioni interne che lo alfllggevaiio.
Dissimulò per allora Ferdinando Testremo dolore
concepito per questo accidente, ma poi ritiratosi
e confidato il successo ad un segretario suo con-
fidente, non polè trattenerle lacrime. Con questa
amarezza, subito che lo permesse T indisposizione
del granduca, si ritirò a Roma , con animo di vi-
vere perpetuamente in quella città, e non veder
più il fratello, uè i di lui cortigiani.
§. 25. Il granduca ristabilito in salute pensò
a render pubblico il suo matrimonio, e prima di
tutto ne fece la confidenza a Filippo , cui seppe
così ben persuadere, sostenendo T inganno della
Bianca, con rappresentare per suo il figlio ch'ella
suppose aver partorito colla speranza di averne
altri , onde appoggiare la successione della sua
casa, che Filippo replicò graziosamente alla par-
tecipazione fattagli , ed approvò il matrimonio.
Prima però di annunziarlo alle altre corti ne avea
fatta parte alla repubblica di Venezia, inviandovi
con nobile e [)omposo corteggio il conte Mario
Sforza di Santa Fiora , che fu apportatore di una
lettera del granduca al doge , nella quale egli
vanta vasi della sua inclinazione di preferire l'al-
leanza di quella repubblica a qualsivoglia altra
di Europa, e diceva elicerà venuto nella determi-
nazione di sposare la Bi^mca Cappello , reputan-
dola come figlia di quella repubblica. Straordi-
jin.iÒ^d. DEI TEMPI MEDICEI CIP. r. 276
narie e grandiose furono le acco:;lienze che la re-
pubblica fece allo Sforza, e volle dare al granduca
le più certe prove di gradimento e di buona cor-
rispondenza nelTudienza formale data in collegio
dal doge e dalla signorìa allo Sforza. Fu proclamala
a pieni voti in Pregadila Bianca Cappello,, vera e
partìcolar figliuola della repubblica, per corrispon-
dere alla stima che ha mostralo il granduca tener
di noi in questa prudenlissima risoluzione „. Fu
annunzialo al pubblico in Venezia quell'atto col
suono di tutte le campane e collo sparo dell'ar-
tiglierìa. Ripartì lo Sforza da Venezia carico dì
onori e regali , e portò alla Bianca il diploma di
figliuolanza. Per corrispondere il granduca inviò
a ringraziare la repubblica il suo fratello natu-
rale don Giovanni, benché di soli anni dodici.
g. 26. All' arrivo del giovanetto in Venezia si
rinnovarono le feste e le onorificenze. Se ne ritor-
nò eglia Firenze, e la repubblica deputò due am-
basciatori nei senatori Tiepolo e Michieli, per por-
re in possesso la Bianca delle prerogative che le
convenivano, come figlia di s. Marco, ed assistere
alla formalità delle nozze. È soverchio il narrare
minutamente le onorificenze impartite loro dalla
magnificenza del granduca pel contento che ne
avea : furono essi magnificamente alloggiali nel
palazzo dei Pitti. Si fissò poi il giorno la d'otto-
bre la gran funzione per V incoronazione della
Bianca, e furono rinnovali solenni sponsali , il
che tutto si esegui con la maggiore splendidezza
nella cappella del palazzo, da dove quasi Irionfal-
raenle la nuova granduchessa fu condotta alla
HyG AVVENIMENTI STORICI AnA'ol9,
nieli'opolilana, seguitata dallo sposo, dagli aniba-
srialori e da tutta la nuova comitiva, ed in mezzo
ad una indicibile affluenza di popolo concorso per
godere di questa allegrezza. Assistettero al solen-
n«^ divino officio gli sposi, dopo di che collo stes-
so treno se ne ritornarono al palazzo. Sulla fine
d'ottobre ripartirono gli ambasciatori con tutti ì
parenti della Cappello, ricolmi di onorificenze e
regali. Restò soltanto Vittorio Cappello, con ani-
mo di stabilire in Firenze la sua dimora , ed il
granduca assegnò ad esso una pensione perpetua
da passare nella sua linea mascolina, e costituì
una dote per la sua figlia. Fissò anche una dote
alla granduchessa di looooo ducati da collocarsi
sulla zecca di Venezia. È opinione che questa ce-
remonia, ambascerìe, feste, regali ec. non costas-
sero al granduca meno di 3ooooo ducali. Il solo
cardinale Ferdinando non seppe dissimulare la
sua disapprovazione, scusandosi con diversi pre-
testi d'intervenirvi, e mandò soltanto un suo gen-
tiluomo a complimentare gli ambasciatori (S3) .
Pareva a lui che con tali sponsali avesse il gran-
duca Francesco adombrato il nobilissimo suo pa-
rentado, degno ormai d'esser congiunto con mo-
narchi e signori di altissimo rango; che però era
fama eh'' egli ad altro non pensasse che a torsi
davanti agli occhi questo disonore, con farle dar
veleno^ di che avvisala Bianca, viveva guardinga
e pensava continuamente al modo di farlo incap-
pare in quei medesimi lacci che andava a lei ten-
dendo (34).
g. 2,7. Le leve fatte in Italia sotto il comando
Jn.^ 5S0, DEI TEMPI MEDICEI CAP. V. 2.yy
di don Pietro per servizio del re Filippo, e la
stretta relazione di Francesco con questo mo-
narca, destarono sempre più T invidia degli altri
principi italiani verso la casa Medici, e segnata-
mente della corte di Francia irritata per vedersi
posposta nelPalleanza, malgrado le sue pompose
offerte al granduca . Le gare di precedenza del
duca di Savoia e di Ferrara furono pure soste-
nute dal re di Francia, e posposto nelle formule
d'etichetta T ambasciatore di Firenze. Non può
abbastanza descriversi quanto questo colpo fosse
sensibile al granduca, che richiamò il detto am-
basciatore da quella corte (35). La successione dì
casa Medici appoggiavasi soltanto nel principe don
Filippo, la di cui debole costituzione faceane pre-
veder prossima la mancanza . La Bianca con si-
mulate gravidanze ed aborti teneva vìva nel gran-
duca la speranza di successione, ma non ingan-
nava però il cardinale , che conosceva i dì lei
artifizi . Desiderava questi che don Pietro si am-
mogliasse, e gli proponeva diversi partiti in Italia,
e lo stesso granduca n' era desideroso. La gran-
duchessa ormai pervenuta al compimento de'^suoi
desideri! ambiva di guadagnarsi P amicizia del
cardinale, e diventar essalo strumento della riu-
nione dei fratelli, i quali davansi in ogni occasio-
ne dei contrassegni del mutuo loro esacerbamen-
to . Il cardinale splendido di sua natura si era
disastrato nella sua economìa : domandò quindi
al granduca un'' anticipazione sopra i suoi asse-
gnamenti, che gli fu assolutamente dal fratello
piegata. Bianca s'impegnò d'ottenergliela, ed es-
fiyS AVVENIMENTI STORICI uitlASSO,
senclovi riuscita, fu questa Tepoca di un''appareii-
te riconciliazione fra loro, che poi obbligò il car-
dinale ad andare a Firenze per dissipare colla
sua presenza tutti quei sospetti che tenevano gli
animi loro alienati e divisi . Uno degli oggetti
principali della riconciliazione fra loro si era il
riunire i due partiti medicei in Roma alT occa-
sione del conclave, dove gli Estensi ed i Farnesi
potevano mediante le divisioni dei Medici avere
una superiorità . Un piano formato dal cardinale
dei Medici di separare il cardinale d*" Este dal
Farnese ebbe il suo effetto, ed il Medici e l'Esten-
se fecero una sincera amicizia ed unione d''inte-
ressi (36).
g. ll8. Non ostante le gare ch^esistevano Ira i
principi italiani, si godeva quiete in Italia, dovu-
ta ali" impotenza dei principi oltramontani , ed
avrebbe questa continuato, se delle calamità non
fosser venute ad opprimerla. La peste che avea di
già fatte molte stragi a Venezia e nella Lombardia
si era propagata nella riviera di Genova, ed aven-
do infestate le coste della Provenza si avanzava
nelPinterno della Francia. Colle pia grandi cau-
tele potettero i principi ed il granduca special-
mente liberare dalP infezione il paese , ma non
mancò altro malore, che fu una epidemìa deno-
minata il male del castrone, che produceva gran
dolore di capo e continue vigilie. Nel luglio ne fu
attaccata Firenze, e tuttoché per T ordinario il
male non fosse mortale, pure fra la plebe,mancan-
le di aiutijfece della strage. Anche il granduca ne
fu attaccato , ma dopo quattro giorni ne rimase
Àn.ISSO. DEI TE3IPI MEDICEI CAP. V. Hy^
libero: ci si unì ancora la carestìa a cagione di due
anni consecutivi di scarse raccolte in Toscana, il
che faceva temere di una rivoluzione nel popolo,
essendo lutti malcontenti del governo e dei mi-
nistri che in tempi così calamitosi usavano di un
rigore eccessivo nella riscossione dei dazi. Nacque
ancora nel ministero una rivoluzione, e furono al-
riraprovviso sbalzati dalla corte sotto differenti
pretesti i più intimi confidenti del granduca, che
erano Francesco Iacopo Salviati , Mario Sforza
e Pandolfo Bardi . Si credette che ciò avvenisse
per opera di Vittorio Cappello , che solo voleva
dominare in corte (37).
g. 2,9. Il popolo si maravigliò fortemente di ve-
dere nell'autunno venire in Firenze per la villeg-
giatura il cardinal Ferdinando de'DIedìci, ed esser
ricevuto colla più grande amorevolezza tanto dal
granduca quanto dalla granduchessa, ed egli stes-
so contraccambiare anche colla cognata ed i suoi
parenti lutti i tratti di buona relazione e di offi-
ciosità.Persuasi il granduca e la Bianca della since-
ra riconciliazione del cardinale gli comunicarono
scambievolmente i loro interessi ed i più impor-
tanti affari dello slato, e gli dettero intiera libertà
di proporre lutto ciò che credesse conveniente
alla comune grandezza. Uno dei primi pensieri
did cardinale fu di mettere in considerazione al
fratello a quanto debol sostegno fosse appoggiata
la successione della famiglia, e quanto perciò fos-
se necessario il richiamare don Pietro dal Porto-
gallo, ch'era già conquistato, e stabilirlo in To-
scana cou un decente accasamento. Fu dunque
a80 AVVENIMENTI STORICI ^<1.1 580.
richiamato^ e gli fu proposta per moglie la sorel-
la del duca d''Urbino, ma egli ricusò di maritarsi,
edafiche di ritornare in Toscana, fintantoché il
re non gli avesse fissata una carica permanente
« di sua convenienza. Tutti i più rilevanti affari
del granduca passavano sotto l'esame del cardi-
nale, il quale, godendo della stima ed amore uni-
versale, faceva sperare che il fratello avrebbe pro-
fittato de*'suoi lumi. Alla metà di dicembre egli
se ne tornò a Roma regalato magnificamente dal
granduca e dalla Bianca, lasciando gran desiderio
di sé in Firenz*?. La Bianca continuò a coltivare
la di lui amicizia e ad obbligarselo con cordiali
espressioni (38).
g. 3o. Attese le infestazioni dei banditi, dalle
masnade dei quali erano travagliate tutte le fron-
tiere della Toscana con lo stato ecclesiastico, fu
richiesto il granduca di prestare soccorso al papa
contro di essi, e promise che non avrebbe dato loro
sicurtà nel suo stato ^ ma non volle concorrere
alla esecuzione da farsi in quello della Chiesa, e
sfilò dei cordoni di truppe ai confini per im-
pedir loro l'ingresso nel granducato. Dava però
a Francesco più pensiere il progetto del papa
d^impossessarsi del feudo di Pitigllano, apparte-
nente al conte Niccola Orsini, col pretesto che
questi dava ricetto ai masnadieri dello stato ec-
clesiastico. Il cardinale Ferdinando consapevole
di ciò pensò di prevenire il papa con uno strat-
tagemma. Avvertì Alessandro Orsini figlio del so-
praddetto Niccola conte di PitiglJano di quello si
trattava; e lo consigliò a discacciare il padre dal
JnA5S0, DEI TEMPI MEDICEI CAP. V. 2.8 1
feudo: fu accettato il partito che piacque anche al
granduca, il quale mandò delle truppe a Sovana
per accorrere in ogni evento: riuscì facilmente al
6glio di scacciare il padre dal feudo, e di prender-
ne il governo, e il granduca accettando i reclami
del padre e del 6glio divenne Tarbitro dei loro
interessi. Non fu difficile il persuadere Niccola a
rinunziare al feudo col riceverne una conveniente
pensione da pagarsi dal granduca e dal tìglio, e
Alessandro cede liberamente a Francesco le due
fortezze di Piligliano e Sorano,col riceverne una
ragguardevole somma. Entrato il granduca in pos-
sesso di quelle fortezze fece demolire quella di
Pitigliano, e fortificò Taltra di Sorano (39).
g. 3i. A-nche la città del Borgo s. Sepolcro
cadde in potere del granduca di Toscana. Erano
da quaranl'anui che questa terra col consenso
dei cardinali era stata impegnata al duca di Fi-
renze per una buona somma di denari, alla con-
dizione che se nel termine di 18 anni la Chiesa
avesse fatta la restituzione del denaro sarebbe
restituita dal duca la terra, altrimenti passato
questo termine s'intendesse che quel luogo fos-
se decaduto liberamente al duca, né la Chiesa
per nessuna ragione potesse ridomandarlo. Es-
sendo per tanto ricuperate dai ministri ecclesia-
tici molte castella e terre, occupate da vari prin-
cipi potenti in vigore di un breve poutiiicio, pre-
tendevano perciò i delti ministri di ricuperare s.
Sepolcro. Il granduca per non prender brighe
colla corte di Roma, soffriva di restituirlo, pur-
ché al pagamento del debito che la Chiesa aveva
aSa AVVENIMENTI STORIOl JnAbSO.
con lui, gli fossero rifatte le spese da esso fatte
per forfitìcarlo. Siccome queste spese passavano
i Irecentomila scudi, cosi il pontefice stava forte
in rivolere la terra, ma trovato il granduca più
forte di lui.s'incominciò fra i confinanti della Chie-
sa e del granduca a pigliare le armi, e ogni di se-
guivano incursioni e ammazzamenti tra Tuna e
l'altra parte. Finalmente stando il granduca fer-
mo nel suo proposito gli fu rilasciato il Borgo s.
Sepolcro, e così finirono le risse fra que^opoli e
le brighe tra le corti di Roma e di Toscana (4o).
§. 3a . Ritornato a Roma il cardinale Fer-
dinando si unì al suo volere anche il cardinale
Gonzaga , onde il partilo farnese infievolivasi
sempre più, e quel dei Medici diveniva potente.
Il re di Spagna mandò in quesl"* anno al grandu-
ca il tosone, e dette a Ferdinando la protettola
di Spagna a Roma, per aver essi accomodati gli
affari giurisdizionali tra il papa e il detto monar-
ca. Divenuto Vittorio Cappello scialacquatore e
prepotente alla corte, non solo s''era reso odioso a
tutto Firenze, ma finalmente cominciò a dispia-
cere anche al granduca e alla sorella, i quali lo
costrinsero a ritornarsene a Venezia, ed al Ser-
guidi, ch'era con Vittorio sempre in opposizione,
restò appoggiata la principale direzione del go-
verno e del gabinetto . Il granduca pareva or-
mai stanco degl'affari e si occupava n ei passatempi,
scorrendo le sue ville, e facendo ricevimenti ai
principi forestieri, come succedette per farciduca
Massimiliano, desiderando egli di non trascurare
alcuna occasione di cattivarsi l'animo della casa
Jn.IBSO. DEI TEMPI MEDICEI GAP. V. a83
d'Austria, tanto più che presto dovea riunirsi in
Germania la dieta, ed esaminare la precedenza tra
lui e il ducadi Savoia. La stretta amicizia e benevo-
lenza che tino dai tempi di Cosimo teneva unita
alla casa Medici quella degli Sforza di s. Fiora,
faceva che il granduca stimasse come propri gli
interessi di quella famiglia, e cooperasse con tutta
l'autorità al di lei avanzamento. A tal eflfetto per
renderla polente alla corte di Roma aveva mari-
tala la conlessa Costanza Sforza a Iacopo Buou-
compagni^ avea ricolmalo Mario Sforza di onori,
di cariche e di slipentli, ed il cardinale di lui fra-
tello riconosceva dalle opere e dalTautorità della
casa Medici la protettorìa della corona di Spa-
gna. Il granduca Francesco per raaggiormenle ri-
stringere quest' alleanza avea promesso al gio-
vane marchese Sforza di dargli in isposa donna
Virginia sua sorella, tiglia naturale di Cosimo e
della Cammilla Martelli, essendosi a quesfeffet-
to il cardinale obbligato di lasciarlo erede di tutte
le sue facoltà.
§. 33. Il conte Mario per un certo dispiacere
avuto con Vittorio Cappello, tenendosi mal sodi-
sfallo del granduca e della Bianca, dette da per
sé stesso il motivo della sua decadenza dal i'avore
della corte, e il cardinale Sforza, non avendo nel
It'Stamenlo neppur fatta menzione del marchese
suo nipote, mancò alla parola e agli appuntamenti
presi per la conclusione del parentado. Ma lut-
to ciò non Taviebbe interrotto se gli sforzeschi,
appena morto il o3rdinale,non avessero tacitamen-
te operalo col papa per mezzo del Buoncompa-
•i84 AVVENIMENTI STORICI ^/i.15S0.
gni che conferisse il cappello cardinalizio al mar-
chese, il quale scordatosi delTinipegno contralto
colla Virginia, non ebbe riguardo di doniondarlo
egli stesso. Maggiore prudenza usò il pontefice,
ilquale disapprovando questo contegno rigettò
le loro istanze per non far torto al granduca. Non
seppe Francesco dissimulare tanta mancanza di
rispetto alla sua persona, e ben lo dimostrò in
occasione che gli sforzeschi vedendosi rigettati
dal papa tentarono di prevenire il suo sdegno
con fare istanza che si effettuassero speditamen-
te le nozze: replicò loro, il granduca che Cosimo
avea con uno scritto di sua mano ordinato, che
donna Virginia non potesse sposarsi se non com-
piti i 17 anni, e che non avendone finiti tredici
vi era tempo a risolversi. Ma insistendo essi sul
trattato già stabilito, il granduca entrato in furore
li rimproverò aspramente del loro falso procedere
e lì rigettò dalla sua presenza . Essi si allontana-
rono da Firenze di mala grazia , e il granduca
licenziò Mario Sforza dal carico che teneva di
generale della sua infanterìa . Questo accidente
commosse Iacopo Buoncompagni e lo stesso papa
Gregorio XIII contro la casa Medici in forma che
non ebbe riguardo veruno a dichiarare la sua par-
zialità (4i).
g. 34. Mentre tutti i principi godevano della
pace e tranquillità che loro offriva Tltalia, Fran-
cesco granduca di Toscana perdette V alleanza
della repubblica di Venezia , per lo che ebbe ad
incontrare innumerevoli sollecitudini. Le galere
di s. Stefano inseguendo le navi dei turchi potè-
^/2.1582. DEI TEMPI MEDICEI GAP. V. a85
rono depredarne alcune in quelle acque medesi-
me, nelle quali la repubblica veneziana avea loro
promesso sicurezza, di che offesasi quella repub-
blica mosse lamenti al granduca, domandando-
gli sodisfacimentodei danni. A-lle ripetute inchie-
ste dei venezianiricusatosi Francesco, uè valendo
a rimuoverlo dalla sua ostinazione la mediazione
del pontefice ed i suggerimenti del re di Spagna,
la repubblica veneziana si alienò totalmente da
lui, e dichiaratasi nemica, non lasciò sfuggire oc-
casione per farlo pentire di così oltraggioso rifiu-
to (42).
g. 35. Ebbe frattanto il granduca altri dispiaceri
in famiglia, e gli fu oltremodo sensibile quello di
perdere il suo maschio don Filippo, che cessò di
vivere il dì 29 marzo. Di gran dolore fu a lui que-
sta perdita, come anche al cardinale, ma non volle
che si facesse alcuna dimostrazione di lutto e di
condoglianza. Temevasi che dietro una tal perdita
non venisse I-estinzione della famiglia Medici. La
Bianca ancoressaera afllitla per lasuainfecondità,e
già studiava i mezzi per far cadere la successione
nel supposto suo figlio don Antonio. Se ne inso-
spettì il cardinale, tanto più che vedeva ogni gior-
no crescere le premure del granduca verso di
quello. Non era lontano il cardinale di sacrifica-
re al bene della famiglia (piella grandezza che
aveva nello stato ecclesiastico, ma volle prima
che si teolasse di persuadere don Pietro a nuo-
vamente accasarsi. Vane però furono le premure
dei fratelli , giacché la vita di libertinaggio che
conduceva lo teneva lontano dal sottoporli a nuo-
St, Tose, Tom, 10. 25
a86 AVVENIMENTI STORICI ^/1.1 Ò82.'
vi vincoli, né lo movevano le istanze del re Fi-
lippo, se non che in seguito lusingato da esso di
una carica permanente e convenevole, finalmen-
te s'^indusse a dargli parola di nuovamente pren-
der moglie (43)' Arrivato frattanto in Italia il
conte d'Olivarez.spedito dal re di Spagna alla di-
rezione degli affari d' Italia, portò i dispacci per
investire il cardinale dei Medici della protettorìa
di quella corte. Non ostante tutte le accoglienze
ed officiosità fatte dai Medici a questo ministro ,
egli si tenne con essi loro in una maniera così
misteriosa, che produsse una tal mala intelligenza,
che in seguito fece nascere una intiera aliena-
zione della casa de'Medici dalla corte di Spagna.
Si vide perciò il granduca obbligalo a stringersi
maggiormente col papa, e così stabilire in Roma
più fondatamente il partito e l'autorità della sua
casa. Si agitavano intanto alla corte imperiale ed
alla dieta gli affari di precedenza, e specialmente
fra '1 duca di Savoia ed il granduca, e sebbene il
voto della dieta fosse per il duca di Savoia, l'im-
peratore non volle fare alcun cambiamento nel-
l'etichetta.
g. 36. Forti querele seguirono in questo tem-
po tra'l granduca e la repubblica di Venezia, che
poi degenerarono in aperta rottura. Motivo di
questo fu un trattato segreto tra '1 doge Niccolò
da Ponte ed il duca di Ferrara, il quale chieden-
do che la repubblica gli accordasse i titoli di al-
tezza e di serenissimo, propose il matrimonio di
don Cesare d^Este erede presuntivo di tutti i suoi
stati con una nipote del doge, a condizione però
w^/2.1582. DEI TEMPI MEDICEI CAP. T. 287
che fosse adottata per 6glia della repubblica, co-
m''erasi fatto per la Bianca. Per quanto il trattato
fosse occulto, e nulla di ciò fossesi comunicato al
senato,Yenne nonostante a notizia di Bianca,che ne
fece risentimento alla repubblica, non solo per sé,
ma anche per il granduca. La maniera forte colla
quale ella fece dal segretario del medesimo espor-
re le sue lagnanze, inaspri gli animi dei senatori,
già prima maldisposti perla negativa della preda
fatta dalle galere di s. Stefano in Levante. Man-
dò finalmente la repubblica un segretario a Fi»
renze per assicurare il granduca della di lei igno-
ranza quanto al trattato del matrimonio, e nel
tempo slesso domandare la restituzione della
preda, e pregarlo a desistere dal mandare le galere
in corso verso PArcipelago ed i luoghi di suo do-
minio . Espose il segretario al granduca la sua
commissione con molta destrezza, ma in vano^per
lo chela repubblica interpose la mediazione del
papa e del re di Spagna, ma il granduca rispose al
papa cbe non si aspettava di esser ripreso da sua
Sanlità perchè perseguitava il lurco^edal re che
lo schiamazzo de'veneziani non tendeva ad altro
che a farsi una privativa del commercio di Le-
vante (44)'
g. 37. In conseguenza delle pratiche del car*
dinal Ferdinando , fu stabilito il matrimonio di
donna Virginia, figlia di Cosimo e di Gammilla
Martelli, con don Cesare d' Este, ed il granduca
provò grande allegrezza per tale avvenimento, che
preparava V estinzione della rivalità tra le duo
famiglie: inollrossi anche un altro trattalo di don^
a88 AYTENIMENTI STORICI jén.158$,
na Eleonora col principe di i\Iantova,che scioglie-
ira la lega dei principi lombardi contro il granduca.
Vedendo il papa ormai bene stabilita la potenza
ed autorità della famiglia Medici , e conoscendo-
si prossimo al suo fine, risolvè di secondarla per
lasciarla favorevole dopo la sua morte a Iacopo
ed ai nipoti, A quest'oggetto nella promozione
che fece nel dicembre al cardinalato , incluse
molti di quei soggetti che il granduca desiderava,
tra i quali erano Alessandro de'lVIedici arcivesco-
vo di Firenze ed Antonio IVIaria Salviati. Al coni-
pimenlo dei desideri di Francesco e del cardinale
mancava solo il ritorno di don Pietro dei Medici
dalla corte di Spagna, e la sua determinazione
per accasarsi. Piegatosi contro sua voglia a que-
sto passo per le dimostrazioni del re Filippo ,
volle una dilazione di quattro anni , giacché Io
permetteva la sua età , e lo esigeva il disastro
della sua economìa. Questo ritardo era consen-
tito dal granduca e dalla Bianca ^ ma dispiaceva
al cardinale, che non mancava di persuaderlo ad
accelerare questo passo . Era finita la guerra del
Portogallo, ed il re di Spagna memore della pro-
messa data , nominò esso don Pietro generale
della infanterìa con seimila ducali d' appunta-
mento in tempo di pace , e dodicimila in tem-
po di guerra , con libertà di trattenersi presso i
suoi fratelli, come desiderava (45). Fu in questo
anno che Francesco istituì il consolato di Messi-
na per secondare il commercio colla Sicilia. Ten-
tò d'introdurre in Toscana la manifattura delle
porcellane , ma non vi riuscì. Fu più fortunato
^«.1583. DEI TEMPI MEDICEI GAP. V. 289
neirarte del commesso in pietra dura , che giun-
se a poco a poco ad allissima perfezione. Gli abi-
tanti di Montecatini gli donarono i loro bagni:
vi fece dei regolamenti, ma il loro risorgimento
devesi nel 1784 ai monaci della badìa di Firen-
ze (46).
§. 38. Il principe di Mantova si portò a Firenze
a visitare la principessa figlia di Francesco.Eleono-
ra sua sposa, ove ricevette grandi onori e feste, e
di poi il cardinal Ferdinando e don Giovanni dei
Medici con fastoso e numeroso seguito accompa-
gnarono la sposa a Mantova, dove arrivati alla line
d''aprilesi fecero le nozze. Reslava al granduca lo
importante pensiero di procurare la successione
nella famiglia, quando appunto ai primi di luglio
giunse in Firenze don Pietro che fu accolto con
tutte le dimostrazioni di amorevolezza, tanto dal
granduca quanto dalla Bianca.Cominciarono però
ben presto tra loro i dissapori, poiché don Pie-
tro avendo condotto seco di Spagna una sua fa-
vorita, e volendo che fosse ammessa alla corte,
gli f'i ciò negalo^ per lo che restò egli fortemente
inasprito,e minacciò di tornarsene subito in Spa-
gna : sollecitato a prender moglie addusse la scu-
sa dei suoi debiti . Pagò questi il granduca riella
somma di aoo,ooo scudi, da rivalersene però sulle
sue entrale, e credeva di aver con ciò tolte le
difficoltà^ ma richiesto di nuovo a dichiararsi circa
il matrimonio, disse di non voler moglie tinche
non si fossero rese libere le sue entrate. Rimase
però esacerbalo l'animo del granduca, e si accreb-
bero sempre più le discordie domestiche. La nia-
aa-
S.QO AYVEMMEXTl STORICI ^/1.1584.
lignilà di alcuni ministri e la debolezza del gran-
duca lenevan vive queste dissenzioni , le quali
estendevansi anche al canlinale, con tutto che
questi per prudenza dissimulasse (47)«
g. 59. Tranquilla era l'Ualia a quest'epoca, e
la Toscana specialmente: solo pendevano le que-
rele e la mala intelligenza colla repubblica di
Venezia, ma l'una e Tallra parte parean disposte
ad un accomodamento: si tenner però delle pra-
tiche ma senza buon esito. Siccome il mar To-
scano era infestato dai corsari, così il granduca
fece porre in ordine quattro galere e le mandò a
Civitavecchia, dove arrivò dalla Sicilia ì>Iarco An-
tonio Colonna con dieci galere, e oltre a quelle
del granduca ve ne trovò altre quattro della reli-
gione di iVIalta,e due napoletane. Con queste ga-
lere il Colonna si pose a cercare il governatore
d'Algeri che scorreva i nostri mari; ma per quan-
te diligenze egli usasse, non lo potette mai rinve-
nire, e solo imbattendosi in due brigantini in-
contanente li prese. Le galere del granduca e di
Malta restarono a Livorno ed il Colonna passò a
Barcellona, e di li per terra a Medina Celi , ove
morì compianto da tutta l'Italia, essendo egli il
più valoroso e liberal cavaliere ch'ella avesse in
quel tempo (48).
g . ^o . T gesuiti, desiderosi di accrescere le
cose della religione dalle parti del Giappone, pro-
curarono di far venire di là in Italia una compa-
gnia di giovani nobili, colla speranza che vedendo
essi la felicità dei paesi posseduti dai cristiani,
e la bontà e civiltà dei costumi prendessero buon
^71.1585. DEI TEMPI MEDICEI CAP. V. 29 1
concetto della religione cristiana, per facilitar così
la di lei propagazione. A.ccon)pagna ti pertanto dai
gesuiti giunsero que''giapponesi a Lìvorno,e furon
fatti ricevere dal granduca con molle accoglienze:
eguale onore ebbero passando da Livorno a Pi-
sa, e ila Firenze a Siena. Giunti a Roma furono
accolli dal papa, ed ascoltati in pieno concistoro,
ed essi a nome dei loro regi gli prestarono ob-
bedienza. i>Ia il pontelice Gregorio , dimorando
ancora essi ambasciatori in Roma , si ammalò il
di 9 aprile, e fu si potente il suo male che il gior-
no seguente se ne morì. Dopo dodici giorni adu-
nato il già conclave si rinnovarono le solite gare
dei Farnesi e dei Medici. Ma essendosi molto a-
doprato il cardinal Ferdinando fu eletto pontefice
il cardinale Felice Peretti da Montalto dell'or-
dine dei minori conventuali , il quale assunse il
nome di Sisto V. A.Ila sua coronazione e posses-
so onorò gli ambasciatori giapponesi, e donò loro,
oltre varie reliquie , tremila scudi per maggior
comodo del loro viaggio(49). Il granduca mandò
diversi soggetti a complimentare il nuovo papa,e
fuvvi spedito anche don Pietro, il quale ad istan-
za del granduca e del cardinale fu esortato dal
papa a prender moglie: in questa occasione il car-
dinale e don Pietrosi comunicarono i loro senti-
menti e la mala sodisfazione che ambedue ave-
vano del granduca. ''
J. 41. liia ormai nota la mala intelligenza che
passava tra il granduca ed i fratelli, fomentata
da'maligni ministri e dalla Bianca, che fingendosi
benevola verso i suoi cognati alienava |;>erò seni-
agii AVVENIMENTI STORICI Art* 1 585.
pre Tanimo del granduca da essi, e procurava di
allontanare il nuovo matrimonio di don Pietro.
L^'amicizia del papa per la casa Medici, combinata
colla benevolenza del re Filippo, compiva intiera-
mente i desideri politici del granduca, che non
interessandosi nelle discordie di Francia,nèaven»
do di chi temere in Italia, più non curava di me-
scolarsi nel vortice politico dell'Europa. Si stava
egli nella continua solitudine di Pratolino, dove
avendo accumulato con grave dispendio ciò che
sapeva immaginare il gusto del secolo di delizie
e di comodi , si rendeva invisibile ai sudditi , e
rare volte accessibile al ministro. L"* ozio e la
morbidezza facilitavano alla granduchessa V ef-
fetto dei suoi artifizi, ed accrescevano forza alle
passioni del granduca contro i fratelli. Già pa-
reva che tutte le loro mire tendessero ad in-
grandire don Antonio, cui Francesco, oltre ad
aver costituito in beni stabili un patrimonio di
sessantamila scudi di rendita , comprali feudi e
beni fiscali nel regno, preparava espressamente
una villa di delizie alla 3Iagia,ed un palazzo nel-
la capitale. Si erano trasferite alla nuova galleria
le officine del casino, per fabbricar quivi una ma-
gnifica abitazione per don Antonio, ormai riverito
dai popoli e considerato per la persona più rispet-
tabile dopo il sovrano. Tutto ciò non faceva che
disgustale i fratelli, e i mali trattamenti che sof-
friva don Pietro lo fecero finalmente risolvere ài
tornare in Ispagna, dove diceva di voler andare
a trattar da sé stesso un matrimonio, e che alla
prima occasione del passaggio delle galere spa-
^n.1585. DEI TEMPI MEDICEI CAP. V. 298
gnuole avrebbe effettuato il suo viaggio, del che
la Bianca ebbe molta sodisfazione. Poco dopo pe-
rò che don Pietro avea manifestata questa riso-
luzione,si sparse la voce che la granduchessa aveva
abortito alla villa di Cerreto , voce che fu autenti-
cata dallo slesso granduca^ laonde don Pietro egual-
mente che il cardinale sospettarono che non si
tramasse qualche nuovo artitìzio, per lo che sotto
vari pretesti pensò don P ietro di trattenersi in
Firenze. Fu intanto nel febbraio effettuato il ma-
trimonio di donna Virginia sorella del granduca,
e figlia di Cammilla Martelli con don Cesare rfj
Este, e venne celebrato con molta magnificen-
za (5o).
g. ^^. Cresceva sempre più la voce dello gra-
vidanza della granduchessa, ed insieme V alten-
zione e la vigilanza di don Pietro e del cardinal
Ferdinando, timorosi di una nuova supposizione.
Don Pietro però non potendo più resistere alle
persecuzioni ed agPinsulti che riceveva dal fratello
granduca, volle effettuare il suo viaggio a Madrid,
ed alla fine di luglio partì da Firenze, e giunto in
Spagna si applicò subito ad introdurre vari trat-
tati di matrimonio, in forma però da non devenir
mai alla conclusione di alcuno. Per compimento
della felicità del granduca non mancava che la
successione, ed egli la teneva per certy. Il corpo
della granduchessa aveva presa tal forma , che
agli occhi di tutti compariva gravida ^ essa però
dichiarava sinceramente al cardinale dei Medici
di creiler vane queste speranze , ma bisingava
il graniluca e lasciava gli altri nella incertezza .
^94 AVTESIMENTI STORICI JnASSl.
Giunto il mese di dicembre,in cui secondo il cal-
colo dovea vedersi il frutto della contrastala gra-
vidanza, si disciolse questa con una colica venuta
alla granduchessa, non senza grave pericolo della
sua vita, e cosi dileguossi ogni lusinga di succes-
sione . Conobbe il granduca la vanità delle sue
speranze, e sì convinse Bnalmente di avere oltre-
passalo i limili del suo risentimento contro il
fratello , e per mezzo della granduchessa stessa,
del cardinale di Firenze e del suo segretario in
Roma, volle assicurare del suo afifelto il cardina-
le , e procurare di acquistar la sua confidenza ,
obbligandolo a venire a passare la villeggiatura
seco lui, per contestargli in persona le più indu-
bitate prove della sua amorevolezza.
g. 43. Tutte queste circostanze fecero che il
granduca riconoscesse sempre più i veri meriti
del cardinale suo fratello, e lo considerasse pel
più valido appoggio della sua famiglia . Dette in
questo tempo Francesco una gran prova di mo-
derazione e di attaccamento per la casa d^A^ustria,
Morto il re di Polonia, Stefano Batlori, n^olti fu-
rono i concorrenti a quel regno, e tra gli altri il
principe di Svezia e Tarciduca Massimiliano. Fu
dunque da alcuni magnati di quel regno, da quelli
specialmente che più influenza aver potevano nella
elezione, pregato il granduca a concorrere anche
esso, sicuro del più valido appoggio. Diverse ri-
flessioni determinarono il granduca a ricusare as-
solulamenle quest'invito; ma nel tempo stesso
li pregava a rivolgere tutte le buone disposizioni
che per lui dimostravano, in favore delParciduca
j4n.i5Sl. DEI TEMPI MEDICEI GAP. V. 29?
Massimiliano, come infatti seguì, avendo impe-
gnato anche il papa ad impiegare tulte le sue pre-
mure in favore del predetto arciduca. A. seconda
della parola data , giunse in Firenze ai primi di
ottobre il cardinale Ferdinando, dove fu accolto
colla maggiore amorevolezza e cordialità dal gran-
duca e dalla granduchessa, coi quali parli subito
pel Poggio a Calano, dove in quella stagione so-
levan farsi le cacce, ed unitamente a loro il car-
dinale di Firenze ch'era il punto di unione della
famiglia (5i).
g. 44' Quivi ebbe luogo un celebre avveni-
mento, i cui particolari sono involti nelle tenebre,
cioè la morte improvvisa di Bianca, preceduta di
poche ore da quella del granduca suo consorte .
Narrano che Bianca al Poggio a Calano avesse
preparata una torta avvelenata al cognato car-
dinale, e che mentre schermivasi di assaggiarla
il granduca la gustasse. Bianca non fu pronta ad
impedirlo, e si avvelenò essa pure , quando vide
il marito perduto. Aggiungono poi che il cardi-
nale furibondo per questo terribile caso, si pones-
se sulla porta della stanza per impedire ogni soc-
corso ai due coniugi che miseramente morirono
tra gli spasimi. Non si può affermare la verità di
lutto ciò , ma non si può neppure ammettere
r opinione di coloro che nella famiglia Medici
trovano sempre naturali le morti di più persone
in un punto. Ciò che v'ha di certo si è, che il cardi-
nale non volle che il cadavere di Bianca fosse posto
nei sepolcri della famiglia , cosicché involto in un
lenzuolo fu gettalo nel carnaio di s. Lorenzo, se-
296 AVVENIMENTI STORICI -^rt.1587.
poltura comune della plebe. Yolle altresì che fos-
sero cancellati tutti gli stemmi Cappello, eri-
fiutandole il titolo di granduchessa la chiamava
pessima Bianca. Questa donna ancor giovanetla
fu desiderata in matrimonio per un secondo tìne,
il che accade per ordinario alle giovani ricche :
fu ingannala, sedotta e rapita da un avventurie-
Te fiorentino . Da sposa fu tratta a calpestare i
doveri coniugali, e divenuta a poco a poco donna
iniqua, fece pagar ben caro a quel principe, che
non seppe reprimere una passione, d'averla stra-
scinata sulle vie deirempietà (Sa).
g. 45. Il granduca Francesco mori d' anni 47,
avendo regnato dieci anni sotto la direzione del
padre, e i3 dopo di esso. Non lasciò altri figli che
donna IVIaria, la quale trovavasi in età d'anni la,
ed Eleonora già divenuta duchessa di Mantova:
restava ancora don Antonio reputato comune-
mente suo tìglio, e con esso educavansi ancora
Virginio Orsini duca di Bracciano, e donna Eleo-
nora sua sorella già figlia di Paolo Giordano Or- .
sini, e di donna Isabella dei Medici (53). A.ì suoi
tempi turbarono la Toscana gli assassini, i ma-
snadieri, i bravi, per cui ad ogni tratto incendi e
archibusate a tradimento, ma questi mali aveva-
no antiche origini ed erano oggidì comuni a tutta
ritalia (54).
g. 46. Mancando a Francesco I i talenti dei
granduca suo padre per farsi rispettare dagli altri
principi dTtalia e dalle alte corti d' Europa, onde
vedevasi riguardato da essi non altrimenti che
.un feudatario della Toscana, pensò a distinguersi
'Jin.^5S*J, DEI TEMPI MEDICEI CAP. V. 297
da loro per lusso, per magnificenza e ricchezze.
Con questo intendimento cominciando il suo go-
verno, perpetuò tutti i dazzi ordinari e straordinari
imposti da suo padre , e depauperando i sudditi
assicurò a sé un** annua rendita di un 1,200,000
scudi, de'quali Soo.ooo annualmente gTavanzava-
110. Alia gravezza delle imposizioni unendosi un
eccessivo rigore nel riscuoterle, i sudditi che per
lui languivano lo esecravano , né ceto alcuno di
persone poteva chiamarsi contento , essendo le
caricbe venali, la giustizia parziale , i consiglieri
interessati, il principe prevenuto sempre dalla
volontà di Bianca allora sua favorita . Variate
alquanto le cose alla nascita di Filippo, Fran-
cesco dettesi a provvedere in qualche modo ai
danni cagionali ai sudditi, incoraggiando la cul-
tura dei terreni, a cui si erano rivolti, non essen-
do rimasta loro altra via per industriarsi, atteso
lo scadimento totale del commercio . A.niinato
coH'esempio suo questo ramo d' industria, Fran-
cesco tentò, sebbene infruttuosamente, la colti-
vazione delle canne di zucchero a Campiglia, in-
trodusse la pesca dei tonni a Portoferraio con
sonmio vantaggio di questi isolani , e si occupò
della escavazione delle miniere, e particolarmente
di quella del rame a Montecatini. Alle lettere ed
alle scienze sull'esempio de^suoi maggiori non ne--
gò la sua prolezione Francesco,che anzi divenuto,
valente in esse perle premure di fra Ignazio Do»,
nati e del Danti che gli furono maestri, le inco-,
raggi e ne procurò T avanzamento, e sotto gli)
auspici di lui nel 1 582 il Grazini,cognomÌDalo La-^
St. Tose, Tom. 10. 23
298 AVVENIMENTI STORICI ^/Z.1587«.
sca, fondò lA^ccademia della crusca. Artisti di som-
mo pregio fiorirono al tempo di Franceso, e da lui
furono protetti ed animati. AIl'Ammannato archi-
letlo fece disegnare la costosa villa di Pratolino che
ora più non esiste , ed il palazzo dove abitano
le reali guardie presso la chiesa di san Marco*, al
Buontalenti parimente architetto, ad Alessandro
Allori, e Bernardino Poccelli pittori, ed a Giovan-
ni Bologna scultore , e ad altri non mancarono
commissioni per parte del granduca Francesco,
sotto il cui governo quest^ultimo scolpì ed eresse
sotto la loggia delTOrcagna ( dei Lanzi ) il tanto
ammirato gruppo delle Sabine . Finalmente per
lasciare una memoria perenne della protezio-
ne ch'egli accordava alle arti ed artisti, nel i58o
trovandosi possessore di molte statue, pitture, ed
oggetti d'antichità pregevolissimi, ridusse a galle-
ria il corridore del palazzo de" 1 3 magistrati (uflìzi),
ornandolo con tutto ciò che avea di belle arti (55),
NOTE
(1) iXalluzzi, Storia del granducato di Toscana, 'vfctJ*
IV, iib. iv^ cap. 1. (2) Ferrini, Compendio di storia*
della Toscana^ epoca v, J. 26. (3) Guidetti^ Compen-
dio della storia di Toscana, voi. 11, cap. ix. (4) Gal-
luzzi cit. (5) Litta , Nota della famiglia di casa Me-
dici, tav. XIII. (6) Gailuzzi cit. (7) Ferrini cit. ep.
V , §. 27. (8) Gailuzzi cit. (9) Ivi. (IO) Ivi. (11) Ivi.
(12) Litta cit. tav. xxx. (13) Spannagel, Notizie della
vera libertà fiorentina, parte 11, cap. xxiv , 5* ^^^*
i .9t .IWfV .OlOii. .io
DEI TEMPI MEDICEI CIP. V. 299
(14) Galluzzi cit. (15) Guidoni cil. voi. Il , cap. x.
(16) Galluz?i cit. voi. iv, lib. iv , cap. Ii. (17) Cic-
ciaporci, Compendio della storia fiorentina _, lib. ii^
p. 19:. (18) Ferrini cit. ep. v, J. 28. (19) Ivi. (20) Gal-
luzzi cit. (21) Ivi . (22) Ciacciaporci cit. lib. li, p.
200. (23) Galluzzi cit. (24) Ved. Storia, ep. v. Geo-
grafia, §. 23, e Avvenimenti storici, cap. xxxii, §. 23.
(25) Galluzzi cit. cap. in. (26) Ivi. (2:) Cronica del-
la città di Firenze dall'anno 1548 al 1652 ap. Mor-
bjo, Storia dei municipii italiani articolo Firenze, ediz.
Milano 1838 . (2S) Galluzzi cit. (29) Ivi . (30) Ivi .
(31) Galluzzi, ap. Sismondi, Storia delle repubbliche
italiane, voi. xvi^ cap. xxiii, p. 183. (32) Guidotti
cit. voi. II, cap. X. (33) Galluzzi cit. voi. iv, lib. iv,
cap. IV. (34) Mecritti, Storia cronologica della città di
Firenze,© sia annali della Toscana^ parte ii, an. 1579.
(35) Guidoni cit. voi. Il , cap. x. (36) Gallu/.zi cil.
(37) Cicciaporci cit. lib. n, p. 207. (38) Galluzzi cit.
voi. IV, lib. IV, cap. V. (39) Cicciaporci cit. p. 208.
(40) Mecatti cit. an. 1587. (41) Galluzzi cit. (42) Fer-
rini cit. ep. Vj J. 32. (43) Cicciaporci cit, lib. ii, p.
211. (44) Ivi, p. 212. (45) Guidotti cit. voi. ii, cap.
x^ e Cicciaporci cit. lib. ii , cap. ii. (46) Litta cit.
lav. XIII. (4"?) Galluzzi cit. voi. iv, lib. iv, cap. vii.
(48) Mecatti cit. an.1584. (49) Ivi, an. 1585. (50) Gal-
luzzi cit. (51) Ivi^ cap. vili. (52) Litta cil. (53) Cic-
ciaporci cit. lib. 11^ p. 220. (54) Lilla cit. (55) Fer-
rini cit. ep. v, 5* ^^<
3oo AVVENIMENTI STORICI
(QiilPIVI^ILD TII9
Jn. 1587 di G. Cr.
g. 1. xxl granduca Francesca successe ai trcHK^
il porporato suo fratello Ferdinando, e fu il pri-
mo a far risorgere la nazione toscana dal Poppres-
sione in cui aveva essa gemuto per s essa afa n ni.
Ai a5 del mese d^ottobre adunatosi nella grant
sala del palazzo ducale il senato ed il consiglio
dei aoo , prestarono a Ferdinando il solenne
giuramento di obbedienza, ed ìt popolo animata
dalla speranza di cambiar sorte con trasporti di
gioia Io salutò granduca della Toscana. Ferdinan-
do segnalò il principio del suo governo con alti
di clemenza, perdonando ai ministri di Francesca
le ingiurie fatte alla sua persona. A don sintonia
de'Medici conservò il trattamento e le onoritìcenze
a lui concesse da Francesco. Alla Cammilla Mar-
telli permisedi alternare il suo ritiro in monastero
colla dimora in campagna, e le assegnò a questa
effetto una villa^ VoJle ancora richiamare dalla
Spagna don Pietro, e dopo una gratuita rimessa
di denari, inviòle g.ilere a Barcellona a riceverle
Si rese benevoli i principi d' Italia , acccudaada
'-^/l.1 5à7* DEI TEMPI MEDICEI CIP. TI. 3oi
loro i titoli che pretendevano. Quando egli salì
sul trono di Toscana aveva 87 anni : detestava
Ferdinando nel suo cuore la politica ligia del
suo fratello Francesco verso la corte di Spagna,
e perciò si studiava di farsi indipendente^ ed a
quest''oggetto procurò di più strettamente unirsi
coi principi italiani. Ferdinando era stato sempre
in corrispondenza colla regina di Francia Cate-
rina de'Medici, onde questa gli offrì tutto il suo
potere per la grandezza e splendore della casa
Medici. Egli riteneva sempre le insegne cardina-
lizie, cosa che faceva molto pensare ai politici,
credendo che forse avesse in animo di dive-
nir papa. Si annunziò egli subito inclinato alPti^
manità ed alla dolcezza , e secondo il costume
prese per insegna uno sciame di api col re, qual
comunemente credesi mancare delP aculeo , col
molto maìestate tantum. Con molti atti di com-
piacenza e d''affabililà sì acquistò Pamore dei sud^
diti: fece fare suntuose ese(|uie al granduca Fran-
cesco, 0 Pietro da Barga eloquentissimo oratore
ne recitò l'orazione funebre. Erano tutti inatten-
zione di vedere quali sarebbero state le sue de-
terminazioni circa Paccasarsi. Gli fu subito pro-
posta una figlia dell'arciduca Carlo, ma egli seppe
schermirsene, non volendo far nuovi legami che
lo mettessero maggiormente nella dipendenza
della Spagna , e desiderava piuttosto far nuove
alleanze (1).
g. a. Deciso Ferdinando di scostarsi dalla poli-
tica di suo fratello, presiò orecchio al trattalo di
matrimonio statogli proposto. Caterina regina di
a6'^ ^
Boa ATVErflMENTl STORICI ^rt.1588.
Francia avea con ispeciale affezione etiucafa pres-
so di sé la nipote Cristina figlia di Carlo duca di
Lorena. Fec'ella dunque proporre il nialriraonio dì
essa al granduca, e per quanto egli ci fosse incli-
nato, il timore di offendere così presto la corte
di Spagna , facendo un alleanza colla Francia, Io
ritenne dal dichiararsi, e solo ne tenne aperto il
trattato col mezzo di Orazio Rucellai suo mag-
giordomo , persona ben accetta alla regina. Si a-
speltava presto di ritorno dalla Spagna don Pie-
tro, il quale voleva pure il granduca che si acca-
sasse per assicurare la successione. Giunse egli
finalmente nelfagosto a Firenze, e convenne col
granduca di sollecitare con premura al loro acca-
samento. A.veva dì già la regina Caterina offerto,
a riguardo del matrimonio proposto al granduca la
cessione delle sue ragioni su ì beni de''3Iedicì, ed
oltre a ciò 600,000 scudi. Per adescare maggior-
mente il granduca gli fu offerto anche in compra il
feudo di Snluzzo, ch'era già minacciato dal duca dì
Savoia. Spedi Ferdinando Orazio Rucellai, affin-
chè conducesse a termine il trattato matrimonia-
le , ricevesse dalla regina la cessione delle ra-
gioni su i beni di Toscana, ed introducesse il
trattalo di compra del suddetto feudo^ma il rluca di
Savoia prevenne quest'ultima parte della commis-
sione, invadendo il detto feudo con i segreti aiuti
degli spngnuoli . Arrivato il Rucellai alla corte
di Francia si concluse il matrimonio, e frattanto
il granduca restituì formalmente il cappello car-
dinalizio, ed ottenne da Sisto V la facoltà di po-
terlo trasferire.a monsignor Francesco del >Ionte.
jin»i589. DEI TEMPI MEDICEI CAP. VI. 3o3
La condotta del granduca era di sommo malcon-
tento e di gelosìa alla Spagna, la quale non po-
lca soffrir di vederlo compire tutti i suoi desideri
senza alcuna dipendenza , e volle dargli delle
prove della sua diffidenza, aumentando improvvi-
samente le guarnigioni spagnuole in Piombino-e
nei prpsidii senesi, k Madrid il re dichiarò subito
stabiliti gli sponsali di don Pietro con donna Bea-
trice di Meneses figlia del duca di Villareale. uno
dei principali personaggi del Portogallo, e fece
ciò perchè sapeva che questo matrimonionon era
di piena sodisfazione del granduca: ma egli dissi-
mulò ed anzi dimostrò al re Fili|>po di uniformarsi
di buon animo alle sue determinazioni, ed osten-
tò un estremo desiderio di veder quanto prima
la sposa di don Pietro in Firenze per combinare
colle proprie le nozze di suo fratello (2).
§. 3. La morte della regina Caterina accaduta
il dì 6 gennaio portò un ritardo alla conclusione del
trattato matrimoniale riguardo al granduca. A.vea
essa già falla la cessione «Ielle sue ragioni su i beni
della Toscana e di Roma, e nel testamento oltre
legati di sup|)elletlili che lasciò alla principessa
Cristina, dichiarò ancora che dovessero passare
in lei le ragioni che le competevano sopra il duca-
to dUrbino, e delle (pioli^ in vigore delTinvesli-
fura data da leeone \ a Lorenzo de** Medici suo
pa<ire. poteva disporne anche per Pultima volontà.
Enrico III ralitìcando il lestamento della madr«
ne approvò le disposizioni, e consolò la principessa
Cristina con incaricarsi egli stesso di sollecitare
la conclusione del matrimonio. Vinti linalmente
5o4 AVVEDIMENTI StOlllCl Jn,i5B0i
tulli gli ostacoli che segretamente dagli spagnuoli
si facevano nascere, si venne all'atto degli spon-
sali, che nel febbraio furono stipulati. Carlo tìglio
naturale di Carlo IX e gran priore di Francia fu
procuratore del granduca per la dazione dello
anello , ed il cardinal Gondi vescovo di Parigi
fu il ministro della sacra cerimonia. Partitasi h
sposa da Parigi con la duchessa di Brunswik sua
zia e con numeroso stuolo di nobili di lei seguaci
giunse a ^larsilia , dove P attendeva don Pietro
colle galere e colla corte destinatale dal granduca.
"Era quella marittima città in qualche sconvolgi-
mento per le turbolenze che allora vigevano in
Francia, per cui ordinò Ferdinando che la sposa
non vi entrasse, ma i consoli ed il popolo andaro-
no in folla ad incontrarla, e Tobbligarono ad en-
trare nella loro città, dove ricevette grandissimi
onori, fino a volersi que''marsiliesi dare a lei ed
ai Medici come sudditi obbedienti. La principes-
sa e don Pietro a tale offerta non vollero dare
una risposta determinala, né rigeli aroRo in tutto
Pofferta^ frattanto il vescovo e il castellano si por-
tarono colla regale sposa a Firenze . Da l>Jarsili/i
si trasferi Cristina a Genova, e di là a Livorno
per recarsi a Pisa ove trattennesi per tre giorni.
In fine giunse al Poggio a Caiano dove il gran-
duca privatamente P attendeva per far con essa
il pubblico ingresso nella capitale : ingresso che
fu eseguito nel 3o aprile colle stesse cerimonie
praticate con Giovanna d' Austria, ma con più
fastoso corteggio e magnificenza di apparato. Le
feste date in tal circostanza durarono un mese
;/f/l.1589. DEI TEMPI MEDICEI GAP. VI. 3o5
intiero, e furono veramente singolari sì per la va-
rietà che per l'invenzione e pel gran concorso dei
forestieri in Firenze.
g. 4- Nulla più ormai desiderava il granduca
se non Teffettuazione del matrimonio di don Pie-
tro colla Meneses, ma la poca volontà che questi
ne aveva, ed il malcontento che la corte di Spa-
gna nutriva contro il granduca facevan trovare
mille pretesti per differirlo. Malgrado Topposizio-
ne del fratello, volle don Pieiro assolutamente
tornare in Spagna, lusingalo da quei ministri di
grandi promozioni. II granduca glie ne dette final-
mente la permissione, anche perchè potesse por-
tar egli le sue giustificazioni per il matrimonio
contratto con la principessa di Lorena, cosa che
il ministero di Spagna non poteva perdonargli ed
avevalo messo in gran diflidenza. Volle quel mi-
nistro inclu!»ive tentar d'incuter timore al grandu-
ca Fenlinando, accostando delle truppe alle fron-
tiere del granducato, ed una rivoluzione accaduta
in Piombino glie ne somministrò il pretesto. In
tutte le occasioni peraltro palesavasi ogni ora più
Podio degli sp.ignuoli contro Ferdinando, per lo
che fu egli obbligato ed invigilare alla custo<lia
delle sue piazze, ed a tenersi provvisto di buone
truppe. Ma ciò non turbava punto la sua domesti-
ca quiete e felicità, e la consolazione che gli re-
cavano gl'indubitati segni di fecondità nella gran-
duchessa. Buon padre di famiglia divideva il suo
amore fra la consorte e le due nipoti, donna Eleo-
nora Orsini, e donna Maria figlia del granduca
So6 AVVEN1MEJ?TI STORICI L^/l.1589*^
Francesco, alle quali pensava di procurar loro un
conveniente accasamenfo.
g. 5. Godeva egli Tamore del popolo che sapca
guadagnarsi con atti incessanti di beneficenza,co-
nie dimostrò particolarmente in occasione della
penuria di grani e della inondazione delPArno
accaduta alla fine di quest\inno iSSg, esponendo
anche a pericolo la propria vita per sovvenire i
suoi sudditi: tanto era raffeftoche avea per loro.
Il pensiero d'ingrandire e nobilitare il porlo di
Livorno per Tinteresse e la sicurezza della To-
scana era ereditario nella casa Medici. Ammira-
tore Ferdinando delle idee grandiose del padre e
tutto intento a porle in esecuzione, ebbe fra i
primi pensieri del suo governo quello di effettua-
re il disegno di Cosimo deir accrescimento del
porto a Livorno, e di richiamare a Pisa la merca-
tura. Nulla egli trascurò che potesse condurlo al
desiato fine, ed egli stesso pertossi a Livorno per
dar princìpio ad un porto d"' una città, e ad una
fortezza, nel che in gran parte riuscì. Grande fu
il concorso dei mercanti ai quali vennero accor-
date tutte Tesenzioni, comodi e facilità. Quelli
poi che molto contribuirono in principio airin-
grandimento e popolazione di Livorno si furono
i provenzali, i quab*, mentre le altre provincie di
Francia ardevano di guerra, mantennero il com-
mercio della costa, e per la diffidenza che aveva-
no col duca di Savoia e coi genovesi Livorno era
loro opportunìssimo per la mercatura. Molti an-
cora di essi frequentavano quel porto per Taffetto
1^/1.1590. DEI TEMPI MEDICEI CAP. VI. 3o7
che aveano pel granduca o per la speranza dei
soccorsi, onde salvare la loro patria, che insidiata
dal duca di Savoia, ed assalita dagli ugonotti era
vicina a soccombere e diventar preda del più
potente (3).
g. G. Ucciso Enrico III nel i589, il granduca
Ferdinando abbracciò con calore le parti del re
di JNavarra, che la lega cattolica non volea rico-
noscere come re di Francia, perchè ugonotto. Fi-
lippo II si avvide che mediante una tal condotta
del granduca i soccorsi pecuniari di casa Medici
gli andavano a mancare, onde nel 1590 segreta-
mente gli mosse contro un Piccolomini duca di
Monle-Marciano con una masnada di facinorosi^
ma riuscito a Ferdinando di farlo prendere lo fé-»
ce subilo appiccare (4). i
g. 7.11 motivo per cui fu appiccato è il se^.
guenle. Siccome questo Piccolomini, per nome
Alfonso, era nobile senese e signore di castella
e di altri beni di fortuna, dai quali ricavava grosse
entrate, così fino da giovanetto cominciò a darsi
al mal fare, a compiacersi dVsser capo di masna-
dieri, a gloriarsi d'avere molte nimicizie, e sapersi
da tutte bravamente e con ingegno riguardare e
difendersi^ per il che facendo ammazzare or que-
sto or quello, fu necessitato, per timore dell a
giustizia, ritirarsi ad un suo grosso castello vici-
no ad Ancona , ove quivi dimorò qualche tempo.
Non potendo il di lui genio facinoroso e sangui-
nario slare cosi ozioso dentro un castello, balzò
in campagna con 3oo uomini al tempo di papa
Gregorio XIV, e nella Marca con diverse specie
3o8 AVVENIMENTI STORICI ^/1.1590,
di crudeltà ammazzò molli uomini e donne, pre«
dando e storpiando bestiami, abbruciando cas»
e biade. Passò quindi nella campagna di Roma
facendo ristesso, ove dimorò più mesi sempre in
campagna, svaligiando ed uccidendo i passeggieri^
uè furon buone le diligenze che da Roma si fe-
cero per rimediarvi, perchè egli stando sugl'avvi-
si, e come pratichissimo di quelle campagne, se
sentiva che le genti che venivano per combatter-
lo fossero in numero superiore al suo e da non
potergli resistere, si ritirava in luoghi sicuri, e se
il contrario, li aspettava in luoghi vantaggiosi, e
così li obbligava tornarsene a Roma senza far
nulla, ovvero con qualche perdila di loro. Onde
per minor male e per levar questa peste d''intor-
no a Roma il pontefice per opera del signor Ia-
copo, richiesto dal cardinale Ferdinando de'iVIe-
dici, rindusse a ribenedirlo, ma però con queste
parole: il cardinale dei Medici mi le</ò di su le
forche un uomo^il quale una volta si farà im-*
piccare.
g. 8. Alfonso così ribeuedetto passeggiò alcu-
ni giorni per Roma con grand^indegnità, quanto
alTuniversale.del pontefice^ ma stimolato esso dal
suo genio inquieto, non contento di viversi cosi
civilmente riprese la mala vita, e raccolto buon
numero de^suoi uomini ritornò in campagna, e ri-
cominciò a far molto male, e toccando con gli
suoi Io stato fiorentino, sempre predando e fa-
cendo dimostrazioni di nemico piuttosto che di
suddito, obbligò il granduca Ferdinando a spedir-
gli dietro il sig. Cammillo del Monte con loo ca-
Jn.^B90, DEI TEMPI MEDICEI GAP. VI. 809
valli e mille fanti, con facoltà concessagli dal pon-
tefice (li poter seguitarlo anche dentro Io stato
della Chiesa da per lutto e fino a dieci miglia vi-
cino alle porte di Roma : così andando il detto
signor Gammillo lo combattè , dissipando ed
uccidendo la ra'jggior parte de* suoi . Alfonso
però con alcuni se ne scappò , e non potendo
esso ritirarsi tra i veneziani, né tra alJri principi
d''ltalia, essendo da lutti ributtato come nemico
comune e pubblico guastatore di strade, e non
essendo abile di resistere a tanta forza, ridotto
con due soli compagni si travestì in abito di pe-
coraio e capitò a casa d'un contadino tra la Ro-
magna e lo stato fiorentino; ma ivi riconosciuto fu
data notizia del suo arrivo a chi guidava la gente
di S. A., ove subito fu spedita una buona squadra
di soldati, da*'quali si lasciò vilmente arrestare, e
condotto a Firenze fu tenuto alcuni giorni in
prigione. Quindi esaminato più volte, confessò
senza tormenti tutto quello che attestava la pub-
blica fama, e confermò essere stale per opera sua
uccise più di 3oo persone. Il dì i5 marzo del i5So
fu condotto in cap[)ella, e dal bargello gli fu no-
tificata la sentenza di morte, del che non si al-
If^rò, conoscendo di meritarla. Fu lasciato senza
manette e ceppi ai piedi, ed approssimatasi l'ora
dell'esecuzione si confessò e comunicò senza farsi
di ciò pregare, e la mattina del dì 16 del detto
mese circa alle ora i3 fu impiccato^ così stette
fino alle 22 ore, e dopo levato, e condotto nel
tempio ivi lo seppellirono. Il castello che aveva
vicino ad Ancona andò in potere della Chiesa e
Si. Tose, Tom, 10. 27
3 10 AVVENIMENTI STORICI ^rt.1 590.
gli altri suoi beni dello stato senese andarono al
fisco del granduca con ogni resto del suo avere,
con il che fu alimentata eJ educala una di lui
figlia pargoletta rimasta sola, che per ordine dì
S. A. S. fu messa nel monastero delle Giurate di
Firenze (5).
g. 9. Altra molestia recarono gli spagnuoli al
granduca con arrestargli parte delle navi inglesi
ed olandesi che portavano grano a Livorno, fatto
da lui provvedere con immensa profusione di da-
naro per sollevare i popoli da una carestìa la più
crudele. Potè ciò non ostante sovvenire non solo
i suoi sudditi, ma anche quelli del re di Spagna in
Italia, e parte dello stalo ecclesiastico che soffriva
la stessa penuria. Siffatta beneticenza , per cui
impiegò più d** un millione di scudi gli conciliò
sempre più Tamore dpi sudditi e 1* ammirazione
degli altri (6). La trama della corte di Spagna
tesa al granduca lo determinò a manifestarsi con
franchezza l'amico del re di Na varrà, e si fu in
allora che presidiò le rocche di Provenza, onde
non cadessero nelle mani degli spagnuoli, o della
casa di Savoia, che indusse il duca di Lorena suo
suocero a rinunziare ai disegni sul regno di Fran-
cia, e che finalmente prese a petto e diresse la
riconciliazione del re di Navarra colla Chiesa. I
principi della lega cattolica s'irritarono talmen-
te contro di lui, che si trattò di spogliarlo del
dominio di Siena, e di scomunicarlo come fauto-
re degli ugonotti, ma Clemente Vili sordo alle
mormorazioni di tante corti piegò ai consigli ed
alle istanze di Ferdinando, ed Enrico IV fu rice-
^/t. 1590. DEI TEMPI MEDICEI GAP. TI. 3ll
VLito nel grembo della chiesa cattolica. Questo
aflfiire condotto a termine con tanta gloria dal
granduca fu un fatto per lui assai onorevole. jVe
venne in seguito la pace d''Europa col trattato di
Vervins, nel quale Enrico si lasciò regolare dai
buoni consigli di Ferdinando, e dovendo poi sce-
gliere una sposa offrì per gratitudine la mano ad
una nipote del granduca (7).
§. IO. Vedea Ferdinando che la sua impresa
dell'ingrandimento del porto di Livorno avanzava
felicemente, ma spogliavasi Pisa di tutte le fami-
glie commercianti per andare a stabilirsi nella
citlà nascente, il cui soggiorno presentava loro
maggiori vantaggi (8). Ebbe frattanto la consola-
zione di esser padre di un tìglio, che chiamò Co-
simo, natogli il di I a maggio del 1090 ed indici-
bile fu Tallegrezza in Toscana, l sudditi ne avreb-
bero anche date delle pubbliche dimostrazioni,
se il granduca, attese le circostanze della carestia
e della miseria che seco traeva, non Tavesse im-
pedito, ed egli stesso volle convertire in opere
di beneficenza quella somma che solevasi profon-
dere in feste in occasione della nascita dei pri-
mogeniti. Istituì ancora una fondazione di doti a
favore di povere zittelle, ad oggetto di perpetua-
re tra i suoi popoli la memoria di questo succes-
so (9). Ai 27 d'^ago.sto delPanno presente cessò
di vivere Sisto V,' e fu il 5 dicembre eletto il car-
dinale Sfondrali milanese che prese il nome di
Gregorio XIV. Il granduc:a avea fallo il possibile
per escluderlo, perchè essendosi sempre dimo-
strato uemico della casa di Mantova non poteva
3l2 AVVENIMENTI STORICT j4n.i59i»
piacere ai Gonzaghi. Gli spa^uoli trionfanti si
accinsero subito ad impegnarlo a favore della
Jega. ed a perseguitare il partito del re di Ka-
\arra ( i o).
g. 1 i.Infieriva crudelmente la carestìa per tutta
l''Italia e specialmente in Roma. Il granduca che
con i copiosi trasporti venuti dairingbillerra e da
Dansica avea riempiti di grani i magazzini di Li-
Torno, dopo aver bene assicuralo il sostentamene
to ai suoi sudditi, potette somministrarne gran
quantità al popolo romano, e ad altre città che a
lui ricorrevano. IVIaggiori ancora sarebbero stati
i suoi benefici, se gli spagnuoli, i marsiliesi e il
duca di Savoia non gli avessero arrestato urta
parte delle provvisioni che venivano di Ponente.
Questo stile e maniera di procedere lo fece risol-
vere a provvedere in qualche maniera ad una mag-
gior sicurezza dei trasporti, e a prendere una parte
attiva negli affari della Provenza. Il re di Spagna,
col pretesto di ricevere dal granduca una prova
sincera ch'ei non avesse idea di sostenere il re di
Kavarra, chiese che gli fosse ceduto il castello e
risola d"'Iff. Il granduca restò colpito da questa
domanda, ma si schermì coraggiosamente con re-
plicare che le imputazioni dategli per parzialitò
•verso il re di Navarra, erano invenzioni de'suoi
nemici, e che avendo egli giurato di ritenere in
custodia quel forte per un re cattolico delia Fran-
cia, avrebbe mancato al suo giuramento ceden-
dolo: quantunque mitigasse un tal rifiuta con
dichiarazioni di sommissioni e promesse di ul-
teriori prove pel servizio di S. Maeatàj Filippa
Un,i59^' t»El TEMPI MEDICEI e AP. VI. 3l3
restò molto sdegnalo^ e i ministri per spaventarlo
pubblicarono delle minacce di guerra, accompa-
gnate da dei preparativi (u).
g. 12. Il papa luoocen^.o IX avendo ricono-
sciuto dai buoni uffici e maneggio del granduca
la sua esaltazione al soglio pontificio, gli mostrò
la sua gratitudine ed offri Topera sua e la sua me-
diazione per riconciliarlo col redi Spagna, il qua-
le con dei pretesti andava sempre più riunendo
truppe in Orbetello e nelle vicinanze, ed era
voce universale che si dovesse muover guerra
contro la Toscana. Il granduca per ciò aveva au-
mentate le sue guarnigioni in Grosseto, in So-
vana, ed avea ben guarnite le fortificazioni. La
cosa però che più rincresceva al medesimo era il
vedere l'alienazione del fratello don Pietro, che
istigato dai ministri della corte di Spagna agiva
come nemico, e si era nuovamente ingolfato in
una enorme quantità di debiti, talmente- he il
granduca ormai desiderava di disimpegnarlo dal
fissato matrimonio colla I>Ieneses, tanto più che
avendo egli successione, avrebbe voluto piutto-
sto far di don Pietro un cardinale per sostenere
gli affari di casa Medici a Roma, e per distaccarlo
dalla corte di Spagna. Si andava trattando colla
mediazione del pontefice un accomodamento col
re di Spagna, ma la morte del pipa accaduta il
So dicembre inipedi questa operazione.
g. i3. Al conclave del iSga fu eletto papa col
nome di Clemente YIII il cardinale Ippolito AI-
dobrandini, oriundo fiorentino, ma nato nello slato
ecclesiastico. La sua molta dotti i;ja lo rendeva
=7"
3l4 AVVENIMENTI STORICI ^«.1592.
stimabile al sacro collegio, ed i servigi resi alla
casa d'Austria Io facevano accetto al re Filippo,
ed i! granduca credette di trovare in lui un ami-
co, e cercò subito di cattivarselo. Previde in esso
il pacificatore delle turbolenze di Francia; quindi
è che procurò di seco unirsi in affare cosi rile-
vante. Roma fu provvista abbondevolmente di
grani dal granduca; e siccome dalPautorità e dal-
le inclinazioni del papa dovean dipendere la ri-
conciliazione della Francia, la sicurezza d'Italia
e l'ingrandimento o depressione degli spagnuoli,
divenne Roma il teatro della più artificiosa e fina
politica. Le turbolenze dell'Europa e le calamità
particolari della Toscana ricbiedevano tutta Pat-
tenzione del granduca: volle egli avere un consì-
glio privato composto del cav. Rellisario Vinta, di
monsignor dal Pozzo arcivescovo di Pisa, di mon-
signor Pietro Usimbardi vescovo di Arezzo, e di
Lorenzo Usimbardi fratello del vescovo, e questi
fu il più grande esecutore delle imprese di Fer-
dinando a benefizio della Toscana. Quattro anni
consecutivi di penuria avean prodotto in Tosca-
Ita le più gravi calamità, e i grani fatti venire da
lontani paesi avevano in gran parte rimediato alla
carestia col vuotare Perario: ma in alcuni luoghi
dello slato la miseria e la fame affliggevano più
che altrove gli abitanti, e ne succedevano epide-
mie, mortalità ed un generale sbigottimento, I
provvedimenti e le beneficenze di Ferdinando
non potevano riparare a tanti mali, ma la gran-
dezza del suo animo gli suggerì un mezzodì trar
profitto anche dalle disgrazie . L' asciugamento
^/|.1592. DEI TEMPI MEDICEI CAP. VI. 3l5
delle paludi della Chiana, eia riduzione della Ma-
remma senese, ed il promuovere la coltivazione
in quelle parli, ove pareva più abbandonata, fu
una risoluzione del granduca nata ed effettuala
nel colmo delle disgrazie. Un''impresa così grande
e dispendiosa forma una'epoca memorabile in To-
scana per Pagricollura e per la comune prosperi-
tà. Nel tempo stesso che si disseccavano le Chia-
ne e si risanavano i territori di Fucecchio e di Pi-
stoia, si voltava la foce d'Arno e si fabbricavano
quei grandiosi acquidotli che insieme colle acque
portavano la salubrità a Pisa. Livorno si riempi-
va di abitatori inglesi, olandesi e provenzali, che
vi si stabilivano pel commercio^ e Ferdinando da
sé slesso percorreva i suoi slati per animare e
sollecitart* le operazioni (i a).
§. 14. La politica e gl'intrighi delle corti non
erano il più piccolo pensiero del granduca. Il mi-
nistero di Spagna era quello che più Io travaglia-
va, poich'*esso non trascurava alcuna occasione di
renderlo sospetto al re, e giunse (ino ad inimicargli
il proprio fratello, che immerso in nuovi debiti ed
imbarazzi promoveva delle pretensioni contro il
granduca per avere la metà della successione del
granduca Francesco. Tali pretensioni furon pe-
raltro ribattute da Ferdinando, dimostrando aver
lui pagato per i suoi disordini assai più di quel-
lo ch'^egli esigere potesse. Non gli riuscì mai per
altro di far comprendere al di lui fratello don
Pietro, che le istigazioni del nunistero di Spagna
eran quelle c'ie lo facevano agire contro di esso,
ed in pregiudizio della sua propria famiglia, set"
3l6 ATTESIMENTI STORICI jin^ISdii
vendosene per agente della loro ambizione. Vide
finalmente il granduca essere inutile qualunque
rappresentanza alla corte di Spagna, che nudriva
r ambizione di prei'alersi delle discordie della
Francia per impossessarsi di alcune provincie, e
divenir Parbitro delPIlalia. Credette perciò egli
bene di legarsi sempre più col re di Navarra e di
somministrargli degli aiuli : conveniva peraltro
che il re divenisse cattolico, per non aver con-
trario il papa e tulli i cattolici di Francia , to-
gliendo con ciò anche un pretesto di più al re di
Spagna per farsi un maggior partito. Diverse fu-
rono le pratiche per giungere a questo fine, ed il
papa avea di ciò gran desiderio, ma non osava
di farlo apparire stante la soggezione in cui vi-
veva degli spagnuoli. Si risolvette finalmente il
re di Navarra di divenir cattolico, e fattosi prima
bene istruire nei dommi, compì Patto della sua
cattolizzazione il dì 2,5 di luglio iSqS con gran-
dissimo piacere del granduca, a cui ne dette su-
bito parte,come pure a tutti quelli del suo partito,
g.i 5. Tratta vasi ora col papa acciò assolvesse e
ricevesse nel grembo della chiesa il redi Navarra^
ma essendo Clemente dominato dagli spagnuo-
li non sapeva decidersi tuttoché lo desiderasse.
Frattanto gli spagnuoli consapevoli delle segrete
corrispondenze che il granduca teneva col re di
Wavarra, vollero intimorirlo con apparati di guer-
ra, facendo a bella posta delle spedizioni di trup-
pe a Portercole, come pure dei preparativi a
Milano pel ricevimento di don Pietro come duca
di Siena, e comandante di questa impresa. jNoa
Aa. 159 4. DEI TEMPI MEDICEI CAP. VI. 3l7
ostante che il granduca non credesse che tutto
ciò andar potesse ad eft'etto.pure nontrascurò di
prepararsi a qualunque evento rinforzandosi: pre-
se delle disposizioni di difesa e fece una nume-
rosa leva di truppe in Germania. Produssero Tef-
feflo questi preparativi del granduca, poiché gli
spagnuoli cominciarono a temere per loro slessi,
e fecero domandare al granduca spiegazione di
questi armamenti, al che rispose ch'essi non ave-
vano pef oggetto che la propria sicurezza, sa-
pendo specialmente le iattanze del suo fratello
don Pietro, che minacciava di far vive colla for-
za le sue prelenzioni. Cominciarono essi ad ad-
dolcirsi almeno in apparenza, e a non pressare
la corte di Roma con tanto impegno per gli affari
di don Pietro, il quale volea che il papa li giu-
dicasse arbitrariamente, al che il granduca oppo-
nevasi, sapendo che Tarbitrio sarebbe stato degli
spagnuoli e non del papa, e perchè trattandosi di
pretensioni nel granducato, il foro di questo era
il giudice competente. Nonostante permesse poi
il granduca che impcpa ne fosse giudice puramen-
te di ragione e non (ji arbitrio, e dopo vari con-
trasti, finalmente coti dispiacere degli spagnuoli,
il papa accettò il compromesso De iure tantum
Don già ad arbitrandum^ lo che non accomoda-
va a don Pietro, poco lusingandosi della giustixia
delle sue ragioni. Il gr.mduca intanto spedì dei
soccorsi a Cesare, ed al [>rincipe di Transilvania
contro il turco, strinse maggiormente la sua se-
greta intelligenza con Enrico, e promosse con
impegno la di lui riconciliazione colla Chiesa ro-
3l8 AVVENIMENTI STORI.:i w^/Z.1595.
Piana per le nuove diffeienze insorte col suo
consiglio, e diresse le pratiche tutte per Teffetlua-
zione della medesima (i3).
§. ìG. Seguitavano a Roma le stesse pratiche
relativamente al re di Francia, senz'alcan effetto
per buona parte delPanno iSgò , quando final-
mente il papa acconsenti di ricevere Pambascia-
tore di Enrico IV nella persona di monsignor
IXavy du Peron vescovo di Evreux per trattar seco
della maniera di riconciliazione del re di Navarra,
la quale dopo vari trattati ebbe un felice termine,
poiché il dì 8 di settembre fu solennemente di-
chiarato Enrico IV re di Francia e di Navarra, ri-
conciliatosi colla Chiesa cattolica. Questo avve-
nimento apportò molto contento a tutta V Italia
e specialmente al granduca, il quale n*" era stato
il promotore ed avea diretto il re co''suoi consigli.
Prudente il granduca in tutte le sue operazioni,
e guidato da savio consiglio, nulla trascurava per
il bene del suo stato : Livorno era uno dei più
favoriti suoi oggetti . La facilità ed i comodi che
vi trovavano tutte le nazioni indistiutameute ,
-fecero che divenisse questo non solo il più fre-
quentato porto d"Ilalia,ma che molti inglesi, olan-
desi ed altri di differenti nazioni del Nord vi si
stabilissero, e con le loro corrispondenze vi for-
massero un florido commercio. Opponevasì an-
cora Ferdinando con coraggio ed ardire alP alte-
rigia spagnuola , che pretendeva signoreggiare
V Italia intiera. La granduchessa era lo specchio
della pietà, ed avoa felicitato il granduca con una
nou più dubbiosa successione, poiché lo avea ^ià
:^/l.1595. DEI TEMPI MEDICEI CAP. TI. 3l9
fatto padre di due maschi ed una femmina. Suc-
cesse anche in quest'anno la carestìa, ma non
lasciò Ferdinando incrudelire questo flagello so-
pra i suoi popoli, facendo venir grano dall'Olanda
e da Danzica (i4)* Neiroltobre di questo mede-
simo anno seguì un terribile incendio in Pisa ,
ove distrusse il magnifico tempio fabbricato fia
dal io63 dagli antichi pisani con marmi traspor-
tali dal Levante e dalla Sicilia. Ferdinando donò
i2,,ooo scudi, concesse una imposizione di 4O5O00
scudi in dieci anni, colla guai somma unita alle
rendite per V escavazione dei marmi al Giglio ed
alPEIba, fu restituito il tempio al suo antico splen-
dore . La munificenza del granduca contribuì a
sì magnifica opera della riparazione della cbiesa^^
e nello stesso tempo ai bei monumenti d'arie ivi
distrutti sostituì non volgari abbellimenti (i5).
g. 1 7. I ministri della corte di Spagna, mal sof-
frendo che il granduca non volesse vivere ligio
di quella corte, dirigevano sempre i loro maneggi
politici contro di lui, perciò lutti i confinanti del-
lo stato papale erano istigati a molestarlo. 11 ra-
sciugamento delle Chiane fu anche un motivo di
conleslazione colla corte di Roma. A lutto ciò per
altro colla sua prudenza e vigilanza rimediava,e nel
suo ministro Usinibardi riponeva la propria fiducia
per gli affari interni, ed egli seriamenle occupa-
vasi di conlrapporre alla corte di Spagna un com-
petitore in Italia, e questo credelle di trovarlo
in Enrico IV. 11 granduca per altro pensò a dissi-
mulare cogli spagnuoli, ed all'occasione che il
3aO AVTEJilMENTI STORICI w^/t.1595.
cardinale Alberto d*" Austria già destinalo gover-
iialore delle Fiandre si tratteneva in Genova ,
spedi a lui ambasciatori alP oggetto di dichiara-
re ad esso ch'ei non lasciava d'esser sempre il più
costante e leale amico del re di Spagna , e che
solo perii bene della Chiesa e dell'universale avea
gradila la riconciliazione d''Enrico lY con la san-
ta sede. Stavagli però a cuore di contrabbilan-
ciare in Italia la potenza spagnuola, e per ciò te-
meva sempre che il marchesato di Saluzzo restasse
nelle mani del duca di Savoia, tutto aderente della
Spagna,e che Marsilia si assoggettasse a questa^ al
quaPeffelto faceansi continue pratiche anche col
tiranno Casan che allora la governava, il qual ve-
dendo d''esser troppo debole per se slesso, avea
già introdotto in essa guarnigione spagnuola , e
non era ignoto al granduca che si concertava di
sorprendere il castello d' Iff". Vide egli pertanto
che non eravi più tempo da perdere in negoziati,
e che lasola morte del tiranno di Marsilia avrebbe
fatto cangiare aspetto alle cose. Se la intese per
ciò col duca di Guisa mandandogli denari ed as-
sassini , e fu concertata la cosa in maniera che
tenne ucciso per tradimento Casan , e ad un se-
gno dato, accostatosi alle porte di Marsilia il
duca di Guisa . vi fu egli introdotto colle sue
genti tra le acclamazioni dt Fis^a il re di Fran-
cia e fuora gli ^pagnuoli. Fu scacciata la guar-
nigione spagnuola^ che in confusione s''imbarcò
su le galere del Doria eh** erano nel porlo, so-
pra le quali furono sparati imprudentemente raol-
An.i596, DEI TEMPI MEDICEI CAP. TI. 321
ti tiri di cannone nel loro passaggio dal castello
d"* Iff , il che dispacque molto al granduca che
mandò poi a scusarsi col Doria medesimo (16).
§. 18 .Tnsidiavasi continuamente dai nemici
di Ferdinando al di lui onore alla corte di Spagna,
rendendolo sospetto non solo a quel re , ma an-
che per una immaginata congiura alle repubbli-
che di Genova e di Lucca. Aveva il Doria di Ge-
nova un segretario lucchese, che mercanteggiando
in Firenze era divenuto accetto non solo a Fran-
cesco ma anche a Ferdinando . I lucchesi na-
turalmente timidi e sospettosi odiavano costui
perchè credevano che rivelasse i loro affari al
granduca, e facendo causa comune col Doria pen-
sarono col sacrifizio di questo sventurato di ar-
chitettare contro il granduca una ingiuria che lo
pungesse, senza dargli luogo di poterla correg-
gere. Essendo il segretario anzidetto a Genova,
i lucchesi fecero istanza a quella repubblica di
averlo nelle loro forze, dimostrando d'essere as-
sicurati, che costui era tenuto colà dal granduca
per insidiare la di lei libertà, non meno che per
tradire la propria patria . È facile immaginarsi
quanto allarmasse i genovesi così inaspettala no-
tizia, e quanto offendesse il granduca la pubbli-
cazione di essa: ma pure dopo molti esami e ri-
icerche essendo il segretario ritrovalo innocente,
si giustificò in quella parte la falsità dell'accusa ;
ma nondimeno fu consegnalo ai lucchesi. Sicco-
me poi quei iimi«li repubblicani aveano impru-
dentemente notificato questo fatto al papa ed
Si. Tose. Tom. IQ. 28
32à AVVENIMENTI STORICI -^/Z.1596.
{jirimpeialore, volle il granduca esigere dai me-
desimi che il segretario del doge si depositasse
nelle forze dell' uno o dell* altro di questi prin-
cipi, affinchè se ne ritraesse senza fraude o vio-
lenza la verità , e le loro calunniose imputazioni
restassero presso al pubblico annichilite e smen-
tite (17).
g. 19. Il Doria implacabil nemico di Ferdinan-
do volea far dichiarar la guerra a lui dalla Spagna,
ma le forze della uionarchia distratte in tante
parti, ed il timore di accendere la guerra in Ita-
lia fecero abbandonare questo progetto, come pur
quello di fabbricare una fortezza a Lungone, onde
tenere in suggezione Portoferraio e le coste di
Toscana, il che di poi si esegui sotto Filippo III.
Tante molestie facevano desiderare al granduca
una pace universale, il che non men di lui desi-
derava il papa, il quale spedi in Francia,ad ogget-
to d^introdurne il trattato, il cardinale Alessan-
dro dei Medici agnato del granduca ed arcive-
scovo di Firenze, dai talenti del quale ciascuuo
si riprometteva un felice successo. Questi passan-
do per gli stati di Savoia ebbe il dispiacere di
vedersi esaminalo minutamente il di lui equipag-
gio, pel timore che avea quel duca che Ferdi-
nando Tavesse incaricato di portare ad Enrico IV
delle casse di denaro . Tal' era la diffidenza dei
principi italiani fra loro, e questi accidenti, che
non facevano se non maggiormente inasprirli ,
rendevano sempre più desiderabile la pace. I pror
gressi dei turchi in Ungheria sbigottivano F uni-
;^/2.1597. DEI TEMPI MEDICEI GAP. VI. 32^
versale, e rendevano maggiormente odioso il re
dì Spagna, per avere abbandonata la casa d'Au-
stria alla discrezione di quei barbari (i8).
g. 20. Il forte d'Iff conosciuto di tanta impor-i
tanza. ambito dagli spagnuoli, dal duca di Savoin
e dai marsiliesi, conlava il granduca di ritenerlo in
pegno dei suoi crediti colla Francia. Il coman-
dante Bausset nelTammettervi il presidio toscano
si era riservato il comando e la custodia del for-
te per pochi francesi, e il granduca non. potevi
contravvenire a tale capitolazione. Occorrendo a
don Pietro di Toledo di passare colle galere di
Spagna, Bausset, a cui era stato comandato di ri-
cevere Tartnata spagnwola, prima di eseguire que-
liti ordini del granduca volle parteciparli al duca
di Guisa, che d''accordo coi consoli di Marsilia gli
ordinò di trattare ostilmente le galere di Spagna,
e di qui ebber origine le diQìdenze fra il granduca
e il duca di Guisa, i marsiliesi e i fiorentini. Si
ricorse al re, che favorendo le ragioni di Baus-
set prese delle deboli risoluzioni. Si giunse sd ar-
restare nello stesso porlo d'Iff, d'ordine del ca-
stellano francese, venduto al sentimento dei mar-
siliesi, alcune navi cariche di grani per Livorno, e
lentamente sì disponevano ì mezzi per scacciare
dallo scoglio i toscani-, ma questi ne discacciarono
i francesi, che furono tutti condotti coi loro ba-
slimenli a ìMarsilia. Il Rinuccini inalberò sulla
torre la bandiera di Francia, con Pacclamazione
ViVa // re. Queste» fallo produsse gran rumore in
Marsilia, e si cominciarono le ostilità fra i marr
siliesi ed ì toscani. Il granduca spedi don Già**
324 AYTENIMENTI STORICI ^/i.1597.
vanni de'IVTedici con 5 galere, diverse navi cariche
di truppe, munizioni e materiale da fabbricare per
la fortificazione delPisola di Pomegues. Si sve-
gliarono in tale occasione due partiti alla corte
di Francia, uno contro e faltro in favore del gran-
duca: l'animo del re era combattuto dalla natu-
rale sua generosità, dalla riconoscenza ed ami-
cizia che professava per il granduca (19).
§.21. Consapevole Ferdinando dell'odio che
ì ministri spagnuoli avevano contro di lui, e del-
le occulte macchinazioni degli altri suoi avversari,
istruito dalPesempio di don Cesare, pensò ad ac-
crescere le sue bande e a guarnire di artiglierìe e
di munizioni le fortezze della frontiera. Profittan-
do i suoi nemici dell'età cadente del re di Spagna
e delfambizione del papi» progettarono d^invadere
la Toscana colle truppe papali 5 al quaP oggetto
dopo la presa di Ferrara sotto varii pretesti non
furono licenziate. Avvertito di ciò il granduca
nulla omesse per la più valorosa difesa, non o-
stante che il papa lo assicurasse del suo amore e
protezione, nel tempo però che si spedivano cor-
rieri a iVIadrid per sollecitare quel re a profittare
della occasione. In tali circostanze prese il gran-
duca la risoluzione di scrivere in Francia a Vil-
leroi ministro del re, e di esporgli Io stato suo
pericoloso e le trame che ordivansi a sua rovina.
Si commosse il re a siffatta notizia , ed ordinò ai
governatori di Provenza e di Lìnguadoca, che ai|
ogni richiesta di Ferdinando gli somministrasse-
ro tutte quelle truppe che potevana^ e fece dichia-
rare al papa che avrebbe difeso il granduca con
'^nAbO")» DEI TEMPI MEDICEI CIP. VI. BaS
tutte le sue forze contro chiunque. Fu spedito
monsignor d'Ossat vescovo di Rennes a trattare
col granduca una stabile riconciliazione tra i pro-
venzali ed il presidio toscano di Poraegues. Trovò
quel vescovo maggior facilità di quel che si atten-
deva rispetto a que'forti, poiché il granduca offrì
spontaneamente senza contrasto la restituzione di
essi, che il re non ardiva di domandare. Oltre poi
al trattalo che il vescovo firmò il i di maggio rela-
tivamente ai suddetti forti, segnò ancora una ob-
bligazione segreta riguardo ai crediti contratti dal
granduca col re per le somme imprestategli , le
quali trovaronsi ascendere a un millione cento-
seltantaqualtromila centottantasette scudi d'oro,
e fu con venuto di ritirarle a centomila scudi Tanno.
Finito quest'affare si ristrinse una stabile amici-
zia tra il re ed il granduca, e mai cessava il primo
di confessare a lutti la sua riconoscenza verso il
secondo, e Palta stima che faceva dei suoi avver-
timenti (20).
g. aa. ?fella pace tra la Francia e la Spagna
segnala a Vervins il a di maggio fu onorevolmente
compreso anche il granduca, ma l'affare del mar-
chesato di Sai uzzo restò compromesso nel papa,
il che molto dispiacque a Ferdinando, il quale
avrebbe voluto che il re di Francia se uè fosse re-
so padrone. Non fu per altro di gran consolazione
quella pace.poichè ben comproridevasich''era piut-
tosto una tregua cagionata dalla stanchezza ed
impotenza d^ambe le parli. L'Italia ancora era in
gran disordine di finanze, meno la Toscana, dove^
la vigilanza di Ferdinando allontanava i ppricoli,
28*
32.6 ATVE^^IMENTl STORICI ^/I.t597*,
e la mercalura sempre florida produceva immen-
si vantaggi (ai). Il porto di Livorno era il sola
nel Mediterraneo cbe fosse aperto a qualunque
nazione^ quivi concorrevano gl'inglesi, i francesi,
gli olandesi, gli spagnuoli e gli ebrei sbalzati dalla
Spagna e dal Portogallo, trovandovi un asilo di
quiete e di sicurezza, vi a veano trasferito il coiomer-
cio, perpetua sorgente delle ricchezze. Sorgevano
da quelle paludi nuove abitazioni, e i malcontenti
degli altri stati venivano ad incorporarsi in questa
nuova popolazione, cresceva Tal ti vita, il vigore,
le arti, e sorgeva un emporio dove prima non era
che orrore e desolazione (aa).
g. aS.Ilre Filippo dopo lunga e penosa malat-
tìa passò all'altra vita il dì i3 settembre, ed il suo
figlio Filippo III si maritò coH'arciduchessa Mar-
gherita figlia delParciduea Carlo di Gratz. In tale
occasione don Pietro angustiato per non poter
supplire al dispendio, cui lo richiamava la circo-
stanza, si umiliò alla generosità del fratello, dal
quale ottenne in fine un imprestito di dodicimila
scudi a suo beneplacito , e gli avanzò Tanticipa-
zione di due annate, a condizione di sollecitare
la decisione del papa (a3). Quest''atto però di con-
discendenza del granduca piuttosto che eccita-
re esso don Pietro alla gratitudine, risvegliò in
lui maggiore avidità, poiché ebbe P ardimento
di domandare trecentomila scudi per prezzo e
renunzia di qualunque sua pretenzione. Il re ac-
compagnò questa istanza, e Tambasciatore spa-
gnuoloebbe ordine di promuoverne l'accettazione:
fu fatta altresì a Ferdinando da parte del re altra
^/l.1597. DEI TEMPI MEDICEI CAP. VI. 3a7'
istanza, d^accordare cioè donna Maria in moglie
al duca di Braganza, ma egli rifiatò ambedue que-
ste richiesfe^ il che rese maggiormente aliena da
lui la corte di Spagna, la quale per comprovargli
la sua indignazione gli sospese V investitura di
Siena, 6no a che non avess'^egU sodisfatto a don
Pietro (24)-
g. ;ì/{' Enrico IV richiamò il duca di Luxeni-
bourg dalla corte di Roma, ove risedeva come
ambasciatore, e gli fece succedere il signore di
Sillery. Due importanti commissioni ebbe questi
dal suo re , una di promuovere presso il papa
le sue ragioni per il marchesato di Saluzzo, Tal-
fra dello scioglimento del matrimonio di lui con
Wagherita di Valois. Questa causa tratlavasi alla
Sorbona, ma doveva egualmente essere esaminata
ed approvata dal papa. Tutta la Francia deside-
rava che il re avesse legittima successione, non
avendo egli figli che da Gabriella d'Esetres sua
favorita, di cui era estremamente appassionato.
La stessa regina l^largherita avrebbe secondato il
voto della nazione, se non 1' avesse trattenuta il
pensiero di dover forse cedere il suo luogo alla
rivale Gabriella. Ma succeduta poi opportunamen-
te la morte di questa, potette in tal guisa il re,
tolto ogni ostacolo, determinarsi ad un matrimo-
nio di sua convenienia e sodisfazione. Frattanto
molti partitigli si pro[>onevano, ma egli ricordarw
(Josi delPaniicizia del granduca, ed anche di un''3n4
tica promessa fattagli, si dichiarò di volere spo-*
sere la principessa Maria (iglia del granduca Fran-
cesco e dell'' arciduchessa Giovanna d* Austria.
3a8 ATVENIMENTI STORICI u4n.^59l.
Dette perciò conimissione al signore di Sillery
d''entrare in questo trattato, che fu di buon ani-
mo ammesso dal granduca. Desiderava però questi
che si trattasse con segretesiza, per non porre gli
spagnuoli in grado di procurare di dislorlo: man-
dò perciò sotto altri pretesti in Francia il canonico
Baccio Giovannìni, perchè di tutto ei trattasse col
Villeroi, che era a ciò dal re incaricato, ma sem-
pre con segretezza, tanto più che il granduca non
voleva che ciò fosse noto, finché dal papa non si
emanasse la sentenza di scioglimento del matri-
monio. Arrivalo il Giovannini alla corte di Fran-
cia trovò che si parlava di questo matrimonio co-
me ormai concluso, e che già cominciavano gli
intrighi dei nemici del granduca unitamente al
duca di Savoia, che seppe guadagnare madamigel-
la d"'Entragues divenuta la favorita d''Enrico dopo
la morte di Gabriella. Nacquero da primo alcune
difficoltà rispetto alla dote, volendo il re un mil-
lione e mezzo d'oro, ma riuscì poi al duca di Sul-
ly di ridurlo a contentarsi della somma di seicen-
tomila scudi d'oro (a5)'
g. a5. Intanto nelle guerre che i cristiani aveano
co'turchi; cinque galere del granduca di Tosca-
na^ le quali comandate da Virginio Orsini corseg-
giavano nei mari di Levante, trovarono vantaggi
grandissimi. Arrivate queste una notte all'isola di
Chio o Scio, sbarcarono 3oo nominici quali va-
lorosamente assalirono quella città. Tale fu lo
spavento degli abitanti, che tutto abbandonatosi
rifugiarono al monte, sulla opinione che un nuvo-
lo di cristiani fosse venuto a visitarli. IVIa fatto
^«.1600. DEI TEMPI MEDICEI CIP. Vr. 829
giorno scorgendo che si trattava di sole poche
galere, con gran furia scesero contro gli occupa-
tori della città, de** quali, perchè a cagione del
mare burrascoso stentarono a rimbarcarsi, tra uc-
cisi e prigioni ve ne restarono più di cento col
loro colonnello (26).
g. a6. 11 dì primo marzo del 1600 furono sot-
toscritte le condizioni del matrimonio con Enri-
co e Maria de'Medici, e fu incaricato Tambascia-
tore Sillery di portarsi a Firenze per celebrarne
islrumento colle consuete formalità. Il re volle
attestare al granduca la sua sodisfazione con let-
tera scritta di sua mano in data de''9 marzo, nel^
Tatto che autorizzava il prelodato Sillery all'ese-^
guimento del contratto. Non ostante che questo
matrimonio dispiacesse grandemente al papa, pu-
re riuscì alla destrezza di Sillery non solo di far-
gliene approvare e lodare , scrivendo a questo
effetto al granduca, ma di ordinare altresì al car-
dinale Aldobrandini che intervenisse alle nozze
come legalo pontificio. Dopo ciò Sillery unita-
mente al signore d'Alincourt si portarono a Firen-
ze per eseguire la sua commissione. Vi giunsero
essi il di 22 d'aprile, e furono ricevuti nel palaz-
zo Pitti. Il dì a5 dello stesso mese reslò celebralo
ristrumento colle dovute solennità, e il grandu-
ca si obbligò di far condurre a sue spese fino a
Warsilia la sposa colla dovuta dignità ed onori-
ficenza. Il dì 3o d'aprile ne foce la solenne pubbli-
cazione in Firenze al palazzo Pilli, slniido la re-
gina sposa assisa sotto il trono, ed il granduca
dopo la pubblicazione fu il primo a baciar la ve^»
33o AVVENIMENTI STORICI ^/1.1600,
ste di sua nipote come regina di Francia, e dopo
di lui la granduchessa e tutti i circostanti per or-
dine. Ne seguirono poi le feste e gli spettacoli,
ed intanto si concertò con Sillery tutto Toccor-
rente per trasferire la sposa nel mese di maggio a
Marsilia, e si fecero i più suntuosi e grandiosi
preparativi perla celebrazione delle nozze, ma le
circostanze del re e i successivi avvenimenti ne
fecero differire Tesecuzione fino al settembre (27)^
g. 27. Dopo la pubblicazione di questo matri-
monio fatta in Firenze, nel giorno 5 d''oltobre fu
sposata questa principessa a nome del re da) si-
gnore di Bellegard suo ambasciatore, eseguendo
le funzioni della chiesa il cardinal Pietro A.ldo-
brandiui nipote del papa, qua spedito apposta con
titolo di legato. In magnifici sollazzi si spesero poi
i seguenti giorni, finché nel dì i3 di esso mese la
regina accompagnata da Cristina di Lorena gran-
duchessa sua zia, da Eleonora duchessa di Man-
tova sua sorella maggiore, da Virginio Orsini duca
di Bracciano, si portò a Livorno. Quivi imbarcata
sulle galere del granduca, seguite da una della
Francia, cinque del papa, e cinque di Malta con
gran numero di altri legni , ed un equipaggio di
diecimila persone approdò a Marsilia nel 3 di no-
vembre, e passata di poi a Lione quivi aspettò il
re affaccendato nella guerra col duca di Savoia.
Giunto egli nella stessa città nel nono giorno, la
regina bene istruita dal saggio suo zio granduca
se Pingiuocchiò davanti. La sollevò il re con ab-
bracciarla e baciarla^ e perciocché il cardinale AI-
dobrandini a cagione della guen'a suddetta era
:^nA60i. DEI TEMPI MEDICEI CAP. TI. 33 1
ito a Sciambery, fu chiamato colà ed assistè alla
solennità di quelle nozze che furono benedette
da Dio, con avere la regina da li a dieci mesi par-
torito al re un delijno che fu poi Lodovico XIII
re di Francia (28).
g. a8. Fu sentito con dispiacere questo ma-
trimonio da tutte le corti, e specialmente dall'im-
peratore e dalia corte di Spagna, ma la condizio-
ne politica d'Italia non cambiò, poiché il trattato
di Lione fatto da Enrico IV colla casa di Savoia
per gli affari del marchesato di Saluzzo, gli tolse
una comunicazione colla Penisola, sicché tutte le
cure di Ferdinando per contra[)porre ai re di Spa-
gna un competitore che loro impedisse di oppri-
mere l'Italia andarono a Tuoto. Dovette allora il
granduca nuovamente rivolgersi alla corte di Ma-
drid che aveva inasprito, e dare un pegno della
sua commissione, somministrare le sue galere per
la spedizione d''Algeri, e mandare soccorsi alPim-
peratore Ferdinando per 1' impresa di Canissa
contro il turco (29). Dovette pur cattivarsi la be-
nevolenza de'suoi nemici coll'arresto del falso re
Sebastiano di Portogallo. Lo aveano fermato i
veneziani e chiuso lo tennero nelle carceri per
Ire anni, finalmente mossi dal rumore che face-
vasene in Portogallo da coloro che lo credevano
il vero re scampalo dalla famosa battaglia d'Af-
frica, com'ei diceva, lo rilasciarono col bandirlo
dai loro stati. Egli travestito da frate domenicano
venne iu Toscana per imbarcarsi a Livorno^ e di
là p;r mare condursi a Lisbona:^ ma scoperto
venne per ordine jlel.|jrauduca Ferdinando arre-
33a AVVENIMENTI STORICI Jn.^6Ò^.
stalo ed inviato a Napoli, dove come un impo-
store fu ignominiosamente sopra un asinelio con-
dotto per le piazze e strade, e poi condannato al
remo (3o).
g. ag. Per Tunione tra Ferdinando ed Enri-
co IV avvenuta pel matrimonio , gli spagnuoli
concepirono un odio implacabile contro il gran-
duca, e trattarono di unirsi col papa per oppri-
merlo^ ma il re di Francia si dichiarò di volerlo
soccorrerete gli promesseassistenza, dicendo „ Li
miei amici che hanno soccorso me, non debbono
avere alcun dubbio che io non soccorra loro^ e il
granduca ne sia pur sicuro, purché io sia a tempo
a poterlo fare „ Tali furono le sue espressioni col
Vinta speditogli da Ferdinando,suggerendogli dei
precetti di guerra per la difesa del suo padrone,
e Io esortò a far provvista di artiglierìa e di un
bravo generale. Intanto fu stimato espediente di
far dichiarare a nome di sua iVIaestà alla corte di
Roma ed a quella di Spagna, che qualora non si
recedesse dai preparativi di guerra, e si facesse
uso delle armi contro alcuno dei compresi nella
pace di Vervins, s''intendesse rotto il trattato, e
cominciasse nuovamente la guerra. Furono pub-
blicate alle respettJve corti queste dichiarazioni^
ma gli spagnuoli d'Italia vedendo Enrico IV rin-
chiuso di là dai monti, più non temevano il suo
valore, e baldanzosi per vedersi omai gli arbitri di
quel bel paese ne disprezzavano i principi, e mi-
nacciavano d''opprimerli.O conveniva umiliarsi al-
la discrezione del re. o vendere la propria libertà,
accettando soldo da quella corona^ ciò non ostan-
^rt. 1601. DEI TEMPI MEDICEI C.4P. VI. 533
te non furono questi che tentativi {ler far paura,
mentre si videro sfilare le milizie di Fuentes por
passare in Fiandra e in Croazia, e il papa dispose
le proprie per soccorrere Ferdinando d*" Austria
contro i turchi {3i).
5. 3o. Non vide il granduca adempiti a pieno
quei desideri ch'ei concepì alPoccasione del ma-
trimonio della nipote col re di Francia, poiché
ben presto sorsero delle discordie domestiche,na-
le principalmente per la debolezza della regina
verso la sua favorita Eleonora ed il Conjnno, i
quali due essendosi innamorati e promessi di spo-
sarsi, la dominavano d'accordo e le mettevano in
diffidenza .non solo i ministri francesi, ma ancora il
Giovannini segretario del granduca. Aumentava-
I40 di più le discordie le gelosie della regina ri-
spetto al re, e Pindiscretezza di questo, il quale
non ostante che paresse sodisfatto di essa e con-
lento di vederla incinta, continuava non solo a
frequentare la Entragues, ma volle che la regina
la trattasse e slessea tavola seco. Il granduca era
molto dolente di tutto questo, ma lusingavasi che
la nascita del delfino avrebbe potuto variare le
circostanze. Nacque questi il 27 di settembre, e
spedi il granduca una solenne ambasciata per
congratularsene e presentare dei donativi. Stu-
diossi l'ambasciatore di rimettere il Giovannini
nella grazia del re e della regina, ma Pambizione
e gl'intrighi del Concino fecero esser di poca du-
rata quest' accomodamento. Il re avea richiesti
per compare al battesimo del delfino i! papa e?
Ferdinando, e per commare la duchessa di Man-'
St. Tose. Tom. 10. 29
334 AVVENIMENTI STORICI ^/l.1601.
tova^ mail granduca ricusò di esserlo, adducendo
j)er motivo la dispozione del concilio che proibiva
l'elezione di due compari: la ragione vera però
del rifiuto si era, che non voleva maggiormente
dispiacere alla corte di Spagna, giacche nella pa-
ce di Lione Tltalia era stala assolutamente ab-
bandonata dai francesi, e reslava inlieramenle
sotto rinlluenza spaglinola. Di più ciò accadde in
un momento in cui Ferdinando avea delle spe-
ranze di potersi riconciliare col re di Spagna, poi-
ché essendogli già riuscito di riunirsi col papa, si
era questi impegnato d'interporre la sua media-
zione presso quella corte per res'ituirlo nella sua
primiera confidenza, e Ferdinando obbligato di
somministrare degli aiuti per la spedizione che
si preparava in soccorso dell" imperatore. Non
ostante tutto questo, ed i meriti del granduca col-
la casa dWustria, gli fu dichiaralo che il re Filip-
po non si riconciliava con lui, se prima non dava
piena sodisfazione a don Pietro, per cui esso re
era impegnalissimo fino a dire, eh' egli non avea
minore interesse pel di lui affare col granduca
che per la gueira di Fiandra. Ferdinando però
sem[)re fermo replicò eh»? si lasciasse uscire la
sentenza del papa^ e che in seguito avrebbe fatto
ciò che Tamore fraterno gli avesse suggerito (3a).
g.3i. Somma pace gode vasi nell'anno presente
in Italia, sennonché nella Garfagnana, contigua ai
lucchesi, per liti private dei confinanti, si venne
alle armi. Era essa stata posseduta per qualche
tempo da chi signoreggiava in Lucca, poi nell'an-
no 14^9 pa^sò sotto il dominio degli Estensi. A.u-
^/1.1602. DEI TEMPI MEDICEI CIP. VI. 335
corchè fossero succedute chiare convenzioni tra
i duchi di Ferrara ed i lucchesi per quelle ter-
re, pure non si era mai spento in questi ultimi
il desiderio di ricuperarle . Trovato il pretesto
suddetto couiinciarono le ostilità e i saccheggi.
Fecero quanta resistenza poterono i garfagnani,
gente valorosa, finché da Cesare duca di Modena
fu spedito in loro aiuto il marchese Ippolito Ben-
tivoglio suo generale con alquante migliaia di
soldati lombardi, i quali a più doppi compensaro-
no i danni soiTertì, col mettere a sacco non poche
terre lucchesi. Quindi imprese il Bentivoglio l'as-
sedio della forte terra di Castiglione, che avrebbe
forse ceduto se i lucchesi, con ricorrere al conte
di Fuentes governatore di Milano, non Tavesser
mosso a spedire colà il marchese Pirro Malvezzi^
che fece deporre le armi e rimise al tribunale ce-
sareo quella controversia (33).
g. 3a. L''oggetlo poi degli spagnucli in questa
occasione era di far perder la pazienza al grandu-
ca^ e porlo al cimento d^impegnarsi scopertamen-
te alla difesa di don Cesare, imputarlo per tal cau-
sa come autoredi una nuova guerra, e farsi perciò
un drillo di opprimerlo. Fu necessario che il
granduca soccorresse segretamente il cognato,
ma si mostrasse in apparenza neutrale, interpo-
nesse degli uffici per la quiete comune, ma ciò
non fu sufficiente per esimerlo da nuove molestie
che gli suscitarono in Lunigiana. Questa provin-
cia, infeudata nel ino a Obizzo Malaspina dal-
l'imperatore Enrico V, avrebbe formato un pria-
336 AVVENIMENTI STOIIICI JnA602.
cipato assai ragguardevole, se il feudo non fosse
stato divisibile in infinito: di questa divisione è
naturale che dovessero approfittare i circonvicini
e specialmente la repubblica di Firenze, che non
trascurava occasione di estendere il suo dominio^
ed infatti vi aveva acquistato già due territori,
ed i granduchi, proseguendo la stessa massima ,
comprarono parimente altri feudi con animo di
dilatare insensibilmente la giurisdizione, e ricu-
perando Sarzana formare una delle più impor-
tanti Provincie del granducato. Se si toglie il ter-
ritorio di Pontremoli, sottoposto allora al governo
di Milano, gli antichi acquisti della repubblica
liorentina, il ducato di Massa, Sarzana, e altre
appartenenze dei genovesi, ciò che allora si com-
prendeva sotto nome di feudo, era diviso in 27
giurisdizioni^ di 'queste tre appacteoevana in
proprio al granduca 5 otto erano vincolate co»
esso per mezzo di accomandigia^ altre otta ade-
rivano per simili cause alla Spagna, e otto si te-
nevano indipendenti inclinando e servendo a
quella parte che poteva piti sostenerle. I grandu-
chi Cosimo e Francesco, combinando a loro van-
taggio le aderenze proprie con quelle di Spagna
avevano esercitato pacificamente la loro autorità
in quella provincia, ma le difiidenze insorte con
Ferdinando interruppero questo sistema, e i go-
Tcrnatori dì Pontremoli, fomentati e protetti dal
governa di Milano, sparsero la discordia e le ini-
micizie, e promossero le ostilità fra i feudatari II
pretesto di estinguere (questo fuaqa sommiai^tra-
!^«.1603. DEI TEMPI MEDICEI GAP. VI. SoJ
va il titolo per Tiisurpazione, e non si lardò a
spogliare del feudo eoa formalità di ^iiistiaia qual-
ch''uno dei più renitenti (34).
g. 33. Pareva che tulti gli avvenimenti con-
tribuissero a favorire Tambizione degli spagnuoli,
e loro porgessero roccas'one di dilatare le proprie
conquiste. j>el mese di giugno essendo venuto a
morte il principe di Piombino, rultimo delia ca-
*sa appiano, il granduca Ferdinando domandò al-
rimperalore il dominio di questo feudo, che Io
riguardava come urrantica appartenenza alla città
di Pisa, i di cui dritti spettavano allora a Firen-
ze. L'imperatore inviò dei commissari per dar
giudizio di questo affare, ma glìspagnuoli li cac-
ciarono con disprezzo (35)^ il che fece facilmente
comprendere che anche la corte di Spagna avea
delle pretensioni sopra di esso feudo, e il gran-
duca perciò desistè anco dal far nuove istanze
per rinvestitura delPElba, chiesta già da lui in
feudo tino dal 1694 nel caso di devoluzione,
tanto più che furono contemporaneamente dal vi-
ceré di Napoli spedite ad essa delle navi con ma-
teriali per fabbricare un porto ed una fortezza a
Lungone per assicurare al re il possesso dell'iso-
la, ed aver forze bastanti da contrapporre a quelle
che il granduca t<'neva a Portoferraio (36).
§. 34. I lucchesi tornaron di nuovo a muover
guerra alla Garfagnana del duca di Modena, col
mettere a sacco un buon tratto di qu<d territorio.
Però fu forzato il duca a rispedire colà il marche-
se Benlivoglio con forze maggiori delPanno pre-
ce lente. Indussero i lucchesi il vile comandante
33S ATVENIMENTl STORICI ^/i.1603.
delia forte terra di Palleroso a renderla, spoglia-
rono altari e chiese, portaron vìa 6n le campane,
e lasciaron la terra in balia delle fiamme. Per
rifarsi di quest'insulto il Bentivogliosi spinse nel
lucchese, vi fece di granfii prede, conducendo via
i5oo para di bestie. Quindi imprese di nuovo lo
assedio di Castiglione, terra ben munita di arti-
glierìe,e di milleduecento scelti soldati.Furono ivi
atterrate dalle artiglierìe di Modena molte case, e
massimamente un alto campanile , dalla cui cima
con due cannoni veniva inferito gran danno al cam-
po del Bentivoglio. Impadronironsi ancora i rao-
danesi a for^a di armi di un fornito fabbricato dei
Jucchesì sopra una collina, da dove poi col pian-
tarvi alcune bombarde , bersagliavano le mura .
Ora i lucchesi, allorché videro sì male incammi-
nati i loro affari tornarono al solito giuoco, fa-
cendo muover di nuovo il conte di Fuentes, il
quale spedito a Modena il marchese Malvezzi ot-
tenne che si posassero le armi, e che il senato di
Milano conoscesse la civile controversia in forma
giudìciale: questo era quello a cui miravano essi
lucchesi. Furono appresso esaminate da quel se-
nato le rancide loro pretensioni sopra la Garfa-
gnana, e fu deciso in favore del duca di Modena,
con dichiarare che ostava la precisione alle peti-
zioni dei lucchesi, i quali non contenti portarono
Ja causa al tribunale di cesare (37).
g.35. Vedendosi Ferdinando circondato quasi da
tutte le partidalle forze di Spagna. ad oggettodi pre-
venire Toppressione, cercò nuovamente di ricon-
ciliarsi con quella corte, e progettare a don Pietro
;^/t.1604. DEI TEMPI MEDICEI CAP. VI. 33()
nuove condizioni per un arcomorìamento. Questi
per altro negò di trattare coi ministri di Ferdinando
dicendo di avere rimesse del tutto le pretensio-
ni al re, e che perciò con esso diretlamente dovea
stabilirsi P accordo. Già i minislri del re erano
determinati di non accettare la sentenza del papa,
e s''ìnsinuava a questo a Roma che rinunziasse al
compromesso. Vennesi ora a scoprire che la re-
gina di Spagna avrebbe voluto collocare un^arci-
duchessa sua sorella in matrimonio col principe
Cosimo primogenito di Ferdinando, e ciò poteva
. esser il mezzo della riconciliazione: non dispia-
ceva a Ferdinando questo partito, ma non volle
mostrarsene desideroso , per non assoggettarsi
intieramente alParbitrio del re. 11 granduca fece
delle forti rappresentanze alT imperatore , acciò
non si lasciasse usurpare i dritti che T impero a-
veva nella Lunigiana e sulTElba. Queste rimo-
strazioni, siccome irritarono f imperatore contro
* la corte di Spagna, così obbliga ron questa a pro-
cedere con maggior cautela. Restava però sempre
nel suo pieno vigore Pimpegno del re Filippo per
don Pietro, quando Pinaspetlala morte di questo
troncò affatto ogni trattato.
g. 36. Lasciò don Pietro molli figli naturali ,
ma nelle sue lettere scritte al re ed al granduca
prima di morire non riconosceva per suoi che
due maschi e tre f'Miimine avuti da dunna Anto-
nia Caravaial, quella medesima ch'egli avea con-
dotta in Italia vivente il granduca p'raucesco .
Avea egli nel iSgS prima di partire per Roma
fallo testamento con grandiose disposizioni, ma
34o AVVENIMENTI STORICI ^/?.1604/
tutte appoggiate alla pretensione di sette milioni
che avea contro al granduca. Essendo egli morto
senza figli legittimi. Ferdinando in virtù del fide-
commesso indotto dal granduca Cosimo entrò li-
beramente al possesso dei suoi boni . Offerì però
egli protezione e mantenimento ai di lui figli, raa
solo a quei che esso don Pietro avea riconosciu-
ti per tali, dichiarando di far ciò a titolo di pietà
e col suo proprio erario, lasciando che ilCorregi-
dor di Madrid disponesse secondo gli ordini di
giustizia di ciò che restava delP eredità di don
Pietro, nella quale egli non avea voluto ingerirsi,
attesi i 700,000 scudi di debito, che don Pietro
avea in Italia e quasi altrettanti in Spagna. Per
dileguare qualunque ostacolo che in tal circo-
stanza nascer potesse, da impedire ancora la ri-
conciliazione sua con quella corona, vi spedì un
ambasciatore , il quale appena là arrivato vide
un repentino cangiamento di quella corte, trovan-
dola tutta disposta a favorire il granduca , e a
restituirgli P amicizia e confidenza : furon man-
dati i figli di don Pietro a Firenze, e fu promessa,
a Ferdinando rinvestitura di Siena, ed introdotto
dal confessore della regina il trattato di matri-
monio del principe Cosimo con un'arciduchessa,
e tolto al granduca ogni motivo di più temere
della indignazione del re (38).
^. 07. La debolezza di Enrico IV perlaEntra-
gues divenuta marchesa di Vernevvil.il contegno
suo poco prudente secondato e sostenuto ancora
dai suoi cattivi consiglieri, erano la cagione dei
disturbi della regina. Si sperava che la nascita di
^/1.1604. DEI TEMPI MEDICEI GAP. TI. 34 1
un delfino avrebbe conciliato Tamore del re , ed
infalli egli le diede poi in questa occasione molle
dimostrazioni d* affetto , le quali però non fecero
che irritare maggiormente la marchesa, che avea
anch'essa partorito al re un figlio maschio, e l'ob-
bligazione di futuro matrimonio che gli avea e-
storta, lusingava ì suoi desideri, che la nascita
del delfino rendeva ora delusi. Per ciò ella giunse
a tale sdegno, che andava dicendo pubblicamente
esser essa la vera moglie del re, e la Medici la con-
cubina. La regina poi con i suoi rimproveri benché
giusti, alienava sempre più il re, il quale continua-
va ad amare perdutamente la Vernewil. Rincre-
scevano mollo al granduca queste domestiche di-
scordie, il quale avrebbe voluto che la regina si
occupasse piuttosto negli affari di stato, che per-
dersi in querele donnesche, e desistesse dalT of-
fendere i francesi chiamandoli traditori , e dallo
irritarli col non volere neppure apprendere la
loro lingua . Vedeva però Ferdinando eh' erano
inutili tutte le sue insinuazioni, finché il Concino
e la Eleonora fossero in discordia col suo segre-
tario Giovannini, e consigliassero essi la regina,
ponendo così del malumore e delle discordie. Vi
erano poi continuamente delle querele Ira'l gran-
duca ed i ministri del re, perchè non si pagavano
i credili di esso granduca , non ostante le obbli-
gazioni firmale dal re e registrale dal parlamen-
to (39).
g. 38. Tulio ciò cagionava tra Enrico IV ed
il granduca del raffreddamento^ il quale tanto più
, crebbe in Enrico quando seppe la perfetta ri-
542. A.VVENIMESTI STORICI JnAQOSé
conciliazione di Ferdinando col re di Spagna , il
quale mandò i figli di don Pielro a Firenze per un
suo genliluomo , che portò anche V investitura
di Siena, e contestò il gradimento delP assoluta
remissione di sua altezza nel re pel matrimonio
del principe Cosimo . Per V erezione della for-
tezza di Lungone, che il granduca credette uà
freno per Porfoferraio e Livorno, il papa un bloc-
co per Civitavecchia ed i genovesi una mira sulla
Corsica, si fecero delle rimostranze, alle quali la
corte di Spagna non dette orecchio . Altro non
potette rilrarne il granduca che una verbale pro-
messa di non esser quella fortezza eretta a danno
dei suoi porti . La Lunigiana intanto che dovea
reputarsi soggetta alla camera di Milano, Fuentes
colle sue truppe ne usurpò il dominio, e dilatò
colla violenza le conquiste della Spagna nel centro
deiritalia. Le rappresentanze dell'imperatore e del-
la dieta elettorale fecer desister la Spagna da que-
ste intraprese. In taPepoca mori il papa Clemente
Vili, e gli successe Alessandro dei Medici detto
comunemente il cardinale di Firenze, che prese il
nome di Leone XI, ma isuoi incomodi e la sua età
decrepila non gli dettero che ventisette giorni di
vita, e dopo dodici giorni cadde l'elezione sul car-
dinale Borghese. Questi benché nato in Roma,
era originario di Siena, da dove il padre suo si era
partito per esercitare l'avvocatura sotto la prote-
zione dei Caraffa: in tal professione avea servito
ancora la casa Medici , e perciò il granduca avea
protetto sempre questa famiglia. Elevato alla cat-
tedra di s. Pietro assunse il nome di Paolo V, ed
l^n.1607. DEI TEMPI MEDICEI CAP. VL 343
il pubblico applaudì alla sua elezione, sperando
cbe il suo ponliticalo sarebbe più dolce di quello
di Clemente Vili (4o).
g. 39. À.nzioso il granduca di promuovere sem-
pre più il suo commercio e di esercitare la sua
marina, immaginava delle intraprese : una solle-
vazione nata in Soria glie ne dette Topportunità.
Credette egli che per fare una potente diversione
ai turchi che minacciavano continuamente Tltalia
e l'Ungheria , convenisse prestare aiuti ai solle-
vati, ma non potendo colle sue forze dargliene dei
ragguardevoli, pensò di risvegliare Tantico fervo-
re delle crociate, e di animare il papa ed il re di
Si)agna a promuovere la conquista di Gerusalem-
me. Incoraggiato il granduca dal consentimento
del papa e della corledi Spagna, arruolò la crociata,
ed aflidanJone iì comando al marchese del Monte,
allestita la flotta , fece la prima spedizione . Non
troppo felice riusci il primo tentativo dei crociati,
poicliè direttisi sconsigliatamente a Cipro scon-
trarono i turchi in tanto maggior numero, che ve-
nuti a zufl'a con essi ed avuta la peggio, camparo-
no dalTeccidio colia fuga. Ferdinando aflidatosi
nell'antico valore dei nostri non abbandonò per
questo il conceputo disegno , e riordinata solle-
citamente la flotta e postovi alla testali cavaliere
Inghiranii, mio antenato , V avviò a sorprendere
llonu. Fu forte la resistenza che i turchi opposero,
ma tanto fu l'impeto dei toscani fatto contro di
essi, che dopo aver sostenuto valorosamente aspro
conflitto, il forte fu espugnato , lo cillà [.resa e
Saccheggiala, e i5oo dei saraceni caddero schiavi
544 AVVENIMENTI STORICI ^«.1607.
dei nostri crociati. All'annunzio di (anta perdila
un esercito di morì moveva alla volta di Bona per
ricuperarla, e la crociata dei nostri non valeva a
resister loro per la disparità delle forze. Obbligata
pertanto ad abbandonare il castello, e diroccatolo
in parte, lo lasciò e lornossene a Livorno vittorio-
sa. Quasi inorgogliti i toscani per V ottenuta vit-
toria sopra i turchi, con maggiore ardore si appa-
recchiarono ad una nuova spedizione, e sotto la
condona del marchese Guadagni fecero vela per
il Levante. Avvenne frattanto nelPArcipelago una
battaglia navale Ira i saraceni ed i nostri la più
sanguinosa. Si combattè valorosamente da ambe
le parti, e prevalendo in fine la forza della flotta
granducale, questa riportò segnalata vittoria. Cad-
dero in mano dei crociati toscani nove vascelli ,
ne'quali trovarono tante gioie da formare la som-
ma di due milioni di scudi, e tra settecento schia-
vi fatti.essendovi alcuni personaggi ragguardevoli,
il loro riscatto aumentò la ricca preda (41).
g. 40' Volle il granduca che questa spedizione
fosse falta sotto il nome del principe suo primo-
genito per animarlo alle imprese di mare . Era
stato intanto trattato e concluso il matrimonio di
esso principe coll'arciduchessa Maddalena d'Au-
stria, figlia delParciduca Carlo di Gralz, e sorella
della regina dì Spagna e delParciduca Ferdinando
che fu poi imperatore. Fu molto soddisfatto Fer-
dinando di aver fissato questo matrimonio , coL
quale assicurava sempre più la sua unione colla fa^
miglia d'Austria, dimodoché non si riguardava egli
più unito che colla Spagna, coltivando soltanto Ta-
An. 1608. DEI TEMPI MEDICEI CAP. TI. 345
micizia degli altri sovrani quanto era bastante per
non farseli nemici.Questo malrioionio ed il conte-
gno del granduca accrebbero i sospetti della corte
dì Francia, che vennero anche aumentati dalla
pronta risoluzione di don Giovanni de'Medici di la-
sciare il servizio di quel re, la cui debolezza e le
gare femminili di quella corte, oltre le prepotenze
e la mala condotta del Concino, fecero prendere
questa risoluzione a don Giovanni, il quale andò
poi al servizio dei veneziani . Riuscì frattanto a
Ferdinando, mediante la buona intelligenza col-
la Spagna , d' esser messo al possesso del feudo
di Piligliano che ritenevano gli Orsini , ai quali
in ricompensa fu data in feudo e con titolo di
marchesato la terra di ìVlonlesansavino, una villa
vicino a Firenze, una entrata di diecimila scudi
annui, e furono pagali i loro debiti. Quest'acqui-
sto, siccome assicurava la quiete del successore
ed estendeva i limiti del granducato, rallegrò Ta-
nimo di Ferdinando^ tutto intento a procurare al
medesimo ogni grandezza (4a).
g. 4 1 . Era giunto il tempo prefisso per l'adem-
pimento degli sponsali del principe Cosimo giun-
to alPetà di 18 anni, e fu per procura nel settem-
bre sposata l'arciduchessa in Gratz, e li if.a dello
stesso mese si pose in viaggio per lllalia, accom-
pagnata dalParclduca Massimiliano Ernesto suo
fratello, e da numeroso seguito di nobiltà di Ger-
mania. Giunta alla spiaggia di Ravenna fu ricevuta
da don Antonio de\>Jedici e dal marchese Salviati
con lutti i fastosi equipaggi di corte. Entrala in
Toscana fu incontrata dallo sposo , col quale andò
Si, Tote, Tom, 10. 30
346 AVVENIMENTI STORIO! w^n. 1609*,
alla villa di Castello, dove trovati il granduca e ;
la granduchessa vi si trattennero fino a che non
fu disposto il solenne ingresso nella città: il di
18 di ottobre fu questo eseguito colla più gran
magnificenza e con un concorso indicibile di per-
sonaggi distinti che godettero in seguito delle ma-
gnifiche feste prolungate per molli giorni.
g. 4^. Tutte queste allegrezze si convertirono
in lutto, giacché la salute del granduca comincia-
va da qualche tempo a vacillare, e la sua macchina
corpulenta e piena di umori gli produceva delle
frequenti malattìe. Manifestatasi in lui la idropisia,
fu obbligato a porsi in letto, e in questa infermità
visse fino al giorno sette di febbraio del 1609,
nel quale sopraggiunta una colica ebbe a cedere
alla t'orza del male nell'età di anni 58, avendone
regnati ai. Tra i principi della casa siedici fu il
primo che fosse universamente compianto, ed i;
sudditi toscani con lacrime di sincero dolore ram-
mentarono per lungo tempo il nome e il buon go-
verno del perduto loro sovrano^ ed a ragione,
poiché egli colla bontà avea fatto dimenticare le
tirannie dei suoiantecessori,coIla generosità ver-
so i miseri aveva tolta la rimembranza delT ava-
rìzia degli altri, il suo rigore alternato colla cle-
menza rendeva soave il giogo delle sue leggi, e
la saggezza di lui corrisposta dalla probità della
granduchessa avea fatto scordare le dissolutezze
di Francesco e gP intrighi di Bianca. Ferdinan-
do 1(^)5 inlento a beneficare i suoi sudditi men-*
(e) Ved. tav. CXXXVI, N. 4.
^«.1609. DEI TEMPI MEDICEI CIP. TI. o^y
tre viveva, non dimenticò di soccorrere alle stret-
tezze dei più infelici, disponendo a favor di loro
quanto a lui sarebbe stato dovuto, ordinando
cioè che i 5oooo scudi soliti spendersi nei fune-
rali dei suoi antecessori non fossero spesi nel suo,
ma destinati ad aumentare quel fondo che avea
già costituito per dotare le povere fanciulle,
acciocché il numero delle beneficate aumentas-
se (43). Fu stimato in qualità di sovrano nel mo-
do stesso che per lo innanzi era stato onorato
come cardinale. Chiamato un giorno da Sisto V
per fargli una riprensione, gli comparve davanti
con una corazza di ferro sotto Pabito cardinali-
zio,e neiringinocchiarglisi fece in modo che il papa
ia vedesse. 9, Che abito è quello, disse il pontefi-
ce ». Beatissimo padre, rispose Ferdinando, questo
rosso è fabito di cardinale,e quesl''altro, soggiun-
se battendosi sulla corazza, è Pabito di prìncipe
italiano „ Ah cardinale, cardinale, vi farò cascar
dalla lesta il cappello rosso, diceagli il papa ^ e
Ferdinando prontamente rispose „ se la Santità
vostra mi toglie di testa il cappello dì feltro, io me
ne porrò in capo uno di ferro (44) >»•
g. 43. La principessa sua sposa, alla quale fu
Jasciato il vedovile, secondo i patti matrimoniali,
e più un legato di settemila scudi annui, dettegli
una numerosa posterità, ma diversi dei suoi figli
morirono in età puerile. Quei che gli sopravvis-
sero furono Cosimo che fu suo successore al tro-
no; Carlo che pervenne agli onori delia porpora;
Francesco principe di Capislrano che mori nel
i6i5; CattÙQd che sposò Ferdinando Gonzaga
348 ATVENIMESTI STORICI u^rt.1609.
duca di Mantova, e Claudia che fu maritata a Fe-
derigo Ubaldo della Rovere duca d'Urbino, ed in
seconde nozze a Leopoldo arciduca d"'A.ustria (4^)«
g. 44' S^ S'» antecessori di Ferdinando nel
governo della Toscana nieritaron biasimo per la
condotta immorale, e per il governo tirannico, e
solo ottennero lode per aver protette le lettere
e le arti, Ferdinando I ebbe dritto a somma lode
per la probità dei costumi, per la moderazione nel
governare, e non ebbe eguali nella splendidezza,
nel proleggere le lettere, e nel favorire le arti.
Dotto com''egli era, amò le scienze e protesse i
letterati, splendido per carattere, non vi fu una
tra le arti belle che da lui non fosse protetta; e
perfino la musica tanto avanzò ai tempi di lui, che
per la prima volta sotto! suoi auspici rappresen-
taronsi drammi in musica nel teatro italiano, ed
il primo saggio ne fu dato nel nuovo teatro co-
struito sopra gli uffizi in occasione delle nozze
chVgli celebrò colla principessa Cristina. Ferdi-
nando fu parco nel suo privato, ma niuno lo su»
però nella splendidezza, nel soccorrere gli amieì^
nel beneticare i popoli, premiare artisti, eriger fab-
briche e favorirete arti. In gioventù, mentre alie-
nalo dal fratello Francesco conduceva sua vita in
Roma, splendidissimo tra tutti i suoi col leghi car-
dinali, fatta erigere la grandiosa villa medicea sul
colle Pinciano, acquistava a carissimo prezzo og-
getti di belle arti e di ogni genere per adornarla.
Allora ei fece sua la Venere detta dei Medici, la
famiglia della Niobe, i lottatori, V ernìafrodito,
Tarrotino^con molte altre statue e teste scolpite da
Art. 1609. DEI TEMPI MEDICEI CAP. VI. 349
antichi valenti scarpelli, le quali tutte trasportate
poi in Firenze e collocate nella pubblica R. Galle-
ria,ne formano rornamento più bello. Richiaman-
do quindi artisti da ogni paese per maggiormente
abbellirla di straniere manifatture, procurava ai
nostri il mezzo d^'struirsi in ciò eh"" era loro in-
cognito. Amatore degli artisti commetteva poi al
Bonialenti la edificazione della fortezza di Bel-
vedere, correndo fanno 1590(46).
§. 45. Nel' 1604 col disegno di suo fratello, na-
to da Eleonora degli Albizi, architetto militare,
eresse in s. Lorenzo la ricchissima cappella dei
principi, della quale gettossi la, prima pietra fin
dal 1604 ; con intenzione peraltro fin d** allora
di trasportarvi il santo sepolcro di Gerusalem-
me, come infatti si tentò, ma invano, colla cro-
ciata del 1607, e fondò lo spedale dei convale^
scenti nel 1592. AIP Ambrogiana fabbricò una
villa e ordinò al Bonialenti di alzarne un"* al-
tra ad Artiniino. A Giovan Bologna fece erigere
la statua equestre di bronzo di Cosimo I suo pa-
dre nella piazza granducale. Al Nigelti Matteo fe-
ce scolpire a sue spese il gran dossale d'argento
che vedesi alTaitare della SS. Annunziata nella
chiesa de'Servi di Maria. In Pisa ristabili le fiere
ed i mercati, ed accrebbe i comodi e gli ornamenti
della città. Per lui difatti sì eressero vari edifizi
per Teducazioue della gioventù, fra i quali si am-
mira quel grandioso collegio che tutt'ora mantie-
ne il nome del suo fondatore. Per lui fu inalzata
dal Bontalenli la loggia de"'banchi e de'mercanli.
Per esso fu edificato il palazzo di residenza dei
30'»
35o AVVENIMENTI STORICI ^«.1609.,
principi della Toscana," per esso cominciaronsi a
costruire quegli utilissimi acquidotti che portano
a Pisa le salubri e limpide acque dalla sorgente di
Asciano, terminati poi dal suo figlio Cosimo li.
Restaurò il Duomo incendiato nel 1696, ed i la-
vacri dei celebri bagni di s. Giuliano; ed animò
l'arcivescovo dei Pozzo a fondare il collegio Pu-
teano. I pisani per gratitudine gli fecero scolpire
un gruppo di 4 statue rappresentante la città di
Pisa in forma di donna con due vaghissimi putii,
in atto d'esser sollevati dal suo benefattore: grup-
po che trovasi alzato lungo Tarno ove sbocca la
strada di s. I^Iaria (47).
§. 4<>. In Siena fece rivivere l'Università che
languiva corredandola di 35 cattedre coperte da
celebratissimi professori; a Grosseto condusse a
termine le mura castellane incominciate dal suo
fratello Francesco, e con mille altre splendidis-
sime operazioni si meritò la preferenza su tutti i
suoi predecessori nel favore accordato alle arti,
agli artisti, alle lettere ed ai buoni studi (48). A.-
questo granduca si debbono gli statuti deirordi-
ne di s. Stefano fatti nel 1590; ad esso pure si
debbe la riforma fatta nel i588 de'magistrati di
Siena per adattarli agli ordinamenti del princi-
pato, e a benefizio di quella nobiltà rimasta ozio-
sa dopo la perdila della libertà; istituì nel 1691
una compagnia d'uomini d'armi come suo padre
aveagià fatto in Firenze. La sua corte era la sede
della pace, della cortesia e della ilarità (49).
DEI TEMPI MEDICEI CAP. VI. 35 1
NOTE
(1) vTalIuzzi, Storia del granducato di Toscana, voi.
Yj llb. V, cap. I. (2) Ivi. (3) Ivi^ cap. ii. (4) Litta,
Nota della famìglia Medici e de'primi tempi della re-
pubblica di Firenze, tav. xv. (5) Morbio, Storia dei
municipi italiani, Cronica di Firenze dal 1540 al 1652.
(6) Gicciaporci , Compendio della storia fiorentina ,
lib. II, pag. 229. (7) Litta cit. (8) Grassi, Descrizio-
ne storica, e artistica di Pisa parte storica, p. 243.
(9) Ferrini, Compendio di storia della Toscana,, epo-
ca v, J. 37. (10) Guidotti , Compendio della storia
di Toscana, voi. ii, cap. xi. (11) Ivi. (12) Gicciapor-
ci cit. p. 239. (13) Ivi, e Guidotti cit. voi. ii, cap.
XI. (14) Galluzzi cit. (15} Grassi, Descrizione isteri-
ca e artistica di Pisa , part. artist. sez. i, pag. 35.
(16) Gicciaporci cit. p. 24.0. (17) GaJiuzzi cit. lib. v,
cap. VI. (18) Ivi. (19) Guidotti cit. voi. ii, cap. xii.
(20) Gicciaporci cit. p. 245 . (21) Ivi. (22) Galluzzi
cit. lib. \, cap. vili. (23) Guidotti cit. voi. il, cap.
x:i. (24) Gicciaporci cit. p. 247. (25) Galluzzi citato.
(20) Muratori, Annali d'Italia an. 1599. (27) Giccia-
porci cit. pag. 249. (23) Muratori citalo, ann. 1600.
(29) Litta cit. tav. xv. (30) Muratori cit. an. 1602.
(31) Guidotti cit. (32) Gicciaporci cit. lib. ii , pag.
254. (33) Muratori tit. ann. 1602. (34) Galluzzi cit.
voi. VI, lib. V, cap. X. (35) Arlaud, L'univers pitto-
resque, Europe, Italie, tom. ii, p. 274. (36) Galluzzi
cit. (37) Muratori citalo^ ann. 1603. (3S) Gicciaporci
cit. p. 257. (39) Ivi, p. 259. (40) Galluzzi cit. lib.
T, cap. XI. (41 ) Ferrini cit. ep. v, J. 42. (42) Galluzzi
cit. lib. v, cap. xil. (43) Ferrini cit. J. 43. (44) Ar-
352 AVVENIMENTI STORICI
taud cit. p. 275. (45) Histoire universelle depuis le
commencement du moude jusq'a presenta Hist. mo-
derne, tom. LUI, sect. x, eh. xi. (46) Ferrini citato
ep. V, J. 44. (47) Grassi cit. parte storica p. 242.
(48) Ferrini cit. (49) Lilla cit. tav. xv.
DEI TEMPI MEDICEI. 353
(QiilPlSDlLD Tllt^
Jn. 1609 di G. Cr. ^
|. I. Sodisfatti tutti gli uffici ch'*esi'gevano i glo-
riosi meriti di Ferdinando verso la famiglia e Io
stato, e quelli che non poteva contenere Taraor
sincero che nutrivano i popoli per un principe
così benetìco, il giovine Cosimo II assunse tran-
quillamente il governo del granducato. Non avea
la natura somministrato a questo principe i subii-
mi talenti e gli eroici sentimenti del padre, e la
educazione forse troppo placida e uniforme non
aveva sviluppato bastantemente quelli che già gli
erano toccati in sorte, ma era peraltro animato
dagli esempi e dalie insinuazioni materne ad imi-
tare esattamente le azioni di Ferdinando. La gran-
duchessa Cristina sua madre istruita dal marito
nel maneggio degli affari, intraprese a dirigere il
figlio unitamente al consiglio lasciatogli da Ferdi-
nando. Il Vinta, in cui erano depositati tutti i sen-
timenti e i connetti di Ferdinando, procurò che
nulla si variasse in questa occasione del sistema
politico del gabinetto. Non vi fu alterazione nel
iQÌnistero,e si adempirono religiosamente le dispo-
354 AVVENIMENTI STOEICI ^/4.1609.
sizioni di Ferdinando, e la granducbessa Crisliua
entrò al possesso della giurisdizione e rendite di
Montepulciano e Pietrasanla . Per conciliarsi lo
amore dell'universale s** esercitarono verso i mi-
nistri ed i popoli nuovi atti di beneficenza, e non
si omesse d'invigilare a tutto ciò che poteva con-
tribuire alla conservazione ed accrescimento del-
la libertà, della quiete e della prosperità dello sta-
to. Una massima venerazione per tutto ciò che
procedeva da Ferdinando, un fondo di probità, di
giustizia e di beneficenza dimostrato nei suoi prin-
cipii fecero sperare al pubblico un governo no»
dissimile dalPantecedente (i).
g. a. A. rendere memorabile Tinalzamento di
Cosimo II contribuì il celebre Galileo Galilei a-
stronorao, allorché scoprendo i quattro satelliti di
Giove dette loro il nome di stelle medicee, mer-
cè la protezione che ad esso accordava il granduca,
avendolo richiamalo da Padova e nominalo suo
primo filosofo e matematico. A.d accrescer poi lo
splendore della sua corte, e a distinguerlo sopra
gli altri principi d'Italia nel potere, il Sofì di Per-
sia inviò a lui un'ambasciata per impegnarlo a
fare una lega contro il turco, ed il fratello del
gran signore invocò la protezione di Cosimo on-
de salvar la vita in Firenze, ove fidando in lui si
era condotto (a). La preponderanza che aveva
acquistata nell'Italia il duca di Savoia, unito an-
cora per mezzo di matrimoni colla casa di Man-
tova e con quella di Modena, obbligò il nuovo
granduca per assicurarsi la quiete a procurare di
allearsi con lui. A. quest^ oggetto promesse col
^/t.1610. DEI TEMPI MEDICEI CIP. VII. 355
mezzo della reglua Maria un trattato di matrimo*
uio di una sua sorella col primogenito di lui, ma
il duca di Savoia ambiva pel suo figlio maggiori
alleanze. Svanito pertanto un tal diseguo pensò
Cosimo d'imparentarsi col duca d'Urbino, e nel,
mese di marzo fu concluso il matrimonio tra Hi
principe Federigo unico maschio di Francesco
Maria, secondo duca d'^Urbino, e la principessa
Claudia sorella del granduca, da ratificarsi subito^
che fosser giunti alPelà legittima (3). >
g. 3. Pareva ormai imminente la rottura di
guerra tra la Francia e la Spagna, non ostante che
tanto Filippo III quanto Enrico IV non la desi-
derassero. Yoleala però lulla la nazione francese^
ed il ministro e favorito del re, Sully, capo e pro^
lettore degli ugonotti, era quegli che sollecitava
il monarca ad intraprenderla. La regina però che
trattava la riconciliazione, malgrado le contrarie
insinuazioni di Suliy, persuase il granduca di of-
frirsi in mediatore per trattare un doppio paren-
tado tra i primogeniti dell'una e dell'altra corte.
Scompose questa trattativa Timprovviso assassi-
nio del re Enrico, che scorrendo in carrozza per
le vie di Parigi fu assalito da un empio, il quale
salilo sulla staffa gli avventò due colpi di coltel-
lo^ che avendogli tagliata l'arteria polmonaria lo
privò della vita.Non ostante si seguitarono le pra-
tiche per mezzo del granduca che ne stahiliii
preliminari (4)-
g. 4- La regina che senza alcuna opposizione
prese la reggenza del regno, si mantenne negli
istessi sentimenti riguaji;dpai,U:^^^t.Q,^§i,4Hf ff]^
356 AVVENIMENTI STORICI jétl. 1611^
trimoni . Dichiaratasi questa di voler conservare
la pace colla Francia , e di continuare la pratica
del doppio matrimonio, il granduca Cosimo II
rinnovò le sue commissioni ai due plenipotenzia-
ri, perchè conducessero ad un felice termine il
trattato, come in fatti seguì, poiché non ostante
alcune difficoltà fatte nascere dagli intrighi del
duca di Savoia, e dalla leggereasza della reggente,
finalmente nelPaprile fu stabilito il cambio delle
due primogenite, e di più una lega difensiva tra
le due corone per dieci anni , coir obbligo che
Tuna difendesse Tallra con 6000 fanti e laoo ca-
rallì, e finalmente che la reggente s''interponesse
acciò il duca di Savoia deponesse le armi . Per
quanto Cosimo si occupasse seriamente dei gran-
di affari d'Europa per conservare la di lei pacey
non trascurava però quei del suo stato , parteci*--
pando colla madre e colla consorte le cure del
governo . Volle anch'* egli procurare al porto di
Livorno maggiori comodi ed una più sicura sta-
zione alle navi, ristringendo la troppa estensione
d'acqua di esso con una forte muraglia a calcina,
atta a resistere a qualunque colpo di mare, e si-
tuata in forma da rigettare 1" aliga marina , onde
conservare la salubrità al porto, ed impedire che
le fortificazioni restassero in secco . Questa mu-
raglia ebbe Fultima sua perfezione dalParchitetto
Giov. Francesco Cantagallina, ed ha ritenuto e
ritiene tuttora la denominazione di molo Cosi-
mo (5).
g.5.La prosperità della marcatura, il concorso
non preveduto degP inglesi e degli olandesi in
'Jin.^6^^, dei tempi medicei gap. vn. 357
questo porto esigevano la più vigilante attenzio-
ne del granduca per accrescerne i comodi. Già vi
sì erano propagale le arti, vi abbondava tutto ciò
che poteva esser necessario per la marina, ed in
fine si vedeva un emporio nascente, che sorgen-
do dalle paludi, e vincendo colTarte e colla popo-
lazione gli ostacoli della situazione e del clima,
promettevano alla Toscana una maggior grandez-
za. Per secondare sempre [iù il naturale accresci-
mento di questa città nascente, parve a Cosimo
II che per popolarne le adiacenti campagne fosse
oppoiluna l'occasione della espulsione dei more-
schi dai regni di Spagna. Cosimo si determinò di
attirare tino in tremila questi infelici sulle cam-
pagne livornesi colle loro famiglie, lusingandosi,
che gente avvezza ad un governo aspro, ed eser-
citata nella coltivazione, sarebbe stata utilissima
per fertilizzare le vicinanze della nuova città. Ma
dopo avere esperimentata la ferocia di costoro ,
lo spirito d'indipendenza, eia loro poca attitudi-
ne alla coltivazione, fu costretto non solo a de-
sistere dalla intrapresa , raa anche a far traspor-
tare sulle coste d"" Affrica quei che già s^ erano
mostrati inca[)aci di assoggettarsi all' obbedienza
delle leggi toscane (6).
g. 6. t'issato, come s*è detlodisopra.il doppio
matrimonio tra le corti di Spagna e di Francia,
desiderava Cosimo di maritare la principessa Ca-
terina sua sorella al prii)cii)e di Piemonte, poiché
l'unione cosi ihdla casa con (|uella di Savoia a-
vrebbe fatta Tepoca della grandezza diebse, e can4'
giato il sistema politico dell' Italia , ma V altiero
Si, Tose. Tom, 10. 31
358 AVVENIMENTI STORiCl ^/2.1612.
Carlo Emanuele non poleva indursi a trattare
con chi aveva operato, che la reggente di Francia
si ritirasse dalla promessa fatta da Enrico IV di
maritare la primogenita di Francia al principe di
Piemonte . In pari tempo il conte di Salsbury
njosse repentinamente la pratica di dare ad En-
rico principe di Galles la prelodata Caterina dei
Medici (7). Il trattato n''era quasi stabilito, per-
chè Cosimo ne avea datala sua parola, ma la corte
di Roma vi si oppose animosamente. Morì oppor-
tunamente d'una febbre epidemica il principe di
Galles,per cui Cosimo si tirò d'imbarazzo con mag-
gior dignità (8). Il granduca ebbe in questa occa-
sione a superare molti ostacoli dal lato degli ugo-
notti e dei protestanti, i quali nel parentado delle
due dinastìe di Francia e di Spagna prevedevano
un'alleanza tendente al loro esterminio. Seguì del
resto questo principe nel suo politico contegno
le massime di famiglia,consistenti nell'obbedienza
ai voleri della corte di Spagna, cosicché in vigo-
re della famosa capitolazione di Siena del iSS^
non potette negare un corpo di milizie in sussi-
dio dei governatori spagnuoli in Milano (9).
g. 7. Davasi Cosimo ogni premura per con-
servare la pace in Italia, allorché questa si alterò
per la morte accaduta di vaiolo del duca di Man-
tova e del suo tiglio , rimanendo soltanto una
piccola tìglia^ per lo che la successione dello stato
si devoleva al cardinale Ferdinando fratello del
duca defunto, che porlossi immediatamente da
Roma a Mantova per prenderne il possesso . Il
duca di Savoia pretese che il feudo di ^Monferrato
jinA6i 2. DEI TEMPI MEDICEI CAP. vìl. 359
dovesse appartenere alla piccola arciduchessa ÌVIa-
ria, e si preparò a sostenerlo colle armi. Il gran-
duca Cosimo promise di soccorrere il cardinale
colle sue forze, mentre faceva degli uffici e delle
premure alla Francia ed ai veneziani per procu-
rare la conservazione delia pace . k\ea dì già
ideato il duca di Savoia di far la conquista del
Monferrato, il che esegui neiraprile, occupando
con tutte le sue forze gran parte di quel feudo .
Questo passo offese Timperatore, oltraggiò la cor-
te di Francia, ed ingelosì quella della Spagna. Il
papa spedi un nunzio, la repubblica veneta soni-
minislrò un soccorso di danari, ed il granduca si
accinse a mantener la promessa con soccorso di
truppe. Si unirono immediatamente a Prato aooo
fanti e 3oo cavalli, per portarsi per terra nel man-
tovano sotto il comando del principe don Fran-
cesco. Fu chiesto il passo per la parte di Bolo-
gna al papa, ma egli lo negò, per cui il granduca
si rivolse al duca di Mantova. Saputo che ancor
egli aveagli data una negativa si determinò di
riunire in Prato altri 8000 uomini con V oggetto
d'introdurli nello stalo di Modena per forza. In-
trapresa la marcia , costeggiò i confini del bolo-
gnese con animo di avanzarsi verso monte Tor-
tori, dove stavano trincerate le genti delPEstense.
Fu facile ai soldati toscani di superare i passi ed
impadronirsi di quel castello, perchè i modanesi
senza difendersi abbandonavano i loro posti e da-
vansi alla fuga. Guadagnato così il passo alTeser-
cilo toscano si avanzò verso la Ghiara, «love com-
parve un segretario del principe Alfonso , scu-
3f>0 ATVEXIMENTI STORICI ^/1.1612.
sando le replicate negative, ed incolpando la mala
volontà ed aiiifizio del governatore di Milano ,
talché dalle ostilità si passò alle cortesìe, e don
Francesco fu complimentato e servito dai com-
missari per taTeffelto. Giunto pertanto sul man-
tovano trovò inutile questa spedizione, perchè il
principe d*A-Scoli colle forze del re Filippo pres-
sava il duca di Savoia a restituire le piazze del
Monferrato (io). Conclusa così la pace tra'i duca
di Savoia e quello di Mantova, richiamò il gran-
duca in Toscana le sue milizie , e passate da Pi-
stoia, parte furono licenziate, e parte spedite alla
volta della montagna di quella città, e la cavalle-
ria fu mandala verso la città di Pescia per guardar
quei jiosti, sino a tanto che restassero aggiustate
le differenze che erano insorte tra la repubblica
di Lucca ed il duca di Modena (ii).
g. 8. Durava il rumore tra i lucchesi e i po-
poli della Garfagnana sudditi di Modena di là
dalPàppenino per cagione della passala guerra del
i6oa. Insorsero nel giugno fra particolari persone
delle offese ai confini, e queste ser\' irono di pre-
testo a quella repubblica per assalir di nuovo nel
mese seguente con alcune migliaia di armati la
Gaifagnnna. Perchè non si aspettavano i garfagnini
una tale soverchieria, facile fu ai lucchesi d''impos-
sessarsi delle terre di Gaseio, Monte Altissimo,
Monterolondo e Marigliana.Occupato ancora Mon-
teperpli vi fabbricarono un forle,e commisero sac-
cheggi e violenze indicibili.Fecero quella resistenza
che poterono i valorosi garfagnini a :>i impetuoso
torrente, tinche il duca Cesare irritato da sì ia-
'JnA&\2é DEI TEMPI MEDICEI e AP. TU. 36 1
quieti vicini, spedì colà il principe alfonso suo
primogenito col principe Luigi altro suo figlio, ge-
nerale dei veneziani, e con alquante migliaia dì
fanli e cavalli, comandati dal marchese Ippolito
Benlivoglio suo generale.^ e ben provveduti di ar-
tiglierie e munizioni. Allora cambiò aspello la guer-
ra, e i lucchesi d'assalitori divennero assaliti con
danno gravissimo delle loro terre. Si passano qui
sotto silenzio varie azioni sanguinose succedute
in quelle parti, per dir solamente che il Benlivo-
glio imprese Tassedio di Castiglione, terra e for-
tezza dei lucchesi che inconn'nciò a provare il
furore delle artiglierie, ma sostenuta con vigore
da I200 soldati che vi erano di presidio. Tenta-
rono in vano i lucchesi di darle soccorso,e intanto
sempre più continuarono gli approcci, e fu formata
la breccia. Già si disponevano le milizie ducali a
dare un generale assalto., quando colà sopraggiun-
se il conte Baldassarre Biglia per parte del gover-
natore diMilano^ imperciocché veggendoi lucchesi
male incamminati i loro affari ricorsero alla solita
ancora della [)rotezione di Spagna, e mossero 1*1-
noiosa ad inviare esso Biglia a ÌVIodena per ismor-
zare quelPincendio. Perchè il duca stava saldo in
pretendere il rifacimento dei danni inferiti dagl'in-
giusti aggressori e le spese dell'armamento da lui
fatto, nulla si concluse, laonde il Biglia per timore,
che intanto Castiglione fosse preso, colà si portò,
e con pretesti di far rendere quella fortezza, ot-
tenuta licenza d'entrarvi, allorché vide pronti
all'assalto i ducheschi, fece esporre le bandiere di
Spngna sulle mura, e inlimare agli assedianti ch«*
5(?a AVVENIMENTI STORICI ^M.1612.
egli teneva quella piazza a nome del re cattolico.
Tal'era in questi tempi la riverenza e paura della
potenza spagnuola,che cessarono le offese, con es-
sersi poi stabilito, che i lucchesi, al paese dei quali
anche dopo le interrotte offese di Castiglione fu
recata una desolazione, fossero i primi a disarma-
re^ dopo di che anche il duca richiamò in Lombar-
dia le sue milizie (la).
g. 9. Intanto le galere del granduca scorrevano
continuamente il Mediterraneo e facevano sempre
delle imprese, ed era tutt^ora ammiraglio dell'or-
dine di s. Stefano il marchese Iacopo Inghirami
di Volterra uomo valorosissimo. Nel mese di mag-
gio egli attaccò, prese e distrusse la fortezza di
A-climan in Caramania situata dirimpetto a Cipro;
predò due galere capitane della guardia di Ci-
pro, e condusse a Livorno vari altri piccoli legni
carichi di merci.Tutto ciò risvegliava nei cavalieri
e nelle milizie il valore e il desiderio di nuove
imprese, e teneva in attività la marina ed .incu-
teva timore nei turchi. Anco la mercatura godeva
di questi vantaggi, e tutto parea che sotto il re-
gno di Cosimo contribuisse a render felici i popoli
del granducato. La famiglia regnante godeva pure
lo stesso grado di prosperità, poiché il terzo ma-
schio nato in quest"'annoil 9 di maggio assicurava
la successione:) e la concordia ed il rispetto riu-
nivano lutti al volere del sovrano (i3). Da questi
e da altri avvenimenti felici lusingato Taraor pro-
prio di Cosimo I£ ne avveniva, che ei non medi-
tasse che imprese grandiose, e trascurasse il go-
verno dei suoi popoli, lasciando dirigere gli aifari
^.1612. DEI TEMPI MEDICEI CAP. VII. 363
al consiglio, alla madre ed alla moglie. Fintanto-
ché il dotto ed integerrimo consiglier Vinta fu in
vita, la trascuratezza del principe fu compensata
dalla prudenza e dal consiglio di lui, ma quand'egli
mancò ai vivi, la somma degli aft'ari passò in un
certo Gioii benaffetto alla granduchessa, ma privo
dei talenti e della probità del Vinta, e solo esperto
nell'intrigo^ tali misure furono prese che la stima
del principe andò a diminuire, e la corte si acqui-
stò il biasimo dei sudditi. Questa fu Tepoca della
decadenza della casa Medici, la quale non ritornò
mai più al suo antico sidendore.
g. IO. Avvenne in questo frattempo che l'emir
Faccardino, principe assoluto della Sorìa, avendo
contratta corrispondenza col granduca Ferdinan-
do I nel 1606 per la ribellione del suo stato, si
determinò dopo la sconfitta di Grampuiat di por-
tarsi in Toscana onde godere la sua quiete. Mon-
tato adunque sopra un vascello olandese fece
pure imbarcare in ali ri due legni francesi la più
favorita delle sue mogli con una figlia ed altri di
suo seguito, e sbarcò a Livorno. L'arrivo di que-
sto personaggio risvegliò in tutti la meraviglia, e
Coiimo gli fece tutti gli onori dovuti al suo rango.
Mentre Temir Faccardino interveniva col grandu-
ca alle cacce ed alle feste di corte, si mostrò de-
sideroso di gloria parlando volentieri di guerra.
Ciò dette luogo a Cosimo di concertare seco lui
delle imprese da eseguirsi per l'acquisto di ter-
ra santa, per la qual cosa il gr.ìnducu stabili di
fare ogni ufiìcio col papa e col re di S,»agna per
avere dei soccorsi. Filippo Ili si mos^lrò ben di-
364 ATVEWmENTI STORICI ^Al.l6l4V.
sposto di allestire una flotta per il Levante, e lo
avrebbe eseguito, se non e;lie Pavessero impedito
ì rumori di Monlefeltro. Fra le altre conquiste
che nieditavasi, vi fu quella da Giovanni de'lVIe-
dici con Ferdinando I già concepita, di trasportare
il santo sepolcro a Firenze, e collocarlo nella fa-
mosa cappella medicea di s. Lorenzo, che già si
ornava con tanto dispendio (i4)' Cosimo spedì
fino in Soria le sue galere sotto il comando dello
ammiraglio Inghirami, che doveva imbarcare la
sacra reliquia e trasportarla in Toscana^ ma sic-
come erasi affidata questa impresa ad un bascià,
e questo dovendo servirsi delfopera d''altre per-
sone, fu scoperto il tutto, e le galere del gran-
duca dovettero prender la fuga. Cosimo allora ve-
dendo di non potere effettuare il concepito dise-
gno volse il pensiero ad altro oggetto, e risolvette
di proseguire la cappella di san Lorenzo, desti-
nandola a servire per i sepolcri dei granduchi e
principi della famiglia (i5).
g. 1 1. Il principe don Francesco fratello del
granduca, e da lui estremamente amato, sorpreso
da una febbre ardente cessò di vivere nel 17 di
maggio di quesf anno con indicibile dolore di
Cosimo II , il quale, comecché di complessione
gracile, magro e soggetto ad unVstrema debo-
lezza di stomaco ed afflitto di continuo dalle quar-
lane,per questo avvenimento fu assalito da febbre e
vomito tale, che per molti giorni fece temere della
sua vita. Scampò egli la morte, ma non ricuperò
la salute, e visse di poi sempre infermo. Fu in
questo tempo terminata in Firenze la statua eque-
^rt.16l4. DEI TEMPI MEDICEI CAP. VII. 36£r
Sire colossale rappresentante Enrico IV, già or-
dinata dal granduca Ferdinando al famoso sculto-
re Gian Bologna. ]Niuno di questi tre visse tanto
da veder compita quest'opera, la quale restò poi
perfezionata per le premure di Cosimo 11, e col
lavoro di Pietro Tacca. Fu per tanto trasportata
a Parigi, e situala dagli artefici fiorentini sulla
base da lungo tempo in quella città preparata.
Grande poi si fu Tallegrezza, che in tal circostan-
za si mostrò dal popolo, ammirando tutti la ma-
gnificenza dell'opera, la somiglianza dell'originale,
e la generosità del granduca nel fare un tal dono.
La regina, perchè restasse alla posterità la me-
moria del donatore, fece fare una iscrizione in
carta pecora, contenente la storia del dono e dei
donanti, la quale fu inserita nel ventre del caval-
lo su cui posava il colosso di Enrico IV, e quia-
di pubblicalo colle slampe (iG). '
g. la. Peri dissapori che fervevano frale due
corti di Savoia e di Spagna, quest''ultima s'ina-
sprì talmente, che dette ordine al marchese della
Inoiosa, governatore di IVIilano, d^entrare colle ar-
mi in Piemonte^ s'impadroni questi di alcune ter-
re nel territorio d'Asti, e i savoiardi entrati nel
milanese ne acquistarono alcune di questo stato;
per lo che fu richiesto il granduca dalTInoiosa
del soccorso accordato nella così detta capitola-
zione di Siena dei tre di luglio i557 con Filippo
II, ch'era di 4000 fanti e 400 cavalli, ma per la
difljcolta dei passi furono spediti soltanto due-
mila uomini, ed il resto fu convenuto che si
•odisfacesse in denaro . Nacquer pure delle di-.
0(y6 AVVENIMENTI STORICI jin. Ì6i6.
scordie tra la repubblicìi di Venezia e Timpera-
tore Ferdinando I a cagione delle piraterìe degli
schiavoni sotto la protezione della casa d' Au-
stria. Le diverse interpetrazioni del trattalo d'A-
sti avean rinnovato le precedenti dispute sopra
il Monferrato (17).
g. i3. Intanto fu stabilito il matrimonio del-
la principessa Claudia terza sorella del grandu-
ca col duca d"* Urbino , e quello della seconda
principessa Caterina col duca di Mantova, riser-
bandonsi la principessa Eleonora primogenita per
il re Filippo, il quale mostrava qualche inclina-
zione a riprender moglie. Un tanto conlento fu
aumenlato per la vittoria riportata dalTammira-
glioInghirami,il quale sorprese presso Negroponte
la capitana di Metelin, e un'altra galera turchesca,
che da Alessandria portavano il tributo a Costan-
tinopoli. L'importare della preda fu reputalo oltre-
passare il millione di scudi^ si fecero 36o schiavi,
e si liberarono 4^0 cristiani che languivano fra
le catene. Fu glorioso il trionfo ed insieme tene-
ro spettacolo il vedere in Firenze quei recuperati
cristiani ornati di corone di fiori e di alloro, rive-
stiti delle spoglie dei turchi, spiegando le loro
bandiere passeggiare con cerimonia per la città,
e portarsi ai piedi di Cosimo per riconoscere da
esso la loro salvezza. L'ammiraglio passò in mezzo
alle pubbliche acclamazioni, e ricevè dal grandu-
ca i premi meritati del suo valore (18).
g. 14. Ebb'effetto il matrimonio della princi-
pessa Caterina nel carnevale del 1617, e fu ac-
compagnata a Mantova dal principe Carlo che
jin.iQM. DEI TEMPI MEDICEI GAP. TÌl 867
avea già il cappello cardinalizio fino dall' anno
precedente. IVIa furono di corta durala le alle-
grezze di questi sponsali, poiché il re di Francia
stanco dal giogo del Concino, che aveva accom-
pagnala in Francia Maria dei Medici, e col di lei
favore erasi inalzato ad esser conosciuto col no-
me di maresciallo d'Ancre, fu fatto uccidere dal
re. La regina Maria dopo aver sofferte tutte lea-
marezze di un popolo irritato contro di essa, cadde
dal suo potere nel massimo avvilimento, essendo
stata fatta murare dal tìglio nel suo appartamento
senza che potesse veder nessuno. Il granduca
spedi a Parigi monsignore Bonciani arcivescovo
di Pisa per addolcire Tanimo di Luigi XIII verso
sua madre, che poi Io stesso popolo compiangeva,
conoscendo r,he ì suoi sbagli furono effetto di
debolezza per Tascendente preso sopra di lei dal
Concino e dalla di lui moglie, che tìnì sopra un
palco: ma che in sostanza era interessata per il
bene della Francia . Potette la regina ottenere
alquanto sollievo ritirandosi aBlois, ma Tarcive-
scovo fu consigliato a non affaticarsi altrimenti
per la medesima. Frattanto il granduca si valse
di tutto il favore che godeva alla corte di Spa-
gna per indurre Filippo a paciQcarsi, ed il 6 di
settembre fu stabilito a Madrid il nuovo trattato
fra la Spagna e la Francia che aveva presa parie
nelle querele del duca di Savoia. Aveva la mo-
glie del Concino collocalo in Firenze suL monte
di Pietà un fondo di 200,000 scudi^e quasi altret-
tanta somma su i monti di Roma. La condanna
del parlamento contro di lei e del suo marito ag-
368 AVVENIMENTI STORICI ^^.1617*
giudicava tulli i loro beni al fisco , non esclusi
quelli esistenti fuori del regno, come fruito di
rapina e fraudi commesse in danno del re. Fu per-
ciò spedilo a Firenze il segretario d'ambasciata di
Roma per ripetere questo capitale. Non credet-
tero i giureconsulti tgscani che il granduca do-
vesse subito condiscendere a tal domanda, per la
regola di ragione che i beni dei deliquenfi noQ
appartengonoal fisco di chi condanna, ma di quel-
lo nel cui territorio si trovano già collocali. Ag-
giungasi, che essendo i Concini nativi del gran-
ducato., dove aveano l'ereditario loro patrimonio,
non doveasi quivi procedere all'incorporo dei lo-
ro beni senza nuova cognizione di causa , non
potendo ricevere verun effetto la sentenza del tri-
bunale di Francia. Questa risposta non piacque al
re Luigi, che per dare al granduca più chiare pro-
ve del suo sdegno gli negò un atto di giustizia
reclamato dai toscani per V arresto di certe
navi (19)
g. i5. La replicata spedizione che il re avea
fatta a Firenze di un segretario di finanze per do-
mandare nuovamente i denari della moglie del
maresciallo Concino, e la seconda negativa che
ne avea riportata forse aveano maggiormente ir-
ritato Tanimo suo^ ma un'inconsiderata risoluzio-
ne dette il colmo ai segni manifesti del suo fu-
rore, ed ecco in qual modo: fino dal tempo della
reggenza risedeva a quella corte pel granduca Mat-
teo Bartolini parente ed amico del GonciuO; o sia
maresciallo d'Ancre. Il ministro Luines non po-
teva tollerare di veder comparire ancora impune-
jinJ^iS. DEI TEMPI MEDICEI GAP. VII. Z6^
mente alla corte un parente del Concino, e quan-
tunque egli si contenesse nei limili della più gran
prudenza, s^imraaginarono delle calunnie, inven-
tando dispacci intercellati e corrispondenze colla
regina. Successe poi che per rappresaglia i nego-
zianti di Livorno domandarono T arresto di 4
navi provenzali, e'I granduca vi aderì: onde chia-
malo il Barlolini avanfi al consiglio, dopo essere
stato presente ad una invettiva contro al gran-
duca, gli fu inlimato di partire in tre giorni dalla
capitale, ed in due settimane dal regno. Partì il
Bartolini e si portò presso il duca di Lorena , il
quale interpose la sua mediazione^ si ripresero le
antiche amichevoli corrispondenze, col mandare
il granduca a Parigi altro ministro nella persona
del cavalier Guidi, e fu fissata la reciproca resti-
tuzione delle prede (20).
g. 16. Eran molto dolenti, T Italia e'I gran*.
duca specialmente, che malgrado le apparenze di
pace si nutrissero fra lutti i principi delle dispo-
sizioni alla guerra. Molle n"* erano le private ra-
gioni , ma una delle maggiori si fu, rh*' essendo
prossimo alla morte P imperatore Mallias , i ne-
mici della casa d'Austria si disponevano a con-
trostare tal dignità a Ferdinando, che dovea suc-
cedergli . Si credette in dovere il granduca di
somministrargli dei soccorsi, non solo in denaro,
ma di spedirgli ancora un reggimento di cavalleria
da restare presso di lui. Queste dimostrazioni ap-^
portarono ai granduca molli contrassegni di he-'
nevolenza dal re di Spagna e dalla casa imperiale,
ma posero gra»i gelosia nei loro nemici, e special*-
Ò7. Tose, Tom. 10. 32
SjO AVVENIMENTI STORICI ^/t.1619.
mente nella Francia, dove il re, fomentato da Lui-
nes nel timore e nella diffidenza, odiava il fratello,
disprezzava la moglie,e perseguitava la madie, che
essendosi procuiata degli aderenti nei nemici di
Luines, avea già determinata ^evasione daBlois,
ch''ebbe il suo elTello, poiché coi maneggi e de-
nari delTabate Rucellai si ritirò in Anguleme. Il
j>apa ed il re di Spagna si fecero mediatori tra
la madre ed il figlio, e finalmente dopo diversi
trattali , col mezzo del cardinale della Rochefo-
cault fu concluso un accomodamento, col quale
la regina fu assicurata della sua libertà e del ri-
torno alla corte. Diffidava però sempre questa di
ritornarvi, ma finalmente il Bartolini, ritornato a
Parigi per dar soddisfazione al granduca , unito
con monsignor Richelieu vescovo di Lucon, fa-
vorito dalla regina, fecero risolvere questa a tor-
narci, il che ella fece nell'anno susseguente, e si
riunì sinceramente col figlio. Luines e Richelieu
si confederarono, e questi due deboli regnanti
serviron sempre airambizione ed agl'interessi dei
due favoriti (iti).
§. 17. Il granduca che cercava sempre la tran-
quillità pascevasi dei trionfi della sue galere , le
quali colle frequenti loro vittorie contro i turchi
lo rendevano glorioso per tutto il Levante. Dal
iSjotìnoal 16 19 si calcolava che le galere to-
scane avessero fatti schiavi più di loooo turchi e
liberati più di 6000 cristiani . Le prede avevano
arricchito il tesoro dell'ordine , quello dei parti-
colari, e risvegliato il coraggio della nazione, per
cui la valenzia deirammira-dio Inshirami Fineo-
jin. 1&20, DEI TEMPI MEDICEI CIP. Tir. 871
raggiava alle imprese. La marina costava annual-
mente alI''ordine iSoooo ducati, e questo dispen^
dio doveva ritirarsi dalle sue entrale ordinarie e
dai profitti de! corso, laonde si facevano ogni anno
delle spedizioni , si saccheggiavano dei castel-
li e dei villaggi, e si predavano dei legni. L' età e
r infermità non permettevano alT Inghirami di
montar sulla squadra, e per ciò restandosene al
suo governo di Livorno spediva sulle galere Giu-
lio da IVIontauto, ch'egli aveva istruito e formato
esattamente per questo comando. Il nuovo am-
miraglio segnalò la prima sua spedizione con una
insigne vittoria, col sorprendere nel mare di Si-
cilia un bertone turchesco denominato il bravo
d''Algerì, di ventun pezzi di cannone, e guarnito
da centolrenlasetle turchi . Incoraggito l'ammi-
raglio da tal successo, proseguendo il corso ver-
so Levante, e dopo aver predati via facendo altri
piccoli Ipgnì , voleva sorprendere la fortezza di
Sliatta, ma fu prevenuto dalPinconlro di una ga-
lera turca di ventiquattro banchi con più di due-
cento turchi e duecentovenli cristiani a remo .
Combattuta valorosamente dai toscani restò soc-
comberne , e ""l desiderio di conservar quesla
preda fece abbandonare il pensiero di assaltar la
fortezza. Oltre il valore considerabile di tale a-
cquisto si trovarono fra V equipaggio dei perso-
naggi turchi di qualità, c\\*i transitavano come
passeggieri per l'Arcipelago. La pietà del gran-
duca restò assai soddisfatta n«d vedersi compurire
dayanli duecentododici cristiani liberati dalle
catene, ed essendovene più di cento spagnuoli
37* AVYESIME^JTl STORICI Jn.i620.
furono ben provvedali di vetfovaglie e restii uili
alle loro fnmiglie. Questo trionfo fu solennizzato
con onore del Monlaulo, ed il granduca si com-
piacque di vedere un ordine fondato dai suoi
iDaggiori divenire ogni giorno più il terrore dei
turchi, e rendersi tanto utile per la difesa dei le-
gni cristiani nel Mediterraneo (22^).
§. i8. Il granduca vedendo le conseguenze
che avrebbe portate la preponderanza del duca di
Savoia in Italia , della quale volea farsi assoluto
re , mediante il favore ed i servigi prestati al-
l'imperatore Ferdinando II, procurò di distornar-
ne 1' effettuazione , e nello slesso tempo si ma-
neggiò di conseguii'^ per sé il vacante feudo di
Piombino, Ma essendo questo stato promesso alla
Spagna dalPimperalore, senza il consenso di quel
re non potea darsi al medesimo: fu però immagi-
nato dagfimperiali, per non perdere i denari ohe
offriva per quello il granduca, di esibirgli V Elba
in pegno per la somma di Sooooo ducali, ma Co-
simo non volle fare un tale sborso nel dubbio di
ottener Piombino in proprietà . Trattossi anco
di un matrimonio d** una principessa di Toscana
colPimperalore, ma gli ostacoli frapposti dal re
di Spagna fecero svanire anche questa progetta
Fraltaulo la riunione tra 'l re di Francia e la ma-
dre metteva in grado quella corte di raffrenare
gli ugonotti , e di dar suggezione ai pralestanti
di Germania, il che era vantaggioso agl'interessi
doirimperatore Ferdinando, ed alla quiete dlta-
lia che pareva Taclllaute (al).
g. i^. La morie del pontefice Paolo Y acca-
AnA^l\* DEI TEMPI MEDICEI GAP. YIT. BjS
duta il a8 di gennaio del i6ai richiamò la vigi-
lanza del granduca agli affari del couclave^ove fu
spedito subito il cardinale suofralello.il nipote del
papa, gli spagnuoli ed il granduca aveano riuniti i
loro interessi per la nuova elezione. Il partito del
cardinale di Savoia e de'francesi era ben ristretto,
onde convennero presto e concordemente nella
elezione, la quale cadde il dì 9 febbraio nel car-
dinale Lodovisi bolognese, e fu molto applaudita.
Prese questi il nome di Gregorio XV e fu assai
accetto a Firenze, essendosi mostrato in altro
tempo ben affetto alla casa Medici . Non ebbe
tempo il ministro toscano d'insinuarsi nel di lui
favore, perchè n'era distratto dalPinfelice stato del
granduca, le di cui infermità tenevano sospesi gli
animi dei popoli della Toscana. Il rigore della sta-
gione, trovandolo indebolito dalle malattie e dalle
medicine, gli produsse un attacco di petto, di cui
morì il di 2,8 di febbraio. Fu universalmente de-
plorato perchè da lutti sinceramente amato, co-
me il più benefico dei sovrani della casa .ìledici.
Fu rapito ai sudditi in età di trentadue anni, do-
po un regno dì dodici (24)-
g. 20. Era Cosimo li (a) di elevato ingegno, li-
berale e benigno, ma sì mal fornito di sanità, ch^
quasi sempre fece alla lotta colle infermità; laonde
nulla gustando della sua grandezza invidiava la
condizione dei privati sani (25). Egli come tulli
i suoi antecessori, amò d'incoraggire le arti , oc-
cupando per quanto potette gli artisti del suo
ifl) Ved. lav. CXXXVI, N. 5. ' '*^ . '
3a*
374 AVVENIMENTI STORICI ^n.i&2Ì.
tempo neireriger fabbriche, innalzar monumenti
e abbellir gli edifizi che a lui appartenevano. Tra
gli architetti del suo tempo si disMnscro Matteo
lìigetli e Giulio Parigi, ai quali commise la con-
tinuazione del grandioso palazzo Pilli, e della real
cappella di s. Lorenzo, e la fabbricazione della
loggia del grano. Fioriron pure tra gli scullori il
Francavilla, il Fancelli e Pietro Tacca degno al-
lievo di Gio. Bologna, a cui affidò il lavoro del
superbo monumento eretto nel molo di Livorno
in onore di Ferdinando I , ed il Cigoli , il Passi-
guano y Cristofano A.llori ed il Rosselli pittori
celebri, ed il Callotta incisore sommo, tulli ebber
commissioni da Cosimo II, mercè di cui sono ri-
maste le opere splendide di questi artisti ad au-
mentar le bellezze della Toscana . Con disposi-
zione testaraentria fatta nell'anno i6i5 a eausa
di malattia, Cosimo aumentò le doli lasciate da
Ferdinando alle povere fanciulle, assegnò i fondi
per proseguire le regie fabbriche, costituì ai figli
cadetti un* annua rendita di quarantamila scudi
per ciascheduno, fissò le doti alle sue figlie e fece
un legato di trentamila scudi annui alla princi-
pessa sua moglie , a cui lasciò altresì il governo
di Colle e di s. Miniato colle rendite annesse ,
ascendenti a loooo ducati (26).
NOTE
(1) vJalluzzi, Storia del granducato dì Toscana, voi.
vi^ lib. VI, cap. I. (2) Lilla, Nota delia famiglia Me-
DEI TEMPI MEDICEI GAP. VH. Zy^
dici e de'primi tempi della repubblica fiorentina tav.
XV. (3) Cicciaporci , Compendio della storia fioren-
tina, lib. II, p. 266. (4) Guidotti , Compendio della
storia di Toscana, voi. n , cap. xiii. (5) Cicciaporci
cit. p. 269. (6) Galluzzi cit. lib. vi^ cap. li. (7) Cic-
ciaporci cit. p. 270. (8) Guidotti cit. voi. ii, cap. xiii.
(9) Lilla cit. (10) Galluzzi cit. lib. vi, cap. ni. (11) Fio-
ravanti, Memorie sloriclie della città di Pistoia, cap.
xxxiv . (12) Muratori , Annali d' Italia, an. 1613 .
(13) Cicciaporci cit. p. 272. (14) Galluzzi cit. (15) Fi-
renze antica e moderna illustrata, voi. iv, cap. xxiv.
(16) Galluzzi cit. (17) Cicciaporci cit. p. 276. (18) Gal-
luzzi cit. lib. vi, cap. iv. (19) Guidotti cit. voi. II, cap.
x:v. (20) Ivi, e Cicciaporci cit. p. 280. (21) Cicciapor-
ci cit. p.281 . (22) Galluzzi cit. lib. vi, cap.v. (23) Cic-
ciaporci cit. p. 282. (24) Ivi. p. 285.(25) Muratori cit.
an. 1621 . (26) Ferrini, Compendio di storia della To-
scana^ epoca v, J. 48, 49. '
376 AVVENIMENTI STORICI
(Q£i.IPIISDILD Timi.
•0-
Jit. 1621 di G. Cr,
g. I. jfxlla morte di Cosimo II era assai nume-
rosa la casa Medici, poiché restavano i due suoi
fratelli, il cardinale Carlo ed il principe don Lo-
renzo, e le principesse Claudia e Maddalena: vi-
vevano tutt'ora don Giovanni figlio di Cosimo I,
e don A.ntonio già supposto figlio del granduca
Francesco . Cosimo II lasciò 5 figli , cioè Ferdi-
nando, successore nel granducato in età di dieci
anni, Giov. Carlo Maltias, Francesco, Leopoldo
e due femmine, Margherita ed Anna, la prima del-
le quali era promessa ad OdoardoFarnese disegna-
to successore nel ducato di Parma. Presso a morte
nominò Cosimo la reggenza durante la minorità
del figlio , composta della madre granduchessa
Cristina e della moglie arciduchessa Maddalena,
che furono nominate tutrici e reggenti col pieno
esercizio della sovranità, ma col parere di un con-
siglio di quattro soggetti, incaricato di consultare
sopra a tutti gli affari.
g. a.Si lasciava in piena libertà delle tutrici Tam-
mettere i principi del sangue in questo consiglio,
jin.i62i. DEI TEMPI MEDICEI GAP. Vili. 877
ma sì ordinava che mai potessero avere il voto de-
cisivo;furono però totalmente esclusi nel caso che
avesser preso servizio o stipendio da qualche prin-
cipe^ e questa dichiarazione è sufficente a giusti-
ficare, che il testatore non aveain animo di fargli
torto, ma di lasciare nella piena libertà il cardi-
nale di avvantaggiarsi alla corte di Roma, e don
Lorenzo di accettare qualche carica ragguardevo-
le alla corte di Spagna o di Francia. Stabilì un
metodo per il consiglio , e dichiarò lo stipendio
dei consiglieri nella somma di duemila scudi. Do-
vevano servire a questo consiglio due segretari
supremi, ciascuno con stipendio di milleduecenlo
scudi, assegnando a uno gli affari esteri, alTaltro
quei del governo interno del granducato . Pre-
scrisse che i consiglieri ed i segretari dovessero
necessariamente esser sudditi , ed ordinò di più
che per fa v venire non si ammettessero gli esteri
a veruna carica e dignità dello stato , e neppure
ai servizi della corte, sotto pena alle tulrici dì de-
cadere dalla tutela. Proibì espressamente che si
ammettessero in Firenze ambasciatori residenti
di altri principi, e singolarmente deirimperalore,
e dei re di Spagna e di Francia, anziché dichiarò
sotto la stessa pena non doversi ricevere dalle In-
trici per abitare e rifugiarsi in Toscana alcun
principe, ancorché fosse dello stesso lor sangue.
Non restò perduta di mira tra le sue disposizioni
anche la coscienza dei pupilli, perché ordinò che
non si ammettessero in corte altri confessori che
zoccolanti. Raccomandò Posservanza e conserva-
tone delle leggi) la giusta distribuzione delle ca*
5;8 AVVENIMENTI STORICI ^«.1621.
richt^, e la continuazione di quei riguardi che i
suoi antenati avevano esercitato sempre verso la
nobiltà. Chiuse il suo tesoro achiunque, proiben-
do imprestiti, imprese mercantili e spese straor-
dinarie, volendo che solo si aprisse per dotare le
principesse, e sovvenire alle pubbliche calamità
dei suoi popoli. Qualunque contravvenxione im-
portava il decadere dalla tutela , e qualunque
consiglio direttamente contrario a queste dispo-
sizioni privava i consiglieri del loro rango. Il se-,
nato di Firenze doveva esser cognitore di queste
contravvenzioni, ma un giudice cosi destituito di
autorità non potea certamente imporre a chi eser-
citava gli atti di supremo legislatore (i).
g. 3. Tostochè si pubblicarono iu senato que-
ste disposizioni, si pubblicò anche la scelta dei
soggetti perii consiglio,che le tutrici dichiararono
come fatta dallo stesso granduca. Siccome Ferdi-
nando! era stato ben consigliato e servito da un
arcivescovo di Pisa , fu adottata in progresso la
massima che tutti gli arcivescovi di Pisa doves-
sero consigliare*, e perciò fu eletto monsignor
Medici che allora occupava tal dignità. Il conte
Orso Delci, che avea riseduto tanto tempo come
ambasciatore alla corte di Spagna, fu il secondo
consigliere della reggenza, il terzo PauJitore Nic-
colò dell' Antella, il quarto il marchese Fabbrizio
Colloredo, a cui successe il marchese Gio. Fran-
cesco del Monte generale comandante delle mili-
zie, la di cui famiglia, atteso il trattato di acco-
mandigia pel feudo di Monte s. Maria,era reputata
per suddita.Il Picchena ed il Gioii furono nominali
jin.\62i. DEI TEMPI MEDICEI CAP. Vili. 879
come segretari della reggenza, assegnando al pri-
mo il dipartimento degli affari esteri,ed al secondo
i negozi riguardanti il governo del granducato.
Ambedue indipendenti fra loro do^eano parteci-
pare tutte le occorrenze direttamente al consiglio
ed alle tutrici^ prevalse in tale occasione Tintrigo
del Gioii, il quale, protìtlando della debolezza del-
le tulrici e del favore che godeva presso di esse,
potette dolcemente escludere il Picchena dalTau-
torità e dalla opinione, e farsi Tarbitro della reg-
genza.
§. 4. Cominciò subito il nuovo governo a di-
venir pesante ai popoli per mezzo d"'inopportuni
sconvolgimenti, poiché s'intrapresero delle rifor-
me le meno necessarie, e si trascurarono quelle
che più interessavano, e che erano ordinate dal
testatore. Si lasciò sussìstere tutto ciò che serviva
al fasto inutile delle tutrici o favoriva Tialeresse
dei consiglieri, s^interruppero le fabbriche.benchè
dotale e ordinate proseguirsi dal granduca Cosi-
mo. GTintrighi, le vendette, e le prepotenze eb«
bero subilo luogo dove l'autorità era distribuita
fra tanti, e si videro in breve gli antichi ministri
e servilori dei granduchi essere sbalzati dalle lo-
ro cariche per cedere il posto ai favoriti del nuo-
vo governo. I frali s"* insinuarono nel favore e
neiramininislrazione del governo. La vanità tra-
sformata con titoli di pietà e di convenienza ac-
crebbe la profusione alla corte, e ciò impedi non
solo Taccrescimento d«il tesoro speralo dal testa-
tore, ma fu causa che anche quello restasse esau-
rito uei corso di breve tempo, li gianduca Fer*
38o AVVESIMEKTl STOHICI An. 1621.
dinando. allorché nel 1692 fece il suo leslamento,
sperava che si polessero avanzare ogni anno
Soooo scudi. Alla morte di Cosimo II le circo-
stanze non erano variate, ma bensì variarono gli
affetti (2).
g. 5. Poco dopo la morte del granduca Cosimo,
cessò di vivere don Antonio de'iVIedici, il quale,
contuttoché si sapesse la sua nascita, pure fu sem-
pre riguardato come figlio del granduca Francesco,
e sotto questo titolo seq;>pre onorato. Il granduca
Ferdinando, troppo delicato per non offendere
la memoria di suo fratello, sebben fosse giuridi-
camente assicurato di tutte le circostanze che
accompagnarono la nascita di don Antonio, pen-
sò di lasciarlo nel libero godimento dei beni che
possedeva, purch''egli facesse un ampia renunzia
della proprietà, e professasse nelPordine di Malfa,
avendogli perciò conferito il priorato di Pisa. La
delizia, i piaceri e la conversazione erano il suo
continuato esercìzio, del quale partecipava. assai
volentieri la gioventù di Firenze. Tali accidenti
però non i/npedirono che si effettuassero le noz-
ze della principessa Claudia col principe d'^Urbino,
tantopiù che il vecchio duca, anzioso di veder
propagala la sua famiglia, ne ripeteva con premu-
ra le istanze. Eseguite in Firenze le cerimonie de-
gli sponsali con quel riguardo ch''esigevano le cir-
costanze del lutto, fu accompagnata dal cardinal
de^lledici la sposa ad Urbino, dove lutti mostra-
rono la più grand 'allegrezza per questo paren-
tado ed alleanza,che riunendo grinteressi di que-
sti due stati limitrofi, poteva esser molto utile
1^/1.1621. DEI TEMPI MEDICEI CAP. Vili. 38 1
nelle frequeiili dissenzioni che nascevano tra i
principi italiani (3).
g. 6. Don Giovanni dei Medici, il quale, do-
po il suo ritorno dalla cori e di Francia , re-
stò sempre al servizio della repubblica di Vene-
zìa, terminata la guerra nel Friuli s^era ritirato a
Murano, dove conduceva una vita tranquilla e
filosofica, visitato frequentemente dai principali
signori di quella repubblica, de'quali s''era acqui-
stato la stima e T amicizia. Con esso era ancora
Livia Vernazza genovese*^da lui sposata fino dal
i6 iG. dopo aver fatto dichiarar nullo il di lei ma-
trimonio con Battista Granara, Sorpreso ora da
una febbre maligna cessò di vivere il dì 19 di luglio
con dispiacere di tutti. Il senato gli decretò le
pubbliche esequie, e le sue lodi furono oelebrale
da tuUi quelli che ne conoscevano il merito. Re-
stò di lui un figlio per nome Francesco, e la Li-
via gravida d'otto mesi. Le reggenti spedirono a
Venezia un gentiluomo afiine di far pervenire a
Firenze la madre ed il figlio. Giunti che furono,
si pensò di render la Livia alTanlico marito. stato
lin allora guardato col pretesto di assiemargli la
vita, e salvarlo dalle ricerche di don Giovanni, e
posto ora in libertà ed indotto a reclamare i pri-
mi suoi diritti su di e:>sa, dodtandaudo la ritratta-
zione della prima sentenza della curia a Genova,
il che fu fatto, venendo dichiarato valido il primo
suo matrimonio, e spurio perciò il figlio di don
Giovanni. Essa però di poi per le persecuzioni
e le indiscretezze usategli fini miseramente i suoi
giorni senza giungere all'ultima vecchiezza.. \nche
St» Tose. Tom, 1Q. 33
382 AVVENIMENTI STORICI j4n.i622,
il tìglio divenne disperato e feroce per le sue ca-
lamità, e i propri errori gli fecero condurre una
vita agitata e meschina (4).
g. 7. La generale contradizione d* interessi, ed
il totale scompaginamento del sistema politico in
Europa con gli antecedenti trattati, rendeva diffi-
cile la conservazione della pace in Italia, ed inu-
tili perciò tutte le premure delle granduchesse
reggenti a questo fine, tanto più che la loro debo-
lezza toglieva ad essa molta deiropinione che Co-
simo II aveva saputo conservare. Pendeano tra
la corte di Francia e quella di Toscana delle ver-
tenze di aooooo scudi di pertinenza della moglie
del maresciallo d'Ancrè esistente in Firenze. Le
reggenti chiesero,o di compensare la somma dei
120000 scudi fissata da Cosimo col re Luigi XIII
cogli antichi credili della casa Medici contratti fino
dai tempi di Enrico IV, o che sidassero ad esse pre-
cedentemente sicurezze maggiori pel pagamento
de''medesimi. Paive ingiusta ai ministri francesi
questa domanda, e non solo rigettaroula con a^
sprezza, ma di più dichiararono ora recisa la con-
venzione tra Cosimo e il re, e insisterono sopra
tutta la somma, e non vollero più rilasciare gli
ottantamila scudi liberi al fisco. Poco mancò che
non si venisse per questo ad un''aperla rottura,
se la morte di Luines, a cui doveasi quella somma,
non avesse opportunamente sospese le conse-
guenze di questo impegno. Ammessa in progresso
al consiglio la regina Mariane oltre alle gioie delia
marescialla d'^Ancrè donatele dal re Luigi, anche .
questi denari spedì essa a Firenze per transigere
if/1.1623. DEI TEMPI MEDICEI CAP. Vili. , 385
privatamente sulla restituzione de^nedesimi, e si
contentò che glie ne fossero sborzati looooo in
cornante, e per Tallra metà gli furono assegnati
tanti crediti di quelli contratti con Enrico IV. La
casa Medici però non potette più ricuperare la
confidenza della corte di Francia, il perchè la reg-
genza credette necessario di promuovere presso
il papa una lega di principi italiani per potere co-
sì garantire i propri stati; ma ciò non potette ef-
fettuarsi, perchè la repubblica di Venezia non vo-
lea comprendervi la Spagna, ed il papa non volea
concluderla senza di essa, per non attirarsi Podio
di quella corte (5).
g. 8. Accadde in quel mentre la morte improv-
visa del principe ereditario di Urbino, cagionata-
gli dal suo vivere estremamente depravato e dai
continui suoi strapazzi, per lo che restò vedova la
principessa Claudia di Toscana con unica figlia in
età di diciannove mesi, denominala Vittoria. Gli
interessi che la casa Medici poteva avere, tanto
su ciò che concerneva la vedova, quanto su i di-
ritti chele competevano sopra quel ducato, esige-
vano che si venisse ad una qualche dichiarazione
vivente il vecchio duca Francesco Maria. Fu per-
tanto spedito ad Urbino il principe don Lorenzo
unitamente al consiglier Gioii per ricondurre in
Toscana la principessa vedova e la figlia, e nello
slesso tempo trattare col duca degli scambievoli
interessi. Fattagli conoscere la necessità di prov-
veder presto e decorosamente alla sorte di sua
nipote, per non lasciarla alPevento dopo la sua
morie, che era non molto lontana, attesa la sua
584 AVVENIMENTI STORICI ^«.1624.
decrepilezza, rìsolvelle di proporla in malrimonio
al granduca, e il Gioii, munito già delle opportu-
ne facoltà, concluse il trattato, e la dote assegnata
alla principessa fu l'intiera eredità della casa di
Urbino: fatto questo si trasferirono in Toscan.ì
la madre e la 6glia. Per timore poi che dal papa
si potesse mettere qualche ostacolo» questo con-
certato, si effettuò tutto colla massima sollecitu-
dine, e non si tardò a partecipare alle corti il
concluso matrimonio, e ad intraprendere a Roma
il trattato di liquidazione della eredità (6).
J. 9. La morte di Gregorio XV, seguita dalla
elezione di Urbano Vili Barberini, variò i senti-
menti della corte di Roma sul trattato matrimo-
niale del granduca, non andando a genio alla cor-
te di Roma Taccennato matrimonio. Nondimeno
niostrossi compiacente il papa,ed accettò di deve-
nire ad una liquidazione colla casa d'Urbino, on-
de separare con giustizia gP interessi della santa
sede e della granduchessa erede, e perciò furona
spediti dalla reggenza di Toscana a Roma il Gioii,
ed il Vettori. Incomìnciossi pertanto a trattare, sì
intorno ai beni giurisdizionali, che agli allodiali,
ma inlauto il papa operò in maniera che il cadente
duca d''Urbino facesse una dichiarazione, in cui af-
fermasseche gli stati tutti da lui posseduti alla sua
morte tornavano alla sede apostolica: mandò in ol-
tre inaspettatamente delle truppe a quei confini,
dal che intimorite le granduchesse e i consiglieri,
rappresentarono a sua sanlità,che ninno sarebhesi
opposto al possesso chVgli dovea prendere dello
stalo d'Urbino alla morte del duca: non ostante il
AnA&lA. DEI TEMPI MEDICEI CAP. TlTl. 385
papa iion volle sotto alcuni pretesti ritirare le sue
truppe, per Io che anche la Toscana fu astretta a
guarnire i suoi confini ilalla parte delT Umbria.
Profittò peraltro il papa della debolezza e dello
spavento della reggenza . facendo in modo che
il granduca e le tulrici ratificassero la dichiara-
zione del duca d'Urbino, e rinunziassero però ad
ogni ragione che potesse loro competere su quel-
lo slato, il che fu fatto nel novembre, ed Urbano
Vili promise ogni facilità per la liquidazione de-
gli allodiali. Non per questo lasciò egli di tener
pronte le truppe, e d'inquietare il vecchio duca
con nuove istanze di cessioni, di consegne, di:
scritture, di contrassegni di fortezze e di giura-
menti dei popoli. Finalmente un siffatto proce-
dere mosse tutte le corti, e specialmente quella
di Spagna, a veder di por fine a questo affare, che
avrebbe forse alP ultimo potuto perturbare la
quiete deir Italia: per lo che il papa per timore di
sinistri successi affietlossi di venire alla liquida-
zione degli allodiali, nella quale volle egli però
fare da giudice e parle^ cosicché l'accordo che il
granduca, e la reggenza credette bene di ratifica-
re fu loro assai vantaggioso , poiché molto ri-
stretta venne ad esser la somma degli allodiali
per l'erede, e di più restava questa come persona
privata soggetta ad un gran numero di questioni
e liligi, e a dover competere con i particolari di
quel ducato, e perdere assai (7).
g. IO. Il duca di Savoia però senz'allri riflessi
volea fare delle conquiste sulla repubblica di Ge-
nova o sul milanese, e perciò il duca di Feria
386 AVVENIMENTI STORICI jin.i625.
domandò alle reggenti il sussidio a norma del
trattato del 1 557- Avrebbero esse ben volentieri
sacrificato una somraa,qualora un tale sforzo aves-
se prodotto un acquisto, ma l'orgoglio d''01ivarez,
detto il conte duca, primo ministro di Filippo IV
re di Spagna, e il contegno di questa corte nel-
Taffare di Urbino, avevano esacerbato gli animi
delle granduchesse e del ministero. Essendo mor-
to il principe Filiberto di Savoia generale di ma-
re, le tutrici domandarono quella carica pel prin-
cipe don Lorenzo , ma il conte duca sdegnato
colla casa Medici per Tindolenza con la quale era
stata ricevuta la proposizione di maritare una sua
figlia unica a un fratello del granduca, opposesi
a qualunque progresso di essa casa. Cercavano le
reggenti di allontanare da sé don Lorenzo, perchè
scopertamente disapprovava il loro contegno, ed
esagerava Pingiuria che arrecavasi alla casa l^e-
dici,col ratificare il concordato di Urbino. Fu an-
che trattato di maritarlo colla figlia primogenita
del duca della Mirandola, ma anche questo non
ebbe effetto. Fu però concluso il matrimonio della
principessa Claudia colParciduca Leopoldo d'In-
spruck, il che rendeva sempre più vincolata la
famiglia de^Medici colla casa d'Austria. Avendo il
duca di Savoia invasi gli stati della repubblica di
Genova ed attaccato il milanese, dovettero le tu-
trici dare i soccorsi in truppe e in denari , ed
anche un imprestilo (8).
§. 1 1. Non furono però di lunga durata i trion-
fi del duca di Savoia, perchè i soccorsi venuti di
Spagna e quei del duca di Feria Pobbligarono ben
jin.i626, DEI TEMPI MEDICEI CAP. vili. 887
presto a ritirarsi nel suo dominio. Perciò rimase
la Toscana libera dal peso dei soccorsi,e credette
che ormai dovesse restare assicurata la tranquillità
dell'Italia: ma le occasioni di disturbar la quiete
di questo bel paese nascevano troppo frequenle-
meiife per potersene lusin^^are, ed infatti la morte
del duca Ferdinando di Mantova produsse nuovi
imbarazzi alle tutrici. Gli succedette il di lui fra-
tello Vincenzo li malsano e senza speranza di
prole. La duchessa vedova Caterina dei Medici
elesse di ritornare in Toscana in seno alla sua fa-
miglia, e fu dal granduca suo nipote accolta colla
maggior benevolenza ed amore , e per collocarla
convenientemente al suo grado le destinò il go-
verno della ciità è stato di Siena, assegnandole un
consiglio perla sua direzione. Essa fu la prima
del sangue mediceo, a cui fosse appoggiato il go-
verno di quello stato, dove ebbe luogo di eserci-
tare le molte virtù che la rendevano insigne. Ma
r inforlunio dei sanesi volle che fosse breve la
durata del suo governo, poiché assalita dal vaiuo-
lo cessò di vivere il ly di aprile del i6i^ (9).
5. 12. Per quanto grandi fossero le premure
che in Toscana davansi le reggenti ed il loro
consiglio per soddisfare alle corti , ed ai propri
sudditi, affine di promuovere le prosperità e man-
tener la quiele del gran-Iucato, nondimeno Topi-
nione di debolezza e di pusillanimilà impressa
generalmente dal concordalo d^ Urbino rendea
l'attuai governo spregevole e odioso, e ciascuno
desiderava che il granduca giungesse airetà sta-^
bilita per assumere le redini del governo. Egli
388 AVVENIMENTI STORICI jin.162l,
fino dal 1624 ^vea compiti 14 anni, dopo i quali a
forma del testamento del padre doveva essere
ammesso alla iirma e cognizione degli affari , per
dirigerli poi intieramente compiti che ne avesse
18. Il cardinale di Richelieu avrebbe desideralo
d'unire gl'interessi del granducato con quei della
Francia, ma impedivano ciò le obbligazioni per-
petue del granduca colla corona di Spagna , e la
debolezza della reggenza. In questo slato di cose
le tutrici ed i consiglieri non crederono di trovar
un migliore appoggio che nell'imperatore, il qua-
le avendo vinto il palatino ed i ribelli, era dive-
nuto assai potente in Germania , ed in grado di
prendere anco interesse negli affari d"" Italia . La
morte del duca Vincenzo di Mantova gli sommi-
nistrò Toccasione di farsi Tarbitro della tranquil-
lità di questa provincia (io).
§. i3. Gli anni nei quali le tutrici e reggenti
di Ferdinando tennero il governo della Toscana,
furono assai tristi per esse e funesti peri sudditi.
I riguardi ingiusti che da esse usavansi colla no-
biltà , le concessioni accordate ai cittadini del
primo ordine per non comparire rigorose nel loro
governo, tanta baldanza fecer nascere in questi,
che impunemente contravvenendo alle leggi or-
dinavano (li opprimere la plebe, la quale eccitata
alla vendetta era facile a commetter delitti senza
che il rigore delle leggi valesse ad impedirli. Ad
acquistare un'idea dei disordini che avvenivano
sotto il governo della reggenza, e del modo inde-
gno col quale amministravasi la giustizia , basti
por mente al fatto orribile della Veronica Cibo,
An.i 627. DEI TEMPI MEDICEI CAP. "Vili. 389
fiìoglie del duca Iacopo Salviati . Questi non po-
tendo amare sua moglie, che per i difetti personali
gli era anzi molesta, con poca lode avea rivolto
i suoi affetti ad una certa Caterina Canacci, la
quale, per esser dotata di tutte le buone qualità,
era stata da lui reputata degna della sua amicizia
e dei suo amore. Veronica punta da gelosìa giurò
vendetta contro la sua rivale , e trovato il modo
di sfogare Podio suo nella morte di lei , chiama
sicari da Massa sua patria, trae al suo partilo un
figliastro della Canacci col danaro, commette loro
Passassinio di quella infelice, ed a meglio sazziare
la sete che avea del sangue di lei, ordina che le re-
cidessero la testa, e glie la recassero. Come Pebbe
nelle sue mani, benché tuttavìa calda, senza pro-
varne ribrezzo,col cuore chiuso ad ogni sentimen--
io di umanità, ne fece un involto, ed al marito la
presentò, come un dono che venissegli da mano
gradita. Eccesso così spietato, delitto sì nero che
destava orrore in ognuno che lo udisse, fu punito
dal governo colla persecuzione degli assassini, e
la Veronica Cibo rea di tutto questo, a causa àeì-
le introdotte parzialità nei nobili; non ricevè al-
cuna molestia (ii).
WOTE
(1) Vlnlluzzi, Storia del granducato di Toscana, voi.
VII, lib. VI, cap. vi. (2) Ivi . (3) Ivi . (4) Cicciapor-
390 AVVENIMENTI STORICI
ci, Compendio della storia fiorentina , lib. il pag
285 . (5) Ivi , pa^. 286. (6) Ivi. (7) Ivi , pag. 288 !
(8) Ivi. (9) Galluzzi cit. lib. vi , cap. vii . (10) Cic-
ciaporci cit. pag. 293 . (11) Ferrini , Compendio di
storia della Toscana, epoca v^ J. 50.
DEI TEMPI MEDICEI 89 1
(Bii1P33<DILD US.
Jn. 1627 di G. Cr,
§. I . J-i odio ed il disprezzo universalmente con-
Iralto per il governo della re^^genza , facevano sì
che lutti gli occhi fossero rivolli su Ferdinando li,
il quale era prossimo a compire l'età slabilila per
intraprendere la direzione degli affari. Le tutrici
uon avevano mancato di educarlo conveniente-
mente al suo rango, e d' ispirargli le massime e
le cognizioni più alle a formare un ottimo prin-
cipe. La corte di Toscana, così abbondante d'uo-
mini insigni,poteYa ispirare al principe il desiderio
ed il gusto per istruirsi; e le lezioni deiriiumor-
tal Galileo, che risplendeva per le sue scoperte,
molto lo diletlavano nella sua giovinezza. Prima
di assumere egli le redini del governo volle intra-
prendere un viaggio per visitare la corte di Roma
e quella dell'imperatore suo zio, affine di conoscere
precisamente da vicino la prima, che tanto influi-
va sul sistema politico del granducato. Scelse per
suo compagno il principe Gio. Carlo suo secondo
fialello. Temè la corte di iioma che il granduca,
il quale in animo disapprovava il coucurdalu fallo
392. AVVENIMENTI STORICI AllA^Ti .
già pel ducato d'' Urbino, portandosi a Casleldu-
rante risvegliasse nel vecchio duca ottuagena-
rio il pentimento di quanto avea stipulato in pre-
giudizio di sua nipote. Furon per altro persuase
le tulrici d''impegnare il granduca, andando a Lo-
reto, a non passare per quel luogo. Per evitare la
etichetta di precedenza, porlossi a Roma inco-
gnito, e fu incontrato semplicemente ai contini
dal governatore di Viterbo. Nonostante incontrò
qualche dispiacere coi Barberini nipoti del papa,
ch'ebbero Tinsolenza di veder competere con lui.
Il pontefice usò seco tutta T amorevolezza e ri-
guardo possibile 5 avendolo alloggiato contigua-
mente al proprio quartiere e onorato di qualche
sorpresa. Il granduca Ferdinando pertanto, dopo
«ver pascolato il suo spirito sulle rovine e sul-
le rarità dell'antica capitale del mondo, parti da
lioraa alla volta di Vienna ad oggetto d** inchi-
nare l'imperatore suo zio. La parzialità di Ferdi-
nando II per il granduca, e la dimestichezza colla^
quale seco viveva, gli prestò facile occasione di
parlare a lui degli affari d''ltalia, e specialmente
di quei di Mantova, procurando di mitigare l'indi-
gnazione di esso contro il duca di Nivers, il quale
non aveva altro torto che quello d*" asser nato
fiancese, ma era però esso il vero e legittimo suc-
cessore al ducato di Mantova. Procurò ancora
per mezzo dell'imperatrice di disporlo ad ascol-
tare delle proposizioni, per risparcniare una guerra
all'Italia. Si tenner per tanto delle conferenze coi
ministri, e si riprodusse Pantico prog^elto di Fer-
dinando I, di permutare il Monferrato col ere-
^/|.1627. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. SgS
nionese. 11 duca di Nivers prolungava per altro le
pratiche, lusingato dalla Francia di valido soc-
corso, subilo che il re Luigi avesse espugnala la
Rocc«?lla, che si assediava con tutte le forze del
regno (i).
g. a. Vedendo il granduca Ferdinando II la inri-
possibilità di terminare con un trattato tutte que-
ste pendenze, tornossene in Italia e giunse in Fi-
renze il di la di luglio, ed il i4 prese il posses-
so degli stati con le consuete formalità. Ritenne
nondimeno lo stesso consiglio, e le due grandu-
chesse proseguirono ad avere influenza nella riso-
luzione degli atfari tìnch'esse vissero. Per un esem-
pio quindi, forse unico nel mondo, e originato
dal sincero amore che avea per la di lui famiglia,
divise la sovranità con i suoi fratelli. Volle che si
eftett nasse immediatamente il matrimonio della
principessa Margherita sua sorella col duca di Par-
ma Odoardo Farnese, ed in questa guisa restarono
estinte le antiche gare, che per tanti anni erano
slate tra le due famiglie, cioè Medici e Farnese.
Tanto il granduca Ferdinando che il duca Odoar-
do mal soffrivano il gravoso giogo degli spagnuoli,
e specialmente il primo, il quale pel trattato del
i557 era sempre obbligato a dar dei soccorsi al
governatore di Milano, senza potere sperar mai
alcuno ingrandimento o vantaggio qualunque per
la sua famìglia. Infatti avendo il dura di IHivers
dato principio alle ostilità nel cremonese, furono
da don Gonzalo governatore di Milano doman-
dati a Ferdinando i soliti sussi<lii,maegli dichiarò
di non essere ora obbligalo, perchè la guerra non
St. 2'osc. Tom, 10. ' 34
$94 AVVENIMENTI STORICI An. 162f.
era difensiva, essendo stati gli spagnuoli i primi
aggressori del lìlonferralo (a).
g. 3. Dichiarò il re di Francia a tutti i principi di
Italia di non aver allr''oggelto le sue ostilità che la
difesa del duca di Mantova. Tutti i principi veglia-
vano a difendere i loro slati dalle calamità della
guerra, ed il granduca avea rinforzate con nuove
truppe le sue frontiere^procuravansi de'grani dalla
Francia e dal Levante, e intanto si spedivano dei
ministri alle corti per procurare !a pace. Malgra-
do le sollecitazioni della corte di Francia, il gran-
duca si attenne al trattato di Firenze del 1657;
ma se le granduchesse non avessero raffrenato Io
impeto suo, per i dispiaceri che riceveva conti-
nuamente dagli spagnuoli , si sarebbe collegato
col re Luigi. La venuta dei tedeschi in Italia avea
rinforzati i francesi, e gli spagnuoli diffidando dei
savoiardi s' ingrossavano egualmente sotto la di-
rezione del marchese Spinola, ch'era già il terro-
re della Fiandra. Credeva il granduca che qual-
che umiliazione del duca di INivers e ol Pi m perai ore
potesse facilitare un trattato. Ma confidando egli
nelle promesse del re Luigi non voleva umiliarsi,
ne consegnar Mantova ai tedeschi (3). Il vacante
feudo di Piombino era sempre stalo P oggetto
principale dei desideri della casa Medici , non
solo perchè il dominio di quella spiaggia era neces-
sario per assicurare la quiete del granducato, ma;
ancora perchè la sovranità delPElba^ oltre al pro-
fitto della vena del ferro, avrebbe prodotto ai to-
scani una maggior facilità alla loro navigazione e
commercio. In questa vacanza Ferdinando avea
^«.1628. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IX. ^95
profittato della debolezza e delle circostanze del-
Pimperatore MaUias per averoe V investitura, si-
mile a quella del feudo di Siena , e colla condi-
zione di subiufeudarlo a chi avrebbe dichiarato
Piuaperatore. F^e tutrici. perduta ogni speranza di
acquistar quel feudo per investitura o per comprif,
si fecero prevenire dalP imperatore sul soggetto
da nominarsi e sulTimportare del laudemio. Que-
sto fu determinato nella somma di 5oooo fiorini,
ed il feudo fu dato a don Bellisario Appiano a-
gnalo degli estinti principi di Piombino, il quale
ne prese rinvestitura nel gennaio del 1626. Grave
fu la sorpresa delle reggenti , allorché videro il
vicerèdi Napoli prendere il possesso di Piombino e
dell'Elba a nome del re, togliere al granduca lo
appalto, e venderlo ad un genovese; per la qual
cosa Ferdinando II si dichiarò sciolto da ogni ob-
bligazione col re di Spagna, colP imperatore e
cogli Appiani relativamente a Piombino (4).
g. 4- Fino dal gennaio delTanno scorso fu fatta
in Lucca per arruolo la seguente provvisione pel
dritto di governare. Questo dritto, salva una gra-
zia del potere supremo, dovea risedere in quelle
famiglie che al presente ne avevano il possesso,
o che l'avessero avuto fin dalla legge martiniana.
Sarebbero perciò notati in un libro ( che si disse
libro d"'oro ) col distintivo della propria arme i
nomi tulli di coloro che e.sercilarono quel drillo
negli ultimi seltanf anni, e che l'esercitavano
nelPatto, e dei loro maschi legittimi e naturali ;
ai quali nomi si aggiungessero di mano in mano
quei dei figli che nascevano e dei discendenti in*
396 AVVENIMENTI STORICI ^w.1628i-
perpetuo . Si volle dare una ragione deli' aver
fatta questa le^'ge, col dire che era per impedire
che s'^inlroducesse qualch' uno nelle altrui fami-
glie con nomi falsi e persone supposte . Ma la
vera ragione stava nel volersi quelle famiglie, che
allora moderavano lo stato lucchese, perpetuare
il comando .^ a somiglianza di ciò che operalo si
era nelle due repubbliche di Venezia e di Geno-
va, passale a poco a poco da un governo largo, e
perciò democratico, ad uno stretto, vale a dire
aristocratico. Dobbiamo credere che nello spazio
degli ultimi anni, dopo la rivoluzione degli strac-
cioni, gli scelti a comandare saranno stati presi
dalla sfeia dei grandi. Siane una prova che questa
legge, per quanto si sa, non generò in Lucca un pub-
blico scontento, com* era accaduto di quella del
i556. Quanti fossero i ceppi delle famiglie scritte
nel libro d** oro , come partecipi del dritto di go-
vernare, si rileva dal detto libro che tuttora con-
servasi neir archivio di quello stato, e furono in
numero di aa4 con armi tutte diverse, e aia se si
riguardi soltanto alla varietà dei cognomi (5).
g. 5, Scese in Italia tutte le truppe i"r;jncesi,
ed il duca di Nivers attaccando il duca di Milano
dalla parte del cremonese , fu dagli spagnuoli)
intimato al granduca di Toscana il consueto soc-
corso , eh"" egli spedì, facendo però considerare
alTimperatore ed al re Filippo di Spagna eh* era
ciò un puro tratto di parzialità non compreso nel-
le condizioni del trattalo , ma unicamente fatto
per servire ad essi . Rappresentò poi al cardi-
nale Richelieu generalissimo delle armate fran-
^/2.1630. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IX. 897
cesi, che il soddisfare aIi''onore ed alla fede di un
trattato non poteva dispiacere a sua Maestà, con-
tro cui non sarebbero state mai rivolle le sue
armi. 1 francesi fecero nel Piemonte dei progressi
tali che ridussero Carlo Emanuele a morire di
dolore^ ed i tedeschi entrati in Mantova raddop-
piavano i maliche vi cagionava la peste orientale,
e dettero il sacco a quella infelice città per tre
giorni. Il duca di Nivers avendo ottenuto per gra-
zia dal vincitore di potersene andare ramingo
fuori del suo dominio, si ridusse a mendicare dalla
pietà della repubblica veneta uno scarso sovveni-
inento perla sua sussistenza (6). Tali flagelli non
potevano afjjiggere la Lombardia, senza comuni-
carsi anche al granducato.
g. 6. Non era più in Toscana fino dalla morte
di Cosimo II quella prosperità che fioriva senza
di lui. GPinglesi e gli olandesi eransi ormai impa-
droniti del commercio di Spagna e del Portogallo,
che essi medesimiintraprendevano. Le loro mani-
fatture avean rese inutili quelle dTtalia,e perciò in
Toscana languivano gli antichi esercizi e le arti.
Il porto di Livorno popolavasi di nazioni stranie-
re per farvi un commercio, che i toscani non po-
tevano più esercitare direttamente. La reggenza
con degli inutili sforzi sosteneva le arti e gli an^
tichi esercizi, ma impoveriva cosi il principe e la
nazione, e si moltiplicavano i miserabili a carico
del pubblico erario poco fa disperso per gli spa-
gnuoli. Aggiungevasi a tutto questo la scarsezza
delle raccolte, per la quale la reggenza ed il gran-
duca soffrirono dispendi gravissimi, avendo dovuto
34*
398 iVVEMìIENTl STORICI w^/2.1630.
provvedere i viveri dal Levante, i quali non es-
sendo sufficenti, frovaronsi i popoli a soffrire anco
quei mali che produce la fame ed il cibo insalu-
bre, e perciò le febbri e le petecchie infestavano il
granducato. Ma non tinirono qui le sciagure, poi-
ché, malgrado le precauzioni prese, affacciossi an-
cora alle frontiere della Toscana per la parie di
Bologna la peste, che avea già devastatala Lom-
bardia e si diffuse poi insensibilmente anche nel-
la città. Per non isbigottire maggiormente il pubbli-
co faceasicredere,che non la peste.mai soliti effetti
epidemici della fame eran quelli che affliggevano
l'umanità. Il granduca a misura che crescevano i
mali, crescendo in lui Pardente desidei^o di soccor-
rere i suoi popoli afflitti, incaricò sei del senato
acciò s^informassero delPinfelice stalo della città,
gli ponessero davanti agli occhi il dettaglio delle
miserie, e gli suggerissero i rimedi necessari. Si
assegnarono i5oooo scudi per sovvenimento del-
le arti della lana e della seta . S' intrapresero a
s[)ese pubbliche delle fabbriche e delle coltiva-
zioni 5 ed affinchè gli abitatori della campagna
fossero anch'" essi soccorsi , furono deputati tre
visitatori pel contado e distrello di Firenze , i
quali dovessero visitare detlagliataraenlegli abi-
tanti, segnare ai più bisognosi quella quantità di
grasce che potesse esser loro necessaria , e invi-
gilare ancora che si facessero le consuete semen-
te. Malgrado però tutti questi provvedimenti per
impedire il progresso del contagio, dilatossi que-
sto nella città: per lo che fu necessario formare
dei lazzeretti, stabilir luoghi per le quarantine,
Jn.i630. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IX. 899
ed erigere nei più popolali rioni dei magazzini di
viveri. Il dì primo d'agosto apparvero i segni ma-
nifesti della pestilenza, che poi nell'autunno in-
crudeli maggiormente* ma placatasi nel solstizio di
inverno fu in progresso ordinata una general qua-
rantina, per cui ciascuno rinchiuso nella propria
casa dovesse far prova della sua salute. Il granduca
al cominciare della pestilenza vide bene che assen-
tandosi egli avrebbe cagionalo ne'^sudditi il colmo
della desolazione.- riliratosì con tuli a la famiglia
nella fortezza di Belvedere, non potette conlenersi
in quelle anguslie.dove non giungevano i lamenti
ed i clamori degrinfelici: desiderava di soccorrerli
da per sé stesso, ed animando anche i suoi fratelli
a far lo stesso, espose la propria vita ai pericoli,
scorrendo con essi a piedi ed a cavallo tutta la
città , prestando aiuti e soccorsi , ed ascoltando
i mali, i bisogni, e le preghiere di ciascuno. Ciò
forma il più luminoso punto d* istoria di Ferdi-
nando li . Perirono per tal contagio in quattro
mesi nella città 69-^0 abitanti, e dileguate le ma-
lattie non cessarono però i fastidi e le vessazioni,
g. 7. Gli uffiziali di sanità supponendo che la
peste come la guerra dovesse eguagliare tutte le
giurisdizioni ed i ranghi, astrinsero gli ecclesiasti-
ci alla osservanza di quelle leggi che tendevano
alla coinune conservazione. La pietà pubblica che
avca provvisto a tutte le necessita di quei frati che
professavano la mendicità, credette di meritarsi
qualche compensazione dai monaci i più facoltosi,
e persuasa, che mentre il principe ed i privali of-
livano i loro edilizi in vantaggio del pubblico,
400 AVVENIMENTI STORICI ^«.1630.
anche i monaci dovessero cedere i loro monasteri
per le purghe, impiegò le esortazioni e le istanze
per indurli a questa condescendenza. Tale atten-
tato qualificandoli a Roma per empi violatori
della immunità ecclesiastica, fu riguardato con or-
rore, e furono dichiarati incorsi nella scomunica.
La clemenza di sua Santità moderò subito questo
rigore, ordinando air arcivescovo di ribenedirli,
con imporli però una salutare penitenza che pur-
gasse questo misfatto. A^ngusliati in tal guisa i
fiorentini ,e irritati di vedere conculcate così inde-
gnamente le leggi deirumanìtà, non sapean sotto-
mettersi a tale assoluzione, sembrando loro ingiu-
sta la causa per cui venivano dichiarati incorsi nella
scomunica. Gli ufficiali della sanità vollero che si
ascoltassero le loro ragioni, ma rigettando papa
Urbano come incompetente qualunque giustifica-
zione, dovettero gli ufficiali domandare pubblica-
mente perdono d' avere esercitato degli atti di
umanità. Fu forza restituire ai monaci le somme
da essi contribuite, e Roma bramò che agli eccle-
siastici fosse dovuta qualunque assistenza a spese
dei laici (7).
g. 8.11 pestifero flagello dilatandosi a poco a
poco penetrò per la via di Firenze fino in Lucca,
nel cui territorio si manifestò nelPottobre del
i63o, e v'imperversò fino quasi al termine delPan-
no i63i, mietendo moltissime vite in città e non
poche in campagna*, perciocché si calcola che in
Lucca su a4ooo abitanti, diecimila soccombessero
al malore, e quindicimila nel contado. Pure le
provvidenze prese dai moderatori del governo in
^rt.i630. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. 4^'
quella occasione , appena potrebbero sperarsi a-
desso maggiori. Non si guardava a spese per medi-
cine, per medici e chirurgi, anzi essendone morii
assai, se ne fece venire da Bologna deTamigerati,
ricompensandoli a giornata largamente. Ogni
commercio, ogni adunanza era sotto gravi pene
inibita; niuno potea nemmeno uscir di casa in
città dal capo di famiglia in fuori. A. tutto era
provvisto pel sostentamento di que'^confìnati, e
singolarmente dei poveri. S'impediva con minac-
ce foni che le cose infette fossero portate attor-
no o trafugale^ ma il contagio potette nonostante
sfogar su molli la sua rabbia. La somma che costo
questa calamità all'erario della repubblica di Luc-
ca fu di scudi centomila, impiegati santamente e
saggiamente a soccorrere la umanità languente, A
minorare la propagazione del contagio, a solleva^
re la povertà nei suoi tuguri (8).
g. 9. A.nche a Pistoia cominciò Tanno i63o
col timore della pesteiquindi èche i pistoiesi fatti
solleciti dal minacciante flagello ordinarono mu-
nirsi le porte della città , onde rimuoverne i pas-
seggeri sprovvisti dei debili recapiti di sanità. In
questo mentre inoltrandovisi la miseria e la fame^
i patimenti dei poveri per molti lati crescevano;,
per lo che fu arrestato tutto il grano e denaro dei
luoghi pii per sollevare gPincomodi degli affamati, >
e proibito ai poveri l'ingresso in città, ma non,
mancò il provvedimento di un comodo spedale:
fuori delle porte, che a spese del civico spedalej
del Ceppo si curassero. E polche il contagio in
varie parti circonviciue infieriva, ne fa impedita
4oa AVVENIMENTI STORICI ^/1.1630.
la comunicazione colla città, e tolto con essa il
commercio, senza eccettuarne Firenze, ove il
male a vero dire più fieramente imperversava. Si
posero dai pistoiesi inclusive le guardie a lutti i
passi della montagna e di lutto il territorio pi-
stoiese. Furon serrate nella città quasi tutte le
porte, e s' inibirono le feste sacre e profane e le
adunanze d'ogni genere, essendo stala levata in-
clusive Tacqua santa dalle chiese. E per ottenere
una esatta obbedienza da lutti, furono alle porte
della città inalzate le forche per gasligare i con-
travventori. Pe''contadini e terrazzani si aprirono
lazzeretti con medicine, medici, e chirurgi fuori
di Pistoia, e pei poveri che non dovevano pas-
seggiare per la città furono aperte case di asilo,
dove ne furono ricevuti fino in 400 forniti d'ogni
bisognevole. Restando poi verso il i63a estinto
affatto ogni male, furono tutte le robe del lazze-
retto date alle fiamme {9). Altre città della To-
scana furon tocche da quel flagello, i cui danni
cagionati ove s''eslese, troppo lungo e noioso sa-
rebbe il notare.
g. 10. Siccome nella Toscana tulio era de-
solazione e miseria, così Ferdinando per tal ca-
gione dovette lasciar prender possesso al papa
del ducato d'Urbino alla morte del vecchio duca,
che seguì il dì a8 d'^aprile. Urbano Vili fastoso di
tale acquisto facilitò al granduca il conseguimen-^^
to degli allodiali, purché non gli contradicesse il
possesso della giurisdizione. Restò peraltro in-
gannata respettativa della casa Medici riguardo
alla ricchezza di questa eredità, poiché sebben
^/l.1631. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. 4^3
fosse abbondante quanto alla preziosa mobilia ed
alla copia del denaro, fu poi scarsa di allodiali,
per esser questi assai questionabili, e perchè molti
ritornavano alla comunità, ed a chi aveva sopra
di essi il dominio diretto. Ciò che ora molto al-
terava Tanirao di Ferdinando si erano i nuovi
successi della corte di Francia tutta sconvolta
dagrintrighi del cardinale Richelieu. Sapeva be-
ne quanto questo cardinale odiasse la casa IVIedici,
molto più che credeva il granduca legato di trop-
po colla corte d'Austria, ma ciò non era che sul
timore che avea Ferdinando degli spagnuoli, i
quali circondavano colle loro forze il suo stato,
poiché ninno più di lui mal soffriva la preponde-
ranza su di essi in Italia. Essendo al cardinale
Richelieu di forte ostacolo ad alimentare la pro-
pria ambizione la presenza alla corte della regi-
na madre del re, tanto si adoperò che potette ar-
restare quella sventurata principessa nel palazzo
reale di Compiegne, da dove egli voleva che si tra-
sferisse in Toscana presso il granduca , ma ella
non volle mai acconsentirvi. Ferdinando II era
estremamente aiflilto per gli scompigli della famì-
glia reale di Francia, e assai dolente di dover
mostrare un contegno indiflferente in affare così
importante per non dar luogo a nuovi sospetti,
tanto più che questi ogni giorno crescevano a ca-
gione dei soccorsi dovuti mandare a Milano, e
molto più dal sentirsi che V arciduchessa gran-
duchessa volea portarsi presso l'imperatore suo
fratello, il che messe in apprensione la corte di
Francia contro il granduca, temendo in questa
4o4 AVVENIMENTI STORICI ^/l.i631.
occasione dì una manifesla dichiarazione di esso
per la casa d'àuslria, e di qualche occulto trat-
talo (io).
g. 1 1, Parti neirotlobre la granduchessa ma-
dre di Ferdinando II, e prese in sua compagnia il
principe Matlias e Francesco terzo e quartoge-
nilo con animo di presentarli al fratello , e di
esercitarli nella guerra contro Gustavo. Arrivata
in Passavia fu sorpresa da una violente pleuritide,
per la quale dopo tre giorni di malattia cessò di
vivere il dì primo di novembre. Grande fu il do-
lore dei due principi e di tutto il seguito per
così inopinalo accidente , come ancora del gran-
duca che molto la rispettava ed amava . Mattias
e Francesco non sapean che risoluzione prendere,
tin tanto che il granduca ordinò loro di continua-r
re il viaggio per ossequiare l'imperatore, e con-
dolersi con lui di questa perdita.
§. 12. Saputosi dal granduca che la regina Ma-
ria di Francia era ritenuta a Compiegne , spedì
subito a Parigi il cavaliere Gio. Battista Gondi
con istruzione d''interporsi nelle discordie tra ma-
dre e figlio , tanto quanto piacesse al re ed al
cardinale, e soprattutto di giustificare a quella
corte la sua condotta riguardo agli spagnuoli .
Giunto il Gondi a Lione gli fu intimato per par-
te del re che non proseguisse il suo viaggio, e se
ne ritornasse in Toscana , volendo che V unico
mediatore tra esso e la madre fosse il reciproco
loro affetto . avendo per altro il Gondi rappre-
sentato che altri affari riguardanti il granduca Io
obbligavano a parlare col cardinale, gli fu accor-
jin.iSSi» DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. ^oS
dato l'accesso in tempo appunto eh' era arrivato
alla corte T annunzio della morte della grandu-
chessa. Espose il Gondi ai cardinale lo stato del
granduca, e si sforzò di convincerlo, che niuno
più di esso granduca dovea desiderare che i fran-
cesi ponessero piede io Italia per liberarsi dalla
oppressione degli spagnuoli , ma nessuno però
^ra più di lui vincolato con essi, i quali circon-
davano con le loro forze il granducato. Rimase
appagato il cardinale a queste dimostrazioni, e
compati la situazione del granduca. Lasciò per-
tanto che il Gondi si tratleuesse alla corte, pur-
ché non s* ingerisse negli all'ari della regina , e
credette meglio di tenere il granduca e la sua
cotìtidenza per valersene ali" occasione , e tianto
più bi confermò in questa risoluzione, quanto che
restò assicurato dei cattivi trattamenti che rice-
veva dagli spagnuoli (i i )•
g. i3. Desiderava il granduca di ammogliare
il principe Gio. Carlo suo fralellocon donna An-
na Caraffa di Stigliano unica erede di quella casa,
e che riuniva in sé i diritti di successione al feu-
do di Sabbioncta , e tutte quelle ragioni che po-
levau competere sopra a Piombino alla seconda
sorella dell'ultimo principe . Tutto era stabilito
colla mediazione del duca di Parma, ma essendo
per altro necessario Tassenso del re di Spagna, tro#
vò il granduca contro ogni sua espetlativa de-
gli ostacoli in quel ministero, il quale and>iva di
impadronirsi egli di Sabbionela. Propose il gran-
duca per questa piazza una compensazione, ma
ciò non appagava il d Olivarcz primo niiuislio di
Si, Tose. Tom. IQ. 35
4o6 AVVENIMENTI STORICI jén.i6Si>
Filippo IV, perchè già pensava di maniere que-
sta ricca erede ad un suo parente. Tale repulsa
alienò sempre più ]''animo del granduca dalia corte
di Spagna, dalla soggezione però della quale non
v'era maniera di sottrarsi. Tutti stupivano in ve-
dere che il conte duca trascurava i principi ita-
liani in un tempo nel quale i francesi già padroni
del Piemonte minacciavano il milanese e la re-
pubblica di Venezia •, ed il papa di concerto coi me-
desimi meditava il piano di escludere affatto la
casa d^Austria dal dominio dTtalia.
g. 14. Il re di Svezia avea già fatto dei pro-
gressi in Germania, le forze dell'imperatore eran
ridotte agli estrerai, ed il suo erario esaurito. Egli
avea già spedito in Italia un ambasciatore per do-
mandare non solo dei soccorsi, ma per promuo-
vere ancora una lega onde impedire a Guatavo
almeno Tingresso in Italia. Questa lega era stata
trattala da Ferdinando col papa, ma gP interessi
dei principi italiani erano in tal guisa opposti fra
loro, ch'era impossibile il combiuarli.il granduca
però volle distinguersi dagli altri , e fece air im-
peratore un donativo di centomila fiorini e di
una quantità di moschetti, d'armature e munizio-
ni. Per dar poi una maggior prova dei suo attac-
camento a cesare, volle che i di lui fratelli Mat-
tias e Francesco ritornassero in Germania per
militare come volontari sotto il famoso generale
Waistein . Queste dimostrazioni del granduca
verso la casa d'Austria irritarono la corte di Fran-
cia, essendoché gP interessi di Luigi XHI erano
ormai congiunti con quelli del re Gustavo, e rim-
5f/?.1631. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. 4^7
peratore favoriva manifeslamente il duca d'Or-
leans, che già moveva le armi contro il fratello.
Non poteva però non dispiacere alla code di Fran-
cia qualunque assistenza data allo imperatore, ed
il cardinale Richelieu rinnovò le minacce (12).
J. i5. La morte del re Gustavo Adolfo di
Sveeia variò non poco le circostanze . Ciò sicco-
me animò gli austrìaci a riprender lena per repri-
mere i protestanti ed i francesi, cosi gli spagnuoli
risoluti di muovere ormai nuova guerra in Italia
per discacciar le truppe francesi dal Piemonte e
dal ìlonferralo, si rivolsero al granduca per avere
dei soccorsi, offrendo al principe Giovan Carlo
il generalato di mare, ed una pensione ecclesia-
stica al principe Leopoldo ultimo dei fratelli del
granduca . Voleano che questi s** impegnasse di
mantenere per due anni nel milanese a tutte sue
spese seimila uomini, come pure di far servire le
sue forze marittime a sua Maestà cattolica. IVIa il
granduca accettando con dimostrazione di osse-
quio le grazie fatte ai suoi fratelli, ricusò di sot-
tomettersi al gravoso mantenimento di seimila
fanti, adducendo per giusti pretesti la neutralità
promessa ai francesi, e le gravi spese sofferte nel-
le passate calamità, e quelle ch''erano imminenti
per i nuovi mali che sopraggiungevano al grandu-
cato (i 3).
g. 16. La Toscana era ridotta uno spettacolo
di miseria e di compassione; la peste, che per
trascuratezza degli spurghi , avea ripullulato in
Livorno si spargeva ormai nelPinferno. Volterra
era restata quasi che spopolata , Lucca , Pisa e
4o8 AVVEINIMENTI STORia w^/l.1635.
Pistoia erano infette, e la capitale sì trovò insen-
sibilmente in una recidiva più 6era e sternn'na-
Irice del primo assalto. Lo spavento del male e '1
timore dei rimedi, non meno violenti di quello,
invasero la città, e la morte dei principali ne ac-
crebbe la confusione. I tanti provvedimenti del
granduca e dei magistrati anzi che apportare un
sollievo , confondevano maggiormente V ordine
della società, e producevano un maggiore scom-
piglio. I passi erano chiusi dappertutto, il com-
mercio era interdetto, e la sfrenata licenza era
succeduta al buon ordine ed alla sicurezza.
g. 17. Fra tante calamità Urbano Vili intimò
al Galileo di portarsi a Roma per giustificare da-
vanti al tribunale del sant'uffizio alcune dottrine
di fisica che da lui s'insegnavano (14). Fu fatto
credere a quel pontefice che il Galileo V avesse
mostrato nei suoi dialoghi sotto il finto nome di
Simplicio, lo che non poteva essere in conto ve-
runo. Quest' opera pubblicala a Roma colle do-
vute permissioni fu una delle armi principali, delle
quali servironsi i nemici del creatore della filo-
sofìa sperimentale. Ferdinando fece ogni sforzo
per proteggere, com' era costume dei Medici , il
suo maestro Galileo, mail Cicli ministro infedele
del principe procurò di tradirlo. AlPepoca della se-
conda invasione de'francesi a Roma sotto Timpero
di Napoleorte dicesi che fosse trovato il manoscrit-
to originale del suo processo negli archivi del san-
t'uffizio, unitamente al quale v''er3n molte lettere
autografe di vari amici che raccomandavano quei
venerando vecchia, e fra queste una ve n'era det>
^It.t633. DEI TEMPI MEDICEI CIP. IX. 4^9
nipote di Michelangiolo. Il suddetto volume, che
era ben grosso, conteneva in ultimo i diversi in-
terrogatorii subiti dal prevenuto, le sue risposte., i
giudizi della congregazione,e finalmente tulio quel
che accadde per quest'affare fino alla morte del Ga-
lileo. Vi si legge inclusive che l'ordine che egli ebbe
di portarsi a Roma era accompagnato dalle minac-
ce, che se Gahleo non vi si portava bonariamente
vi sarebbe stalo trasferito forzatamente legalo con
funi e ferri: anche i IVIedici ebbero su di ciò minac-
cianti avvertenze. Si rileva in sostanza che que-
staffare toccava la politica più chelareligione.il
granduca opeiava in fatti per modo che fosse sal-
vato il suo maestro a qualunque costo. Galileo fu
condannato alla prigionia per un tempo da de-
terminarsi in seguito, ma non subì né tortura, né
corda come solean soffrire quei miseri che cadeano
in mano di quel rigoroso tribunale ^ anzi egli fu
trattato con qualche dolcezza , poich** ebbe per
carcere il palazzo detto la Villa Medici , e che
egli slesso chiamava delizioso. In fine gli fu fatto
giurare ch''egli avrebbe creduto d''alIora in poi che
la terra non girasse ; ma v'è chi dice che dopo
questo forzato giuramento Galileo soggiungesse:
„ ma pure la terra gira „: e ciò proverebbe che si
voleva soltanto una dichiarazione anticipata, dopo
la quale si lasciava dire al Galileo quel che aves-
se voluto (i5). Dopo non poche dolorose umilia-
zioni sofferte in Roma ritornò a Firenze^ ma tan-
to danno la salute di lui avea sofferto, che per-
duta quindi anche la vista visse il rimanente dei
suoi giorni ritirato in campagna, ed al gianduca
35*
4 IO AVVENIMENTI STOIIICI jén.163é»
Ferdinando non rimase che il conforto di rive-
derlo e di poterlo assistere fino che visse (16).
g. 18. Angustiavano ancora il grand».ìca gli af-
fari della regina Maria di Francia, la quale ritira-
tasi inFiandrarisTegliava la compassione di tultf
i buoni, ed ercilaTa i nemici del re Luigi contro
di esso, il che recava molto timore al cardinale-
di Richelieu, e a quest'oggetto insisteva presso
il cav. Gondi, acciò stimolasse il granduca a vo-
ler persuaderla di rifugiarsi in Toscana. Anche \e
nuove pretenzioni di Vittorio Amadeo duca d»
Savoia davangli nuove inquieludini( 1 7). Gli scon-
volgimenti della Lorena, e le disgrazie di quella
famiglia dettero occasione al granduca di dimo-
strare quanto egli pregiasse i vincoli delP amicizia-
e della parentela, con accogliere in Tos(!ana qaei
principi e sollevarli dai loro infortuni. Persegui-
tati dai francesi potettero il duca e la duchessa
sua sposa fuggire sotto mentito abito da Nancy
dov'erano ritenuti, ed uscire da quei luogbi dove
potevano essere scoperti dalle guardie francesi,
ed entrati in Italia dopo molte fatiche e d-isagi,
furono, convenientemente al loro rango, soccorsi
dal duca di Savoia, e di poi scortali sino ai con-
fini del milanese. Dopo un breve riposo in Mila-
no fu loro procurato dai ministri di Spagna rim-
barco sulle galere di Napoli, le quali vennero
felicemente a Livorno. Incamminatosi poi verso
Firenze, il granduca con tutta la sua corte ed i
principali della nobiltà di Firenze si portarono a
riceverli otto miglia in distanza dalla città. Tene-
rissimo fu l'incontro, ed indicibili le dimostra-
:^Ai.1634. DEI TEMFI MEDICEI CAP. IX. ^11
zioni date loro di compassione, di amorevolezza,
di cordialità e di stima ( 1 8).
g. 19. Occupa vasi la corte di Toscana della
presenza dei nuovi ospiti, e ciascun de^rincipi
della medesima faceva a gara neiresercizio di que-
gli alti che richiedea la commiserazione àe\ de-
plorabile loro slato e la propria generosità. La
granduchessa Cristina apprendeva per massioia
consolazione in tanti disastri il poterli servire ed
assistere personalmente, e si faceva un sollievo di
piangere con i medesimi. Essa poiché risquoteva
dal granduca tutto ^ossequio e la deferenza, e non
aveva mai desistito dal dare la principal direzione
alla casa ed al governo, credè di trovare il com-
})imenlo de'suoi desideri nel vedere effettuar le
nozze del granduca con la principessa d'Urbino.
Era essa ormai giunta alPetà nubile, e poteva fa-
re sjìcrare a Cristina di vedere prima di morire
assicurata la successione. Pervenuta all'età di tre-
dici anni questa principessa faceva sperare la più
grande inclinazione perla virtù, sebben però non
si mostrasse dotata dei più rari talenti. Il grandu-
ca volle sodisfarla e si celebrò il matrimonio il
primo di agosto; ma fu creduto bene per le circo»-
stanze attuali di fare lo sposali/io privatamente
nel palazzo Pitti colPassistenza soltanto della fa-
»niglia e dei loro ospiti. Madama Cristina trovò
conforto nel vedere compita un^ opera (ulta sna,
perchè da essa era stata inmiaginata e condotta
alla perfezione. Questo contento Cn ben presto
interrotto dalP avviso della morte del principe
Francesco accaduta in Germania nelTassedio di
4ia AVVENIMENTI STORICI ^/t.l634.
Ralisbona pel contagio ch'era entralo nelTeser-»
cito (19). I felici successi, promettendo alla casa
d'Austria il ristabilimento della sua grandezza, fa-
cean temere a Richelieu che la forza dovesse finaU
mente accelerare il ritorno della regina IVIaria: de-
siderava egli perciò di allontanarla dalle Fiandre,
e a quest'oggetto fece sì che ilGondi ministro del
granduca la persuadesse ad accettare T invito di
Ferdinando di ritirarsi a Firenze. Trovolla il Gon-
di molto perplessa a determinarsi, poiché alcune
ragioni la slimolavano a far questo passo, ed al-
tre la ritenevano. In fine senza ricusare le offerte
di Ferdinando si riserbò a profittarne in circo-
stanze più disperate (ìlo).
g. ao. Nel tempo che una manifesta dichiara-
zione e gli sforzi dei preparativi annunziavano
una guerra imminente, grandi premure venivano
fatte da Filippo IV e da Luigi Xlll per guadagnare
Fanimo dei principi italiani. II ministro di Spagna
si pentiva di aver posto in diffidenza il granduca,
e cercò di addolcirne le amarezze, rimettendo in
campo l'offerta del generalato di mare al principe
Giovan Carlo; si assegnò una pensione ecclesia-
stica di ventiquattromila scudi al principe Leo-
poldo, e per sodisfare al granduca, gli fu esibita la
vendita di Pontremoli (ai). Facevansia Ferdinan-
do varie altre generose offerte onde si decidesse
e movesse dalla sua neutralità', ma egli volle te-
nersi sempre in questa coll'una e con l'altra po-
tenza, e in vece di profittare per la propria fami-
glia cercar piuttosto il bene generale della Italia.
A quest'oggetto egli proponeva una lega di cui
^/I.1635. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. 4»^
fosse capo il pontefice, e in essa concorressero i
veneziani, il duca di Savoia, Genova e Parma per
opporsi ai francesi egualmente che agli spagnuoli,
nel caso che si tentasse d'alterare i domini! dTta-
lia. Questa però non potè concludersi a cagione
delle difficoltà interposte dal papa e dal duca di
Savoia; per lo che il granduca prese la risoluzio-
ne di diportarsi in maniera da rendersi bene af-
fetti gli spagnuoli, senza dar ombra ai francesi,
essendo che gli armamenti dei primi nei Preàidii
toscani, e le nuove fortificazioni che si erigevano
in Piombino lo intimorivano più delle forze lonta-
ne degli altri. Dette per ciò occultamente dei soc-
corsi alla flotta dì Spagna e agli armamenti dei
Presidi) di Toscana, e si promossero tacitamente
dei nuovi imprestiti dal monte di pietà di Firen-
ze a quella corona (aa). Ferdinando II ciò fece
perchè i francesi lusingavano, ma gli spagnuoli of-
frivano e quindi adempivano le loro promesse.
Filippo IV senza esserne richiesto, conferita pro-
tettorìa di Spagna al cardinale deMIedici, e gli ac-
cordò il trattamento di altezza fino allora contra-
stalo ai cadetti della famiglia. Questa spontanea
dimostrazione obbligava il granduca a non impe-:
gnarsi con i francesi, ma non lo risolveva a vin-
colarsi di più cogli spagnuoli (a3).
^.ai. Mentre dappertutto ardeva la guerra, dif-^
ficilmenle poteva il granduca sostenere il suo ca-
rattere di pacificatore e di unicamente inleres-'
»ato per il bene d'Italia. Fu perciò necessario i^ '
provvedere alla propria difesa, e tener guarnite'
le marine di Livorno e di Pisa di ragguardevole
^l4 AVVENIMENTI STOftlCI ^«.1636.
quantità di truppe, per garantirsi di qualche ina-
spettata violenza della truppa francese. Anche li
dubhia fede di papa Urbano Tobbligava a non tra-
scurare le cautele opportune per salvare le fron-
tiere da qualche sorpresa. Vergognavasi il grandu-
ca delle umiliazioni alle quali Io avevano assog-
gettato la reggenza ed il consiglio^ considerava
quanto debole e vile fosse stata la renunziaal du-
cato d'Urbino, e sdegnando il giogo servile in cui
Io avevano fìn^allora tenuto Cristina e i ministri,
era già risoluto di svincolarsi da qualunque ri-
guardo, allorché il caso gli somministrasse Tocca-
sione di prendere per sé stesso liberamente le re-
dini del governo. La granduchessa Cristina^ mon-
signor Medici arcivescovo di Pisa, il conte Orso
d''Elci ed il Gioii formavano un consiglio perma-
nente che dirigeva qualunque determinazione del
granduca. Egli di maP animo soffriva una servitù
che conveniva si poco al suo carattere fervido, il-
luminato e superiore a qualunque bassezza ed
umiliazione.
g. aa. La morte deir arcivescovo di Pisa ac-
caduta nel gennaio del i6S6 cominciò a scio-
gliere questo consiglio, il quale si estiuse poi to-
talmente con quella del conte Orso d''Elci, che
accadde il i5 settembre. Per rendere più libero e
sciolto il granduca da ogni riguardo neiresercizio
del suo governo vi concorse quasi nel tempo stes-
so anco la morte di ìVIadama Cristina. Questa in-
debolita dai dispiaceri privati e dalPetà di ^a an-
ni stava alla villa di Castello per isfuggire il rigore
del clima della città, allorché sorpresa da una re«
.^/1.1636. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IX. 4*5
sipola nella testa, dopo due giorni di malattìa cessò
dì vivere il ao dicembre. La perdita di questa
principessa fu sensibile al granduca e a lutti della
casa Medici, per il riflesso che dettava loro la gra-
titudine . Un attacco cordiale ed amorevole allo
stato ed alla casa avea sempre occupata la sua at-
tenzione; e se qualche abuso s*era insinuato ÌQ
tempo del suo governo è più effetto di debolezza
che di negligenza. Arricchita da Ferdinando I di
un appannaggio assai ragguardevole, ebbe luogo
di esercitare molti atlidi beneGcenza,che gli gua-
dagnarono il cuore del pubblico. Una pietà rego-
lata dalle idee di quel secolo gl'ispirò la passione
di fondare dei conventi, e molliplicare nel gran-
ducato i frati e le monache, e gli ecclesiastici da
lei sempre favoriti eprotelli facilmente poterono
abusare di questa pietà per influire sopra al go-
verno. Pare che i duchi di Lorena prevedessero
questa morte, poiché al principio di novembre si
erano già allontanati dalla Toscana per ritirarsi a
Vienna, dove li invitava l'imperatore, e dove per
i prosperi successi della casa d'Austria era più fa-
cile il cooperare alla ricuperazione della Lore-
na (a4). L'opinione che s** era acquistata Ferdi-
nando di principe illuminato, virtuoso e magnani-
mo accrebbesi per le premure da lui impiegate
per salvare il duca di Parma suo cognato dalle
forze degli spagnuoli e dagli ordini di Urbano VIIL
Fattosi il granduca mediatore tra il redi Spagna e
il duca di Parma ottenne tìnalmente che questi
firmasse un trattalo, lo che non fece il Farnese
se noa ridotto air eilremilà , non avendo pid
'4l6 AVVENIMENTI STORICI ^/f.l637.
viveri e disperando affatto del soccorso france-
se (2,5),
§. aS.Per quanto questo trattato si eseguisse da
ambe le parli nei punti più essenziali, pure nate
delle vertenze fra loro s''inasprirono maggiormente,
cosicché fu necessario lulto l'impegno e J^ opera
del granduca per impedire che non si venisse
a nuova rottura. A quest''oggt:lto in occasione di
dar egli in questo tempo effetto solenne alle noz-
ze colla principessa Vittoria d** Uibino di casa
della Rovere, già privatamente sposata, determi-
nò d* invitare a Firenze per assistere alle mede-
sime il duca di Parma, che in fatto venne, e Fer-
dinando potette in quella circostanza ammansire
la di lui collera contro i ministri di Spagna, e
ridurlo ad un contegno più ragionevole (a6).
g. 24* Doveasi per necessità in Firenze ripa-
rare al grave dispendio sofferto dal monte di pietà
nelle antecedenti disavventure , ascendente alla
feomma di 800,000 ducati. Il senato ne avea pro-
posti i mezzi, fra i quali fu quello di accrescere
la gabella della macina, e nel mese di aprile fu
ordinato con pubblico bando quest'aumento. Co-
simo l con legge del j5òa e i553 per supplire
alle spese della guerra di Siena avea stabilita
questa imposizione che feriva indistintamente
gli ecclesiastici ed i secolari, ed a tal novità non
si oppose mai la corte di Roma. 11 supremo do-
minio che hanno tutti i principi sulle acque dei
loro stati , li autorizza ad imporre sopra V uso
delle medesime quel prezzo^che sembra loro pro^
porziouato alla convenienza, propria alle forze dei
w^rt. 1637. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. 4' 7
sudditi. Questo incontrastabile principio di dritto
pubblico, non controverso a Cosimo l , indusse
Ferdinando II ad esercitarlo liberamente con ac-
crescerne rimposizione. Ciò fu una nuova ragio-
ne di disgusto tra le corti di Roma e di To-
scana , poiché il nunzio pontifìcio minacciò la
scomunica agli esecutori di questa legge, ed essi
la lasciarono dormire. menUe Ferdinando que-
stionava con Roma intorno al dritto di tassazio-
ne, e per mezzo dei primi canonisti di Francia e
di Spagna giustificava con le ragioni la sua con-
dotta (27).
§. 2S. àrdeva la guerra da ogni parte tra la casa
d'Austria ed i francesi, i quali avendo conquistato
Pinarolo e Casale minacciavano una variazione
di dominii d'Italia, aggiungendosi di più la morte
di Vittorio Amadeo duca di Savoia, la quale ob-
bligò perciò il granduca Ferdinando, e ''ì duca di
Parma a pensare seriamente alle circostanze at-
tuali, poiché se la duchessa vedova avesse cedu-
te le forze del Piemonte ai francesi, avrebbe ad
essi facilitala Peffettuazione dei loro disegni. Il
papa parlava sempre di pace, ma non con grande
impegno, perchè dalla guerra sperava degli avanza-
menti pei suoi nipoti, succedendo delle variazioni
in Italia. Le sue mire erano dirette alla Toscana
edagli stati del Farnese., e quelle dei suoi nipoti
in modo speciale all'acquisto del ducato di Castro
e di Ronciglione^ laonde tanto il granduca che il
prelodato Farnese si collegarono maggiormen-
te insieme per opporsi ai loro disegni e progeU
li (a8). i?
Ò7. Tose. Tom. 10. 3G
4l8 AVVEINMENTI STORIOl ^«.1638.
g.a6. La nuova legge fatta da Ferdinando sul-
Taumento della gabella del macinato diventò più
seria, poiché il papa venne alle vie di fatto: s'in-
tentò un processo in Roma senz^ascoltare le ragio-
ni e ledifesedelgranduca,e si minacciò Pinterdedo.
Fu in oltre devoluto alla camera apostolica il feudo
di Castel di Rio, che gli àlidosi possedevano da
tempo immemorabile, e con tutlo che il grandu-
ca facesse preventivamente levare da quel ca-
stello la sua bandiera, e dichiarasse alla corte di
Roma che era inutile il procedere colle armi , e
poiché ninno pensava di fare opposizione a sua
Santità, non ostante si videro comparir nuove
truppe dalla parte di Città di Castello, erigere
fortificazioni e trasportare artiglierie^ cosicché il
granduca temendo di una sorpresa al Borgo San
Sepolcro, spedì tutte le sue bande sopra la frou-
tiera,e fortificò la città del Borgo. L''ambasciatore
però di Spagna a Roma dichiarò che se sua Santità
avesse commesse delle ostilità contro al grandu-
ca, sarebb'egli stato obbligato a prestare a questo
i soccorsi a forma del trattato del i557, e muo-
versi dalla parte del regno per attaccare lo stato
ecclesiastico. Questa dichiarazione intimorì il pa-
pa ed i Barberini, che ritirarono le truppe da Città
di Castello, e non si parlò altrimenti della impo-
sizione per gli ecclesiastici sulle macine (29).
g. 27. In mezzo a tante inquietudioi non era-
si perduta in Toscana la speranza di conseguire
la tranquillità, mentre i Barberini, in occasione
di trasferire a Roma due sorelle del papa, mona-
che in Firenze, esercitando verso il granduca de-
^/l.1639. DEI TEMPI MEDICEI CIP. IX. 4^9
gli alti di ossequio, aprirono la strada a trattare
di una perfetta riconciliazione. Un frate scalzo fu
il ministro incaricato di questa pratica : in tale
intervallo di quiete il granduca godette la com-
pagnia della duchessa di Parma sua sorella, e si
rallegrò della speranza di prole che gli annunzia-
va la sua moglie. Ma una tal quiete cangiò aspetto,
poiché tornato il frate da Roma con proposizioni
inattendibili e rigettate dal granduca, i Barberini
e5er<Mtarono di nuovo la loro arroganza, ed il
papa, minacciando interdetti , intraprese tosto a
violare le condizioni del concordato di Urbino .
Persuaso Ferdinando della sicurezza della propria
coscienza attendeva con animo intrepido i colpi
del furore di Urbano Vili, non senza procurare
ogni mezzo per reprimere Torgoglio degli eccle-
siastici, poiché fece demolire una carcere che il
nunzio aveva ardito di erigere in casa jiropria. La
prelesa immunità ecclesiastica impediva T eser-
cizio della giustizia, ed in occasione di un atroce
assassinio commesso in città furono estratti vio-
lentemente dalla chiesa i sicari. Raddoppiavano le
animosità e gl'insulti, e P orgoglio della corte di
Roma divenne l'oggetto della pubblica detesta-
zione (3 o).
g. V.8. L'orgoglio dei Barberini s'aera ormai V€^
so insoffribile a tutte le corti che attendevano il
momento di poterli umiliare. Questo sentimento
comune a tutti i principi delTItalia avea fallo ri-
flfoìvere il granduca a proteggere la repubblica
di Lucca, la di cui piccolezza non era sfuggita
agli attentati della corte di Roma. Era proibito a
4^0 AVVENIMENTI STORICI ^n.1640.
qualsivoglia cittadino o suddito di Lucca V uso
delle armi sotto gravissime pene. Era vescovo di
quella città il cardinal F'ranciotti cittadino della
medesima , il quale come cardinale e vescovo
reputandosi superiore alle leggi della sua pa-
tria , armando i propri domestici li poneva in
grado di soverchiare gli altri sudditi inermi. La
repubblica domandò in grazia al cardinale che
impedisse questo disordine, ma nulla ottenne (3 1).
Risolvette allora di far ricorso al pontefice, in-
viandovi per tal motivo un deputato, il quale dopo
lunghe dispui azioni fu scaccialo da Roma: soprac-
che i lucchesi, come per vendicarsi, condannaro-
no due fratelli del vescovo , ch'erano in Lucca ,
per certi delitti , di cui erano accusati e privati
pur anco delle magistrature . Il papa allora fece
sequestrare tutti i beni dei lucchesi in Roma, e
pubblicò che egli manderebbe a Lucca un com-
missario per esaminar la cosa e per interdire la
repubblica se non si sottometteva. Ora la diocesi
di Lucca comprendendo una parte del territorio
granducale, la corte di Toscana s'interessò per i
lucchesi. Il commissario del pontefice non ardì
entrare nel territorio lucchese, e si contentò di
scagliare dalla Torretta un innocente scomunica
contro la repubblica il 29 di marzo 1640 (Sa).
§. ag.JVIa quello che più occupava l'animo del
granduca era la flotta francese che veleggiava nel
Mediterraneo, non senza timore che macchinasse
qualche sorpresa nel regno di Napoli o su i porti
spagnuoli dello stato di Siena . Questa flotta fu
nceyuta a Livorno» ed il granduca per mantenere
Jn. Ì6i0. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. 4» l
queir apparenza di neutralità che aiFettava di
professare per la Francia , non mancò di sovve-
nirla di viveri, e di facilitarle il riattamento (33).
Maggior dispiacere arrecarono a Ferdinando II
le disposizioni ostili del papa, poiché si manife-
starono con dei vigorosi armamenti sotto la di-
rezione e condotta di don Taddeo Barberini di lui
nipote e generale di santa chiesa, che già già mi-
nacciavano gli stati di Parma e Piacenza. Viter-
bo era la piazza d^ arme verso cui sfidavano le
soldatesche papali, e questa vicinanza obbligò il
granduca a riunire sulle frontiere dello stato di
Siena un corpo di 6000 uomini^ un egual nume-
ro di truppa più regolata ed esercitata distribuì
in quartieri fra Pisa, Prato e Mugello, e pose in
ordine per servire in qualsivoglia occorrenza un
corpo di i5oo cavalli. Tale armamento fatto con
celerità non mancò di porre i Barberini in sospet-
to, e perciò il pontefice protestava di non avere
altra mira che di farsi obbedire da un suo vassallo,
e di render giustizia ai creditori del duca oolPen-
tratadi Castro. Queste novità ofifendevanoglispa-
gnuoli,i quali, naturalmente gelosi di vedere armati
principi italiani, soffrivano anco il danno di non
poterne ricevere dei rilevanti soccorsi. In Firen-
ze un questore di Milano domandava danari e
soccorsi con oflTrire Pontremoli in vendita, men-
tre un altro ministro del viceré di Napoli colla
stessa domanda offriva i porli di Siena. Pressalo
il granduca a risolvere rigettò le proposizioni dei
ministri spagnuoli , dileguò con autentici docu-
menti ogni loro sospetto , e sottoponendo alla
3C*
42.2, AVVENIMENTI STORICI ^/t.1642.
loro considerazione la necessità di conservare
sé stesso e difendere i propri stati, si disimpegnò
intieramente dal somministrare qualunque soc-
corso (34).
g. 00. Il timore d** uno sconvolgimento politi-
co in Italia fece pensare seriamente ad una lega
italica 5 che dopo molti ostacoli e difficoltà fu
conclusa in Venezia il di 3i agosto del 1^42. tra
il granduca di Toscana, la repubblica di Venezia
ed il duca di Modena^ ed il giorno dopo fu segna-
to un articolo segreto, in cui si obbligarono di
assistere il duca di Parma con lutti quei mezzi
che fossero creduti di comune consenso più con-
venienti (35). Questa lega dovea durare 10 anni,
e si dava luogo a tulli gli altri principi italiani di
esservi ricevuti, accettandone le condizioni. LT-
talia era impaziente di vedere lo sviluppo di que-
sto nodo , e M granduca festeggiava intanto in
Firenze la nascita del suo primogenito, poiché
dopo due parti infelici, la granduchessa Vittoria
avea dato alla luce il di 14 agosto un successore
alia corona. La straordinaria letizia che il gran-
duca ed i popoli dimostrarono per questo avve-
nimento non impedì per altro i preparativi di
guerra, che facevansi a favore del Farnese di lui
cognato. Si riunì V esercito in numero di 8000
fanti e 1000 cavalli per farlo marciare ai confini,
ed in tale occasione Cortona fu luogo di deposito
o piazza d'arme delle soldatesche necessarie alla
guerra, e ricevette numeroso presidio sotto il prin-
cipe don Mattias fratello del granduca, ed il mar-
qh^sq l^pre^ZQ dei Medici. Fu anche posta in stato
AnA&i2, DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. ^'JL^
di difesa ed ebbe chiuse a terrapieno le por-
te (36).
g. 3i. A Roma combattevano fra loro per mez-
zo di sgherri il vescovo di Lamego ed il marche-
se de Los Velez ambasciatore di Spagna , perchè
non poteva soffrire che questo vescovo passeg-
giasse per la città di Roma con treno di ambascia-
tore, e lo precedeva con armi per assalirlo. Roma
rimase sconcertata non solo per tali scaramucce,
ma perchè il papa e tutta la corte temevano che al
duca di Parma si unissero anco le truppe che il
granduca teneva ai confini, e tanto era fra loro
10 spavento, che pareagli d\iverli alle porle della
città, per cui il pontefice si ritirò nel Vaticano.
11 duca di Parma domandò il passo delle sue trup-
pe armate per il granducato onde proseguire la
loro marcia per la romagna papale. Entrato nel
granducato a Galeata e passato pel Casentino ad
Arezzo, si portò di nuovo, spalleggiato ai confini
dalPesercito granducale, nello stato ecclesiastico
verso Perugia, dove occupò Città della Pieve, ed
\^\ stabilì di riposare le sue genti. Assicurato poi
che il granduca non volea riunir seco le forze a
danno dello stato ecclesiastico, parendogli troppo
difficile il prendere posto nello stato di Castro, ri-
solvette di fortificarsi in quelle parti, sostenendo
Città della Pieve e Castiglione del Lago per at-
ten(l<Te un soccorso di 4ooo fanti e 5oo cavalli,
che il principe Francesco suo fratello dovea cou-
durgli da Parma per la Toscana. Quest** affare si
mise in negoziati tra i Barberini nipoti del pa-
4^4 AVVENIMENTI STORICI An.\6A2.
pa, i ministri della Francia e del granduca, cioè
in quella via che appunto giovava ai primi per
guadagnar tempo e fortificarsi . L'ozio intanto e
la voce di un vicino aggiustamento ispirò la di-
serzione ai soldati del duca di Parma, e quanto più
gli altri crescevano di forze e si sminuiva la
paura, tanto più egli andavasi di giorno in gior-
no indebolendo. Ciò nonostante si formò una ca-
pitolazione e parve accordato il deposito di Castro.
Si venne anche a qualche sospensione di armi ^
ma il duca in fine si trovò burlato da chi ne sapea
più di lui in questo mestiere, poiché fu ridotto
in istrettezza di foraggi e di viveri sotto la stagio-
ne d'inverno, per cui prese la risoluzione di tor-
narsene indietro, lagnandosi fortemente del gran-
duca cognato, che a riserva di un tenue aiuto di
denaro , con sole parole avealo ampiamente as-
sistito (3;).
g. 3a. Il duca Farnese traversò la Toscana
e colla sua cavallerìa, indebolita e sbandata per
più di un terzo, per la montagna di Pistoia si
condusse nello sfato di Modena burlato e diffa-
mato dai Barberini, e deriso dai preti rome sco-
municato. A. Roma si pubblicò che la rottura di
questo trattato derivava dalla mancanza di fede
del duca. Ma intanto si riunivano gli eserciti, il
che obbligò il granduca a piantare il campo a
Pienza per essere in grado di guardare tutta quel-
la frontiera dalle invasioni. Questa mutazione di
scena somministrò ai curiosi materia di ridere, ri-
tletlendo che Pastuzia dei Barberini avea saputo
^/t.1643. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IX. 42.5
correggere rinconsiderato ardire del Farnese , e
come la lega con forze sì ragguardevoli si stesse
spettatrice indolente di questo insulto (38).
5. 33. Per gli arlitizi coi quali erano stati
sonoramente beffati dai Barberini e dai loro mi-
nistri nel precedente trattato di concordia , sta-
vano con gli animi assai alterali i collegati, cioè
la veneta repubblica, il granduca, il duca di Mo-
dena, e maggiornìenle il duca di Parma, il quale
trovavasi più che mai inviluppato con soldate-
sche sopra le sue forze, e senza quei mezzi che
occorrono per cominciare e proseguire il trop-
po dispendioso impegno delle guerre (39). De-
terminate adunque le forze della lega in 18000
fanti e 2700 cavalli , fu stabilito formarsi due e-
sercili , uno in Lombardia sotto il comando di
chi sarebbe concordato fra la repubblica e''l duca
di Modena, e V altro in Toscana sotto gli ordini
del granduca , ed agire ambedue contro lo stato
ecclesiastico nelTistesso giorno. Ciascuno di que-
sti eserciti doveva inalberare lo stendardo della
lega, in cui erano delineate le armi dei principi
collegati, col motto Pro hono pacis . La pubbli-
cazione di questo trattato fu preceduta dai fatti ,
giacché la repubblica, occupate le rive del Pò, in-
cominciò ad estendere le sue conquiste pel Po--
lesine: il duca di Parma non potendo più conte-:
nere nei suoi stati P esercito si avanzò nel fer-
rarese , occupando con facilità il lìondeno e la
Stellata , nei quali posti si fortificò iu modo da
ritrarne comodamente dai paesi circonvicini la
sussistenza per le sue truppa» 11 Qardiaak àoto*.
426 AVVENIMENTI STORICI ^/l.1643.
Ilio Barberini, in cui era riunito il governo delle
tre legazioni , avendo cangiata la porpora nello
usbergo, riuniva Tesercito nel bolognese, mentre
il papa, preparandosi un quartiere in Castel san-
f Angelo, godeva di aver nipoti cosi guerrieri , e
che ormai stasse in suo potere il bene ed il male
dell'Italia. Il duca di Modena stanco ormai d''ogni
indugio s'inoltrò nel ferrarese prendendo posto
in vicinanza della Stellata, per attendere unita-
mente col duca di Parma, che dopo essersi la re-
pubblica dì Venezia impossessata di tutto il Po-
lesine si unissero in un sol corpo tutte queste
forze per inoltrarsi con più vigorosa operazione
nello stalo ecclesiastico (4o).
g. 34* Anche Ferdinando II non tardò arouo«
versi secondo il eoncertato , poiché avendo fino
dal 5 di giugno mosso da Firenze il traino del-
Tartiglierìa e di tutto l'equipaggio da guerra se ne
partì colla sua corte verso la Val di Chiana , ove
dovea riunirsi tutto Tesercito. Firenze, ove dopo
un secolo di tranquillità era estinta ogni idea
della guerra, accompagnò con voti di un felice
successo il suo principe, e molti della nobiltà Io
seguitarono volontariamente aH'irapresa.La gran-
duchessa restò al governo del granducato e della
famiglia , mentre il principe Gio. Carlo assisteva
al granduca , Maltias comandava alP esercito, e
Leopoldo governava lo stato di Siena . Sì fece
presso Montepulciano la rassegna generale dì tut-
to Tesercito che si trovò esser composto di otto
reggimenti di fanterìa, parte di leva e parte delle
bande ordinarie del granduca, di un reggimento
^n.Ui43. DEI TEMPI MEDICEI CIP, IX. 4^7
tedesco e di sedici compagnie di cavallerìa, quat-
tro delie quali erano corazze levate in Germania,
di un reggimento di dragoni e 5o pezzi di arti-
glierìa . Il generale marchese del Borro coman-
dava tulio r esercito come luogotenente del
principe Mattia.? che n'aera generalissimo. Aduna-
tosi pertanto dai capi dell' esercito il consiglio
di guerra, fu risoluto d' inoltrarsi nello stato ec-
clesiastico in due divisioni. Riconosciuto di poi
più espediente il riunirsi, fu proceduto alla espu-
gnazione di Città della Pieve nel domìnio eccle-
siastico, lontana tre miglia dai confini del gran-
ducato . Indirizzato il cannone contro la piazza
dopo pochi colpi cominciò la citta a parlamentare,
e ne furono nel giorno stesso concordate le capi-
tolazioni. Il granduca si mosse da Chiusi per
vedere questa nuova conquista, e la ritirala del
presidio che disarmato e senza insegne e tam-
buri fu convolato ad Orvieto. Un principio così
forlunato annunziava i successi felici di questa
campagna , ed incoraggiva i toscani alT impresa:
le invasioni però dei papalini nel modanese e le
tergiversazioni del duca di Parma sconcertarono
i primi disegni dei collegali ^ ma nondimeno il
granduca volle che si proseguisse con ogni rigore
l'impresa.
g. X5. Assicurata pertanlo con valido presidio
e nuove fortificazioni Città de ila Pieve, fu intra-
preso Tassedio di (^astiglion del Lago. Questa città
posta in una penisola sul lago di Perugia presidia-
ta da òooo soldati, forliticala e guarnita d'artiglie-
rìa , era guardala dal duca della Cernia signore
428 AVVENIMENTI STORICI u^/2.164J.
della medesima. La situazione isolata della piazza
ne impediva l'accesso, e le trincere piantale sulla
lingua che V univa alla terra V assicuravano da
qualunque sorpresa da quella parie. Altri castelli
posti come in anfiteatro di una quasi simile situa-
zione rendevano facile ai papalini il soccorso e
la ritirata , tanto più che avendo sul lago una
flottiglia di piccole barche ripiene di armali po-
teano infestare il nemico nel preparare gli ap-
procci. Col favore della notte il generale ilei Bor-
ro fece agire la truppa nell'acqua, dove aprendosi
per mezzo di fascinate la strada potette guada-
gnare tre posti importanti per piantarvi le arti-
glierìe ed astringere la piazza a capitolare . Fu
incontrala nei difensori una resistenza non ordi-
naria, per la speranza che aveano di un pronto
soccorso, ma dopo che per quattro giorni la piaz-
za battuta dairartiglieria non era più in grado di
riparare gPassalti.vedendo di non avere una ritira-
ta si arresero a condizionionorcvoli.il duca della
Cornia consegnando tutti i luoghi di sua giuri-
sdizione si sottopose alla protezione della lega, e
ciò fu causa che il papa lo dichiarasse ribelle e
decaduto dal feudo (41). Il granduca bramoso di
veder l'esito di questo assedio stava nella terraz-
za o spaldo posto fuori della porta di s. Dome-
nico detta la Carbonaia in Cortona ad osservarne
da lungi gli andamenti (4a) con un buon telesco-
pio.
g. 36. T toscani si gloriavano di questo suc-
cesso non tanto per la difficoltà delP impresa ,
quanto ancora perche nelPatto della dedizione
^fl.1643. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IX. 4^9
si trovava ìq distanza di quattro miglia il soc-
corso papale in numero di diecimila fanti e due-
mila cavalli. L' acquisto di Castiglione siccome
somministrò i mezzi di armare una flottiglia sul
lago, cosi facilitò ai toscani il dominio del lago
medesimo, e l'occupazione di molti castelli si-
tuati su quella sponda, e specialmente di Passi-
gnano, che apriva la strada per inoltrarsi a Peru-
gia . I presidii necessari per conservare queste
conquiste snervarono T esercito del granduca; la
repubblica non spediva il rinforzo promesso: non
potendo il duca di Modena contenersi nei puri
limiti della difesa distraeva di troppo le forze
della lega, che dovendo agire con due soli coipi,
leslava indebolila per sostenere le operazioni di
un terzo . Si reclutarono in gran fretta nuove
truppe in Toscana, e per occupare i papalini an-
cora sul mare, il granduca spedi sei galeie per
danneggiare le coste dello stalo ecclesiastico, ed
impedire nei porti del papa l'ingresso delle vet^i
tovaglie e delle provvisioni da guerra (43). ^^
g. 37. Proseguivano nondimeno i toscani le
loro conquiste nel perugino, e sugli occhi del-
l' esercito pontilicio, che avvicinatosi non ardi<^
va venire a battaglia, abbruciavano dei castelli e
depredavano quelle campagne. 11 primo saggio di
valore di questo esercito fu il tentare con un
distaccamento di tremila fanti e mille cavaUi la
recuperazione di Città della Pieve, ma trovandovi
acci^escìute le forti ticazioni, e dando tempo al
soccorso ne furono respinti con qualche perdila,
esseudovene rimasti 80 morti e 12.9 iei'iii. I)q|»9
Si, Tose. Tom, 10. 37
4^0 AVVENIMENTI STORICI ^n.1645.
questi successi gli eserciti del perugino si slava-
no quasi a fronte senza operare , se non che con
vari distaccamenti si contrastavano l' acquisto o
la recuperazione di quelle piccole terre. Inaspri-
vausi con tutto ciò le ostilità fra il papa e '1 gran-
duca^ in Toscana gli ecclesiastici tumultuavano
ed offendevano il principe con sediziose proposi-
zioni 5 il vescovo di Montepulciano dichiarò ex
cathedra che questa guerra era ingiusta, e che
niun principe secolare poteva mai aver ragione
di muover le armi contro il pontefice ; i frati ne
facevano argomento delle loro controversie , ed
il granduca fu in necessità di esiliare dallo stato
tutti quegli ecclesiastici che non erano sudditi .
Si sequestrarono le rendite chei Barberini e quei
del loro partito avevano in Toscana, e lo stesso
sequestro fu imposto a tutte le commende di
Malta, per avere quell'ordine spedito le sue gale-
re in soccorso del pontefice , ed aver commesso
delle ostilità contro i toscani. Gli altri principi
della lega si contennero in conformità, uè fu ri-
sparmiato atto di rigore contro i più sediziosi ;44)*
g. 38. A.lle Chiane fu fatto un congresso d*'iu-
gegneri, e fu atterrato colle mine T antico muro
fabbricato dai romani per impedire alla Chiana
di sgorgare nel Tevere e rispiugerla neir A.rno .
L'opinione che i romani ed i fiorentini avevano,
che le inondazioni delle loro città procedessero
da queste acque, era il motivo per cui sempre
aveano procurato di spingersele contro scambie-
volmente. Roma la più potente avea fabbricato
questo riparo, che Clemente Vili più timoroso
j#/|.1643. DEI TEMPI MEDICEI CIP. IX. 4^1
degli altri ayeva accresciulo notabilmente. I to-
scani demolirono per 35 braccia di questo muro,
e crederono di rivolgere verso Roma una maggior
copia di acque. A Roma intanto si strepitava, ed
il papa piangendo mostrava desiderio della pace,
poiché i milioni di Sisto V si dissipavano, e si ag-
gravava il pubblico con nuove imposizioni ^ per
la qual cosa fu eletto un plenipotenziario che
trattasse colla lega a nome del pontelice.il gran-
duca rigettò ogni trattato,e con rinforzo di nuove
milizie, formando una divisione che scorresse nel-
rUmbrìa, avanzò le sue conquiste 6n presso a Città
di Castello, anche nel perugino stanco il principe
Mattias di quella inazione determinò di muoversi
per trarre Tiinimico a battaglia; ma essendosi di-
poi distaccato dall'esercito dei Barberini un corpo
di tremila fanti e milleduecento cavalli con quat-
tro pezzi di cannone, onde tentare qualche sor-
presa alle frontiere del granducato, fu inseguito
dal principe Mattias, che lo raggiunse presso al
castello di >Iongiovino. Quivi benché i papalini
si fossero fortificati con vantaggio sulla collina ,
fu risoluto di atticcarli, e ciò si eseguì con tanto
vigore.che furono astretti a rinchiudersi nel castel-
lo. Superate facilmente dai toscani quelle deboli
fortificazioni, ed entrati per forza nella terra fece-
ro tutti prigionieri e guadagnarono V artiglieria.
Più di mille restarono morti nelPazione,© si con-
tarono fra i prigionieri il maestro di campo ge-
nerale F. Vincenzo della Marra , dieci uffiziali di
stato maggiore e diciotto capitani. Grandi furono
le allegrezze nel campo toscano, ed i prigionieri
43a AVVEJ?IMEKT1 STORICI An. 1643.
e le insegne si trasferirono trionfalmente a Fi-
renze. Dopo così segnalala vittoria le armi del
granduca non trovarono più opposizione nel pe-
rugino, e conquistate tutte quelle terre circon-
vicine si approssimò Tesercito dei fiorentini ver-
so Perugia , e si accampò in distanza da quella
città (45).
g. 39. Una vittoria così segnalata portava in
conseguenza di occuparsi dei mezzi per ritrarne
lutto il profitto^ r esercito dei Barberini stava-
si accampato sotto la fortezza di Perugia, e quella
città era fortificata e guarnita abbondantemente,
I presidii aveano svernato Tesercito del principe
Mattias, il quale non si reputava abbastanza forte
per intraprendere un assedio cosi importante e
pericoloso. Il blocco fu reputato Toperazione me-
no azzardosa, quantunque la più lunga e di un esito
più incerto.perchè dava tempo alParrivo de'soccor-
si promessi dalla repubblica. Postato a taTeffetto
Tesercito fra Perugia, Assisi e Todi, depredò tutte
le terre circonvicine, dalle quali ritra.-se un bot-
tino molto considerabile, e demoliti tutti i mu-
lini sul Tevere, .sgomentò i perugini, cbe sebben
confortati dalla presenza del cardinale Barberino,
fecero però temere di qualche tumulto. I Barbe-
rini intanto per indebolire Tesercito toscano for-
marono tre corpi,obbligando cosi il principe Mat-
tias a tenere unite tutte le sue forze sparse per
ri'mbria, ad oggetto di resistere ai loro attac-
chi (46)* Trovandosi così impegnate le milizie di
Toscana, venne in mente al cardinale Antonio di
tentare un bel colpo. Fec' egli impi^ovvisanienlft
Jin,i6i3. DEI TEMPI MEDICEI e AP. IX. 4^5
sul principio di ottobre marciare il signore di
Valenze dal bolognese per la via delia Porretta
alla volta di Pistoia, con disegno di sorprendere
quella città sprovveduta di presidio. Con quattro-
mila fanti e mille cavalli andò egli a dar la scalata
a Pistoia (47)» Gli abitanti pistoiesi colle muni-
zioni ed artiglierìe speditegli da Firenze e da
Prato presero le armi, e formarono un corpo di
quattro compagnie^ onde difendere la propria pa-
tria . La notte del due ottobre col favore dell'o-
scurità e della nebbia tentarono l'assalto, ed ap-
poggiarono le scale alle mura, ma dopo tre ore di
ostinato combattimento coi cittadini, dovettero
i popolani ritirarsi agli alloggiamenti, lasciando
morti più di 3oo di loro. Depredarono però nel
giorno dopo le campagne circonvicine e ripresero
la strada della montagna.sfogando su quelli inermi
abitatori tulio il furore ed il dispetto concepito pel
sinistro successo. In Firenze però attesa la vici-
nanza e Tinaspeltato ardire dei nemici si sparse
Tallarme, eil principe ÌVIattias accorse dal campo
per suggerire gli opportuni provvedimenti . Fu
però risoluto di non diminuire Pesercito del pe-
rugino, si provvide Pistoia e Prato di presidio e
di artiglierìa, e si levò nella città e contorni di
Firenze un nuovo corpo di milizia di quindici-
mila uomini per guardare il Mugello, ed impedire
una nuova discesa del nemico dal bolognese. Il
papa, temendo che i toscani s'impadronissero di
Perugia, si raccomandava alla corte di Francia,
rammentando la generosità di Pipino e di Carlo
Magno verso la sede apostolica. Ma dopo (he il
5 7*
454 AVVENIMENTI STOTIICI ^y4n.1(y4$,
caHinal Bighi a^eva a nome del re di Francia
indotto i collegati a determinare un congresso a
Venezia, ed a nominare i loro plenipotenziari, il
cardinale Barberino vi interpose degli ostacoli.
Onesti aveva in animo di fare una insigne diver-
sione in Toscana. per alloggiar quivi nel prossimo
inverno le truppe* e sebbene fosse andato in sini-
stro Tassalto di Pistoia, e poco avesse proliJtato
un altro attacco per la parte del Borgo s. SepoF-
cro e di Angbiari, teneva per certo di potersi
introdurre nello stato di Siena con espugnare
Pitigliano. Un nuovo movimento fatto dal duca
di Modena nel bolognese, aveva assicuralo Pi-
, stoia ed il Mugello da nuove incursioni, e dato
ilttogo al principe iVIattias di ricuperare ciò che i
nemici tenevano sulle frontiere 5 ma nondimeiK>
il maggior peso della guerra toccava al granduca.
il quale e per offendere e per difendersi teneva
in azione aaooo combattenti, numero superiore
alle sue forze, ed inferiore a quello che la repub-
blica di Venezia, tanta maggior potenza, faceva
operare nella Lombardia (4^).
J. 40. Successe pertanto I' assedio di PitigHa-
110, controia qual piazza si erano mossi da Accpja-
pendente quattromila fanti e seicento cavalli .
L'espugnazione di quella terra avrebbe assicurato
ai papalini il piantare i quartieri d'inverno nel
granducato, e perciò con assai sollecitudine sen-
za diminuire V esercito del perugino vi fu man-
dato un corpo di tremila uomini per soccorrerlo.
Durò quell'assedio 8 giorni, ma finalmente aven-
do i toscani tiratoi nemici a battaglia li disfecero,
L^/2.1643. DEI TEMPI MEDICEI CIP. IX. 4?^
lasriandone morii duecento sul campo, con farne
prigionieri più di seicento, e con guadagnare otto
pezzi di cannone, il bagaglio e tutto ciò che avean
preparato per quell'assedio. Dopo questa sconiìtta
cessarono affatto le invasioni dei papalini nel
granducato (49).
§. 4i' 1^ redi Francia si sforzava di ricon-
ciliare il papa con i principi della lega, ma senza
alcuna riuscita, allorché finalmente una completa
sconfitta ch'ebbero i papalini al Lago Scuro, fece
che i Barberini di buona fede venissero ad un
trattato, che fu segnalo a Venezia il 3: di marzo
-del iG'j/}. Consisteva questo in due strumenti
sepai'ati tra loro, uno tra *1 pontefice e '1 re di
Francia, nel quale sua Santità ad intercessione
di quel re assolveva il duca di Parma dalle sco-
muniche, e si obbligava di restituirgli gli stali <li
Castro in termine di sessanta giorni, con che il
iluca restituisse la Stellata ed il Bondeno con-
quiì»tati nella guerra, e che ciascuno di loro re-
stasse nei loro primieri diritti in cui erano avanli
la guerra. L'altro strumento era tra il papa ed i
collegali, nel quale non solo si ripeteva e con-
fermava ciò che nelTaltro era slato detto, ma si
determinava il tempo ed il modo delle restitu-
zioni delle confluiste fatte nello stato ecclesia-
stico, e la demolizione delle fortificazioni fattevi
durante la guerra. Fu pubblicalo con molta for-
malità in Firenze questo tiatt.ito il primo dì mag-
gio, e si fecero pubblici ringr.'»ziamenli alP Altis-
simo, fuochi di gioia, e feste alla corte e nella
milizia. Nacquero però <Iegli ostacoli nelT esccu-
43G iVVENIÌIENTI STORICI w^/1.1644.
zioiie di esso, che fecero per qualche tempo so-
spenderlo. Un motivo di sospensione era insorto
per parte della Toscana sulTarticolo concernente
le Chiane, pretendendo i Barberini che si riedifi-
casse il muro già demolito nella forma in cui era
avanti la mossa delle armi; ma siccome il trattato
dichiarava che le cose fossero rimesse nei termi-
ni espressi nelle antiche capitolazioni, dimostrava
il granduca che Taccrescimento del muro fatto da
Clemente YIII sulla Chiana era slata una violen-
ta di quel pontefice,non mai approvata da veruna
transazione per la parte del granducato. I Barberi-
ni vedevano il papa languente e vicino a morte ,
e desiderando di prevenire le conseguenze di
questi nuovi contrasti procurarono di acquietare
il granduca con rimettere la differenza delle Chia-
ne ad una visita da farsi sul luogo dai deputati
dell'una e delP altra parte, e tentarono di stac-
carlo dairunione con la repubblica per mezzo di
offerte le più lusinghiere. Molte furono le dichia-
razioni dei Barberini di servitù e di attaccamento
per la casa Medici, per meritarsi l'amicizia e la
confidenza del granduca, a cui proposero una lega
difensiva con la sede apostolica , ed ogni soddi-
sfazione per la parte del papa. Oltre il promo-
verf' i diritti della santa sede presso la repubblica,
avrebbero desiderato che egli s'incaricasse di per-
suaderei! Farnese di render loro di buona voglia
lo stato di Castro (5o). Appena che fu pubblica,
dappertutto la pace, cessò di vivere Urbano Vili
il di 2,9 di luglio dopo ai anno di pontificato,
g. 42.. I cardinali sue creature erano in gran
!ifrt.1644. DEI TEMPI MEDICEI CAP. \X. 4^7
numero, e per ciò credettero questi di avere Ja
maggiore influenza nel conclave: si ostinarono
essi in voler papa il cardinal Sacchetti di senti-
menti non dissimili dal predecessore: ma i ma-
neggi del cardinale de''ÌVIedici condotti da! grandu-
ca procurarono a quello fesclusiva della Spagna.
Vedendo perciò i Barberini preclusa la strada al
Sacchetti, si unirono tutti,dopo però molli intrighi
e maneggi, nel cardinale Gio. Battista Panfili di
anni 71, le di cui virtù incontravano il genio di
ognuno, ed era molto accetto alla Spagna ed al
granduca. Assunse egli il nome dTnnocenzoX, e
Ferdinando II fu molto soddisfatto di questa ele-
zione, tanto pel suo interesse politico, quanto per
aver egli superati lutti i maneggi dei Barberi-
ni nel conclave . Innocenzo ne dimostrò molta
gratitudine al suo ministro, e per darne subito
una prova convincente , dette immediatamente
il cappello cardinalizio al principe Gio. Carlo fra-
tello del granduca. I Barberini temendo d"* essere
oppressi, tentarono di riunirsi a) papa, proponen-
do il matrimonio di don Cammillo Pantilì suo
nipote colla figlia di don Taddeo Barberini, con
promessa di grandissima dote e regali ^ ma la di
lui madre donna Olimpia Maidalchini cognata del
papa e donna scaltra ed intelligente, volle che il
suo figlio fosse cardinale, come infatti fti procla-
mato unitamente al principe don Carlo (5i). ♦
g. 43. Temevano i Barberini delle conseguen-
ze assai funeste per loro alla alienazione del papa
da essi e dalla buona intelligenza rh' egli avea
col granduca: desideravano perciò di porsi sotto la
4-^^ AVVENIMENTI STORICI 'j4n.1Si5,
protezione della Spagna, ed a taPeffetto offerivano
di acquistare nel regno una quantità di feudi, e
di mantenere per un anno 5ooo uomini al servi-
zio di essa corona. Il timore d'insospettir la lega,
e di perder la confidenza del granduca fece risol-
vere gli spagnuoli a rinunziare a quelle offerte.
Nacquero frattanto delle discordie tra i france-
si ed il pontefice, il quale mostrava parzialità
per la lega, avendo creati alcuni cardinali ade-
renti alla Spagna ed alla casa dei Medici, e ri-
cusato di far cardinale il frate Mazzarino fratello
del cardinal Mazzarino ministro di Francia. One-
sti andamenti del papa erano dalla Francia at-
tribuiti tutti ai consigli del granduca, del che
altamente ed apertamente lagnavasi la corte di
Francia. Il granduca, per evitare i sospetti che i
francesi nutrivano contro di lui per la corrispon-
denza che aveva col pontefice, richiamò da Roma
ì due cardinali Medici, ma la parzialità del papa
per esso rendevasi ognor più manifesta , avendo
egli accettato tenere al fonte battesimale il tìglio
primogenito di Ferdinando II, ed a quest' effetto
spedi a Firenze il cardinale Lodovisi con carat-
tere di legato. La ceremonia fu eseguita col mas-
simo fasto, ed il principe fu nominato Cosimo In-
nocenzo (5a).
g. 44- Frattanto Innocenzo X astringeva con
Ogni vigore, imponendo anche delle multe, i Bar-
berini al rendimento di conti, al quale essi ricu-
savansi^ dicendo di esserne stati esentati da Ur-
bano Vili. Dall'altro canto in Provenza s'allestiva
lina flotta , e dicevasi pubblicamente esser essa
^n.1645. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IX. 4^9
deslioata contro le marine del papa e della To-
scana. Credette il granduca di prevenire per qua-
lunque caso Tarrivo di questa flotta, fortificando
Livorno e Portoferraio, ed avanzando lungo la
marina un corpo di diecimila uomini. Anche gli
spagnuoli temevano molto pei loro presidii dello
sfato di Siena, ed a quest'oggetto era stato invia-
to a Firenze un ministro, perchè li ofl'risse ia
-vendita al granduca per qualtrocentomila scudi,
oppure P impegnasse a dare dei validi soccorsi
per difenderli. Ricusò il granduca 1* uno e l'altro
progetto 5 il primo perchè niun vantaggio gli a-
vrehbe ora recato questa compra , potendo essi
venire assaliti egualmente^ Taltro perchè V espo-
neva ad una dichiarata rottura colla Francia, ol-
tre ad un dispendio superiore alle sue forze . I
Barberini intanto costcetti dalle multe e dalla
sentenza prossima ad emanarsi , non potettero
attendere l'esito di questi preparativi della Fran-
cia , e fuggirono da Roma. Parli ia flotta dalla
Provenza, e giunse nei mare di Toscana nel prin-
cipio di maggio (53).
§. 4^* E^u prevenuto però Tarrivo della flotta
da quello dell' ambasciatore Bentivoglio spedilo
dal Mazzarino al granduca per trattar seco lui, ed
assicurarlo che la flotta non gli avrebbe arrecata
molestia, qualora non avesse preso interesse per
gli spagnuoli : 06*11 anche al granduca la stessa
armata nei caso che volesse unire le sue forze
con essa per far delle conquiste sopra di loro. Se
poi avea del ritegno a dichiararsi manifestamene
contro la Spagna, potea starsene in una sciupo-
440 AYVENIMENTI STORICI u4n.1645.
Iosa neutralità, non dando alla Spagna neppure i
soccorsi fìssati nei precedenti trattati. Conveniva
al granduca racceltarequest''ultimo partito, e per
ciò gli undici maggio fu segnato il trattato di neu-
tralità, che fu anche partecipato ai ministri di
Spagna, i quali ne risentirono lutto il dispiacere,
ma erano necessitali a dissimularlo per timore
che il granduca non si desse interamente ai fran-
cesi. Si avanzò frattanto la flotta, e si rese facil-
mente padrona di Telamone e della torre di Porto
a. Stefano, e pose Tassedio per terra e per mare
ad Orbetello. 11 granduca distribuì le sue truppe
lungo i confini , e fece Grosseto piazza d* arme.
Orbetello però si difese valorosamente , il che
dritte il tempo al viceré di IXapoli di riunire la
flotta spagnuola, che si diresse poi verso le coste
uiarittime di Siena ^ ed incontratasi colla flotta
francese seguì tra esse un conflitto, il quale seb-
bene non fosse decisivo , pure la flotta francese
fu obbligata a disunirsi e cedere al vento ; anche
Orbetello difendendosi già da due mesi e mezzo,
e la raararia facendo strage degli assedianti, do-
vettero i francesi allontanarsene. Questo succes-
so umiliando i francesi dette coraggio agli spa-
guuoli, e pose in imbarazzo il granduca, a cui la
casa d''à.ustria non sapea perdonare di aver con-
disceso al trattato di neutralità colla Francia. Se i
grandiosi preparativi che si rinnovavano in Fran-^
eia non avessero incusso timore, gli spagnuoli ;
avrebbero proceduto colla forza verso il gran-
duca. Questo medesimo timore prevalse neifani-
mo del papa , il quale dopo di aver Lenlato inn-
^«.1645. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. 44*
tilmente di far recedere il granduca dalla neutra-
lità, proponendogli una nuova confederazione,
nella quale roraprendevansi gli spagnuoli, pensò
anch'egli ad esser più compiacente coi francesi ,
istigato anche a ciò da donna Olimpia guadagnata
dall'oro dei Barberini. Dichiarò pertanto esso pon«
telice il di 18 settembre che si logliessero i se-
questri agli effetti e robe dei Barberini , che si
restituissero loro tutte le cariche subito che si
fossero portati ad Avignone, luogo destinato per
loro dimora, e che si continuassero civilmente i
rendimenti dei conti , condonando loro qualun-
que criminalità (54).
g. 46. Mentre al congresso di IVIuusler si di-
scutevano gli affari dell'Europa per venire ad una
pace generale , non si tralasciavano però gli ar-
mamenti. 11 granduca avrebbe inclinato a dichia-
rarsi apertamente per i francesi, se non lo avesse
agitato il timore degli spagnuoli, i quali sdegnati
della sua neutralità cominciavano a molestarlo ed
a minacciarlo di togliergli il feudo di Siena. Una
flotta maggiore della precedente mossesi dalle
coste della Provenza con truppe da sbarco in gran
copia. Gli spagnuoli rinforzavano le loro piazze
dello stato di Sieua, ed il granduca per regola di
buon governo riunì le truppe per avanzarle ai
contini, ed accrescere i Presidii di Livorno e di
Portoferraio. Ma la llotta francese approdò diret-
tamente airElba,e poste delle truppe a terra intra-
presero queste Tassedio di Porto Lungone, e pro-
seguendo la flotta il suo cammino, arrestatasi nel
canale di Piombino poserassedio a quella piazza,
òl. To$c. Tom, 10. 3»
442- AVVEDIMENTI STORICI ^/I.1645.
la quale dopo quattro giorni si arrese. Era stato
prevenuto il granduca dai comandanti francesi di
queste operazioni nelPatto di offrirgli nuovamen-
te le forze del re, e di domandargli V osservanza
della neutralità ed il comodo delle vettovaglie .
Gli spagnuoli, sebbene si lusingassero che Lungo-
ne avrebbe resistito, concepirono però un grande
spavento per le conseguenze che la perdita di
quella piazza potea cagionare al regno di Napoli.
Erano essi assai sdegnati contro il granduca, per-
chè permettendo egli ai francesi la libera contrat-
tazione dei viveri, la comoda ritirata in Livorno e
Porloferraio, facilitava cosi i loro disegni. Anche
Lungone dopo un mese d''assedio, il 29 ottobre si
arrese allearmi francesi,dopo di che lasciando nelle
due piazze conquistate delle forti guarnigioni, la
flotta si rivolse verso Provenza (55). Per quanto le
pratiche tenute dalla corte di Francia col granduca
fossero occulte, accrescevano non per tanto i so-
spetti degli spagnuoli verso di esso, mentre sup-
ponevano in lui una segreta obbedienza con quel-
la corte per acquistare da esso, terminata la guer-
ra, TElba e Piombino. Oltre i continui dispendi
per presidiare le fortezze, e per mantener truppe
a difesa dello stato, si accrebbero in Ferdinando
quelli per procurare dei grani allo stato , per la
penuria dei viveri cagionata dalle scarse raccol-
te (56).
§. 47. Con quella prudenza medesima , colla
quale il granduca Ferdinando riparava ai disastri
economici dello stato , manteneva la neutralità
per evitare la guerra. I francesi eran grati alla
-r^n.1647. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. 44^ 1
sua buona volontà, e tenevanlo per confidente .
Gli spagnuoli tuttoché irritati si astenevano però
dairoflenderlo, per timore che si dichiarasse con-
tro di loro. 11 pontefice poi aveva cambiato incli-
nazione e conlegno, ed il partito barberino avea
ripreso possanza, e ritornavasi ad agire dispetto-
samente v«fso il granduca. Non ostante tutte le
precauzioni si temeva sempre per la Toscana che
non potesse tenersi illesa nelle turbolenze d'Ita-
lia: i tumulti della Sicilia e di Napoli, la guerra
di Lumbardìai) la recente dichiarazione del duca
di Modena a favore della Francia , le flotte fran-
cesi e spagnuole che scorrevano il Mediterraneo,
obbligavano tutte queste circostanze il granduca
ad una somma vigilanza. Speravasi nelle pratiche
dei congressi della Wesfalia , ma il trattato se-
gnato poi a Munster ed a Osuabruck , fissati gli
affari della Germania, lasciò accesa la guerra tra
la Francia e la Spagna^ e perciò temevasi comu-
nemente che gli spagnuoli ed i francesi liberati
da ogni imbarazzo nella Germania avrebbero por-
tato il fuoco della guerra in Italia.
g. 48. In questo tempo al granduca dispiacque
di perdere don Lorenzo de'Medici figlio di Ferdi-
nando I, che afllitto per lungo tempo dalle malat-
tie, mentre con i soccorsi dell'arte medica tentava?
di ricuperar la salute, apprestatagli dalla fonderìa
per errore una medicina venefica, cessò di vivere
il dì i5 di novembre. Universale fu il rammarico
che cagionò un cosi strano accidente, e mollo fu:
compianta la perdita di un principe, che sebbener
avesse consumato la vita con qualche disordine,
444 AVVENIMENTI STORICI ^«.1648.
si era però dimostrato sempre liberale e benefico.
Il pingue appannaggio costituitoefli dal granduca
suo padre, aumentatosi ancora per i beni perve-
nutigli alla morte di don Giovanni dei Medici,era
stato sempre da esso impiegato per promuovere
le belle arti, e render utile alla patria i migliori
ingegni dei suoi cittadini. L''ozio in cui lo costi-
tuiva la nascita , o la naturale avversione alle
cose del governo, ed il disgusto concepitone per
esse,restato escluso dalla reggenza nel testamento
di Cosimo II. lo avevano essuefatto ad una vita
per lo più ritirata dalla città, ma condita di pia-
ceri, e resa brillante dallo spirito e dal genio di
quelli che lo corteggiavano. Ma interessi di stv^to
assai rilevanti richiamando V applicazione del
granduca, gli fecero ben presto obliare la perdita
di questo principe (67).
g. 49. Morto il duca Odoardo ed il cardinal
Farnese, la corte di Roma lasciò ogni riguardo
per quella famiglia, e desiderava sempre d'impa-
dronirsi dello slato di Castro, mentre il granduca
avea rivolto Panimo alla lusinga di acquistar Pon-
tremoli dagli spagnuoli, per cui procurava di non
esaurire il suo erario in altre spese. È dunque da
sapere che Pontreraoli, terra principale della Lu-
nigiana, dopo essere slata sotto il domìnio di di-
versi padroni , era finalmente governata da un
ministro spagnuolo subordinato al governatore di
Milano. Vedeva la corte di Spagna esserle del tut-
to a carico ed inutile un dominio cosi staccato dai
propri stati, e poselo perciò in ^endila.Non ostante
che si reputasse esso un acquisto molto vantag-
An. 1649. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IX. 44^
gioso alla Toscana, pure T esorbitante richiesta
in principio di un milione e mezzo di ducati avea
ritirato il granduca dairaccuilirvi.il governatore
di Milano la vendè ai genovesi per duecentomila
pezze , previa però la ratifica del re , ma questa
ratifica fu tenuta sospesa , finché poi essendosi
rinnovata la buona armonìa col granduca , sti-
mò don Luigi de Haro molto più conveniente
il vender Pontreraoli ad esso. Accettò Ferdinando
il trattato, e venne fissato il prezzo, dopo varie
discussioni , nella somma di 5oo,ooo soudi^ dei
quali sole 400,000 pezze dovevano efTettivamen-
te pagarsi nelTatto del possesso , e pel resto si
accettarono tanti crediti che il granduca aveya in
Ispagna, e che reputava già inesigibili. I pontre»
raolesi furono assai contenti di star soggetti al
granduca piuttosto che ai genovesi. Il medesimo
granduca ancora fu oltreraodo lieto di quest' a-
cquisto e della parzialità dimostratagli dalla cor-
te di Spagna , alla quale per riconoscenza offrì
tutta r opera sua e la persona dei principi suoi
fratelli. Spedì poi un prezioso regalo al ministro
don Luigi de Haro, in segno di gratitudine della
sua mediazione. Segni non minori di riconoscenj-
za avea dati il granduca alla flotta spagnuola co-
mandata da don Giovanni d"* Austria , sommini-
strando vettovaglie e provvisioni da guerra alla
occasione d'intrapr»^ndere Passedio di Piombino e
Lungone, le quali piazze in poco più d"* un mese
dovettero arrendersi. Cessò in tal guisa il domi-
nio dei francesi in Italia , ed il granduca ne ri-
portò grandi elogi per essersi saputo con tanta
38*
446 AVVENIMENTI STORICI Jn.^(^5i .
prudenza destreggiare Ira essi e gli spagnuo-
Ij (58).
g. 5o. L** aspetto della provincia di Lunigiana
risvegliò nel granduca maggiore stimolo d' ambi-
zione e desiderio d''ingrandimento. L''acquisto di
Pontremoli, riunito alle molte giurisdizioni che
la repubblica ed i suoi genitori aveano accre-
sciuto al loro dominio, sembrava che facilitasse i
iiìezzi per conseguirne delle altre. La discordia
di questi marchesi e la rivalità della repubbb'ca
di Genova lo inìpegnarono ad accettare leofl'erle
di alcuni, e ad impedire le violenti rivoluzioni
di altri. Nel feudo di Tregginna essendosi ribel-
lati i sudditi al loro marchese per darsi al gran-
duca, egli v"' introdusse presidio col pretesto di
stabilirvi la quiete. DalTaltra parte un figlio del
marchese di Fosdinuovo avendo attentato con-
tro la vita del padre, si trattava di piivarlo della
successione per potere alienare quel feudo alla
repubblica ^ perciò mentre i genovesi facevano
ogni sforzo per proteggere alla corte imperiale le
juetensioni del padre, il granduca assisteva vali-
damente legiustiticazioni del tiglio, ed accendevasi
ogni giorno più la rivalità tra le due potenze per
estendere il dom'nio in quella provincia (59).
g. 5i. Le marine di Livorno offrirono in que-
sto tempo uno spettacolo che, sebbene guerriero,
interessava non meno la curiosità delPuniversa-
le. Due navi da guerra inglesi, convolando 4 va-
scelli mercantili di lor nazione con ricchissimo ca-
rico, si erano refugiati a Livorno. Due giorni dopo
sopraggiunsero alla spiaggia i4 navi da guerra
-.^Al.1651. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. 44^
olandesi, che entrate in appetito della ricchezza
del carico degringlesi, domandarono al granduca
che li licenziasse dal porto con animo di com-
batterli al mare. Così ingiusta domanda incontrò
nel principe quella resistenza che richiedeva la
naturale sua rettitudine ed il riflesso della libertà
e sicurezza del porto : ma nondimeno V audacia
delTammiraglio olandese essendo giunta al segno
di minacciare la violenza , fu necessario di met-
tersi in grado di far valere la protezione della
piazza. Introdotti per tanto nel molo i vascelli in-
glesi,e scaricate le loro mercanzìe,si munirono le
fortezze e la bocca slessa del porto per resistere
alla violenza degli olandesi. Essa non fu impiega-
la altrimenti , ma si messero in campo diversi
j)arliti, tutti tendenti al danno dei vascelli inglesi,
ed il granduca condusse in lungo la pratica, tan-
toché Gormwel e gli stati d'Olanda restassero av-
visati di questo disordine. Fu poi, per soddisfare
al granduca, permutato dagli stati l'ammiraglio
della loro flotta , ed agli inglesi fu inviato dal
parlamento un rinforzo ; corseggiarono però le
armate in vicinanza di Livorno, tenendo come
bloccata la piazza, non senza grave danno del
commercio della medesima. Ma allorché le due
parti si credettero eguali di forze risolverono di
cimentarsi, ed allargatesi dal porto verso T Elba
attaccarono presso Lungone una cruda ballaglia
che durò quallr' ore, in cui gP inglesi rimasero
soccombenti e viperderono cinque vascelli e 4^0
uomini del loro equipaggio. Peri degli olande-
bi una sola nave e circa oeulociuquanla uomi«.
AVVENIMENTI STORICI -^/1.1652.
ni deirequipaggio', il loro ammiraglio Vangalen
gravemente ferito mori di poi a Livorno, dove
era stato portato a curarsi (60).
g. 5a. Ferdinando, come tutti gli altri prin-
cipi italiani, era intento a dirigere le operazioni
del cardinale Carlo dei Medici suo zio e dec^^no
del sacro collegio, per aver ancor egli parte nel
futuro conclave, giacché a ragione delTetà decre-
pita e delle infermità del pontefice si temeva
della dì lui vita. Lo stesso cardinale come pro-
tettore della corona di Spagna dovè ancora ese-
guire le intenzioni di quel re affida te segretamente
al granducaje a tale oggetto gli si dette in soccor-
so il cardinale Gio. Carlo col carattere di con-
protettore di quella monarchia. Seguita la morte
d'Innocenzo X il dì 7 di gennaio del i655 , si
adunarono i cardinali in conclave,e grandi furono
in principio i dibattimenti per la discordanza
delle volontà, cagionata dalle pratiche tenute pa-
lesemente prima della morte di detto papa. Stan-
chi finalmente della lunghezza e disagi del con-
clave, cominciò il cardinal Barberini a trattare coi
cardinali dei .\Iedici, ed in fine si venne a propor-
re il cardinale Chigi di Siena, in cui apparivano
molti meriti di talento e di virtù, esperienza negli
afl'ari ed una parti colar destrezza per cattivarsi
1' amore delT universale . Fu pubblicata la sua
elezione il dì 7 di aprile , ed assunse il nome di
Alessandro VII. Dette egli dimostrazione di ^'ra-
titudine ai cardinali dei Medici , riconoscendoli
come i promotori della sua esaltazione, e special-
mente il cardinale Gio. Carlo. Credette tutta la
u^rt.1655. DEI TEMPI MEDICEI GAP. TX. 449^^
casa iVIedicI d'aver trovato in Alessandro un papa
a sé favorevolissimo , come lo era stato Pio V ,
ma s'^ingannò, poiché si Irovò a soffrire per parte
di lui qualche disgusto (6i).
g. 53. Imperversava la peste in Napoli, Roma
e Genova , per cui non si potette impedire che
non si dilatasse lungo la costa del mare e fino ai
confini del granducato . Quivi Ferdinando ed il;
principe IVIallias governatore di Siena presero le
più savie e fi^rti misure, togliendo qualunque siasi
comunicazione, il che preservò tutto lo stato da
questo disastro. I Barberini sotto il papa Ales-
sandro YIl furono reintegrati nella grazia del re
di Spagna e del granduca di Toscana , che li ri-
cevè amichevolmente. Il primogenito di Ferdi-
nando li, cui erasi imposto il nome di Cosimo,'
trovossi sotto la direzione d''un aio più atto a'
formare un ecclesiastico che un buon principe ,s
e gli fu ispirala piuttosto delP avversione per la'
buona filosofia (6a).
g. 54. Dopo tanti disastri , dai quali era stata
la Toscana cosi lungamente afflitta, godevasi ora
quiete e tranquillità , e di questa si profittò per
l"* avanzamento delle scienze e delle arti . Emulo>
Ferdinando della gloria di Cosimo il vecchio et
di Lorenzo il magnifico, avea fin dal j638 rias-»
sunta sul loro esempio V Accademia Platonica .
Sulle tracce di Bacone e del Galileo sorgeva inrf
Italia uno spirito ardente di perfezionare le cogni->
zioni, squolere l'antico giogo, ritrovare la verità
e vincere gli errori: il comunicare i sentimenti e.
le idee fu creduto il più cflicace mezzo per ooiw»*
45o AVVENIMENTI STORICI Jn.i651 ,
seguirne T intento, e perciò si formarono delle
assemblee dirette unicamente allo scopo di per-
fezionarsi. Molte di queste adunanze erano già
stabilite in Firenze, ed avea ciascuna un diverso
oggetto per acquistarsi gloria o nella letteratura,
o nelle scienze, o nelle arti^ l'emulazione le so-
steneva , lo spìrito corrente le animava, ed il
principe le proteggeva. La nobiltà e le persone
qualificate vi si occupavano con piacere, poiché
per mezzo di esse facilmente si combinavano i
passatempi ed il divertimento. Qualunque fosse
r istituto deir accademia della Crusca relativa-
mente alla perfezione della lingua patria, produ-
ceva nondimeno quelP adunanza dei necessari
esercizi di spirito: con questi era combinato an-
cora il piacere, poiché facevasi un banchetto pe-
riodico , denominato da quelli accademici con
antico vocabolo stra{>lzzo ^ cui interveniva or-
dinariamente alcuno dei principi, i più qualificati
personaggi della città, e gli uomini di lettere. La
necessità di animare i trattenimenti colla novità
esercitava tanto gFingegni, quanto gl'intorpidis-
se l'uniformità e la frequenza di essi. Lo stesso
facevano tutte le altre accademie, e nel tempo
medesimo che si perfezionavano le idee si addol-
civano ancora i costumi (63).
g. 55. A. compimento della gloria di Ferdi-
nando mancava solo che il principe Cosimo suo
unico figlio giunto all'età di sedici anni venisse
ad avere una educazione liberale , onde imitare,
le virtù ed il nobile genio del padre. Il carattere
della granduchessa era però così opposto a quel-
Jn.165S. DEI TEMPI niEOlCEI CAP. IX. 4^1
Io di Ferdinando, ohe tra loro la pace non ebbe
lunga durata. Nato che fu Cosimo, i due regnanti
si separarono ^ e per il volgere di diciotto anni
mantennero tra loro il divorzio, fi piccolo Cosi-
mo crebbe educato ai difetti della raadre,e ninna
delle virtù del suo padre apprese, perchè distolto
da mille altre cure trascurava involontariamente
la educazione del figlio. Questa incuria, onde
Ferdinando abbandonava il tìglio Cosimo alla to-
tale direzione della non lodevole madre , e di
quelli che con cuore non puro e con mente pre-
giudicata intorno a lei si aggiravano , fu causa
di non pochi disgusti per il granduca, e di danni
incalcolabili per la Toscana (64)- Si accorse tardi
il granduca d' aver troppo confidato nelP amo-
re della madre , e credette di poter correggere
i difetti del figlio col maritarlo sollecitamente .
La scarsità dei partiti non offriva in quel mo'
mento che una principessa di Sassonia, o una fi-
glia del secondo letto del duca d'Orleans. Si tro-
varono degli ostacoli per la principessa di Sasso-
nia, i quali non credette il granduca di dover far
forza per superarli.e rivolse le sue mire alla primo-
genita del duca Gastone d'Orleans, secondogenito
di Enrico IV e di Maria dei Medici. Incerta però
ancora la pace tra la Francia eia Spagna, ambiva
il duca d'Orleans di porre la sua figlia sul trono
di Francia, qualora nella pace da concludersi non
fosse fissato ili dare al re Pinfanta di Spagna. La
parzialità del cardinal Mazzarino pel granduca fa-
ceva a questo sperare non difiicile l'esecuzione del
suo progetto^ ed infatti appena conclusa la pace gè-
45à AVVENIMENTI STOHICl ^/Z.1658.
nerale nel congresso dei Pirenei, di cui sì rallegrò
l'Italia tutta, ove fu compreso anche Ferdinando
li , il Mazzarino si applicò a contentare il gran-
duca, trattando il matrimonio tra la primogenita
del duca d'Orleans ed il di lui figlio Cosimo . La
inaspettata morte del duca ne facilitò la conclu-
sione, poiché restando la dì luì figlia sotto la spe-
ciale tutela del re , più facilmente poteano to-
gliersi gli ostacoli che si fosser frapposti. Il resi-
dente del granduca a Parigi trattava quest'atfare
col cardinal Mazzarino, di cui era confidente. Que-
sto residente era Tabate Pietro Bonzi fiorentino
d'origine, ch''ess€ndoin favore alla corte di Fran-
cia ebbe per di lei mezzo il cappello cardinalizia.
Molte difficoltà si frapposero per impedire il de-
siato coniugio , ma il 3Iazzarino per servire il
granduca tutte le superò, e dichiarò al Bonzi il
matrimonio come concluso, significandogli di più
che reputando il re questa cugina come una so-
rella, voleva dimostrarle un particolare affetto ,
dotandola del suo erario. Margherita Luisa prin-
cipessa d'Orleans destinata sposa del principe
Cosimo di Toscana era dotata di rara bellezza, e
di straordinaria vivacità. Educata dal padre con
idea dì collocarla sul trono di Francia, Taveva as-
suefatta a poco a poco a tutti quegli esercizi che
più piacevano al re , ispirandole avversione per
la gravità spagnuola ed italiana (65).
g. 56. Fu di gran contento alla corte di To-
scana il sentirsi concluso un tal matrimonio, nel
tempo che tuttora gioiva per la nascita di un se-
condogenito al granduca, che dopo diciotto anni
;^rt.1661. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. 4^^
di separazione, riunitosi colla moglie ebbe questo
nuovo figlio, a cui fu poslo il nome di Francesco
Maria. Questa doppia allegrezza rimase disturbata
dalla morte seguita quasi repentinamente del
cardinal Mazzarino, per lo che la duchessa d'Or-
leans , e gli emuli della casa Medici tentarono
di ritirare il re dalla parola data, ma esso tenne
fermo, e finalmente il di i8 d'aprile fu esegui-
ta nella cappella del Louvre la ceremonia dello
sposalizio, avendo avuta il duca di Guisa la pro-
cura dal principe di Toscana, ed il vescovo Bonsi
esercitò le funzioni di parroco. Fu di gran sod-
disfazione pel granduca l'alleanza con Luigi XIV,
che dopo la pace dei Pirenei parea che acquistasse
una preponderanza in Europa. Grandi perciò fu-
rono i segni di letizia all'annunzio degli eseguiti
sponsali, ch'eran fissati dover seguire in Marsilia.
Il principe Maltias fratello del granduca fu in-
oombenzalo di portarsi in quel porto, con nove
galere messe nella più gran magnificenza, ad in-
contrare la sposa con un seguilo numeroso della
piincipal nobiltà della Toscana. Non di minore
magnificenza furono i preparativi ordinati in Mar-
^ilìa da Luigi XIV per il ricevimento del principe
Matliss e *uo segnilo^ e finalmente imbarcatasi la
principessa sopra la galera capitana il di 9 di giu-
gno, arrivò lutto il convoglio in Livorno il di la.
Kicevula quivi dalla duchessa di Parma, e da tre
suoi figli, ed essendo per ogni dove preparale le
feste, archi trionfali ec. prosegui il suo viaggio per
Pisa, ed alPAmbrogiana, villa della corte, si trova-
rono a riceverla il principe Cosimo e la grandu-
òt. Tose. Tom, 10. i'J
454 ATVETNIMENTl STORICI ^/i.1662.
chessa,e poscia a Signa fu incontrata dallo stesso
granduca, dal cardinale Giovan Carlo e principe
Leopoldo, ed entrarono insieme nella capitale
privatamente , rimettendosi ad altro tempo T in-
gresso formale. Molti princij)i italiani concorsero
in Firenze agli spettacoli e feste date in questa
occasione. Luigi XIV mostrò al granduca tutto
il suo gradimento per le tante dimostrazioni fatte
in tale occasione: egli aveva anche una particolare
slima per Ferdinando, e gradiva i suoi consigli so-
pra gli affari d^Iialia: fu in questo tempo cbe una
rottura nata tra ^1 papa e Luigi XIV dette luogo
ad una mediazione del granduca (66).
§. 67. Nel trattato di pace dei Pirenei essendo
stato escluso il papa, ne avvenne che egli pro-
cedette tosto alla inoamerazione di Castro (67).
Luigi XIV spedi il marchese di Crecquj a Koma
per agire amichevolmente^ ma essendo accaduto
UQ disgustoso accidente a questo suo ambascia-*
lore, minacciò di porre l'Italia a soqquadro (68).
Richiesto il granduca tanto dal re di Francia quau-
to dal pontetìce della sua mediazione , vi pose
tutto lo studio,e passando di Firenze il marchese
di Crecquy ebbe col granduca molti colloqui, ia
seguilo dei quali fu tenuto un congresso con uQ
plenipolenziaVio del pontetìce a Ponte Bonviciuo
su i contini della Francia, ma nulla si concluse,
attesa i** ostinazione del papa e dei suoi nipoti .
Pareva però impossibile tanto al re di Francia
quanto al granduca, che sua Santità solo volesse
cimentare il suo stalo contro una potenza delle
maggiori d^Europa . Si procurò pertanto di fare
L#/l.1rt63. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. 4^5
fnlendere al sacro collegio la necessità di consi-
gliare il papa ad accomodarsi . Queste insinua-
zioni ebbero il loro effetto, e fu tenuto un con-
gresso a Pisa dai plenipolenziari d*ambe le parti
in presenza del granduca, che ne dirigeva le ope-
razioni . Si pervenne finalmente a stabilire un
trattato, nel quale accordavasila disincamerazio-
ne di Castro, dei compensi al duca di Modena
per le valli di Comacchio , e le soddisfazioni da
darsi al re f»er gì' insulti sofferti dal suo amba-
sciatore a Roma: così questa pendenza fu termi-
nata con grande onore del granduca, che seppe
conciliare sì difficili pratiche,ed allontauiire il fla-
gello della guerra che minacciava Tllalia (69).
g. 58. Ben presto, dopo il termine delle feste
ed allegrezze celebrate in Firenze per gli spon-
sali del principe Cosimo, dettesi a scoprire P ani-
mo inquieto ed il malcontento della principessa
sposa, la quale avea disposto segretamente del
suo cuore a favore di un principe, che per esser
privo di stati e di un appannaggio competente,
non era in grado di farle sj)erare la sua roano .
Era questi Carlo di Lorena che fu poi il celebre
duca Carlo V, il difensore della Germania ed il
terrore dei lunhi. Astretta a sottomettersi alla
volontà del re ed allontanarsi dall'oggetto che
amava, portò in Toscana il rancore, la tristezza
ed il malumore, che suol produrre un sacrifizio
di questa sorte. Appena giunta a p'irenze mostrò
subito un'avversione al paese, un disprezzo per
gli abitanti, ed un totale abborrimento per gli
Usi ilaliaoi . Per quanto lo sposo si inojttrasse
456 AVVENIMENTI STORICI ^«.1663,
acceso di amore per lei, il suo carattere non era
tale da farle scordare la prima 6amma: resa sem-
pre più audace ed intollerante, crescevano i suoi
capricci (70).
g. 59. All'' occasione del passaggio del mar-
chese di Crecquy da Firenze, ebbe questi ordine
dal re, già informato dal granduca delle strava-
ganze della principessa, di farle sentire la sua di-
sapprovazione, e di togliere ogni speranza di as-
sistenza e protezione se non ritornasse nei suoi
doveri. Ciò non fece che mnggiormente inasprire
quell'animo fiero, poiché sostenuta in quelle stra-
vaganze dalle persone di suo servizio , dava in
continui eccessi: arrivò essa al segno, essendosi
scoperta incinta, di fare ogni tentativo per abor-
tire, ma fortunatamente il dì 9 agosto dette alla
luce un tìglio maschio, il che apjiorlò grandissima
consolazione a tutta la famiglia. Questo felice av-
venimento fece accrescere il desiderio di ristabi-
lire la pace e tranquillità, e siccome tanto Luigi
XIV quanto il granduca Ferdinando erano per-
suasi che il principale impulso alle stranezze del-
la principessa provenisse dalle donne francesi
che avea condotte seco, fu convenuto di riman-
darle e rimpiazzarle con italiane. Questo colpo
ferì maggiormente il cuore della principessa, che
empi la corte di Francia dei suoi lamenti, insi*
stendo di volersene (ornare nella sua patria, ed
aumentando ogni giorno più gli insulti e le of-
fese al granduca ed al marito. Luigi XIV det-»
te commissione al signor d"* A.ubeville di por-
tarsi, in Firenze, trovandosi già esso in Lomhar-s
w#ft.1664. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. 4^7
dia, ad oggetto di far rientrare nei suoi doveri la
principessa^ ina lutto riuscì inutile, cosicché fu
obbligato il granduca, sempre col consenso dello
stesso re, a tenerla più ristretta, ed a separarla dal
marito, cui fece intanto viaggiare per la Lombar-
dia,onde render meno pubblica e clamorosa questa
nuova dissensione e separazione (71).
5. 60. In occasione di trovarsi in Italia il mar-
chese di Crecquy per gli affari col papa, ebbe
nuovamente commissione da Luigi XIV di far
tutte le prove per ridurre al dovere la principes-
sa sposa, la quale era ostinata in voler tornare in
Francia. Le spedi ancora madama du Deffautche
aveva avuta gran parte nella sua educazione, ma
non riuscì né a lei né ad altri di raffrenarla, per
lo che il granduca fu costretto finalmente di ve-
nire, col consenso del re, alle vie del rigore . La
contino per tanto nella villa del Poggio aCaiano,
facendola severamente osservare,senza che alcu-
no potesse averne V accesso. Si credette che la
solitudine e le buone esortazioni di persone di
pietà, di spirito e di dottrina potessero ricondurla
ai suoi doveri, ma essa mostrò grande ostinazio-
ne e pertinacia per molti mesi. Finalmente quan-
do meno si aspettava, la sera del di 6 novembre
partita dal Poggio a Caiano e portatasi a Firenze,
gettossi nelle braccia del suocero e del marito ,
e mostrossi talmente pentita e confusa, che risve-
glio in essi il più tenero amore e !a più viva alle-
grezza, e poi si videro i frutti di «juesla riunione
nella nascita di una principessa (72).
458 AVVEPflMENTI STORICI ^/2.1666,
g. 6i. Fino dal gennaio del i()63 era niorfo
d^àpoplessia il cardinale Gio. Carlo Medici nella
•villa di Castello. I disordinigli avevano abbie-
-viata la vita,e le inconsiderate profusioni avean
totalmente dispersa tutta la sua economìa : il genio
elevato, i suoi tratti liberi e disinvolti, Tumore al-
legro e brillante, Tinclinazione ai pi-ìceri, e la pro-
digalità lo facevano stimare ed amare universal-
mente da tutti^ più atto a trattare gli affari che a
sostenere il carattere cardinalizio, era molto ac-
cetto al granduca suo fratello, che si valeva del
di lui aiuto nel governo del granducato. Odioso
alla granduchessa sua cognata era accetto alla
principessa sposa, che in varie occasioni riceve-
va in buon animo i di lui consigli. Questa perdita
fu sensibile al granduca ed agli altri principi, ed
attesa la decrepitezza e le infermità del cardinal
Carlo si conobbe la necessità di avere un nuovo
cappello nella famiglia. Era incerto il granduca a
quale deiduefratelh* che restavano dovesse procu-
rare il cardinalato,poirhè sebbene la consuetudine
della famiglia portasse di collocarla nel secondo-
genito, dì conseguenza il principe Maltias avesse
un certo diritto di esser preferito al principe Leo-
})oldo, considerava però che il primo più esperto
negli afl'ari di guerra che in quei della corte di
Roma , avrebbe dovuto per il miglior servizio e
vantaggio comune cedere quesfonore al secon-
do, che parevagli più disposto per sostenere que-
sto carattere. Geloso però di non alterare la con-
cordia dei due fratelli, procurò che il principe
jin.i6Q6. DEI TEMPI MEDICEI GAP. IX. 4^9
Maltias fosse invitato dalla corte di Spagna, per
occupare uno dei più qualificati governi della
monarchia. (73).
g. 62. Un nuovo genere di vessazione, ignoto
da più secoli in Italia, insorgeva dalla Germania,
consistente nelle contribuzioni domandate dallo
imperatore a tutti i feudatari. Il conte Piccolomi-
ui di Siena fu il primo che, col titolo di commis-
sario incaricato di questa esazione, scorresse per
le corti d''Italiaa domandare dei soccorsi. Il gran-
duca procurò di sostenere Tindipendenza del do-
minio di Firenze e la feudalità di Siena colla co-
rona di Spagna , e la povertà di quei feudi che
rilevavano direttamente daiPimpero: pure dichiarò
esso al Piccolominiche quanto egli credevasi lon-
tano dallobbligo di contribuire a titolo di feuda-
lità, altrettanto era disposto a somministrare gra-
tuitamente all^ imperatore quei servizi che pote-
va per servirsene contro il turco. Fece infatti
trasportare a Trieste una considerabile quantità
di polvere e di munizione, e spedi le sue quattro
galere per danneggiare le coste dei turchi, ed ob-
bligarli ad una diversione. L'opportunità del soc-
corso, e la pace di poi stabilita tra Pimperatore
ed il turco, disimpegnarono il granduca da nuove
richieste.
g. 63. Essendo in breve tempo morti zio e ni-
pote cardinali Medici, rendevasi necessario un
rim|>iazzo in delta casa. Tutti e due i fratelli del
granduca, ì\Iattias e Leopoldo, ambivano questa
dignità, e Ferdinando temendo di mostrare par-
zialità e cosi alterare la buona doniesl ica armonia,
46o AVVENIMENTI STORICI ^«.1667.
si astenne dal dichiararsi, lasciando che il tempo
accomodasse questa cornpetenza, operando intan-
to che della miglior parte delle rendite ecclesia-
stiche che godevano i due cardinali defunti, fosse
invf'slito il suo secondogenito Francesco Maria .
Fu sensibile però al granduca,che appunto «n que-
sto tempo, cioè il -ìa maggio, accadesse la morte
di Alessandro, e aprisse così il conclave senza
che vi fosse un cardinale della sui famiglia. Fu
questa tuttavìa l'occasione in cui potette provare
la sincerità della riconciliazione dei Barberini
con lui. poiché unito il loro partito cogli aderenti
di S[)agna e di esso granduca e coi cardinali del-
lo squadrone, pottero dar leggi al conclave, e ob-
bligare i Ghigi e i francesi ad accettare per pon-
tefice il cardinale Rospigliosi di Pistoia, che fu
eletto il di 20 di giugno, e prese il nome di Cle-
mente IX. Fu eccessiva l'allegrezza del granduca
per questa elezione, e ne dimostrò il suo contento
ai parenti del papa, dandone egli il primo Tavviso
al bali Rospigliosi fratello di sua Santità, e ricol-
mando quella famiglia di onorificenze e di do-
nativi. Il nuovo pontefice perciò glie ne mostrò
tutta la sua gratitudine, e senza esserne richiesto
disegnò subito di nominare cardinale uno di casa
Medici. Era ben nota a Clemente IX la compe-
tenza dei due fratelli, onde domandò al granduca
che risolvesse egli a qual dei due dovesse confe-
rire il cappello. Prese questi tempo a risolvere
anche a cagione dei gravi incomodi che soffriva il
principe Mattias. Non fu molto lunga la dilazione,
poiché essendosi questi di più aggravalo, dovè fi-
j4n,i667. DEI TEMPI MEDICEI CIP. IX. 4^1
naìniente cedere alla forza del male, e morì il dì 1 1
di ottobre. Siffatto accidente sollecitò la promo-
zione del principe Leopoldo al cardinalato , che
fu pubblicata in concistoro il dì la di dicembre.
Questa esaltazione portò V ultimo crollo alP ac-
cademia del Cimento . Ebbe per altro anche a
Roma il principe Leopoldo il suo genio per le
scienze' protesse gli uomini di talento, e ten-
ne sempre corrispondenza coi principali letterati
d^Europa, senza trascurare gli obblighi della sua
nuova dignità , e P esercizio delle virtit morali
e della cristiana pietà, di cui dette sempre indu-
bitate riprove colla più rigorosa esemplarità (74^-
§. 6^. Il rispetto e Tamore che avea egli verso il
granduca faceva sì, ch'ei nulla trascurasse di tut-
to ciò che poteva esser di vantaggio al medesimo
ed alla sua famiglia. Compiangeva di cuore lo stato
infelice del principe Cosimo, sempre tormentalo
dalle stranezze della moglie, essendo essa rica-
duta nflle solile stravaganze. Tutta la prudenza
opportunamente adoprata fece che per qualche
mese si mantenesse un'intelligenza almeno appa-
rente tra i due coniugi , finché scopertesi nella
principessa delle vili passioni, fino a tentare essa di
fuggire con un francese vile di nascita e merce-
nario di professione, convenne tornar nuovamen-
te al rigore per osservarla con maggior vigilanza.
Ciò non fece che di più inasprirla ed invogliarla
a fuggire, fino a segno »li meditare di intruppar-
si con una compagni» di zingani.Tal'era la sua fre-
nesìa che di nuovo tentò di sconciarsi, essendo già
incinta di quattro raesi^per lo che bisognò guar.w
46a AVTENIMENTI STORICI Jn.i&Ql.
<larla colla massima altenzione e vigilanza. Ve-
dendosi essa con ciò preclusa ogni strada, risol-
vette di morire di fame^ ma finalmente cedendo
il furore al bisogno, dette luogo a quei lenitivi che
la prudenza e le dolci maniere di Ferdinando
seppero opportunamente ap|)licare, onde riraet-
terld in calma e condurre a felice termine il par-
to, il che avvenne, avendodataalla luce una prin-
cipessa che fu nominata À.nna Maria Luisa. Dopo
questa nascita per non esporre il principe Cosi-
mo a nuovi disturbi, pensò Ferdinando di fargli
intraprendere un viaggio più lungo, ed infatti ri-
solvette il prelodato principe nel mese di ottobre
di portarsi a vedere i paesi bassi, e partitosi da
Firenze fermossi a Inspruck, accoltovi dalParci-
ducbessa sua zia. Di li indirizzandosi per augusta
aìVIagonza s'imbarcò sul Reno con intenzione di
giungere in Olanda, seguitando il corso del fiume.
Sebbene egli viaggiasse con carattere d'incognito,
riscosse dagli elettori e dai principi onorevoli ac-
coglienze. Visitate cosi tutte le città poste sulla
riva del Reno. giunse finalmente in Olanda , e fer-
matosi in Amsterdam alloggiò presso il Fercni
ricchissimo negoziante fiorentino. L"* opinione
acquistatasi da Ferdinando II in queste provincia
di prolettore degli artisti e de' letterati, mosse i
più ragguardevoli ingegni di esse a tributare al
principe Cosimo un omaggio, che dimostrasse la
stima che avevano del padre e di tutta la casa
Medici. Preferendo il principe questo genere di
gloria ad ogni altro, si prefisse anch'egli di corri-
spondere egualmente con essi; e perciò ricusan-
w^/1.1668. DEI TEMPI MEDICEI CIP. IX. 4^3
do la servitù dei ministri, che i borgomastri della
citta e gli stali aveano a lui destinati per suo
trattenimento, volle esser servilo unicamente dal
celebre INiccoIò Heinsio e dallo stampatore Pie-
tro Bleau, che mai si distaccò da'suoi tìancbi. Non
potette nondimeno sfuggire qualch^ una delle
molte dimostrazioni preparategli ilalla repubblica,
volendosi mostrar grata per gli ottimi Irallamenti
che riceveva a Livorno (75).
g. 65. Dopo un mese di dimora in Amsterdam
passò Cosimo colTHeinsio a Leida, dove trovossi
corteggiato dai primari professori di quell'inclita
università, i quali avevano incaricatoli Gronovio
di complimentarlo con una eloquentissima ora-
zione. Si trasferì quin<li in Amburgo, dove trovò
la regina Cristina di Svezia, con cui potè conver-
sare ed ammirarne lo spirito. Di qui trasferendosi
rapidamente a Firenze, i primi di maggio ebbe il
contento di restituirsi in seno alla propria fami-
glia. I gentiluomini che lo accompagnarono era-
no tutti personaggi di molto spirilo e pratici delle
corti, e in Olanda fu raggiunto da Paolo Falco-
nieri e Lorenzo >lugalotti, che Io seguitarono poi
nel reslo del viaggio, il granduca, la granduches-
sa ed il cardinal Leopoldo rallegraronsi tutti del
di lui rilorno,ed ai)pbudirouo molto al contegno
da lui tenuto nel viaggio: sola fu a raltrislaisene
grandemente la consorte, che lo rigettò dalla sua
presenza, e continuando nelle solile irregolarità
accrebbe a lui le amarezze che gli angustiavano
lo spirito. Slimolato pertanto dal padre risoUe in-
sieme col coule lYla^alutli e Paolo Falcouicii di
464 AVVENIMENTI STORICI ^/l.1669.
scorrere la Spagna, il Portogallo, ringhillerra e
la Francia per visitare quelle corti. Da per tutto
fu ricevuto con estrema cordialità, e con lattigli
onori dovuti al suo rangOjCd in specie llnghilter-
la per il favore accordato dai iVIedici agPinglesi
in Livorno. Posto piede nel regno di Francia^
ebbe per parte del re le più alte distinzioni, ed il
duca di Guisa fu destinato per suo trattenilore.
Trovò nei principi del sangue e nei primari mi-
nistri un orgoglio che non si era manifestato in
veruna delle altre corti. Fu tale l'opinione per
altro che lasciò del suo carattere,che si fece cono-
scere immeritevole dei disprezzi che gli usava la
sposa. Da Parigi passò a Lione per imbarcarsi a
Marsilia, di dove le galere toscane lo ricondusse-
ro a Livorno nel febbraio del 1670 (76). Accolto
teneramente dai genitori trovò ancora più tolle-
ianza nella consorte, e lusingandosi di vivere in
progresso tranquillamente^ intraprese di buon ani-
mo, per voler del padre, a trattare gli affari del
governo.
g. 66. Clemente IX, che brevemente avea re-
gnato, cessò di vivere nel dì 9 dicembre 1669 con
rammarico universale, essendo egli stato un pon-
tetjce pieno di virtù e d'esemplarità. Nel suo pon-
titjcato procurò la sospensione delle ostilità tra
i principi cristiani , e col suo esempio stabilì la
moderazione del nipotismo, lasciando i suoi senza
ricchezze e senza potente appoggio dei principi.
Le molte pratiche e le varie fazioni facevano anda-
re in lungo il nuovo conclave, allorché la sagacita
e prudenza del cardinal Leopoldo de'Medici seppe
!^/t.1670. DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. 4^5
con destrezza disporre le cose, che in fine a sua
istigazione venne, dopo circa 4 mesi di conclave,-
elelto papa il cardinale Altieri, tuMochè ottuage^
nario, che assunse il nome di Clemente X. Fu
di grandissimo piacere del granduca questa ele-
zione, perchè riconosceva nel nuovo papa tutte
le inclinazioni alla quiete, e godette delPinfluen-
za che il cardinale suo fratello vi aveva avuta, il
quale ollremodo poi onorato dal pontefice fer-
mossi in Roma , non ostante che le circostanze
di famiglia esigessero ch'egli se ne ritornasse in
Firenze, a cagione specialmente del notabile de-
terioranienlo del fratello granduca. Era questo
di un gracile temperamento, ed avea nella sua
gioventù sotferte molte malattie, che indeboliro-
no di assai la sua macchina. Attaccato finalmente
dall idrope tenne gli animi alquanto sospesi tra
la lusinga e -1 timore, ma un colpo apoplelioo so-
pravvenne a troncargli la vita li 24 «lìaggio 1670
in età d*anni Sg, avendone regnali 40i lasciando
due figli maschi. Cosimo successore e Francese o
Maria (77). ' ^
g. 67. Il carattere di Ferdinando fu dolce, moi^
deralo e facile ad usare clemenza, benché, uni«^
formandosi alla costumanza degli altri principi
d* Italia , tenesse alla sua corte una squadra di
bravi,detli lance spezzate, per difendersi da quelli
che con armi eguali insidiavanlo. Avea Ferdinan-
«lo II (a) saputo variare i costumi della nazione, e
addolcirli, estinguendo rorgoglìo e la diffidenza.
-ia) Ved. tav. CXXXVf, 1N..6. '«
Si, Tose, Tom, 1Q. 40
466 AVVENIMENTI STORICI Jn,i6l0.
Una necessaria economia lo aveva astretto a de-
porre il fasto degli antecessori, ed il genio e la
iilosoliagPispiravano il desiderio di avere nei suoi
cittadini degli amici ossequiosi e non degli schia-
l'i. L'afTabilità, la polizzìa ed il gusto brillavano
dappertutto^ ed una decente galanterìa sostituita
all'antica rusticità e gelosìa,dando luogo alle dame
nei passatempi, ispirava il brio e stimolava gli
spiriti. La corte non era più il teatro orgoglioso
che umilia ed irrita i non facoltosi, e si fa ammi-
rare dagli stolidi, ma un congresso di personag-
gi meritevoli di stare al confronto di un principe
il più dotto, ed il più illuminato del secolo: per
brillare alla corte medicea più non valeva la pro-
fusione delle sostanze, ma erano unicamente ap-
prezzate le qualità dello spirilo. Il patriottismo,
il desiderio di perfezionarsi tanto nella persona
di Ferdinando, quanto negli altri due Leopoldo e
3Ialtias, e le ricerche ardenti della verità prepa-
ravano la gloria del secondo secolo mediceo, che
neiristoria delle cognizioni umane dovea non es-
ser punto inferiore a quello di Cosimo e Lorenzo
il Magnifico (7^). Le circostanze difficili dei tem-
pi, i malori e le guerre non gli concessero di far
risorgere la Toscana da quell' abbattimento nel
quale era caduta sotto la reggenza , come forse
avrebbe fatto, se dal cielo gli fosse stata concessa
vita più lunga, onde i sudditi non Io compiansero
universalmente. La fama che Ferdinando II s'era
acquistata per tutta Europa di sue rare virlù,eter-
nò il di lui nome, e nella perdita di lui mancò agli
infelici un liberale sovvenitore,ai grandi genii un
0j> e.
jÌ'n.i6Ì0, DEI TEMPI MEDICEI CAP. IX. 4^7
generoso Mecenate , ed alle scienze e<l arti un
dolio promotore (79).
§. 68. Accordandosi dalla corte di Toscana
lutto quanto il favore alle diverse regole dei clau-
strali, che qua s''annidarono fino dal tempo in cui
le resrsenti lasciate da Cosimo II amministrava-
Ilo le cose del governo, trovavasi ora un numero
considerevole di conventi popolati da numerose
famiglie. Diverso dalla pubblica istruzione essen-
do il fine della maggior parte di esse , un"* altra
ne venne in Firenze nel 1628, e fu la congrega-
zione degli Scolopii fondata In Roma da s. (Giu-
seppe Calasanzio. Questi Scolopii, trionfanti della
guerra che Tinvidia avea saputo muover loro, con
quello zelo che sempre li distinse nelPinsegnare,
si dettero al disimpegno del loro ufficio con molto
plauso e pubblica soddisfazione, che mai decad-
dero, ed al presente pure recano vantaggio gran-
de in Toscana , polendo ciascuno approfittare
delle lezioni loro gratuite . Alle belle arti non
mancò incoraggimento nel governo di Ferdinan-
do II; ed il Tacca scultore, Giovanni da S.Giovan-
ni e Pietro da Cortona pittori, e Stefano della
Bella incisore,che fiorirono in quel tempo, ebbero
la protezione del granduca e ragguardevoli com-
missioni. Intanto che il cardinale Carlo dei Me-
dici, fratello del granduca, a sue spese conduceva
al termine la chiesa dei santi Michele e Gaetano,
Paltro fratello cardinale Leopoldo regitlava alla
pubblica Galleria la collezione dei ritratti dei più
celebri pittori , faceva per essa la raccolta dei
cammei, aumentava quella delle medaglie e Tar-
468 - àVVENlMENTl STORICI jénA6lO.
ricchiva pure di una collezione di disegni dei pri-
mi studi dagli scolari greci tino al tempo di Raf-
faello. Con tutto ciò, più per le circostanze dei
tempi che per la mancanza di buon volere di
Ferdinando U , la Toscana non era felice , le
gravezze erano insopportabili, e malgrado ch*'egli
cercasse di rinvigorire il commercio , aprendo
negoziazioni con la Russia, coi turchi e con altre
nazioni, V industria languiva e rendeva i sudditi
malcontenti (80).
NOTE
(1) vluidotli j Compendio delta storia di Toscana,
tom. II, lib. XIV, pag. 209. Cicciaporci, Compendio
della storia fiorentina , lib. 11 , cap. v , pag. 295 i
(2) Cicciaporci cit. (3) Gnidotti cit. (4) Gatiuzzi, Sto-
ria del granducato di Toscana , tom. vii, lib. vi,
cap. viH. (5) Mazzarosa , Storia di Lucca , tom. !r ,
lib. VII, pag. 101. (6) Guidoni cit. (1) Galluzxicit.
(8) iMazzarosa cit. (9) Fioravanti , Memorie sloriche
della città dì Pistoia, cap. xxxrv, pag. 45t. (10) Cic-
ciaporci cit. pag. 302. (11) Ivi. (12) Ivi . (13) Wr.
(14) Ivi. (15) Artaud, L*Dnivers piltoresque ^ Ita!i«,
pag. 290 - (16) Ferrini , Compendio di storia della
Toscana, ep. iv, §.53. (17) Cicciaporci cit. (18) Ivi.
(19) Galluzzi cit. lib. vi , cap. x . (20) Cicciaporci
cit. (21) Guidetti cit. (22) Galluzzi cit. lib. vi, cap.
X . (23) Guidoni cit. pag. 216. (24) Galluzzi cit.
(25) Guidoni cit. (26) Cicciaporci cit. (27) Galluzzi
cit. (28) Cicciaporci cit. (29) Ivi. (30) Galluzzi cit.
(31) Ivi . (32} Leo , Storia degli stati italiani , tom»
DEI TEMPI MEDICEI CiP. IX. 4^9
IJ, lib. XII, pag. 457. (33) Galluzzi cit. !ib. vii, cap.
1. (34) Ivi, cap. II . (35) Ciociaporci cit. pag. 314 .
(36) Storia di Cortona, cap. iv. (37) Muratori, An-
nali d'Italia, an. 1642. (38j Galluzzi cit. lib. vii,
cap. Il . (39) Muratori cit. an. 1643. (40) Galluzzi
cit. lib. VII, cap. III. (41) Ivi. (42) Storia di Corto-
na cit. (43) Galluzzi cit. (44) Ivi , lib. vii, cap. iii.
(45) Ivi . (46) Ivi . (47) Muratori cil. anno 1643 .
(48) Galluzzi cit. (49) Ivi, lib. vii, cap. ni. (50) Ivi.
(51) Cicciaporci cit. lib. ii, cap. v. (52) Ivi. (i3) Ivi.
(54) Galluzzi cit. lib. vii, cap, iv. (55) Ivi, cap. v.
(56) Cicciaporci cit. lib. ii, cap. v. (57) Galluzzi cit.
lib. VII , cap. V . (58) Cicciaporci cit. (59) Galluzzi
cit. lib. VII , cap. VI. (60) Ivi. (61) Cicciaporci cit.
(62) Guidetti cit. voi. u, cap. xv. (63) Galluzzi cit.
iib. VII 5 cap. VII. (64) Ferrini cit. epoca v , §. 54 .
(65) Cicciaporci cit. (66) Galluzzi cit. (67) Cicciapor-
ci cit. (68) Litta , Nota della casa Medici j lav. xvi.
(69) Cicciaporci cit. (70) Guidotti cit. (71) Galluzzi
cit. lib. VII, cap. vili. (72) Cicciaporci cit. ("^3) Gal-
luzzi cit. (74) Cicciaporci cit. (75) Galluzzi cit. lib.
VII , cap. IX . (76) Guidotti cit. voi. ii , cap. xvi .
(77) Cicciaporci cit. (78) Galluzzi cit. lib. vi , cap.
VI. (79) Ferrini cit. ep. v, §. 58. (80) Ivi, §. 59.
4o*
4^0 ATVENIMEIVTI STORICI
(BiilPSlIKDILD 2,
jin. 1670 di G. Cr.
g. 1. »3enza ostacolo alcuno successe Cosimo IH
al trono della Toscana, ed ai sudditi, che erano
addolorali per la perdila del di lui padre, non ri-
maneva altro conforto che la speranza di ritro-
vare nel figlio un degno successore; ma s'ingan-
narono, perchè nei primi anni del suo governo,
egli si mostrò generoso verso i popoli, docile co-
gli amici del padre, e deferente dai savi consigli
del cardinale Leopoldo suo zio. Fra i primi suoi
pensieri fu quello di onorare con grandiosi fune-
rali la memoria del padre, di cui encomiò i fatti
egregi Luigi Ruscellai. La prosperità di cui go-
deva la famiglia Medici , mercè la potenza del
cardinale Leopoldo, e I9 sicurtà in cui s' appog-
giava Cosimo per la successione del principe
Ferdinando suo primogenito, fecero siche il nuo-
vo granduca ben presto cambiò gli usati modi, e
slimolato dall'orgoglio, dall'ambizione e dalla va-
nità disprezzò la giusta economìa paterna , ed
adottò il fasto e la magnificenza con gravissimo
disastro dei sudditi . Educato presso una madre
jin.^QlO, DEI TEMPI MEDICEI GAP. X. f\yi
pregiudicala e higolla , aflorniafa da persone a
cui non spetlaTa d* ingerirsi in affari di governo,
e mollo meno di occuparsi della educazione dì
un principe , il granduca Cosimo professava un
bigollismo mal* inteso, e mentre per una parie
ostentava religione, per Paltra raoslravasi di sen-
timenti affatto opposti alla morale evangelica .
Frullo dei viaggi da esso fatti fu T aumento del-
Torgoglio e della vanità, e mancando dei talenti
del padre, mentre era superbo, era poi anche vile.
Accoppiando in se bigoltismo e cattivo cuore, or-
goglio e viltà, ne avvenne che il governo non fu
buono, e la Toscana ebbe a riguardarlo come il
suo oppressore ( i).
g. a. Frattanto lo stato della Toscana era
tranquillissimo, perchè le grandi potenze ad al-
tro non attendevano che a stare in guardia Tuna
dell* altra , temendo sempre I' ingrandimento
di Luigi XIV, monarca ambizioso ed intrapren-
dente, onde i principi d'Italia, benché diffidenti
e divisi fra di loro, erano però tulli in quiete, (n
mezzo a tanta calma Cosimo III ebbe ai 24 *^*
maggio del 1671 un altro principe, a cui in me-
moria deiravo materno fu imposto il nome di
Giovan Gastonp(2).Duravanotullavia le discordie
traM granduca e la granduchessa, le stravaganze
della quale, e le pretensioni di voler essere anche
essa a parte del governo, irritarono sempre più
Tanimo di Cosimo, il quale stimolato ancora dal-
la granduchessa madre cominciò a procedere con
la moglie con autorità e rigore. Ved^^ndoiu oltre
che perla nascita del secondo princi^iC poleva or-
47^ AVVEIJIMEJITI STOniCI ^/t.1671.
mai credere assicurata la successione della fami-
glia, moslravasi anco disposto alla separazione.
Questa disposizione d''animo di Cosimo verso la
granduchessa non fece che sempre più irritarla; e
risoluta di non più competere col marito, ricorse a
degli artitìzi per sottrarsi dalla di lui soggezione
e ritornare in Francia: finse delle malattie al pet-
to, e fu necessario far venire un chirurgo da Pa-
rigi per visitarla . Costui ritrovandola sana di
corpo, quanto inferma di spirito, non si lasciò se-
durre dalle di lei insinuazioni di prescriverle di
portarsi a certi bagni in Francia. Vedendosi essa
preclusa ogni strada, proruppe in maggiori lagnan-
ze di pretesi cattivi trattamenti ricevuti dal gran-
duca,e ne riempi tutta la corte. Sapeva però essa
dissimilare a tempo, ed un giorno ohe il gran-
duca la visitava, mostrandosi straordinariamente
tranquilla, gli domandò di potersi portare a Prato
per sodisfare a certa sua devozione, e di fermarsi
a pranzo al Poggio a Calano, ma scesa a quella
villa dichiarò di volersene starla lontana dal ma-
rito, dalla famiglia, e dalla capitale finché il cielo
e il re di Francia non le avean destinato un sog-
giorno più quieto.
g. 3. Non credette il granduca Cosimo III di
dover subito aderire, e soltanto le fece intendere
che riflettesse meglio ai suoi doveri. Anche il re
di Francia trovando irreprensibile il contegno
del granduca verso di lei, la consigliò a rientrare
nei propri doveri, inviando il vescovo di Marsilia
e la marchesa di Deft'ans acciò le togliessero ogni
speranza di ritornare in Francia e di ottenere il
;Ar.1672. DEI TEMPI MEDICEI CAP.X. ^yZ
patrocinio di lui, e le rammentassero anzi i doveri
che le imponevano le leggi divine e le umane^
ma non fu possibile di distorta dal suo progetto
di tornare in Francia uè con promesse né con
minacce. Allora dichiarò al granduca che si senli-
,va ispirata da Dio a professare vita religiosa, e
terminare i suoi giorni in uno spedale negli eser-
cizi di pietà. Fu dunque stabilito tra Cosimo e ""I
re che si scegliesse di concerto colla medesima
un convento nelle vicinanze di Parigi, e fu quel
di Montmartre, dove era badessa madama di Gui-
sa, ed ella si obbligò di non uscir mai più da esso
senza licenza espressa del re. Prometteva in oltre
di non tenere presso di sé altre persone che le
approvate dalla badessa. Dalfaltra parte il gran-
duca si obbh'gò a pagarle annualmente ottanta-
mila lire di Francia pel suo mantenimento, come
pure di supplire a tutte le spese per la fabbrica
del suo quartiere in convento e pel suo ingresso
in esso, e di farla servire ed accompagnare tino a
Qlarsilia, con gran dispiacere e rammarico dei fio-
rentini, avendo essa con artifizio dato a credere
che il marito e la suocera erano quelli che Tob-
bligavano a ritirarsi. Il pubblico si persuadeva di
questo, confrontando il carattere duro e fiero del
marito e della suocera, con la piacevolezza, popo-
larità, e generosità della moglie. Giunse in effet-
to al destinato ritiro di Montmartre nel luglio
del 1675, e seppe ben presto cattivarsi Tanimo di
tutti ì principi del sangue e del re slesso, che di
g^à incolpava altamente la coudotta del graudu*
474 AVVENIMENTI STORICI ^/l.1675.
ca, ed essa godeva in Montmartre di lulte le fa-»
cilità che bramava (3).
J. 4. Eslremamente ingelosito ed inquietato dal
procedere della moglie il granduca, molto ne sof-
friva,lanto più che sapeva bene essere alla corte di
Francia deriso come uomo ruvido, ed oltremodó
geloso. Questo stato d** inquietudine rendevalo
sommamente fiero, e non ad altro pensava che
alla vanità, mettendo la corte in un lusso estre-
mo; per lo che dovea bene spesso accrescere le im-
posizioni che faceva esigere con tutto il rigore, il
che gii alienava Tamore dei sudditi. Gran disgra-
zia fu per la Toscana anche la perdita del cardi-
nale Leopoldo, i suggerimenti del quale non po-
co raffrenavano il carattere fiero ed orgoglioso di
Cosimo. Restarono privi gli eruditi del loro IVIe-
cenate e i poveri del loro protettore. La di lui
morte può contarsi per Tepoca della decadenza
delle scienze e delle arti in Toscana, e forse an-
che di quella della casa Medici, e del granducato.
Ritornato Leopoldo da Roma procurò di spogliarsi
insensibilmente di qualunque influenza nel go-
verno del granducato, ed abbandonandosi unica-
mente al suo genio viveva lontano dagli affari, ed
occupavasi nelle corrispondenze letterarie e nel-
Tacquisto di lutto ciò che di più raro potevano
somministrare le belle arti. A questi virtuosi e-
sercizi univa quelli di una solida pietà, poiché
promosso nell'anno 1676 agli ordini sacri eserci-
tava le funzioni e i doveri con molta edificia^'one
dei pubblico. Inclinato alle beneficenze spargeva
jÌiU 1676. DEI TEMPI MEDICEI GAP. Xi 4?^
con profusione a favore degrinfelici dei soccorsi
opportuni. Compianse l'Europa infiera la morte di
un personaggio, che al possesso delle scienze le
più sublimi univa Tesercizio delle virtù (4).
g. 5. Godevasi frattanto in Toscana d*una in-
vidiabile tranquillità, poiché le potenze oltramon-
tane erano in continua guena, e rilalia n'era
soltanto spettatrice, non avendo ormai più alcu-
na induenza colle grandi potenze, e restandole
solo di obbedire al più forte. In conseguenza di
ciò il gabinetto di Cosimo III si occupava soltanto
di vanità e d'inutili corrispondenze , tanto più
che dopo la morte del cardinal Leopoldo non avea
neppure alcuna influenza in Roma, né partito da
fare agire in conclave. Nonostante che decrepilo
pure inaspettatamente mancò di vita il 2^2. di lu-
glio Clemente X. Regnavano sempre in conclave
gli stessi partiti, ma essendosi fatto più numeroso
quello degl'indipendenti, potettero scegliere un
soggetto che non avesse relazione con nessuna
corte. Finalmente mossi da lume superiore con-
corsero tutti nel ai settembre all' elezione di
chi sopra gli altri meritava, ma non avea mai de-
siderato di maneggiar le chiavi di Pietro. Questi
fu il cardinal Benedetto Odescalchi comasco nato
nel 1611, il quale fece per umiltà quanta resisten-
za potette alla rivoluzione dei sacri elettori. Prese
egli il nome di Innocenzo XI, e fu generalmente
applaudita la di lui elezione. Non tardò il buon
pouteGce a comprovar co'fatti T espetlazione co*:
muno delle sue singolari virtù (5). ^
g. 6. Pareva ormai alle potenze belligeranti es-
47^ AVVENIMENTI STORICI ^/1.1676.
sere di comune interesse il deporre le armi, uni-
co mezzo perla Francia di assicurare le sue con-
quiste, e per la Spagna di frenar T ambizione di^
Luigi XIV : sicché designata Wimega per luogo-
dei congresso, ivi fu trattata la pace. Mosso da
vanità volle Cosimo esser nominato a quel con-
gresso, e mostrò desiderio di accrescere la sua
potenza^ ma temendo poi di non dispiacere alle
altre potenze, non ebbe animo di farne trattare,
malgrado gì' impulsi dei ministri impellali, che
davangli fondate speranze per ottenere il suo de-
siderio. La Spagna offriva i porti dello stato di
Siena e l'Elba^ la Francia prometteva ragguarde-
voli acquisti, e Pimperalore offriva qualunque fa-
vore per aver soccorsi^ ma Cosimo occupando i
suoi ministri in ascetiche corrispondenze, piutto-
sto che in serie trattative, lasciò sfuggire Tocca-
sione la più opportuna per render felici i suoi
sudditi, ed ampliare i suoi dominii. II timore che
avea Cosimo della Francia e delle altre potenze
lo rendeva pusillanime, e non sapeva pascolare il
suo orgoglio, ne farsi distinguere alle corti che
colTossequio verso i monarchi e con doni prezio-
si, ambiva d'essere reputato uomo di lettere e
filosofo, e perciò teneva corrispondenza con i per-
sonaggi i più accreditati, dell'Europa, facendoli
amici col mezzo di donativi, e accordando loro
protezione^ e spendeva somme considerevoli per
mantenersi quel nome di letterato, che gli era
stabilito non tanto dal merito, quanto dall'adula-
zione (6).
g. 7. L'intemperanza cagionava a Cosimo vari
AnA611, DEI TEMPI MEDICEI CAP. X. 477
incomodi, ed il Redi suo protomedico gli prescris-
se di passeggiare per prevenirne dei peggiori. Pao-
lo Falconieri uomo di genio della corte di Ferdi-
nando consigliò al granduca di far questo eser-
cizio perla gallerìa, e gli fece nascere il desiderio
di ornarla complelaiiienle, riunendo in quel luogo
quanto di più raro possedeva la casa Medici. Que-
sto progetto che lusingava la sua ambizione fu
abbracciato da Cosimo IH, ed eseguito col mas-
simo buon gusto. Furono trasportate da Roma in
Firenze le più belle statue cbe ornavano la villa
dei Medici, fra le quali la Venere medicea, credula
antico oggetto di adorazione nel tempio di Guido
in Caria, e con essa i lottatori, il villano che ar-
rota il coltello, e molte altre statue, che formano
adesso il più belPornamento della Galleria di Fi-
renze. Raccolse da ogni parte gemme intagliate,
pitture rare dall'Olanda e dalla Fiandra, medaglie,
e quanto vi era di più perfetto nelle ville e nei
palazzi della casa Medici, e tutto riunì nella detta
galleria a decoro ed ornamento della capitale dei
suoi slati. Il Redi profittò di questa circostanza
|>er insinuare al grauduca Tistituzione d'un mu-
seo di storia naturale. Il granduca consenti a fa-
re eseguire questo secondo progetto, e mediante
la corrispondenza che aveva con i filosoli e con
i letterati i più celebri, ed il buon gusto del Redi,
riuscì a completare un museo insigne per la va-
rietà e stimabile per il prezzo, se si abbia riguar-
do al tempo in cui fu fatto (7). Cosimo III procu-
rilo intanto che il dì lui tìglio Ferdinando fosse i-
struitu ed educato da uomini eccellenti come il
6t. Tose. Tom. 10. 41
47^ AVVENIMENTI STORICI u4nA61S,
Viviani, il Lorenzini, il Redi ed il Tforis. Fioriva-
no in quel tempo le lettere, e piuttosto che Tac-
cademia del Cimento fece risorgere quella della
Crusca, per dare alla luce un nuovo vocabolario.
Con tutto ciò risquoteva Cosimo Tapplauso delle
nazioni, e godeva Topinioue di degno successore
di Ferdinando II, ma in questo trionfo si getta-
vano insensibilmente i semi della ignoranza (8).
g. 8. Mentre Cosimo III proteggeva le arti e
le scienze in Toscana , e pascolava con ciò la
sua vanità al di fuori, era egli internamente sem-
pre inquieto ed afflitto per la cattiva condotta
della granduchessa in Francia, la quale oramai
non avea più alcun ritegno, scioltasi affatto da
tutti i legami del monastero^ che da sé stessa era-
si imposti. Ciò che anche più rincresceva a Co-
simo si era, che la corte di Francia valutava come
leggerezze giovanili le stravaganze di essa, e che
egli era riguardato come un geloso, inquieto e
stravagante. Ma alla fine dopo forti rappresentan-
ze di esso, e molti disordini della moglie, essen-
do ancora mancali alcuni dei ministri che la pro-
teggevano, prese il re la risoluzione di proibire ad
essa di andare a corte, ed ordinò che dovesse in
ogni modo adattarsi e sottomettersi alle regole
del monastero. È ben facile Timmaginare qual di-
spetto ciò dovette produrre nelPanimo della gran-
duchessa: essa volentieri sarebbesi data ad ogni
stranezza, qualora creduto avesse che poteva es-
serle utile: ma vedendo bene^che i mezzi violenti
non avrebbero potuto condurla al suo 6ne, ricor-
se ai soliti artlfizijC mostrandosi pentita volle ten-
/^/I.1678. DEI TEMPI MEDICEI CIP. X. 479
lare di riunirsi al marito, il quale come che uo-
mo intemperante e soggetto a molle infermità,
rifletteva seco slessa che non poteva aver lunga
Tita, e che trovandosi essa alla morte di lui in
Toscana, avrebbe potuto prendere così le redini
del governo, e dominare assolutamente. La me-
diazione del pontefice per questa riunione parve
a lei più opportuna. Per mezzo dunque del nun-
zio Io pregò volere in ciò intromettersi, ma Cosi-
mo bene istruito dalP esperienza ed esacerbato
dalle diffamazioni ch''essa avea fatte di lui, della
suocera e della Toscana, non credè di dover ce-
dere ad alcuna insinuazione,e fece rispondere che
soltanto una lunga irreprensibile condotta di lei
nel monastero, la quale provasse il suo penti-
mento, avrebbe potuto determinarlo a farla tor-
nare presso di lui (9).
g. 9, Le risoluzioni del granduca posero fine,
alle simulazioni della granduchessa, la quale prese
coi mezzi i più stravaganti a dimostrare il suodi-
spetlo, facendo fino appiccare il fuoco al mona-
stero, per aver poi un pretesto di non più stare
ritirata in convento. Ma estintosi V incendio , e
riuscito vano per ciò siffatto tentativo, dopoave-^
re scritta una lettera al granduca piena d'iodio e
disprezzo, si dette ad una vita scandalosa, ed ebbe
anche il coraggio di domandare un aumento di
pensione al medesimo, ch''essendole negata ri-
prese a diffamarlo, rappresentandolo come uno
stravagante, un geloso ed un avaro. Fece ciò gran
colpo nelTanimo del re, che rideva alle strava--
ganze delia granduchessa, e formalizza vasi dei
48o AVVENIMENTI STORICI jén,168U
granduca, dicendo che ogni qual volta egli aveva
allontanata la moglie, ed aveva anche ricusato di
riprenderla, era cosa ridicola che ei prendesse
premura in lutto ciò che la riguardava, dovendo
affatto spogliarsi d^ìgni interesse per lei, come lo
avea fatto nelPaccordarle la separazione, L''acerbo
dolore provato dal granduca per questi sentimen-
ti del re, unito alla vita sedentaria ed intempe-
rante, gli produsse una fiera malattìa di trabocco
di bile, alla quale facea temere che non potesse
resistere. Quest'accidente fece concepire speranza
alla granduchessa di poter ritornare in Toscana
e dirigere nel governo il principe Ferdinando suo
figlio, dopo la morte del padre» contando essa so-
pra Taniore che le dimostrava il detto principe, il
quale non ostante le proibizioni del padre, teneva
ijna segreta corrispondenza con lei. Non si guar-
dava essa da far noti questi suoi disegni anche
al ministro Gondi, e non attendeva che Tavviso
della morte del granduca, per portarsi subito in
Toscana , ma riuscì tutto ciò vano, poiché dopo
lunga convalescenza egli ricuperò la salute (io),
g. IO. Risaputisi da Cosimo tutti i progetti da
effettuarsi alla sua morte, spiegò un carattere fie-
ro, vendicandosi di tutti quelli che aveauo avuta
corrispondenza colla granduchessa, e secondate
le sue mire. Questa maniera crudele di agire gli
alienò Tanimo dei sudditi, e cominciò a sentirne
gli effetti nel proprio suo figlio, il quale superala
l'età pupillare, volle squotere il giogo della indi-
pendenza, ed abbandonandosi alle proprie inclina-
zioni giunse a disprezzare le ammonizioni paterne,il
^/1.1681. DEI TEMPI MEDICEI CAP. X. 4^1
che delle grandissimo cordoglio al granduca. Que-
sti, sebbene vano e crudele,era ancora pusillanime
e bigotto, il che cagionò che potessero sopra di luì
persone affettanti pietà, e vestissero ipocrisìa quei
ministri che volevano incontrare la sua grazia.
Per lo contrario il di lui fratello Francesco IMa-
ria, che poi fu cardinale , unito al principe Fer-
dinando suo nipote facevano trionfare il brio, la
franchezza ed il libertinaggio. La vita scandalosa
che seguitava a condurre la granduchessa a Pari-
gi, tormentava fortemente Cosimo, il quale minac-
ciò di togliere ad essa la pensione, ma il re gli
i'ece conoscere che non P avrebbe permesso, e
frattanto era egli in Francia disprezzato e diffa-
mato per uomo stravagante, geloso ed avaro. An-
che il Gondi suo ministro trovavasi talmente ves-
sato da**mali trattamenti della granduchessa, che
il granduca pensò a richiamarlo in Toscana, per
non tenerlo esposto forse a maggiori pericoli (i i).
g. 1 1. Oltre all'essere il granduca sì vivamente
angustiato per le turbolenze domestiche, lo era
ancora per l'aspetto infelice delPItalia, giacche il
trattalo di Mmega non aveva altrimenti effetto,
e la guerra tra la Francia e la Spngna prendeva
una piega da far temere per Pllalia tutta, poiché
ciascuna delle potenze belligeranti faceva vigoro-
se premure per collegarsi coi principi italiani. Il
granduca non era meno istigato degli altri per le
pretensioni della Spagna, acciò almeno sommini-
strasse quello che tiri dilPanno i557 era stato
stipulato, che dovesse contribuire, né trovavasi
meno inviluppato pel timore d^ncorrere con ciò
4i*
482 AVVENIMENTI STORICI ^/l.1682.
neirindignazione del re di Francia, ch'era ormai
divenuto potentissimo: fu perciò dal governo to-
scano stabilita la massima fondamentale di neutra*
lità, e fu evitata ogni minima parzialità con qual-
sivoglia potenza. Stabilita per tanto la massima,
che ciascuno pensasse a sé stesso, applicò il gran-
duca tutto Tanimo a fortificare Livorno, e provve-
derlo di tutto ciò ch'era necessario per garantirsi
da qualunque attacco (la).
g. la. La guerra che i turchi dichiararono al-
rimperalore, messe in timore tutta P Italia , e fu
talmente fortunata per loro, che posero l'assedio
a Vienna. Non ostante che il granduca avesse ri-
cusato di dare dei soccorsi in denaro, avea però
offerto di unire quattro sue galere alle altre, per
fare una diversione in Levante, e spedì pronta-
mente a Trieste un donativo di munizioni da
guerra, e rinnovò il progetto della riunione delle
galere, che non essendo allora accettato, lo fu
però nell'anno seguente ad istanza del papa, poi-
ché si unirono quattro galere toscane alla flotta
veneziana con altri bastimenti da trasporto con
truppe, che produssero l'acquisto di santa Maura,
e della Prevera, il che fece molto onore al gran-
duca. Se questa felice campagna contro i turchi
procurò per una parte del contento alPItalia, re-
stava essa però non poco intimorita dalle armi
vittoriose di Luigi XI Y, che facendo dei notabili
progressi avea fatto già bombardar Genova , il
che dava da temer molto per Livorno 5 perciò
il granduca si affaticava di far giungere continua-
mente al re atti di sua sommissione, fino a farlo
^/t.1684. DEI TEMPI MEDICEI CAP. T. 4^^
arbitro di fissar egli per i suoi figli i matrimoni
che più gli piacevano. Desiderava Cosimo dì pron-
tamente accasare il principe Ferdinando^ scor-
gendo in lui un soverchio fervore d'*elà giovanile,
ed un desiderio di viaggiare, dal che ne temeva
delle triste conseguenze: riusci per tanto a Co-
simo con forti ragioni di persuadere il medesi-
mo a prestarsi ai suoi desideri. Diverse erano le
principesse che polean convenire alla casa Medi-
ci, e Luigi XIV di buona voglia si accinse a trat-
tare per Ferdinando un conveniente matrimonio.
Fu intrapreso il trattato rolPinfanta di Portogallo,
del quale poteva anche essere un giorno la so-
vrana, ma le pretensioni di questa fecero che ne
fosse dimesso il pensiero, volendosi fra le altre
cose, che il principe Ferdinando andasse a sta-
bilirsi in Portogallo, e che in caso che la mede-
sima ne divenisse sovrana, la Toscana fosse a
quel regno riunita. Mai volle Ferdinando piegarsi
a tali condizioni, né il granduca poteva accordare
che il suo primogenito risedesse lungi dalla To-
scana, tanto più che il principe Francesco era di
già cardinale, ed esso granduca avea intenzione
di stradare per la via ecclesiastica anche il prin-
cipe Giovan Gastone. Per tanto dopo molte prati-
che colla corte di Portogallo vedendosi difficile
r effetto , con adeguate condizioni restò sciolto
qualunque impegno, e s'intrapresero per mezzo
del re di Francia de'trattati colla principessa Vio-
lante di Baviera (:3).
J. 1 3. Questa principessa, figlia delP elettore
Ferdinando di Baviera, era sorella della delfina di
484 AVVENIMENTI STORICI ^/1.1687.
Francia, onde oltre il portar Palleanza delle prin-
cipali famiglie d'*Europa, rinnovava ancora nella
casa Medici la stretta unione col sangue Borbo-
nico; fu però con gravi diifioollà, e solo ad isti-
gazione di Luigi XIV che il principe Ferdinando
finalmente si adattasse a maritarsi, dopo sciolto
il trattato colPinfanta di Portogallo, poiché desi-
derava egli di godere ancora per qualche tempo
la sua libertà, e convenne che il padre gli accor-
dasse di fare prima un viaggio per la Lombardia
e lo stalo veneto. Furono intanto condotte al suo
termine le pratiche, ed accordate al principe di
Toscana le slesse convenienze eh' erano state
conseguite dal delfino di Francia. Fu stipulato
che la principessa sarebbe accompagnata ai confi-
ni della Baviera, dove avrebbe dovuto trovarsi la
corte desfinatalp dal granduca, essendosi special-
mente convenuto, che nessuna persona delPan-
tica sua corte seguitar la potesse. Cosimo dette
parte al senato, secondo il costume, dello stabi-
lito matrimonio, al che il medesimo corrispose
colle debite formalità d'ossequio e congratulazio-
ne, ed oiTiì un donativo di duecentomila scudi.
Il marchese Filippo Corsini, consigliere di stalo
e cacciatore maggiore del granduca, fu spedito a
Monaco con carattere d'ambasciatore straordina-
rio , unitamente a 4 gentiluomini di cort^* , ed
altra nobile comitiva. Il principe Federigo GuglieU
mo di Neoburgo fece le parti di procuratore pel
principe di Toscana per la dazione delPanello. Ri-
cevette il Corsini grandi onori, e in questa occa-
sione furono fatte in Monaco grandiosissime fé*
An.i6S8. DEI TE'WPT MEDICEI CAP. X. 4^5
ste. Alla line di novembre partì la principessa, eu
a Mitlewalt ritrovò la corte destinatale dal gran-
duca, colla quale prosegui il viaggio pel Tirolo,
e dappertutto fu ricevuta con onore straordinario.
Giunta in Bologna fu incontrata dal principe Gio-
van Gastone, che poi Taccompagnò: finalmente il
dìa7 dicembre entrò nel granducalo,e a san Piero
a Sieve fu accolla dal principe sposo, che la con-
dusse alla villa di Pratolino, dove si portarono
il granduca ed il cardinale de'']VIedici, ed in seguito
entrò segretamente in Firenze, per far poi, ri-
posata che fosse,il solenne ingresso nella città ''i^).
g. i4 Era solita la casa Medici, fin dai tempi
di Cosimo I, di manifestare in occasione di nozze
tutto il fasto e la sua grandezz3. Cosimo III che
superava in fatto di vanirà lutti i suoi antecesso-
ri, non solo volle eguagliarli, ma vincerli ancora
nella varietà e nel ^usto delle feste e degli spet-
tacoli. Eseguissi dunque la consueta cerimonia
del ricevimento e della incoronazione solita farsi
alla porta, che a tareffetto aprivasi di nuovo nel-
le mura della città , dove interveniva il granduca
seguitato dalla sua corte e da tutti gli ordini del-
lo stato. Era qui schierata una numerosa milizia
ed eretto un teatro archilei tato in vaga forma,
in cui risaltavano, alla vista di tutti, gli emblemi
esprimenti i fatti più gloriosi delle due case di
Baviera e de^Medici. In testa di questo teatro era
eretta una cappella riccamente adorna, nella qua-
le doveva eseguirsi la cerimonia della incorona-
zione. Ebbero in essa luogo tutti i principi della
famiglili, i vescovi ed il senato, e il granduca im-
486 AVVEN1ME]XTI STORICI An.i6S9.
pose solennemeute sul capo della sposa la co-
rona granducale, con cui era stalo incoronato
a Roma Cosimo I dal santo pontefice Pio V. Ese-
guita questa funzione,che fu annunziata al popolo
collo sparo delle artiglierie e le saWe della mili-
zia, entrò la numerosa comitiva schierala per ordi-
ne nella città, facendo corona alla principessa spo-
sa assisa sopra una sedia ornala di gemme, e sotto
un baldacchino portalo da una compagnia de'più
belile nobili giovani della Toscana in vaga foggia
vestiti. Chiudeva finalmente la pompa il senato a
cavallo, le milizie e le carrozze e gli equipaggi, e
s^inoltrarono verso la metropolitana per fare il
solito rendimento di grazie, e di là passarono al
palazzo Pilli in mezzo agli applausi del popolo,
e della nobiltà ivi concorsa: ne seguitarono poi i
banchetti e i tratlenimenti d'ogni genere, al che
si preslava anche la circostanza del carnevale, e
gran concorso vi fu di forestieri richiamati dai
divertimenti e dalla magnificenza di Cosimo III.
g. i5. Il granduca, oltre a trovarsi in una sca-
brosa situazione per conservarsi neutrale con la
Francia e la casa d*" Austria, era anche agitato dallo
spirito d"'indipendenza che aveva sviluppatoli suo
tìglio Ferdinando.Condannava questi apertamente
il contegno del padre^ disprezzava e conculcava
senza riguardo le di lui leggi-, e godendo dell'aura
popolare e della pubblica estimazione per la sua
familiare cortesìa , lo teneva in perpetuo timore
di suscitare qualche novità nello stato. Si trova-
va in tal posizione Cosimo III, allorché vedendosi
aggravato dai debiti, diminuite le rendite, ed im-
'Jn.^Q89, DEI TEMPI MEDICEI CAP. X. 4^7
potente a proseguire nelle solite spese , adottò
un sistema nelP amministrazione, cominciando
una riforma dalla sua propria casa^ ma qual fu la
di lui sorpresa, quando oltre la contradizione, in-
contrò in suo figlio una manifesta resistenza? Fu-
rono usati tutti i mezzi per ridurlo al doYere,fino
ad implorare la mediazione di un certo De-Castris
musico favorito del principe, che aveva su di lui
più influenza che non poterono averne i vescovi
ed i teologi frapposti in simile circostanza. Per
questo mezzo.e con un'assegnazione di mille dop-
pie al mese per i soli piaceri del principe, s*" in-
dusse il medesimo ad assoggettarsi alle nuove ri-
forme del padre (i5).
g. i6. La preponderanza delle forze di Luigi
XIV re di Francia obbligò la casa d** Austria a
collegarsi quant'era possibile con altre potenze ,
come fece colTOlanda e con llnghilterra. Si sta-
va però attendendo le risoluzioni di Vittorio
Amedeo duca di Savoia , eh'' essendo circondato
dalle forze francesi, credevasi comunemente che
egli sarebbesi appreso al loro partito : recò per-
tanto meraviglia a ciascuno il vederlo dichiararsi
per la casa d'Austria, la quale per cattivarselo gli
accordò tulle le prerogative spettanti alle teste
coronate, ed il trattamento regio. Ciò colpi gran-
demente la vanità di Cosimo, vedendo con que-
sto attaccale tutte le sue prerogative, il che portò
delle forti e lunghe discussioni. La casa d''Austria
che temeva con ciò d'alienar&i la benevolenza di
es30 , gli promise ogni sorta di soddisfazione , e
per maggiormente impegnarlo nei suoi interesii,
4€8 AVVENIHENTI STORICI ^/l.1690.
^\i fece proporre il matrimonio di Giovali Gu-
glielmo principe eletlor palatino colla principes-
sa Anna dei Medici. Essendo questi fratello delle
regine di Spagna e di Portogallo, produceva alla
casa Medici delle alleanze del più gran rilievo .
Nonostante che Cosimo avesse più aite mire ,
pure aderì e rimase stabilito questo matrimonio.
Trovò poi il granduca nel suo genero tutta la
soddisfazione, avendo egli prese come sue le con-
troversie della casa Medici (i6).
g. 17. Dopo diversi esami emanò finalmente
la determinazione imperiale sopra il trattamento
regio da accordarsi al granduca, e l'elettor pala-
tino acquistò con essa un dritto per devenire al-
la più sollecita effettuazione degli sponsali. Lo
imperatore con suo diploma dato in Vienna li 5
febbraio, rilevando la sublimità dei meriti della
casa Medici verso la casa d''Austrìa, T impero ed
il ciistianesimo tutto non solo la confermava nel
possesso delle prerogative accordatele dagl' im-
peratori Massimiliano e Ridolfo li, ma concede-
vaie ancora il trattamento regio nella slessa for-
ma eh'' era stato accordato a Vittorio àmedeo .
Ricevè da questo atto un nuovo pascolo la vanità
di Cosimo III, il quale non mancò subito di farsi
attribuire dai sudditi il trattamento di altezza
reale, ma ne ritrasse ancora delle mortificazioni
per ragione delle corti che non riconobbero in
lui questa prerogativa. Alla pubblicazione di ta-
le imperiale concessione successero gli sponsali
delPelettor palatino colla principessa Anna li 2.9
aprile, avendo il prìncipe Ferdinando servito di
'Jn.ii^9i, DEI TEMPI MEDICEI CAP. X. 4^9
procuratore allo sposo . Parli V elettrice sposa
da Firenze li 6 di maggio, accompagnata dal
principe Giovan Gastone , e prima di giungere
alla residenza di ]\eoburgo fu incontrata dallo
sposo.il quale non mancò di dare le più magnifiche
dimostrazioni di giubbilo per tale alleanza. Que-
sta unione fece acquistare al granduca la confi-
denza della casa d'Austria, ma gli attrasse i so-
spetti e l'indignazione della corte di Francia,
la quale non mancò subilo di turbargli la neutra-
lità di Livorno (17).
g. 18. Dai privilegi che nel 1598 erano stati
idal granduca Ferdinando I concessi ai mercanti,
onde dalle Provincie estere fosser venuti a stabilir-
si inLivorno,era nato insensibilmente per tutti un
dritto di franchigia e di sicurezza, che molto con-
tribuiva a richiamare il concorso delle navi ed a
sostenere il commercio del porto. Le guerre che
successivamente aveano disturbato la navigazione
del i\Iedilerraneo,obbligarono i mercanti a collo-
care i loro fondi in un luogo di sicurezza , ed in
conseguenza Livorno, considerato come un asilo
e come un sito opportuno per la distribuzione
delle merci, si era popolato notabilmente di mer-
canti delle vai.'ie nazioni del Ponente e del Set-
tentrione . Alla quiete e sicurezza interna della
città e del porlo conveniva aggiungere la facilità
dell' accesso, e la sicurezza della stazione delle
navi alla spiaggia in tempo di guerra. Dopo le più
forti querele di violata neutralità e di parzialità
diciiiarata per gli spagnuoli,ilredi Francia concepì
della ditlìdenza, per cui il granduca dovette^.f^e
òt» Tose. Tom, 10. 42
AVVENIMENTI STORlOl Jn.^G9\.
delle umillazioDÌ, e la prudenza dei rainistrì fran-
cesi gli aprì la strada per concertare un sistema
che gli assicurasse la quiete, e stabilisse al porto
di Livorno la sicurezza delle navi che vi concor-
revano. Fu insinuato di proporre alle nazioni in
guerra un trattato, che applicando alle circostan-
ze del luogo le regole più essenziali di neutrali-
tà, fosse osservato religiosamente da tutti . Per
mezzo del governatore di Livorno fu proposto ai
consoli delle nazioni francese, spagnuola, inglese
e olandese il trattato , il quale essendo stato ra-
tificato dalla corte di Francia, fu facilmente ac-
cettato dalle altre (i8j.
§. 19. Nulla intanto trascuravasi dalla Francia
per impegnare il granduca nel suo partito^ gli fa
fatto insinuare di accasare in Francia il principe
Giovan Gastone con una figlia bastarda del re, non
senza la lusinga di un decoroso stabilimento, e
di cariche ragguardevoli, e di autorità: ma le an-
gustie della casa Medici T'obbligarono a ricusare
un tal progetto, non potendo fissare a quel prin-
cipe un conveniente appannaggio . Vedendo la
corte imperiale di non potere collegare insieme
i principi italiani contro la Francia , assicurata
della neutralità del papa e dei veneziani, risolvè
di trarre partito dagli altri , forzandoli a contri-
buire, coonestando ciò col titolo dell'alto dominio
dell'impero sopra i feuJi, dei quali davansi le in-
vestiture, e colPaltro di clientela per salvarsi da
una invasione dei francesi . Erano già scese nel
Piemonte le milizie imperiali, e Luigi XIV al
primo rumore delle contribuzioni minacciò al
^/t.1691. DEI TEMPI MEDICEI CAP. X. 49*
granduca uno sbarco della sua flotta, che si alle-
stiva a Tolone, sulle coste della Toscana, se aves-
s'egli somministrato un soccorsQ in denaro mag-
giore della tassa dovuta per giustizia , in conto
dei feudi. Fece pertanto Cosimo delle forti rap-
presentanze all'imperatore, il quale finalmente si
mosse ad ordinare che il granduca fosse tassato
a proporzione dei feudi, il che fecesi in progres-
so nella somma di centotreniila scudi (19).
5. ao. Era già morto nel dì i di febbraio il
pontefice Alessandro Vlir,nè per anco dopo quasi
5 mesi la chiesa aveva il suo capo, allorché final-
mente venne eletto il di la di luglio il cardinale
Antonio Pignatlelli, che prese il nome d'Inno-
cenzo XII. Suo primo pensiero fu di promuover
la pace che mancava in alcuni luoghi d'Europa,
e proporre un congresso, ma gli austriaci rinfor-
zati dai denari delle contribuzioni, ed incoraggiti
da qualche felice successo, rigettarono qualun-
que proposizione per tentare ulteriormente la sor-
te delle armi. Avendo la casa d'Austria preso del
vigore e depressi alquanto i francesi , credette
Cosimo opportuno il momento per adoprare che
il re di Francia acconsentisse a reprimere le stra-
vaganze delia granduchessa. Erasi essa trasferil-j,
senza domandare il consenso del granduca , da
Montmartre al Luxemburgo, e ciò a cagione delle
forti discordie nate tra essa e la nuova badessa
del predetto convento. Sospese perciò Cosimo le
paghe della pensione^ e protestò che non avrebbe
rimesso più denaro finché essa non fosse tornata
in Monlmarlre. Dovett^ella dunque per ordiae^
492. AVVEDIMENTI STORICI jénÀ692.
espresso del re sottomettersi alla volontà del ma-
rito^ ma essendo ormai impossibile il poterla ri-
conciliare colla badessa, e ridurla a viver tran-
quilla a Montmartre, operò il re per mezzo del
padre La-Chaise suo confessore, che Cosimo si
contentasse di proporre un nuovo ritiro per la
medesima. Condescese il granduca a questa mu-
tazione di convento, e per quanto ella bramasse
di ritirarsi in quello di Port-Royal, esso propose
quel di Saint Mande per allontanarla quanto più
fosse possibile da Parigi, Le sembrarono poi tal-
mente gravi le nuove condizioni impostele dal
marito, ch''era essa ostinatissima a non assogget-
tarvisi; ed obbligala finalmente dal re a sottoscri-
versi, disse che segnava Tùlio della propria con-
dannazione. Questa compiacenza di Luigi XIV
pel granduca nelTaffare della granduchessa deri-
vava, non tanto da una certa avversione ispirata-
gli dal padre La-Chaise per la medesima, quanto
dal timore che vedendo aumentarsi in Italia le
forze austriache non Passoggettassero questi in-
tieramente. Considerava egli la Toscana la pro-
vincia più opportuna per insinuarsi in Italia, e
troncare i disegni della casa d'Austria. Tentò di
formare de''principi italiani un corpo di confede-
razione, ma non potè in fine conseguire piena-
mente Pintento, non ostante le premure del con-
te di Rebenac spedito in Italia da lui a tale og-
getto (20).
g.ai. Frattanto la casa d^Austria insisteva pei
soccorsi già stabiliti, e non essendo arrivate in
Italia le truppe francesi , ciascuno dei prin-
:^/t.l693. DEI TEMPI MEDICEI GAP. X. 49^
cipi italiani procurò di comporsi coll'imperatore
e pagare delle somme. Si posero però in Toscana
straordinarie gravezze, le quali unite al fasto del-
la corte e ad una viziosa amministrazione face-
vano disperare i sudditi. Il commercio era quasi
estinto. Tagricoltura languiva oppressa dalle gra-
vezze, e le leggi restrittive delle arti facevano
che in Firenze fosse una immensa quantità di po-
polo, che mancando affatto di sussistenza, o da-
vasi in preda alla disperazione, o era a carico del-
lo stato. Tumultuavano perciò gli artigiani nella
città, ed affollandosi davanti al palazzo de'Pitti
domandavano in aria di disperazione del lavoro
e del pane. Il fasto della corte non riformalo, e i
capricci e le inutili profusioni che colpivano tuf-
togìorno gli occhi del puhblico, lo irritavano mag-
giormente.II granduca per evitare una rivoluzione,
che pareva imminente, dovette assumere sopra
di se la sussistenza degli artigiani, e lo smercio
delle loro manifatture, che fu di poi eseguilo con
obbligare i principali mercanti di Livorno a ri-
ceverle (ai).
g. 22. Le gravezze ed i compensi che prende*
va il governo erano tutti in manifesto svantaggio
de^opoli, per cui si spopolarono le campagne, e
presi dalla disperazione ammutinavansi i popoli, e
formavano alle frontiere delle masnade di facino-
rosi per esercitare la violenza e sussistere rolla for-
za. La scarsità delle raccolte, il dover mettere i
francesi a parte del prodotto della maremma; fi^'
cean nascere la miseria, e da questa ne derivava»-
no i tumulti ed il disordine. Divenuti peiviò fre-
494 AYTE^IMEIfTI STcmici An.^ò^.
queliti i delitti atroci, rinesorabiiità del governo
rendeva ancora frequenti i supplizi, e la nazione
irritata dalFaspelto di tanti mali tornava insen-
sibilmente air antica ferocia. La pertinacia del
granduca nel non variar massime nelPammini-
strazione,e Testensione che perciò guadagnavano
i monopolii, toglievano ogni mezzo alPindustria,
ed impedivano in conseguenza il sollievo degli
infelici. Tali difetti però non sfuggirono alla per-
spicacia e ai talenti del cardinale de"* Medici, it
quale, come governatore dello stato di Siena ,
pensò a ripararli almeno per quella parte, appli-
catosi seriamente all'esame delle vicende della
maremma dal i56ofino a quel tempo, potette ri-
levare facilmente, che la causa principale delk
decadenza di quella infelice provincia, erano te
soverchie limitazioni imposte all'industria di que-
gli abitanti, per farne servire il prodotto ai corno-
<di delio stato di Firenze. La libertà delle tratte ,
piante volle concessa per legge, e di poi revocata
tjcol fatto, rassegnazione dei prezzi fatta ai giani
•tempo per tempo, più secondo le mire e gNnte-
^ressi dei monopolisti che in riguardo delPagri-
Vcoltura, Bnalraente le tasse e la raoltiplicità delFe
leggi contradittorie fra loro, aveano sgomentato
quegli abitanti, e alienatili dalla coltivazione più
di quello che avesse operalo Tinsalubrità del cli-
.ma, e la spopolazione che ad essa unicamente si
rattribuiva^ anziché questa rrconoscevasi per cau-
sa secondaria accresciutasi in progresso, e deri-
vante in gran parte dai primi disordini. Non era
però facile l'estendere queste idee, e convincere
jifn.1693. DEÌ TEMPI MEDICEI CIP. X. 49^
il minrsterodi Firenze della verità, poiché il pnVa-
to interesse in alcuni, e nel pubblico il timore di
restar privo del genere necessario alla sussisten-
za, non davano luogo alla persuasione. Quest'in-
ciampo tolse al cardinale i mezzi di giovare intie-
ramente a quella provincia, ma nondimeno pro-
curando di conciliare gli errori colla verità, con-
segui finalmente dal granduca qualche vantaggio
per la maremma. Fu dunque assicurata in perpe-
cluo ai coltivatori di questa provincia la libera
^estrazione dei due terzi di loro raccolta, con pa-
gare però la solita gabella di tratta, e con dover
ritenere Taltro terzo a disposizione dello slato per
tutto il mese di ottobre. Tutte le grazie e privi-
legi accordati loro dal granduca Ferdinando I ri-
ceverono nuovo vigore, si riassunsero tutte le
franchigie, e se ne stabilirono delle nuove per
quelli che vi concorressero dagli stati esteri, e
furono abolite certe gravezze di poco momen-
to (22).
g. a3. Di queste disavventure era a parte an-
che la famiglia reale, giacché la sterilità della prin-
cipessa Violante teneva in agitazione il granduca
e tutti gli altri principi.Cosimo HI già pensava di
procurare una sposa al secondogenito Giovan Ga-
stone. Si aggiunse ad esso rafllizione per la per-
dita della granduchessa sua madre, ch'egli amava
teneramente. Essa rilrovavasi in Pisa,dove un in-
verno più mite rendeva meno sensibili i suoi tra-
magli, e dove la corte portavasi ogni anno perio-
^dìcaniente per evitare la crudezza delParia della
capitale. Furono decretale al di lei cadavere ma-
496 ATVENIMENTI STORICI w^rt.1694.
gnifiche esequie, ed i suoi cortigiani la compian-
sero sinceramente, ma il pubblico non raoslrò
sentimento veruno di questa perdita, poiché le
attribuivano in gran parte i mali che sconvolsero
la famiglia e lo stato. L''orgogIio, la vanità, il bi-
gottismo e l'intolleranza formavano il di lei ca-
rattere. Alla sua morte passarono nella casa dei
siedici i beni allodiali di quella d^ Urbino, re-
standone erede il cardinal Francesco iVIaria, per
doversene costituire in seguito un appannaggio
per i secondogeniti dei granduchi. Ciò contribuì
a promuover subito Taccasamento del principe
Giovan Gastone, il quale in età di aS anni era do-
tato di rari talenti e di molto spirito, ma trascurato
dal padre, e negletto dallfi nobiltà e dai cortigia-
ni, che sempre rivolgono gli ossequi verso quel-
lo, in cui è per risedere Tautorìlà; mancante di
un appannaggio proporzionato al suo rango, non
ij^ potendo pareggiare col fasto e conia magnificen-
^ za del fratello e del zio, viveva ritirato, occupan-
dosi degli studi, e singolarmente delPantiquaria,
per cui il cardinal Noris già suo precettore gli a-
veva ispirato un gusto particolare. La cultura dei
'fiori e delle piante più rare formava tutto il suo
passatempo, e lo distraeva dalle triste riflessioni
che qualche volta gli risvegliavano il poco amore
del padre e il disprezzo del fratello maggiore.
Amato però teneramente dal cardinale partecipa-
va dei di lui trattenimenti, e conformandosi to-
talmente col di lui genio e carattere, disapprova-
vano ambedue tacitamente la condotta di Cosi-
mo, e compiangevano la calamità dello stato. Ri-
jÌn.i69o. DEI TÈMPI MEDICEI CAP. X. ^97
soluto il granduca di procurare per mezzo di
questo giovine principe la successione allo stato,
comunicò le sue intenzioni airelettrice palatina,
e questa si assunse l'incarico di procurare al fra-
tello una sposa di comune sodisfazione (2,3).
g. 24. Reso partecipe di ciò P elettore pa-
latino, parve che tutte le mire d^ interesse della
casa Medici si riunissero nella principessa Anna
Maria Francesca di Sassonia, vedova del principe
Filippo di Neobnrgo . Questa principessa erede
della casa di Saxe-Lavembourg antico ramo di
quella di Sassonia, possedeva in Boemia una ri-
spettabile quantità di signorìe e di allodiali: era
cognata dell'elettore e della imperatrice, edave-
va una sorella maritata al principe di Baden. Que-
ste illustri allaenze sollecitavano l'ambizione di
Cosimo, ed essendo per lui un grande oggetto sta-*
bilire in Germania un ramo della sua famiglia ,
nulla trascurò di quanto poteva rendergli favo-
revole rimperalore, dandogli delle generose con-*
tribuzioni per la continuazione della guerra. Vo**
lendo però egli sempre seguitar le pratiche di de-*
vozione. intraprese un pellegrinaggio a Loreto*
col principe Gio. Gastone per implorare un buon
successo a questo trattato. Il principe Ferdinando
d'idee continuamente opposte a quelle del padre,'
e disapprovatore ancora di questo trattalo pel
fratello, proflttò dell'assenza di Cosimo per an-
dare a passare il carnevale a Venezia, onde allon-'*
tanarsi da una moglie che non amava, e godere*
delle molte distrazioni che gli offriva quella ciltà^^
4^8 AVVENIMENTI STORICI jénAQOS,
ove gettatosi nel libertinaggio si abbreviò coji es-
so la vita (24)'
g. 25. Avanzavasi intanto il trattato di ma-
trimonio, e l'elettrice palatina aveva ancbe ot-
tenuto il consenso della sposa. Il granduca nulla
trascurava presso T imperatore per ottener non
solo la di lui approvazione per questo raalrirao-
nio, ma anche per procurarsi la sua speciale pro-
tezione per resperimento che disegnava di fare
delle ragioni della principessa sopra il ducato di
Saxe-Lavemboarg. Condotto a buon fine il trat-
tato, e fissate tutte le condizioni, fu determinata
la partenza de] principe Gio. Gastone da Firenze
per fa primavera ventura; tempo in cui doveva
effettuarsi il matrimonio in Dussendorff. Partì di-
fatti il principe nel maggio,e fu incontrato a Fran-
cfort a nome dell'elettore palatino, e giunto a
Dussendorff fu accolto con molta tenerezza da
queirelettore,e con dimostrazioni di giubbilo dal-
la sua sposa. La bella presenza del principe, le di
lui maniere gentili ed il suo spirito eccitarono
Tammirazione di tutti, e Tamore della principessa.
Essa però non corrispose alP espettati va che se
n'aera formata Gio. Gastone: priva affatto di bel-^
lezza e di spirito,e presentandosi con maniere ru-
vide e grossolane non potette incontrare il ge-
nio di lui. Non ostante lusingandosi essodi ritro-
vare almeno in lei una sincera corrispondenza di
affetto,si fece coraggio per procedere all'effettua-f,
zione del matrimonio, che seguì il dì a di luglio
nella corte deirelettore. Seguitarono a star due
Jn.i696, DEI TEMPI MEDICEI CAP. X. 499
mesi aocora in Dussendorff, d^onde poi passaro-
no a Reichstatt in Boemia, residenza ordinaria
della principessa, non molto distante da Praga.
g. a6. Fu di grandissima consolazione al gran-
duca questo matrimonio, ma ciò non sollevava la
Toscana dalle miserie, poiché la carestia dei vi-
veri, le gravezze e la cessazione del commercio
a cagione della guerra facevano languire il po-
polo. S" ebbe però il conlento di sentire sotto-
scritta la pace a Risv^rjck il dì ao di settembre,
per la quale servirono di base i trattati di Ve-
stfalia e di Nimega: il granduca fu ancl^egli nomi-
nalo come amico, tanto della casa d"'A.ustria,quan-
lo di quella de''Borboni.Si prevedeva tuttavia che
non avrebbe durato lungamente le desiala tran-
quillità, a cagione della vicina morte del re di
Spagna senza successione. Non mancarono però a
Cosimoaltri disturbi domestici cagionatigli dalle di-
scordie del principe Gio. Gastone colla sua sposa,
il quale non poteva soffrire le maniere grossolane
di questa, ne vivere in un luogo orrido e deserto,
poiché Reichstatt non era allora che un villaggio
composto di capanne, abitato dai contadini. La
educazione e le maniere del principe erano tropi
pò contrarie al tenore di vita ch'egli dovea con-
durre con una moglie altera, ambiziosa ed ine-
ducata. Vide anch^egli che le vantate ricchezze
erano ben piccola cosa, onde sentiva a pieno il
sacritizio al quale si era sottoposto, e Tumiliazio-
ne in cui era precipitato. Dopo aver egli passato
un inverno in quella solitudine, lormenlalo da
continue amarezze, prese la riscluziune alla pri-
5qo avvenimenti storici >f«.1696.
mavera di procurarsi qualche distrazione con un
.viaggio, senza renderne inteso il padre, dal quale
aveva la proibizione di uscire dalla Boemia. Andò
ad Aquisgrana, e di li a Parigi incognito sotto il
nome di marchese di Siena. Fremeva Cosimo III
nel vedere il tìglio contravvenire alle sue istru-
zioni, e tanto più rincrebbegli questo di lui viag-
gio, quanto che potendosi abboccare esso a Parigi
colla madre, temeva che questa coi suoi cattivi
consigli non lo mantenesse nello spirito d'indi-
pendenza che avea dimostrato: gli fu per ciò inti-
mata dal padre la pronta partenza da Parigi, ed
il ritorno in Boemia. Dovetf egli obbedire, ma
nel ritorno volle passare per la Fiandra e per la
Olanda, e dopo avere traversatala bassa-Germa-
nia si restituì a Reichslatt, dove sebbene fosse
accolto dalla moglie con apparenze d'amore, si
tardò poco a ricadere nelle prime e maggiori di-
scordie.
g. 2,7. Non polendo resistere Gio. Gastone
all'umore bisbetico della moglie, prese un palazzo
in Praga per qui risedere coi suoi fiorentini, por-
tandosi per due soli mesi dell' anno presso la
principessa. Scrisse poi al padre un lungo dettaglio
della vita infelice che conduceva con essa, e del di
lei stravagante umore. Rimase il granduca alquanto
commosso pel figlio dal suo patetico racconto, e
vedendo ormai dileguarsi le speranze della suc-
cessione, pensò di dar moglie al cardinal France-
sco. Questa risoluzione eseguita prontamente a-
vrebbe forse prodotto il desialo fine, ma ne fu
ritardala Tesecuzione dai consigli dell' elettrice,
wrf/l.1699. DEI TEMPI MEDICEI GAP. X. 5oT
la quale sperava sempre che la di lei cognata
boeaia sodisfarebbe alle brame della casa Medici,
g. 28. Queste domestiche inquietudini non di-
stolsero il granduca dal pascolare la sua vanità{a5),
e dalia risoluzione di mettersi in possesso del traf-
tamenlo regio alla corte di Roma, con spedire ad
Innocenzo XII una fastosa ambasciata. La devo-
zione del vicino anno santo lo determinò di por-
tarsi a Roma, per consigliarsi col papa sul sistema
da tenersi in Italia nella crise che minacciava la
mancanza di successione in Ispagna. Sotto nome
di conte di Pitigliano portossi difalti a Roma ^
dove grandi furono gli onori che ricevè dal pou-
tetìce^ e desiderando d^avere l'accesso alle tribune
della basilica di s. Pietro, dove si conservano le
sacre reliquie, per osservare e venerare da vicino
quei preziosi monumenti.il papa per non contrav-
venire alle antiche costituzioni, che non accorda-
vano ivi Taccesso se non ai canonici della stessa
basilica, lo dichiarò canonico. Investilo per tanto
il granduca di questo nuovo carattere sali sulle
tribune della basilica in abito ed apparalo canoni-
cale, edificando il popolo con quelfallo di devo-
zione. Fra i regali che il papa concedere a Cosi-
mo vi fu l'antica sedia (li S.Stefano papa e martire.^
che passò ad arricchire la cattedrale di Pisa (aC).
Partendo ei lasciò in Roma molta opinione di
pietà e di grandezza , perchè molto profuse in
opere pie. Dagli abboccamenti del papa ritras-
se consigli di pace, che sempre più lo confer-
marono nel sistema di neulralilà, e di tenersi
lontano dal prender parlilo nelle imminenti ri-
St. Toic. Tom, 10. 43
5oà AVVENIMENTI STORICI ^«.1/00.
voluzìoni. IVIorì il di 2.7 settembre il papa Inno-
cenzo X.II, ammiralo da tutta TEuropa per le sue
Tirtù: tal morte non poteva accadere in tempo
più periglioso, perchè a misura che consumavasi
iusensibilmente la vita di Carlo II minacciata da
un''idrope, cresceva nelle potenze il fermento per
il desio di quegli stati. Il cardinale dei siedici si
determinò di far cadere l'elezione sul cardinale
Albani, che trovarono renitente a voler accettare
tal dignità, dichiarandosi incapace di reggere il
pontificato in circostanze cosi perigliose. Final-
mente imputatagli dai teologi a peccalo tal reni-
tenza e assicurato delPuniversale grandimento,
dopo quattro notti e tre giorni di costante rifiuto,
si lasciò finalmente piegare, ed accettò il ponti-
ficato col nome di Clemente XI, risolvendosi di
non prender partito alla successione di Spa-
gna ('^.7).
g. 29. Nella terra di Pietrasanta vicina allo
stato lucchese ritrovavansi in ceppi due sicari
sudditi di Lucca, per sospetto di atlenlati com-
messi nel granducato^ per la qual cosa alcuni di
Montignoso, di Casoli e di Camaiore, paesi luc-
chesi, pensarono di liberarli, ed una notte aven-
do scalate le mura di Pietrasanta sforzarono le
carceri, e così li resero liberi. Il granduca si dolse
fortemente coi padri lucchesi di tanta temerità,
e non avendo essi aderito alla domanda ch'ei fa-
cea loro d''aver nelle sue mani i delinquenti, si
inaspri fortemente, e cominciò a trattare con osti-
lità i lucchesi, col farne imprigionare diciolto che
si trovarono in Pescia, e dette ordine alle sue mi-
Jn A10\, DEI TEMPI MEDICEI CAP. X. 5o3
lizie di slare io guardia. Sbigottiti i lucchesi da
queste ostilità implorarono la protezione del pa-
pa, dell'imperatore, del re di Francia e di Spagna,
che tutte offrirono la loro mediazione. Il gran-
duca si scusò con ciascuno, mostrando che un si
piccolo accidente non meritava il pensiero dei
monarchi, e che quel riparo dovutogli a titolo
di giustizia non ammetteva mediazione e com-
pensi ; ma finalmente mandalo dai lucchesi un
ambasciatore a Firenze,fu da Cosimo accolto gen-
tilmente, e dopo avere scarcerati i i8 lucchesi
ritenuti in Pescia , gli disse d' esser sodisfatto
delle ragioni addotte in giusliticazione del suogo*
verno (a8).
g. 3o. Ma forniamo a dire,che il contrasto dei
gabinetti interessati nella successione di Spagna
producevano incitamenti nuovi alla guerra,ed in-
fatti poco tardarono i tedeschi in Italia, per con-
trastare ai galli-spanì il dominio del milanese e
del mantovano. Cosimo Ill,benchè stesse lontano
da qualunque impegno, non lasciava però di dare
delle lusinghe agli unì ed agli altri, di poter esser
guadagnato a suo lempo con qualche offerta. Su-
bito nhe Filippo V fu riconosciuto dagli spagnuo-
li per loro monarca, avea Cosimo presa rinvesti-
tura di Siena e di Porloferraio nelle forme con-
suete, e quelTallo era stato accettato dalla casa
di Borbone come un preludio della inclinazione
di esso per Pìnleresse di lei; ma non per tanto le
corti di Parigi e di Madrid gli negavano sempre
il trattamento regio che gli accordava la corte di
Vienna e quasi lutti i principi di GermaDia, come
5o4 AVVENIMENTI STORICI Jn.i102.
fece l'elettore di Brandemburgo, inalzato che fu
«nlla dignità di re di Prussia. Avrebbe desideralo
il granduca di corrispondere col fatto in contin-
genze così pressanti alia corte di Vienna , ma
prevaleva la considerazione della propria sicurez-
za, e le triste vicende della sua famiglia lo tene-
vano sempre in continui timori (29).
g. 3i. L''allontanameulo del principe Giovan
Gastone dalla moglie, e il di lei umore bisbetico
parevano ormai mali irrimediabili. Lo stato di
violenza in cui trovavasi il prelodato principe gli
cagionò tale perturbazione di mente,che annoiato
della solitudine , infastidito di conversare coi
grandi, cominciò a trattar persone di vii condi-
zione, ed a familiarizzarsi coi loro vizi, abbando-
nandosi al giuoco, alla crapula ed al libertinaggio.
Ciò produsse che la sua salute ne soflfrì, e si cari-
cò di debiti per le enormi perdite al giuoco. Questo
infelice e miserabile stato di Gio. Gastone scosse
in tìne Tanirno del granduca, cui riesci al princi-
pe Ferdinando di disingannare dalle false idee
ispirategli dalla elettrice. Fu però fra loro stabi-
lito di trattare il principe Giovan Gastone con
dolcezza^ e di richiamarlo a Firenze in compagnia
della moglie . Non si omisero per ciò pressanti
preghiere per indurre la principessa a trasferirsi
col marito a Firenze , ma ella ricusò . Lettere
affezionate del granduca , soggetti ragguarde-
voli spediti da Firenze a bella posta ad oggetto
di persuaderla, e la mediazione ancora dell'impe-
ratore e della imperatrice tutto fu inutile. Il prin-
cipe slesso si piegò ad affettare della tenerezza
^/1.1702. DEI TEMPI MEDICEI CAP.X. 5o5
verso di essa, ma le sue premure e dichiarazioni
di amore non erano da lei ricevute che con or-
goglio. Intimorita in fine anche relativamente agli
affari economici dalle minacce delPimperatore, si
portò essa privatamente a Vienna. In questa cir-
costanza allontanala da'suoi consiglieri,che giun-
sero tino a dirle che avrebbe trovala a Firenze la
morte, finalmente indotta dalP imperatore disse
d''acconsentire a questo viaggio: voleva però che
Cosimo sottoscrivesse prima certe condizioni ,
ma r imperatore riconoscendole irragionevoli ed
ingiuriose pel granduca e pel principe , interpo-
se con essa la sua imperiale parola, che tutto a-
vrebbe oltenulo dal granduca, senza eh"* egli si
obbligasse solennemente, purché essa dichiarasse
il tempo di questo viaggio,e Pintraprendesse quan-
to prima. Non rispose ella che con lamenti e con
pianti, e solo promesse di riconciliarsi col marito,
e che sarebbesi determinata a portarsi sollecita-
mente a Firenze a misura delPamore che egli le
dimostrerebbe.
g. 3a. Trovossi pertanto il principe costret-
to e dal padre e dal riguardo dovuto alP impera-
tore a portarsi a Keichstatt a convivere colla
principessa , ma dopo due mesi di dimora con
essa lei , non risquotendo dalla medesima che
disprezzi, e continuando essa nelle solite strava-
ganze, pres'^egli il partito d'andarsene ad Ambur-
go a menar la primiera vita dissipata, non curan-
dosi neppur esso di portarsi a Firenze , dove le
turbolenze della famiglia non gli facea no sperare
di viver tranquillo. Anche la corte imperiale la-
45*
5o6 àVVENlMENTI STORICI w^/2.l705.
sciò d'insistere sopra questo viaggio, perchè co-
minciò a diffidare della casa Medici, parendole di
vedere in essa della parzialità per la corte di
Francia nella guerra di successione alla corona di
Spagna. Infatti in occasione di trasferirsi da Bar-
cellona a Napoli Filippo V, il granduca fu a visi-
tarlo a Livorno, fecegli grandissime dimostrazioni
d'^ossequio, e *1 cardinale dei Medici lo accompa-
gnò sino al Finale, del chp tanto Luigi XIV, quan-
to Filippo V ne attestarono al granduca anche in
seguito il loro gradimento (3o\
g. 33. Nulla però giovarono a Cosimo questi
uffici, poiché venuta nel Mediterraneo una flotta
imponente delTlnghilterra e delTOIanda, e per-
mettendole esso di provvedersi di tutto T occor-
rente a Livorno , fece la Francia dei reclami
contro di lui, che pretendeva di sostenere la sua
neutralità. Avendo presa la casa d** Austria qual-
che preponderanza , risolvette V imperatore di
spedire in Ispagna l'arciduca Carlo suo secondo-
genito, ma prima volle farlo proclamare o Vienna
re della medesima col nome di Carlo III. Ciò pose
in un più grande imbarazzo il granduca che avea
di già riconosciuto Filippo V: tennesi nello slesso
sistema del papa e della repubblica di Venezia ,
astenendosi di riconoscere il nuovo re . Questa
condotta del granduca esacerbò molto la corte di
Vienna verso di lui, e proruppe in forti minacce
contro la Toscana. Procurò il granduca di rad-
dolcire la corte imperiale cogli atti di ossequio,
che commisse al principe Giovan Gastone di fare
a Carlo III nel suo passaggio dalla Boemia per
^«.1704. DEI TEMPI MEDICEI CAP. X. 5oy
rOlanda, ma più di tutto contribuì a sospender
lo sdegno deirimperatore la mediazione deirelet-
tore palatino (3i).
§. 34. Giustificò il palatino la condotta di Co-
simo, e gli riuscì di appagare l'imperatore che gli
restituì tutta la sua confidenza, anche per timore
che si gettasse dal partilo francese. Dette poi lo
imperatore prove della sua riconciliazione col
granduca, facendo nuovi uffici presso la consorte
di Giovan Gastone per muoverla a portarsi a Fi-
renze. L'elettore colle commissioni dell'impera -
tore si portò unitamente a Giovan Gastone a
Reichstalt dalla principessa per indurla al viag-
gio^ essa però mostravasi renitente a determinar-
si, adducendo infiniti dubbi e timori, ma final-
mente dopo molte istanze fattele dalP elettore,
promise che tra due anni sarebbesi portata a Fi-
renze, e ne dette essa stessa parte alPimperatore
e al granduca. Conveniva frattanto di distogliere
il principe dalla vita dissoluta che aveva intra-
presa, e l'elettore si accinse a persuaderlo di an-
dar egli frattanto in Firenze, promettendogli che
il padre si sarebbe accollati tutti i suoi debiti,
e che gli avrebbe dato ogni segno di amorevolez-
za sì esso che il principe Ferdinando. Mostrossi
a ciò disposto Giovan Gastone, ma dovette pri-
ma, nd insinuazione del padre a cui parea troppo
lungo il termine dichiarato dalla principessa, tor-
nare presso di lei per far l'ultimo sforzo sopra il
suo cuore, e vedere d'indurla a seguitarlo nel suo
viaggio. Porlossi pertanto nuovamente presso di
lei, ma tutto fu iriulile, atteso che le sue umilia-
5o8 AVVENIMENTI STORICI ^/t.1706.
zìoni non servivano che ad accrescere V orgoglio
di essa, onde si annoiò ben presto del suo sog-
giorno a Reichstatt e tornossene a Praga da dove
parti alla primavera per l'Italia. Passò poi a
"Vienna, dove fu accolto da quella corte con tutti
i contrassegni di slima e di benevolenza. Dopo
qualche soggiorno in essa città e in altre, arrivò
nel mese di giugno a Firenze, ove fu accollo dal
padre con tenerezza paterna, e con dimostrazio-
ne di aflfelto dal fratello. I propri talenti e le co-
gnizioni acquistate ne'suoi viaggi lo fecero am-
mirare da tutta la famiglia, e ammesso alla con-
fidenza degli affari di essa, fu richiesto de''suoi
consigli, nel tempo appunto che la morte dello
imperatore Leopoldo,facendo variare i sentimenti
della casa d'^à.ustria verso quella de''l>Iedici,poneva
questa in maggiori angustie.
g. 35. Erano variate le circostanze delle po-
tenze belligerantìjpoichè gli alleati della casa d'A.u-
stria aveano saputo prendere la preponderanza
sopra le armi di Luigi XIV. L''arciduca Carlo non
era più re di titolo., ma impadronitosi di Barcel-
lona, della Catalogna, di Valenza e della maggior
parte deirA-ragona, potette costringere Filippo V
ad abbandonar la capitale, ed egli vi fu proclama-
to re. Il duca di Malbourgh alla testa degli Anglo-
Olandesi conquistava rapidamente lo Fiandra per
Carlo III, e tutta la superiorità de''galli-spani ri-
ducevasi soltanto alPItalia; ma il nuovo impera-
tore Giuseppe I, più attivo e risoluto del padre,
confidò al volere del principe Eugenio Tarmata
d'Italia, il quale non solamente liberò il duca di
jin.ilO'). DEI TEMPI MEDICEI CAP. X. 609
Savoia, ch'aera alTorlo della sua rovina, ma in bre-
Te obbligò i francesi ad abbandonare Tltalia. I te-
deschi divenutine gli arbitri vollero imporre delle
forti contribuzioni a''principi italiani, e addossar
loro il peso dei quartieri d''inverno. Fu a tal ef-
fetto nominato commissario imperiale il marche-
se de Prie, e da Firenze fu spedito con tal com-
missione il Pallavicini (B^).
g. 36. La prima domanda di queslo ambascia-
tore fu di Sooooo doppie di contribuzione^ e più
i quartieri d'inverno per tre reggimenti di caval-
leria e tre d** infanterìa. Questa intimazione fu
accompagnata dall'altra di riconoscere Carlo ITI
per re di Spagna, e prender da esso rinvestitura
di Siena, minacciando di valersi delle truppe di
terra e della flotta inglese per astringerlo colla
forza. Era per tutto ciò il granduca nella massima
agitazione, temendo di attirare nelle coste tosca-
ne le forze della gran Brettagna, poiché la regina
Anna era male intenzionata contro di lui per altre
cagioni. S"*interposero a favore del medesimo gli
stati generali delle provincie unite, ed ottennero
che si sospendessero le minacce del governo brit-
tanico, come pure in parte quelle della corte di
Vienna, dalla quale però fu il granduca obbligato
di pagare iSoooo doppie, ma gli riuscì di disimpe-
gnarsi dal gravame dei quartieri d'inverno. Slog-
giati affatto ì francesi dall'Italia, passarono i te-
deschi alla conquista del regno di Napoli, ed il
papa fu costretto a capitolare pel passaggio delle
truppe per lo stato della chiesa (33).
g. 37. Frattanto furono spedite da?(apoIi di»
5 IO AVVENIMENTI STORICI ^4/2. 1707.
verse barche per fare Pimpresa del porto di s.Stefa-
no e della forte piazza d'Orbetello, ma dal vento
contrario furono respinte a Civitavecchia per vari
giorni. Premeva molto al generale Wetzel, spedi-
to dal generale Daun viceré di Napoli, con quelle
soldatesche esser presto avanti a Orbetello, per
sodisfare al popolo che già aveva acclamato per
padrone Timperatore. e con gran desiderio aspet-
tava i tedeschi che lo assicurassero e difendes-
sero dalTinsuIto delle milizie spagnuole, le quali
stando ivi vicine in Port'Ercole, e Porto Lungo-
ne, ne aspettavano delle altre per andar subito
contro quei d''Orbetello. Scrisse Wetzel al cardi-
nale Grimani per la permissione di far passare le
sue genti per quel piccolo tratto di strada che vi
è tra Civitavecchia ed Orbetello, perla via che at-
traversa lo stato di Castro. Appena giunto il Wet-
zel davanti al porto di s. Stefano e d'Orbetello gli
furono spalancale le porte, ed il ao di dicembre
entrò con grande acclamazione degli abitanti.
Anche la fortezza di Port'Ercole avrebbe fatto Io
stesso, se i ministri del re Filippo non avessero
con sollecitudine fatto mutare dal Pinelli vice-
generale delle fortezze di Toscana il presidio
e governatore della suddetta fortezza , il qua-
le avea segrete intelligenze cogli imperiali. II
Wetzel vedendo di non poter resistere colle sue
truppe fassedio a Port** Ercole, lasciato un com-
petente presidio in Orbetello, se ne tornò a Na-
poli (34).
g. 38. Angustiato Cosimo da questi mali co-
muni, non lo era meno per i particolari della fa-
JnA'jOS, DEI TEMPI MEDICEI GAP. X. 6ll
miglia e dello stato. Era già arri?ato il termine
di due anni fissato dalla principessa moglie di
Giovan Gastone per portarsi a Firenze, e già il
principe era ritornato a Reichstatt per prenderla
ed accompagnarla nel viaggio^ ma s'incontrarono
in essa nuovi ostacoli e pretesti per l'esecuzione.
Tutto per tanto si mise in opera per farla risol-
vere e ministri e sacerdoti ed insinuazioni del-
Timperatore, ma in vano. Si provò ancora ad im-
piegare l'autorità del papa, ed egli non mancò
con i consigli ed anche con minacce di stimolar-
la, ma non si potette vincere in nessuna maniera
la sua ostinazione. Agitava ciò grandemente l'a-
nimo di Cosimo III , che vedeva ormai quasi
disperata la successione della famiglia, poiché lo
stato di salute del principe Ferdinando non dava
alcuna lusinga di averla per suo mez2,o. Questa
rillessione non sfuggiva neppure al ministero te-
desco, che voleva già prendere delle misure per
la successione della Toscana. In queste triste
circostanze fu creduto a proposito di richiamare
Giovan Gastone per prendere tutti i provvedi-
menti necessari nella famiglia in contingenze cosi
fatali. Perdute ormai le speranze della successio-
ne, non rimaneva che Punico compenso di ac-
casare il cardinal Francesco Maria, tuttoché la
soverchia sua pinguedine e la salute indebolita
dai molli disordini facessero dubitare, che anche
siffatto tentativo dovesse essere inutile. La repu-
gnanza del cardinale a cambiare stato, e lo spo-
gliarsi delle tante ricchezze che gli rendevano i
benefizi ecclesiastici, lo facevano essere renitente
5 12 AVVENIMENTI STORICI JnAlO^.
ad ammogliarsi: pure risolvette di far questo sa-
criBzio pel beue della famiglia, e tanto il papa
che il re di Francia e di Spagna gli permisero di
rinunziare a^beneficii,con riservarsi dell e pensioni,
ed ottenne ancora che il suo cappello cardinalizio
fosse trasferito in Monsignor Salviati, soggetto
egualmente grato alla casa di Borbone e a quella
de'Medici. La scelta poi della sposa per esso cad-
de sopra la principessa Eleonora figlia di Vincen-
zo Gonzaga duca di Guastalla e Sabbioneta (35).
g. 39. Grande era negli spirili di Toscana
il fermento per la cattiva salute del principe Fer-
dinando, giacché in esso erano rivolte tutte le
speranze dei popoli, per ritrarre qualche sollievo
dalla mala amministrazione del padre. Ciò faceva
nascere il timore di qualche interna rivoluzione,
che, corroborata dalle rigorose risoluzioni della
corte imperiale, avrebbe potuto imporre delle
leggi alla sovranità del granduca. Ragionavasi da
alcuni del ministero tedesco di assicurar la quiete
alla successione del granducato con dei presidii,
e mentre gli austriaci aveano invaso il ferrarese
e Comacchio, e possedevano i porti dello stato di
Siena, era anche naturale il timore che volesse-
ro assicurarsi della Toscana. Si erano intimate da
Vienna nuove contribuzioni, ed era stato neces-
sario cedere alla forza, ed obbligarsi a pagare al-
tre 4^000 doppie, imponendo a tutte le popola-
zioni toscane, per evitarne l'esecuzione militare.
I sudditi erano esausti, il commercio estinto, le
campagne restavano incolte, e per saziare i tede-
schi ed evitare la forza aperta, fu necessario al
jinMCSi. DEI TEMPI MEDICEI CAP.Y. f> » 3
grauduca (r impegnar le sue gioie. La pennri??.
Ja miseria e 1' oppressionw facevano crescere il
malumore., e nnaluflque henché piccola alterazio-
ne, sarebbe stata in tali contingenze fatale allo
stato e alla sovranità della casa Medici (06).
§. 40. Si stabilirono intanto le condizioni di
matrimonio fra '1 cardinal Francesco i>Iaria dei
Medici e la princi[)essa Eleonora tìglia del duca
di Guastalla, e la Toscana tutta ne attend^^vn con
impazienza la conclusione, poiché T esempio di
ciò che accadeva perla successione della Spagna,
sgomentava la nazione toscana, che molto temeva
di trovarsi esposta alle desolazioni e alle stragi nel
raso d'estinguersi la famiglia regnante. In que-
st'anno fra le altre calamità della Toscana fuvvi
nn gelo cosi ignoto al clima dTlàlia. che inaridi
le piante dei frutti, e specialmente degli ulivi che
erano M miglior prodotto della provincia. Coloro
< he abitavano i^étrié case dovelfefò diriiacciare
inclusive le uova, le fruite, il parte, il vino l'ace-
to e le acque stiliate, e per le medesime case e
fuori dapji^Tlutto altro non vedévasi ch<^ neve e
diaccio; a molti convenne loro, per liberarsi in
parte dalla tanta rigidezza di quel tempo, bruciare
pi arnesi di casa, perchè uovi ess<;ndo le strada*
praticabili non vi era chi portasse le^na alla piaz-
za: gli animali salvatici morirono dal freddo a
centinaia (37). Convenne perciò s'oecorrere e<l
incoraggire i popoli oppressi da tante disgrazie e
«la una miseria generale senza eserojjio.
§. /j i. Essendo giunto a ^\ttt\t^ Federigo IV
re di Danimarca, non solo il grandiié^V ^^ **dti
òt. Tose, Tom. 10. 44
5l4 AVrF-NlME!^TJ STOBICI ^w.1709-
i riccìii particolari sforz?)ronsi di dar;:;!! delle fe-
s'e p dei trattenimenti per farselo amico, ed af-
fezionarlo al paese, a cui si credeva potesse esser
vanta^£;iosa la sua assistenza . Dimorò in Fir^^n-
renze 4o giorni, e ne parti dando segni del suo
maggior gradimento: non lasciò tuttavia il pub-
blico di criticare mollo la con<lottadel granduca,
perchè in tempi di tanfa miseria avesse profuso
gran denari in feste in ossequio di quel monarca.
Pure questi malcontenti cessarono alla piibhli-
cazione del fissato matrimonio del cardinale Fran-
cesco Maria , che dopo aver godufa la dignità
cardinalizia per a3 anni la depose* ed avendo fat-
ti eseguire per procura gli sponsali in Guastalla,
andò egli stesso in compagnia di Giovan Gasto-
ne ad incontrar la sposa ai contini , e condottala
.a Firenze fu ricevuta dal granduca e dal principe
Ferdinando con tutti i contrassegni dì amorevo-
lezza . La bellezza e la vivacità della medesima
risvegliò in tutti insieme con l'ammirazione an-
cora le speranze della successione tanto bramata^
ma ben presto svani questa lusinga , poiché essa
costantemente si ricusò al principe Francesco
-Maria , né vi furono persuasioni di padri spiri-
tuali, né promesse e regali del granduca e dello
sposo, e neppure del suo padre che la potessero
far cangiare di pensiero , dicendo essa di aver
troppo timore di acquistare delle malattie con-
vivendo con quel marito. Il granduca estrema-
mente agitato tanto per i mali presenti , quanto
per quei che prevedeva, e perduta ormai la spe-
ranza di avere successione, persu^sp.di aver egli
An. 1710. DEI TEMPI MEDICEI GAP. X. 5lD
il potere di provvedere il granducato di mi suc-
cessore, si applicò totalmente a procurarsi degli
appoggi e dei mezzi per evitare qualunque vio-
lenza (38).
g. 42.. Costretti i granduchi fino a questo tem-
po, attesa la situazione della Toscana, a prender
leggi dalla casa d'Austria o da quella di Francia ,
prevedeva Cosimo III che il gettarsi totalmente
io braccio di una di esse gli avrebbe necessaria-
mente attirato la guerra nel proprio stato. Cono-
sceva che 1' una e T altra premeditavano questo
caso, e ciascuna prendeva delle preventive di-
sposizioni pel proprio interesse. Si opinava co-
munemente che quello , il quale al tempo della
estinzione della famiglia dei siedici, si fosse tro-
vato in possesso dei Fresidii dello stato di Siena^
avrebbe conseguito anche il granducato. Posì>e-
devaiio i tedeschi Orbetello, ma restavano in po-
tere dei galli-spani Lungone e Porl'Ercole; que-
sti proponeva Filippo V di depositarliiu potere dei
granduca tino alla pace, quando i tedeschi aves<-
sero aderito di far Io slesso riguardo ad Orbel elio;
ma la gelosia che essi avevano [)er coi»j>ervailu. e
Pavidità di conquistare gli altri che rimanevano
al re Filippo, dettero facilmente luogo a compreu-*
dere dove tendessero le loro mire. Tutti questi
rielessi sollecitarono Cosimo III a stabilire un
piano di politica, per cui restasse salvata la sua
indipendenza, e la libertà di disporre della suc-
cessione coerentemente alla giustizia e non se-
condo la forza. L''ordine della successione iu To-
5l6 AVVENIMENTI STORICI ^«,1710.
scaua restava deteniiinato dal lodo di Carlo V
pubblicalo in Augusta il dì nS ottobre ibSo.
_ J. 4S. Allorché la repubblica di Fireuze si ar-
lese all'eseicito imperiale ausiliario di Clemente
MI era stato capitolato, che si rimettesse nello
iuiperatore il determinare per Tavvenire la forma
dì governo che più convenisse a quella cadente
repubblica. Decretavasi in detto lodo che Ales-
sandro dei Medici dovesse esser duca e capo di
tutte le magistrature di Firenze, e questa dignità
passasse ereditariamente nei suoi disceudv^uli ,
escluse le femmine, ed in mancanza di essi suc-
cedesse il maschio più prossimo alla casa dei Me-
dici, e cosi in in6nito. In vigore di questa deter-
nn'nazioue, allorché restò ucciso il duca Alessan-
dro, il senato rappresentante 1* antica repubblica
procede alT elezione di Cosimo I . la quale eoa
diploma di'A So setteujbre i557 dato iu ÌVlonzone,
Ju autenticata da Carlo V, come coerente alle di-
chiarazioni dei lodo. Ritraevano da tutto ciò ì
consiglieri di Cosimo III, che all'estinzione della
linea regnante dovesse il senato procedere alla
elezione di un suiicessore neifagnaio più prosai-
anno della casa Medici, se pure le altre linee si
potessero considerare nel lodo comprese, ovvero,
reputando come consuete le disposizioni di Car-
lo Y, ritornare nella prìstina sua liberiane riassu-
messe l'antica costituzione della repubblica. Si
prese pertanto in esame questo punto dì giusti-
zia, e consideraiido che Clemente VII e Carla
\ non aveano operato con altro tìne che di resti-
1^/1.1710. DEI TEMPI MEDICEI CIP. X. Sl^
tuire la casa Medici al posspssodel primato nella
repubblica, così non potevano avere in conside-
razione se non quelle linee che discendevano da
Giovanni di Bicci primo fondatore della grandez-
za della famiglia. Alla totale estinzione di queste,
venendo a cessare intieramente le disposizioni
del lodo, non cadeva più verun dubbio che la re-
pubblica dì Firenze rientrasse nei suoi primitivi
dritti di libertà, e che Pultimo regnante mediceo
non potesse in coscenza e in onore intraprende-
re delle disposizioni in contrario. Stabilite queste
massime come le più coerenti alla giustizi-!, e le
più confaceuti alla prosperità dei popoli ed alla
gloria della casa I>Ie«lici, si passò a determinare i
mezzi per assicurarne Teffettuazione (39).
5. 44- 1^3 buona intelligenza che passava tra
Cosimo III e la repubblica d'Olanda, gli fece cre-
dere che potesse questa essere il mezzo più op-
portuno per persuadere le altre potenze a conv*?-»
nire in qu<^sta risoluzione, per garantire la liber-
tà toscana. A. quesfeffetto, sebbene con simula-
ta commissione, fu spedilo in Olanda il marchese
Carlo Rinuccini, il quale dovette intanto scorrere
le corti germaniche per impegnare i principi del-
l'impero ad ottenere dalla casa d"'Austria, che l:i
Toscana non fosse oppressa con sì esorbitanti
contribuzioni, e che si compensassero le già pa-
gate, con rilasciare al granduca i porli dello stalo
di Siena al trattalo di paco. Passato dipoi iltpr^-
lodito Rinuccini alTHaia, comunicò al gran pen-
«ionario il piano stabilito per la successione del
granducato, ch'egli molto approvò, e loiiòi.i %$-
4'.'
5l8 AVVEDIMENTI STORICI ^/t.1 710.
via risoluzione di prevenire in tempo le difficoltà
che doveano incontrarsi, e si accinse a preparar-
ne le opportune disposizioni . Considerò che il
domìnio di Firenze come libero ed indipendente
non esigeva particolari riguardi, e che qualun-
que atto solenne che si fosse fatto per rendergli
la libertà, sarebbe slato garantito dagli stati con
tutto rimpegno: ma non cosi poteva farsi dello
stalo di Siena e di que'^feudi de'quali la casa Me-
-dici prendeva l'investitura, poiché per rapporto
ai medesimi erano da considerarsi i dritti dei pa-
renti più prossimi del granduca, e Tinevitabile ne-
cessità del consenso imperiale per il loro passag-
gio. Per mezzo del ministrodTnghilterra in Olanda
fu partecipato il piano stabilito alla regina Anna,
che lo trovò non solo bene e generosamente im-
maginato, ma eziandio molto favorevole agl'inte-
ressi delle potenze marittime. Convennero per
tanto di sostenere con tutto il vigore cosi bella
risoluzione, perchè oltre al vantaggio che pensa-
vano di poter ritrarre dalTalIeanza con una te-
pubblica libera, avevano in mira ancora d''opporsi
allo smisurato ingrandimento della casa d- Au-
stria (4o).
§. 45. Poco però lusingar si potevano del buon
esito di un tal piano, poiché la casa d'Austria non
solo continuava colla forza ad esìgere delle enor-
mi contribuzioni, ed a porre i quartieri d'inverno
in Italia , come in paese già conquistato, ma an-
cora con scritti sparsi a bella posta andava pub-
blicando che tutta V Italia era feudo imperia-
le. Non era neppur facile V indurre la Francia
AnAlW. DEI TEMPI MEDICEI GAP. X. StQ
ad aderÌL'e a questo piano di Cosimo , poiché
le mire di Luigi XIY tendevano a far succedere
alla casa Medici il duca di Berrì suo nipote. In-
tanto sempre più mancavano al granduca le spe-
ranze di propagare la sua famiglia, sì perla morte
del principe Francesco Maria, accaduta il dì tre
di febbraio per idropisia, come ancora per i fre-
quenti accidenti che soffriva il principe Ferdinan-
do, e per la p(»ca salute di Giovan Gastone. Tali
circostanze impegnando i ministri delle potenze
raarittime ad assicurare preventivamente il de-
stino della Toscana, detter luogo al conte Zin-
zendorff, ambasciatore imperiale in 01auda,di sco-
prire il piano di Cosimo riguardo alla Toscana.
Egli non disapprovava che si rendesse a Firenze
la libertà, ma non poteva consentire che la nuova
repubblica fosse investita dello stato di Siena e
deTeudi imperiali. Nondimeno la condiscendenza,
quanto alla libertà di Firenze, lusingava in parte
di poter conseguire anche i feudi con qualche
trattalo, allorché un impensato accidente soprag-
giunse a turbare tutti i disegni dei collegati, ed
apportò nel sistema politico dell'Europa una to-
tal variazione. Ciò fu la morte per cagione di
vainolo dell'imperatore Giuseppe, accaduta il 17
d''aprile, senza lasciar prole maschile. Residuan-
dosi la successione della casa d'A.ustria nel re
Carlo III. fu forza ch''egli abbandonasse la Cata-
logna, e che Filippo V restasse al possesso della
Spagna senza competitore. Questo infausto av-
venimento apri la strada a far cessare una guerra
delle più sanguinose, e fu IVpooa di un nuovo
SaO AVVENIMENTI STORICI Ail^jW,
sistema politico in Europa. Essendo Tariate tutte
le circostanze . anche Cosimo III cambiò le sue
idee, affacciandosi al di lui spirito le difficoltà
che incontrar dovea il suo piano di libertà, giac-
ché escludendosi lo stato di Siena ed i feudi dei-
la Lunigiana, sarebbesi formata una repubblica
debole e vacillante^ ed esposta ad esser preda del
più forte (40'
g. 46. Era già da molto tempo che relellrice
palatina si era resa Parbitra del cuore del padre,
e voleva esserlo anche in questo affare; non o-
stante ch''ella fosse maggiore di età del principe
Gio. Gastone, pure lusingavasi di sopravvivere a
tutti della f;jmiglia,e potere in conseguenza dispor-
re non solo della sovranità, ma anche degli al-
lodiali. Fu spedito il Rinuccini a Francfort. ove
dovea tenersi il congresso per la elezione dello
imperatore, per esporre al collegio elettorale i
reclami del granduca per le esorbitanti contribu-
zioni dovutesi pagare^ e per far riconoscere la
libertà del granduca, onde poter egli provvede-
re liberamente alla successione de' suoi stati.
Molte furono le obiezioni fatte dai ministri della
casa d'Austria a queste rappreseutanze, e final-
mente fu deciso, per non ritardarne reiezione, e
perchè non sembrasse che il collegio elettorale
si arrogasse Tautorità di astringere l'imperatore,
di rimettersi alla di lui giustizia ed equità, mo-
strandogli tutta la confidenza. ì>Ia nel tempo che
%\ concepivano le migliori speranze, fu intimato
da'tedeschi il passaggio di loooo uomini pel gran-
ducato, per intraprendere l'assedio di Port^Ercole
^«.1711. DEI TEMPI MEDICEI CAP. X. 5ai
e di Lungone, tenuti lutTora dai galli-spani: si
vide bene che queste truppe avrebbero svernalo
nello stato di Siena, come difatti avvenne, es-
sendovi entrate alla metà di novembre. Si seppe
di poi che l'oggetto principale di questa spedizio-
ne non era quello delPassedio de'porti, ma d''in-
▼igilare sopra gli andamenti del granduca, essen-
dosi sospettato in Vienna un trattato tra la Fran-
cia ed il medesimo granduca,per cuisi chiamasse
alla successione della Toscana il duca di Berrì. A
Francfort l'eletlor palatino procurò di giusliticartì
la condotta del granducale di mostrar falso il sup-
posto trattato col re di Francia^ implorò un regola-
mento più giusto per le contribuzi()UÌ,il richiamo
delle truppe tedesche dalla Toscana,e domandò la
investitura dei feudi imperiali per l'elettrice nel
caso che essa sopravvivesse airultimo maschio.
Si discussero dal miuistero imperiale queste istaa«
ztr, e si stabilì essere insussistente il preteso ag-
gravio delle contribuziimi. peichè «'onsiderandosi
feu'lo imperiale anche il dominio di Firenze, ne
derivava clif? la tassazione era giusta e corrisfjouf
deuiealle leggi e consuetudini dell'impero. Si ri*
conobbe che le truppe spedite in Toscana non era
giusto che fossero a carico di Cosimo e di quello
stato, e perciò doversi indennizzare o trattare eoa
esso di una compensazione: quanto poi alla do*
manda della investitura per l'elettrice, portaudo
essa implicita la s>'parazione de'leudi dal dominio
di Firenze, e in const^guenza una dichiarazio le di
lìbeitae indipendeuza pel medesimo, fu rilevato
esser nece»i>uiia ^ la^ mag^of _ o%^l(;U^^i, av.^ diir
5aa AVVENIMENTI STORICI ^n.1yl2,
"Venire ad un alto decisivo e pregiudicevole ai di-
ritti imperiali. Nondimeno il consiglio opinò, che
l'andare di concerto col granduca, e dargli qual-
che soddisfazione che lo acquietasse, avrebbe po-
tuto facilmente indurlo a dichiarare 1' impera-
tore anco erede degli allodiali (42).
p. 47. Stabiliti questi principii il conte di Zin-
zendorff fece noto aireletlrice, che Timperatore
l''assicurava di tutta la sua compiacenza per lei e
pel granduca suo padre, ma le rimostrò che il no-
minare essa soltanto alla successione di Toscana
senza la determinazione d^in successore per dopo
di essa, sarebbe stato un alto imperfetto e di e-
vento dubbioso; essere perciò di migliore interes-
se per lei e per la Toscana, che Timperatore fosse*
dichiarato erede e successore della casa siedici
per dopo la totale estinzione di quella famiglia,
ed esser queslo l'unico mezzo per cui essa potes-
se conseguire tutte le investiture che domandava.
Da questi proggetti si schermì lelettrice con di-
mosti are, che vivendo ancora due principi suoi
fratelli, nei quali dovea passare per ragione la
soviaiiila, sarebbe troppo immatura la dichiara-
zione che facesse il granduca di un erede e di uu
successore. Carlo VI frattanto diminuì in parte le
contribuzioni domandate al granduca, e Timputò
in queste le spese fatte pel mantenimento delle
truppe cesaree nel tiorentìno. Proseguivano in-
tanto le truppe tedesche ad alloggiare in Toscana,
e fespugnazione di Port'Ercole si differiva con
vari pretesti . Senz' esser liberato dal giogo di
queste truppe e dal presidio di quei porti, crede-;
jlnMiZ. DEI TEMPI MEDICEI CAP. T. BiZ
va il granduca di non potere devenire ad una li-
bera dichiarazione del successore. Le promesse
della regina Anna d'Inghilterra edeglj Stati gene-
rali di tutta la loro assistenza lo lusingavano, che
al trattato di pace sarebbe rimasto sciolto da
questo freno, e perciò tutte le sue premure si
rivoU^ro unicamente a rimanere nella piena liber-
ta di disporre, e a trattare al congresso di Utre-
cht Taf^quisto de* porti dello slato di Siena.
5. 48. Non fu però in quel congresso dei pìe-
nijjotenziari attesa la domanda d^lla compensazio-
ne su i detti porti di Siena, ed il possesso di essi
fu destinato stabilmente alPimperatore. J crediti
della casa siedici colla corona di Spagna e colla
cnsa dAustria furono considerati come interessi
privali da non parlarne nel congresso. Colla me-
diazione delPIni^hilterra fu stabilito, che si assicu-
rasse alla Spagna l'alto dominio di Siena, ma che
si dichiarasse però, che quello stato dovesse esser
per sempre riunito con quello di Firenze: fu poi
creduto di por ciò in un articolo segreto, finché
Carlo VI non si fosse pacificato colle potenze Bor-
boniche, per non compromettere il granduca col
medesimo Carlo. L''lnghilterra e la Spagna nelPas-
sistere il granduca si lusingarono di potere ancora
influire nel farlo determiiìare per la dichiarazione
rie! successore. Era il granduca estremalmente con-
tento, vedendo che nessuna delle potenze bellige-
ranti attendeva s<topertamente alla sua lib**rtà di
dis[»orre del successivo governo. Venne però que-
sta sua contentezza aniareg;jiata dalla morte del
,..inci,,e FerdÌp4a'!?,./5ip,I!rim^g^nitoJo ^^
^2^ AVVENIMENTI STORICI ^/z.l'/l!?.
anni 5o. che seguì il 3o d'ottobre. Le sne qualità
Joavevano reso amabile a tutti i ceti di perso-
nf*. e ciascwio diceva aver egli erecJitato il Erenìó
dì Ferdinando II. Si credette che il granduca non
fosse molto afflitto per una tal perdita, poiché tra
i suoi tigli non amava con distinzione che Pelet-
trice.
5. 49« Passò per tale avvenimento il diritto di
surcessione nel principe Giovan Gastone, in età
«Mora di anni quarantadue. Egli aveva un carat-
tere affatto dissimile dal fratello, poiché quanto
in quello domin:^va il desiderio di governare, al-
trettanto questi nVra alieno, e viveva per lo piò
alla campagna colla sola compagnia del suo basso
servizio. Vedendo il granduca tolto di mezzo ogni
ostacolo per agire con libertà, deliberò di venire
senza ritardo alla dichiarazione di far succedere
Jelettrice alTultimo maschio della sua casa. Pen-
sò che competesse il far questa elezione al sena-
to fiorentino, com'erasi praticato nel iS^y quan-
do procede ad eleggere Cosimo I. non essendo
Testati figli legittimi del duca Alessandro. Convo-
cato pertanto il senato il dì 27 di novembre, par-
teripò il granduca ad esso Tatto della dichiara-
zione, acciò restasse unanimemente approvato e
soscritto^ il che fu fatto.Dopo ciò si pubblicarono
gli atti concernenti la vocazione della elelfrice
alla successione, e si fecero pubbliche dimostra-
zioni di gioia, ed il senato andò in gran pompa a
ringraziare il granduca di un cosi saggio provve-
dimento. Fu spedito tanto da esso granduca. quan-
to dal senato l'avviso alla elettrice, e ne fu fatta
'-\
Jn.Mii. DEI TEMPI MEDICEI GAP. X. 5a5
la partecipazione a tutte le corti, ma per notifi-
carlo alPiniperatore si credè che relettore pala-
lino fosse il mezzo più efficace ed opportuno per
scansare una subitanea ed aperta coniradizione.
g. 5o. Grandissima sorpresa non solo, ma mol-
ti sospetti cagionò tal notizia nel ministero di
Vienna, e nello stesso Carlo VI. Trovavasi dispo-
tica ed illegale questa maniera di procedere di
Cosimo e del senato fiorentino, essendo che atr;
laccava direttamente i dritti che V imperatore
credeva d'avere sopra P'irenze ed il suo dominio.
Si accusò di mala fede Cosimo III , dicendosi
che sotto il pretesto del paterno affetto per la
figlia, avea egli intenzione, e forse di già esservi
qualche pratica segreta, di condurre a regnare iu
Toscana un principe della casa di Borbone. Tali
lagnanze furono comunicate alPelettore palatino,
acciò per suo mezzo pervenissero al granduca;
Restò attonito Cosimo a cosi risolute oppovizio-
ni dell imperatore, tanto più che si sa|>eva che
per sua commissione si facevano le più minultt
ricerche in lutti gli archivi per trovare ragioni da
appoggiare la feudalità di Firenze fin dai tempi
di Cario Ma^'uo. A.fiidato per tanto il granduca al-
1 assistenza promessagli dalle potenze maritline,ri-
solvette d'^impugnate con franchezza la feudalità
di Firenze, e perciò replicò all'elettore palatino
che egli credeva d'avere osservate le costituzioni
delPimpero, poiché peri feudi indubitati aveva a
Francfort chieste le investiture in favore della
elettrice, e l'imperatore le avca promesse, mi
che non giudicava d'essere in dovere di parteci-
pi. Tose. Tom» 10. i^
5ft6 AVVENIMENTI STORICI ^/i.1714.
pare a sua Maestà le proprie intenzioni sopra lo
slato di Firenze, per esser questo libero e indi-
pendente da qualunque potenza, e questa indi-
pendenza ad esso confidata dai toscani non do«
versi sacrificare con loro grave pregiudizio . Il
granduca favorito dal re Luigi sperava che nel
trattato di pace Fatto ad Utrecht fra esso e Tln-
ghiiterra sì stabilisse almeno la demolizione dei
porti dello slato di Siena, e che Lungone si con-
tinuasse a ritenere dagli spagnuoli (43).
§. 5i. Opinandosi in Francia chela successio-
ne della Toscana dovesse ricadere in uno della
famiglia borbonica. Luigi XIV ordinò al generale
Albergotti^che portavasi in Italia , di fare col gran-
duca le sue condoglianze per la morte del princi-
pe Ferdinando, e lodare la risoluzione sua e del
senato di chiamare la elettrice alla successione:
Tincaricò ancora di fargli sentire che sarebbe sta-
lo della prudenza di lui, e di utilità ai suoi sud-
diti il dichiarare con sollecitudine un successore,
il quale assistito da forze superiori sostener po-
tesse la gloria della casa Medici, la quiete e le
prerogative del granducato, Mostrossi Cosimo IH
molto riconoscente alle premure di sua Maestà,
ma fece altresì comprendere che senza una pace
stabile fra Timperatore e Filippo V, non si pote-
vano fissare i punti essenziali per dirigere una
tale deliberazione. Bensì vedeva che il suggeri-
mento del re di Francia tendeva ad insinuare al
granduca di dichiararsi per la casa di Parma, men-
tre 5i teneva per indubitato in Francia che tutti i
diritti della successione nel granducato si riunis-
S/«.1714. DEI TEMPI MEDICEI e A P. X. 5^7
sero nella principessa ElisabeHa Farnese. Nel
tempo che si trattavano diversi matrimoni per
questa principessa, si pubblicò inaspettatamente
l^accasamento di essa col re Filippo V restato di
già vedovo. Quesf avvenimento sconcertò non
poco i disegui della corte imperiale sulla To-
scana, e sì esso, che le difficoltà dalla medesima
corte incontrate per acquistare documenti, le fe-
cero sospendere le controversie sopra il detto
stato^ e questa sospensione sarebbe stata di giova-
niento,se non si fosse ragionevolmente temuio che
avrebbe avuto corta durata; per lo che applicossi il
granduca a procacciarsi delle nuove alleanze. La
neutralità dltalia stabilita in Utreckt rimaneva
nel suo vigore, e sebbene i porti di Siena restas-
sero addetti all'imperatore, nondimeno mentre la
Spagna riteneva Lungone, non era tolto intiera-
mente a quella corona Taccesso airitalia: era tut-
tavìa incerto a chi appartenesse Tallo dominio
del feudo di Siena,e questa dubbiezza,facendo te-
mere di nuovi imbarazzi, teneva il granduca in
molta perplessità. Nondimeno il silenzio di tanti
trattati e i molli riguardi della corte di Vienna
nelPimpegnare la libertà di Firenze, Io incorag-
givano a sostenere con tutto il vigore la sua in-
dipendenza (44)*
g. 52. Era già morta la regina Anna dMnghil-
terra, ed erale succeduto pacilicamente Giorgio I
della casa di Annover. Credette pertanto a pro-
posilo il granduca di spedire in questa occasione
il Rinuccìni a Londra per complimentare il nuo-
vo re , e nello stesso tempo procurare eh** egli
.^2S AVVENIMENTI STOBIOI ^AI.1715,
assumesse grimpegni in suo favore già presi dalla
regina Anna. Mostrossi favorevole Giorgio a que-
sfe istanze anche col consìglio del suo primo mi-
nistro lord Thownshand , il quale 'rovavasì mi-
nistro alPHaia, quando si promosse il piano della
successione per Pelettrice. Vu anche fallo riflettere
dal Rinuccini di quanto interesse fosse per Tln-
f,'hil terra, che la Toscana si riconoscesse libera, e
non sotlo il giogo d'altre potenze , a cagione del
grandioso commercio che gì* inglesi faceano nel
porto di Livorno. Furono gustate a Londra le ra-
gioni e premure del granduca, e gli fu promessa
tutta r assistenza ed appoggio: e tutto che ciò
fosse per via privata, pure di grandissima soddi-
sfazione riuscì al granduca» onde sempre più con-
firmossi nella massima di difendere Tindipenden-
za della Toscana contro qualunque attacco, che
dagl'imperiali gli venisse minacciato. Non si la-
sci.ìva però dalla corte di Vienna d** insistere e
cercare ragioni, per le quali venisse comprova ta
la suggezione della Toscana. I suggerimenti del*
r elettore palatino al granduca di diportarsi coli
l'imperatore con più dolcezza , atteso che questi
poteva fare qualche colpo ardito sulla Tosca^
na, e che le potenze marittime avrebbero ben
facilmente sacrificata 1" Italia , non ostante le
promesse fatte , fecero sì che i consiglieri del
granduca cangiassero un poco di sentimenti. Fu
pertanto opinato . che si dovessero aprire dei
trattati in Vienna sotto gli auspicii del conte
Stella, ministro favorito di Carlo VI, e che cerca-
va di combiuai"e linteiesse e la dignità dell'uno
'jin.iliB. DEI TEMPI MEDICEI CAP. X. 5^9
e dell'altro principe. Si riconobbe adunque che in
tre famiglie poteva ragionevolmente cadere la
scelta del successore alla Toscana, ed erano que-
ste la casa di Lorena , la casa di Modena e quella
di Parma. Prima però di devenire ad alcun trat-
tato esigeva il granduca come preliminari di esso
questi tre punti: V indipendenza del dominio di
Firenze, Tinlegrità degli stati componenti la so-
vranità di Toscana, e la validità delPalto del se-
nato (45).
g. 53. Frattanto i lucchesi, per sola provvi-
denza sanitaria di un morbo contagioso di bestia-
me, avevano fatto chiudere una strada sul >Ion-
tignoso, per la qual cosa increbbe molto al duca
di Massa, perchè quella via gli giovava più d"'ogni
altra per portarsi a Pisa. INon se ne lagnò per al-
tro apertamente , ma permise che i suoi sudditi
insultassero e danneggiassero i confinanti luc-
chesi. La repubblica di Lucca stimò savia cosa di
mandare delle milizie a Montignoso, per opporsi
in caso a qualche irruzione che il duca tentato
avesse di fare per aprire la chiusa strada ^ ma
quelle milizie mal disciplinale , in vece di slare
sulle difese, procedettero alle offese., ed entrati sul
territorio di Massa vi fecero guasti e prede assai:
risentitisi i messesi rendettero la pariglia. Istrui-
to il senato di Lucca di tal cosa, per impedire ogni
ulteriore aggressione, fere chiudere in una pri-
gione il capo delle bande, restituire la fatta pre-
da, e passare ufficio di dispiacere al duca di Massa.
Le ire si calmarono , ma i lucchesi per i danni
commessi dovettero sborsare 3ooo scudi in ("orza
45^
530 AVVE^tMENTl STOHTCI JfnMi^,
della sentenza proferita da Rinaldo d** Este duca
di Modena, cui le parli avevano rimessa la que-
stione: sentenza approvala poi dalf imperatore
stesso Carlo VI (46).
g. 54* Dopo avere il granduca fatte delle pro-
posizioni al conte Stella ministro dì Carlo VI
imperatore , riguardanti la successione al gran-
ducato, fu spedito a Vienna il marchese Ferdi-
nando Bartolommei colle dovute istruzioni , e fu
incaricalo di Iratfare unicamente e con ogni se-
gretezza col conte Stella . Di buona voglia fu-
rono a Vienna accettate le disposizioni di Cosi-
mo*, si promisero segnalati favori alla Toscana, e
con calore insistevasi presso il Bartolommei, ac-
ciò senza dilazione il granduca nominasse subito
il successore, onde venire ad un concordato tra
rimperatore ed esso granduca. Credeva Cosimo
che la dolcezza colla quale trattavano ora i mi-
nistri imperiali, sostituita alla durezza (ino a quel
tempo manifestata, provenisse da ragioni politiche
e non sincere* per ciò faceva che il suo ministro
cercasse di prolungare, e fosse circospetto a non
impegnarsi, onde potere in ogni caso ritirarsi li-
beramente da questa pratica, qualora lo credesse
di suo utile . Le lagnanze però che il ministro
deir imperatore faceva di questa maniera poco
leale di agire , fecero risolvere i consiglieri del
granduca a prendere la determinazione di dichia-
rare il successore. Si esaminarono perciò i dritti
e le qualità che aveano le tre case di Lorena, di
Modena e di Parma, e fu stabilito che Pelezion<"
della casa di Modena fosse la più conforme agli
AnAliQ, DEI TEMPI MEDICEI CA*?. X. 5^11
interessi politici della Toscana. Si manifestarono
però, prima di notificarle a Vienna, segretamente
alla casa di ìlodena quesle intenzioni di Cosimo,
che furono accoll e col maggior giubbilo. Si stabili-
rono perciò tra 'I duca di Modena ed il granduca
delle convenzioni, le <|U3li portavano in sostanza,
che gli stati ereditari della casa d''Este dovessero
per sempre riunirsi al dominio fiorentino , peir
formare con esso un sol corpo sollo un solo so-
vrano, il quale dovesse costantemente risedere a
Firenze; che l'integrità degli stati componenti il
granducato fosse sostenuta unanimemente dalle
due case^doversi concordem^^nte e contro qualsi-
voglia oppositore difendere la libertà ed indipen-
denza del dominio fiorentino; dovere il nuovo
successore obbligarsi di non alterare Fattuale co-
stituzione di governo del granducato, preservare
al senato le sue prerogative , ed alle città i pri-
vilegi e grazie concesse dalla repubblica e dai
granduchi*, dover essere a carico del successore i
debiti pubblici creati fino al suo ingresso nel go-
Terno; Pordine della successione doversi fissare
per un atto solenne, con dichiararla di primoge-
nito in primogenito, escluse sempre le femmine
ed i loro discendènti, né dovere aver luogo que-
sto diritto nella casa d''Este, se non dopo Testin-
zione della famiglia regnante , e dopo la morte
deir elettrice.
g. 55. Assicurati questi articoli principali con
In casa di Modena, il granduca partecipò ali* im-
peratore la nomina del successore, che fu da lui
ricevuta con (ulti i segni di gradimeuio e di ap*-
B5a AVVE??1MENTI STORICI Jn,M\6*
provazione: prese però egli tempo a risolvere ad
oggetto di fare col ministero le dovute considera-
zioni. Era pieno di gioia il granduca, parendogli
ben diretto questo negoziato, e credendolo coe-
rente agl'interessi della casa d^ Austria . A. pie-
no compimento dei suoi desideri, non mancava
che il vedere presso di sé Pelettrice sua figlia ri-
masta vedova tanto da lui amata . T^on essendo
ella molto contenta del suo cognato nuovo elet-
tore,risolvette di ritornare in Toscana, dove arri-
vò alia (ine d''oltobre': indicibile fu il piacere del
granduca, e la dimostrazione di gioia del popolo.
La presenza di lei in Toscana venendo ad alterare
le convenienze della principessa Violante, pensò
il granduca di dare a questa il governo di Siena,
onde con giusto pretesto si allontanasse dalla
corte e cedesse con dignità il luogo all'elettrice.
§. 56. Scorreva di già il terzo mese, e nessuna
decisione appariva dalla parte dell'imperatore^ ma
il Bartolommei con forti sollecitazioni obbligando
lo Stella ad una qualche risposta, fu finalmente a
questo riferito, che l'imperatore dopo avere fatta
matura riflessione sul progetto esibito a favore
della casa di Modena , non solo lo trovava van-
taggioso ai propri interessi, ma gradiva assai la
attenzione del granduca di aver rivolte le sue
mire verso una famiglia la più devota e la più
congiunta con la casa d'Austria: doversi pertanto
devenire ad un concordato tra sua Maestà , la
casa de'Medici e quella di Modena^ essere suo de-
siderio , che i trattati si facessero colla massima
segretezza in Vienna, e che si desse luogo anco
>^/l.17l6. DEI TEMPI MEDICEI Cip. X. 535
al ministro del duca di Modena per trattarvi gli
interessi del suo sovrano. L'intervento di questo
ministro non piacque al granduca^ e perché il
trattato doveva esser segreto, e perchè già quel
duca sì era afifatto rimesso nella di lui volontà «
direzione. Temevasi in Firenze di qualche segre-
to trattato deir imperatore col duca per la oes-^
sione di una parte di quelli stati , che già si vo-
levano incorporare al dominio di Firenze in tutta
la loro integrità . Fu perciò creduto espediente
di temporeggiare anche per vedere la piega che
prenderebbero i grandi affari d"* Europa, i quali
non poco avrebbero influito sull'Italia (47).
g. 57. Il cardinale Alberoni. allora ministro di
Spagn:i, impo.ss;*ssossi ali improvviso della Sarde-
gna,per potere così ess r più in grado di far valere
le ragioni della regina di Spagna alla successione
della To«Jcana. Tal novità siccome sparse l'allarme
per tutta PEuropa di una nuova guerra, così im-
pegnò le potenze garanti del trattalo di Utreckt a
porre in opera ogni premura per prevenirne le
conseguenze. Fu però messo lutto in opera dalla
triplice alleanza composta dell'Inghilterra, della
Francia e deir01anda,per impedire questo nuo-
vo seme di discordia, e si pose tutta Papplicazione
a formare un piino per la pacificazione generale.
Il reggente di Francia fu quegli , che valendosi
del genio intrigante delPabale Du-Buis, formò il
tanto decantalo piano aulenliralo dal trattato
c|ella quadruplice alleanza, che fu però tenuto se-
greto al granduca, il quale vi aveva il maggiore iiw
teresse. Si assegnava in questo alPimperatore U
^34 A VVEWIMEÌVTI STORICI "Jn.iHB,
Sicilia, per dover rinunziare al daca di Savoia la
Sardegna: si fissava la successione della Toscana a
favore deirinfante don Carlo primogenito della
regina di Spagna , coslituendo però la Toscana
feudo imperiale mascolino, ed obbligando Pim-
peratore a darne le investiture eventuali: lutto il
riguardo che si ebbe pel granduca, e per il princi-
pe Giovan Gastone fu il non turbare la loro so-
vranità durante la loro vita. Può ben credersi di
qual rammarico fosse al granduca il vedere in un
momento tutto cangialo: non lasciò egli di pro-
muovere le sue lagnanze a Londra, dove inviò il
marchese Neri Corsini, come pure a Vienna, do-
ve ancora si tratteneva il Barlolommei. Tulli det-
ter buone promesse, ma per evitare una guerra
formale non volevano opporsi al piano della qua-
druplice alleanza. La Spagna però vi si oppose con
tutto il vigore, e di già gl'inglesi e gli spagnuoli
erano venuti alle ostilità ne'maridi Sicilia. Cosi-
mo fece le sue proteste contro le disposizioni del
trattalo a tutte le quattro corti, e quella di Spa-
gna non cessava di reclamare contro Tingiustizia,
che Tera fatta di concederle per grazia, e vinco-
lata con la feudalità una successione, che le ap-
parteneva per diritto di sangue (48).
J. 58. Le replicale e costanti opposizioni del-
la corte di Spagna al trattalo di Londra, facevano
considerare da^gabinelti come vacante la succes-
sione di Toscana, e i collegati in libertà di poter-
ne disporre in favore di un altro principe 5 ciò
produsse, che molti furono i pretendenti. Il gran-
duca poi era sempre più dolente, poiché vedeva
^«.1719. DEI TEMPI MEDICEI GAP. X. 535
bene che in ogni maniera egli sarebbe stalo sacri-
ficato, ed esclusa dalla successione la figlia che
tanto amava, ed annullato Tatto del senato.) Frat-
tanto continuava la Spagna ad opporsi di accede-
re al trattato, ma l'Olanda, che sebben compresa
nella quadruplice alleanza avea però sempre scan-
sato di obbligarsi ad agire, nnnacciava a Filippo
V ch'ella avrebbe unito le proprie forze a quelle
dei collegati, se egli persisteva a non volere ac-
cedere al trattalo. Determinossi finalmente Fi-
lippo V di consentire al trattato così detto di
Londra. Quest'atto d"" accessione doveva prepara-
re la strada a un trattato di pace, nel quale re-
stassero appianali tutti \ punii d'esecuzione delle
condizioni già stabilile dalla quadruplice alleanza,
e si prendessero in considerazione tutti i dritti e
le pretenzioni dei principi italiani. Gessarono
però le ostilità, e fu convenuto d'aprire un con-
gresso a Cambray. Ma poiché si comprendeva
che ciò non avrebbe apportato alcun vantaggio
alla comune tranquillità, o almeno che sarebbe
stato di lunga durata, varie rimostranze e pro-
leste furon fatte dal granduca Cosimo presso tut-
te le corti, come ancora molte pratiche e maneggi
si fecero tra le corti interessate (49). La corte di
Spagna appena si fu accostata alla quadruplice al-
leanza, fu sodisfatta del suo desiderio d' aggra-
dimento, e le fu promessa invece delle isole di
Sicilia e di Sardegna, ch'essa avea conquistate,
la successione de'IVIedici e de* Farnesi per don
Carlo, figliolo di Filippo V e di Elisabetta Far-
nese, cui quest''ambiziosa madre voleva dare sta-
5S6 AVVENIMENTI STORICI jÌn.M20»
to indipendente da quello del fratello primoge-
ni(o (5o).
g. 59. Quando credevasi in Toscana cessato
affatto Tag^ravio, comparve a Firenze il generale
conte di Boneval ad intimare i provvedimenti oc-
correnti per un corpo di cinquemila tedeschì,che
ritornando dalla Sicilia e sbarcando ad Orbetello.
doveano traversare il granducato per passare nel
parmigiano. Parve irragionevole ed inopportuno
al granduca questo nuovo disastro, ma non vi fu
scampo per evitarlo, e tutlociò che potette con-
seguire dalla compiacenza del Boneval, si fu il
trasferire per mare a proprie spese le truppe lino a
Lavenza,piccolo porto del ducato di Massa.L''unico
sollievo che trovasse il granduca in queste cala-
mità era la speranza di vedersi assistito dalle po-
tenze mediatrici (5i).
g. 60. Superali tutti gli ostacoli che la miste-
riosa politica delle corti, e la discordanza de'loro
interessi aveva finora apposto air apertura del
tanto desiderato congresso, il marchese Corsini
si portò nel maggio a Cambray, dove già erano arri-
vati gli altri ministri. Le sue istruzioni combina-
te con quelle della corte di Spagna, portavano che
si chiedesse la totale abolizione della feudalità.
Si fecero intanto varie discussioni, e si proposero
ai mediatori diversi temperamenti con i vantaggi
e sicurezze della casa Medici e del dominio, che
però venivano contradetti, perchè ciascuno pro-
gettava in conformità dei propri interessi. Erano
già passati parecchi mesi, né peranco erasi aperto
il congresso, allorché si seppe essersi segnato uft
^«.1721. 1»B1 TEMPI MEDICEI CAP.X. 537
trattato di commercio tra l'Inghiherra e la Spa-
gna, ed un altro trattalo d'alleangsa difensiva. tra
4a Fr^ancia, la Spagna e l' I^igbiHerra: pareva che
tutto questo fosse diretto a non permettere che
11i»p'eratore avesse ateuna influenza in Italia^ e i
sospetti della corte imperiale jpiù si accrebbero
alla notizia che pubblicossi del d.oppio ma! rimo-
Ilio delle due case dj Jloibone, Tgli circostanze
esigevano perciò che a Firenze si recedesse in
qualche parie da quella costante e generale oppo*-
sizione a tutto il trattato, la quale, e.r^ la sola
massima politica adottata da Cosimo III. Fosse
debolezza del principe o particolare interesse dei
consiglieri, era già stabilito che nella fermezza
consistesse unicamente la speranza di salvare la
dignità del granduca e la libertà dello stato (52).
gè. 6;. La decrepita età alla quale era giunto
Cosimo III, non gli permetteva di Occuparsi che
del minuto governo dei sudditi, ed abbandonava
al consiglio gli affari più importanti di stato, pgir-
chè attendeva totalmente alle cose dei frati. In-
tervenivano in esso il principe Giovan Gastone e
Telettrice; il principe disapprovava palesemente
il contegno del padre e della sorella, e perciò in
nulla s' interessava e viveva lungo tempo, alla
campagna. Non piaceva però al pubblico tanta in-
dolenza in un principe, dal <|Udle sperava il sol-
lievo ai mali che loatìliggevajio, e che solo poteva
opporsi al duro governo ilei padre. Molto più per
ciò era ap[)laudita la condotla deireletlrice, la
quale informata dopo il suo lilorno, quanto il po-
polo fosse disgustato dal governo alluale, si dette
Si. Tose. Tom. 10. 46
538 AVVENIMENTI STORICI j4n. M2i,
tutta la premura per addolcirlo e guadagnarsi per
ogni evento la di lui benevolenza : V elargizioni ,
gli spettacoli e i trattenimenti non erano rispar-
miati.
g. 6a. La famiglia Medici però avanzavasi ogni
giorno più verso il suo fine. Segui in Francia la
morte delia granduchessa li 17 settembre in età di
setlantasei anni. Dopo che Pelale avea moderato
i capricci, il granduca aslenevasi dalTinquielarla,
e perciò avendo abbandonatoli convento di Saint-
Maude viveva liberamente in città e alla campa-
gna, secondo che le suggerivano le inclinazioni,
e specialmente allorché dopo la morte di Luigi
XIV il duca reggente avendole assegnala una
pensione come a figlia di Francia, favoriva intie-
ramenie la sua libertà. Gli atti di compiacenza
[iraticati posteriormente con essa dal granduca
marito, non furono però bastanti ad estinguerne
il di lei odio contro la casa Medici, poiché volle
darne un sicuro attestato neiruilima sua volontà.
Benché avesse dato in dote al marito tutte le suc-
cessioni sì devolute che da devolersi, nondime-
no nel suo testamento lasciò erede universale la
principessa d''Epinoj sua cugina. Tale disposizio-
ne sebbene invalida del tutto e contraria alle sue
obbligazioni, |)rodusse però un lungo giudizio al
purlamenlo di Parigi, in cui l'impegno non meno
che Pini eresse obbligò la casa Medici a sostene-
re con tutto il vigore le sue ragioni. In Firenze
fu sodisfatto con solenne formalità a lutti quei
suflVagi e onori di Minerali, che la corte era solita
praticare con le granduchesse, ma ciò risveglian-
s-^m
jin.M22. DEI TEMPI MEDICEI GAP. X. 5r/9
do le antiche idee dei inali trattamenti esercitati
dal marito contro di essa come causa dell'estin-
zione della famiglia, inaspri sempre più l'odio dei
sudditi verso il granduca (53).
g. 63. Non tralasciavano frattanto gringegni
fiorentini e tedeschi di trovare ragioni e argo-
menti, gli uni in confutazione, e gli altri in difesa
della feudalità di Firen2.e, su di che molti scrìtti
furono pubblicati. Non si apriva però ancora il
congresso, e i plenipotenziari di S[)agna slavano
oziosi a Carabray, mentre che tulle le controver-
sie si trattavano alle respeltive coiti. GTinteressi
particolari,dai quali ciaschedun gabinetto era con-
dotto, (liffirultavano assai lespcuzioue del piano
di successione. La corte imperiale non voleva
acconsentire che V infante di Spagna avesse la
successione di Toscana senza il vincolo della più
stretta feudalità: la corte di Spagna al contrario
sosteneva che per dritto ricadeva alPinfante la suc-
cessione e senza alcun vincolo: le potenze metlìa-
Irici volevano che ni ogni maniera s'evitasse la
guerra, ma principii così discordi era mollo diffi-
cile il combinarli. Il granduca Cosimo ed il suo
consiglio tenevano ferme le loro massime di liber-
tà, e sostenevano con rappresentanze e proteste
valido l'alto del senalo e la nomina delPeletlrice
alla successione: temendosi però di qualche sor-
presa dalla parie degli spagnuolì, procurossi dì
forlitìcar Livorno e Porloferraio.
g. 64. Accaduta nniranno anlecedente la morie
del papa Clemente \L, era stato esaltato al tnino
pontilìcio il cardinal Conti, che pre^e il nome di
54^ ATVENIMEINTI STORICI w^/j.l722.
Innocenzo XIII. Mostrò esso in principio del suo
pontificato una maggior destrezza e inteUigenza
del governo del suo predecessore: anch'^egli re-
clamava contro gli aggravi che pretendeva esser-
gli inferiti, e specialmente sopra la feudalità im-
periale dello stato di Parma, del quale per più
secoli avea goduto la chiesa Tallo dominio. Posta
la corte di Roma in circoslanze uguali a quelle
della Toscana, avrebbe voluto far causa comune
ool granduca, il quale, per non dar ombra ad al-
cuno, si prefisse d'agir solo e indipendentemente.
Moltiplicavansi per ogni piccola cagione i sospet-
ti fra la corte di Madrid e quella di Vienna: il gran-
duca giustificava la sua condotta con funa e con
Taltra. procurando di non dare occasione di la-
gnanze. Le potenze garanti del trattato di Londra,
e specialmente i ministri della gran Brettagna, fa-
cevano di verse proposizioni per procurar di acquie-
tare gli spiriti, ed evitare una guerra: progettava-
no anche all'imperatore il permutarci regni di
Napoli e di Sicilia con gli stati di Parma e Toscana,
per porlo in questa guisa fuori di ogni timore per
i suoi slati di Lombardia, nel caso che Tinfanledi
Spagna fosse padrone della Toscana. La Spagna
frattanto esigeva una pronta dichiarazione: la
stretta unione colla casa di Borbone, e l'insi-
stenza della corte Britannica trascinarono quella
di Vienna a dichiarare, che all'estinzione della li-
nea mascolina del granduca non avrebbe fatta
opposizione veruna, affinchè l'infante don Carlo
potesse entrar subito al possesso della successio-
ne di Toscana. Questa dichiarazione veniva ad
j4n. M22. DEI TEMPI MEDICEI CAP.X. 54^1
escludere dalla successione l'elettrice, ed annul-
lava Talto del senato di Firenze a vantaggio della
medesima, onde fu sensibilissimo al granduca,
che perciò rinnovò i reclami e le proteste: ma le
corti componenti la quadruplice alleanza non cu-
rarono le di lui querele. Si dette finalmente prin-
cipio a Cambray alle conferenze tra i plenipoten-
zidrii: si rinnovarono al congresso le formali pro-
teste del granduca, non meno che le lagnanze
delTelettrice in una memoria diretta ai ministri
di Francia, riepilogando le promesse dell'impera-
tore, la garanzìa della Spagna e dell'Inghilterra,
i diritti del sangue, Tatto del senato e la volontà
dei popoli. ' !•'" '
g. 65. Tutto il mistero politico, che occupava
allora i principali gabinetti d'Europa, consisteva
negli sforzi che faceva la Spagna per accelerare
e render sicura alPiiifante la successione^ in quei
della corte di Vienna per ritardarla, e nei mezzi,
che dai mediatori studiavansi per disimpegnarsi
da intraprender la guerra. L^ cancellerìa imperii-
le formò intanto il modello delle lettere espetla-
tive dell'investitura eventuale da trasmettersi per
esaminarsi ai nietlialori, e comunicarsi in seguito
alla corte di Spagna: contenevano queste tutte le
ciausule onerose del giuramento di fedeltà, ob-
bedienza, soggezione e vassallaggio, colle ijuali si
potesse vincolare un principe investito per sot-
toporlo ai rigori delle leggi imperiali. Si fece però
in modo che fosse tutto ciò tenuto occulto ai mi-
nisiri del grrMidiica e del duca i\i Parma^ al con-
gresso. Coutinaaiuno per gran tempo i trattati
46*
54a AVVENIMENTI STORICI uén.1122,
senza alcuna conclusionersi discutevano con vigo-
re tra corte e corte tutti i vincoli della feudalità^e
finalmente vedendo la corte di Vienna variarsi in-
sensibilmenle le circostanze delle altre corti, e
sapendo che a Lungone si accrescevano notabil-
mente le truppe «ipagnuole, forse con idea di
qualche sorpresa, fece trasmettere un nuovo mo-
dello dinvestitura più moderato. Per sodisfare
ancora alle altre pretensioni della corte di Spa-
gna, fece esibire un progetto di lettere paritorie,
ovvero ordini imperiali agli stati di Toscana e
di Parma di riconoscere per sovrano Tinf^nledon
Carlo, subito che si desse luogo alla successione.
Tutto ciò non convincendo ormai il granduca del-
Tindifterenza della corte di Spagna perla feuda-
lità , e che ormai questo vincolo era inevitabile
per la Tos -ana, ordinò al marchese Corsini che
protestasse al congresso^ in conformità delle do-
mande già fatte, ad oggetto di salvare illesi i di-
ritti per i successori , e render clamorosa colle
sue opposizioni la violenza che gli si preparava,
mi» non potelt'egli vedere in seguito lo sviluppo
di tanti intrighi politici e d'interessi cosi com-
plicati (54).
^. 66. Era già pervenuto alPelà di 8i anno e due
mesi Cosimo Ili de' Medici (a), mercè il rigoroso
nìelododi vita pittagorico prescrittogli dal Reili,
col quale avea potuto invecchiare più di qualun-
que altiode''suoi antenali,e venutagli una resipola
ed una febbre lenta credè prossimo il suo tìne^
i^H!^ Ved. ^V. CXXXVI, iN. 7.
/^/t.l722. DEI TEMPI MEDICEI GAP. X. $4^
per lo che chiamò a sé il principe Gio.Gaslone, e
rilasciò affatto nelle sue mani tutto il governo,
spogliandosi intieramente delle cure dello stato
e (l^lla famiglia. Durò 5a giorni la sua malattia
che lo tolse di vita il di 3i d"* ottobre (55). Il
suo regno che durò 53 anni, rispetto al reggimen-
to interno è degno di molta considerazione. Co-
simo, uomo di gran probità e di purissime inten-
zioni, si lasciò strascinare da una mal regolata
devozione. La scoperta di supposte reliquie pre-
sentate probabilmente da qualche furbo, una me-
retrice cattolica sorpresa in braccio ad un ebreo,
erano per lui affari di stato, che lo inducevano a
chiamare i minislii a congresso. I suoi scrupoli
giunsero al segno di far levare da s. Giovanni
l'elmo e la spada dTbertino vescovo d"" Arezzo
ucciso alla battaglia di Campaldino, volendo che
si perdesse la njemoria che un sacerdote fosse
perito colle armi alla mano, lo che ravvivò in vece
di estinguere la ricordanza di un fatto, che seguito
quattro secoli prima era quasi «limenticato. Il po-
polo obbligato a continue prediche , missioni ,
processioni, era distolto dalle occupazioni gior-
naliere, e Cosimo profondeva tesori agli etero-
dossi per convertirli, ed ai sani nari per arricchirli.
Spenileva somme considerevoli per fabbricare nio-
iiast»'ri e chiese, e per manienere un numero non
scarso di persone convertite alla nostra religio-
ne : il numero dei frati era pressocliè infinito,
cosicché r erario era depauperato non solo dai
grandi bisogni dello stato, ma altresì dall'asce^
<Sf^ AVVENIMENTI STORICI ^n.1y22.
tisrao del principe. Ma il mal più grave era la sua
propensione per le persone divote: induceva molti
ribaldi airipocrisìa, come mezzo di entrargli in
grazia, e deslava altresì dispetto il vedere i divo-
ti proteggersi vicendevolmente a far setta. Laon-
de molti prendevano pretesto permettere in ridi-
colo il principe e le cose della religione, mentre
altri parlavano di riforma, parola non mai senza (ìì-
sgrazìe. Era poi Cosimo uomo clf esigeva nelle cose
più indifferenti la più stretta formalità e le più
esatte cerimonie: giammai sul labbro un sorriso,
sul volto Tilarità.e nemico alle scienze, chiaman-
«<lo perdimenti di tempo gli studi delP accademia
del cimento. Anche la nazione lasciava in abban-
dono le arti e le scienze, e più non curava l'in-
«idustrin essendo divenuta pigra ed inoperosa (56).
'- 5. 67.11 frutto che raccolse Cosimo III dalPaver
visitato le corti oltramontane, fu il disprezzo per
le cose del suo paese, onde la di lui corte fu ordi-
nata in una maniera più magnifica e dispendiosa.
Gli appartamenti furono tutti addobbati di drappi
di Francia e dTnghilterra, i servigi di corte fatti
da gente chiamata dalle più lontane regioni per
maggior fasto, e la suamensa,essendo egli ghiotto
ed intemperante, era imbandita in tutte le stagio-
ni co'pro<lofti più delirali e rari de"' più lontani
paesi. ]^ei giardini reali, che non eran pochi in
Toscana. Cosimo non voleva che piante esotiche,
e studiava ogni modo di aver vini rarissimi, coi
quali era vano di reg:ilare le persone più distinte,
uiiendu sempre ai tìasobi che si spedivano un
>^W.1722. DEI TEMPI MEDICEI CAP. X. 54 5
dizionario della Crusca. Fra gli atti della di lui
amministrazione è da annoverarsi il tentativo «se-
guente, onde sanare le maremme.
g. 68. Allorché verteva la guerra tra i turchi
ed i veneziani per la difesa e conquista del regno
di Candia, i popoli di Maina nella Morea. per es-
sersi mostrati favorevoli ai veneziani, temevano
esser severamente gastigati dai turchi, per lo che
non pochi di essi procurarono di allontanarsi da
quelle parli. Laonde chiesero al granduca rico-
vero in Toscana, il quale avendoli benignamente
ricevuti, li collocò parte a Bibbona nella niareni-
ma di Volterra, e parte nella Marsiliana marem-
ma di Siena. Questi ultimi abitarono per qualche
tempo in luogo detto Colle di Lapo, ma con an-
gustia tale d* abitazioni che non vi si poterono
vicovrare.A-Uora fu che il granduca considerando
esser la città di Sovana quasi disabitata . pensò di
collorarli in questa, e così i mainolli di Colle di
Lapo passati a Sovana ben presto trassero anche
gli altri da Bibbona, allettati dal comodo miglio-»
re delle abitazioni e dai privilegi e grazie che loro
concesse il granduca. Erano questi mainotti per-
sone povere e pochi possedevano denari : non
erano Ira loro concordi , uè si usavano scambie-
volmente carità, ed il naturale loro era sospet-
toso ed inclinavano piuttosto alla crudeltà , che
alla mansuetudine. La sacra congregazione de
propaganda Jìde^ùno dal principio che passarono
in Toscana, mandò per assisterli un certo padre
Adfiisio benedettino, il quale era ben pratico di
quella lingua , perchè figlio di padre mainoUo,
546 AVVENIMENTI STORICI j4n,M22.
ma allevato però secondo il rito della chiesa la-
tina . A-bitava questo monaco in Piligliano , e
spesso andava e tornava da Sovana per istrui-
re quei nuovi abitatori. Avevano in oltre quella
gente il loro papasso, ma non pochi di essi odia-
vano tanto il monaco che il papasso . Non eran
costoro molto dediti alla religione , poiché con
fatica inducevansi ad andare alla chiesa; molti se-
guivano il rito latino, ed altri n- erano alieni. E
benché intorno alla fede ap[)arentemente sem-
brasse che rettamenle credessero , nondimeno
alPinterno mal si penetrava ciò che pensassero.
Alcuni erano faticanti ed industriosi, altri ne-
gletti, infingardi ed oziosi. Le donne più faticanti
degli uomini si cibavano di pane, di acqua, di er-
bacce cotte o crude, che però fu creduto avver-
tirli a contenersi diversamente, ed in particolare
nel pascere l'erba, ed a voler dormire airi da terra.
g. 69. IXello stanziamento loro in Sovana il
granduca accordò a questi nuovi popoli certa
quantità di grano la settimana distributivamente
da trasmetterglisi dalla contea di Pitigliano , e
col rimborso nelle future loro raccolte. Libbre
aoo d''acciaio per poter temperare i loro strumen-
ti rusticali per le faccende della campagna^ lib-
bre 1000 di ferro dalla magona di Caparbio per
la medesima fabbricazione degli strumenti rurali
senza pagamento^ un moggio di sale, senza paga-
mento ancor questo, dalle saline di Grosseto;
stala sei di terra per far vigne, e una moggiata
parimente per ciascuna famiglia senza pagar ter-
ratico^ che dalla contea di Piligliano gli fossero
^/1.1722. DEI TEMPI MEDICEI GAP. X. 547
somministrati otto paia di boi per tirar avanti le
semente^ un palliariccio nuovo per ciascuna fa-
miglia^ scudi tre al mese per un loro prete chia-
mato il papa o papasso , una casa per ciascuna
famiglia da risarcirsi a spese della cassa del mae-
strato dei conservatori, e riducendo a vigne i
terreni sodivi della comunità li esentò il gran-
duca per anni i5 dal pagamento deireslimo. A.1-
cune di queste famiglie consìstevano in poche
persone, e per lo più donne e piccoli ragazzi, ai
quali per loro mantenimento fu intimato conti-
nuarsi nelle prestanze di grano con obbligo ai
ministri della Marsiliana e Bibbona che prendes-
ser nota delle raccolte che potesser fare e prov-
vedere, giacché dei lavori eseguili in Sovana non
se ne potea far capitale se non per l'anno futuro.
Domandavano i mainolti che ad ogni venti fa-
miglie si consegnasse un paio di boi per [)oter
lavorare a loro piacimento*, ma considerando non
esser ancora pralici,furono loro assegnati un but-
tero e due bifolchi del paese, e che si facessero
lutti i lavori unitamente, e di poi si distribuisse
la sementa. Non poche furono le spese sofferte
per accomodare questa popolazione , ed i denari
furono in parte pagati dai debitori della comunità
di Sovana, parte mandati dalla cassa df^i conser-
vatori di Siena, perchè senza computare il grano
somministrato loro per vivere e sementare ed i
bovi per lavorare, ascesero a lire 6170 (S;)^ ma
tutte queste spese furono gettate in vano, poiché
la nominata colonia ch'era di ottocento famiglie
di mninolti vi perì tutta (58).
54^ .)AVVEN1MENT1 STORICI ^«.1722.
J. 70. Comunque fosse taolo intollerante Co-
simo in fatto d'opinioni, non era malcontento di
avere nei suoi stali una colonia di greci scisma-
tici, perchè pensava alla riunione della chiesa
greca colla latina, cosicché non è da maravigliarsi
se in seguito rifiutasse di accettare gli ugonotti,
quando dopo la vivocazione delPeditlo di Nantes
s"'erano offerti di stabilirsi nelle maremme. La
miseria ai tempi di Cosimo III crebbe a dismi-
sura, onde moltiplicarono i delitti, che nel 1680
Io determinarono alla istituzione di una ruota per
la celerità nei processi, e nel 1700 fu istituita la
congregazione di s. Gio. Battista per i poveri , e
si moltiplicarono gli ospizi per la mendicità. A.b-
biamo di lui due editti importanti . quello del
1717 con cui abolì la pena di morte nei delitti di
delazione d'armi, il che fu cosa straordinaria a
quei tempi, ed un altro del 1719 con cui facilitò
il giro delle proprietà, diminuendo la gabella dei
contratti dei terreni. Le arti e le scienze filosofi-
che ai suoi tempi non fecero un passo, e sebbe-
ne le nazioni, in occasione della guerra di suc-
cessione messe in contatto, si fossero vicendevol-
mente comunicate nuove idee, i claustrali della
corte per timore di corruttela ne impedivano la
propagazione. Cosimo preferiva di proteggere le
belle lettere, ma strascinato dal Redi, dal Falco-
nieri, dal .Magalotti edal Noris,coi quali era molto
legato in amicizia, si lasciò indurre a raccogliere
un museo di Storia naturale, come abbiamo det-
to, e ad accrescere la Galleria di Firenze, che fu
da lui arricchita dei pezzi di maggior rarità (Sg).
^/Z.1722. IiEl TEMPI MEDICEI C4P. X. 549
NoD ostante l'istituzione della congregazione di
s. Giovanni peri poveri, la miseria e Tabbatliinen-
to angustiavano i popoli, il commercio languiva, il
denaro mancava anche per provvedere al numero
grandissimo degl'impiegati, e tutlo concorreva a
rendere esecrato il sovrano, il quale mentre pro-
fessava vanità ed ambizione, ed ostentava pietà,
alliravasi Podio di tutti, e si preparava tutte quel-
le maledizioni colle quali fu accompagnato al se-
polcro (60).
NOTE
(<) 1; errini, Compendio di storia della Toscana, ep.
v, §. 60. (2) Cicciapoici, Compendio di storia fior,
lib. Il, cap. VI. (3) Ivi. (4) GiiUuzzi, Storia del gran-
ducato di Toscana, lib. vili , cap. 11 . (5) Muratori ,
Annali d'Italia, an. 1676. (6) Ferrini cit. ep. v^ J.
Ò2. (7) Ivi, $. 63. (8) Galluzzi cit. (9) Ivi, lib. vik,
cap. m. (10) Cicciaporci cil. (11) Ivi. (12) Galluzzi
c:t. lib. viu, cap. iv. (13) Cicciaporci cit. (14) Gal-
luzzi cit. (15) Guidoni , Compendio della Storia di
Toscana, voi. 11, cap. xiv. (I6j Cicciaporci cit. (17) Gal-
luzzi cit. lib. viM, cap. v. (18) Ivi. (19) Cicciaporci^
cit. (20) Ivi. (21 ) Galluzzi cit. (22) Ivi, cap. vi. (23)Ivi."*
(24) Cicciaporci cit. (25) Guidotti cit. voi. 11 , Cf;p.
XVI. (26) Giuratori cit. an. 1700 . (27> Guidotti cit.
(28) Galluzzi cit. lib. vili, cap. vii, e iVlazzaiosa, Sto-
na di Lucca, voi. £1, lib. vii, p. 110. (29) Ciccia-
porci cit. (30) Galluzzi cit. lib- vili, cap. vili, (il ) Cic-
ciaporci cit. (32) Ivi. (33) Ivi. (34) Cìiannonc^ Storia
<ii Napoli, voi. \Vy lib. xii, p. 413. (35) Cicciaporci
St, Tote, Tom. 10. 47
55o AYTENIMENTI STORICI
cif. (3G) Galluzzi cit. lib. vm , cap. ix. (37) Fiora-
vanti, Memorie sloriche di Pistoia, cap. xxxvi. (38) Gic-
ciaporci cit. (39) Galluzzi cit. lib.vni. cap.ix. (40) Cic-
ciaporci cit. (41 ) Ivi. (42) Ivi, (43) Galluzzi cit. lib.ix,
cap. II. (44) Ivi. (45) Cicciaporci cit. (46) Mazzarosa
cit. p. 113 . (47) Cicciaporci cit. (48) Ivi. (49) Ivi.
(50) Sismondi, Storia delle repubbliche italiane, voi.
XYi,cap.cxxv. (51) Galluzzi cit. lib. ix, cap. ni- (52) Ivi.
(53) Ivi . (54) Cicciaporci cit. (55) Galluzzi cit. lib.
ix^ cap. IV. (56) Litta, Nota della famiglia de'Medici,
e de'primi tempi della repubblica fiorentina tav. xvi.
(57) Manoscritto anonimo proveniente dalla Maremma.
(58) Litta cit. (59) Ivi. (60) Ferrini cit. ep. s, J. 68.
DEI TEMPI MEDICEI
^5
CilIPISI^IL ti M«
o-
^n. 1722 di G. Cr,
g. I. Il piacere di regnare , che tanto incita gli
animi dei principi e dei privati, non fece la mini-
ma sensazione nel granduca Giovan Gastone nel-
Tassumere resercizio della sovranità, essendo in
età di 53 anni. Ciascuno restò sorpreso dallo stu-
pore neirosservare con quanta indolenza, e come
^i malavoglia si prestasse alPadempimento di quei
doveri, che sono indispensabili per un sovrano,
poiché da esso furono omesse tutte quelle solen-
ni formalità di possesso e di giuramento di fedeltà
praticata in tale occasione dagli antecessori (i).
Uno dei primi alti di autorità fu quello di scac-
ciare dalla sua corte tutti gP ipocriti e i delatori
che ingannavano suo padre , e sopprimere una
quantità di pensioni che davano alPerario un no-
tabile aggravio, assegnate ad uno stuolo di tur-
chi, d'ebrei fatti cristiani, di eterodossi cattoli-
cizzati, e di apostati richiamati in seno alla chiesa.
Questi assegnamenti, che il volgo per derisione
denominava pensioni sul credo , non servivano
te non per alimentare degli oziosi e facinorosi ,
55a AVVEMME5TI STORICI ^«.1722.
e la loro riforma fece parte considerabile di quel-
reconomìa che egli si prescrisse di mettere ia
j)ratìca per vantaggio dei sudditi. Sua principale
applicazione divenne subito la riduzione dei mon-
ti e la soppressione delle esorbitanti gravezze,
imposte con tanta poca considerazione dal padre,
ben persuaso cheramore dei sudditi verso il prin-
cipe è sempre proporzionato alla loro prosperità.
Senza distruggere con nuove leggi le rigorose
inquisizioni di costumi stabilite dalPeslinto gran-
duca,autorizzò col fatto la libertà, mostrando tul-
io il disprezzo per i delatori, e condannando la
inopportuna severità dei ministi, introdusse un
sistema di moderazione, che gli conciliò Tamore
e la venerazione dell'universale (a).
§. 2. Deposta la maestà ed alieno dalPorgoglio
e dal fasto, imitando Ferdinando II suo nonno,
Gian Gastone intraprese a conversare familiar-
mente colla nobiltà,intervenendo a tutti i conviti,
feste e trattamenti che si facevano dai principati
della medesima. Vedendosi Pultimo maschio del-
la famiglia in compagnia di tre vedove, pensò pi'o-
fittare di tulle le partite di piacere che gli si of-
frivano, e di ogni occasione che potesse distoglier-
lo dalla trista riflessione delle circostanze funeste,
nelle quali Irovavasi avviluppato per colpa del
j»adre. Tra queste vedove egli odiava la sorella
elettrice, in maniera che la escluse totalmente da
ogni partecipazione del governo, cosicché tro-
vandosi essa comunemente disprezzata, si chiuse
nel ritiro delle Quiete^ dove viveva la maggior
parte dell'anno. La principessa Violante sua co»
^/i.l722. DEI TEMPI MEDICEI CAP. XI. 553
gnata era som mi» mente slimala e paizialmente
favorita da Gian Gastone: una pietà solida e senza
ostentazione, accompagnala dalPesercizio di lutte
le altre virtù, la facevano ammirare «lai pubblico,
e le conciliava la venerazione del granduca, per
cui ben presto si rese Tarbilra dell'animo del me-
desirao, e divenne la dispensatrice delle grazie,
e la sola a cui fosse facile il dirigerlo in tutto. La
granduchessa proseguiva a starsi in Boemia, senza
che praticasse col marito verun atto di corrispon-
denza, l loro interessi erano in quelPislesso sialo
di controversia in cui lasciolli Giovan Gastone al
partirsi di là, né v^era stato più modo di riunire
animi così discordi fra loro, allorché morì il prin-
cipe Ferdinando avrebb^ssa inclinato a portarsi
in Toscana, e l'imperatrice madre ne aveva in-
trodotto il trattato, ma non fu possibile d'^indurre
suo marito a riceverla (3).
g. 3. TaPera lo stato della corte di Giov »n Ga •
sione, ove ben presto si vide rinascere il brio e
la galanterìa, ed esser frequenti i balli e i conviti.,
dove prima avean sede l'ipocrisìa, la tiistezzaj'a-
diilazione e l'orgoglio. In vece degPipocriti e degli
adulatori fu popolato il palazzo di gioventù scelta.
avvenente e brillante,! di cui capricci e bizzarrie
formavano il più lieto passatempo del principe.
Sotto un sovrano che non volea rattristarsi tutto
spirava scioltezza e letizia, l'esempio della corte,
celercniente accetlaf o dalla città nel corso di un
anno, stabilì un sistema di massime e di costun(4>
direttamente opposto a quello del passato goveri
no. Allorché dal principio del secolo per !.-» «ueiv^
554 AVVEJflMENTI STORICI ^/2.1722.
la della successione di Spagna Tltalia restò inon-
dala dagli oltramontani, si ì?ariarono lotalmenle
i costumi di questa provincia. Le massime del
granduca erano estremamente accette alla mag-
gior parte, ed egli con tratti d'umanità e di ber
fìcenza aoquistavasi Pamore de'suoi popoli: ritor-
narono in patria tutti gli assenti, si condonarono
Je pene ai diffidenti del passalo governo, e gli at-
ti di clemenza felicitarono molli sventurati e spo-
polarono le carceri. Questo spirito di novità non
si estese però a variar ministero, poiché i veccbi
consiglieri di Cosimo III furono lutti lasciati nel-
la piena loro autorità. Il gran priore del Bene, e il
marchese Riouccini dirigevano il gabinetto e il
sistema politico della casa Medici. A. questi ag-
giunse Giovan Gastone il cavalier Giraldi, che
per lungo tempo era stato legalo a Londra, e se-
gretario di stato era il cavalier Montemagni di
Pistoia.
g.4. A questo consiglio abbandò Giovan Gasto-
ne totalmente tutti gli affari, riservandosi solo la
cognizione di quelli che più interessavano la sua
sicurezza, per i quali teneva una segreta corri-
spondenza con i suoi ministri alle corti estere.
Le circostanze non permettendogli di deviare dal
sistema adottato dal padre, si uniformò a quel-
lo, e ordinò al marchese Corsini di rinnovare in
suo nome la protesta a Cambray: procurò di au-
mentare i Presidii di Livorno e Portoferraio per
guardiarsi da una sorpresa, e pose in opera tutto
lo studio a fine di ritardare, per quanto fosse pos-
sibile, ringresso in Toscana air infante. Questo
JnAl22. DEI TEMPI MEDICEI CAP. XI. 555
caso repulavasi ormai imminente, perchè erano
di già concordale le investiture, ei ministri delle
potenze mediatrici invitavano già il marchese
Corsini a concorrere a nome del granduca colla
quadruplice alleanza per consolidare alT infante
la successione. Quest''invito era preceduto da cer-
te insinuazioni che facevano vedere la necessità di
adattarvisi. Conveniva per tanto adottare un siste-
ma che non ponesse in diflidenza la Spagna, ad
oggetto di poter entrare in trattato con essa pet
qualsivoglia accidente, a valersi delle disposizioni
della corte di Vienna per ritardare la spedizione
dell'infante, ed impedire Tinlroduzione delle guar-
nigioni in Toscana.
g. 5. Si conobbe ormai non esser più luogo a
sostener Patto del senato di Firenze, perchè ac-
cettale le investiture, e con queste il vincolo del-
la feudalità, non era verisimile chela Spagna,
avendo aderito in ciò che le nuoceva, poi volesse
contravvenire al medesimo in quel solo punto
che ad essa giovava. Fu perciò adottata la mas-
sima di recedere insensibilmente da questa pre-
tensione, ma di procurare bensì alla elettrice pel
caso della sopravvivenza le maggiori prerogative
in Toscana, e la libera disposizione degli allodiali
della casa iVIedici, sudi che sembravano incontra-
stabili i diritti della predetta elettrice. Credendo
pertanto sufficiente Tatto di protesta rinnovato
a Cambray, si pensò di astenersi da qualunque
altra insistenza e trattato colla corte di Spagna^
prendendo unicamente di mira Toggetto di rilar-
dare la venuta dell' infante in Italia, ed impedire
556 AVVENIMENTI STORICI ^n.i'li.
con Ogni sforzo rinlroduzione delle guarnigioni,
e nianleneie illesa la sovranità del granducd (4).
g. 6. Molti avvenimenti sopraggiuus«*ro in lai
tempo in Kuropa. La morte dei due autori del
Irai lato di Londra, lord Stauhope, e Du-fiois fu
seguila da quella del duca d'Orleans. Luigi XV
re di Francia era uscilo dalla minorila, e il primo
minielro duca di Borbone non mostrava senli-
inenti molto conformi a quelli del suoantecesso->
ve. Filippo V avea rinunziato il suo regno a don
Luigi s(j«o primogenito, ed il principe Antonio di
Parma in età di quarantacinque anni disponeva-
i»i ad accasarsi. Tutto parca presagire una nuova
rivoluzione in Europa, che annichilando il trat-
talo di Londra darebbe luogo ad un nuovo siste-
ma politico. Questa mutazione faceva nascere
delle speranze a Giovan Gastone, a cui non rima-
neva che augurarsi dal tempo e da! caso quei van-
taggi ch'egli non era in grado di procurarsi da sé
stesso. I maneggi delle corti estere al congresso
di Cambray e nei loro gabinetti tendevano per la
parte di Spagna a volere introdurre Tinfante don
Carlo e le guarnigioni in Parma ed in Toscana,
per parte della corte di Vienna ad opporsi a qual-
sivoglia introduzione di truppe straniere in Italia.
11 i;randuca era fermo in schermirsi, ed usava
tutti i mezzi per allontanare la venuta delPin^
fante e Pintroduzione della guarnigione, sperando
sempre che il temporeggiare avrebbe prodotto a
ciò qualche rimedio. Succedette frattanto la mor-
te di don Luigi di Spagna.^ che obbligò il di lui
padre Filippo V a riprendere le redini dei gover-
'j4fl.i'^24, DEI TEMPI MEDICEI CAP. XI. 557
HO. Questo accidente portò per qualche tera pò
una sospensione di negoziati alle corti ed al
congresso, tanto piò che vedevasi non lontano il
caso che l'infante don Carlo potesse succedere
al regno di Spagna, atteso il gracile temperamen-
to del primogenito don Ferdinando. Non pertan-
to Filippo V, anche ad onta del sentimento con-
trario de'suoi grandi, pensò di accelerare la spedi-
EÌone deir infante in Italia, ed assicurare in qua-
lunque forma la di lui succesione negli stati ad
esso già destinati dal trattato di Londra (5).
g. 7. Un apparato d'armamenti navali ne'porti
di Spagna, ed alcuni rinforzi di truppe e di arti-
glierie a Lungone doveano incuter timore al gran-^
duca, ed indurlo a prestar orecchio alle proposi-
zioni degli spagnuoli. Dall'altro canto era in timore
ritalia pe''movimenti delle truppe imperiali,e non
ostante Giovan Gastone continuava nel suo sÌ44i
stema d'indifferenza, ben persuaso che le circof'-
stanze delle due potenze non erano tali da dk*
sporle ad una nuova guerra. Conobbe finalmente
Filippo V che senza il concorso sincero delPim-
peralore non era possibile il conseguire per Tin»
fante le successioni destinategli dalla quadrupli-
ce alleanza, come non era sperabile di vincere la^
repugnanza del granduca per entrare in trattato
senza gl'impulsi della corte di Vienna. Determinò
dunque Giovan Gastone di indirizzare colà direfc*
tamenle tutte le sua pratiche, senza nulla parfe^»»^
cipare ai mediatori. Fu perciò spedito a Vienna il
barone di Ripperda colla massima segretezza per
teutare le disposizioni di quella corte, ed mito»
558 AVVENIMENTI STORICI An. 1724.
iluire il trattalo, progettando il matrimonio del-
rinfijnte don Carlo con la minore arciduchessa
figlia di Carlo VI. Giunto pertanto a Vienna il
Ripperda ai primi di febbraio cominciò i negozia-
ti, e finalmente restò segnato il di 3o di aprile il
tanto atteso trattato di pace tra l'imperatore e
Filippo V. Era questo modellato sopra quello di
Londra, se non che perciò che risguardava le
successioni di Toscana e di Parma, si escludeva
affatto la introduzione delle guarnigioni, e si
stabiliva che l'infante a suo tempo avrebbe potuto
entrarne al possesso in virtù deiriuveslitiara e
delTatto di garanzìa (6).
g. S.InToscana si fecero delle dimostrazioni di
gioia pel bene che la pace apportava all'univer-
sale, ma il granduca non lestò del tutto appagato:
il rimaner libero dal timore delle guarnigioni era
un gran vantaggio, ma non si prestava fede alle
promesse, conoscendosi quanl^impegno avea la
Spagna di far passare Pinfante in Italia. Determi*
nato il granduca di non alterare l'intrapreso si-
stema di neutralità, fece rinnovare a Cambray le
consuete proteste, e ordinò ai suoi ministri dV-
scludere qualsivoglia apertura o proposizione di
trattato, senza la certezza preliminare che doves-
se restare illesa la sua sovranità, e salve le pre-
rogative e la libertà dello stato. Il duca di Rip-
perda ch^era rimasto ambasciatore alla corte di
Vienna, apprese la protesta del granduca come un
atto di ostilità, inconseguenza di che proruppe in
minacce col marchese Barlolommei, e s'avanzò
anche ad esigere, che dal senato di Firenze si an-
'Jn.Vj24. DEI TEMPI MEDICEI GAP. XI. 559
nullasse Tatlo del 1713 a favore della elellrìce, «
si procedesse a farne uno simile a favore dellin-
faute: si unirono alle rainacce anche delle spe-
ranze d'ingrandimenlo della Toscana: ma Giovan
Gastone non si lasciò né intimorire, né lusingare,
e tutte le istruzioni che dava al Barlolomraei era-
no in sostanza di guadagnar tempo. Procurò il
Ripperda di persuadere l'imperatore a costringe-
re il granduca, prima con gli uffici, e poi colla
forza, ma volendo Timperatore tenersi sempre ai
trattati, procurava egli pure di temporeggiare, e
di trattenere Tingresso dell'infante in Italia (7).
g. 9. Portatosi il re d'Inghilterra ad Annover,
ove intervenne anche il redi Prussia, si stabili nel
settembre tra questi due monarchi e quello di
Francia un'alleanza offensiva e difensiva.Per quan-
to la partecipazione di questa alleanza venisse ac-
compagnala dalle più obbliganti dichiarazioni di
amicizia adi pace, conobbesi nondimeno a Vien-
na poter esser questa Tepoca di una rivoluzione
nel sistema politico d''Europa, e il seme di nuova
guerra. Fu insinuato il granduca di non lasciarsi
sorprendere dai nuovi alleali, e di continuare nel
metodo intrapreso della più indifferente neutra-
lità. Riguardava colla massima indifferenza e tran-
quillità Giovan Gastone i principali gabinetti dì
Europa, applicati cotanto a studiare il caso della
sua morle^ e per distrarsi dalle noiose idee che gli
cagionavano tanti maneggi, appena terminato il
tempo del lutto per la morte di Cosimo III, fece
divenir la sua corte la sede del brio e della ga-
lanteria, per cui rinacquero il gusto, la magniti-
56o AVtENlMENTI STORICI -^«.1726,
cenza degli spettacoli e Tallegrìa popolare. La
principessa Violante intrattenevate più ragguar-
devoli gentil donne della città, e formava essa la
principale delle liete conversaaioni. Le lettere in
lei ritrovarono chi le sollevasse dall'antica op-
pressione: alPesempio del suo defonto marito pro-
teggeva gl'ingegni che si distinguevano sopra gli
altri. Piacevate estr»^maraente la poesìa estempo-
ranea, il perchè mostrò gran parzialità per Ber-
nardino Perfetti da Siena, che primeggiava sopra
lutti gli altri improvvisatori del suo tempo. Lo
condusse seco a Roma nel 1724, dove per ordine
del papa Benedetto XIII ricevette essa lo stesso
trattamento fatto a Cosimo III nel 1700, benché
viaggiasse con carattere d'incognita sotto il nome
di contessa di Pitigliano. Tale poi si fu il plauso
e la lode che si acquistò il Perfetti col suo canto
estemporaneo, che giunse fino ad ottenere l'ono-
re della corona d'alloro in Campidoglio.
g. io . Il granduca interveniva ancora nelle
case della nobiltà ai trattenimenti che in esse da-
vansi. Di negletto e poco apprezzato che prima
era, divenne l'oggetto dell'amore de'suoi sudditi,
e Testinzìone della casa Medici cominciò ad ap-
prendersi in Toscana per una grave calamità,
riel tempo che Giovan Gastone si conciliava co-
si l'affetto de'sudditi, acquistavasi ancora la sti-
ma al di fuori per la sua forte resistenza alle insi-
nuazioni e minacce della corte di Spagna e dei
mediatori per non entrare in trattato col succes-
sore e conservar libera la sua sovranità (8). 11
senato di Lucca riconoscente al suo prelato per
^/I.1726. DEI TEMPI MEDICEI GAP. XI. 56 1
avergli fatto ollenere P acquisto delle terre di
Mariano e di Decimo, ch''eranodi giurisdizione del
vescovado, impiegò tutti i suoi più caldi utlici
verso il santo padre, affinchè Bernardo Guinigi
vescovo di Lucca avesse un aumento di dignità^
come l'ebbe da Benedetto XIII nel mese di set-
tembre di quest''anno per sé e per i suoi succes-
sori col grado e le prerogative d^arcivescovo (9).
g. 1 1. La morie di Francesco Farnese duca
di Parma accaduta nel febbraio del J727 fece
nascere qualche sj)eranza di cambiamento nello
ordine delle cose, riguardo alla successione della
Toscana, essendo che le circostanze del principe
Antonio successore del fratello nel ducato di
Farma, in età di quaranf^otto anni, facean com-
prendere ch''egli non avrebbe tardato ad accasarsi
con qualche principessa, e ciò dette luogo alla
questione^ se qualora egli venisse ad aver prole
maschile dovesse questa per dritto di sangue suc-
cedere alla casa Medici, e così escludere Tinfante,
Agilavasi questa controversia, mentre strepitosi
preparativi di guerra si facevano in Fiandra, e
in Alsazia, e dalPimperatore e dalla Francia, seb-
ben propostesi nel tempo stesso delle condizioni
di pace, prestò ad esse orecchio la corte di Vien-
na, e ne furono iissaii i preliminari a Parigi nel
mese di maggio. Questi non erano di sodisfazio-
ne della corte di Spa^'na^ nondimeno Pimperatore
osservava scrupolosamente gl'impegni contratti,
e promoveva con tutto il vigore la pace. L'^amba-
sciatoredi Spagna duca di Bournoiiville continua-
fa però ad insistere pies^o il medesimo, acciò
Si, Tose. Tom, 10. i«
.56^ AVVENIMENTI STORICI ^rt.1727.
ol>bIigasse il granduca ad aderire al re Filippo, e
pareva che la prossima apertura di un congresso
tissato da prima in Aquisgrana, ma che poi fu nuo-
vamente tenuto a Cambra), fosse una circostanza
opportuna per decidere questo punto tanto di-
scusso. Insinuò nuovamente Timperatore al gran-
duca di condiscendere alle istanze del re Filippo,
ma egli sempre fermo nei suoi principi! negò di
acconsentire ad alcun trattalo, che non avesse per
base Tindipendenza del dominio fiorentino, la va-
lidità delTattodel senato, e Tesclusionedelle guar-
nigioni (io).
g. la. Una leggiera infermità sopraggiunta a
Giovau Gastone, e qualificata per mortale dai mi-
nistri di Spagna a di Vienna a Firenze, risvegliò
tutta Tattenzione delle due corti, ed accelerò le
dispOssi/ioni pel caso della vacanza. L'imperatore,
slimolato dall'ambasciatore di Spagna,inviòal suo
ministro in Firenze un decreto imperiale, col qua-
le intimavasi ai popoli di Toscana di riconoscere
per loro sovrano l'infante don Carlo immediata-
mente dopo la morte di Giovan Gastone. Il mini-
stro imprudentemente lo vociferò, e ne sparse
delle copie, e ciò dette occasione al granduca di
fortemente reclamare contro un tal atto, ritorna-
lo che fu in perfetta salute. Non per tanto si rin-
novarono dalla Spagna gPimpulsi all'imperatore,
acciò inducesse il granduca a qualche trattato^ e
siccome prevedevasi la repugnanza di questo, si
credette bene di trattare direttamente coH'elet-
Irice^e sì essa che il fratello risposero, che fermi
i preliminari della indipendenza del dominio di
Jn. 112S. DEI TEMPI MEDICEI CAP. XI. 563
Firenze, e della validità delPatlo del senato, di
buon grado sarebber venuti ad un trattalo. Seb-
bene Pimperatore pressato dalla Spai^na non la-
sciasse mai d'istigare il granduca ad aderire alle
proposizioni di quella corte, pure non disappro-
vava intieramente la di lui resistenza: nondimeno
per sodisfare ai trattati non potette disimpegnarsi
dal munire V ambasciatore di Spagna degli alti
necessari per ^esecuzione del possesso a favore
deirinfanle, e dal dare una plenipotenza al conte
Borromeo per mettere in possesso l'infante, e va-
lersi delle armi in caso di resistenza (ii).
g. i3. Continuava la Spagna ad esser ferma
nel volere introdurre le sue guarnigioni in To-
scana, ed obbligare il granduca a venire ad un
trattato*, e a quesfoggetto procurava di tirare nel
suo partito le corti d** Inghilterra e di Francia.
Giovan Gastone però era sempre costante nel pro-
posito di non recedere dalle proposizioni già fatte,
e assicurato dalfimperatore ch'egli non avrebbe
acconsentilo alle guarnigioni spagnuole, posesi in
stato da non esser sorpreso, lusingandosi sempre
che il tempo produrrebbe qualche favorevole mu-
tazione. Si facevano intanto a Cadice dalla Spagna
deTorli armamenti, e si accrescevano le guarni-
gioni a Lungone. DalTalfra parte Timperalore fa-
ceva avanzare delle truppe verso i confini della
Italia, acciò fossero pronte a marciare dove il
bisogno lo richiedesse. Anco il granduca Gio-
van Gastone non lasciò di porre in maggiore stato
di difesa Livorno e Portoferraio. Il dì 6 di gen-
naio del i^So fu dair inviato di Francia mar-
564 AVVENIMENTI STORICI ^n, 1730.
chese de la Bastie, e dal residente d"" Inghilterra
a Firenze Coiman presentata al Montemagni mi-
nistro del granduca la lettera del trattato sotto-
scritto il di 6 di novembre dell'anno anteceden-
te in Siviglia tra il re di Spagna, Plnghillerra, e
Ja Fa'ancia, onde rendere inteso il granduca di ciò
ch'erasi in esso fissato riguardo alla successione
della Toscana. Dichiararono essi nell'alto di esi-
bire detta lettera, che fermostante il preliminare
dei due invariabili articoli, delPinlroduzione cioè
delle guarnigioni e della immediala successione
deirinfante, per i quali bisognava acconsentire a
quel trattato, potevano sì il granduca che Telet-
Irice lusingarsi di qualche condiscendenza del re
cattolico e degli alleati. Assicurò il Montemag^ni i
detti ministri della sincera disposizione di Giovaci
Gastone e della elettrice di avere per succes-
sore Tinfante, e di entrare in negoziato col recat-
tolico^ quanto poi alla introduzione delle guarni-
gioni spagnuole rimoslrò.che se il granduca avesse
in ciò condisceso, avrebbe attirato sulla Toscana
le forze della casa d''Aastria. che il suo stato sa«
rebbe divenuto il teatro della guerra^ e venendo
un giorno P infante al possesso di esso, non a-
vrebbe trovato che un paese desolalo e guasto
dalla miseria.Fece di tutto il granduca onde non
essere astretto ad ammettere nei s?ioi stati guar-
nigione spagnuola*, ma linalmenleFilippo V man-
dogli un ultimatum.ìn cuisignificavagli non po-
tere esso in modo alcuno allontanarsi dalle
disposizioni stabilite nel trattato di Siviglia, in
conseguenza non potere cedere in conto alcuno
i^/t.1T30. DEI TEMPI MEDICEI CAP. XI. 565
al punto (Iella inlroduzione delle guarnigioni iu
Toscana. Un* insistenza cosi costante sui punto
delle guarnigioni pose sempre più in angustie il
granduca, il quale vedendo ormai impossibile di
più temporeggiare, e conoscendo il pericolo in
cui lo costituivano gli opposti sentimenti della
corte di Spagna e quelli di Vienna, si prefisse di
stabilire una convenzione che sodisfacesse Tuna
e Paltra potenza. Rimostrando per tanfo che le
alluali circostanze gli toglievano ormai Parbifrio
d'*ammetlere nel granducato le guarnigioni spa-
gnuole, fece comprendere, che queste essendo
prescritte dal traltato, non come causa principale
di esso, ma come mezzo efficace di assicurare la
successione alTinfante, quando la Spagna e gli
alleati avessero ciò conseguito con egual sicurez-
za, variando mezzo,non si alterava la disposizione,
mentre essa ricevesse Pintiero suo compimento.
Offriva per tanto i mezzi e gli alti i più solenni
che la costituzione del granducato potesse dare
per riconoscere, giurare, e porre Pinfante upIIo
intiero possesso della successione, ed esibiva an-
cora di condiscendere a quelle sodisfazioni che
S. IVI. njostrava di desiderare, e il Irattato non pr*»-
scriveva. Furono perciò rinnovale nella replica
le antiche proposizioni, e vi fu aggiunto, per da-
re a sua ìlaeslà cattolica un più sicuro riscon-
tro, che sua altezza reale non solamente inten-
deva di assicurare nel miglior modo possibile la
detta immediata successione., ma di stabilirla an-
cora, e di consolidarla oltre i termini prefissi nel
traltato di Siviglia . pronto a ricevere l^iofunte
4P*
566 AVVENIMENTI STORICI AnAl^O.
iiiimediatamente nei suoi slati, e per sicurezAa di
sua persona formargli una particolare guardia del
corpo, ed a regolare le proprie guarnigioni ed
aumentarle a misura delle sue forze e di quelle
dello stato (la).
g. i4- Vedendo il granduca perduta ogni spe*
ranza d''allontanare d''attorno p sé le inquietudini e
molestie della successione,edi conservare la libertà
fino alla morie, si abbandonò al destino, e riso-
luto di non più contrastare coi gabinetti, lasciò
a'^suoi ministri la cura del governo e di tutti gli
affari^ ed egli dettesi a sodisfare a tutti i propri
capricci e stravaganze, non ammettendo alla sua
presenza che pochi di que*'minislri che più gode-
vano la sua contìdenza, e quello stuolo di gio-
vani destinati a distrarlo dalla malinconìa e dal
tedio, che gli cagionava il suo tenore di vita di
continuare a stare in letto, e non uscire dalla ca-
mera per la debolezza di macchina contratta da
un lungo decubito, per curarsi da una slogatura
di un piede cagionatagli da una caduta. Persuaso
adunque il granduca iM non poter più salvare la
sua libertà, studiò tutti i mezzi di salvare almeno
lo stato da una guerra e da un'invasione. Man-
tenevasi tuttavia nella stessa dubbiosa situazione
]a pace d'Europa: un genio pacificiìtore sarebbe
stato in tal tempo di grande utilità. La morte di
Benedetto XIII risvegliò la speranza di avere un
pontefice di qualità opportune per questo effetto.
Fu per più mesi il conclave agitato da varie par-
ti, ma finalmente venne eletto nel luglio il car-
dinal Lorenzo Corsini, non ostante che fosse in
S^/1.1730. DEI TEMPI MEDICEI GAP. XI. 667
eia di sellanlanove aniii. e difettoso di vista e
di gambe: prese egli il nome di Clemente XII, e
fu sua prima cura di promovere la pace, ma or-
mai eran troppo inoltrati grimpegni delle poten-
ze (i3).
g. i5. Era il granduca circondato per ogni parte
dalle 3rmi imperiali^ preparavasi a Cadice a far
vela una flotta poderosa, ed accreditavasi viepiù
Ja voce che questa flotta dovesse alla metà di a-
gosto riunirsi a IVIarsilia con i contingenti degli
altri alleati. Un'intimaa.ione delPimperalore pres-
sava il granduca a ricevere senza ritardo in Mi-
lano la investitura di Siena, e quest'alto era ri-
guardato come una dichiarazione di guerra dalla
Spagna e dagli alleati: ma il granduca dovette ce-
dere alla forza, ed il dì 3 agosto fu eseguita in
Milano con gran solennità la cerimonia della in-
vestitura di Siena e Portoferraio dal marchese di
Marignano come procuratore del granduca, e il
maresciallo Visconti comandante di quel castello
ne ricevè il giurnmenlo a nome di Carlo VI co-
me signore diretto del feudo (i4)«
J. i6. Siccome si comprendeva che gli alleati
considererebbero con quesfatto la guerra, e che si
varrebbero del medesimo come di un giusto pre-
testo di aggressione con presentarsi davanti a
I/ivorno, il maresciallo Daun governatore di Mi-
lano spedi a Firenze il colonnello barone di Mol-
rk per far ricevere in Iiivorno e Portoferraio le
guarnigioni imperiali, che erano di già accampate
nella Lunigìana. Fu rigettata una tal proposi-
zione dal granduca, adducendo che parevagli at-
568 AVVENIMENTI STORICI j4n.MÒ0.
sai strano che dopo eh' egli con tanP impegno
s''era opposto all'introduzione delle guarnigioni
spagnuole, ora si volesse firgli accettare un pre-
sidio imperiale, e che credeva necessario, prima
di fare alcun passo decisivo, d'attendere gli eftetli
delle premure del nuovo papa per un trattato di
pace. Furono presentati dei piani dai nunzi pontifi-
cii residenti alle corti, ma non fu mai possihile il
combinare l'interesse ed anche il puntiglio delle
corti di Vienna e di Spagna. 11 granduca stesso
propose di ricever l'infante con una decente guar-
dia spagnuola , purché non si parlasse ulterior-
mente di guarnigione. Questa di lui proposizione
fu presa dai ministri spagnuoli come un se-
gno di timore in esso e nell'imperatore, onde in
vece di acconsentire si sollecitarono i prepara-
tivi di una flotta, s'imbarcarono le truppe, e fu
fatta precorrer voce che di giorno in giorno era
per porsi alla vela . Non dubitandosi più dello
sbarco, né delTassedio di Livorno e Portoferraio,
fu nuovamente spedito il colonnello Barone di
Molck a Firenze per rappresentare al granduca,
che avendo Timperatore provvisto per ogni dove
a stabilire una giusta resistenza agli sbarchi de-
gli alleati, non gli restava per assicurare la quiete
dltalia che di esser certo di una ugual resistenza in
Toscana, ch^era la più minacciata, e che per con-
seguenza si rendeva indispensabile Tintrodurvi
delle milizie tedesche, non essendo il granduca
ben provvisto di truppe agguerrite.Rigettò questi
di bel nuovo il progetto, ma acciocché Pimpera-
iore potesse esser tranquillo su questo punto, ac-
Jn.iiZO. DEI TEMPI MEDICEI CAP. XI. 6^9
r.onseiiti che il colonnello ì>IoIck visitasse le piaz-
ze, le quali a secoiula della sua perizia sarebbero
state in istato di difesa, e nel pisano sarebbesi
posto un ragguardevole corpo di bande toscane
capaci d''opporsi a qualunque tentativo de'nemi-
ci, e dar cosi tempo alle truppe imperiali della
Lunigiana d'accorrere al soccorso, quando il pe-
ricolo fosse imminente. Quesfapparafo non man-
cò di dare apprensione alla corte di Spagna, U
quale temendo d''esser prevenula dall'imperatore
nel possesso di quelle piazze, fece dichiarare al
granduca la neutralità per il suo slato, sempre
che non prestasse il consenso alTinlroduzione
delle truppe imperiali: i ministri di Francia e di
Inghilterra raliticaronoin seguito questa dichiara^,
zione , ma a Vienna fu presa come un artilìzio
tendente ad impedire la prevenzione, e rimuovere
il granduca da ogni altra disposizione per la re
sislenza. Nondimeno sebbene ciò non interrom-
pesse l'esecuzione del piano di difesa progettato
dal granduca, s^rvì d'impulso alla corte di Vienna
per rinforzare cogli alleati le pratiche per uu de-
coroso accomodamento. Intanto gli uffizi del pa-
pa calmarono l'impeto della regina di Spagna, si
disarmò la flotta di Cadice, gli alleati sospese-
ro la spedizione dei loro contingenti, le truppe
imperiali lasciarono le frontiere della Toscana,
ritirandosi in Lombardia, e Pin verno che soprag-
giunse delle luogo ad intavolare nuovi tratta-
ti (.5).
g. 17. Cessò di vivere nel gennaio del ly'^i
il duca Antonio di Parma, ultimo maschio della
5^0 ATVENIME'VTI STORICI ^n.l731.
casa Farnese: nella supposizione che la duchessa
sua moglie fosse gravida, lasciò erede il venire
pregnante di lei, a cui sosliluì rinfanle don Corlo.
II generale Stampa introducendo seimila impe-
riali nello stato di Parma, ne f>rese formalmente
possesso a nome dell* imperatore, dichiarando
però di restituirlo all'infante nel caso che sva-
nisse la gravidanza della duchessa, o partorisse
una femmina. Kon poco si allarmò la Toscana
nel vedere occupati gli stati di Parma dai tede-
schi, conoscendosi sottoposta ancoressa alPisteS'
so caso, qualora venisse a mancare il granduca in
questa incertezza. La regina di Spagna era mal
sodisfatta della lentezza degli alleati, rimprove-
rando in essa l'inosservanza dei trattati, la poca
fede dimostrata in sostenere grimpegni contratti
a Siviglia,e il decoro di sua Maestà cattolica com-
promesso*, e finalmente si protestava, che avendo
gli alleali mancato alle loro obbligazioni, anche il
suo re si dichiarava totalmente libero da tutti gli
impegni contratti a loro favore nel trattato di
Siviglia (i6).
g. i8. Essendosi così inaspettatamente sciolto
questo trattato, si rianimarono un poco i toscani,
perchè almeno toglievasi il timore di una guerra
imminente. Dopo molti negoziati riuscì alP In-
ghilterra di concludere il di i6 marzo in Vienna
un trattato coll'iraperatore che aprisse la strada
a riunirlo colla Spagna, e lo legasse cogli olan-
desi, per i quali trattava il ministro brilaunico
Tommaso Robinson. La garanzìa della pramma-
tica sanzione del ijiS riguardo alla successione
^n.1;3T. DEI TEMPI MEDICEI CAP. XI. 5y l
della casa d*A.ustria,e riiitrofìuziouedelleguarui-
gioui spagnuole nelle piazze forti di Toscana e di
Parma., fecero la base di quesìo Irattalo. L^no de-
gli articoli riguardava Pobbligazione che sua Mae-
stà britannica di concerto con gli stati generali
prendeva, che qualora fosse assicurato tranquil
lamente alPinfante il possesso di quegli slati, do-
vessero rimuoversi le guarnigioni spagnuole in-
trodottevi per cautela. Fu dal conte di Zinzendorfif
notificato al Bartoloramei ministro del granduca
il consenso dato dallimperatore per Tinlroduzione
delle guarnigioni spagnuole; ma lo lusingò che la
Spagna non avrebbe facilmente usato di questa
facoltà, polendo far venire prontamente Pinfaute
con una guardia decente. Vide bene il granduca
dVsser sacrificalo per la terza volta dalla curie
dì Vienna, e non sapea persuadersi come questa
avesse concluso un lrattato,nel quale egli vi aveva
il più grande interesse senza alcuna precedenle
partecipazione: bisognò per altro cetlere, ma ri-
mostrò il granduca che prima di devenire colla
corte di Spagna alla stipulazione del trattato so-
lenne, era necessario di fissare una convenzione
fiarticolare tra sua Maestà cattolica e la casia Me-
«iici. Ael lempo che Giovan Gastone era !»empie
tormentato ed agitalo da quegli aifari della suc-
cessione e introduzione delle guarnigioni spa-
gnuole,ebbe ancora la disgrazia di vedersi rapirti
dalia mone la principessa Violante, che cessò di
vivere il dì 3o di maggio, per la quale egli aveva
un particolare attaccamento, l'ulta la Toscana
cumpiau»e la pcidila di una priucipeà»a dulaU di
By% AVVENIMENTI STORICI ^/2.173Ì.
tutte le virlù, che la rendevano stimabile ed ama-
bile, ad ogni ceto di persone. In tante angustie
volle Giovan Gastone che il suo ministero si ac-
celerasse a dar Pultima mano ai trattati, e assi-
curar la quiete de''suoi sudditi,sacrificando la pro-
pria indipendenza (17).
g. 19. Rendendosi per tanto ormai inevitabi-
le al granduca Pammettere nel suo stato Tinfante
e le guarnigioni spagnuole, premuroso di stabilire
colla Spagna le convenienze della sua famiglia e
quelle dei sudditi, munì a quesL^effelto di pleni-
potenza il marchese Rinuccini ed il cavaliere Gi-
raldi suoi consiglieri di stato,acciò trattassero col
padre Ascanio ministro di Spagna in Firenze. Si
intrapresero le conferenze il la luglio, e nel gior-
no aS dello slesso mese restò sottoscritto dai
plenipotenziari il trattato, in cui la corte di Spa-
gna condescese,oltrerespettativa alle convenien-
ze del granduca e della elettrice , ad assicurare
la quiete, eie prerogative del granducato. Fu an-
che nello stesso tempo fissato il ricevimento dello
infante in Livorno, e in Firenze, con farlo servire
dagli equipaggi e guardie del granduca, ed asse-
gnargli un quartiere nel palazzo Pitti <!onveniente
al suo rango, e trattarlo e rispettarlo nella for-
ma stessa praticata col principe Ferdinando (18).
In questo medesimo tempo la corte di Vienna
necessitata per la negativa di quella di Francia
di garantire la prammatica sanzione a richiamare
alla sua alleanza la Spagna, avea col duca di Li-
yia, ministro di questa, segnalo a Vienna il a.i di
luglio un nuovo traltalo, in cui tra le altre cose
j4fÌ.'\lìU DE! TEMPI MEDICEI CIP. XI. 57?
regolavasi la successione e la forma del possesso
per rinfanle don Carlo. Il conte di Zinzendoiff
comunicò al marchese Bartolomraei il tenore ói
questo trallato, intimandogli di dichiararsi per la
accessione, con lasciare il granduca nella piena
libertà di concordare di poi a Vienna, o a Firenze
le sue convenienze colla corte di Spagna, senza
però allontanarsi dalle condizioni stabilite in
questo trattato. Grande per tanto fu la sorpresa
dei ministri imperiali, allorché fu loro partecipa-
ta la convenzione di Firenze concertata con tan-
to riguardo e dignità pel granduca, senza che essi
vi avessero parte veruna (19).
§. 20. I ministri però delle altre potenze ap-
plaudirono al contegno di Giovan Gastone, il
quale pressato per ogni parte dalla violenza avea
potuto agire come principe libero ed indipendente.
li conte adunque di ZinzendoriT, ministro di Car-
lo VI, si lagnò coi Bartolommei della forma di
esiS convenzione, apparendo chiaramente con
quanto artifizio si fossero evitate in essa fespres-
sioni indicanti la feudalità, e con quant'impegno
usate quelle che indicavano libertà e indipenden-
za. Il granduca dichiarava di propria facoltà la
successione immediata, e la Spagna accordava al-
Peletlrice il titolo di granduchessa, e tutto insie-
me mostrava aperta contradizione ai precedenti
trattati, manifesta lesione ai dritti imperiali, on-
de l'imperatore era obbligato a disapprovare sif-
fatta convenzione. Reclamarono ancora i ministri
delle altre potenze interessate in tali negoziati, e
ch'erano garanti degli antecedenti trattali. Vede-
St. Tose. Tom. 10. 49
$74 ATVEKIMENTI STORICI Jn.MZ^,
vasi però difficile che la corte di Spagna e il gran-
duca recedessero da un atto cosi solenne , ma
senza conciliarlo col recente trattato di Vienna
si sarebbe reso inutile, ed avrebbe cagionato nuovi
motivi di guerra. Fece intanto il Bartoloinmei
varie rimostranze alla corte di Vienna nel tempo
che si aspettava da Siviglia il ralitìcaraento di
questa convenzione di Firenze. Venne esso rati-
ficanìento,ma con alcune eccezioni. e specialmen-
te colla dichiarazione che non s'intendesse con
tal convenzione derogato ai trattati , né appo-
sta ai medesimi veruna limitazione, e che non
s* invitassero ulteriormente le potenze già no-
minate per garantirla . Su questa dichiarazione
modellò il granduca la sua ratificazione, credendo
che ciò potesse bastare per esimerlo dall'acces-
sione, ma i ministri delle potenze non se ne appa-
gai^ono, e gli fecero considerare, che senza acce-
dere al trattato di Vienna, le sue convenzioni non
garantite dalle potenze contraenti non avrebbero
obbligato il successore ad osservarle. Fu proposta
una forma d''atto che salvasse il decoro di Giovan
Gastone, e non lo astringesse al consenso espli-
f cito della feudalità: fu promesso che Timperatore
avrebbe accordato all'elettrice i titoli e le pre-
rogative desiderate , quando fossero domandate
nelle debite forme, e finalmente fu dai plenipo-
tenziari respettivi il di 3 1 di settembre segnato
l'atto di accessione. Determinavasi in esso l'ade-
sione del granduca a tutto ciò che concerneva la
propria dignità, la quiete, la sicurezza, ed i van-
taggi dei sudditi^ la convenzione di Firenze con-
^n.l731. DEI TEMPI MEDICEI GAP. XI. ^y5
sideravasi come un patto tra famiglia e famiglia,
pel quale non inlendevasi di conlradire ai trat-
tati, e Sì garantiva in quanto era coerente ai me^
desimi^ le potenze contraenti si obbligavano ad
assicurare al granduca, al suo stato, ed ai succes-
sori, quanto era stato stabilito perla loro quiete,
convenienza e profitto (20).
?. ^1. Il granduca vedendosi nella indispensa-
bile necessità di subir la legge che gli era stata
imposta , si prestava a tutto ciò che i tedeschi e
gli spognuoli gli suggerivano, ma volendo lascia-
re ai posteri un documento irrefragabile che giu-
stificasse la sua condotta guidata dalla violenza,
consegnò una sua profesta segreta in mano del-
Parcivescovo di Pisa, in cui dichiarava che egli ac-
cedeva al trattato di Vienna, indotto soltanto dalla
forza, e che per conseguenza i suoi poyìoli non
rimanevano per quest'atto vincolali, intendendo
anzi egli di lasciarli nella libertà d*'indipendenza in
cui erano quando si sottoposero al governo della
suafamiglia. Alla metà d'ottobre giunsero i com-
missari spagnuoli per disporre il ricevimento del-
la flotta, e preparare i quartieri per le guarnigio-
ni^ il marchese Riuuccini fu spedilo a Livorno
colla plenipotenza di concordare un regolamento.
Non solo dalla Toscana, ma da tutta fllalia molti
concorsero per essere spettatori dello sbarco e
del magnitico ricevimento che si preparava alPin-
fante. Era la flotta anglo-ispnna composta di ven-
ticinque vascelli da guerra spagnuoli, comandati
dal marchese iMari, e 7 galere comandate da don
Michele Keggio^ altri sedici vascelli inglesi co-
5y6 AVVENIMENTI STOBICl ^rt.1731.
mandati dalPammiraglio Wager facevano il com-
pimento della medesima. Arrivò tutta insieme alla
vista di Livorno il di 26 d'ottobre, e sbarcò il con-
te di Charny general comandante delle truppe di
terra (ai\
g. 12.. Fattesi ai nuovi ospiti le dovute acco-
glienze, i ministri del granduca stabilirono con
e*si tutto ciò ch'era necessario, tanto per la pub-
blica tranquillità, quanto ancora perchè in nes-
suna parte non venisse vulnerata la so?ranità del
granduca . Fu convenuto che dopo aver pre-
stato il dovuto giuramento al granduca s'^intro-
ducessero i aooo uomini di guarnigione, si ac-
cordò al conte di Charny il supremo cornando mi-
litare in Livorno, senza doversi però mescolare
nel governo politico ed economico, obbligandosi
di dipendere in questo dal governatore granduca-
le, e lo stesso doveva eseguirai in Portoferraia
li dì I di novembre il conte di Gharny colla mas-
sima pompa e solennità prestò il giuramento in
mano del governatore a norma dell'articolo deci-
mo del trattato di Siviglia, e in conseguenza di
ciò fu dato principio allo sbarco. II popolo livor-
nese e fimmenso numero di stranieri quivi con-
corsi applaudirono l'arrivo degli spagnuoii, i quali
quella regina avea procurato che comparissero
nella massima pompa e nelT aspetto il più lusin-
ghiero. Occupati da nuovo presidio i posti più im-
portanti di Livorno, furono inviate le truppe che
sopravanprono a Porloferraio, e la cavallerìa fu
mandajl^,non per guarnigione, ma per deposito a
Pissi Tutto ciò eseguito, le flotte e le galere si
^/t.1731. DEI TEMPI MEDICEI CAP. XI. ^yy
ritirarono ad Aiitibo per attendervi Pinfante che
dovea partire dalla Spagna il di ao d'ottobre.Gon
quelle di Spagna si unirono tre galere toscane
comandate dal cavaliere Marescotti, e quej»t^atten-
zione fu giudicala dal granduca indispens;(bile,
per quanto la corte di Vienna desse dei manife-
sti segui di diffidenza (aa). Nel dì a3 di dicembre
s'imbarcò Tinfanle sulle galee di Spagna, unite
con quelle del granduca^ ma appena ebbe salpato,
che si alzò una violente burrasca, la qua! disperse
tutta la flotta e danneggiò fortemente non pochi
di quei legni. Ad onta nondimeno deir infurialo
elemento la capitana di Spagna nel di a7 approdò
a Livorno e vi sbarcò l'infante (a3), ove (ù accol-
to con i maggiori contrassegni di gioia. Il mar-
chese Rinuccini ed il governatore di Livorno si
portarono sulle lance ad incontrarlo nel mare, e
fatti salire sulla reale di Spagna trovarono nel-
l'infante e nei suoi ministri la maggiore graziosi-
ta e i sentimenti i più obbliganti per il granduca
e per la nazione. Il conte di s. Stefano governa-
tore delPinfante dichiarò loro, che questo princi-
pe veniva unicamente con carattere di tiglio del
granducale della elettrice. Con questi sentimenti
scese in terra Pinfante in mezzo agli applausi di
un immenso popolo concorso al Molo e su i legni
che ricoprivano il porto, e salutato dalle arliglie-
rie della piazza, in mezzo alle schiertMli numerosa
soldatesca servito dalla corte del granduca si por-
lo al tempio principale di Livorno per rendere
al cielo pubbliche grazie della sua salvezza. Adein-
pilo quest'alto di pietà e di cerimouiu pa^só fra i
4 ir
578 AVVENIMENTI STORICI j4n. 1'52'
replicati evviva del popolo al palazzo del granduca
già destinato per la sua residenza, e quivi appagò
colla massima compiacenza i trasporti di ossequio,
di attaccamento e di curiosità dei principali per-
sonaggi di Toscana e d''Italia, concorsi a Livorno
per meritarsi la grazia e partecipare dei beneiici
influssi di questo sole nascente (a4).
g. a3. Età Tinfante don Carlo d'età di 16 anni,
di bella persona, vivace, e di maniere molto gen-
tili ed obbliganti. A Livorno tutti i corpi delle
nazioni estere fecero a gara di procurargli magni-
tìche feste e trattenimenti, ina il divertimento
più da lui gradito era quel della caccia . Ga-
reggiò cogli altri runiversilà degli ebrei per at-
testare ancb*" essa a questo novello sole il suo
giubilo ed ossequio , e tìoccavano dappertutto
Je relazioni di si grandiose solennità (a5). Tralte-
iievasi intanto 1* infante a Livorno coli' idea di
portarsi a Pisa a passarvi il più crudo rigore del-
l'inverno, e condursi poscia nella primavera in
Firenze, dove aspettando che venissero superale
le opposizioni della corte imperiale, passar quin-
di a risedere con sicurezza e pacificamente a Par-
ma. Nel punto però di muoversi esso da Livorno
fu sorpreso dal vaiolo, e siffatto accidente recò la
maggior tristezza e timore in tulti^ ed il granduca
e Teleltrice dimostrarono tutte le possibili prove
di un sincero ed affettuoso attaccamento per esso.
Ebbe però questa perniciosa malattìa un ottimo
esito, il che fece rinascere il giubilo in Livorno.
Sì trattenne quivi lino alla metà di febbraio, e di
poi passò a Pisa a finir V inverno, ed ivi potette
j4n.i'/ò2. HEI TEMPI MEDICEI C4P. XI. $79
sodisfare alla sua passione per la caccia. Essendo
imminente la primavera fu risoluto di passare a
Firenze, dove il granduca e l'elettrice lo atten-
devano con impazienza. Questo passaggio fu fatto
con lentezza e con comodo^ il che dette occasione
al marchese Riccardi di ricevere l'infante, e ma-
gnificamente trattarlo nelle sue ville. Finalmen-
te il di 9 di marzo giunse in Firenze e fu ricevuto
alla porta della città da tutta la nobiltà e da un
immenso popolo: salutato dalle artiglierie e scor-
tato dalle truppe granducali passò alla metropoli-
tana, dove fu ricevuto dall'arcivescovo e dal se-
nato, e di poi collo stesso accompagnamento si
indirizzò al palazzo Pitti, ove giunto alPapparta-
mento destinatogli trovo ivi l'elettrice che Io ac-
colse a guisa di tenera madre, e seco lo condusse
alla camera del granduca, che stava in letto at-
tendendo di vedere questo nuovo suo figlio e
successore nel granducato (a6). Fu in pari tempo
che Giovan Gastone segretamente fece uccidere
Tommaso Bona venturi, perchè comunicava i se-
greti di gabinetto. Egli era l'ultimo di sua casa,
come il primo era stato ucciso, a quanto è fama,
per ordine del granduca Francesco I, quando vol-
le sposare Bianca Cappello (27).
g. 24. Comecché da quasi tre anni Giovan Ga-
stone soffriva un^strema debolezza nelle ginoc-
chia,per cui raramente usciva dalla sua camera, si
serviva molte volte del pretesto di questa malattia
per evitare ogni contestazione di cerimoniale. Ta-
le fu il caso collinfante, al quale per altro dimo-
strò ogni sorte di amorevolezza. Alle diraostrazio-
58o AVVENIMENTI STORICI ^«.1732.
ni della corte corrisposeioquelle di tuttala città,
la quale fu per tre sere di seguito illuminata, ed
ogni privato concorse al comun giubilo ed alle-
grezza. Questo trasporto degritaliani per un prin-
cipe della casa di Borbone non piacque alla coite
di Vienna. Le controversie pel possesso di Parma
non erano peranche spianate , e un armamento
che vedea farsi nei porti di Spagna allarmava la
corte di Vienna , tullochè fosse detto esser
destinato per TAfFrica, come di poi restò compro-
vato col fatto. Faceva il granduca lutti gli sforzi
per riunire tra loro le due corti di Vienna e di
Spagna, proponendo il malrimonio delP infante
colla seconda arciduchessa, ma trovò chiuse le
strade per introdurne la pratica. Assicurata la
Spagna del possesso di Livorno e di Portofer-
raio che gli tenevano aperta la comunicazione per
i soccorsi, non curava più le minacce della corte
di Vienna .e studiava tutti i mezzi di stabilire va-
lidamente l'infante in Italia. Ad oggetto poi di
confermarlo maggiormente nel possesso della
successione alla Toscana coi diritti e col fatto,
si pensò al modo di adempire la convenienza ri-
guardo al farlo riconoscere dai sudditi in una
forma che fosse la meno clamorosa, ed offendes-
se meno la corte di Vienna. Si fissò pertanto di
deputare Tinfantea ricevere gli omaggi che nella
festività di s. Giovanni prestavano annualmente
al granduca tutte le comunità del granducato,
portando la consuetudine, che quando i sovrani
non assistevano personalmente a quesfalto. vi
deputavano il successore (28).
w^/l.1v32. DEI TEMPI MEDICEI CAP. XI. 58l
g. 2.5. Per eseguir poi quanto nella convenzione
si era promesso, nel proclama che iì banditore
dovea leggere avanti la convocazione, fu apposta
la clausula, e anco per se stesso^ come a suo ini^
mediato successore. Seguì il tutto colla massima
tranquillità, e straordinario fu il fasto e la niagni-
Ijcenza che le due corti spipgarono in questa oc-
casione, e indicibile il contento che mostrarono i
sudditi. Ma questo giubilo fu presto amareggiata
dai risentimenti della corte di Vienna, che dichiarò
quest'atlo comela più solenne infrazione dei trat-
tati, ed il granduca e Tinfante furono considerati
come due principi che avessero ai tonfato ai ilrit-
ti dell'impero per declinare dalla feudalità. INon
furono però attese né in Toscana, né in Ispagna le
rimostranze imperiali, cosicché la corte di Vien-
na pensò di far emanare dal consiglio imperiale
degli atti che mettessero al coperto i diritti dello
impero, e restringessero sempre più quei vincoli
coi quali pretendtfvasi di tener Tinfante assogget-
tato alla corte di Vienna. Fu perciò concepita una
lettera e intitolata rese ritto ^vxqWsl quale cassando
e annullando quanto era stato fatto nella festa di
s.Gio. Battista a favore dell'infante, si dichiarava
illegittimo il titolo accordatogli di gran principe,
e gli prescriveva di più di non agire contro i trat-
tali. Fu indirizzato al senato di Firenze un de-
creto, in cui previa la delta cessazione della ri-
cognizione fatta il a4 {?'"S"Oi S'' s'imponeva di
non riconoscere l'infante per successore se non
dopo la vacanza, sotto pena delPindignazione im-
periale, e di cento marche d' oro, A questi alti
5Sa AWENIMENTI STORICI ^«.i:32.
succedeva un mandatum ad subditos che repli-
cando le medesime clausule di cassazione e di
nullità, ordinava ai popoli della Toscana di non
rendere omaggio alPinfante se non dopo il caso
della vacanza, e quando egli fosse nella minorila
lo rendessero alla duchessa Dorotea di Parma co-
me lutrice (^9).
g. 2.6. Fu incarir^afo il conle Caimo ministro
imperiale a Firenze di presentare al granduca il
rescritto, al senato il decreto, e di pubblicare
affiggendo in Firenze il mandatum ad subditos.
Giovan Gastone nel ricevere il documento a lui
diretto, disse che la replica a sua Maestà imperia-
le esigeva tempo per poterla seriamente esamina-
re; il senato rigettò il decreto con dire, che non
sapeva di avere altri sovrani che il granduca^ il
che dette luogo al conle Cairao di servirsi di uno
strattagemma poco convenevole alla sua dignità.
Fec'egli vestire un suo familiare da pellegrino, il
quale introducendosi alPudienza del magistrato
supremo, rappresentante il senato,tingendo di pre-
sentare un'istanza pose in mano al cancelliere il
decreto e se ne fuggì. Non fu aperto però dal ma-
gistrato il decreto, ma rimesso al granduca fu
segnato un atto solenne, nel quale si dichiarava
di non averlo accettato in veruna forma: fu anche
insinuato al ministro imperiale di non procedere
a fare affiggere il mandatum^ perchè non poteasi
rispondere de'suddifi sostenuti da una guarni-
gione spagnuola, ond'egli si contentò di sparger-
ne alcune copie tra i suoi aderenti (3o).
g. 27. Per quanto il soggiorno di Parma esser
^/i.l732. DEI TEMPI MEDICEI CAP. XI. 583
potesse più pericoloso per Tinfante che quello
di Firenze, perchè più esposto alle forze della ca-
sa d''Austria, contro di lui irritata, pure la corte
di Spagna credette conveniente di colà inviarlo.
Parli egli di Firenze ai primi d'ottohre, e volendo
Giovan Gastone in questa circostanza dimostrare
la tenerezza che aveva per lui, si fece portare in
sedia al quartiere delPinfante, da cui cougedossi
con atti ed espressioni di grandissimo attaccamen-
to e benevolenza. Partirono ancora colPinfante i
principali ministri spagnuoli e la sua guardia del
corpo, ma restarono tuttavia in Livorno e in Por-
toferraìo le guarnigioni. Giunta alla corte di Spa-
gna la notizia delle intimazioni fatte fare dalla
corte imperiale in Firenze, previde inevitabile la
guerra, e procurò per questa ragione d*" allearsi
colla Francia. La successione della casa d''Austria
formava l'oggetto principale delle contemplazio-
ni dei gabinetti d' Europa, e la casa di Borbone
non desiderava se non se che lo smembramento
d'una monarchia che soia erale rivale, e di que-
sto avrebbe voluto che ne fosse a parte l'infante
don Carlo, a cui sposando una delle arciduches-
se, toccassero in sorte tutti gli slati dltalia. Car-
lo VI air opposto applicavasi per conservare la
unione e V integrità dei suoi stati, ed assicurare
lefletluazione della prammatica sanzionedel iyi'6.
Egli avea già seco stesso determinato il matrimo-
nio della sua primogenita con Francesco Stefano
duca di Lorena. Un duca di Loreua esaltato sul
trono austriaco dava gran gelosia alla corte di
Francia, ed impegnava il gabinetto francese ad
SI4 /LVVENIMENTI STORICI ^/J.I'JSS.
opporre qualunque riparo ad una novità ch'esser
potea fatale alla monarchia francese. Le due case
Borboniche inleressate Tuna per ingrandire Tin-
fante, Taltra per indebolire un cosi potenle riva-
le com'era la casa d'Austria, concertarono segre-
tamente insieme di calersi delle armi, seniprechè
riuscissero inutili le pratiche (3 1).
g. a8. Diverse contestazioni si fecero tra le due
coni di Spagna e di Vienna riguardo a ciò che si
era operato a Firenze rispetto all'infante, e quan-
to era inflessibile la prima nelle sue opinioni, al-
trettanto era ferma e costante la seconda in non
Toler fare atti contrari alla sua dignità, e la cor-
te britannica si sforzava in vano d"" immaginare
dei compensi per conciliare le pretenzioui della
una e deirallra: il granduca poi pendente queste
contestazioni si teneva in silenzio. Un nuovo ed
impensato accidente messe in moto tutti i gabi-
netti d'Europa, ed accese il fuoco di nuova guer-
ra: ciò fu la morte di Federigo Augusto II re di
Polonia, ed elettore di Sassonia. La maggior par-
te dei pollacchi si riunirono in proclamare loro
re Stanislao Leszynski, ch'essendo suocero del re
di Francia avea tutto l'appoggio di quella corte,
ma non era voluto né dall'imperatrice delle Rus-
sie, né da Carlo VI, che sostenevano il figlio del
defunto Augusto II, e potetter farlo eleggere li 5
d'ottobre dai lituani , e dal loro partito, e chia-
mossi augusto III.L''ingresso dell'esercito russo
in Polonia fu il segnale delle ostilità nel Setten-
trione, e alla metà d'ottobre i francesi passarono
il Reno, e il maresciallo di Villars calando co'suoi
Jn,i'jò2, DEI TEMPI MEDICEI CAP. XI. 585
eserciti dal Deltìnato in Piemonte e unitosi alle
armi del re di Sardegna sorprese il milanese po-
co o nulla guarnito dagriraperioli: fu estrema la
commozione a Vienna, vedendosi assalire da tan-
te parti senza essere preparati a difendersi, e col
timore che anche la Spagna poco tarderebbe ad
invadere il regno di Napoli . Il granduca si trovò
in angustie, e non potendo impedire lo sbarco
degli spagnuoli in Livorno , temeva di attirar la
guerra nel granducato. Doleasi egli perciò col car-
dinale Fleurì ministro di Luigi XV, che dopo a-
ver tutto sacriQcato al desiderio delle potenze,
non si avesse dalle slesse per lui almeno il ri-
guardo di non interrompergli la pace di quei
pochi giorni che gli restavano di vita. Tali sen-
timenti fecero breccia nell'animo del cardinale, e
ordinò al maresciallo di Villars, non solo d'aver
lutti i riguardi agli stali del granduca nelle sue
marce e posizioni, ma d impedire altresì che ^U
austriaci lo potessero attaccare da alcuna parte.
Simili istanze furono portate a Vienna, e gli fu
promesso tutto il riguardo. Il re pure di Spagna
ordinò che si rispettasse colla maggiore esattez-
za e vigilanza la neutralità della Toscana: non
fu per altro possibile d''impedire lo sbarco degli
spagnuoli a Livorno (3a).
g. 29. Giungevano frattanto a Livorno le di-
visioni delParmala spagnuoln, che in numero dì
3oooo uomini doveva agire in Italici. 11 granduca
credeva di non dovere accordare loro che il solo
passaggio, ma rimase ben sorpreso quando dal
capitan generale deirarmatOj conte di Muntemar,
St, Tose, Tom. 10. 50
586 AVVENIMENTI STORICI ^/I.1732.
fu fatta istanza che fossero le truppe acquartie-
rate in Toscana. Non ostante la scarsità delle rac-
colte fu necessario il condescendere, e furono di-
stribuite esse truppe nelle diverse province della
Toscana, meno un distaccamento di 3ooo uomi-
ni, che sotto il comando <lel duca di Castro Pi-
gnano marciò nella Lunigiana,e pose guarnigione
in Massa di Carrara ed in Lavenza, e discacciò il
presidio imperiale dal forte d'Aulla. Questi furo-
no i primi atti di ostilità commessi dalle truppe
spagnuole in Italia; bastarono però essi a dar co-
roggio all'infante don Carlo di svincolarsi da qua-
lunque trattato, e prendere la risoluzione di go-
vernare da se stesso. Tulle queste disposizioni,!
preparativi di guerra, Tesorbitante peso di tante
truppe, e il timore che il teatro della guerra po-
tesse finalmente aprirsi in Toscana, tenevano il
governo ed il popolo in costernazione (33).
g. 3o. Dappertutte le parti si accelerarono le
operazioni della guerra. In Polonia i moscoviti
si avanzavano a gran passi verso Varsavia, e pro-
curavano di rinchiudere in Danzica Stanislao. Al
Reno,espugnato il forte di liell, i francesi dispo-
nevansi all'assedio d'altre piazze. In Lombardia
ai gallo-sardi non rimaneva da fare che la con-
quista dì Mantova: la Spagna non pareva agire
misteriosamente^ e già nuove truppe spagnuole
erano sbarcate sulla riviera di Genova per guar-
dare lo stato di Parma. Solo Fesercilo che trova-
vasi in Toscana era destinato ad agire separata-
mente per la conquista del regno di Napoli, e già
Tinfante se n' era dichiarato generalissimo. Gli
wdf/t.1734. DEI TEMPI MEDICEI GAP. XI. 687
imperiali per la lor parte faceano scendere dal
Tirolo una poderosa armala sotto il comando del
conte di IVIercy. Il piano di questo comandante era
di fare ogni sforzo pel passaggio del Pò. ed indi
attaccare gli spagnuoli in Toscana, ed impedir
loro in questa guisa la spedizione di Napoli. II
granduca avea saputo questo piano, e ricorrendo
al cardinale di Fleurì fece tutte le possìbili pre-
mure, acciò venisse impedito: in fatti si rinnova-
rono gli ordini al generale di Villars ed agli altri
comandanti francesi , acciò si disponessero ad
impedire il passaggio del Pò, e ad ogni evento
tener guardata la Toscana dalT invasione degli
imperiali. Essendo perciò minacciato di guerra
lo stalo di Parma, fu risoluto di porre in sicuro
rinfante, facendolo passare in Firenze, ove dovea
sollecitarsi la spedizione per ÌNapoli.
g. 3i. A-i primi di febbraio giuns^ egli in
Firenze accolto con tutti gli onori e con tutta
la cordialità dal granduca e dall'* elettrice. Fu
riunita l'armata spagnuola nei piani d'A.rezzo per
dove parli Pinfante il 24. ed intraprese la marcia
colla sua armala per lo stato ponliiicio alla vol-
ta del regno di Napoli. In Toscana non erano
rimaste che le piccole ed incomplete guarnigioni
di Livorno e di Portoferraio. L^ esercito del ge-
nerale imperiale maresciallo Mercy s^ avanzava,
e la sicurezza della Toscana non era affidala
che al volere dei gallo-sardi . L"* evento incerto
delle armi teneva in grave timore Giovan Gastone
ed i toscani tutti. Non trovò ostacolo rìnfante pel
suo ingresso nel regno dì Napoli per la parte di
588 AVVEmMENTI STORICI ^«.1734.
s. Germano, e gli fu facile quindi avanzarsi alla
capitale, poiché tutte le proviucie spontaneamen-
te si assoggettavano ad esso. 11 12 aprile Tarmata
spagnuola si postò in Anversa, dove furono pre-
sentate all'infante le chiavi della capitale, nella
fjuale dopo un mese fece il solenne ingresso .
Questi successi raesseroin tristezza i toscani, poi-
ché vedevano che sarehhero ridotti in istato di
provincia. Ciò mosse Giovan Gastone a ricorrere
al cardinal Fleurì, acciò nel caso che V infante
restasse in Napoli come re, fosse sostituito in To-
scana Tinfante don Filippo. Si concepì a Vienna
un forte sospetto che il granduca fosse parziale
per gli spagnuoli, e si questo che la notizia della
richiesta fatta dal medesimo delTinfanle don Fi-
lippo perla Toscana, fecero che la corte di Vienna
riguardasse quella di Firenze come nemica, ed il
Bartolommei come diffidente. TaPera lo stato po-
litico del granduca in tempo che gli eventi della
guerra e le poche speranze che vi erano di pac«
lo rendevano ancora più incerto . GP imperiali
erano destituti di forze, e leggieri ostacoli s"* in-
contravano dalP infante per la conquista della
Sicilia, avendo già in suo potere lutto il regno di
Napoli (34).
§. 32. Il cardinale Fleurì sempre inclinato
alla pace, non ostante le vittorie dei francesi, mo-
slravasi pronto ad ascoltare qualunque proposi-
zione , ma la Spagna non vi preslava orecchio
senza i preliminari della cessione di lutti gli slati
d"* Italia. Diversi progetti frattanto facevansi di
pacificazione, senza che si venisse però a veruna
j^n.M35. DEI TEMPI MEDICEI GAP. XT. 58c)
conclusione. Non ostante le potenze marillime
non perdevano la speranza d' indurre i bellige-
ranti ad accettare coudizioni per procedere ad
un armistizio. Si prendeva intanto in considera-
zione nei gabinetti V antico piano di Luigi XIV,
consistente nella permuta della Toscana colla
Lorena, e questo pareva il compenso più adat-
tato alle circostanze. L'^irresolulezza delTimpera-
tore dava occasione agli spagnuoli ed agli alleati
di far nuove conquiste, e perciò si posero in mar-
cia da Napoli 18000 uomini per riunirsi ai gallo-
sardi , e far 1' assedio di Mantova , unica piazza
che rimaneva in Lombardia alTimperatore. Que-
sta truppa spagnuola di ritorno da Napoli s"* in-
trodusse di nuovo nel granducato sotto il coman-
do del duca di Montemar, il quale avendo stabi-
lito il suo quartier generale a Prato, spedì un
distaccamento per attaccare i porti di Siena, che
erano ancor soggetti alfimperatore. Il granduca
ricevette con apparente amorevolezza questi o-
spiti, ma gli riusciva non poco sgradevole il ve-
dere che le potenze maritlime,senza ch'egli fosse
invitato a concorrervi, contrattavano il suo stato,
la sua quiete, la sua libertà, mettendole a prezzo
per saziare Tambizione dei belligeranti. Parti il
duca di i>Ionlemar dalla Toscana ai primi di mag-
gio per far Passedio di Mantova di concerto con
i gallo-sardi, ma questi non corrisposero a tutto
ciò di cui si riprometteva il generale spagnuolo,
cosicché insorsero molte dissensioni fra di loro,
per le quali Tassedio era ritardato, e da ciò Tlta-
lia traeva delle lusinghe di pace: Carlo VI la «ie-
5o*
590 AVVENIMENTI STORICI AnAZ^y,
siderava più degli altri, e perciò prestava orecchio
alle proposizioni che dalla Francia gli veuivan
fatte segretamente.
g. 35. Diversi erano i piani di pacificazione che
circolavano per rEuropa,formati dai politici delle
differenti nazioni, per combinare le diverse vedute
delle corti(35).Precorrevane daqualchelempouno
d'accomodamento tra i belligeranti, sebbene senza
veruna forma d' autenticità , nel quale pareano
bilanciati gl'inleressi di tutti. A.ssegnavasi in esso
al re Stanislao dopo la solenne abdicazione al
trono la Polonia, i ducati di Lorena e di Bar, af-
finchè dopo di esso fossero incorporati alla Fran-
cia. Al duca di Lorena si assegnava in congua-
glio Piuliera successione del granducato di To-
scana, i porti di Siena e tutta l'Isola dell'Elbar si
disegnava per il re di Sardegna quella parte del
milanese ch'è fra il Tesino ed il Piemonte: al re
Carlo davasi la Sicilia e la Sardegna, ed alfimpe-
ratore si rilasciava il regno di Napoli, lo stato di
Parma ed il rimanente della Lombardia. Nel tem-
po che le potenze marittime trattavano all' Haia
la maniera di promuovere un armistizio , e suc-
cessivamente fissare un luogo per un congresso,
restò a Vienna conclusa la pace segretamente tra
r imperatore e la Francia, e ne furono segnati i
preliminari li 3 ottobre, i quali in sostanza por-
tavano, che si assegnava a Francesco III duca di
Lorena la successione eventuale della Toscana ,
con che dovesse cedere immediatamente al re
Stanislao il ducato di Bar, e T imperatore lo in-
dennizzaise annualmente delle rendite di quello.
Jn.ilZS, DEI TEMPI MEDICEI CIP. XI. 591
Mediante l'abdicazione del re Stanislao il re Au-
gusto restava pacificamente al possesso della Po-
lonia . Per assicurare al duca di Lorena la suc-
cessione della Toscana, doveano introdursi nelle
pia2ze forti del granducato 6000 uomini di truppe
imperiali, subito che ne partissero le spagnuole .
Il porlo di Livorno dovea rimanere porlo franco ,
e l'infante don Carlo dovea ritenere il regno del-
le due Sicilie, i pòrti dello stato di Siena e Lun-
gone. All'imperatore si rendevano tutte le altre
conquiste, e di più lo stato di Parma, con obbligo
però di non ripetere dal papaia disincamerazione
di Castro. Si obbligarono i collegali a garantire la
prammatica sanzione, e si riservava ai commissari
da nominarsi il dettaglio per i limiti da stabilire.Fi-
nalmenle si determinava un congresso per de ve-
nire ad un trattato definitivo, ed intanto si sospen-
devano le ostilità. Questa convenzione dovendosi
comunicare alla corte di Spagna fu tenuta occul-
ta per qualche tempo , e le armate francesi sta-
vano in una totale inazione tanto al Reno quan-
to in Lombardia (36).
g. 34. Data che ne fu cognizione alla corte di
Spagna restò questa molto sorpresa che la Fran-
cia avesse in ciò da sé sola arbitrariamente agito,
ed era perciò renitente , vedendo che le potenze
marittime vi accedevano, e che le pressavano ad
acconsentirvi, e vedendo inoltre che le sue ar-
male abbandonate dagli alleati sostener doveano
esse sole tutto lo sforzo delle truppe imperiali ,
che scendevano dal Tirolo, cede finalmente alle
comuni insinuazioni , e dichiarò di acceitnre i
5^0. AVVENIMENTI ST0RÌC1 ^/l.1736.
preliminari, esigendo però nuove cautele dalPim-
peratore e dalla Francia. Il dì 3o gennaio fu se-
gnala a nome del]''imperalore una dichiarazione,
nella quale specialmente si prometteva di garan-
tir ciò che riguardava il re delle due Sicilie e la
Francia, ancora con altra dichiarazione dell'istes-
so giorno facevasi garante coir imperatore della
intiera e pronta effettuazione delle condizioni
toccanti la Spagna medesima. Queste dichiara-
zioni detter luogo ai respeltivì generali di com-
binare fra loro il modo delT esecuzione ^ nondi-
meno molte furono le dìflScollà che s' incontra-
rono poi da tutte le parti , poiché la repugnanza
del duca di Lorena air intiera cessione dei suoi
stati rilardava Tesecuzione dei preliminari. Si ef-
fettuò a Vienna il dì ladi febbraio il matrimonio
del duca Francesco di Lorena con Tarciduchessa
Maria Teresa primogenita di Carlo VI , e questo
atto sollecitò facilmente il consenso per la ces-
sione j e contribuì ad affrettare V effettuazione
della pace. Il 5 di marzo fu fissata una conven-
zione tra r imperatore e la Francia per ritirare
le truppe dal Reno, ed evacuare le piazze già
conquistate; e finalmente il dì ii d''aprile restò
fissata un*" altra convenzione, che rilevando ed
estendendo lo spirito delle condizioni stipulate
nei preliminari , stabiliva un metodo preciso ed
universale per Tesecuzione di esse. Ciò che poi più
di tutto contribuiva ad accelerare Teffettuazione
della pace, era la promessa della pronta cessio-
ne della Lorena stipulata in due articoli separati.
Siccome poi dal contesto dei preliminari non appa-
y^n.1736. DEI TEMPI MEDICEI CAP.XI. ^^%
riva annullata la convenzione fatta in Firenze nel
1731 col re di Spagna, e perciò rimaneva in-
certa V indennizzazione degli allodiali di Lorena
con quelli di Toscana, la corte di Francia si fece
garante unitamente airiniperalore del consegui-
mento del duca di Lorena di tutti gli allodiali
medicei esistenti in Toscana-(37).
g. 35. Pendenti questi negoziati non si face-
va in Firenze che deplorare la fatalità del gran-
duca, ed il poco riguardo praticato con esso dalle
potenze. Già egli per questo funesto andamento
delle cose era caduto in una tetra malinconìa,
oltre di che la sua salute già da qualche tempo
vacillante lo rendeva ahbattuto di corpo e di
spirito, e perciò lasciava che il caso e V arbitrio
dei suoi ministri e domestici regolassero tutti gli
affari della sua corte e dello stato. Le grandi cau-
tele ohe esigeva il consenso del duca Francesco
per la cessione della Lorena portavano un pro-
crastinamento alPuniversale esecuzione dei pre-
liminari segnati il dì 3 d''oltobre tra l'imperatore e
la Francia. D'altronde poi il detto consenso era
la condizione massimamente voluta dalla Fran-
cia , dalla quale doveva in seguito dipendere la
efiTettuazione delle condizioni risguardanti la Spa-
gna. Volevasi che il re Carlo cedesse nella più
ampia forma agli allodiali medicei , ma una tal
cessione veniva apertamente negata perchè non
prescritta dai preliminari , e perchè il re cre-
deva gli allodiali dovuti a sé per diritto di san-
gue. Il granduca poi insisteva che si dichiarasse
sciolta la convenzione di Firenie dei i73i, e che
594 AVVEDIMENTI STORICI ^«.1736.
egli potesse convenire col nuovo successore .
Tutte queste difficoltà, ed altre questioni insorte
tenevano sospesi gli animi dei principi e dei po-
poli , ed impedivano che si ritraesse il frutto di
un.i pace tanto desiderata*, ma finalmente supera-
tasi ogni repugnanza del duca di Lorena restò il
di 2.8 di agosto fissata una convenzione tra Tim-
peratore e la Francia, nella quale si stabiliva che
avrebbe immediatamente avuto luogo la cessione
formale della Lorena al re Stanislao, allorquan-
do la Toscana fosse evacuata dagli spagnuoli e
presidiata dai tedeschi , come pure disponevasi
in essa tutto ciò che riguardava le convenienze
della casa di Lorena e la garanzia degli allodiali
medicei (38).
g. 36. 11 conte di Zìnzendorflf pose in campo
proposizioni le più odiose alla casa x>Iedici, e ri-
gettando la forma della convenzione del i73i
dichiarava al ministro di Giovan Gastone che non
poteasi ammettere il titolo e T onorificenza di
granduchessa per Pelettrice, né si poteva esime-
re la Toscana dalla feudalità e dalle guarnigioni
imperiali. Dall'altro canto il duca di Lorena non
trovava la convenienza di Firenze coerente ai
propri interessi, poiché considerando il grandu-
cato in linea di mero equivalente di ciò che avea
ceduto, riguardava questo negoziato in quei pun-
ti di vista coi quali si trattano le rigorose com-
pensazioni tra privato e privato. In conseguenza
di ciò egli non si credeva in dovere di diminuire
nella minima parte la sovranità di Toscana per
compiacere allVlettrice, di capitolare con Giovan
Jn.i'JòG, DEI TEMPI MEDICEI GAP. XI. $95
Gastone per rapporto alla forma del governo da
tenersi dopo di lui, né di accollarsi i debiti pub-
blici della Toscana in somma maggiore di quella
che la Francia si era accollata per la Lorena, o
al più progettava di caricarsene per una quantità
proporzionata al valore degli allodiali che gli era-
no offerti. Nella convenzione di Firenze si renun-
ziava solamente agli allodiali esistenti in Tosca-
na, e questi non credevansi sufficienti a compen-
sare i debiti pubblici. La casa di Borbone che
contrattava integralmente la successione di To-
scana, poteva usare della compiacenza a chi glie
ne facilitava il conseguimento, ma U duca di Lo-
rena che vi era chiamato a titolo d*'indennità, non
poteva estendersi oltre i limiti di una giusta com-
pensazione.
g. 37 . Se questo rigore aggravava la casa
Medici, apparteneva alle potenze autrici dei pre-
liminari il promuovere dei nuovi mezzi di comu-
ne sodisfazione. Infatti conoscevasi pienamente
a Firenze che il duca Francesco, sacrificalo non
meno che Giovan Gastone alPaltrui prepotenza,
non avrebbe facilmente aderito alle condizioni
che aveva accordate la Spagna, e perciò non man-
cavasi di suggerire dei mezzi, i quali impiegando
Tequivalente che gli era destinato dessero luogo
a piegarsi ai desideri della casa Medici. Si pose io
considerazione alT imperatore che niun trottato
avea fin allora disposto del feudo di Piombino ,
il quale essendo sotto Talto dominio dell'impero
rimaneva in potere degli spagnuoli, senza che vi
avessero alcun diritto^ che quello slato riunen-
596 AVVENIMENTI STORICI uin,Mò6.
dosi alla Toscana, olire i comodi che gli avrebbe
prodotti per la facilità delle coste e per la comu-
nicazione di Portoferraio, Tavrebbe anche liberata
dal timore delle forze di Spagna che vi risedeva-
no. La vacanza del ducato di Massa e l'alto domi-
nio della Lunigiana, offrivano il modo d^ngra udi-
re al duca di Lorena la successione, e facilitavano
i mezzi più efficaci di stabilirla con reciproca so-
disfazione. II barone di p.ichecourt ministro del
duco di Lorena gustava queste proposizioni, e spe-
cialmente la convenienza dello stato di Piombino
per la Toscana, mentre questo feudo non restan-
do compreso fra le piazze cedute al re delle due
Sicilie nei preliminari, pareva facile il conseguirlo
dall'imperatore. Lo stesso duca Francesco trattò
col suocero di questi acquisti per farne un più
giusto equivalente a quanto perdeva, ma trovò in
esso e nei suoi ministri tutta la durezza e un grave
timore di dare agli spagnuoli un motivo di nuove
contestazioni. La fiducia ciecamente riposta nel-
rimperatore neiratto di fare il primo sacrifizio,
l'obbligava a proseguire cogli stessi riguardi per
contribuire all'ultimo compimento dei prelimi-
nari, e segnare la cessione. Senza di questo non
poteva effettuarsi V evacuazione della Toscana,
e neppure intraprendersi il trattato colla corte
di. Spagna sopra gli allodiali di Toscana e di Par-
ma (39).
g. 38. Rimasta finalmente concertata la forma
degli atti di cessione, procederono di poi gli spa-
gnuoli ad evacuare la Toscana, e il generale du-
ca di Montemar significò al granduca con una let-
JftJ'^'ìl . DEI TEMPI MEDICEI GAP. XI. 697
tera obbligarli e e piena di riconoscenza la sua
partenza da questa. Infanto mentre imbarcavasi
a Livorno Tarmata spagnuola si teneva un con-
gresso a Pontrernoli fra gli spagnuoli ed i tede-
schi per fare il cambio degli atti necessari di
cessione, e concertare i! modo della introduzione
delle guarnigioni tedesche in Toscana. II giorno
5 di gifuiiaio restò con iscambievole sodisfazione
sciolto il congresso, e il barone di Wachlendonck
generale comandante della nuova guarnigione
imperiale, concertò col conte Mariani generale
spagnuolo, e col barone Velluti deputato del gran-
duca e maestro di campo il metodo della introdu-
zione, e il ripari imento delle truppe pel grandu-
cato. Ritiratesi per tanto dalla Toscana tutte le
truppe spagnuole,il conteKevennulIer comandan-
te generale delTimperatore in Italia, inviò a f'i-
renze il generale Brailwifz per prevenire il gran-
duca della imminente introduzione delle guarni-
gioni tedesche: in questa occasione il generale
usò ogni atto di rispetto e di officiosità al gran-
duca, sì per meritarsi la di lui stima, cbe per ri-
muovere dai popoli della Toscana quelPavversio-
ne che avevano concepito contro i tedeschi (4n)'
g. 39. Introdottisi (ter tanto pacitìcamente i
tedestOìi in Toscana, si venne alPatto del giura-
mento, che fu prestalo solennemente in Livorno
dal generale Wachlendonck, e Io ricevè a nome
del granduca il marchese Giuliano Capponi gover-
natore di quella piazza. L* uflìzialità tedesca non
lasciò di esercitare tutti quegli atti di gentilezza
e di officiosità che poterono obbligare il gramiu-
St. Tose. Tom. iO. 51
59S ATVEKIMENTI STORICI An.Mll .
ca e la nazione. Ciò che poi richiamava più d'ogni
altro Patlenzione dei ministri di Giovan Gastone
era ^apertura dei negoziati, regolare la succes-
sione del duca di Lorena, e la convenzione da sta-
bilirsi tra le due famiglie: poiché eseguiti ormai i
preliminari discutevasi a Vienna la forma delPin-
vestitura eventuale del granducato. In questa
parte sì i ministri lorenesi che quello del gran-
duca aveano lo stesso interesse di esigere dallo
imperatore tutte le concessioni tendenti ad alleg-
gerire e rendere quasi insensibile il peso della
feudalità. Si posero in considerazione le preroga-
tive della Lorena, affinchè si trasferissero sopra
la Toscana secondo lo spirito dei preliminari, si
rammentò il sacrifizio fatto dal duca dei propri
stati per procurare all'imperatore e all'impero il
benefìzio della pace, e in conseguenza si doman-
dò per il successore di Toscana il vicarialo im-
periale, non solo del granducato, ma ancora di
tutti i feudi circonvicini, sullo stesso modello di
quello accordato già dai passali imperatori ai du-
chi di Savoia. Ciò avrebbe portato in conseguen-
za Tespeltaliva per tutte le vacanze de'detti feu-
di, ed avrebbe facilitalo Tincorporo di Piombino,
il quale già fortificavasi dagli spagnuoll, e faceva
temere perla tranquillità di Toscana. Wa Comec-
ché queste istanze non erano coerenti alle riser-
ve inserite nella capitolazione imperiale, e giudi-
cavasi che il promuovere con Pimpero e con gli
spagnuoli Tinoorporo di Piombino, potesse pro-
durre delle odiose contestazioni, che intorbidas-
sero una pace acquistata con tante perdite, il mi-
-^«.1737. DEI TEMPI MEDICEI GAP. XI. 699
nistero imperiale procurò di addolcire con le lusin-
ghe la negativa di tali domande, e si apposero nel
diploma lulte leclausule più ampie di concessione
che potessero emanare dall'autorità dell'impera-
tore. In conseguenza di ciò il 24 di gennaio fu se-
gnato il diploma d'investitura eventuale, in cui
asspgnavasi la Toscana al duca Francesco e suoi
discendenti maschi in infinito per ordine di pri-
mogenilura, e dopo di essi al principe Carlo di
Lorena e suoi discendenti maschi collo stess'or-
dine,e dopo la mancanza di lutti i maschi alle fem-
mine. Tulli i differenti dominii componenti Pin-
tjera sovraniià di Giovaa Gastone doveano passa-
re nel successore sotto uno stesso ed unico tito-
lo, e ciò toglieva <li mezzo i molli e «liversi vin-
coli ohe seco portavano Io slato di Siena e gli
alfri feudi imperiali (4 i).
g. 40. In sequela di lutto ciò restava soltanto da
stabilirsi il patto di famiglia Ira la casa de''i>Iedici
e quella di Lorena. Vari furono i progetti sopra
di ciò, fra i quali vi fu, che siccome esigevasi dal
granduca qualche sicura speranza onde la Tosca-
na non dovesse esser sempre provincia di un so-
vrano assente , e si stabilisse a Firenze la resi-
denza del principe Carlo, o la renunzia dello slato
al medesimo nel caso che il duca Francesco conse-»
guisse la corona imperiale, i ministri cesarei e
quei di Lorena assicurarono il Bartolommei, che
non restando la Toscana compresa nella pram-
matica sanzione^ né polendo a forma del trattalo
di Lorena essere incorporala cogli stali ereditari
della casa d'Austria^ subito che la successione
600 ATVENIWENTl STORICI w<f/l.1737.
austriaca si fosse consolidata nel primogeuilo dei
duca Francesco, il granducato sarebbe stato tra-
sferito al secondogenito, o in mancanza di esso
nel principe Carlo e suoi discendenti, i quali a-
viphber potuto sodisfare ai popoli di Toscana
colla loro presenza. Parve ben duro al granduca
e airelettrice che si pretendesse di privarli della
facoltà di disporre dei loro beni comune a tutti
i privati, e di sottoporre una casa regnante a uù
rendimento di conti, né pareva giusto che l'in-
dennità della casa di Lorena si dovesse procursrre
col sacrifizio della libertà e del patrimonio di due
principi che non avevano veruna parte nelle tur-
bolenze che agitavano l'Europa. Tali progetti non
incontravano Tapprovazione delle potenze autri-
ci dei preliminari, poiché non si voleva irritare
la Spagna che credeva avere delle ragioni per di-
ritto di sangue sugli allodiali medicei. L'impera-
tore tanto per sodisfare ai più obbliganti uffici
col granduca e Telettrice, quanto per provvedere
a tutti quegli eventi che Tela e la poca salute di
Giovan Gastone facevan credere non molto re-
moli, spedì a Firenze il principe Marco di Craun
in qualità dì suo plenipotenziario. Era essoinca-
ricatodi persuadere il granduca della convenien-
za delle condizioni pretese, e di stare in guardia
acciò gli spagnuoli non estorcessero da esso qual-
che disposizione che compromettesse la quiete e
gl'interessi dei popoli di Toscana. Fu accolto que-
sto ministro con tutte le dimostrazioni di gradi»
mento e di buona fede, ma non ebbero luogo i
suoi negoziati, poiché il granduca temeva degli
^n.1;37. DEI tempi MEDICEI CAP. XI. 6oi
spa^nuoli. e perchè le sue infermità lo tenevan
lontano da qualunque affare (4a).
§.41- Fin dal principio flell'inverno Giovan
Gastone era sfato attaccalo dai calcoli e dalla got-
ta,e nell'ingresso delPeslale cominciò il suo sto-
maco a perdere il naturale YÌgore;gli sopraggiun-
se la febbre, e l'universale tumefazione del corpo.
L'elettrice non mancò in queste circostanze della
sua più vigilante attenzione per sodisfare ai de-
si'Ieri del pubblico, ma tutte le di lei premure ed
i limedi suggeriti dall'arte niedica furono inu-
tili, poiché il granduca dovette finalmente cedere
alla forza del male, e morì li 9 di luglio in età di
66 aimi, dopo averne regnati tredici. Un acciden-
te così funesto empi di sbigottimento la corte ed
il ministero, e tutti i popoli della Toscana com-
piansero un yirincipe liberale, benefico e riompas-
sionevole. Dotato di molto spirito,illuminato dalla
filosofia posseitevn la stima dei dotti, e rammìrn-
zione degl'idiotitle sue qualità morali erano quel-
le che comunemente si desiderano in ogni prin-
cipe, e fintanto che godette del necessario vigore
di spirito e di macchina, invigilò da sé stesso al
governo, ed i primi setJe anni del suo regno si
contarono tra i più felici che fino a quel tempo
avesse goduto da più secoli la Toscana. I suoi
\'ìi'ì furono magnificati oltre la verità, perchè le
sue massime di moderazione, di scioltezza e di li-
bertà non facevano gl'interessi di tutti gli ordini
di persone, e specialmente di chi avea tanta par-
te iielTanlecedente governo, ma le sue virtù non
si polciuijo teliite. e le lacriiue deiruniversale uè
6oa AVVENIMENTI STORICI An.MM.
attestarono la verità. Allorché la di lui salute di-
venne incerta, e che la debolezza' della sua mac-
china Fobbligò ad un lungo decubito, e a star ri-
stretto nei limiti della sua cam<?ra, non volendo
privarsi delTesercizio delle beneficenze, la fatali-
tà volle che il domestico suo favorito diventasse
Tarbilro delle medesime e le rendesse venali: re-
so inaccessibile ed incapace di agire da per se
stesso dovè abbandonare totalmente ai ministri
la somma del governo, e ciò produsse la sovver-
sione di tutto il buon ordine (43).
§.4a. Fra le poche cose che riconoscono la loro
istituzione da Giovan Gastone(fl), merita d*essere
annoverata la fondazione della Pia casa di lavoro
per occuparvi i poveri det granducato in quei la-
vori che atla loro capacità si adattassero^ stabi-
limento ch'egli fondò sopprimendo lo spedale di
Bonifazio sotto il titolo di s. Giovanni Battista
nel 1734, e che il pontefice Clemente XII arric-
chì dei beni e delle rendite di quattro conventi
di monache, le quali in tal cirrostanza furono
soppressi. Benché alla sua morte Giovan Gasto-
ne lasciasse un debito pubblico di circa sessanta
cinque milioni di lire a causa delle truppe spa-
gnuole che per sei anniavean presidiato Pisa, Li-
vorno e Portoferraio, pure lo stalo in cui egli
lasciò la Toscana era ben diverso da quello in cui
la ricevette. Allora una miseria generale effligge-
va i sudditi, ora l'erario pubblico rigurgitava di
contanti, ed i popoli quasi riavuti dalle passale
(a) Ved. tav. CXXXVI, IN..8.
JnAl^l- DEI TEMPI MEDICEI GAP. XI. 6o3
sciagure le avevano pressoché dimenlicate. Allo-
ra un fasto malinteso alla corte, e un'avarizia
perniciosa ai sudditi ed utile solo alfambizione
di Cosimo e dei tristi che lo ingannavano, ora un
parco trattamento dei principe ed una meno ini-
provida amministrazione di giustizia, sebbene
sempre difettosa, facevano amare quello che reg-
geva, mentre per Io avanti era esecralo: e mal-
grado che ai tanti ipocriti che prima si aggiravano
intorno alla corte ora si vedesse sostituito uno
stuolo di giovanastri pensionati per tener solle-
vato il granduca, onde al bigottismo disgraziata-
mente era subentrato il libertinaggio, la nazione
trovandosi meglio governata che prima, non odia-
va il principe- e solo di lui parlavano male quelli
ai quali lolla già la maschera non rimaneva esti-
mazione pubblica, né altro mezzo di difesa che
magnificare i difetti di colui oblerà stato la causa
della loro rovina (44)- ^^ accrescimento di cari-
che in grazia delle persone, una compiacenza u-
niversale nelPaccordare delle condonazione di de-
biti, le frequenti elargita capricciose e inconsi-
derale, e finalmente una generale indolenza per
invigilare alla retta amministrazione, riducevano
qualche volta il granduca a mancar di danaro per
le ordinarie sue spese (45)«
g. 43. Lo slesso Giovan Gastone dava tutta
la mano per quesfeffelto, apprendendolo forse
come runico mezzo che gli restasse per gratificare
i suoi sudditi. Questo disordine siccome era cau-
sa del profitto di molti, rendeva per conseguenza
|)iù difficile e pericoloso il rimedia I sudditi si
6o4 AVVENIMENTI STORICI AnA''j'M .
arricchivano a spese del principe, e le vicende
della Toscana piuttosto che apportar loro dei
danni, come accadde sotto Cosimo III, le cagio-
narono dei vanlaggi considerabili. L'oro che gli
spagnuoli profusero a larga mano per averne
in copia ricevuto dal governo toscano, avea
rianimato la mercatura, e la pace e la cessazione
di tanti gravami la favorivano. Una certa libertà
di costumi e la moderazione del governo, solle-
vandogli spiriti dair oppressione, ispiravano le
intraprese e l'industria (46). Le scienze. le lettere,
il commercio de<^aduti e scoraggili nel tempo di
Cosimo III, riebbero in qualche molo anima sot-
to Giovan Gastone , ma tanto poco fiorirono
anche in questo tempo, che non è troppo azzardo
il dire che tuttora mantenevansi \ì\ decadenza (47,)'
g. 44- inacquerò a quesl^ epoca molti uomini
di genio che si distinsero pei loro talenti, e Gio.
Gastone senza promuoverli e favorirli con distin-
zione li stimava e T incoraggiva . Destituiti da
ogni autorilà acquistala sotto Cosinìo III coloro
che aveano abusato della inquisizione, non pote-
rono opprimere la Toscana , poiché per quanto
gl'inquisitori col pretesto di perseguitare i liberi
muratori si affaticassero per estendere il loro po-
tere 5 non ostante trovarono in questo princi[)e
un'assoluta fermezza in denegar loro la forza: in
fnie il suo regno malgrado i disordini delTullime
epoche avea fatto rivivere la Toscana (48).
§. 45. Morto il granduca Giovan Gastone, il
principe di Craun prese il possesso del grandu-
cato di Toscana» e lutti gli ordini dello stalo
:^/I.1737. DEI TEMPI MEDICEI CAP. XI. ()o5^
prestarono al nuovo granduca Francesco il do-
vuto giuramento di fedeltà. AI defunto sovrano
sì fecero quei suftVagi ed onori funebri ch'erano
stali praticali con i suoi antecessori, ed il men-
tovato principe di Craun,ed il generale Wachten-
donck gli prestarono gli nllimi ossequi. ColPe-
lettrice fu praticato un contegno rispettoso ed
obbligante, e non fu esercitato a nome del nuo-
vo granduca verun atto di possesso sopra gli al-
lodiali e ricca suppellettile della casa Medici .
Così generoso procedere obbligò non men l'elet-
trice che i sudditi, i quali si attendevano dal prin.
cipe di Craun un governo che conlribuisse alla
loro prosperità . Alla morte di Giovan Gastone
non restava del sangue mediceo che 1* elettrice,
destitula in forza dei trattati d^ ogni diritto dì
succedere nella sovranità. La vedova di Giovan
Gastone trovavisi in Pioemia, ed appena morto
il marito rinnovò le sue antiche pretenzioni di
contraddole, di gioie pretese donate, e domandò
il vedovile a forma dei patti matrimoniali . lia
principessa Eleonora di Guastalla vedova del
principe Francesco dèi Medici già cardinale noli
avea che pretendere , ed era considerala come
un'appartenenza la più remota della fannglia (49).
g. 46. Ciò che più interessava la quit^te del
nuovo granduca e dei sudatiti era la pendenza so-
pra gli allodiali medicei ed il patto di famiglia da
concordarsi coir elettrice. La discordanza delle
corti su questo punto, e la fermezza di quella
di Spagna nel pretendere i detti allodiali per
diritto di sangue, rendeano la controversia im-^
6o6 AVVENIMENTI STORICI w^/i.17 37.
portante e pericolosa. L' elettrice era da varie
insinuazioni agitata, ma finalmente vedendo che
la qualità d^rede della casa Medici Tavrebbe e-
sposta a molte penose inquietudini, stabilì di
aderire alle persuasioni dei lorenesi col dare la
sua plenipotenza al marchese Ferdinando Bar-
tolommei perchè concludesse a Yienna una con-
venzione. Il padre Ascanio ministro di Spagna a
Firenze protestò alP elettrice ed al principe di
Craun, che qualunque convenzione si facesse su
questi beni sarebbe stata considerata come un
princìpio d*'os«ililà. La Francia si mostrò su di ciò
indifferente, segretamente però avea promessa la
di lei assistenza airelellrice in tutte le opposi-
zioni che avess''ella fatte al nuovo granduca; ma
la giustizia e la brama di assicurar T interesse e
la quiete dei popoli prevalsero in essa a qua-
lunque lusinga, cosicché il 3i di ottobre fu se-
gnata in Vienna la convenzione con soddisfazio-
ne di tutti. Fu pertanto assegnato ad essa elet-
trice un annua pensione di 40000 scudi pel suo
mantenimento e per quello della sua corte, com-
presevi però le rendite allodiali fuori di Toscana
che ascendevano a aSooo scudi alP anno. Le fu
inoltre assegnalo un appartamento a lei conve-
nevole in palazzo Pitti, ed una casa di campagna
ammobiliata a sua elezione. Era poi servita dalle
guardie a piedi ed a cavallo di sua altezza reale,
secondoché conveniva al suo rango ed alla sua
nascita. Ed a malgrado cirella non avesse un'au-
torità assoluta nel governo, pure ogni suo pare-
re era dal ministro ascoltato e seguito. I riguardi
Jn. i'?Òl. DEI TEMPI MEDICEI CAP. XI. 607
che per lei si avevano furon tali, che dal nuovo
granduca Francesco di Lorena le venne offerta
la reggenza della Toscana in di lui assenza , ma
ella modestamente la ricusò , allegando di non
poter accudire agli affari di stalo per T avanzala
dì lei età^e per mancanza di salute (5o). Dopo di
ciò visse Peleltrice tranquillamente, godendo del-
la deferenza e delle considerazioni che si aveano
per essa, mostrandosi contenta di tanti riguardi,
e specialmente nell'anno 1789 alPoccasione del-
la venula in Toscana del nuovo granduca. 3Ia la
di lei grave età, e le frequenti malattie che Paf-
fliggevano P obbligarono ad allontanarsi da qua-
lunque affare, e tìnalmente oppressa dalPidrope
cessò di vivere il 18 di febbraio del 174^ in età
di 76 anni. Nominò erede il granduca, e fra i
molli legati, con i quali gravò P eredità , favorì
uno dei rami della sua agnazione medicea. Non fu
mollo compianta la sua perdita, non essendo ge-
neralmente amata a cagione del suo orgoglio e
vanità^ si compianse bensì V estinzione in lei di
una famiglia ohe avea fallo per Ire secoli il de-
coro della nazione (5i): né ora altro rimane di
essa che grandiosi monumenti ovunque sparsi
per ricordarci com'ella fu privatale come salisse
in tanta potenza.
§.47. La Toscana alP epoca della estinzione
della casa Medici era in uno stalo deplorabile .
l/agricoltura languiva, le Maremme ari onta delle
passate cure eran tuttavìa peduli e deserti : le
bandite moltiplicate fnio alPabuso: i prezzi delle
derrate stabilito dai magistrali, ed il commercio
6o8 AVVENIMENTI STORICI An.Mll,
frumentario proibito, cos'idea di prevenire le
carestie, ma il più delle volte il popolo tra Tab-
bondaiiza non avea modo di procacciarsi da vi-
vere, non vi era mormorazione per altro sul più
delle leggi agronomiche, poiché non si avevano
idee migliori sopra vari punti d'economìa, si mor-
morava bensi sulle molte esenzioni dai carichi
dello stalo, poiché il patrimonio della casa Me-
dici, i beni del fisco, dei magistrati, delTordine dì
s. Stefano, del clero non pagavano gravezze. A,
^iò si aggiungeva che quei beni non entravano
nel giro della proprietà reso ancor più difficile
dal dritto che ogni ceto avea d'istituire fidecora-
missi. Laonde la penuria dell' erario aumentava
sempre più, e perciò si concedevano frequente-
mente esenzioni in luogo di stipendio , e si da-
vano in appalto tutte le rendite pubbliche, giac-
ché si otteneva un'anticipazione che faceva fion-
te ad urgenti bisogni . Il commercio era dapper-
tutto in decadimento, e ad ogni tratto impedito
per sospetto di contagio, di cui per imperfezione
di regolamenti sanitari non se ne safieva impe-
dire la propagazione. Quasi ogni cosa si traeva
di Francia e d Inghilierra, e non si rammentava
più in alcuna piazza d Europa il nome diunaca*-
sa bancaria fiorentina , e mentre in Livorno si
udivano tutte le lingue del mondo conosciuto,
quivi dal labbro solo dei cenciosi udivasi il bel
dire toscano (Sa).
g. 48. Alcune arti e mestieri si conservavano
tuttavia in Firenze,ma nelle dipendenti provincia
l'esercizio di esse era rigorosamente vietato. Avea
^rt.1';37. DEI TEMPI MEDICEI CAP. XI. 609
parte in ciò Tantica gelosìa di Firenze , poi Tor-
dinaiia brama di render floride le città capitali,
nelle quali peraltro si germina la corruttela che
invade le provincie. A render la nazione pigra e
inoperosa cooperavano i giorni festivi moltipli-
cati e le ferie , mentre a quanto si scorge dai
diarii della fine del secolo XVII, durante 5 mesi
dell'anno e più erano chiuse le botteghe e le ma-
gistrature . La miseria perciò era grandissima :
tutte le strade piene di accattoni^ di pellegrini e
di eremiti. La giustizia doveva rispettare un am-
masso d''ineguaglianze civili: molti rami della pub^
blica amministrazione erano in balia della sorte,
perchè alcune cariche si conferivano per mezzo
dello squittiuio, e l'abbandono in cui sì lasciava
da lungo tempo il reggimento dello stato , avea
fatto si che molte cadevano nelle mani del mi-
gliore offerente. La tendenza degli studi era an-
cora verso quella via, eh"* era stata indicata dal
prinio Cosimo^ ed i grandi uomini, che nascono
in tutti i tempi, lasciavano delle tracce d'un nuo-
vo sapere, ma il governo abborriva dalle nuove
opinioni, onde non si parlava che delle bellezze
della lingua, ed alla corte ed airaccademia si bam-
boleggiava col giuoco del sibillone e colle più in-
sulse canzoni dei pastorelli di Arcadia (5Sj.
g. 49. Nel 1729 si era per altro aperta una
cattedra di pubblico diritto. Il clero, e partico-
larmente i claustrali^ eransi poi moltiplicati a di-
ftvpisura^ nella sola Firenze, in una popolazione di
circa 60000 anime, v''erano6o monasteri di mona-
che. Le beneficcuze delle persone pie, ed i coD-
^l. Tose. Tom. 1U. 52
6 IO AVVENIMENTI STORICI Jn.Mìl.
tinui acquisti avevano immensamente arricchito
il clero. Quando Cosimo lII,comunque molto pio,
chiese alla corte di Roma che il clero contribuis-
se in qualche modo ad alcuni pesi dello stato, si
domandò Tenumerazione dei suoi beni: nacque
contestazione, perchè si voleva nascondere una
esorbitanza di possessi.^che destando stupore spin-
geva a molte considerazioni . Le congregazioni,
per gli orfani , per grinferrai , pel riscatto degli
schiavi, per Teducazione dei fanciulli, nelle qua-
li i sacrifizi erano suggeriti da un vero amore di
carità cristiana, che indarno un legislatore ten-
terebbe di comprare a peso d' oro , avevano per
lungo tempo modiQcato in qualche modo le mor-
morazioni, ma i loro meriti non erano bastanti
ad imporre silenzio , giacché le ricchezze cre-
scevano, e le ricchezze hanno sempre molti ne-
mici . Preslava mano alla maldicenza anche il
modo con cui gli ordini religiosi erano ahmentati.
Molti eranvi in vero chiamati dalla vocazione,ma
altri vi entravano per violenza dei genitori , i
quali alle volte , ventre pregnante , offrivano a
Dio in olocausto il frutto del loro parto, ed i più
erano determinali dalle circostanze in cui la leg-
ge gli aveva posti. In queste due ultime classifica-
zioni vi erano per lo più i nobili, i quali non che
curvarsi ai disagi delle congregazioni, preferiva-
no di far parie del clero orante e contemplativo,
ch^era opulentissimo. Ma pur troppo in seguito
si scorgeva, che l'effetto era proporzionato alla
causa che li avea mossi, e perciò si tacciavano
d''ozio Porazione e la contemplazione, ed era uso
jfn.MZl. DEI TEMPI MEDICEI CAP. XT. 6ll
di dire che colle apparenze di abbandonare il
mondo si andava a goderlo meglio. A questi in-
convenienti non si pose mai riparo, onde poteasi
prevedere a suo tempo la distruzione di tutto .
Per altro una vocazione di più tra gli uomini è
sempre per essi un'infelicità di meno. TaPera la
situazione di Toscana alPestinzione dei grandu-
cbi medici, e ad un dipresso di tutta l'Italia (54)*
NOTE
(1) vJalluzzi, Storia del granducato di Toscana, lib.
IX, cap. IV. (2) [vi. (3) Ivi. (4) Ivi. (5j Ivi. (6) Ciccia-
porci, Compendio della storia fior, lib, li, p. 408. (7) Ivi,
p. 409. (8) Ivi, p. 411. (9) Mazzarosa, Storia di Luc-
ca, voi. Il, lib. vili, p. 119. (10) Cicciaporci cil. p.
412 . (11) Ivi, p. 415 . (12) Ivi^ p. 416 . (13) Ivi.
(14) Ivi. (15) Ivi, p. 418. (16) Ivi, p. 419. (17) Ivi,
p. 420. (18) Galluzzi cit. lib. ix, cap. vii. (19) Cic-
ciaporci cit. lib. Il, p. 322. (20) Galluzzi cit. (21) Ivi.
(22) Cicciaporci cit. p. 425. (23) Muratori , Annali
d'Italia , an. 1732. (24) Galluzzi cit. lib. ix , cap.
vili. (25) Muratori cit. (26) Galluzzi cit. (27) Litta ,
Nola della famìglia de' Medici e de' primi tempi del-
la repubblica fiorentina tav. xvi . (28) Galluzzi cit.
(29j Cicciaporci cit. p. 429. (30) Galluzzi cit. (31 ) Ivi.
(32) Cicciaporci cit. p. 432. (33) Galluzzi cit. (34) Cic-
ciaporci cit. p. 434. (35) Ivi, p. 435. (36) Ivi, pag.
436 . (37) Galluzzi cit. lib. ix , cap. x . (38) Ivi.
(39) Ivi. (40) Ivi. (41) Ivi . (42) Cicciaporci cit. p.
442. (43) Galluzzi cit. (44) Ferrini, Compendio del-
la storia di Toscana, ep. v, $. 75. (45) Galluzzi cit.
(46) Ivi. (47) Ferrini cit. (48) ArUud, L'uuivers pit-
ۓft AVVENIMENTI STORICI
toiesque , tom. ii, Europe, Italie^ pag. 328. (49) Gal -
Juzzi cit. (50) Sisinoiidi, Storia delJe repubbliche ita-
liane, voi. XVI, cap. cxxv. (5l)Galluzzicit. lib. ix ,
cjip.x, e Cicciaporci cit. p. 444.(52) Lilta cit. (53) Ivi.
(54) Ivi.
' ' i.^i.A.''^^ um:À, iti^.i^^
C O S T U .15 I
P \ K T E 1» R I M \
ALIME-MI ED AGRICOLTURA
§. I. xjLllorchè la nazione toscana passò dal go-
■VHi'no repubblicano al monarchico retto dalla ca-
sa de' Medici, non per questo i di lei costumi
domestici e sociali si cambiarono in sì rilevante
tnaniera, come sarebbe accaduto se da nazioni
straniere ne fosse stato occupato il paese, talché
la maniera stessa di cibarsi, tanto nel minuto po-
polo, quanto nella classe delle persone qualifica-
te,, vi si doveva nel tempo de\>Iedici mantenere,
comesi praticò neHera pi della repubblica; né que-
sti esser dovevano gran fatto diversi da quei che
usaronsi fino alTanno 1800, dove avrà termine
questo mio scritto. Solo dirò che quella ^hianda^
che altrove dicemmo aver servito d' alimento ai
]«rimi abitatori del nostro suolo ( 1), par che fosse
rarissima e di non gran buon sapore, forse perchè
52*
6l4 co S T U M I
questa pianta richiedeva altro e lima che il nostro,
mentre si legge nelle opere del Targioni, che fu
mandata dal regno di Fez in regalo al granduca
Ferdinando II una quantità di ghiande buone a
mangiarsi d''una specie di querce di foglia larga,
delle quali il Redi ne mandò una parte ad Angio-
lo Donnini perchè le facesse seminare nei RR.
giardini di Boboli e dei Semplici di Firenze (a);
ma il trovarsene ora smarrita la razza dimostra
che questi alberi non seppero acclimatarsi fra
noi. Sarebbe troppo difficile impiesa Tesaminare
ad una ad una le diverse mode di vivande che
o prima o poi si resero familiari , e solamente
gioverà il riflettere , che a poco a poco abbia-
mo adottato quasi tutte le maniere di nutrirsi
usate in qualunque clima5 ed alcune vivande,
le quali ora crediamo moderne e francesi , vi
erano fino da molto tempo. Sotto il regno di
Ferdinando II si principiarono ad usare in Firenze
due bevande ridotte in oggi familiarissime, cioè
il caffè eia cioccolata. Il caffè, bevanda usata dagli
arabi prima che da ogni altro, e di poi adottata
dai turchi e quindi gustata con piacere dai cri-
stiani europei, trovò presto chi lodolla in Europa,
e la propose per bevanda medicamentosa, ed in
seguito fu accettata per delizia, e per ristoro gu-
stosissima. La prima introduzione del caffè in To-
scana fu fatta nel 167 1. Nel 1668 s''introdusse in
Toscana la cioccolata, che si faceva dagli spezia-
li, e per lo più si regalava dai principi come cosa
prelibata, e costumavasi darle odore di gaggia, e
di gelsomini catalogni. Sotto il regno del grandu-
DEI TEMPI MEDICEI PAETE I. 6l5
ca Francesco l era universale ed anche eccessivo
Taso delle bevande diacciate in Toscana, il qua-
le essendo andato un poco in disuso, riprese
piede nel regno di Ferdinando II e fu portato
lino ai giorni nostri (3).
g. a. Ben diversa fu la sorte delPagricoltura,
la qual può dirsi che incominciasse a fiorire in
Toscana colla monarchia della casa Medici, men-
tre per Pavanli il commercio e le arti, special-
mente quella della lana, e Tindustria nelle mani-
fatture erano le ricchezze dei fiorentini . Nella
divisione che Cosimo fece alla sua morte de'suoi
beni particolari, si vede che molti erano confisca-
zioni o acquisti fatti intorno ai fiumi. Quando egli
morì, tre quarti della Toscana erano ancora bo-
scosi (4). La ricchezza proveniente per lo addie-
tro dalla gran fecondità quasi generale, disparve
in queste campagne che prosperavano sotto il
benefico influsso d'un clima favorevolissimo al-
l'agricoltura. Dai Medici sono stati fatti replicati
sforzi ed esperienze, onde popolare di nuovo in
qualche parte queMuoghi paludosi circondati da
uu''aria divenuta umida e malsana, ed esistenti
nelle pianure di Livorno, Pisa, e Siena, ai quali
dettesi nome di Maremma^ per essere in vicinan»
za del mare (5).
g. 3. JJon trascureremo di rammentare che
avendo il papa Clemente VII concepita l'idea di
ridurre a coltivazione il vasto padule della Chia-
na, si fò cedere da lutti i privati e dalle conmnità,
fra le quali era principalmente Cortona, a titolo di
livello perpetuo per Panuuo canone di uno staio di
6l6 COSTUMI
grano per ogni slaioro di terreno disseccato, e con
vari altri patti assai vantaggiosi ai cedenti, tutti i
terreni che in esso padule possedevano. Ne fu
stipulato il compromesso fra i rappresentanti del
comune e i procuratori del pontetice. Un Niccolò
Vagnotti cortonese diresse nel i533 i lavori per
il disseccamento di una parte del padule, la quale
porla ancora il suo nome (6).
g. 4. I^a Maremma da Cosimo I in poi sotto i
Medici diminuì notabilmente di popolazione e di
sejnente. e ciò non può attribuirsi, come prima
ì)Otevasi, alle guerre ed alle turbolenze politiche.
Vero è che le cure di questo sovrano per asso-
dare la sua fresca sovranità, e per farsi ricono-
scere col titolo di granduca, furono motivi assai
forti per distrarlo dalle cure dell'agricoltura (7).
Lo stesso Cosimo pubblicò qualche legge a van-
taggio di quest'arte secondo il bisogno di quel
tempo, ma non potette rimediare al vizio fonda-
mentale della Maremma , che incominciava ad
aumentare assai velocemente, e che consisteva
negli stagnamenti delle acque, e nei recipienti
dei laghi, e nella superficie delle paduline , o
nei pantani delle macchie maremmane. Non
ostante nell' anno i56o chiamò dei lombardi a
]\Iassa marittima dando loro dei terreni, e nel
i564 accordò al territorio grossetano la grazia di
pagare una sola mezza fida per il bestiame grosso
e minuto (8).
g. S.Siccoìne il principato mediceo non alterò le
leggi e la costituzione economica della repubbli-
ca, i cittadini divenuti sudditi conservarono lo
DEI TEMPI MEDICEI PARTE 1. 617
Stesso spirito di mercatura, e continuarono a con-
siderare ragricollura come un''arte secondaria e
subordinata al commercio. Il duca Cosimo li man-
tenue in questo proposito, se non che Torribile
carestia del iSSg gli suggerì il mezzo d'intrapren-
dere una'estesa mercatura di vettovaglie, per soc-
correre i sudditi, e profittare per se stesso^ lo in-
duceva A questa determinazione il riflettere, che
la situazione, eie circostanze delle campagne del
suo dominio non facevano sperare, senza uno
sforzo straordinario, di poter produrre Toccorren-
te sostentamento per gli abitanti. Le campagne del
pisano erano senza abitatori , e dominate dalle
acque stagnanti; nel territorio pistoiese incrude-
livano le fazioni, e i lavoratori, distratti dallo spi-
rito di partito e di sedizione, abbandonavano la
agricoltura. La fertile provincia della Val di Chia-
na era ricoperta dalle lagune, che il papa, i 60^
rentini e i senesi avevano sempre reputato come
una barriera dei loro stati; la coltivazione mag-
giore si riduceva nelle parli montuose, e nei tre
TÌcariati che circondavano la valle. Dalle memorie
che Cosimo ha lasciate scritte di sua mano si rileva.
che avendo Tanno i55o esaminato lo stato d''agri-
coltura del suo dominio, ritrovò che nel vicariato
di Scarperìa lavoravano la terra 34-to para di bo-
vi, nel vicariato di s. Giovanni 3o5o, e 5525 nel
vicariato di Certaldo: è bensi vero che i contorni
di Firenze dovevano esser più incolti e selvosi,per-
chè nello stesso annoa sette miglia in disianza dal-
ia città i lupi facevano strage di pastori e di be-
stiami, e il duca fu astretto a ordinare una eoe-
j6i8 costumi
eia, e segnare dei premi a chi li uccidesse. In tali
circostanze, avendo Cosimo provvisto con varie
leggi, ch'^egli secondo le massime del secolo cre-
dè utili a far rinascere Tabbondanza delle vetto-
vaglie della città, procurò di tener guarnite le for-.
tezze del dominio di abbondante quantità di ve-
veri,già provvisti al di fuori per dispesarne ai sud-
diti airoccorenza (9).
g. 6. La duchessa Eleonora, che non meno
del duca Cosimo suo marito, amava di far del
bene allo stato,informata che un esteso territorio
nella IVIaremma pisana, cioè una parte del comu-
ne di Bibbona, jièr cagione delle acque stagnanti,
oltre alPesser divenuto non più suscettibile d''al-
cun utile prodotto, dava delle feticle esalazioni^
ch''erano la causa delle frequenti e micidiali ma-
lattie degli abitatori di que*'luoghi, che per tal
motivo erano restati con pochissima popolazione,
la quale andava a perdersi aflfatlo, se non veniva-
no presi dei provvedimenti capaci di migliorare
rada, lo che non ppteva ottenersi senza prosciu-
gare que'siti paludosi,e renderli a cultura, volle as-
sumere tale irapresa,ed acquistato in affitto perpe-
tuo quel terreno che ascendeva a 90000 stiora, di
proprietà in parte di alcuni particolari possessori,
e in parte della comunità di Bibbona per l'annuo
canone di «iSo scudi d''oro,dette principio a quella
grand"" opera, senza risparmio di spese (io). Ciò
produsse dei notabili vantaggi a quel vicino pae-
se, ma non mai tanti, quanti ne sarebbero avve-
nuti, se il governo avesse accordato ai possessori
di quelle campagne la facoltà di estrarre dallo
DEI TEMPI MEDICEI PARTE I. 619
stato i generi frunientari che vi avessero raccol-
to. Uni la duchessa questo terreno alla confinante
tenuta della Cecina, ch"'era un antico possesso
della casa de'lVIedici, proveniente dalla linea di
Cosimo Pater Patriae^ìì quale per questo accre-
scimento divenne il più esleso che fosse nel va-
sto patrimonio privato della casa regnante. Per
causa di quest'acquisto e dei bonificamenti fattivi,
presero quella principessa e il duca suo sposo
molto aflfetlo a quel luogo, e spesso,tìnchè visse-
ro, vi si trasferirono nella stagione d'inverno per
godere del divertimento della caccia (i i).
g. 7. Francesco, il di lui successore, fin dal pri-
mo anno del suo regno prese degli ottimi provve-
dimenti respettivamente ai popoli ed alle semen-
te, ed in quello stess'anno 15^4 permise la tratta
de'grani non solo per mare, ma anche per terra, e
fino fuori del granducato. Tentò in sostanza quei
sovrano per una strada indiretta, se dalla privata
industria dei particolari avesse potuto ottenere
il bonificamento delle Maremme, eccitandoli a
grandi imprese d''agricoltura, ma l'esperienza ha
poi fatto conoscere, che quivi le forze private non
erano bastevoli a tale intento (la): mentre egli
regnava s'introdussero in Toscana le risaie (i3).
g. 8. Ai tempi del granduca Francesco si prov-
vide con calore alla coltivazione dei gelsi. Nel
giugno del 1676 ordinò il granduca per legge, che
in certi determinali luo^j'hi della Toscana, ogni
possessore dovesse, nel termine di 2 anni, piantare
(|uattrogelsi in ciascun podere, determinando una
pena pecuniaria per chi trasgradisse^ e con ultra
p¥.0 l iV COSTUMI
del luglio di detto anno determinò il prezzo dei
gelsi da piantarsi nei luoghi indicati. In Firenze
si fecero vari regolamenti sopra la manifattura
della seta, con aggravare di gabelle le s*ite crude
del paese nella estrazione, e impedire P ingresso
ai drappi fabbricati al di fuori ( i4).
g. 9. Gli errori del granduca Francesco nel
dirigire le operazioni agrarie avevano ridotto la
provincia marittima dello stato di Siena affatto
desolata e vuota di abitatori. Le molte leggi e
tutte male appropriate,che quel principe avea pub-
blicate tìn dal 1572, per questo sventurato paese,
aveano talmente disanimato gli antichi abitatori
di esso, che la maggior parte di quelle famiglie
avanzate ai disastri della guerra.si erano refugiale
uei coulinanti stati di Castro e Ronciglione ,
Pitigliano, Santa Fiora e Scansano. Queste sue
leggi tendevano a far servire lo stato di Siena ai
comodi di quel di Firenze. I fiorentini dicevano
che i senesi erano il principale ostacolo per pro-
movere i vantaggi di quella provincia, e i senesi
esclamavano che i fiorentini non ne intendevano
l'amministrazione. In questo contrasto di senti-
menti e incertezza di massime rivolse Ferdinan-
do tutte le sue premure a quelle operazioni che
non ammettevano tanta dubbiezza, siccome era
quello di promuovere la salubrità deir aria , Si
escavarono perciò dei fossi in quelle pianure, si
tentò di dar corso alle acque stagnanti, e di resti-
tuire a quelle campagne Tantica loro fertilità^ si
restaurò la città di Grosseto, si aprirono delle
strade di comunicazione, e finalmente nel 1592, si
DEI TEMPI MEDICEI PARTE I. 62 l
creò un magistrato detto dei fossi, con giurisdi-
zione d*" invigilare alle coltivazioni, alla conser-
vazione dei lavori, al buon ordine ed alla pulizzia
delle strade e dei luogi abitati (i5).
g. la >la la principale operazione , e quella
con cui creiJeva di restituire la salubrità a tutta
quella provincia, fu di dare lo scolo alle acque
del lago. Le molte e diverse proprietà formatesi
intorno a questo lago aveano non men che nella
Chiana prodotti gli stessi inconvenienti, e da-
to luogo alla espanzione del medesimo. Oltre il
piano di Grosseto ed il Iago di Castiglione furo-
no presi in considerazione da Ferdinando anche
le altre parli della maremma, poiché si tentò di
disseccare il paduledi Classa, s''introdussero del-
le colonie a Sovana, si eressero delle fonti, e si
fabbricarono delle nuove abitazioni per provve-
dere al comodo dei forestieri e degli abitanti.
Regnava allora la massima che il consegnare quei
terreni a persone facoltose, fosse un mezzo pf-
licaoe per animarle a tentare delle imprese per
migliorarli, e si fecero in conseguenza delle in-*^
feudazioni a dei mercanti ricchi e gentiluomini
di qualità. Ma ciò che più interessava Pincorag-
gimento di quella provincia, era il regolare a nor-
ma del desiderio di quegli abitanti la tratta dei
grani^ si conosceva quanto importasse a favorire
l'industria questa libertà, ma non sapevasi vin-
cere il timore che preoccupava gli animi delTuni-
versale di restare senza grano. Esclamavano i
maremmani, che senza essere sicuri della tratta
non avevano coraggio d'inlrapreadere le semeQ-
St, Tose. Tom. 1U. 53
6aa COSTUMI
te, e i fiorentini non volevano essere esposti alle
carestie. In questo contrasto il granduca nella
legge deiraprile i588 fra i vari provvedimenti e-
conomici dati a quella provincia dispose, che i
faccendieri della maremma, pagando però la so-
lita tassa imposta dal granduca Francesco, po-
tessero estrarre per mare la metà delle loro rac-
colte. Questa grazia concessa per metà era inu-
tile per se medesima, perchè la tassa assorbiva gli
utili del coltivatore, e perchè la metà del raccolto
dovendo esser giustificata per mezzo di denunzie
e di atti facili ad illaqueare, disanimava intiera-
mente chiunque. Non fu possibile di ottenere dal
granduca Tabolizione di quella tassa, perchè con
falso calcolo gli fu dimostrato,che il danno di es-
sa lo risentiva unicamente il compratore estero
e non il suddito.
g. 1 1. Un ordine di Ferdinando I del marzo
1591 dichiara, ch'essendosi con gravissima spe-
sa ripulito il fosso s. Giovanni della Molla e gli
altri principali del piano di Grosseto, ripieni per
negligenza, nessuno per lo spazio di ao braccia
di distanza ardisca di lavorarvi, ma detto spa-
zio rimanga sodo a erba. Ecco in qual modo quel
sovrano, veduti gli stagnamenti perniciosi della
pianura grossetana,previde la necessità di regolar-
ne le acque, e così dettesi a prendere altre prov-
visioni di minor conto. Di maggiore entità fu per
altro la disposi«ione savissima di Ferdinando nello
stabilire in Grosseto l'uffizio de'fossi, che prese-
desse alPesecuzione e mantenimento di tutte le
operazioni idrauliche delia ^laremma, eseguite
DEI TEMPI MEDICEI PARTE I. dn^
ad oggetto di renderne più salubre Paria, median-
te lo scolo di tutte le acque stagnanti, giacché si
vide in quel tempo la negligenza estrema fin al-
lora usata per mantenere in attività i detti scoli.
Nello stesso anno il granduca fece demolire la
pescaia di Castiglione, che sosteneva le acque del
lago per farle cadere nelle trombe degli adiacenti
mulini. Questa pescaia cagionava rinfradiciamen-
to e l'inondazione di una gran quantità di terreni,
e produceva nel medesimo tempo malignità pe-'
stifere nelParia della pianura. Dette altresì vari
altri regolamenti per accrescere il numero dei
coltivatori nel territorio di Grosseto. Trovasi poi
ordinato in quel tempo, cioè nell'anno 1 593, che
si asciugasse il lago delTAlberese, che si rialzasse-
ro due argini alfOmbrone, ed un nuovo alla Giun-
cola. Dai molti progetti e dai non pochi lavori
idraulici eseguiti nella, pianura grossetana chia-
ramente rilevasi, che Ferdinando aveva appresa
una buona strada per far risorgere la Maremma.
Se poi le savie mire di questo sovrano non ebbe-
ro il pieno effetto desiderato, dovrà attribuirsi
ciò alla inesperienza o negligenza degli immedii-
ti esecutori (16). Non v"'era cosa in somma che
riguardasse il buon regolamento delle acque gros-
setane a cui volentieri non acconsentisse il gran-
duca Ferdinando I.
g. la. Le carestie che sopraggiunsero negli anni
successivi fecero sospendere tal disposizione, la
quale poi con legge del febbraio 1 699 fu rinnovata,
e dichiarato che la tratta della metà delle raccolte
della maremma fosse libera per favvenire, senza
6a4 COSTUMI
potersi sospendere, ferma stante però la mede-
sima tassa. Fossero le circostanze della penuria o
la poca intelligenza delPamministrazione econo-
mica dei grani, non solo restò sospesa la tratta,
ma emanarono in questo tempo successivamente
nel granducato tutte le leggi restrittive delle con-
trattazioni, e delle esportazioni di questo genere,
il quale destinato dalla provvidenza al consolan-
te oggetto di sostenere vita umana, traeva seco
dalla legge mille pericoli di esilii, di desolazione
e di morie. 11 granduca servi air opinione dello
universale più chea quella dei ministri, fra i quali
il vescovo Usimbardi non era di tal sentimento:
deplorando egli le triste conseguenze di queste
l^ggi, e il disordine che producevano nella Val
di Chiana, così scriveva a Lorenzo Usimbardi suo
fratello nel marza del 1692 „. Questo bando del
prezzo farà disordine notabile., industriandosi o-
gnunodi nascondere il grano, e con diverse arti
ricondursi a casa quello che comandati man-
dano al mercato, ricomprandolo in diversi mo-
di che non userebbero fosse libero^ alla qual
libertà congiunta la copia che farebbesene in mer-
cato col grano comandato, il prezzo sarebbe il
medesimo o poco più, e non se ne andrebbe tanto,
non bastando tutte le forche e bargelli a ritener-
lo. Qua credo che ne sia abbastanza, sebbene per
questi rispetti ne apparisce mancamento (17) ».
g. 1 3. Provvedimenti cosi contradittori all'og-
getto del legislatore, e che in progresso divennero
massime fondamentali nel granducato , furono
dannosi nello stato di Siena, ma in quello di Fi-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE I. 625
lenze restarono corretti dall'attività e spirito di
coltivazione ispirato universalmente dall'esempio
del principe,e promosso dalla emulazione tra i pri-
vati. Operavano già mirabili efietti i principii sta-
biliti con le leggi e con Pesempio del granduca
Francesco, ma le imprese, i provvedimenti e le
riduzioni delle campagne della Toscana eseguite
con tanto successo da Ferdinando variarono il si-
stema economico dello stato di Firenze, e fecero
che iinalnienle V agricoltura avesse il primato
sopra il commercio. Le successive calamitose pe-
nurie persuasero i popoli, che mentre si possede-
vano dei terreni non conveniva affidare la pro-
pria sussistenza ad altri, e che la mercatura do-
vea servire alP agricoltura, ed essere un ramo
di sussistenza per chi non può coltivare. Queste
massime autorizzate col fatto del principe, intro-
dussero una scambievole emulazione, e ciascuno
si occupò dei terreni. ÌVIolti dei principali mercan-
ti tìorentini sparsi per le piazze principali della
Europa, secondando il genio del granduca, por-
tarono in Toscana i loro fondi per convertirli
in terreni, ed applicarsi alPagricoltura; in con-
seguenza di ciò ritornarono da Londra i Corsini e
i Gerini, i Torrigiani da Norimberga, e si fecero
tiorentini i Ximenes mercanti portoghesi, che
ben volentieri concorsero a convertire in tante
terre in Toscana le loro ricchezze. Si accrebbe
perciò ragricollura e si ricercò la parte più utile ^
della medesima^ emanarono molte leggi agrarie,
tendenti a regolare Teconomia rurale fra il pro-
prietario e gli agricoltori, e si deve totalmente a
6a6 COSTUMI
quest'epoca e agli sforzi di Ferdinando la propa-
gazione dei gelsi perla Toscana. Non era che un
saggio quanto avea fatto su tal proposito il gran-
duca Francesco, ma questo saggio fece compren-
dere a Ferdinando, quanto utilmente potevasi e-
stendere dappertutto la coltivazione di una pian-
ta di tanto profitto. In oltre il granduca avendo
fatto seminare nei propri suoi orti una numero-
sa quantità di queste piante, faceva che si distri-
buissero gratuitamente ai proprietari per trapian-
tarle nei loro terreni. Si videro parimente accre-
scere gli uliveti e le vigne, e la Toscana tutta di-
venne in breve il paese più coltivato deli^ Ita-
lia (i8). Che r agricoltura sìa stata sempre in
onore presso di noi., è manifesta prova il numero
grande degli scrittori georgici che in tutti i tem-
pi abbiamo avuti. Sono i più celebri Angelo Po-
liziano , Giovanni Rucellai, Bernardo GiambuU
lari , Luigi Alamanni, Pier Vettori, Gio. Battista
Doni e Pier Antonio Micheli. Non forse sono po-
che le piante indigene della Toscana, ma i nostri
ne fecero venire ancora d'altronde, però di tante
abbondiamo per Puso medico, tecnico ed econo-
mico. Dobbiamo a ser Alamanno Salviati i ma-
glioli dell'uva salamanna, a messer Vieri dei Bar-
di la vernaccia, a Francesco Bonvicini pesciatino
le barbatelle del gelso bianco, e a Gio. Vettorio
Soderini molte razze di fiori. Anche gristrumenti
di quest'arte sono stati presi qualche volta in con-
siderazione^ quindi Gio. Battista Tedaldì fu in-
ventore del segolo, ed il Marchese Alessandro
del Borro di parecchie macchine cereali Può
DEI TEMPI MEDICEI PARTE I. 627
appartenere a quesfiìrticolo in qualche modo la
invenzione di un nuovo mulino economico fatto
già dal nostro Bartolomraeo àmmannali architet-
to, il quale avendolo portato in Francia meritò
da Francesco I amplissimi privilegi (19).
g. 14. Siccome dalla perfezione delle arti de-
riva il lusso , così dall' agricoltura perfezionata
ed estesa nel granducato ne derivò il gusto della
delizia, il lusso dei giardini e la vanità di attirare
a Firenze le più rare e deliziose piante d''lsia e
d''àmerica. l giardini eretti da Ferdinando servi-
rono di modello e risvegliarono Temulazione nei
privati; i più magnifici e deliziosi giardini dei pri-
vali in Firenze devono a questo spirito il loro prin-
cipio, I Gaddi, ì Salviati, gli Strozzi, gli Acciaioli, i
Riccardi ed altri principali tra i gentiluomini eres-
sero dei giardini che accrebbero la bellezza e le de-
lizie della capitale; la cultura dei tìori,dei frutti, e
delle piante esotiche divenne una scienza cavalle-
resca.che decideva del buon gusto dei cavalieri, li
nuovo giardino dei Semplici eretto in Pisa nel
iSgS era il deposito di questi nuovi acquisti, che
poi si dispensavano ai particolari per propagarli.
Le piante cretensi divenute comuni nella Tosca-
na arricchirono la bottanica, aumentarono la de-
lizia, e risvegliarono nei particolari Temulazione
dì attirare a Firenze nuove piante delle più remo-
te regioni (ao)»
J. i5. Da un libretto manoscrito dedicato al
granduca Cosimo II in data del di i novembre
161 5 si ha notizia, come la pianta del tabacco fu
trasportata dall'India Occidentale in Ispagua, e
6a8 r rr^T COSTUMI
di poi nella Toscana, dove nominavasi erba tor-
nabuona.^ condottavi cioè da Monsignor Nicco-
lò Toruabuoni , regnando il granduca France-
sco I . JXon va passato sotto silenzio che nei
primi anni di Cosimo II o negli ultimi di Ferdi>
iiando I, fu per la prima volta messo in pratica
in Toscana Tartifizio delle stufe per custodire e
far vegetare sollecitaoiente le piante (ai).
g. 16. Non solo per suo proprio divertimento
si dilettò il granduca Cosimo II dello studio di
bottanica e d"* agricoltura, ma volle anche se-
riamente applicarvisi per utilità de'suoi stati: per
ciò fece fare una visita generale alle campagne
dello stato di Siena, le quali per la scarsità dei
coloni e per altre cause erano fin d'allora ridotte
le più inculte e le meno salubri. Una tal visita fu
fatta nel 1609. Mosso adunque il sovrano a pietà
s^invogliò tosto di risanare e coltivare molte vaste
porzioni di quelle campagne, cominciando dal to-
glierdi mezzo gli ostacoli fisici che ne impedivano i
lavori. Dette dunque principio a far regolare le
acque colTaddirizzare fiumi, disseccar paduli e di-
sfare i boschi impossessatisi dei luoghi per lo ad-
dietro coltivati, e con bando del dì a8 gennaio
ìCio accordò i privilegi ed esenzioni a chi vi si
portasse ad abitare, e v'^impiegasse l'opera sua e
il danaro in semente e coltivazioni (aa). Nel 1614
dettesi all'intrapresa d'un canale navigabile , il
quale imboccando colla fossa nuova e scavata da
Ferdinando I,veniva a continuare nella bassa pia-
nura fino al punto oggi detto il porticciuolo, ed
ebbe il suo compimento questo canale sotto Fer-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE 1. 629
flinando II, ma dopo pochissimi anni non fu più
navigabile (al^).
g. 17. Volle anche Cosimo II essere informa-
to delle condizioni e dei bisogni della città di
Pisa e suo contado, per potervi dare gli opportu-
ni provvedimenti, ed avendo visitate ed osservale
minutamente tutte le campagne adiacenti, accom-
pagnato sempre dai primari impiegati delTuffizio
dei fossi, dette molte disposizioni perchèle acque
avessero il necessario loro scolo (a4). Mantenne
altresì in buon grado le bonificazioni, ed i gran-
diosi lavori fatti fare dai suoi reali antecessori
nella Val di Chiana^ imperocché essendo stata ro-
vinata nel 1607 per impeto delle acque la famosa
pescaia de'moniaci cassinensi, il granduca fece loro
un grosso imprestito di denaro, acciò la potesse-
ro sollecitamente rifare e liberar le campagne da
rovinosi pericoli (a5). Per impedire i diboscamen-
ti nelle cime delle montagne, ordinò il granduca
Cosimo li la rinnovazione delle leggi proibilive.di
potere tagliar macchie e lavorar terreni sulle Alpi e
monti di Pistoia, fatte negli anni i559, i564 e
16 19 (2,6). Con bando del 1611, ad oggetto di
mantenere abbondanza di vino, ed a prezzi di-
screti pel po[>olo, il granduca proibì di introdurre-
in Firenze in fiaschi vini vermigli Iimssì o di pia-
no ricolti nelle pianure sotto l'irenze fino ad Em-'
poli, permettendo soltanto d'introdurveli in ba-
rili, o mezzi barili. Collo slesso fine di mantt^nere'
Tabbondnnza e buona qualità delle ve'lovaglie fe-
ce pubblicare nolPanno 1619 il bando della proi-
liizione degli otri da olio, e nel iGii il bando della
63o COSTUMI
pesca con reti fitte (a^). Sul finire di Cosimo II
si trova un rescritto del 29 maggio 162,0 concer-
nente la ripartizione di somme considerabili pei
lavori agli argini delPOmbrone, indizio manifesto
che lavori tali erano nel suo regno stati esegui-
ti (2,8). Aflinchè poi la sregolata voglia di coltiva-
re non distruggesse le boscaglie in pregiudizio
delle pasture e di molti altri usi economici e fab-
brili , il granduca Ferdinando II pubblicò una
legge, colla quale proibiva di non potere ta-
gliare nel crine e boschi della montagna di Pi-
stoia (29).
g. 18. Dopo che i provvedimenti di Ferdinando
I, e di Cosimo II per la reduzione e risanamento
della maremma senese s'erano dimostrati inef-
ficaci ed inutili, non per questo variarono la mas-
sima nel governo della reggenza, e Ferdinando
II seguitando le antiche tracce ne riassunse con
maggior vigore l'impresa. Il primo oggetto della
reduzione era stato quello di procurare alle acque
uno scolo, d'impedire i trabocchi dei fiumi e Io
spaglio del lago, e disseccando in tal guisa i ter-
reni renderli ancora più atti alla coltivazione. Per
facilitare i trasporti dei grani alla marina Cosimo
Il determinò d'introdurre nella pianura di Gros-
seto la navigazione, e nel i6i4 fece scavare una
fosso navigante che comunicasse col porlo diCa-fiì
stiglione. Fu stabilito per massima fondamentale,
che il tener viva la comunicazione tra Castiglione
e Grosseto mediante il fosso, e l'impedire gli spagli
del lago e i trabocchi dell' Ombrone fosse tutto
ciò che potesse immaginarsi per render felice
DEI TEMPI MEDICEI PARTE I. 63 1
quella provincia^ ma non conciliavasi questo pia-
no con la naturale situazione del lago e con lo
interesse particolare. 11 fosso navigante insidiato
dai trabocchi d'Orabrone, e sostenuto pel corso
di a6 anni costò esorbitanti dispendii per inalza-
re degli argini contro un fiume rapidissimo e di
una forza superiore a qualunque riparo. Le acque
del lago non erano dirette dai regolamenti stabi-
liti in conseguenza di questo piano, ma dalP in-
teresse degli aditluari della pesca quivi sistemata
sul metodo di Comacchio. La terra di Castiglione
si rendeva ogni giorno più disabitata e insalubre,
poiché gli effluvi del lago insidiavano quella sa-
lubrità che per lo più si trova abitando sul mare.
In tale incertezza e contradizione Ferdinando II
nei 1609 avrebbe desiderato, recedendo dalle an-
tiche massime, di conseguire con nuove intrapre-
se quello che con tanto dispendio avevano inu-
tilmente tentato i suoi antecessori. Credette per
tanto che la totale disseccazione del lago di Ca-
stiglione fosse l'unico mezzo per riparare a tanti
disordini , e rendere insensibilmente a quella
provincia la salubrità e la fertilità, ricercate in-
vano tino a quel tempo. Riconobbero gringegne-
ri, che introducendo 1' Ombrone nel lago dalla
parte superiore , le torbe di questo fmme con lo
spandersi regolarmente sul fondo di esse avreb-
bero potuto formare una giusta livellazione: ma li
sgomentava la lontananza daliìume al lago, e lo
esorbitante dispendio eh* esigeva il taglio dei ter-
reni e dei colli che si rendeva necessario per
quest'cifelto. L'erario del granduca era esausto^
ÙZÒ, e O S T 0 M I
e i popoli incapaci di soffrire la gravezza di que-
ste spese^ si ritornò perciò alle antiche massime;
si restaurò il porto di Castiglione, e si prosegui-
rono le antiche operazioni contradillorie fra lo-
ro . La comunicazione fra Castiglione e Gros-
seto fu sostenuta con nuovi ripari suggeriti da
don Benedetto Castelli, il quale chiamato a Fi-
renze per assistere alla morte del Galileo fu poi
tìal granduca nel i64i spedito in maremma per
osservare e proporre quanto potesse operarsi per
Sostenere la detta navigazione. Ciò nonostante
snel 1646 il fosso navigante era ridotto in grado
da non poter più servire a tal uso, e dopo tanti
tentativi ed inutili spese potette Ferdinando co-
noscere sensibilmente ogni anno la deteriorazio-
ne di quella infelice provincia. Non guadagnò per
tanto sotto questo principe l'agricoltura in To-
scana; e se prosperi ed ubertosi furono gli ultimi
anni del suo governo, ciò dovevasi piuttosto alle
cause generali della pace d'Italia che ad un par-
ticolare accrescimento di coltivazioni, e ad una
miglior direzione economica del granducato (3o).
g. 19.11 granduca Cosimo III in qualunque
ftnno del suo regno si applico a ristorare la 3Ia-
remma, e come gli altri suoi antecessori ebbe le
principali cure rivolte alla pianura grossetana. Fe-
ce perciò venire dal Pellopponeso una colonia di
Mainotti, che insieme con altra venuta dalla Lo-
rena rimaser distrutte nella Maremma a motivo
della pessima esalazione di quelle acque stagnanti.
D''allora in poi non si videro più che miserabili
capanne di pastori in quei paesi che erano pieni
DEI TEMPI MEDICEI PARTE I. 633
di abilanti prima che Paria pestifera sì tenace-
mente imperversasse (3i). Si asserisce per tanto
che dopo Cosimo I siano state continue le visite,
1« deputazioni; i provvedimenti, le leggi e le gra-
zie dei grand uchi a prò dell'agricoltura marem-
mana (3a).
g. 20. Giovan Gastone altro non ^ece a prò
di quella nella M^rerrmia che assicurare la ven-
dita dei grani di tal contrada , obbligando le
abbondanze di Portoferraio a comprarli in prefe-
renza dei granì forestieri (33). IVonostantele cure
usate dai nominali grand uchi per render florido
l'agro pisano, pure nel secolo XVII ricompDrver
ro i disastri dei morbi contagiosi, e T arte agraria
ricader dovette nelfantico stato di deperimento e
di languore. Risorse poi in tempi migliori, ma fu
trattenuta in lunghissima infanzia da falsi metodi
del dissodare senza arginature, dalla imperizia
del migliorare le argillose biancane. o mattaroni
ool tufo, e dallerronea pratica di mal dirette la-
vorazioni (34).
g.ai. Quanto avevano operato Francesco e
Ferdinando I de*i>Iedici perdette insensibilmente
sotto Cosimo II, e la reggenza fu quella che poi
ne risenti le conseguenze funeste. La limitazio-
ne del prezzo dei viveri, i soverchi ed inutili prov-
vedimenti dell'abbondanza, accompagnali danna
mala amministrazione, opprimevano i coltivatori
e desolavano le campagne. I contadini illnqueali
dagli imprestiti e dalle pene, insidiati dalle privati-
ve,ed angustiali dai tribunali, abbandonavano Par-
te del campo, e ritirandosi nella capitale,o nelle vi-
St. Tose, Tom, 10. 54
634 COSTUMI
cinanze della medesima, esponevano la sussisten*
za loro alPazzardo. Quella pietà, che per difelto di
legislazione mancava nella campagna, abbondava
nella città, dove i copiosi sovvenimenli alimen-
tavano l'inerzia. Le terre incolte non produceva-
no, e le raccolte diminuendosi ogni anno, lo stato
rimaneva esposto ad una perpetua penuria che
insensibilmente lo distruggeva. Nel 1620, cono-
scendosi manifestamente la decadenza delTagri-
coltura, fu risoluto di applicarvi un rimedio, e
ristabilirla nelP antico vigore. Fu eletta una
deputazione, denominata espressamente sopra
le coltivazioni^ e fu incaricala di visitare e infor-
marsi di tutti i terreni capaci di miglioramenti e
nuove coltivazioni, e prescrivere ai possessori il
modo e la forma per eseguirle.
g. :ia. Senza conoscere i vizi radicali delle
leggi e delia amministrazione, che formavano la
causa principale di questo disordine, fu creduto
che la forza potesse promuovere un'arte ch'è ap-
punto la più aliena dal soffrire violenze. Wiuno
dei possessori di qualsivoglia grado potesse esse-
re esente dalla giurisdizione di questi deputati,
i quali potevano ancora suddelegare nella città e
nelle terre altri deputati per lo stesso esercizio.
1 giusdicenti ed i cancellieri riferivano ciò che
poteva occorrere in ciascuna comunità per astrin-
gere i pioprietari,edè facile immaginarsi, qual di-
sordine potesse cagionare in tutta la campagna un
«osi stravagante metodo, ed una violenza per lo
più irragionevole e capricciosa. Gli effetti di que-
sta deputazione furon quali dovevano essercjper^
DEI TEMPI MEDICEI PARTE I. 635
che dal i6ao ai i63o, non solo Tagricoltura non
fece in Toscana yeran profitto, ma più frequenti
divennero le penurie, e lo slato si trovò soggetto
a nuovi e maggiori disastri. Le numerose solda-
tesche distraevano i coltivatori, le molte bandite
di caccia nuovamente introdotte, e le leggi seve-
rissime contro i trasgressori sgomentavano chiun-
que: le famiglie ridotte alla miseria ed espulse
dalle terre dai proprietari per l'eccesso dei de-
biti, scorrevano a truppe a spogliar le campa-
gne, e procurarsi con i furti e con le rapine la
sussistenza. Tutti questi disordini parevano com-
binali per ricondurre i popoli alP antica barba-
rie (35).
NOTE
(1) V ed. Storia, Epoca i, Costumi , parte i, J. 2,
3. (2) Targioni , Notizie degli aggrandimenti delle
scienze fisiche accadute in Toscana^ voi. ili, §. 140»
(3) Ivi, parte iv, J. 275. (4) Busching, L'Italia geo-
grafico-storico politica, tom. iv, art. Il granducato di
Toscana^ p. 6. (5) Del Pozzo, SulTagricoltura^ MS.
p. 181. (G) Copia del compromesso nella Biblioteca
Venuti, ap. la Storia di Cortona, p. 84. (7) Xime-
nes, Esame dell'esame di un libro sopra la marem-
ma senese, nota 72, 73, p. 155. (8) Ivi, nota 75.
(9) Galluzzi, Storia del Granducato di Toscana, tom.
I, !ib. I, cap. IX, pag. 245. (10) Archivio dello scrit-
toio delle Reali possessioni. (11) Cantini , Vita dt
Cosimo I, cap. x, pag. 209. (12;Xiraene8 cil.(13}Fer-
636 COSTUMI
rario. Costume antico e moderno, Europa, voi. vni,
arti e scienze degl'italiani, p. 687. (14) Galluzzi cit.
p. 245. (15) Ivi, tom. vi, lib. v^ cap. xiii, pag.121.
(16) Ximenes cit. p. 175. (17) Galluzzi cit. tom. vi,
lib. V, rag- 121. (18) Ivi , p. 124. (19) Elogi degli
uomini illustri toscani, tom. iv, prefazione, p. xiv.
(20) Galluzzi cit. (21) Targioni cit. parte iv, tom.
Jii, $. 61^ 64. (22) Ivi. (23) Ximenes cit. nota 77 ,
pag. 179. (24) Targioni citato. (25) Cod. 387 della
elasse 25 dei MSS. della pubblica libreria Magliabe-
chiana. (26) Targioni citato, §. 70. (27) Ivi, J. 71 .
(28) Ximenes cit. (29) Targioni cit. (30) Galluzzi cit.
tom. vili, lib. VII, cap. ix^ pag. 91. (31 ) Del Pozzo,
Sull-'Agricoltura, MS. p. 81. (32) Ximenes cit. not.
80. p. 188, 190 . (i3) Ivi. Dot. 81. (34) Zuccagwi ,
Atlante geografico- fisico-storico della Toscana^ tav.
XIV. (35) Galluzzi cit. voi. vu, cap. xi, pag. 167.
'fo-n
■k)h
DEI TEMPI MEDÌCEI CZy
PARTE SECONDA
VESTIARIO
?. i.JL^a scena dei diversi secoli presenta di-
verse usanze e maniere di vestire, come vedem-
mo nelPepoohe precedenti di questa mia storia.
Ora prima di passare al costume degli abili por-
lati al tempo del granduca Cosimo I, voglio da-
re un saggio al mio lettore delle tante fogge di
vestire usate tra la fine della repubblica tioren-
lina ed il principio del regno della casa Medici .Il
personaggio da me esibito (a), ci mostra il vestia-
rio popolare delle due indicate epoche. L^aifresca
dal quale io Pho tratto ci fa conoscere.col militare
da me pure riportato (^), che anche nella milizia
vi eran sempre vari modi di vestire.
^. a. Nel regno di Cosimo I i fiorentini usava-
no un vestiario di lusso e di grande spesa. Vel-
luti, drappi con ricami o galloni del maggior prezzo
erano i materiali dei quali comunemente face-
vansi le vesti: foro lavorato, l'argento, le perle,
le pietre preziose^ le penne, le pelli di maggiore
(a) Vcd. tav. evi, N. 6.
(6) Ivi, N. 1.
54*
638 fco s TU !tt I
costo erano grornamenti, coi quali le donne di
ogni condizione si abbigliavano. Per tal riguardo
al certo il duca Cosimo si ridusse a riformare il
lusso del vestiario dei suoi sudditi , con ema-
nare varie suntuarie leggi, le quali furono pubbli-
cate nel i546, i56a e i568, prescrivendo ciò che
dovevano usare. Io non riporterò che la terza,
cioè quella del i5G8j onde far conoscere al mio
lettore quanto il lusso era grande, nonostante la
seguente prescrizione ordinata dal prelodato gran-
duca.
g. 3. Alle donne nobili era permesso portare
tìl collo un vezzo di perle, che differiva in valore
secondo il grado della persona^ potean portare tre
anelli d''oro con quelle gioie che più loro fosse
piaciuto , purché il di loro valore non eccedesse
i 3oo scudi, e le gioie non potevano esser false.
Le anella potevano essere smaltate e portale al
collo con la collana d^oro del valore di scudi set-
tanta, e cinque di fattura: oltre alla collana po-
tevan portare un vezzo di bottoni d'oro o carcame
di specie d''ornamento muliebre in oro o perle per
ghirlanda, o altro simile ornamento di scudi 3o, e
4 di fattura: cintura con cintolo d'oro del valore
di scudi cento, e sette di fattura: un paio di ma-
niglie al più di scudi 3o e quattro di fattura. Era
loro permesso di portare gorgiera, ovvero collet-
to, maniche di renza, bisso o bambagino lavorato
d''oro, d''argenlo tìlato o tirato, purché non pas-
sasse in tutto la valuta di scudi tre d'acro. Le re-
ti o scuffie dovevano esser tessute o lavorate eoa
once due d'oro o d'argento lìlato per ciascheduna:
DEI TEMPI MEDICEI PARTE li. 639
questi ornamenti però esser dovevanod''oroschiet-
lo. Potevano avere una corona di paternostri a
loro piacere, purché non passasse il valore di scu-
di 5o. Il fazzoletto poteva esser d'accia, ma che
non fosse più di otto scudi d'oro di valore, e lo
asciugatoio pure diaccia del valore di scudi i6.
Per le vesti di sopra portate dalle nobili donne
potevano impiegarvisi ventiquattro o ventisette
braccia di drappo non proibito, e per le vesti di
sotto braccia venti: in una turca o zimarra al più
braccia j5 di raso , dommasco, velluto, o altro
drappo o taffettà ed ermisino, come per le altre
due vesti sunnominate. Si potevano ornare tali
abiti con orli, rivetti, o bande di taffettà o ermi-
sino, ma senza ricamo, raettendovene alle vesti
di sopra per le bande tre braccia, e per quelle di
sotto due. Il medesimo finimento o guarnizione
era permesso anche alle vesti di panno , rascia
o saia, con questo però che tanto le vesti di pan-
no, quanto quelle di drappo non si potevano trin-
ciare ^ né tagliare se non nelle maniche, nelle
bande, orli e finimenti. Ai berretti o cappelli non
era permesso portar piume, spennacchi, medaglie
di sorla alcuna, e la valuta del cappello, o fosse
di velluto, o d'altro drappo, odi paglia, non dovea
;pas3ar la somma di scudi quattro d'oro. Alle donne
non distinte eran permesse le cose medesime,
ecceltoche esse nou potean portar perle, né fron-
tale, né altro ornamento in testa, né cintolo di
oro. Le fanciulle nobili potean vestire di felpa ,
dommascOi, raso a grossa grana con gli ornamen-
ti medesimi delle donne maritate. Era loro per-
6{o COSTUMI
messa una ghirlanda d'acro del valore di sradi la
compresa la fattura, ed una catena ovvero car-
came, o bottoni d''oro e perle d'^oncia, granati,
agate o coralli, non passando però in ciascuno di
detti ornamenti scudi i6 con la fattura: una co-
rona di paternostri del valore in tutto di scudi io.
Polean portare beretto o cappello di drappo e di
paglia senza piume e medaglia^ ma eran proibite
scarpe e pianelle di drappo.
g. 4- Ai fiorentini era lecito portare oro in
anella e catene solamente, e le gioie pure in anel-
la a loro piacimento: per i cosciali delie calze o
braconi era permesso adoprare quattro braccia
di drappo di ermisino e taffettà , compresivi i
ginocchiali per qualunque paio. I detti braconi
dovevano essere senza ricamo vergolato, profilato,
stampato o sfondato di qualsivoglia sorte, senza
guarnizione e fornimento, salvo che di una sem-
plice impuntura di seta. Per le calze o calzoni
alla marinaresca era permesso adoprare solo cin-
que braccia di velluto, raso, dommasco, o altro
drappo non proibito per qualunque paio, senza
guarnizione o fornimento. Le fodere di detti braco-
ni non dovevano esser più di 3 braccia di drappo,
d''ermisino o di taffettà: nei cosciali di panno, saia,
rascia o pelle si dovevano porre le bracciature a
ragguaglio di quelle di drappo , e potevano es-
sere foderate di velluto o altro drappo non proi-
bito, non passando braccia due. I giubboni non
si potevano foderare o soppannare di drappo di
sorla alcuna, né metterli guarnizione e finimento
di seta, salvo che una semplice impuutura.il saio,
DEI TEMPI MEDICEI PARTE II. 6^Ì
casacco, barricco. a altro simile abito non poteva
avere per suo fornimento più che due braccia di
drappo d' ermisino o taffettà senza altra guarni-
zione. Non si poteva luellere nella cappa, tabarro,
cappotto e altr^abito perdi sopra finimento o mo-
stra alcuna più di quattro braccia di velluto, o di
altro drappo, e d'ermisino o taffettà senza altra
guarnizione. Era permesso porre al collare del ta-
barro, cappotto e ferraiolo bottoni, gangheri o
catena d"'oro o d'argento e portare spada, pugna-
le, cintura da spada, sprom*, staffe, borchie e fini-
mento da cavallo o mula, coltelli e ferri da car-
niere dorali o inargentati. La coperta del cavallo
o mula, tanto per uso degli uomini che delle donne,
non si potea far di velluto, o altro drappo, ma
solo di panno o saia, o rascia, con guarnizione
di drappo non proibito, e senza ricami d''oro odi
argento.
g. 5. 1 giovanetti fino a che non avean com-
piuti i dodici anni, non potevano avere ornamen-
to di drappo di sorta alcuna per le loro vesti, ec-
cettochè ermisino, taffettà e saia di seta (a). Nei
sai e loro vesti, tanto dei detti drappi, quanto an-
che di panni, saia o rascia, potevano usare per
finimento o banda braccia uno e mezzo di drap-
po. Potevano nondimeno per le berrette o cappelli
usare ogni sorta di simil drappo . Le donne dì
mondo non potevano portare per vestito drappo
di sorta alcuna, ma quante gioie, oro e argento
Tolevano, con questo però, che dovean avere un
(a) Ved. Uv. CXXXVII, N. i. .t ./C ,i/i (i)
64a COSTUMI
Telo,o sciugatoio.o fazzoletto, o altra pezza in ca-
po, che avesse una lista d^oro, o di seta o d'al-
tra materia gialla larga un dito, ed in luogo che
potesse esser veduta da ognuno, per esser distin-
te dalle donne dabbene.
g. fi. I conladini non potevano usare in modo
alcuno drappo di' nessuna sorte, né panno rosso,
né paonazzo, di grana o chermisi (a), eccettuati
coloro descritti nelle bande ducali, ai quali era
concesso portar panni, saio o rascia d'ogni co-
lore , e quanto al drappo di seta solamente raso
erraisino e taffettà d''ogni colore. Le contadine (^)
non potevano portar seta di sorta alcuna, ma era
loro permesso d'usare per finimento del busto, di
una veste o gamurrino, e delle sole maniche, raso,
dommasco ed ermisino. Potevan portare in ca|>o
reti o scuflie di seta, cappello d^ermisino o di pa-
glia del valore d''un solo scudo*, nastro di seta;,cin-
iolo pure di seta al collo con un vezzo di bottoni
d'argento o altro, che però non passasse la somma
di lire i4: potevano usare le cintole fatte di velluto
sprangate d'argento dorato con pietre, che con
la fattura non eccedesse la somma di lire due,
ed una corona di paternostri del valore di mezzo
scudo. Da queste leggi erano esclusi i forestieri,
i marchesi, i conti ed altre persone qualificate (i).
Non dirò cosa alcuna delle altre prammatiche
pubblicate anteriormente a questa, giacché va-
riano poco dalla qui esposta, come ognuno può
(a) Ved. tav. CXXXVH, N. 2.
{b) Ivi, N. 3.
DEI TEMPI MEDICEI PARTE II. 643
leggere nella legislazione toscana compilata dal
Cantini^ ma solo diremo che nel i56a Cosimo
pure fece una legge, colla quale riformò il lusso
delle vesti degli abitanti di Pisa e di A.rezzo, con-
cedendo per altro a questi ultimi un lusso mag-
giore che ai pisani (2). Queste leggi non solo si
estendevano alle città di Firenze, Pisa e Arezzo,
ma anche per le altre città, terre e castella del
granducato , poiché Cosimo I ordinò che a ciò
provvedessero quei che avevano autorità in detti
luoghi (3).
g. 7. Appena emanala la legge del i563 gli
aretini, ad imitazione dei pistoiesi, pisani ed altri
popoli della Toscana, secondarono gli ordini del
granduca, e moderarono il lusso delle vesti e or-
namenti: ma questa moderazione sugli abiti non
durò molto, poiché Ferdinando II nel 1687 do-
vette emanare una legge, con proibizioni forse
maggiori di quelle pubblicate da Cosimo I (4).
La foggia di vestire dei nostri antenati da noi
qui sopra esposta la chiameremo alla spagnuola ,
non solo perché fra noi vi erano molti spagnuoli,
come altrove abbiamo inteso , ma perché i to-
scani adottarono da loro un tal uso, eadoprarono,
specialmente le donne per i loro abbigliamenti ,
dell'oro lavoralo, la specie del quale era assai au-
mentata per la scoperta delPAmerica (5). L'abito
adunque degli uomini detto alla spagnuola era
bello ed attillato, poiché portavano in testa ber-
rette nere di velluto, giubboni di seta o d' altro
drappo, con bottoni e biaucbi:>sime lattughe al
644 COSTUMI
collo (a): tanto i calzoni, quanto il giubbone erau
trinciati ed inlagliati con bel disegno, pei quali
taglietti mostiavan le fodere di vari colori . Si
rnettevan le calze di color nero o argentino , e
scarpe di quoìo nero, e sopra le vesti usavano
Terraiuoli o mantelli di seta, ed anche le persone
più distinte di velluto (6).
g. 8. Le donne fiorentine (b) porlavan pure
una gran lattuga o gala bianca al collo ^ vesti di
seta lunghe fino a terra con belle frangie, ed a-
veano il busto alquanto lungo^con maniche della
medesima stoffa: si ricciavano i capelli, e sopra di
essi portavano un velo di seta bianca assai largo,
che scendeva loro fino alle spalle^ portavano an-
che cappelli di paglia o di drappo, come abbiamo
sentito più indietro. Le donne senesi (e) parche
fossero delle ultime a moderare il lusso, poiché
troviamo che neUempi medicei s''addobbavano di
una veste d'oro o di broccato ricchissima di guar-
nizioni, e lunga fino a terra, con busto non trop-
po lungo ed aperto al collo: usavano bellissimi
fili di perle, catene d' oro lavorate con dianianti
o rubini nel mezzo: di sopra portavano manti di
seta con merletti d^oro, che Jittaccati alla testa
scendevano tino a terra con gran magnificenza.
g. 9, Il quadro da me riportato (d) ci mostra
la foggia del vestire alla spagnuola usata dalle per-
(a) Ved. tav. CXXXVII, N. 4.
(b) Ved. tav. CXXXVIir, N. i .
(e) Ivi, N. 2.
(d) Ved. tav. CXXXVII, N. 1.
DEI TEMPI MEDICEI PARTE II. 645
sone qualificate , mentre in esse non solo scor-
giamo gli abbigliamenti i più magnifici dell'uno
e dell'altro sesso , ma anche Tabito dei prelati. Il
vestiario poi delle persone men facoltose ai tempi
di Cosimo II lo abbiamo nel quadro che io ri-
porto (a). Quivi si rappresenta s. Ivone vestito
alla foggia dei gonfalonieri della repubblica di
Firenze, avanti del quale stanno duo famiglie di
pupilli che sembrano di civile condizione. La fa-
miglia a man dritta del riguardante poco diver-
sifica dal vestiario da noi mostralo nelle persone
distinte (b) , giacché la donna che qui presen-
tasi di schiena ha Tabito, la pettinatura e la lat-
tuga al collo del tutto simile alle donne da ine
precedentemente esposte, meno che questa non
ha le ricchezze di quelle. Nella famiglia a sinistra
di chi osserva vi si riconosce il vestiario di quel
tempo si, ma d' una famiglia alquanto più biso-
gnosa dell'altra.
g. IO. Nel 1 588, cioè nel regno di Ferdinando I,
fu emanata una legge^ che ogni cittadino benefi-
cato, il quale avesse compiti i 29 anni, era tenuto
d'andare continuamente di giorno fino alle ore
24 in abito civile , cioè portando solo il lucco o
mantello lungo di panno, rascia o altro di color
nero, e mancando , non solo perdeva V impiego ,
ma non poteva conseguirne altri. Il luogotenente
ed i consiglieri per il tempo della loro carica, ilo-
vean vestire o portare il lucco di drappo rosso
i (a) Vcd. t»v. ex.
(b) Ved. tav. CXXXV», Nvip < ,^
Si. i'oòc. Tom. 10. 55
64^ COSTUMI
cremisi foderato pure della stessa roba, colle calze
parimente dei medesimi colori , e le pianelle o
scarpe di velluto nero (7): nei!' inverno porta-
vano Tabito istesso, meno che era di panno, rascia
0 saia, ed in capo berretta alla civile di drappo
nero o cappello simile . Il luogotenente dovea
portare nella spalla sinistra un cappuccio acco-
modato alla civile di drappo paonazzo . Eran te-
nuti, durante il loro magistrato, quando uscivano
di casa portare continuamente detto abito , ma
nei tempi di pioggia sei facevan portar dietro , e
potevano allora usare il ferraiolo lungo di panno,
lasciandolo però subito, e ripigliando T abito co-
loralo comperano al coperto. Il luogotenente on-
de conservare maggior decoro , aveva due maz-
zieri per suo servizio , che gli doveano andar
dietro col solito vestito, e ciascuno dei consiglie-
ri ne dovea condurre un solo. I 48 dovevano an-
dare di continuo in lur.co di panno, rascia, o
drappo nero foderato di seta rossa o paonazza ,
conducendo ciascuno dietro un servitore. Quei
del consiglio dei aoo dovean vestire nella stessa
maniera. I cavalieri benefiziati anche fuori di ma-
gistrato doveano usare un tal' abito col segno
della loro cavallerìa: anche gli uomini d'^arme, tan-
to in magistrato che per la città, dovean vestire
come i cavalieri. Se qualcuno mancava avea tre
anni di divieto dalla carica che occupava, ma da
questi obblighi erano esenti quei deir età di 70
anni, o che avessero qualche indisposizione (8).
g. 1 1. Una forte variazione subì il vestiario dei
toscani verso la fine dell'epoca di cui ragioniamo,
DEI TEMPI MEDICEI PARTE li. 647
poiché salito al Irono di Toscana Giovan Gasto-
ne ultimo granduca della famiglia Medici , ordinò
che i cortigiani deponessero gli abili all' antica
italiana, e vestissero alla francese (9). Le figure
da me riportate nell'atlante di quest'opera fanno
cedere quanto è diversa la foggia di vestire da
quella che si disse alla spagnuola. L^'uomo nobi-
le (^) ha una vestitura più ricca di quella del po-
polare (^), giacché in quest'ultimo non si vedono
la giubba e sottoveste gallonate d'oro,e diversifica
anche nella parrucca. Questa si cominciò ad usare
in Toscana circa T anno 1660, ed i primi ad u-
sarne in Firenze furono Luigi Medici e Giovan
Francesco Rigogli. Undici anni dopo quasi ogni
giovane cominciò a portar la parrucca linda ,
senza aver riguardo al colore del suo proprio
capello, radendosi inclusive i mostacci (10). La
donna (e) pure fa conoscere la varietà delP ab-
bigliamento nel bel sesso : ogni particolare de-
scrizione di ciascuna delle indicate figure riu-
scirebbe inutile, dandone le medesime una suf-
ficente idea . I conladini che io mostro (d) fan
vedere quaP era il costume delle vesti da essi
adoprale alla fine del regno mediceo.
J. la. I soldati a piedi di quel regno vesti-
vano coi calzoni corti con degli spacchetti, dai
quali vedevansi le fodere^ giubbetto attillato alla
vita con sboffi alle maniche , elmo di ferro m
(a) Ved. lav. CXXXVHL N. 3.
(P) Ivi, N, 4.
(e) Ivi, N. 5.
(rf) Ivi, N, 6.
64S COSTUMI
capo, pìccola Giberna dietro alle spalle per tenere
le cariche, spada al tìanco e fucile (a). I soldati a
cavallo erano vestili di ferro (^), ed in specie i
comandanti, mentre lo storico Adriani c'informa,
che Cosimo I provvide dalla Germania e d''allro-
ve un buon numero di cavalli e d** armature per
fornirne quei militari che ne aveano bisogno (ii),
come sentiremo. Questi cavalieri per lo più por-
tavano in mano una picca e spada al fianco 5 ma
r uso di vestire di ferro andò a poco a poco a
perdersi, poiché fu riconosciuta inutile essere una
tale armatura contro le palle del fucile.
(a) Ved. tav. CXXXIX, N. 1 .
(ò) Ivi, N. 2.
NOTE
(1 ) VJantini, Legislazione toscana , voi. 1, pag. 31S
sq. voi. IV , pag. 402 e voi. vii , pag. S5. (2) Ivi ,
pag. 66 e 9d. ^S) Ivi, voi. i, pag. 3^18. (4) Ivi voi.
x\ij pag. 259. fS) Ivi. (6) Ferrarlo, Il costume an-
tico e moderno^ articolo Europa, pag. 855, edizione
di Milano. (7) Cionica della città di Firenze dal 1548
al 1662. Sta nelle storie dei raunicipii italiani illustra-
ti da Carlo Morbio^ art. Firenze. (8) Cantini cit. voi.
Xii^ p. 117. (9) Ferrini, Compendio distoria della To-
scana , epoca Vj 5. 69 . (10) Rinuccini _, Considera-
zioni sulle usanze mutate nel 1600 ap. Targioni^ No-
tizie delle scienze Gsiche accadute in Toscana nel corso
di anni 60 del secolo XYUj voi. m, part. iv, §, 273.
(11) Adriani, Storia dei suoi tempi, voi. vi, lib. xvii,
cap. I.
DEI TEMPI MEDICEI ^S^^
PARTE TERZA
USI DOMESTICI, CIVILI E MILITARI
— o —
§. I. Uopo ohe i toscani ebbero perduta irre-
vocabilnienle la libertà, o per meglio dire l'indi-
pendenza , provarono vari can^iaivienti le loro
inclinazioni e«I i loro costumi . Firenze sotto
Cosimo [ non conosceva tra i suoi cittadini i
duchi, i marchesi ed i conti, che anzi conservan-
do Io spirilo, col quale s^era distaccato dal si-
stema del regno italico, gli escludeva espressa-
mente da qualunque parte di amministrazione
del suo governo. LI fasto, comune a lutti i prin-
cipi d' Europa, di farsi servire dai titohti, non
poteva non comunicarsi anche a (Cosimo, il quale
ambi di avere alla sua corte i Colonna, i Savelli,
gli Orsini, e i Gonzaga. Fn cauto però a non co-
municare (|uesla vanità nei suoi cittadini, per
non distoglierli dalla mercatura ^ ma Francesco
suo successore richiamò al servizio della sua
persona tulli i feudatari del granducato , ispirò
insensibilmente con questa preferenza nei citta-
dini il desiderio di distinguersi con qualche ca-
rattere di maggior dignità. Si dismesse pertanto
SS"*
65o e O S T U 91 I
la mercatura, sì comprarono dei feudi ne! regno
di Pfapolij ed allri se ne formarono nel grandu-
cato, e si vide sorgere uetrordfne della cittadi-
nanza un nuovo rango opposto allo spirito della
costituzione, inutite e gravoso alla stato, ed o-
dioso al l'uni vei^sale (i)»
§. a. In conseguenza di queste novità restò
avvilito il rango civico delle magistrature , e si
considerò per vera nobiltà solo quella , che por-
tava seco la marca del titolo e della giurisdizio-
ne. L** ordine senatorio, che per Ta vanii era it
supremo rango della città e della stato, perdette
non poco delPantico splendore , e si credette di
insignirlo con derogare alla costituzione, ed am-
mettere in quel corpo ancora dei possessori di
feudi, che le leggi repubblicane escludevano da
qualunque magistratura. Tutto si pose in opera
onde perpetuare Io splendore e le ricchezze delle
famiglie così ingrandite: s'ispirarono al governo
i principii e le massime feudali , e lusingando di
formare l'appoggio e lo splendore della corona ,
lo interessarono nelle loro vedute. Allo stesso
tempo possono attribuirsi i molli privilegi di
bandite di caccia e di delazioni di armi pei fami-
liari e particolari riguardi di che pei* essi profes-
savano i tribunali. In questo stato di cose non è
difficile il persuadersi, quanto si esercitassero le
prepotenze, e quanto il popolo, assuefatto negli
antecedenti governi ad una perfetta uguaglianza
coi nobili, si stimasse oltraggiato ed oppresso (a),
g. 3. La delazione delle armi, denegata al po-
polo con tanto rigcne, ed accordata ai grandi con
DEI TEWPl MEDICEI PARTE HI. 6^5 1
particolare privilegio, parca che secondasse h
loro alterigia, e gli fosse data per insolentire im-
punemente sopra i deboIi/L'impunItà degli eccessi
formaTa il carattere della potenza e della gran-
dezza del gentiluomo, e la cavalleria insinuava
il farsi rispettare più col timore che colla slima.
Le guerre di Lombardia ispiravano nei costumi
una ferocia maggiore, e l'^amoredi crudeltà e pre-
potenza delle nostre campagne s"* era facilmente
comunicalo per le città, dove le azioni, anche le
più indifferenti, erano spesse volle accompagnate
con delle atrocità: prova ne siala seguente fra le
tante riportate dal Morbio nelle storie dai muni-
cipii italiani. Nel 29 aprile del i56G un povero
contadino di fuori la porta a Pinti di Firenze, ce-
lebrando le nozze d'una sua figlia, dopo desinare
fece il ballo, ma in mezzo alla festa arrivò un cer-
to Andrea i>Iartelli con altri che ammazzarono la
sposo e la sposa. Tali crudeltà andarono progre-
dendo a tal segno, che nel i58o nessuno si arri-
schiava passeggiare per Firenze mediante le gran-
di uccisioni che vi si facevano. Questo carattere
crudele de'toscani fu in segnilo da essi sbandilo,
poiché il granduca Ferdinando li fu il primo a de-
porre (juella ferocia che gKera slata ispirata colTe-
ducazione,ed operòcolfesempioe coi fatti allinchè
si raddolcissero i costumi della nazione: la sua
affabilità, la popolarità dei principi suoi fratelli, la
propagazione <lelle scienze, e lo spiritodi adunarsi
e di conversare variarono talmente i costumi, che
nel 1670 iliorenlini parevano una nazione affatto
65a COSTUMI
diversa da quella che era nel i645. L'eleganza, la
decenza, ed una ragionata galanterìa ricoprirono
tosici vizi del carattere nazionale,in conseguenza
disparvero il livore, Pinvidia, la gelosia e le atroci
vendette. Diminuirono subito i delitti atroci in
Firenze, ma non fu possibile di estinguerli per
allora nella provincia, sempre infestala dai faci-
norosi, che le guerre della Lombardia e le rivo-
luzioni del regno di Napoli facevano moltiplicare
ogni giorno (3).
g. 4' Siccome la costumanza per lo più è imi-
tatrice dei paesi stranieri, così anche in Toscana,
nei tempi medicei , ebbe qualche cangiamento
non solo negli abiti, ma anche nelle mense esca-
rie, poiché oltre gli arredi usati nei tempi repub-
blicani, si costumavano i piatti di stagno per il
popolo, mentre le persone facoltose usavano quei
d''argento, come pure servivansi di coltelli e for-
chette con altri fornimenti d'argento. Nei tempi
più antichi fu in uso prima e dopo il pranzo lavar
le mani con acqua mista d'essenze odorose,e ser-
virsi ancora dei profumi (4)11 lusso eccessivo in-
trodotto anche nelle case delle famiglie non fa-
coltose fece emanare da Ferrlinando li nel 1637
una legge, colla quale proibì ogni sorta di masse-
rizie in legno e ferro dorate, e non permise che 2 o
3 filetti d''oro per ornamento delle medesime, come
permisesoloi paratidi panno di arazzi che si face-
vano in Firenze. I parati per seggiole, cortinaggi,
padiglioni, coperte ed altro non dovevano esser
più di drappo d'oro, di velluto, né ricamati in oro,
DEI TEMPI MEDICEI PABTE IH. 655
ma solo era permesso usare per tali addobbi rasi,
dommaschi , ermisini , broccatelli ed altri simi-
li (5\
§. 5. Dì grande sfarzo furono ì matrimoni dei
magnati , giacché se leggiamo le relazioni delle
nozze dei granduchi medicei, vi troyeremo un
lusso ed una magnificenza strabocchevole. In fat-
ti air occasione delle nozze di Enrico IV colla
principessa Maria figlia del granduca Ferdinando
I, le artiglierie, le campane, i fuochi di gioia in-
vitarono il popolo a partecipare di tanta allegrez-
za: ne successero pòi i banchetti, le feste, gli
spettacoli e l'elargizioni, nelle quali il granduca
fece vedere la sua ricchezza, magnificenza e libe-
ralità (6). Appena i matrimoni venivano accordali,
celebravansi pubblicamente dentro la chiesa, ove
eran consacrati dalla benedizione del pastore. Gli
sposi, come vedemmo,si da vano la mano,e la moglie
riceveva dal marito un anello in cui doveva esser
scolpita la croce, ovvero una figura simbolica di
qualche virtù,una colomba, un''ancora, un pesce od
altro (7). Due matrimoni erano in uso, cioè il so-
lenne, fatto con pubblico rogito e benedetto dal
sacerdote, come si è detto; Paltro clandestino, cioè
fatto in segreto e senza testimoni, e con tutto-
ciò ancor questo era permesso e tolleralo, ma fu
poi abolito nel concilio di Trento (8),
g. 6. Siccome poi il lusso delle nozze dai ma-
gnati era passato anche alle altre persone di
ogni celo, e che si rovinavano delle famiglie per
mantenerlo, così Cosimo I vi previde colPemana-
re delle leggi, onde reprimere nei suoi stati un
654 COSTUMI
tanto danno, con prescrivergli quanto qui si ri-
porta. Quando Io sposo toccava la mano alla spo-
sa, non era permesso di dare che una sola volta
le confezioni, e queste ordinarie e nostrali, co-
me pure i pastumi non dovevano esser ripieni di
zucchero. Se la sposa stava in casa del padre non
poteva dare o far dare colazione ad alcuno di quei
che la visitavano, e non le dovevan fare il corteo,
che dopo lo sposalizio. Nel giorno delle nozze non
si poteva far colazione che con tre portate; la
prima biscottelli e pinocchiati, di mezza libbra al
più per portala; la seconda confezione di qualsi-
voglia sorla di robba nostrale; e la terza pastumi
di tulle le qualità: era proibito però ogni altro
banchetto, salvo che lo sposo poteva farlo con due
parenti o amici. I regali che facevansi alla sposa
dorean regolarsi secondo la quantità della dote,
ma se quesla era di una somma rilevante, i doni
non doveai^ passare più di 3oo scudi d''oro: non era
permesso ^lla sposa di ricevere gli anelli in do-
no se non dai parenti del marito. Nel dì del parto
non si dovtìa dar colazione ad alcuno: le camere
degli sposi bon dovevano avere abbigliamenti di
oro, d'argento, o gioie, seta e nemmeno cose la-
vorate,salvo che un padiglione ai loro letti di taf-
fettà, o ermisino o altro drappo di simìl valuta cou
finimenti di drappo o altro non proibito. Nel man-
dare le creature al battesimo, il mantellino pote-
va essere di drappo non proibito o panno foderata
eoi drappo medesimo: gli sciugatoi o altri fini-
menti di lai funzione, non dovevano esser rica-
mati né aver oro o argento. I compari ocoraraari
DEI TEMPI MEDICEI PARTE HI. 655
di' battesimo non dovean far dono alcuno, saI?o
che mettere nelle fasce del battezzato fino in tre
giuli. Da queste leggi però erano esenti le fami-
glie dei forestieri, marchesi, conti e signori tito-
lati. Fino dal secolo XV vigeva in Toscana l'uso
d'indovinare i parti delle donne, ed accompagna-
re tali vaticini colla scommessa^ per la qual cosa
Cosimo I con legge del i563 stabili un metodo
per tali scommesse, onde evitare le frodi e gl'in-
ganni ^ determinò il foro competente per discu-
tere le questioni che nascer potevano, dal che è
ben facile congetturare quanto esser dovevan fre-
quenti siffal te scommesse (9).
g. 7. Stabilito il governo monarchico e mes-
sa in calma, non vi fu più bisogno di gran mili-
zia, meno quella necessaria per tenere il buon
ordine, e guardare i porti di mare che spesso ve-
niva infestato dai pirati. A. tale oggetto, come al-
trove sentimmo (io), Cosimo I fondò la sacra e-
questre religione di s. Stefano, e pose in mare
molti poderosi legni per comune assicuramento
e libertà del mare Mediterraneo. Il di lui figlio
Francesco I non trascurò di proteggere quesfor-
dine, per lo che sotto il di lui regno riportò segna-
late vittorie sopra ai turchi, e gli rese timorosi
di accostarsi ai lidi d'Italia, ed anche in seguilo
scorrendo il mar Tirreno con un buon numero
di galere fu sempre vittorioso (1 1). Le armi guer-
resche, dopoché fu introdotta la polvere, non fu-
rono che il fucile, il cannnone, la spada, la scia-
bola, la baionetta e Palabarda.
g. 8. Cosimo I conoscendo che le forze dello
656 COSTUMI
stato non erano sufficienti per tenere il buon or-
dine, e che raancavagli la cavalleria d'ordinanza,
comandò che nelle città più copiose e più abbon-
danti de'^suoi stati si scrivessero giovani i più alti
e i migliori a tale esercizio, e che volontariamen-
te facessero quel mestiere, e si provvide di Ger-
mania e d'altronde buon numero di cavalli e di
armature per fornirne coloro che ne avessero bi-
&ogno, e se ne fecero quattro compagnie di circa
cento r una in quattro città principali Pisa , Pi-
stoia^ Arezzo e loro contadi, e la quarta della
città dei senesi, e diede loro capitani onorati in
quel mestiere, assegnando a ciascuno de''cavalieri
«no stipendio e provvisione quando dimoravano
a casa, e maggiore quando militavano in servigio
del duca, ohe ne teneva sempre alcun numero
appresso di sé ( i a). Creò in oltre una ba nda di buo-
nomini d''arme per corroborazione delPanzidetla
cavalleria leggiera ed infanterìa, onde conservare
i suoi stati. Ogni persona ammessa alla milizia di
uomini d*'arrae, doveva avere in dono un cavallo
ed un'^armatura con cinque scudi al mese in tem-
po di pace per intertenirnento. Qualora vacava
una piazza per la morte di uno di tali uomini di
arme arruolali, dovean conseguire il posto gli
eredi, con i medesimi privilegi del morto (i3).
g. 9. Il duello fu protetto inToscana ai tempi
di Cosimo I, poiché dett'egli facoltà a ogni persona
di accettarne, o non accettarne la distida. Questa
sorta di combattimento da solo a solo era lasciato
correre dai governi, e lo riguardavano degno di
approvazione, perchè obbligava gli uomini ad im-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE ili. 667
parare il maneggio delle armi, e a disprezzare i
pericoli dei combattimenli (i4). I toscani erano
in quei tempi valenti in ogni sorta d'armeggiare,
poiché uno del magistrato degli Otto di Firenze
venendo assalito con un pugnale da uno masche-
ralo, se ne seppe schermire, che disarmatolo se
ne fuggì: questi esercizi formavano gran parte
dell'educazione delle persone ben nate. (i5). Nei
tempi aJdietro quando il sistema delle condotte
era nel suo massimo fiore, molti genliluoraioi
eran usi servir soli nelle guerre , senza acco-
starsi cioè ad alcuna compagnia: siffatti cavalieri
coi loro serventi chiamavansi lance spezzate.
per distinguerli dalle lance militanti iu compagnia
sotto un coudotliere, Cofesla scienza delle lance
spezzate del servizio a cavallo come volontario
s'era conservata,e divenne poi la forma ordinaria,
sotto la quale banditi e masnadieri erano dai
principi stessi; come dal granduca di Toscana,
condotti al soldo loro (16).
g. IO. Gli spettacoli e le pubbliche feste erano
il mezzo per cui s'ispirava nei diversi ordini dei
cittadini la gara e P emulazione per distinguersi.
La plebe riunita in tante compagnie, secondo le
contrade che abitava, concorreva a formare delle
feste e degli spettacoli, ed i granduchi l'anima-
vano con dei donativi e colla loro presenza. Il
governo approvava in questa parte le consuetudi-
ni ed i costumi repubblicani, e s** interponeva
qualche volta ad accomodare le difft^renze e le
controversie giurisdizionali Tra riraperatore del
prato, ed il re di Biliemme ed altre simili ridico-
St. Tose, Tom, 10. 56
65S COSTUMI
lezze (17). Queste compagnie popolari erano una
specie ©residuo delle antiche brigate, che la gio-
ventù fiorentina soleva fare dì quando in quando
per pubblica festa ed allegrìa, perciocché vesten-
dosi tutti d'una medesima divisa, andavano per
la città facendo comparse armeggiando, e termi-
navano il tutto in un solenne convito. Avea cia-
scuna di queste potenze un'insegna e un capo,
che chiamavano col nome d'imperatore, di re, di
duca, di principe, dì signore e consimili onore-
voli titoli: il loro numero fu vario in diversi tem-
pi. Queste compagnie eran dette potenze festeg-
gianti, perchè i loro spettacoli consistevano in
armeggiamenti, in feste, in rappresentazioni, in
gare,che talvolta degeneravano in zuffe e popolari
tumulti : solevano per ordinario cominciare il
primo di maggio e si continuavano per tutta la
estate: talvolta venivano ordinati dalla corte, la
quale voleva solennizzare qualche suo fausto av-
veninientOje perciò contribuiva larghe somme di
denaro (18).
g. II. fnfatti nel 1677 in occasione della na-
scita del principe Filippo figliuolo di Francesco
I. il granduca donò alle potenze, olire un carro
di trionfo, gran quantità di denaro, e fece anche
mettere sulla ringhiera un buon numero di botti
di vino, il quale non solo fece scialare chiunque
andò per esso, ma si sparse per i rigagnoli fino
al ponte Vecchio. Allora i battilani, tutti armati
con pali e bastoni, fecer di loro una grandissima
schiera, e per forza presa la piazza e cacciatone
fuora ognuno, turarono tutti i canti della medesi-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE llì. 659
ma con balle di lana, e solo nei due seguenti dì
vennero le potenze ad armeggiare in detta piaz-
za con varie pompe ed allegrie, le quali sì ripe-
terono nella vigilia di s. Giovanni, e tutti i di
festivi lino alla metà di luglio. Nel i58a il di ai
d'aprile per le nozze della principessa Eleonora
col principe don Vincenzo di Mantova, le poten-
ze avendo avuto dal granduca Francesco 800
scudi, oltre a varie altre cose , fecero ai sassi
in via larga. Da una parte eravi l'imperatore del
prato, e il vice-imperatore di Camaldoli, il re
della Colomba, il redi Bil'emme: dall'altra poi e-
rano il re dei battilani, il gran signore dei tintori,
il duca del Cardo, i purgatori. La cosa arrivò a
tal disordine che se il granduca non mandava la
guardia dei Lanzi armati di corsaletto e di celata
verso i combattenti, sarebbe seguita una grandis-
sima strage: con tutto ciò molti vi morirono e moltii
vi rimasero feriti.Tali festeggiamenti che han con-
sumato fama, tempo e danari,cessarono nel 1629,
stante le molle spese che vi faceva il popolo, li^
dissipazione del tempo e le frequenti inquietudi-
ni che cagionavano alla pubbli<"a vigilanza (19).
g. la. Dopo la plebe che oltre tali feste segui-
tava a fare il giuoco del ponte di Pisa e la famo-
sa festa di Siena per la metà di agosto, si distin-
guevano I collegi delle arti, e gareggiava ciascu-n
no per far pompa di ricchezza, di eleganza, e dij
invenzione. Qui cade in acconcio di ricordare co-i
me nel marzo del 1688 ebbe luogo la traslazione
del corpo di s. Ranieri di Pisa dalla cassa antica;
au un'altra j)ià licca fattagli po^teriovaienle.Que-'
6()0 COSTUMI
Sia fu eseguila con solenne processione, la quale
riesci suntuosa e magnifica sì pei ricchi apparali
a bella posta simmelricamenle distesi nelle con-
trade ove passava, sì per rilluminazione fatta in
duomo e per tutta la città, sì finalmente per Pim-
niensità delle accese fiaccole che Taccompagna-
Tano: da questa solennità ebbe principio la trien-
nale illuminazione di Pisa (20). Anche la nobiltà
ebbe spettacoli suoi propri, come erano il calcio,
i tornei ed altri, mentre sappiamo che i cortonesi
oltre i tornei e le danze eseguirono il giuoco del
calcio sulla piazza di s. Andrea, nell'occasione che
il granduca Ferdinando I si portò a visitare la
loro città (2.1). Dalle potenze alle feste di corte la
gara ispirava generalmente nella nazione lo spi-
rito di buon gusto e di perfezione, che la distin-
gueva sopra tutte le altre d'Italia (aa). Perchè poi
la gioventù nobile si addestrasse a ben cavalcare,
Cosimo I fece accomodare un luogo in Firenze
con tutte le cose necessarie per la cavallerizza.
Poco lontano da essa vi era una fabbrica, in cui
si custodivan molte fiere indomite di ogni sorta,
come leonÌ5orsi,tigri,pantere,tori salvatici ed altri,
che servivano ai tempi dei Medici a dare degli
spettacoli.il costume ài custodire tali animali, e
di dar queste cacce è antichissimo^ ma la moda
d'un secolo Kon è quella d'un altro. Gli uomini
più fieri e rozzi si compiacevano a dei divertimen-
ti, che disgusterebbero bi tempi nostri: il cortile
della fabbrica in cui si davano tali spettacoli era
bello e vasto, circondato da una gallerìa coperta,
alta circa dodici piedi,dalla quale si poteva vedere
UEl TEMPI MEDICEI PARTE 111. 66 t
il combattimento, senza correre alcun perico-
lo (a3).
g. i3. Dopo che Cosimo I divenne assoluto
padrone di Siena, istituì in quella città una com-
pagnia di loo uomini d'arme tutti di nobili fami-
glie, Tapplicazione dei quali volle che continua-
mente fosse neir apprendere gli esercizi della
cavallerizza, della scherma, del ballo, del correr
la lancia, della giostra e dei torneamenti. Ordinò
loro per legge, che dovessero tener pronti due
cavalli colle loro intiere armature e finimenti, e
portar nello scudo scolpita una'impresa col molto.
A questi medesimi cavalieri volle presedere egli
stesso come capitano^ e di essi, ai quali onorato
stipendio veniva dato, servivasi molte volte nel-
Tincontro dei principi sovrani, nelle giostre, nei
tornei ed in altre feste e pubbliche rappresenta-
zioni (a4), come balli, musiche, maschere di di-
verse maniere, e cacce di fiere salvatiche (a5).
g. 14. Fu Cosimo I che istituì la corsa d^i
cocchi, la qual fassi anche presentemente in Fi-
renze nelToccasione delle feste di s. Giovanni,
poiché in un ricordo si legge che il dì aa giugno
i56a il granduca ordinò una festa mai più fatta e
fu questa : fece fare due guglie di legno sulla
piazza di santa Maria Novella, e corse un palio di
dammasco rosso,ed il corso era di girare tre volte
attorno a dette guglie con cocchi. Ordinò poi quel
regnante nel maggio del i567 che aiPoccasioue
della festa del Corpus Domini ognuno dovesse
parare avanti la sua cas.i o bottega dove passava
la processione, e fu il primo anno che ciò si fa-
56*
€62 e o s T u M 1
cesse (26). Continuavano ad esser sempre m bsc>
le eorse dei cavalli sciolti o con il fantino ohe si
*isavana anche ai tempi repubblicani , mentre
dalla storia seatiamo che ogni qual volta la re-
pubblica tìorentina o altre divenivano vittoriose,
facevan correre il palio presso le mura di quella
città, della quale erano state vincitrici» Quei fuo-
chi d'artifizio che per le prime volte cagionarono
tanta maraviglia al popolo, divennero poi di con-
suetudine in ogni cifcià e paese per festeggiare i
santi protettori, le nozze o le incoronazioni dei
principi, o qualche altro prospero avvenimento.
Fra gli altri spettacoli usati dai nostri antenati,
debbonsi annoverare le mascherate nel carneva-
le,che in seguito peraltro andarono diminuendo;
anche il divertimenla del teatro era più general-
mente diffuso (aj).
gaS.Ohre i surriferiti divertimenti e giuochi,
per rendere robusto e mantener sana il corpo, la
nobiltà e le persone comode usavano altri spassi,
quali erano le villeggiature di primavera e d''au-
tunno, la caccia e la pesca d'ogni sorta, i giuo-
chi di pallone, pillotta, palla, pallottole, ruzzola ,
scherma, ballo, cavallerizza (28^). Molto salubre
riusciva per le persone il passeggiare o viaggiare
a piedi o a cavallo, uso che in seguito andò a
perdersi, mentre i facoltosi fino dal 1571 inco-
minciarono ad usar le carrozze, e la prima fatta
"venire di fuori fu usata dalle marchesane di Mas-
sa, che abitavano nel palazzo dei Pazzi di Firenze.
Queste carrozze in principio erano piccole di
quoio dentro e fuori, e parte sulla sala delle ruo-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE 111. j663
te, che andavano assai scoinode:^ poi s'incon>inciò
3 fabbricarle sulle cigne, perchè andassero meglio^
e tìnolmentc furono atlaccale dette cigne a molle
d* acciaio ben temperate, che cedendo all'urto an-
davano assai più comode. Si fecero pei più ricchi
di velluto nero, ed anche di colore con frange di
fuori e di dentro, e col cielo internamente dora-
to. Per le solennità alcuni cittadini usavano il
cocchio ch'era dentro di velluto per lo più rosi-
no, e di fuori dì panno paonazzo con otto pomi
alla testala dorali , ma poi fu intieramente di-
smesso il lusso di questi cocchi, poiché Ferdi-
nando II non permise che questi fossero si ma-
gnifici, ma solo condonò che si potessero al di
dentro foderar di panno, drappo di seta e velluto
senza frange e guarnizioni d'oro, e al di fuori non
permise che dei filetti d''oro per ornamento (29).
Prima della introduzione di questi legni ogni ca-
sa nobile teneva un cavallo o muletto, del quale
si serviva chi non poteva o non voleva andare a
piedi, e si adoprava per la città eoo gualdrappa
d'ermisino ed anco di velluto o di panno listato
di velluto, ed m campagna una sella di corame.
Le donne andavano a cavallo, ed i ragazzi sopra
un mulo in due ceste: la moltiplici'à delle car-
rozze fece tralasciare un tal uso. Per la campa-
gna andavano sopra lettighe, le quali andarono
pure in disuso per la comodità dei calessi,uso ve-
nuto da Parigi che si moltiplicò ben presto (3o).
g. 16. 1 funerali nei tempi medicei poca va»
riarono da quei repubblicani, poiché il cadavere
pure veniva accompagnato alla chiesa da perso-
€64 COSTUMI
ne, escluse ìe donne, con quantità dì ceri e faci,
cantando salmi ed inni per lodare Iddìo in suffra-
gio del morto: in capo alPanno rlnnovellavasene
la memoria, facendone la commemorazione. 1 ca-
daveri venivano seppelliti o nelle chiese, o nei
recinti di esse, e queste aveano degli uf&z.iali de-
stinati a seppellirli. Coi corpi solterravansi so-
vente diverse cose per onorare i defonti, o per
Conservarne la memoria (3i). La pompa peraltro
di tal funzione era giunta a tal'eccesso, che Par-
civescovo Marzi pubblicò un sinodo nel 1619 col
quale ordinò che i cadaveri, eccetto quei de'*prin-
cipi, non dovessero esser posti nella chiesa in un
luogo più elevato delPaltezza delTuomo, che at-
torno al feretro non si dovesser porre più di sei
torce maggiori e dodici minori, ma che nell'ara
maggiore e nelle minori e in altre parti della chie-
sa si potessero collocare quante faci piaceva alla
famiglia del defunto (3a). Questo sinodo fu con-
fermato nel 1687 da Ferdinando II, il quale vi
aggiunse, che processionalmente fra la croce ed
il corpo del defonto non vi dovessero essere più
di 3o torce, usando cera gialla tanto in chiesa
quanto fuori (33).
NOTE
(1) vTailuzzi , Storia del granducato di Toscana ,
voi. vi« iib. 7ij cap. XI. (2) Ivi. (3) Ivi, e voi. vii,
cap. IX. (4) Ferrarlo, Il costume antico e moderno,
DEI TEMPI MEDICEI PARTE 111. 665
Europa y voi. Vfii , costumanze civili degli italiani.
(5) Cantini^ Legislazione toscana , voi. xvr, p. 254.
(6) Galluzzi cit. voi. vi, lib. v^ cap. ix. (7) Fleury,
Costumi dei cristiani part. li, p. 36. (8) Ferrarlo cit.
(9) Cantini cit. voi. iv, p. 402, voi. v, p. 63, 66, e voi.
vn,p.35. (10)Ved. Avv. stor. cap.iv, J. 40. (11) Bian-
chini , De granduchi di Toscana dellaj real casa Me-
dici , ragion, i , ii^ iii. (12) Adriani, Storia dei suoi
tempi, voi. VI ^ lib. xvii , cap. 1. (13) Cantini cit.
voi. VI, p. 376. (14) Ivi, voi. in, p. 46, 53. (15)IVlor-
hio. Storie de' municipi! italiani. Cronica di Firenze
dal 1548 al 1652. (16) Leo, Storia degli italiani tradotto
A. Loeve e Alberi^ voi. li, lib. xii, p. 455 (17)Gal-
luzzi, cit. voi. V, lib. IV, cap. x. (18) Becchi, Il-
lustratore fior, calendario per 1' anno 1838 , p. 47.
(19) Ivi. (20) Grassi , Descrizione istorica e artistica
di Pisa, part. li, sez. i, p. 74. (21 ) Storia di Corto-
na d' Anonimo , p. 84 , nota (3). (22) Galluzzi cit.
vqI. v, lib. IV, cap. X. (23) Descrizione storica e cri-
tica d'Italia, voi. ili, granducato di Toscana §. Lxxiii.
(24) Bianchini cit. ragion, i . (25) Adriani cit. voi.
VI, lib. xviii, cap. IV. (26) Morbio cit. (27) Ferrario
cit. (28) Targioni, Notizie degli ingrandimenti delle
scienze fisiche in Toscana, voi. Ili, part. iv, §. 174,
(29) Cantini cit. voi. XVI, p. 259. (30) Targioni cit.
(31) Fleury cit. p. 81. (32) Marzi Alessandro, Sino-
dus vili dioecesana celebrata xni et xv niensis mai
ann. 1619 . Sta nel voi. i , dell' Etruria sacia del
P. Ildefonso. (33) Ganliai cit. voi. xvi, p. 259.
•mIU aiij
iffU^ IM
6^6 COSTUMI
rrrr — * ^
PAiRTE QUARTA.
LINGUA E LETTERE
g. I. Avendo la toscana favella posseduto for-
tunatamente i primi illustri scrittori, essa è di-
venuta la lingua dotta, la lingua da scriversi, ed
hanno costoro sudato ad ornarla ogni giorno di
nuovi e ricchi fregi : tutte le aggiunte furono
modellale sul dialetto toscano: da essi soli ha ac-
quistato la purità che adesso non è più possibile di
toglierle. I susseguenti scrittori si son formati su i
primì,e non han fatto che coltivare lo stesso ter-
reno. Quando più scrittori celebri, sortiti i primi in
una lingua,hanno messo in corso le parole di quel-
la, e le hanno elevate per così dire alla dignità di
rappresentare delle idee nobili e dei pensieri gran-
di, diventano nobili anch'esse, molto più quando
sono state mantenute in questo possesso dagli
scrittori nella celebrità successori de' primi, e
quando i più illustri uomini estranei alla Tosca-
na, come un Ariosto, un Tasso, si son soggettati
con poche eccezioni alla medesima legge, giunge
un punto, in cui la lingua che povera al principio
va sempre ad arricchirsi, ha acquistato tutti quei
colori o sia quelle parole e quelle frasij con cui
DEI TEMPI MEDICEI PARTE IV. 667
può vivamente dipingere e le vaghe scene della
natura, e le passioni forti e le modificazioni di
esse: queste parole, queste frasi prima messe in
corso dagli scrittori che hanno formata la lingua,
indi accettate e confermate da quelli venuti di-
poi, son quelle che formano ciò che chiamasi pu-
rità di lingua. Dopo che il tempo ha per così dire
messo il sigillo ed autenticate come pure quelle
parole e quelle frasi , sarebbe opera perduta il
contrastar loro questo rango colle metafisiche
sottigliezze , sostenendo che non esiste purità o
impurità di lingua (i).
g. a. Poiché la Toscana ebbe in sorte che i
primi grandi scrittori han messo in corso e di mo-
da il toscano dialetto e i suoi vocaboli, ed essen-
dovi ia questa provincia si piccola differenza tra
la lingua parlata e la scritta , e tanta essendo-
vene tra questa ed il dialetto della maggior parte
delle altre piovincie d'Italia^ ecco perché la To-
scana ha creduto di poter senza taccia d'arroganza
non già erigere un tribunale, che si attribuisca un
dritto esclusivo di giudicare del merito degli scrit-
turi delle altre provincie d'Italia, e di pronunzia-
re una irrevocabile sentenza, ma di raccogliere
insieme in più volumi le parole, le frasi già ori-
ginariamente sue, perchè messe in corso dai suoi
primi scrittori, inseguito le altre che vari celebri
scrittori anche stranieri hanno aggiunte per fis-
sar c(»si la lingua, e nello stesso tempo darne il
vero significato ai forestieri. La celebre accade-
mia della Crusca non ha mai preteso di^tirare una
linea quasi barriera a qualunque nuova voce,^0,
668 COSTUMI (1
di ricevere o rigettare a capriccio e senza giuste
ragioni quelle che più aggrada, come sovente con
an)are2za è stata accusata da altre provincie di
Italia. Egli è vero però che nel lungo tratto dei
secoli il tempo che tutto cangia, altera ancora le
lingue, e per quanto quei saggi accademici abbia-
no cercato di fissarla, devono necessariamente
avvenire in esse delle sensibili mutazioni, o per
caso, o perchè taf è la loro natura. Invecchiano
alcune parole ed escono fuori d^iso; forse alcune
aveano relazione a delle pratiche, le quali escite
fuori di moda , sono appassite anche le parole
che le rappresentavano^ il giro delle frasi s*è ta-
lora cambialo: le nuove scoperte nella fisica, la
analisi dei sentimenti morali bau fatto nascere
nuove maniere di esprimersi: non convien dun-
que ostinarsi su tutte le antiche frasi e parole.
Chi pertinacemente vorrà scrivere la lingua di
tre secoli indietro, senza piegarla alla maniera
della lingua parlata a^suoi tempi, non incontrerà
l'approvazione del pubblico e comparirà affettato
e ricercato. Tutto cede al tempo, tutto almeno
lentamente si cambia, e in specie le lingue^ la no-
stra però ha resistito più delle altre. E in verità
qual'è tra le viventi quella che abbia tanto con-
servato la sua indole ed il suo carattere dalla sua
nascita ai nostri tempi al pari deiritaliana? Qua-
le può mostrare scrittori che nati nello sviluppo
primo di essa, siensi mantenuti freschi , per dir
così, e vegeti nella stessa lingua per più secoli, e
si gustino ancora come Dante? Devesi questo van-
taggio ai suoi grandi scrittori che dopo una lunga
DEI TEMPI MEDICEI PARTE IV. 669
infanzia, la condussero rapidamente alla virilità:
Dante, Petrarca, Boccaccio essendo stati sempre
Ietti, l'hanno mantenuta fresca e vigorosa (ri).
g. ò. Per quanti progressi abbia fatti la lessi-
cografia presso le nazioni incivilite, pure la com-
pilazione di un vocabolario dovea tìn dal princi-
pio sembrare difficilissima e laboriosissima , per-
chè non si avevano libri che servir potessero a
dirigere una tale intrapresa, ed indicare il metodo
da seguirsi. Non ostante le difficoltà dell-esecu-
Eìone, non trattennero gli accademici della Cru-
sca^ i più abili di essi sì divisero Topera ideata,
estrassero i vocaboli dai libri scritti nei prece-
denti secoli, e li disposero in ordine alfabetico^
definirono ciascuna parola con qualche precisione,
notarono la loro maggiore o minore antichità, e
distinsero i modi poetici dai comuni , e gli ele-
ganti dai triviali 5 mostrarono i loro diversi si-
gniiicati, schiarirono le più minute parlicelle con
esempi, detter Tequivalente di ciascun vocabolo
in greco ed in latino, e nel termine di 3o anni
pubblicarono il rlsultamento del!c loro fatiche .
Quest'opera fu ricevuta dai letterali coi migliori
applausi,e considerata come un prezioso acquisto:
nondimeno essa non potevasi ancora considera-
re perfetta. Superate le prime difficoltà gli acca-
demici che succedettero, pensarono a darle una
maggiore perfezione , la emendarono in intiuiti
luoghi, e la fecero ristampare più volte e sempre
fCon correzioni ed aggiunte. Il Boretti, autore di
uquesfarlicolo, dice che Michelangiolo Buonarroti,
iJlutore della commedia iutiloiata la Tancia^ su-
St. Tose, Tom. 10. 5V
670 COSTUMI
però la difficoltà nella quale gli accademici era-
no imbarazzati per mancanza di esempi nei libri
stampati, che autorizzassero una certa classe di
vocaboli, i quali spesso presentansi parlan<lo,raa
che di rado scrivonsi , e soprattutto le parole
tenniche usale dai più infimi operai^ e quelle dei
più comuni bisogni della vita . Per superare tal
difficoltà il Buonarroti compose un''opera dram-
matica di una specie singolarissima , ed era una
commedia che conteneva cinque drammi di cin-
que atti ciascuno. Il luogo delP azione era una
fiera, e la produzione era intitolata la Fiera, Il
piano n'era semplice ma ammirabile, perchè dava
luogo ad introdurre sulle scene ogni sorta di
gente. Questo dramma straordinario fu rappre-
sentato a Firenze a spese del sovrano per cinque
sere successive, vale a dire cinque alti , o una
delle cinque commedie per sera. Il numero dei
termini particolari e tennìci che il Buonarroti
seppe adunare in una sì piccola opera, è appena
concepibile^ e siccome egli parlava il puro tosca-
no, si vede bene che gli accademici ne fecero un
buon uso nel loro vocabolario.
*^ g. 4' Crii accademici dandoci questa grande
•opera arricchirono la letteratura italiana di molte
"altre, tutte tendenti airabbelliraento ed alla per-
fezione della lingua . Le più famose sono alcuni
volumi intitolati prose fiorentine, ed alcune cri-
■ tiche della Gerusalemme liberata. L'ammirazione
loro per TOrlando furioso li rese ingiusti verso la
Gerusalemme , ma il tempo in loro mancanza
fissò il giudizio del pubblico su questi due poemi
DEI TEMPI MEDICEI PARTE IV. 67 I
epici, e la magnificenza dei numeri e della edi-
zione del Tasso, unitamente alle regole delP E-
popeia, bilanceranno mai sempre la somma venu-
stà, la rapidità delTespressione, e la maggiore fe-
racità d'invenzione che distinguono V Ariosto .
Dei due poemi la Gerusalemme sarà sempre il
p^ù mirabile, e TOrlando il più dilettevole (3).
g. 5. Il pregio di una straordinaria dolcezza
nella lingua italiana è nato dalle molte vocali e
dalle poche consonanti, ed ecceltuate le lingue
orientali, è superiore in questa qualità a tutte le
altre, in specie alle lingue settentrionali , nelle
parole delle quali T occhio vede con una specie
di ribrezzo una selva di consouauti, ed appena
intende come sìa possibile il pronunziarle. Delle
Provincie italiane il dialetto toscano è il più dolce,
specialmente il fiorentino, la di cui dolcezza nella
pronunzia è anche soverchia , giacché elidendo
troppo ed ingoiando per così dire le consonanti,
e talora le vocali stesse . si converte in difetto.
Questa dolcezza sì atta al canto ed alle tenere
poesie ha fatto forse nascere un si gran numero
di poeti, ( giacché niun'altra nazione ne conta un
terzo di quei che possiede Tltalia ) una gran parte
di versi dei quali privi d'immagini e di leggiadri
sentimenti, mero suono armonioso, non fanno
che colla dolcezza della lingua e del ritmo lusin-
gare soavemente Torecchio. Se fra questa messe
abbondantissima non si trovassero dei più grandi
alunni delle muse, ci avrebbe quella qualità re-
cato più danno che vantaggio ^ ma siccome uno
dei poetici pregi é l* armonia , quando questa e
672 COSTUMI
unita alla sodezza dei pensieri ed alla vivezza
delle immagini, si ha una poetica perfezione su-
periore alle allre nazioni. Quesl* armonica dol-
cezza giunse a segno, che sovente la plebe canta
i versi che non intende, bastandole quel solletico
che dà la melodia della lingua airorecchio: siffat-
to pregio però è forse conlraccarabìato da un di-
fetta Nel tosco dialetto terminano tutte le parole
colla vocale né s** elide quasi mai colla pronun-
zia, se non ne succede un''ailra; di molte sillabe
perciò son composte le parole più lunghe che in
molte altre lingue. Oltre il superare in dolcezza
quasi tutte le viventi lingue, Titaiiana forse non
cede ad alcuna in ricchezza d' espressioni , e ne
supera molle: questa ricchezza quanto favorisce
la poesìa e Peloquenza, altrettanto è sfavorevole
alla precisione filosofica. Non le manca al biso-
gno mai la parola che V esalta ragione richiede
preferibilmente ad ogni altra per dire ciò che
vuol essere insegnato senza ornamento, ed il Ga-
lileo, il Machiavelli, il Redi, il Cocchi, il Maga-
lotti ce l'hanno insegnato. Ma fra tanta copia di
voci non si presenta sì presto allo scrittore quel-
la che il preciso filosofico linguaggio richiede, se-
polta talvolta ed implicata nella ricca varietà
delle simili ed analoghe ma non precise paro-
le (4).
g. 6. È un fenomeno v eramente notabile, che
mentre la Toscana era lacerala ed atflitta da in-
testine discordie, guerre, rapine, carestie, pesti-
lenze, tremuoti, videsi prosperare la letteratura.
Ciò sembra avvenire dacché dato una volta un
DEI TEMPI MEDICEI PARTE IV. 673
potente impulso agP ingegni, e questi incammi-
nali nel retto sentiero , progrediscono essi nel-
l^acquislo e nel perfezionamento delle più utili
cognizioni, anche in mezzo alle circostanze le più
sfavorevoli; oltre di che il favore dai principi di
Toscana, ed anche da alcuni stranieri nelTIlalìa
guerreggiami accordato a gara alle lettere ed ai
buoni studi, continua poi persino in mezzo alle
guerre, alle contese, come ad altre viccennate ca-
lamità. Alessandro dei !VIedici, che primo ebbe il
titolo di duca in Firenze, in mezzo alle sue sre-
golatezze era istrutto e gustava ogni sorta di
lettere. Cosimo I imitatore dei suoi gloriosi an-
tenati, cioè Cosimo il vecchio e Lorenzo il IVIa-
guitico , favorì non meno di essi le lettere e gli
studi che sono stati molto promossi ed aiutati
dalPutilissirao ritrovato della stampa . Quindi è
che il duca Cosimo I per dar sempre comodità di
studiare nella sua capitale, in cui già solevansi
stampare i libri con buone e lodate edizioni, co-
me sono quelle dei Giunti e d''altri, di sua com-
missione volle che si aprisse una stamperia sotto
un buon pratico ed eccellente professore; perciò
fece venire con grandissima spesa e provvisione
lino di Germania il Torrenlino, e il dichiarò suo
stampatore, dal quale poi tante edizioni di utilis-,
simi libri colla maggiore eleganza , correzione e
nitidezza si fecero, come agli eruditi è ben no-
to (5).
J. 7. Cosimo I persuaso che per propagare ed
estendere la cultura nella nazione era necessario
di render comuni a chiunque i sentimenti dei
5;'
6^4 COSTUMI
greci e dei Ialini , immaginò il modo d** incorag-
giare i dotti a tradurre i loro libri, e sostenere
intanto il dialetto toscano in quel grado di eie-
Tazione sopra gli altri d'Italia , in cui lo aTeano
inalbato Dante, Boccaccio e Petrarca. Lo spirito
di ornare e pulire il proprio linguaggio dominava
in Firenze tino dnl iSjS , in cui dal Boccaccio
si incominciò ad interpetrare pubblicamente la
commedia di Dante, e lo stesso si osservò nello
studio di Pisa, doye nel i485 esercitava questa
cattedra Francesco da Buti . Giovanni Mazzuoli
detto lo Stradino avea formato una compagnia
di letterali che si applicavano all'esame ed intelli-
genza dei classici, con idea di trasportarli nella
toscana favella . Il duca Cosimo fino dai primi
anni del suo regno attirò nel. suo palazzo questa
società, la incoraggi con dei premi, e finalmente
stabilì Taccaderaia Fiorentina. che volle decorare
ancora del titolo di sacra. Il motivo chVgli ebbe
di fondare quesfaccademia altro non fu se non
il coltivamento della lingua toscana, e perciò gli
esercizi che a lei impose, furono principalmente
Tinterpetrare i nostri celebri scrittori, il compor-
re e portare e ridurre da ogni altra lingua, spe-
cialmente greca e latina, ogni buona scienza in
questa nostra (6). In conseguenza di ciò trat-
tenne Cosimo presso di sé gli uomini di lettere
eh' erano nella città, ed in grazia del Bembo ri-
chiamò alla patria Benedetto Varchi che n' era
esule come ribelle. Il Carnesecchi, il Domenichi,
il Giarnbullari ed il Segni erano di questo nu-
mero. Carlo V nel i549 desiderò da quest'' acca-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE IT. 6^5
demìa la traduzione della consolazione di Boe-
zio, ed il Varchi e"*! Domenichi ne furono ambedue
separatamente incaricati dal duca,che restaurò an-
cora lo studio fiorentino , ed incaricò Pier Vet-
tori di leggere pubblicamente le lettere greche 5
il Verino e dopo di esso il Lapino lessero al pub-
blico filosofia. Nel i546 Andrea Dazi fu deputato
a legger le lettere greche e latine, e tutti insie-
me animati dal principe si afiTaticarono a propagar
le lettere e ad incoraggiare allo studio la gioven-
tù . Ciò dette motivo alle molte traduzioni dei
classici greci e latini, che furono pubblicati a
gara in Firenze nei primi dodici anni del regno
di Cosimo, ed a lui dedicate dagli accademici .
Perciò acquistatasi Cosimo Tuniversale opinione
di Mecenate, molti libri che in quel tempo vide-
ro la luce, tanto in Italia che fuori, erano a lui
dedicati, e molti uomini di lettere ambivano il
suo servizio e la sua protezione. Anche il Giovio,
notissimo scrittore d'istorie, era singolarmente
accetto al duca (7). Ad oggetto di maggiormente
arricchire la repubblica letteraria di inedite no-
tizie aprì a benefizio del pubblico la celebre li-
breria Mediceo-Laurenziana oltremodo ricca di
sceltissimi codici (8).
J. 8. Francesco l granduca di Toscana volle
rhe alla grande accademia Fiorentina, istituita da
suo padre,si promovessero i suoi esercizi letterari,
e perciò seguitarono quegli accademici a far*!
ascoltare con le loro eruditissime lezioni, ador-
nate di bellezze e ripiene di dottrina , d' elo^
quenza e purità della nostra lingua. Oltre al prò-
6^6 COSTUMI
leggere raccademia Fiorentina, non mancò Fran-
cesco di far sentire altresì la sua beneficenza ad
un'' altra accademia privala delta degli Alterali ,
la quale, benché dopo lo spazio di molti anni ve-
nisse meno, tuttavìa si rese chiara e famosa. Fi-
nalmente sarà sempre glorioso il governo di Fran-
cesco I, poiché sotto i di lui auspicii nel iSSa il
Grazzini, cognominato Lasca, fondò Taccademia
della Crusca^ quelTaccademia che fecondata ed ali-
mentata in prima dalle sue grazie e poi da quelle
de'^suoi reali successori, ha sempre coltivata e nella
sua purità mantenuta la lingua toscana (come di-
cemmo) a cui viepiù sempre ancora ha cagionato
grandissimo lustro ed onore col suo utilissimo
vocabolario tante volte ristampato, e da lei ac-
cresciuto, talché é divenuta celebratissima in tut-
ta TEuropa. Ma per dimostrare sicuramente che il
granduca Francesco fu gran protettore di lettere
e di tutte le più nobili sciente, basti riflettere che
egli era non solo di quelle ornalo, ma di tutte
ancora possessore^ e poiché in Siena fioriva rac-
cademia degPIntronati, Francesco, per maggior-
mente proteggere le lettere ed i letterati, volle
esservi ascritto (9).
g. 9. L'opera grandiosa degna d"' ammirazione
di tutto il mondo, e necessaria non solo alla re-
pubblica letteraria , ma insieme alla chiesa cat-
tolica, si fu quella che Ferdinando I ordinò che
fosse eretta in Roma una sua particolare stam-
peria, ripiena di caratteri ebraici, siriaci , caldei
ed arabi , e con essi fece stampare nelle lingue
orientali molti e molti libri pertinenti alla nostra
DEI TEMPI MEDICEI PARTE IT. €yj '
santa religione, per far Irasporlare con essi nel-
le regioni dfìirOriente la vera e pura cognizione
delLi medesima. L** Italia è debitrice ali*' eccelsa
famiglia dei Medici ed ai fiorentini del risorgi-
mento delle lettere greche, latine e toscane, così
ristessa famiglia ed i fiorentini ancora sono stati
i primi in Europa a promuovere lo studio delle
lingue orientali ^ e quindi è che in Firenze alla
Laurenziana si conservano molti e molti codici
arabici, persiani, siriaci e d''altre lingue orientali.
Anche sotto '1 governo di Cosimo II fiorirono
molti letterati in Toscana^ i quali goderono della
sua munificenza e protezione ( io). Ma se del gran-
duca Ferdinando II sarà sempre lodata la saviezza
nel far fiorire per mezzo di molti dotti e famosi
letterali le università dei suoi stati, non merita
egli minor lode ancora per avere insieme tenuta
un'altra e particolare protezione di quelle lette-
rarie adunanze, che accademie si appellano, delle
quali è stata sempre la toscana fecondissima : e
perchè sarebbe troppo lungo il far parola di tutte
distintamente, dirò solo che per lui i privilegi, le
esenzioni e gli onori che i granduchi suoi ante-
cessori compartirono alT accademia Fiorentina^
furono intieramente mantenuti^ed ella invigorita
sempre più dalla sua beneficenza, non desistè mai
dal fare le sue solite adunanze ed i suoi letterari
esercizi. L'accademia poi della Crusca fu da esso
molto distinta, poiché assai volte la fece adunare
nel suo proprio palazzo dei Pitti, per dare co^suoi
ragionamenti virtuoso divertimento ai principi ed
ai gran personaggi forestieri: fu ancora animata
67S COSTUMI
ari illustrare vieraaggiormente la lingua toscana,
non solo colle opere e coi particolari componi-
menti dei suoi eruditi accademici, ma ancora col
lavorare assiduamente fin da quel tempo per una
nuova edizione ampliata del suo vocabolario: an-
che il principe cardinale Leopoldo , tratto dai
suo nobilissimo genio di promuovere tutte le
imprese letterarie, era quegli che dava il molo e
il sostenimento a tutte le belle cose, che in que-
sfaccademia si andavano facendo (11).
g. 10. Nei tempi in cui regnò Ferdinando II,
Agostino Coltellini avvocato fiorentino, uomo di?
varia dottrina, fonJò l'accademia degli Apatisti,
e la fondò per dar motivo a tutti, ma specialmen-
te alla gioventù, di studiare e di esercitarsi nel
conjporre in prosa ed in verso per mezzo delle
sue frequenti continue adunanze d'ogni settima-
na. A quest' accademia fu acclamato anche Fer-
dinando II onde fosse maggiormente protetta, che
riguardò pure con favorevole sguardo quella de-
grintronati di Siena. Vittoria della Rovere, con-
sorte di Ferdinando II, conoscendo Tingegno e lo
studio delle dame senesi che pensavano di fare
un'^accademia composta di gentili femmine dilet-
tanti di lettere esercitate nei poetici componi-
menti, non solo le esorlò, ma le stimolò a porre
in esecuzione il loro pensiero, e ne volle pren-
dere la protezione. Elleno chiamandosi le Assi-
curate h\a\z^v quo per loro impresa la Rovere gen-
tilizia della granduchessa Vittoria col moiio Qui
ne dijende e qui ne illustra Vomhra . Si videro
quindi gl'effetti di questa gloriosa protezione, poi-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE IT. 679
che non solo quelle dame facevano le loro adunan-
ze ed i loro letterari esercizi, raa di alcune di esse
dame altresì furon date alle pubbliche stampe i
componimenti. Questa principessa coiroccasione
della indicata accademia protesse le lettere, e di-
mostrò la sua generosità verso i dotti soggetti,
nel numero dei quali fu Benedetto Menzini , e
Maria Selvaggia Borghini pisana , che fu repu-
tata una delle poetesse più celebri allora in Ita-
lia (12).
g. ) I. Il genio di Cosimo III fu favorevole per
le lettere, poiché fece conoscere questa sua pro-
pensione quando, non essendo ancora granduca,
prese il primo fra gli altri principi della sua casa,
a fare ed aprire nello stesso suo regio palazzo
iin'amplia biblioteca*, e poi quando appena dive-
nulo granduca , comandò che la sua biblioteca
ìVIediceo-Laurenziana per la pubblica utilità custo-
dita fosse, e conservata sempre più con maggiore
allenzione,e quando finalmente fece in quel mede-
simo tempo, perse stesso ed a suo proprio uso, una
privata sì ma considerabilissima librerìa ripiena
di tutti i santi padri e dottori della chiesa, e la
collocò nelle stanze più recondite del suo regio
appartamento, per potere, leggendo talora le ope-
re di quei sacri scrittori , indirizzare la propria
vita e regolare la sovrana amministrazione dei
suoi slati. Giovan Gastone non solo si compiace-
va di leggere i libri dei più grandi letterati, ma
godeva ancora di confabulare cou quel viventi,;
gradì moltissimo nella sua gioventù d'essere sta-
680 COSTUMI
lo acclamato accademico della Crusca , come lo
furono altri dei suoi antenati , e specialmente il
cardinale Leopoldo^ talché volle esser di quella
il protettore , e molte volte v' intervenne , e da
principe letterato quaP egli era mostrò la sua in-
telligenza nelle materie erudite , e dette animo
al mantenimento degli esercizi letterari. Quando
poi per la morte del fratello Ferdinando, Giovau
Gastone passò ad esser gran principe di Toscana,
si raddoppiarono in lui le occasioni di protegge-
re le lettere ed i letterali, fra i molti dei quali da
esso beneficati rammenterò solo il canonico Sal-
vino Salvini console della grande accademia Fio-
rentina fondata già dal granduca Cosimo I (i3).
La paleografia sotto il regno dei Medici e nei
tempi posteriori progredì al pari delle scienze e
delle lettere, poiché i caratteri si resero più intel-
ligibili (a) da non aver bisogno di farvi sopra uno
studio per leggerli.
(a) Ved. tav. XIV, col. k.
r.
NOTE
(i) ITigiiotli , Storia della Toscana, Saggio I della
origine e progresso della lingua italiana . (2) Ivi .
(3) Barelli , GÌ' italiani , ossia relazione degli usi e
coslumi d'Italia, cap. x. (4) Pignotti cit. (5) Bian-
* DEI TEMPI MEDICEI PARTE IV. 68 I
chini , Dei granduchi di Toscana della real casa dei
Medici^ ragionamento primo. (6) Ivi. (7j Galluzzi ,
Storia del granducato di Toscana , voi. i , lib. i ,
cap. IX. (8) Ferrini^ Compendio di Storia della To-
scana , epoca V , S- 23 . (9) Bianchini cit. ragiona-
mento II. (10) Ivi, ragionamento in. (11) Ivi, ragio-
uamento v. (12) Ivi. (13) Ivi, ragionamento vie v".
81. Tote* Tom, 10. 5S
68a COSTUMI
PARTE QUINTA.
RELIGIONE
g. I. Lia Giuliano a Lutero, la chiesa, secondo
il celebre Chateaubriand (i), nel pieno vigore co-
mpii' era delle sue forze, non ebbe più bisogno
di difensori; e quando emanò Io scisma d'Occi-
dente, sursero coi nuovi nemici anche i suoi di*
fensori. Nullameno, è pur forza confessarlo, i pro-
testanti furono in sulle prime superiori ai cat-
tolici, se non altro, secondo il parere del Monte-
squieu, per le forme. Ma poiché il Bossuet discese
nell'arringo , la vittoria non restò più a lungo
indecisa, e Tidra dell'eresia fu per sua mano at-
terrala. Frattanto che la chiesa seguitava i suoi
Iriontì , Tincredulità venne in moda , e questa
assaliva ostilmente la religione con beffe e di-
sprezzo (:i). Il male dell'eresia dilatandosi penetrò
in qualche modo inclusive fra i nostri . Mentre
Matteo Bassi, sacerdote tra i minori osservanti
nel convento di Monte Falco in Val di Pesa, circa
il i53o dava vita ai minori eremiti di s. Fran-
cesco, chiamati cappuccini, Bernardino Orbino
senese, generale di quesf ordine , celebre predi-
catore, dette al pot)olo che Io ammirava lo scan*
T>E1 tEMFl MEDICEI PARTE V. 683
dalo il più grave. Dopoott'anni di vita claustrale,
corrotto nel suo cuore ne abbandonò l'abito, e tra-
sportalo dalPambizìone abbracciò il luteranismo,
e presa moglie insegnò inclusive la poligamia in
Zurigo, da dove per altro fu discacciato. Si ritirò
in Polonia, dove adottò gli errori dei sociniani:
discacciato anche da quel paese divenne in fine
miserabilissimo: fu anche in Germania e in In-
ghilterra con Pietro Martire, Vi sono di lui tren-
ta dialoghi, dei sermoni ed altre opere (3). Ebbe
la Toscana un altro famoso eretico nella persona
di Pietro Martire calvinista dell'ordine dei cano-
nici regolari di s. Agostino di Fiesole. La lettu-
ra dei libri di Zuingliu e di Bucero lo fecero cade-
re nell'errore, e convertì Tremellio , Zanglio e
molli altri. Andò a Zurigo e a Basilea: indi am-
mogliatosi passò in Inghilterra con la moglie. Ab-
biamo di lui un gran numero d^opere che scrisse
per sostenere i suoi errori (4).
g. 2. Frattanto il papa toscano Clemente VII
nel settembre del i534 mori, schivando sempre
le adunanze di un concilio generale chiesto an-
ziosamente da Carlo V, perchè quel rimedio ai
tempi si burrascosi non riuscisse perle frodi de-
gli eretici dannoso an^i che utile alla chiesa (5).
Ilcardinal Cervini senese,e propriamente di Mon-
tepulciano, personaggio ornalo di bellissime doti
dell'animo, fu dato per successore nella sede apo-
stolica al papa Giulio IH pure toscano, che man-
cò di vita Panno i555. Il nuovo pontefice fu chia-
mato Marcello II , e dava fondale speranze di
avere in lui un ottimo soggetto in si eminente
684 COSTUMI
posto, ma dopo 2.0 dì cessò d^esser nel numero
dei viventi (6). Era lacerata in quel tempo la chie-
sa cattolica da immenso numero di eretici che si
diffuse per tutta Europa, e la stessa Toscana an-
dò in qualche modo soggetta a tale infezione. Vi
era in Vene/Ja un'accademia di eretici, che pre-
tendeva dare ogni giudizio sulle opinioni religiose
di quel tempo. Tra i nomi degli accademici risuo-
3)ava quello di Leh'o Socino da Siena. Aveva egli
certamente vasta erudizione, ed era dotto inclu-
sive neiParabo, non che nel greco e nelPebrai-
C05 ma i suoi talenti e le sue cognizioni Io sti-
molavano air amore della novità, ed alle libere
interpetrazioni delle sante scritture . Poiché fu
annullata V accademia di Venezia per opera del
veneto governo, i perseguitali soci si dispersero
per TEuropa. Costoro prima della dispersione a-
vevauo abbracciate le massime degli antichi aria-
ni puri. I calvinisti ed i luterani si fecer cono-
scere subito nemici della loro empietà non meno
che i cattolici : ma Lelio Socino scrisse prima
contro Calvino suo avversario, e poi pubblicò
vari commenti sulla bibbia, per insegnare agli
autelrinitari, la cui dottrina poleasi detinire Tul-
tima moda degli spiriti torbidi in cose di reli-
gione, per insegnare io diceva agli anletrioitari
una spiegazione allegorica o figurata di quei te-
sti scritturali, che solevansi opporre ad essi in
vantaggio della Trinila , della Consuslanzialità
del Verbo e della Divinità di Gesù Cristo. Lelio
dunque rendeasi cosi maestro insigne nella setta,
e ne sarebbe facilmente divenuto il capo , se la
DEI TEMPI MEDICEI PARTE V. 685
morie non lo avesse rapito a Zurigo neli'' anno
i56a (7).
g. 3. II campo principale di quegli erelici fu
per lungo tempo la Polonia. Quando dopo la mor-
te di Sigismondo II fu collocalo nel trono dei
poi lacchi Arrigo duca d'Angiò, si esigè da Iiii che
giurasse di concedere a tutti libertà intiera di
coscienza, ed in tal modo crebbe l'apostasia del
catolicismo. Le sole sette degli anletrinitari a-
scendevano quasi a quaranta, quando giunse nel
loro seno Fausto Socino . Era costui nipote di
quel Lelio Socino già sopra accennato come uo-
mo benemerito grandemente delParianismo rin-
novellato. Erudito, erede dei manoscritti delio
zio, educalo alla corte di Toscana, si accinse Fau-
sto 3 comparire un gran campione degli antelri-
nitari con armi atte a soggiogare gli spiriti ed i
cuori, e nell'anno 1679 avvenne V ingresso suo
in Polonia. Colà parlò in mezzo a vari eretici con
un linguaggio sempre ingannevole e sempre se-
dizioso-, e sotto il pretesto di rovinare viepiù il
cullo, come diceva, dei papisti, non lasciava di
esporre e di proporre le sentenze degli ariani
moderni ed antichi con diversi paradossi, affine
di sedurre anche i protestanti. Ecco le principali
sue massime o bestemmie „ Dio il solo Padre: il
^ erbo e lo Spirito Santo non persone, ma P On-
nipotenza e la Sapienza del Padre: Gesù Cr. F'glio
di Dio per adozione, non per natura: egli pei doni
ronceduligli dal cielo pontefice mediatore: vane
le spiegazioni sulla processiono «lei Verbo prima
jiei secoli sulla Incarnazione: favole la presenza
58*
686 COSTUMI
reale delTrmanilà e Divinità di Gesù Cristo nel-
l'Eucaristia, l'efficacia del Baltesiiuo per la re-
missione del peccalo originale,,. Sebbene lutti gli
articoli di queir insegnamento ereticale si scor-
gessero ornai fulminali dalla cbiesa cattolica nei
concili generali colfaulorità dei papi, coni dotti
volumi dei bravi difensori della pura fede, ed in
altri modi, tuttavìa piacquero nella novella espo-
sizione le varie comunioni degli antefrinitari. e
lutti appellarono Socino il dottore delle loro chie-
se, anzi egli medesimo divenne presto il loroora-
colo e'I terrore dei prolestanli.il coraggio, la pa-
zienza^ la dottrina, la destrezza, la predicazione e
le dispute fecer giungere finalmente Fausto a
quel grado a cui Tambizione sua aspirava, vale a
4IÌ1 e,cb'egli fu stabilitocapodi tutte le sette ariane,
t he sotto il suo governo cessai*on d''esser discor-
di,e comparvero anzi essere in una stretta unione»
Allora il socinianismo crebbe in Polonia, nella
Transilvania ed anche in altri luoghi; imperocché
prima o poi ne restarono infette le provincie del-
l'alto e basso Reno, Tlnghillerra ed altre regio-
ni (8).
g. 4. In Firenze , non men che in altre città
di Toscana e d'Italia, attesa la varietà dei lempij
lo spirito degli ofdini regolari allontanatosi assai
dal primitivoislituto faceva che ormai gfindividui
depravali si applicassero unicamente a tulio quel-
lo, da cui dovevano essere alieni. Fra questi era
Tordine dei domenicani osservanti di s. >Iarco, i
quali in tempo del governo popolare sotto la
scoria del Savonarola dirigevano la repubblica
DEI TEMPI MEDICEI PARTE V. 687
ed i particolari: dopo essere stato pubblicamente
nbbrucialo il loro maestro, lo veneravano come
martire, seguitavano la di lui dottrina, e sparge-
vano nel popolo i suoi medesimi insegnamenti .
Ma il governo di un solo è un grande ostacolo
per chi fa professione di sedurre la moltitudine.
Cosimo I era venuto in cognizione che predi-
cando costoro il governo popolare, e rammen-
tando la protezione della corona di Francia per
la repubblica, tentavano di allontanare la tran-
quillità della presente costituzione , spargevano
la divisione nelle famiglie, fomentavano i partili
nei magistrati, e tendevano a divenir gli arbitri
delle coscienze. I vari ricorsi portati al duca, fe-
cero che finalmente considerasse questi frati co-
me una setta nennca dello slato, ch>ra necessa-
rio estirpare, tanto più che avvertitone più volle
il loro generale, ei sostenevali come persone in-
capaci di errare. Perciò il dì ultimo d^agosto i545
fu loro intimalo di abbandonare il convento di
s. Marco, e quei di s. Domenico di Fiesole, e di
santa Maria Maddalena, assegnando loro un mese
di tempo ad avere obbedito . Destinò il duca il
convento di s. Marco agli agostiniani, che per
]i) innanzi erano a s. Gallo. II papi si mostrò do-
lente presso il duca, perchè s''era ingerito in ciò
che non gli apparteneva. Si esacerbò così Panimo
del duca, ed incaricò Tambasciatore di giustifica-
re alla corte di Roma la sua condotta. Non ostan-
te il papa intimò agli agostiniani sotto gravissime
pene di ritirarsi dal convento (li s. Marco , e di^*
chiaro alP ambasciatore di Tuscaua che uon »-'
€S8 COSTUMI
vrebbe lasciala impunita questa irregolarità , Si
propose quindi sua Santità di rimettere un breve
al duca, minacciandolo di punizione, se tre gior-
ni dopo averlo ricevuto non avesse rimesso il
tutto nel suo stato primiero. Informato il duna di
questa ponlilìcia risoluzione, la prevenne, rimet-
tendo immediatamente i frati al possesso dei loro
conventi (9).
§. 5. Uno dei più tenibili avvenimenti che
abbiano prodotti le tante eresie ed apostasie di
quei tempi fu il seguente avvenuto il dì a4 ^go*
sto del iSja. Ebbe a Parigi T ammiraglio conte
di Colignv una fucilata nel di a-i dell' indicalo
mese e ne morì. Gli ugonotti allribuirono que-
st'omicidio agli ordini del duca di Guisa, e chie-
dendone ampia soddisfazione a chi sedeva in tro-
no, minacciavano guerre e desolazione se non
erano esauditi nella loro domanda, l continui cla-
mori degli eretici stimolarono i cattolici a farne
uiia grande strage, e nella notte di s. Barlolom-
meo, cioè nel 24 agosto del 1072, si compì in Pa-
rigi l'empio macello. Erane stato dato per segnale
il tocco ordinario della campana del pubblico pa-
lazzo^ ma Caterina dei Medici regina madre d'Ar-
rigo III lo fece anticipare. Subito corsero i sol-
dati colla plebaglia a lordarsi di sangue, e saziar-
si di rapina. Si fecero morire per tutti i quartieri
della prefala metropoli gran moltitudine di ugo-
notti, senza distinzione di stato ne di età, né di
sesso, e senza misericordia. Secondo alcuni sforici
il numero delle cadute vittime fu di due o tre-
mila. La strage degli ugonotti non doveva effet-
DEI TEMPI TVIEDICEI PARTE V. 689
filarsi soltanto in Parigi, ma in tutta Testensione
della Francia. Maimbourg nella sua storia del cal-
vinismo fa ascendere il numero degli eretici fatti
morire nelle provincie della Francia a due o tre-
mila (io).
g. 6. I gesuiti, allora denoniinati preti riformati
della congregazione di Gesii^ furono da Cosimo I
accolti per istruire il popolo rolla predicazione
ed edificarlo coir esempio. Fino dal i54b* il car-
dinale di Carpi avea fatto un presente a Cosimo
1 di due di questi riformati , ai quali fu subito
assegnato un ospizio, per darvi a suo tempo un
più decente stabilimento. In breve si guadagnarono
il favore della duchessa, e Iacopo Laynez divenne
confessore del duca e di tutta la casa, e predicò
nel i554 in Firenze. Il fondatore s. Ignazio rac-
comandava con sue lettere a Cosimo questa na-
scente compagnia , ed egli concorse a stabilirla
convenientemente in Firenze ed in Siena. A tutte
queste premure aggiunse lo zelo d'^invigilare, affin-
chè non allignassero nel suo dominio le nuove opi-
nioni di religione, accordando con facilità agPin-
quisitori quelle persone che gli erano richieste ,
e ch'egli avea per sospette, per essere esaminale
\\\ Roma, a condizione però che il gasligo soffrir
lo dovessero in Firenze (ii).
§. 7. Le gare giurisdizionali tra '1 foro seco-
lare e recclesastico, siccome allora non temleva-
no che a superare T un Tallro, perciò turbavano
la pubblica quiete, poiché ciascuno procurava di
agire per vie manifestamente opposte a quelle
delPaltro. Allorché i principi d'Italia , e Cosimo
690 COSTUMI
particolarmente si applicarono con severissime
leggi a riformare i costumi degli ecclesiastici. Pao-
lo IV tutto intento alla guerra ed a promuovere
rinquisizione, trascurò la disciplina del clero. Ciò
produsse infiniti disordini e contestazioni giuri-
sdizionali, per le quali si tenevano di continuo
occupati i governi , senza vantaggio alcuno dei
popoli. Pio V prevalendosi della compiacenza di
Cosimo I spedi liberamente gP inquisitoria Firen-
ze, a Siena ed a Pisa, sempre però frati conven-
tuali di s. Francesco, che già n^ernno in possesso
da lungo tempo. 4vean costoro limitata Tesecuzio-
ne, e non avean carceri proprie, ed ogni volta che
domandavano il braccio secolare , doveano indi-
care i soggetti e le accuse. È facile il credere che
questo metodo poco dovesse durare con tran-
quillità, poiché l'indicare le accuse, ed il doman-
dare il braccio forte per ogni occorrenza offen»
deva quella potestà che credevano di avere. Gli
attentali più numerosi non si eseguivano mai
nella capitale, dove si procurava di collocare un
frate discreto e prudente, che soddisfacesse alla
corte ed al pubblico. Ma a Siena ed a Pisa lascia-
Tasi a costoro lìbero il freno di stare in continue
discordie con i ministri del principe, ed attentare
continuamente contro la loro giurisdizione. Re-
clamava il granduca alla corte di Roma, e si re-
vocava il frate, inviandone un altro, ma non mi-
gliore (la).
g. 8. Fra i vari modi dello inquisitore imma-
ginati per estender tra i laici la loro autorità,
«no fu di erigere nelle principali e più popolate
DEI TEMPI MEDICEI PARTE V. 69 l
città d'Italia delle confraternite di laici, col solo
apparente oggetto di assistere e favorire l'inqui-
sizione, aramettendovici tanto uomini che donne
di qualsivoglia condizione. Nel 1579 si era co-
minciato a formarla anche in Siena, ed il gover-
natore illontauto aveva avuta la debolezza di
prestarvi il consenso, ma i più prudenti fra quei
cittadini ne portarono direttamente al granduca
i loro reclami. Rappresentarono quanto potesse
esser pericoloso alla quiete della città il tollerare
che uu ceto di persone coH'appoggio della inqui-
sizione si esimesse dalla potestà laicale, e si ren-
desse prepotente sopra gli altri^ ingiungendo che
facilmente potevano svegliarsi le antiche passio-
ni, o almeno spargersi neirinterno delle famiglie
il sospetto o la diffidenza, e che questo non era
finalmente altro che un artifizio deir inquisitore
per avere esecutori propri e dipendenti unica-
mente dalla sua volontà, ed esimersi cosi da quel-
Tatto di sommissione di ricorrere al governo in
ogni occasione. S'iriilò fortemente il granduca
Francesco I di tanto ardire , ed avendo ripreso
acremente il governatore , gli comandò di scio-
gliere subito sotto pene gravissime quella com-
pagnia, né risparmiò allo inquisitore il suo risen-
timento, e dopo avergli rimproverata la libertà di
tanto azzardare, dissegli espressamente: „ nei no-
stri slati non vogliamo altri padroni che noi, né
che alcuno pretenda di legare i nostri vassalli
senza di noi, sicché nel modo medesimo che ave-
te tenuto in creare questa compagnia , la farete
dissolvere, non avendo noi bisogno di compagni,
692 COSTUMI
onde perseguitare i Irisli „. Domandò a Roma la
sua revocazione, e fu mandato un altro inquisi-
tore non meno ardito, il quale avendo subito co-
mincialo dal costituire de'vicariin tutti i villaggi,
e spargervi in conseguenza lo spavento ed il ter-
rore , fu necessario astringerlo colle minacce a
revocare la patente (i3).
g. 9. Moderazione maggiore non avea certo
l'inquisitore di Pisa, occupandosi di continuo in
promuovere controversie e discordie nella uni-
versità, mescolandosi negli affari dei monasteri ,
e attaccando senza riguardo la giurisdizione del
principe. Roma era compiacente a dar soddisfa-
zione, con mutar costoro, ma il passare di frate
in frate non variava il sistema . A.vean congiu-
rato questi inquisitori di distruggere le due uni-
versità di Toscana, poiché in Pisa, olire l'odio
intestino che fomentavano fra 1 professori, nel-
Tanno stesso iòSa ne furono consegnati tre nelle
forze del papa, fra i quali Girolamo Borro filosofo
soffrì lunga prigionìa, e dichiarato poi innocente,
vide punito il suo accusatore, eh'' era un figlio
del Cisalpino. In Siena nel i586 furono arresta-
li per sospetto d'eresìa alcuni scolari tedeschi e
mandali a Roma^ il che dette motivo all'impera-
tore e ad alcuni principi della Germania di ri-
sentirsene gravemente col granduca Francesco
I, e minacciare di revocarli tutti da quella uni-
versità, se non impedivano per P avvenire tali
violenze (14).
g. 10. Estremamente zelante Pio V della pu-
rità della fede, introdusse un nuovo metodo nel
DEI TEMPI MEDICEI PARTE V. 69^^
tribunale della inquisizione, e si prefisse di pur-
gar ritalia da lulti que'soggetti che fossero infetti
delle nuove opinioni: ne richiese però a vari pria-
cipi per averli nelle mani, il che sparse per Tltalia
il terrore,quale tanto più si accrebbe quando sì rese
noto rimpegno, col quale richiese a Cosimo I il
Carnesecchi. Era costui un fiorentino per nome
Pietro, di una famiglia assai ragguardevole , e di
quelle che seguitarono la fortuna dei [^ledici :
servì Clemente VII in qualità di segretario, e ciò
gli meritò la protezione della regina Caterina, la
benevolenza di Cosimo, e l'acquisto di un com-
petente patrimonio ecclesiastico. Dopo la morte
di papa Clemente nauseato del soggiorno di Ro-
ma, scorse per varie città d** Italia occupandosi
unicamente delle lettere e della conversazione
dei dotti, essendo egli versatissimo nelle lettere
greche e latine, eloquente parlatore e poeta. Pas-
sò in Francia, dove, mediante il favore di quella
regina e del suo proprio merito , fu tenuto in
sommo onore e stimato da quella nazione . Sic-
come nei suoi viaggi avea contralta amicizia con
alcuni settari, e singolarmente con Pietro Martire
e con Bernardo Ocbino, s'imbevve però facilmen-
te delle loro opinioni : ciò dette occasione alla
inquisizione di Roma di processarlo, mentre era
in Francia, ma il favore di quella regina potette
liberarlo da ogni molestia. Nel i55a ritornò in
Italia e stabili la sua dimora a Venezia, dove nel
i557 giunsero nuovamente a turbarlo le citazio-
ni di Roma, ed in conseguenza il terrore del se-
vero Paolo IV. Io tali occasioni la prolezione del
St. Tose, Tom, 10. 59
694 COSTUMI
duca fu efficace a salvarlo dalle mani deirinquì-
sitore fra Michele per mezzo di commendatizie ,
proroghe e alteslazioni d"* infermità, tantoché Io
trattenne dal comparire Anch'ebbe vita quel pa-
pa. Successe poi Pio IV, ed allora non fu difficile
a Cosimo di renderlo immune da qualunque mo-
lestia , che anche volle che si portasse egli me-
desimo a Roma a difendere la propria causa: nel
i56i ne riportò una sentenza assolutoria che lo
dichiarò purgato da ogni macchia d'^imputazione,
e riconosciuto per vero cattolico ed obbediente
alla chiesa romana. Dopo tanti travagli prevalse
nondimeno nel Carnesecchi il fanatismo alla pru-
denza, poiché non solo continuò con i settari le
antiche corrispondenze, ma apparve ancora com-
plice e fautore dell' evasione . Era questi Piero
Gelido da s. Miniato, denominalo comunemente
il Pero, ecclesiastico di molta dottrina, esercita-
to anch''esso in sua gioventù nella corte di Cle-
mente Yll. Aivea servito il duca con carattere di
segretario alla corte di Francia, e poi trattenutosi
alla corte di Ferrara si era meritata la benevo-
lenza della duchessa Renata, per opera della qua-
le s'imbevve delle nuove opinioni di Calvino che
essa professala palesemente (i5).
§. II. Il duca Cosimo lo dichiarò suo segreta-
rio residente presso la repubblica di Venezia, e
dal i55a al i56i servì in questo incarco con mol-
ta lode e sodisfazione del suo principe. Ma in fine
la familiarità e domestica conversazione del Car-
nesecchi avendo posto in agitazione il suo spiri-
to, mosso dal fanatismo, risolvè di abbandona-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE V. 695
re rilalia e portarsi in Francia presso la duchessa
Renala per professare liberamente la nuova setta
con la di lei protezione. I fiorentini della regina
avendolo diffamato alia corte per uno spione di
Cosimo, lo posero in necessità di passare a Ge-
nova , nella qual città incorporatosi con quella
chiesa , scriveva al duca Cosimo lettere orato-
rie, perchè inducesse il papa a convocare un con-
cilio nel centro della Germania, e v'intervenisse
personalmente. Fu comune opinione che il Carne-
secchi, oltre alTaver fomentato il Pero a questa ri-
soluzione, lo aiutasse ancora con rimesse di dana-
ro. Intanto sfavasene in Firenze godendo il favore
del duca e conversando con esso domesticamen-
te, essendo quel principe singolarmente inclinato
alla compagnia d''uomini di lettere. Questa tran-
quillità del Carnesecchi dovea peraltro esser tur-
bata sotto un papa inquisitore, ed a cui eran ben
noti i suoi andamenti, le corrispondenze e le an-
tecedenti imputazioni (16).
g. la. ConsiderandoPioV. che siccome costui
era il più autorevole ed illustre corrispondente
dei settari in Italia, fi toglierlo di mezzo era però
della massima importanza per estirpare da questa
provincia la semenza delle nuove opinioni. Sape-
va la protezione che avea Cosimo pel medesimo,
e trattò in congregazione del modo di obbligarlo
con buoni ufiìzi, per non avere una negativa. Le
premure del papa posero il duca Cosimo in un
grave cimento^ma prevalendo in esso il desiderio
di guadagnarsi la sua benevolenza, e di mostrare
696 COSTUMI
il SUO zelo per la religione, deliberò di conceder-
lo, lusingandosi che in progresso i buoni uffizi, e
forse la giustizia della causa avrebber potuto ren-
dergli la libertà. Condotto a Roma ilCarnesecchi
nel mese di luglio fu immediatamente rinchiuso
nelle carceri della inquisizione. Dopo nove mesi
di silenzio, il duca spedì espressamente al pa-
pa per implorare la di lui clemenza, ed impiegò a
quest'effetto l'autorità ed il favore dei cardinali:
tentò di scasarlo, attribuendo i suoi errori a leg-
gerezza piuttosto che a matura riflessione 5 ma
tutto ciò fu inutile, perchè il Caruesecchi si aggra-
vava da per sé stesso nei suoi costituti. Il di ai
di settembre del 1667 fu letta pubblicamente la
sua sentenza e dichiaralo convinto di trentaquat-
tro opinioni condannate; fu privato di tutti gli
onori, dignità, benefizi e consegnato al braccio
secolare; gli fu posto indosso il sambenito dipin-
to a fiamme e diavoli, e fu degradato. Si tentò a
nome del duca di muovere il papa a compassione
per risparmiargli 1 ultimo supplizio; e siccome era
impenitente, sua Santità sospese lesecuzione per
dieci giorni, promettendo la grazia qualora si con-
vertisse. Un cappuccino di Pistoia fu incaricato di
esortarlo con la speranza della vita, ma egli go-
deva di disputare e non di pentirsi, e disprezzava
la morte. Riconosciute inutili le prove del Frate
di Pistoia, nell'ottobre del 1667 fu decapitato in
Ponte e abbruciato. Sostenne lino alPuItimo mo-
mento il suo fanatismo, e volle intervenire alla
esecuzione come in pompa, affettando di aTer
DEI TEMPI MEDICEI PiRTE y. tìoy
biancherìa e guanti nuovi ed eleganti, giacché il
sambenito non gli permetteva Tuso di altre Te-
sti(i7).
g. i3. Per quanto la chiesa fosse afflitta dalle
innumerabili apostasie dei credenti del di lei se-
no, pure non si disanimò per questo, ma persistè
nella cura di sempre più render perfetti ed esem-
plari quei cattolici che a lei restaron fedeli. La
disciplina ecclesiastica ricevette dal concilio iìi
Trento qualche modificazione a tenore delle cir-
costanze e dei tempi. Dai padri di quel concilio
fu stabilito e dichiarato potere i vescovi commu-
tare in segrete sodisfazioni la pubblica penitenza
che abbiano meritato i peccatori pubblici e scan-
dalosi. Fu dichiarato altresì che i malati perico-
lanti ricever potessero l'estrema unzione, ancor-
ché per altre malattie ugualmente pericolose
avessero già ricevuto un tal sacramento. Coman-
dò il sinodo tridentino altresì che ciascun chieri-
co fosse ordinato dal proprio vescovo. Furon poi
dichiarati non solo illeciti ma nulli i matrimoni
clandestini, ma dovessero esser fatti alla presenza
del parroco e di due testimoni. Furono istituite
varie feste, fra le quali quella solenne del Corpus
Domini col portare in pubblica processione Teu-t-
caristico Sacramento. Si riformarono tulli gli abu-
si del ceto ecclesiastico, come solcasi fare in tutti
i concilii; e perchè si potesser formare più facil-
mente ministri del santuario, commendevoli per
pietà e per dottrina, fu prescritta Tapprtura dei
seminari in tutte le diocesi, non già come una'
nuova iàlitu^ione, ma conferiuazione della disci*
59*
698 COSTUMI
plina antica, e negletta più o meno nei secoH ili
rilassatezza. Siccome poi eran divenuti assai co-
muni i due misfatti scandalosi e perniciosissinii,
quelli cioè del ratto e del duello, cosi il concilio
scagliò scomunica, e stabilì altre pene contro dei
rapitori e dei duellanti, anzi contro a chiunque
avesse dato loro in avvenire consiglio e mano (18);
^. 14. Proseguiva frattanto in Firenze Tinqui-
sizioae ad esser governata dai deputati : il du-
ca Cosimo I però fu guarJingo a non lasciarla
uscir mai dai suoi limiti, poiché nell'anno laSj
avea tentato di acquistare giurisdizione sopra al-
tri delitti conosciuti fino a quel tempo dal tri-
bunale secolare. Molte volle però giustificava le
persone chVgli credeva denunziate per oggetto
di malignità, e dopo chVi divenne sovrano di Sie-
na non fu facile a credere quanto gli fu rappre-
sentato delle nuove opinioni, che i Soccini e loro
aderenti spargevano in quella città. Per mante-
nere intatta la purità del culto, tenne in osservan-
ze la legge del i549 ^^P^^^ Is proibizione dei libri
eretici, e nel i553 permesse che si pubblicasse in
Firenze un editto degli inquisitori di Roma con-
tro i libri degli ebrei, e particolarmente il Tal-
mud, tollerando ogni perquisizione contro quegli
infelici. Questo fu il primo passo della corte di
Roma per mettersi in possesso di proibire libri
in Toscana (19).
g. i5. Paolo IV fece pubblicare nel iSSq un
catalogo dì libri proibiti, accompagnato dalla com-
minazione di severissime pene di arbitrio, priva-
zione di benefizi ecclesiastici, infamia e censure
DEI TEMPI MEDICEI PARTE V. 6^0
per chi li ritenesse, e non li presentasse in tempo
determinato ai ministri deputati a riceverli. Era
quest'indice diviso in tre classi; la prima conte-
neva i nomi di ^elli autori, le opere dei quali
di qualunque argomento erano condannate del
tutto; si comprendevano nella seconda quelli dei
quali alcune opere erano già condannate ed altre
si tolleravano; la terza indicava alcuni libri senza
nome degliautori,e conteneva l'espressa proibizio-
ne di tutti gli anonimi stampati dal i5i9 in poi^ e
di tutti quelli che si fossero stampati per Tavvenire
senza l'approvazione dell'ordinario e dell'inquisi-
tore, da imprimei'si sul libro medesimo. Si aggiun-
geva a tutto ciò un catalogo di più di 60 stampa-
tori , le cui produzioni di qualunque genere o
idioma si fossero, doveano restare interdette. Jn
Firenze ì deputati della inquisizione furono da
Roma incaricali di pubblicare il decreto ed il
catalogo, ma il duca Cosimo prima di autorizzar-
li, volle esaminarne le conseguenze. Quest'atto,
tendente ad estinguere le lettere nelP Europa
per seppellirla nuovamente nelPantica barbarie,
fu sorte per la Toscana che dal duca fosse com-
messo al Torello per considerarsi. Bimoslrò egli
che il danno dei particolari nel privarsi di questi
libri avrebbe superato in Firenze la somma di
centomila ducati, che gli stampatori ed i librai ri-
manevano distrutti , e che lo spirito di questa
legge era probabilmente d''iucenerire tulli i libri
stampali in Germania, a Parigi e a Lione, che
erano appunto i migliori, restandovi comprese le
bibbie e i classici greci e latini^ e altri di preezo
700 COSTUMI
e di pubblica utilità. Il collegio raedico,per mezzo
di Andrea Pasquali archiatro del duca, rimostrò
rimpedimento che si apportava allo studio delle
arti e delle scienze, e gli slessi^eputati deirin-
quisitore arrossivano di vedere eseguire questa
deliberazione. Determinò pertanto il granduca
che i deputati della inquisizione lasciassero ese-
guire Teditto di Roma soltanto per i libri contrari
alla religione,oche trattassero di raagiae as'rolo-
gìa giudiciaria, sospendendone Tesecuzione quan-
to a quelli che non avessero relazione alle classi
predette (ao),
g. i(). Regnando Pio V ponte6ce in mezzo a
tanti affari di religione, non avea rinunziato giam-
mai alla difesa della cristianità contro i turchi ot-
tomanni: difesa per la quale aveano usate tante
cure anche i suoi predecessori. A tale oggetto
quel papa s''era mostrato persino favorevole som-
mamente airidea concepita da Cosimo I, regnante
ormai nella Toscana con pie fermo, d'istituire un
nuovo ordine di cavalieri per la liberazione dei
vicini mari e lidi dalle scorrerìe e dalle invasioni
dei maomettani. Difalli fu confermato dal pre-
detto pontefice con anipie bolle il sacro ordine mi-
litare di s. Stefano papa e martire, sotto la regola
di s. Benedetto, cOn abito bianco e croce porporina
a quattro spicchi, in gran parte formalo a somi-
glianza di quello già estinto dei templari, e dello
altro dei gerosolimitani di san Giovanni: ordine
nobilissimo, delle cui glorie scrisse fra gli altri as-
sai Fulvio Fontana,, ne'pregi della Toscana,, e che
ebbe presto residenza in Pisa (ai).
DEI TEMPI MEDICEI PARTE T. ^ai
5. 17. Una delle prime e più celebri imprese
militari di quest'ordine fu al golfo di Lepanto
contro i turchi entrali ad occupare Nìcosìa nella
isola di Cipro, dove quest'infedeli fecero grande
strage di cristiani^ ma neirotlobre del 1571 le
galere e navi confederate del papa, del re di Spa-
gna e de"'veneziani vinsero gloriosamente e pie-
namente Tarmata navale degl'infedeli, tanto po-
tente quanto minaccevole. Racconta Fulvio Fon-
tana eh'' erano stali spedili a fortificare la lega
cristiana del loro gran maestro „ il granduca di
Toscana „ anche i cavalieri di san Stefano con
dodici galere sotto lo stendardo pontificio, e sog-
giunge che i cavalieri combattendo da pari loro
nella giornata navale vennero a parte della scon-
fitta segnalatissima data ai turchi (22).
^. 18. Allorché lo stato della chiesa ebbe oc-
casione di perseguitare alcuni masnadieri che ne
infestavanoil lerritorio,i ministri ecclesiastici ten-
tarono d''insinuarsi anche nel territorio toscano
ove quei masnadieri si ritiravano. Ma il grandu-
ca Francesco l stavasene vigilante per conservare
illesa la sua giurisdizione, della quale, siccome
era estremamente geloso e tenace, così dovette
risentitamente opporsi agli attacchi dei ministri
ecclesiastici, per parte dei quali non si trascurò
non ostante di valersi di questa occasione per e-
sercitare col fatto degli atti di giurisdizione, che
producessero in progresso di tempo delle ragioni
di dominio alla chiesa. Francesco animosamente
si oppose a tali atti, scrivendo al governo pon-
tifìcio nel marzo del 1587 in questi termini ,« Io
702 COSTUMI
non lascerò di provvedervi per quelle vie che
giudicherò migliori, non volendo che gli ordini
di sua Santità si pubblichino nei miei stati da
persone ecclesiastiche „: il papa scrisse allora al
granduca la seguente lettera,,. Avendo provato tan-
ti segni d"* amore di vostra Altezza non solo in
questo carico nel quale mi trovo, ma nel tempo
ch'io era in più bassa condizione, e se per occa-
sione alcuna ho avuta speranza in un uomo vi-
gente, in questo tempo Tho in lei soloj eppur
ella vede negli stati suoi armarsi gente da Lam-
berto Malatesta, uomo bandito dalla santa chiesa
ai danni di questo stato^ ella vede e tace, ed ia
per non offender lei ed il rispetto che le porto,
sono sforzato sopportarlo con tanta vergogna mia
e dicerie. Almeno comMo feci un breve a vostra
Altezza, che le sue genti potessero entrare in
persecuzione di uomini banditi nello stato della
chiesa, cosi ella dia facoltà alle genti mie di po-
tere anche negli stati di lei castigare questi scel-
lerati perturbatori della pace comune, e me ne
risponda, acciò costui non s'^ingrossi più, ed i con-
vicini si ridano di noi (23),,.
g. 19. L''apparente plausibile pretesto di ridurre
le chiese d'Italia alla più esatta osservanza della
disposizione del concilio di Trento, avea fatto
determinare il pontefice Pio V di spedirvi dei
visitatori apostolici con amplissima facoltà di vi-
sitarne le chiese, e per mezzo di atti e di decreti
introdurvi quelPordine ch''era stato loro prescritto.
Toccò a Gregorio successore di Pio a compir la
opera e mandarli in Toscana, ove giunsero nello
DEI TEMPI MEDICEI PARTE V. ^oS
aprile del iSjS. Fu facile e libera Pammissìone di
costoro ad esercitare tale uffiz.io nel granducato,
perchè troppo giuste apparivano le cause, e ten-
denti al pubblico bene della religione ed alla ri-
forma del clero. In conseguenza di ciò il grandu-
ca ordinò ai suoi governatori e coramisari che
prestassero loro ogni assistenza, avvertendo però
che non s'introducessero nelle materie dei laici
e non vulnerassero la giurisdizione del sovrano.
Vennero pertanto in Toscana i visitatori, ma ben
presto si accorse il granduca d''essere stato troppo
facile nell'accettarli, poiché costoro trattando leg-
germente le cose della riforma, si occuparono intie-
ramente d''afifari di giurisdizione e di economia, e
rivolsero immediatamente la mira alPesame dei
patronati dei laici, agli spedali, alle confraternite,
ai monti di pietà, e ad altri pubblici stabilimenti
di fondazione laica , governati ed amministrati
sotto r immediata protezione del granduca. Lo
spirito di questa visita era di ridurre tutti i luo-
ghi pii sotto la giurisdizione ecclesiastica, e col
pretesto di abuso e di mala amministrazione po-
ter disporre liberamente degli avanzi di ciascuno
-di essi. Cosi libero procedere, siccome fu raffre-
nato dagli ordini dati dal granduca ai ministri,
proruppe di poi in comminazioni e scomuniche,
e specialmente allorché gli fu proibito di pub-
blicare i loro segreti senza la sovrana approva-
zione. Domandò frattanto Gregorio che ormai si
lasciasse compier la visita, e revocato il visitato-
re di Siena, cliVra il più fervido, incaricò il ve-
704 COSTUMI
SCOVO di Rimini di compierla esso con più mo«
derazione (24)-
g. 20. Non era certamente i! vescovo di Sii-
mini di miglior natura degli altri., ma per non
de venir col papa ad una aperta rottura, fu pru-
denza di tollerare che compisse la visita del sene-
se. Terminata pertanto non senza gravi contra-
sti la visita pisana, passò il vescovo di Rimini a
quella della diocesi di Volterra, per compir poi
quella di Siena e de'^vescovi della Maremma. Qui-
vi pure fu prevenuto dagli ordini del granduca che
non si lasciasse usurpare la giurisdizione su i luo-
ghi pii e fondazioni laicali. Arrivato il visitatore
a quella città si dette subito a vederne lo spe-
dale, il monte di pietà e le altre fondazioni laicali.
Ma avendo quivi trovala una resistenza più riso-
luta che altrove, negando quei ministri d''esibir«
libri e scritture, scomunfcò i priori e lo spedalingo,
e i ministri del monte e tutti quei che aveano
avuto parte a disobbedirlo. Il granduca confortò
umanamente gli scomunicati ad aver pazienza,
fintantoché avesse portato al papa le sue querele,
ed il pontefice richiamato a sé il vescovo rimi-
nate, fece terminar la visita al nunzio, giacché
così era stato proposto dal cardinal de'Medici per
salvare la convenienza di sua Santità, e così la
visita fu terminata; ma nel i582, allorché furono
visitate le altre diocesi della Toscana, volle pri-
ma il granduca concordare col papa che queste
visite non dovessero aver luogo fuori delle chie-
se curate o dei monasteri, e che non si parlasse
DEI TEMPI MEDICEI PARTE V. 7o5
di pa(ìronali e di fondazioni di laici. Cosi giudicò
il granduca d'aver guadagnato ass.ii con impedire
Tusurpazione dei dritti su i padronali e fondazioni
laicali: frattantola giurisdizione ecclesiastica di
Toscana fu in breve assorbita dalle congregazioni
romane erette alla occasione delle anzidette visi-
te. I vescovi che non potettero agire se non per
mezzo di esse, ebbero interesse di considerarsi
come distaccati dal sistema politico dello slato, e
incorporati nella curia romana^ si resero in con-
seguenza più indifferenti pel ben pubblico, più
ardili e resistenti alle inclinazioni dei principi,
e zelanti di fabbricarsi da loro medesimi le pro-
prie catene (2.5).
§. 11. Molto minor profitto si ritrasse da que-
sta visita pel culto e per la disciplina, poiché a
misura che si accrebbe il contrasto fra le due giu-
risdizioni, crebbe ancora negli ecclesiastici lo spfi
rito d'indipendenza. Subito che i frati più non te-
merono Paulorità del granducale videro indebolita
quella del nunzio, non ebbero più rilegno, e tulio
fecero per rendersi indipendenti, e scuotere ogni
suggezione del principato. Il [)onlificato di Gre-
gorio XIU fu molto indulgente e fat^orevole pe'r"
i frati, poiché il papa elargiva loro facoltà e pririt-
Jegi, la curia romana esimevali da ogni altra giuri-
sdizione, e la devozione dei popoli ricolmava di
ricchezze quegli che più affettava di ricusarle. In
Toscana i gesuiti, superbi della reputazione che
acquistavano da per tutto, insolentivano a segno
• he in Siena irritavano l'universale,!! lino lo stessa
granduca. In Firenze i frali di s. Marco si disiin-
St, Tose. Tom. 10. «D
yoQ e o s T u Mi
guevauo sopra tutti gli ali ri nella indipendenza:
non di meno il granduca accettò in Firenze la re-
ligione dei minimi, e Tassistè in forma da potervi
erigere due conventi. Permesse e favorì la propa-
gazione dei conventi dei francescani, e special-
mente degli osservanti e dei cappuccini. Assai
più sventurate furono le monache, le quali dal-
Tanzidetla visita non guadagnarono che di veder
maggiormente ristretta la loro clausura, ed esse*
re aggravale di nuovi rigori, ed abbandonate iii.^
discietamente alla mÌ!>eria ed alla fame (2.6).
g. aa. In Firenze conta vasene tra i monaste-
ri 2$ dei più miserabili, e tra essi ve n'era chi
con 280 scudi di entrata, e mille di debito do-
Tea nutrire 160 suore: cosi accadeva in altre
citlà della Toscana. Ciò non ritenne peraltro il
viiilatore dalPassegnar loroun termine a rinchiu-
dersi, minacciandole di tutte le maledizioni pos-
sibili se non obbedivano.il trovare da alimentare
tante infelici ormai rinchiuse ed incapaci di muo-
vere colla presenza loro i congiunti e gli amici a
soccorrerle, e inaccessibili per i tanti rigori e pene
da cui erano circondate, poneva i deputati dei
monasteri nella massima agitazione. L'^arcivesco-
vo di Firenze avea credulo di rimediare a questi
mali con determinare a ciascun monastero un
numero conveniente di suore, ed una dote pro-
porzionata al loro bisogno, ma non avea provve-
duto al nutrimento di quelle che restavano, e che
non potevano più rimandarsi alle case. I 28 mo-
nasteri.sopra dei quali cadevarindigenza,contene-
vauai52o monache, mancanti di lavoro e di as-
r
DEI TEWPI MEDICEI PATITE T. yoy
segnamenti,ed assediale già dalla fame.L'ìncprtez-
za e Pinsufficienza delle elemosine non rimedian-
do intieramente al bisogno, facevano esclamare
quelle infelici che non sapevano persuadersi di
essersi rinchiuse per patir la fame. Frallanto il
visitatore non faceva che minacciare scomuniche,
murar porte e finestre, ed accrescere il'rigore del-
la clausura, lo che rendevale sempre di peggior
condizione, si per l'economìa che per lo spirito.
Produsse il rigore della clausura che quei mona-
steri sottoposi! direttamente al governo dei frati,
fossero i primi a recedere dalPantica osservanza,
non senza gravi inconvenienli. e tali che obbliga-
vano il granduca ed i vescovi a dimandare a Ro-
ma un riparo. Il papa non potelle per giustizia
denegare di obbligare i frati a rinunziare aldrilto
di governare alcuni di questi monasteri e cederli
ai vescovi, il che fu causa di molte discordie tra
i vescovi ed i frati, inquietudini nei monasteri,
fastidi pel governo, e poca edificazione del pub-
blico {ly).
5. a3. Nel marzo del i5;6 fu pubblicato fra noi
il giubbiIeo,cioè Tanno santo, ed in Firenze seguì
con gran processione per il concorso dei forestie-
ri peregrini. Dal granduca Francesco I fu asse-
gnato alle donne lo spedale di s. Paolo, ed agli
uomini il monastero del duca Cosimo in via della
Scala, e la sera andavano le gentildonne a lavare
i piedi a quelle povere pellegrine, e vi lasciavano
di gran hmosine, e lo slesso fere il granduca agli
uomini: la regina Giovanna loro mandò una sera
3oo scudi. Andò a processione la compagnia di u
708 COSTUMI
Lorenzo che furono io5o fratelli colla vesle sulla
carne, disciplinandosi crudelmente, ed entrati a
s. IVIarìa Novella, olio ne caddero quasi morti per
il versare dì sangue (a8). Il cardinale Alessandro
de'Medici arcivescovo di Firenze fu quello che
pose per la prima volta in Toscana Porazione del-
le 4© ore, e ciò accadde nel dicembre del i58f>.
Circa a questo tempo venne in «ospetto al cardi-
nal Baronio, nel riordinare con buon metodo la
storia ecclesiastica, che gran parte delle carte
antiche, le quali ebber nome di atti dei santi^
non fossero in sostanza che scritti apocrifi, irapo<
sture cagionate dalla goffaggine e ignoranza del po-
polo, che venerati e tenuti per infallibili, poscia a-
vendo proseguito a confutarli il Pagi, il Tillemont
ed il Mabillon vi s''indussero a rigettarle anche
i boJlandisti a persuasione del pontefice Benedetto
XIV. Seguitandosi in oggi dai più saggi nostri
n)oderni le orme dei nominati critici, i veri atti
dei santi si ripurgano sempre più dalle favole in-
ventate ed inseritevi dagP impostori . La mag-
gior parte di questi atli è stata adulterata dal de-
cimo al decimoquinto secolo dalla dabbenaggine
ed ignoranza, per non dire temerità d'una gran
parte di scrittori di quei tempi (2.9).
g. a4. Il progresso èì' istruzione e di civiltà e
gentilezza de' costumi fu portato fra noi ad un
grado eminente nel secolo XVII. Contribuirono
a tanto incremento ed a tal diffusione anche nel
popolo quegli ordini religiosi che incaricaronsi
della pubblica istruzione. Un tal fine caritatevole
sublimissimo si propose fra gii altri Giuseppe Ca-
r
DEI TEMPI MEDICEI PARTE V. 709
lasanzio, quando istituì i chierici regolari delle
scuole Pie. Ebbe quella congregazione per oggetto
il dilatare e corroborare gratuitamente nella gio-
ventù, massime povera, lo spirito della pietà e
della intelligenza. Era stato già provveduto alla
pubblica istruzione dei fanciulli e giovani appar-
tenenti alle famiglie nobili e ricche coll'apertura
di collegi e scuole, ma non vi eran luoghi o mu-
nicipali o provinciali o regi, perchè il beneficio del-
Tinsegoamento letterario fosse esteso al popolo,
cioè perchè anche la gioventù ignobile e povera
acquistasse con puri costumi anche utile cultura
e modi gentili^ in somma perchè eziandio la plebe
fosse bene educata. Giuseppe si accinse con forti
stimoli di vera carità ad af)prestare al popolo uu
tanfo bene in vantaggio della religione e della ci-
vile società: ma dovette molto softrire e molti o-
stacoli superar da forte il Galasanzio per gettare
le fondamenta solide deirutilissimo di lui ordine,
contro del quale stavano potentissimi ed attivi
avversari. Essi furon gelosi della novella famiglia,
quantunque si dedicasse quella in modo speciaT
lissimo alTopera delPammaestramento deTanciul-
li e giovani poveri per far gustare ad essi pure
una educazione letteraria e religiosa. Ferdinando
II de' Medici le accolse per compiacere alcuni
cittadini, che ne avevano conosciuta in Roma li
utilità, e gustati che ne ebbe i primi frutti, se ne
fece tanto caldo protettore, che essendo persegui-
tato il nuovo istituto nel suo s. fondatore, e dopo
una gloriosa infanzia, per le arti di rei uomini
quasi per ovunque essendo spento, specialmente
60*
710 COSTUMI
per la prolezione di quel principe generoso ri-
sorse a nuova vita. Le scuole Pie fiorentine e i
maestri di quelle stettero al principio in via dei
Cimatori presso Orsanmichele. in una casa anti-
camente dei Cerchi: ma poco dopo, angusto es-
sendo quel locale, vi rimasero le scuole solamen-
te, e i Padri ebbero stanza presso alla Madonna
t]e''Ricci, da dove poi fu trasferito neiratluale col-
legio di s. Giovannino, così chiamato per esser
Tannessa chiesa dedicata a s. Giovanni Evange-
lista (3o). Anche le religiose della Visitazione,
ali rimenti del te le salesiane, ebbero per loro sco-
po d'insinuare nella gioventù femminile lo spi-
rito di carità e dolcezza: la loro utilità fu cono-
sciuta, ed è celebrata assai da molte nazioni della
cristianità (3i).
g. 25. Circa al i6oa il nominato cardinale Ales-
sandro de''Medici, arcivescovo di Firenze, istituì
la congregazione di s. Francesco e santa Lucia
della dottrina cristiana,volgarmente i Bacchetto-
ni o Vanchetoni , e ne affidò la cura ad Ippolito
Galanlini tessitore di seta e zelantissimo delPedu-
cazione religiosa popolare, a cui si consacrò tino
dall'adolescenza : è composta di fratelli maestri
e fratelli congregati. I fratelli maestri (a) pro-
curano di rendersi esemplari a tutti, si tratten-
gono pubblicamente in esercizi ed in conferen-
ze spirituali ^ insegnano la dottrina cristiana ai
fanciulli ed ai giovani, li conducono le dome-
niche a ricrearsi, e raccolgono elemosine per di-
Co) y ed. tav. XGV, N. 8.
r
DEI TEMPI MEDICEI PARTE V. 7 I I
spensarle ai poveri. II Galantini che fu il primo
guardiano di questa confraternita ne redasse gli
statuti, e fondò quattro cappelle con le elemosi-
ne della famiglia Medici, e ogni anno il mercoledì
avanti la sessagesima i fratelli imbandiscono nel
loro oratorio una cena solenne pubblica per loó
poveri . I benefattori della confraternita sommi-
nistrano Poccorrente per l'apparecchio, servono
a tavola i poveri facendo da scalchi, da coppieri
e da bottiglieri, e fanno loro qualche elemosina.
L** arcivescovo benedice la mensa, ed una scelta
musica ed una vaga illuminazione rallegrano fól
cena. Il patrimonio della confraternita consisté
in lascili di persone pie, in canoni e livellile nel
prodotto delle collette (Sa). '^
§. 26. Sotto un [ìrincipe quaPera Ferdinando
I, educato a Roma ed imbevuto delle massime di
quella corte, non poteva il sistema giurisdizionale
della Toscana mantenersi nell'antico vigore. Gli
ecclesiastici, già predominati nella opinione del
popolo, e un papa temuto pel suo potere e per la
politica , avrebbero ritenuto da qualunque in-
trapresa anche un principe più risoluto ed ardito.
Una debole acquiescenza ed una perniciosa tol-
leranza aprirono perciò agli ecclesiastici la strada
per esìmersi dal voler pagare le gravezze, colla
bolla della cena alla mano ricusavano di obbedi-
re e rispettare i diritti del principe. Perla pasqua
del 1589 il vescovo eli Dlontepidriano facea de-
negare Tassoluzione a tutti quelli che csigevarm
le gabelle dagli ecclesiastici: oltre di ciò negarono
universalmente di contribuire alle spese pel man-
yi2. COSTUMI
teninienlo delle operazioni da farsi per le campa-
gne, e frattanto coiradire alle eredità dei testa-
tori gli ecclesiastici impedivano la circolazione
dei patrimoni. Anche Ferdinando era persuaso di
questo male, ma non ardiva di ripararlo. Da Roma
non era sperabile un compenso sodisfacente per
questi mali, e mentre il pubblico domandava ri-
medio non si trovò altro espediente che di com-
Tnelterne Pesame e la proposizione al senato. Ma
sventuratamente per la Toscana sMncontrarono
le diificoltà dove meno erano da prevedersi. L'^ini-
pedimento che riceveva il commercio dall'avere
gli ecclesiastici incorporato i tre quarti dei beni
del granducato , non mosse quei senatori a pren-
dere qualche provvedimento a questo disordine,
e convennero che non si dovesse deliberare sen-
za la partecipazione e Tassenso del papa (33).
g. 27. Erano gli anni 162.7 quando Peccessìvo
numero dei frati inondava lo stato^ e non ostan-
te Tinconsiderata pietà di madama Cristina lo ac-
cresceva continuamente ancor di vantaggio. Il
favore che alcuni di essi godevano alla corte, e il
predominio già da loro acquistato nelPopinione
dei popoli, rendevali invulnerabili. L''indipenden-
za in cui vivevano dalle proprie e dalle altrui leg-
gi, rendeva la loro disciplina troppo libera e poco
edificante. Dovevano questi disordini comunicar-
si insensibilmente alle monache: e frattanto il
numero loro accrescevasi in proporzione che le
leggi e il costume autorizzavano la schiavitù do-
mestica delle femmine, e un malinteso rigore di
educazione obbligava le più infelici a ricercare
DEI TEMPI MEDICEI PARTE V. ^iS
nel chiostro quella discretezza che ottener non
potevano dai genitori. Nella enumerazione di Fi-
renze, che fu fatta Panno iGaa^si contarono 42.o3
monache divise in 53 monasteri; altre 1075 sene
contavano in Prato; e in tutto il donnnio di Fi-
renze,senza comprendervi quelle di Siena, si con-
lavano 11690 monache soggette alle leggi della
rlausura. Il governo di costoro era un fonte pe-
renne di contrasti di giurisdizione, poiché gli ec-
clesiastici, mentre ne pretendevano V assoluto
dominio, volevan poi che a carico del principe
fosse il procurar loro la sussistenza. Era facile
che un cosi esorbitante numero di donne, inca-
paci di una ben condotta amministrazione, e ina-
bilitate a procurarsi il vitto c(»lla loro opera, ri-
sentisse spesso gli effetti della indigenza; e Puma-
nità frattanto obbligava Ferdinandoa somministrar
fiel pane a quelle infelici. Forse questo male sa-
rebbe stato meno sensibile, se una rivoluzione
economica, e la povertà in cui cadde la nazione
non lo avessero reso doppiamente pernicioso (54).
Ebbe il granduca Cosimo III una distinta con»;
siderazione per le religioni claustrali , poiché fc-t
ce venire inclusive di Spagna i religiosi di san
Pietro d'A-lcanlara, ed avendo fatto loro fabbricare
un nuovo convento presso alla sua regia villa
delPArabrogiana, volle che ivi perpetuamente vi
soggiornassero. Fece ancora venire di Francia i-
iDonaci cistercensi riformali, detti conmnemenle-
della jTrappa , e P antica badia di Bonsollazzai
ordinò che stabilmeate ii&&&gaaU los&e.per. IcuCo»
residenza (35). ,. ivun bn eaiuiiot o'ioi filbh &saii^
7l4 COSTUMI
J. 28. Ebbe la Toscana il contento di Tederc
nel secolo XVII eletti al soglio pontificio vari
dei suoi figli, ma vi si unì il dolore eirebbero cor-
ta vita. Difatti il cardinale Alessandro de''lVledici,
personaggio dotato d'amabile gravità e prudenza,
e pieno di sante intenzioni, visse papa col nome
ài Leone XI soltanto dal dì i d'aprile fino al 27
dello stesso mese delPanno i6o5. Notano alcuni
con qualche stupore, che nel tempo di sua malat-
tia non potette mai ridursi a crear cardinale suo
nipote , sebbene assai meritevole (36) . Urbano
Vili fiorentino della casa Barberini fu papa dai
6 agosto 1623 ai 19 luglio 1644? ^ >u questo tem-
po canonizzò il santo fiorentino Andrea Corsini
vescovo di Fiesole. Per suo ordine fu corretto il
pontificale romano , il breviario, il rituale ed il
martirologio romano (B^). Fu poi collocato nella
cattedra di s. Pietro nel 17 aprile del i655 il car-
dinale Fabio Chigi senese col nome di Alessan-
dro VII, dotalo di pietà, di letteratura e di sa-
viezza (38), e visse papa dalPaprile delPanno i655
al maggio 1667. Nel dì 20 di giugno del 1667 fu
creato papa il cardinale Giulio Rospigliosi nato
a Pistoia, ricco di molti meriti davanti alla chie-
sa ed alla repubblica letteraria, in età d^anni 68
e col nome di Clemente IX (Sg).
g. 29. Assai calda , non men che famosa ap.-^
parve alla fine del secolo XVII la controversia
sul quietismo. Di tempo in tempo eran comparsi
in Oriente ed in Occidente alcuni falsi mistici,
e la chiesa avea detestata sempre la fanatica stol-
tezza della loro sofistica ed immaginaria spirltua-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE V. ^iS
lità. Correva forse il quinto lustro del preJelto
secolo, quando nella Spagna nacque la setta dc-
gi* illuminati . Quei settari professavano più o
meno le opinioni erronee ed empie , colle quali
il canonico Paudolfo Bicasoli dei Baroni sedusse
a Firenze prima delPanno 1640 gli animi incauti
delle femmine che stavano solto la sua direzione,
abusandosene con ogni sorta di oscenità. Queste
parole sono di Giovanni Villani nella prefazione
delle sue lezioni toscane, e presso quel celebre
scrittore si può leggere ogni alJra narrazione sul-
la condanna di quel maestro del più inlame quie-
tismo. Ma ad una tal setta tentò di dar poscia
ogni più perniciosa divulgazione nella metropoli
del cristianesimo un prete spagnuolo Michele Mo-
linos. In un suo libro intitolato Guida spirituale
espose un sistema nuovo di vita contemplativa,
vale a dire il sistema didla quiete mistica. Il pre-
teso perfetto di quel falso mistico era un uomo
che nuila attende, e che vìve nella inazione: un
uomo che non contempla nèDio. né sé medesimo:
un uomo che niente desidera, neppure la sua salu-
te, e che nulla teme neppur V inferno: un uomo a
cui gli atti i più impuri , ed i più abominevoli
delitti sono indifferenti e quasi estranei, come
pure i pii e virtuosi atti, quando si adopri per
quelli ugualmente il ministero delle potenze cor-
poree. Imperocché insegnava Molinos,che l'anima
assona nella quiete della sua altis^sima contem-
plazione non si dà cura di ciò che i sensi fanno
e posson fare • U papa ne condannò 68 proposi^
7l6 COSTUMI
zioni, ed il IVIolinos mori nelle carceri del sanlo
uffizio (^o).
NOTE
(1 ) vTenio del cristianesimo, voi. i, lib. i, cap. i,
introduzione. (2) Ivi. (3) Prezziner, Storia della chie-
sa, voi. viiij secolo XVI e Marcelli , Compendio di
storia ecclesiastica, voi. ii, secolo XVI. (4) Marcelli
cit. (5) Prezziner cit. (6) Ivi. (7) Ivi. (8) Ivi. (9j Gal-
luzzi. Storia del granducato di Toscana, voi. i, lib.
I, cap. IV. (10) Prezziner cit. (11) Galluzzi cit. lib.
II, cap, IX. (12) Ivi, lib. iv^ cap. IX.. (13) Ivi. (14) Ivi.
(15) Ivi, lib.iii, cap.iv. (16)Ivi.(1!/) Ivi. (18) Prezziner
cit. (19) Galluzzi cit. lib. II, cap. IX. ( 20) Ivi . (21) Prez-
ziner cit. (22) Ivi. (23) Galluzzi cit. voi. iv, lib. iv,
cap.ix.(24)Ivi. (25) Ivi. (26) Ivi. (27) Ivi. (28) Morbio,
Storia dei municipi! italiani, Cronica di Firenze dal
1548 al 1652. (29) Brocchi, Vite de'santi e beati fio-
rentini, parte ii, p. 14. (30) Cenni sulle scuole Pie
fiorentine. (31) Prezziner cit. voi. ix . secolo XVII .
(32) Ridolfi e Tartini , Notizie e guida di Firenze e
dei suoi contorni p. 122. (33) Galluzzi cit. voi. vi,
Jib. v, cap. XIII. (34) Ivi, cap. xi. (35) Bianchini ,
Dei granduchi di Toscana della R. casa dei Medici
ragionam. vi. (36) Baronio ap. Marcelli cit. voi. ii,
secolo XVII, sommi pontefici. (37) Marcelli cit.
(38) Prezziner cit. (39) Marcelli cit. (40) Prezziner
cit.
DEI TEMPI MEDICEI 717
PARTE SESTA.
LEGISLAZIONE E GOVERNO
— O-
g. I. JLia costituzione del governo nello stato
della Toscana, per lo stabilimento del principato,
si desume dalla riforma del iSSa , allorché Cle-
mente VII volle convertire a favore di Alessan-
dro dei Medici la repubblica fiorentina in princi-
pato, senza che apparisse di toglierle intieramen-
te la libertà . Immaginò per tanto una forma di
governo, in cui pascolando l'ambizione dei citta*
dini colla moUiplicità delle magistrature, con un
consiglio quasi democratico e collo splendore di
un senato producesse però l'effetto, che la pub-
blica autoiilà distaccandosi da tanti disastri se-
parati fra loro, venisse a riunirsi in un sol pun-
to. Abolì dunque l'antica forma della repubblica
per soddisfare agli amatori del governo popolare,
fu creato un consiglio di duecento cittadini , e
loro attribuita la facoltà di eleggere alcune infe-^
riori magistrature, e di convalidare o rescindere
gli atti più solenni della legge civile secondo le
istanze dei particolari. Da questi se nastrassero
48, perchè formassero il consiglio supremo della
òt. Tose, Tom. 10. t^i
yiS COSTUMI
capilale, in cui risedesse l'autorità legislativa, e
la soninia della sovranità. Dai 4^ separaronsi 4
individui per turno di tre in tre mesi , perchè
rappresentassero l'antica signoria della repubbli-
ca, dassero udienza, e col soccorso della ruota
amminislrassero la giustizia ^ questo magistrato
fu denominalo dei consiglieri, ed il duca con essi
iormava la pubblica rappresentanza. Furono la-
sciale neirantico vigore alcune magistrature del-
la repubblica per gli affari contenziosi , cioè il
niagistralo degli Otto di balìa per le cause crimi-
nali e per la polizia della città, e quello degli Otto
di pratica per risolvere le interne controversie
tra le magistrature, ed invigilare alla conserva-,
zione della giurisdizione del comune di Firenze.
Furono lasciati sussistere i tribunali, e le magi-
strature inferiori delle arti colla loro respettiva
giurisdizione, ed i rettori della provincia si pro-
segui ad eleggerli per tratta. Di tutti questi ma-
gistrati il duca era proposto perpetuo , non po-
tendo proporsi o risolversi verun affare senza la
di lui approvazione.La sovranità passata cosi per
lambicco appagava apparentemente tutti quelli
che avean parte alle magistrature, e manteneva
perciò la quiete nel principio della mutazione,
g. 2,. Subentralo al defunto duca Alessandro
il duca Cosimo 1 cambiaron d* aspetto le cose.
Egli risedeva personalmente nel magistrato dei
consiglieri a ricevere i ricorsi e le istanze, o de-
putava un soggetto che lo rappresentasse, ma la
intitolazione negli atti pubblici era „ al duca ed
ai consiglieri della repubbUca fioientina „ poiché
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VI. 719
Toggetto era di pascolare la vanità dei ciftadiiii
con Io specioso titolo di repubblica, e di adem-
pire alla condizione stabilita nella capitolazione
della città con Carlo V „ salva sempre la liber-
tà „. Egli tollerò che gli si assegnasse un consiglio
permanente e segreto, acciò dirigesse le di luì
operazioni in tutti gli aff'ari. Ma dopo la vittoria
di Montemurlo, a misura che vedevasl stabilito
nel principato, si alienava insensibilmente da
loro. Poi credutosi ancor più libero per il posses-
so delle fortezze e per la indipendenza dalla Spa-
gna, cessò ancora dalle apparenti formalità della
costituzione , e dichiarando nel magistrato dei
consiglieri un luogotenente per turno, volle esi-
mersi dairiutervenirvi. Comandò allora che lutti
i cancellieri o segretari dei magistrati gli faces-
sero in carta un esatto rapporto di tutti gli af-
fari che si trattavano , e preveniva la risoluzio-i
ne dei medesimi con la dichiarazione della sua
volontà . I rettori della provincia , i capitani di
bande, e chiunque esercitava giurisdizione dovea
far Io stesso, o per rappresentanza o per lettera,
ed anche i particolari furono astretti ad avanza-
re al medesimo in carta le loro dimanda . Coa
questo metodo snervò difatlo l'autorità delle ma-
gistrature, riducendole a contentarsi della pura
formalità di dare il nome e Tapprovazione alle di
lui determinazioni. Indeboliti in tal guisa i corpi
ìutermedii, riunì in sé direttamente tutte le bran-
che della sovranità, e divenuto successore di una
repubblica quasi democratica, stabili il principato
il pili assoluto d'Italia (i).
7ao COSTUMI
g. 3. Fu il famoso Lelio Torello da Fano che di-
resse principalmente il governo interno del duca^
e lo istruì per ristabilire nei tribunali del domi-
nio la giustizia e Posservanza delle leggi, che le
passate rivoluzioni e le calamità dei tempi avean
rese inutili ed inoperose. Il Torello come anche il
Campana, ministri già di papa Clemente VII e
sue particolari creature, furono quelli che con in-
segnamenti e col fatto formarono alla politica ed
al governo lo spirito di Cosimo naturalmente ele-
vato, ma per Fa vanti inculto ed inesperto. A.11 or-
che ebbe ridotto alla intiera sua dependenza le
magistrature del dominio, e che per la quantità
delle forze divenne rispettabile anche al di fuori,
con farsi distinguere nel rango de'principi italiani,
intraprese da per sé la direzione degli affari, e sic-
come era persuaso che il segreto fosse nel maneg-
gio di essi, il requisito il più necessario per ben
riuscirvi, teneva perciòdei carteggi di propria mano
per gli affari più preraurosì,e ne poneva al registro
di suo proprio pugno le lettere. I suoi ministri e
consiglieri servivano in questa guisa soltanto ad
eseguire le di lui commissioni. Tra le le^jgi da lui
saviamente pubblicate è di notabile rilievo quella
che emanò nel iSSg, ove ordinò a tutti i rettori e
giusdicenti del dominio che in ogni vacanza dei
benefizi ecclesiastici ne prendessero formalmente
il possesso ed amministrazione per restituirlo a
chi di ragione, e deputassero una persona eccle-»
siastica per tutto ciò che appartiene al culto divi-
no, con soddisfarla dei fruiti correnti.
g. 4» L'universale depravazione dei costumi
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VI. 72.I
eia scandalosa licenza degli ecclesiastici licbiede-
yano nel piano della nuova costituzione tutta la
attenzione del legislatore. Infatti pubblicò varie
leggi per raffrenare la dissolutezza,comtninando ai
trasgressori severissime pene, quali si erano per
esempio, ai bestemmiatori la perforazione della
lingua. Pei delitti di stato fu con inaudita crudeltà
immaginato che s^impiccassero i rei non sempre
per il collo, ma talvolta per un piede, uso pralic.i-
to lino dal iSgS, poiché in un editto dello stesso
anno il conte di Virtù ordinò che gli fosse dato
al delinquente da mangiare e da beie tinche vi-
vea (a). E poiché i frati mendicanti si abusavano
scandalosamente della libertà che aveano di pra-
ticare colle monache delPordine loro medesimo,
per gl'impieghi spirituali e temporali che aveva-
no presso di esse, non essendone in quel tempo
ben dichiarata la clausura, ordinò Cosimo che agli
impieghi temporali presedessero operai secolari
in luogo di frati, e proibì a questi di accostarsi n
trattare con le monache senza espressa licenza.
Ordinò ancora con annuenza della corte romana,
ohe i frati osservanti non potessero accettare alla
professione giovani di minore età d'anni quattor-
dici, e i conventuali di diciassette. I progressi e
Tardire dei novatori della religione in Germania,e
la persuasione che le loro dottrine potessero in-
sinuarsi fra noi, lo indussero a promulgare un«i
legge nel 16^9 per intimare a chiun(]ue avesse
libri di eretici, e specialmente di fra Bernardino
Ochino da Siena, e di Pietro Martire fiorentino,
che dovesse interminedi quindici giorni presea-
72 a COSTUMI
tarli al vicario delParcivescovo, sotto pena pei
trasgressori di pagar cento ducati e dieci anni di
galera, e proibì sotto altre gravi pene la stampa
dei predetti libri.
g. 5. Era in Firenze fino da gran tempo sta-
bilito il tribunale della inquisizione, esercitata
dai conventuali di s. Francesco, che dopo avere
imperversato con vario successo contro i cittadi-
ni ed i sudditi, era stata finalmente dalla repub-
blica Tanno i345, non ostante le censure e le
opposizioni di Clemente VI, ristretta fra certi li-
miti di moderazione, togliendoli la forzarle car-
ceri, le confiscazioni e le condanne pecuniarie,
riducendola alla sola cognizione di causa, con po-
tere unicamente inferire pene personali, da ese-
guirsi peraltro dal braccio secolare. In tale stato
si era mantenuto fino a questi tempi de' quali
trattiamo. Senza dunque alterar niente i soprad-
detti ordini della città, esisteva una deputazione
di tre commissari eletti dalla congregazione di
Roma,che unitamente con linquisitore conosce-
vano le cause della religione, e partecipavano al
duca le condanne da eseguirai. Assai severa pe-
raltro fu la inquisizione che Cosimo eresse con-
tro i ribelli e i perturbatori del suo stato e della
pubblica tranquillità. La repubblica confiscava i
beni tanto ascendentali che trasversali di que'de-
linquenti, ma il duca Cosimo volle anche supe-
rarne il rigore, poiché proibì nel i5^y ogni corri-
spondenza dei suoi sudditi con i ribelli, sotto pe-
na d** incorrere nel medesimo pregiudizio. Kel
i539 proibì non solo il dar ri etto ai medesimi
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VI. ^aS
alle frontiere del dominio, ma volle ancora che
fossero uccisi, animando i popoli con le ricom-
pense, e obbligando ciascheduno che fosse con-
sapevole del luogo di lor dimora a rivelarlo im-
mediatamente al tribunale: le comunità furono
astrette come i privati alla osservanza di questa
legge^ e le donne che l'avessero trasgredita fu-
rono dichiarate decadute dalle ragioni dotali. Nel
i54o proibì a chiunque il prender soldo da prin-
cipe estero senza sua espressa licenza, dichiaran-
do una pena pecuniaria pel trasgressore, a cui
volle che fosse tenuto il padre pel figlio, il fratel-
lo per il fratello,il zio per il nipote.Dichiarò poi the
il fisco incorporasse lutti i beni del ribelle tanto
tìdecommissi che livellari, ancorché soggetti a re-
stituzione e al passaggio in altri chiamati^ che
s'intendessero confiscate quelle porzioni di beni
del padre, madre, avolo e a via, che sarebbero di
ragione dovute passare nel delinquente, conside-
randoli in questa parte dal dì del pensato delitto
come morti ah intestato^ da prenderne però il pos-
sesso alla loro morte. Volle in oltre quel principe
che il fisco rappresentasse il delinquente e suoi
discendenti maschi quanto alle condizioni, voca-
zioni e diritli che sarebbersi dovuti [purificare in
«luello o in quelli. I figli dei ribelli condannati
all'infamia e alla povertà doverono per questa
nuova disi)osizione di Cosimo soggiacere ancora
ad un esilio perpetuo dalla loro patria^ i minori
di dodici anni furono soggetti a tal pena, per do-
verla subire appena compita Pela predetta. Ma It
atrocità delle pene inaspriva maggiormente gli
7*4 COSTUMI
uomini e non li spaveutava. Un piccolo errore pu-
uito con troppa severità ne produceva dei mag-
giori, e le trasgressioni cagionavano in breve
tempo i delitti. INel marzo del i549 promulgò Co-
simo una legge contro gli omicidiari, in cui sen-
za far distinzione alcuna alle varie circostanze dì
questo delitto, proibì a chiunque il dare a tali
delinquenti verun ricetto, obbligando ciascuno a
notitìcarli. Destinò premi a chi li ammazzasse, o
consegnasse vivi in potere della giustizia, e linai-
mente privò Tomicidiario d''ogni speranza d'otte-
ner grazia, e di poter ritornare in patria senza
commettere un altro omicidio, cioè se non avesse
am mazzato con le sue proprie mani un ribelle o
bandito. In questa stessa legge ordinò che si sta-
bil isserò per le diverse contrade della città i de-
uunziatori dei malefici!; e finalmente fu proibito
il ritenere qualunque qualità d''armi sotto pena
della vita, ma anche questo rimedio era riuscito
inutile a stabilire p erfettamente la quiete (3).
g. 6. Più attivo certamente era il consiglio
della pratica segreta, al quale essendo dal duca
commesso Pesame degli all'ari contenziosi, così
economici come giurisdizionali, la vigilanza so-
pra tutti i magistrati e la cognizione degli inte-
ressi e convenienze dello stato, era di continuo
occupato nelle più importanti deliberazioni. I cit-
tadini più affezionati alla casa Medici,! minisiri più
consumali negli affari,e i capi dei dicasteri più in-
teressali eran quei che lo componevano. II duna
non v'interveniva personalmente, ma riceveva
in carta il rapporto delle loro deliberazioni, e le
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VI. ^a5
approvava,o correggeva, o suppliva secondo la sua
volontà. I decreti di questo consiglio erano de-
creti del principe, e i inagislrali particolari eran
tenuti ad eseguirli. Il vigore e Tattività di questo
corpo snervarono Fautorità dei magistrali tioren-
tini, e contribuirono a rendere più assoluto il
principato di Cosimo. Questo indebolimento fu
causa della riforma di alcuni di essi e della ge-
nerale decadenza dagli onori della magistratura.
Anche la costituzione potette da lui essere inde-
bolita senz* alterazione della medesima^ così ri-
dusse i cittadini in grado da non potersi più op-
porre alla sua illimitata volontà. Assorbì pertanto
l'amministrazione economica e la giurisdizione
di alcuni magistrati, commettendo Tuna e Paltra
a persone dipendenti unicamente dalla sua volon-
tà. Secondo lo spirito apparente della riforma ge-
nerale del i532, e quello degli elettori di Cosimo
del i537, il duca dovea servire alla costituzione,
del governo^ ma nel corso di venti anni questa
medesima costituzione, senza esser fondamental-
mente alterata, servi a stabilire con più validità
l'assoluto dominio dì Cosimo. La riforma dei co-
stumi ch'ei credeva tanto necessaria, non avea
fin* ora operato con efficacia, e la soverchia seve-
rità delle pene irritava gli uomini senza correg-
gerli: il mal esempio degli ecclesiastici, special-
mente de*frali,ne impediva Teffettuazione. Fastosi
costoro degli ampli privilegi ottenuti dai papi, es-
sendo esenti da ogni giuris^Iizione, si gloriavano
di poter fare impunemente ciò che non era per-
messo nò ai secolari, né ai preti, il duca richiese
7a6 COSTUMI
al papa che provvedesse a questi soonceiti con
mandare in Toscana un legato, il quale avesse
autorità di gastigare i frati (4).
g. 7 . Si adoprò il prìncipe anche a difender le
chiese e gli ecclesiastici dalle esorbitanti iuipo-
siiioni di decime, con le quali la corte di Roma
tutto di li premeva. Ciò non ostante i cittadini
erano ogni giorno più malcontenti per le molle
gravezze imposte onde supplire alla guerra che Co-
simo aveva con Siena, e pochi erano sinceramente
affezionati agl'interessi del principe. Dia frattanto
la rigida polizia da lui tenuta in vigore produsse
il desiderato effetto di tenere in una perfetta
quiete Io stato, fintantoché i successi felici delle
armi di Cosimo tolsero a tutti la speranza di po-
tere innovare nello stato. Conobbe egli stesso di
avere forse ecceduto col soverchio rigore, e per-
ciò profittando della occasione che gli sommini-
strava la letizia di sì prosperi eventi, con suo in-
dulto delPottobre del i554 richiamò alla patria
ed alle proprie famiglie quegrinfelici, che percos-
si dal rigore delle leggi vivevano assenti in con-
tumacia, o per soddisfare alla pena: dopo 17 an-
ni di regno fu questi il primo indulto di Cosimo.
L'indulto restituì alla patria una prodigiosa quan-
tità di sudditi,e ne risenti vantaggio singolarmente
Pistoia, dove l' epidemìa delle fazioni avea di-
sperso il maggior numero degli abitanti. Tra le
più notabili leggi di quest'epoca è quella del giu-
gno i556 contro i sicari. In tempo di congiure, di
guerra e di ribellioni questo delitto era troppo
comune e meritava un riparo^ fu in essa prescrit-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VI. 727
to il nioJo di procedere contro di loro libera-
mente e senza osservare l'ordinario metodo di
giustizia^ furono per essi dichiarate le stesse pene
che per i principali, e promesso il premio e Tim-
punità a chiunque rilevasse il mandalo prima di
eseguirlo. Con legge delfagosto i55o preservò
alle femmine le loro doti, volendo che fossero pre-
ferite a qualunque creditore posteriore, e preci-
samente anche al fisco e camera fiscale per cau-
sa di gravezze. In Siena non volle innovar nulla
nella legislazione, fintantoché la pace universale
lo ponesse in grado di agire con piena libertà (5).
g. 8. Ordinò frattanto il duca nel i552 una
gabella generale per tutto il domìnio sopra le fa-
rine che si macinavano pel consumo, da durare
tre anni, e ciò ad oggetto di furtificare le frontiere
in occasione della guerra che preparavano gl'im-
periali contro lo slato di Siena. Nel i555 intro-
dusse un accatto a perdila generale per tutto il
dominio per la somma di duecentomila ducali.
Un altro non minore ne fu imj^ostonel i558, e in
ciascheduno di essi furono tassali anche i citta-
dini dimoranti nelle diverse piazze di Europa. La
facilità di questi accatti a perdila fu il nervo
principale della guerra. Tutto in somma tendeva
a ricavar denaro dai sudditi, poiché oltre agli ac-
catti e balzelli, si aggiunsero nuove gabelle, co-
me quella imposta sulla carne fanno i557. Ma
nel i556 fu imnjaginalo anche un lotto, per cui
si formò una compagnia ui mercanti, sebbene? la
camera fiscale vi avesse il principale inleresie. Il
capitale consisteva io denari che si sborsa \auu
yaS COSTUMI
dal duca, e in gioie a confo dei mercanti; le pri-
me otto esazioni produssero agli interessali tren-
tamila ducati. A questo tempo si dee riferire Ti&ti-
luzione delle maggiori gravezze imposte nel do-
minio, alcune delle quali, sebbene fossero tem-
porarie e relative ai bisogni della guerra, ciò non
ostante cessata la causa si perpetuarono, e diven-
nero rendite fondamentali dello state e del prin-
cipe (6).
g. 9. Avendo egli terminalo di éoslruire
Porteferraio neir Elba determinò di richiamarvi
la popolazione e il commercio. Pubblicò pertanto
nel settembre del i556 un editto a favore dei
nuovi abitatori di quella piazza, in cui fu pro-
messo a chiunque accorresse per abitarvi libera
franchigia di persona e di beni, non ostante qua-
lunque pregiudizio altrove contratto fu dichiarato
immune da qualunque gravezza ordinaria e straor-
dinaria per i beni che possedesse nel dominio
del duca, e fu stabilito che le mercanzie di qua-
lunque genere, che s''introducessero in quel por-
to, fossero esenti da ogni dazio e gabella, tanto'
alPentrare che al sortire dal medesimo: fu dona-
to il suolo a tutti quelli che volessero edificarvi
le abitazioni-, e qualunque naviglio che quivi si
fabbricasse fu dichiarato immune dal pagare gra-
vezze nei porti o scali del domìnio. Pisa già ri-
storavasi delle sofferte calamitarle acque non do-
minavano più le sue pianure, né l'aere insalubre
spaventava ulteriormente gli abitatori*, la florida
università, la presenza del duca e della sua corte
per molti mesi dell'anno, la mercatura già intro-
DEI TEMPI MEDICEI PABTB VI. 7^9
dottavi dai porloghesi e da altri forestieri venu-
ti ad abitarla contribuivano concordemente alla
sua prosperità. Le altre città del dominio risenti-
rono tutte a proporzione il vantaggio delle pre-
muredi Cosimo, ed t»gli potette riconoscere nella
loro fedeltà e attaccamento la sodisfazione che
dimostravano del suo governo (7).
g. IO. Trasferitosi Cosimo I a Siena stabili
col consiglio e colPopera del governatore Nicco-
lini il sistema del governo di quella città e suo
stato, particolarmente io ciò che riguardava la
amministrazione di giustizia, con sod'sfazione e
contento dell' universale . Passalo a visitare la
Maremma senese stabili in Castiglione della Pe-
scaia una forma di governo per quel marchesa-
to (8). L"* assiduo e laborioso governo esercitato
da Cosimo per venti anni nei tempi i piùdiflicili e
pericolosi aveva ormai rese deboli le sue passioni
e stancale le forze corporali e mentali.quindi è che
fu astretto a risolvere di rinunziare al principe
Francesco l'intiero governo ed amministrazione
dello stato, con riserbarsi Tautorità di dirigerlo e
consigliarlo nei più importanti interessi. Un alto
COSI contrario alla opinione di ambizioso ed avi-
do di acquistar dominio che aveasi di Cosimo,
comprese tutti gli osservatori, incerti se doveano
attribuirlo a debolezza o a virtù (9).
g. 1 1. Molte sono le leggi ))ubblicate in Tosca-
na dal i56o al i574)^^3 '^ quali è degna di molta ^
lode quella dellagosto i56i con cui ordinò, che
i lavoratori di campagna, essendo rei di un de^
litio per cui dotessero esser puDÌli col confine,
Si, Tose, Tom, 10. 62
7^0 f . •• , e OS TU M l
si confinassero non nel territoiio di Volterra, co-
me tino allora era stato praticato, ma in quello
di Pisa, i! quale in gran parte era spopolato ed
inculto, e conveniva che per il pubblico bene
fosse coltivato e reso fruttifero, affinchè tornasse
al florido stalo dei tempi passati. Lo stato di
Siena come di nuovo acquisto esigeva i maggiori
riflessi, trattandosi di estinguere fondamental-
mente una repubblica ed averne a lasciar egli
apparenti vestigi. Il popolo era diviso in fazioni,
ed i soggetti che le componevano registravansi
ira gli atti pubblici per esser nemici e rivali fra
loro di generazione in generazione. L"'oggetlo di
questi registri denominati monti,era di escludere
o includere alToccasioBe nel governo della re-
pubblica quelle famiglie,secondo il partito che do-
minava. Il duca Cosimo lasciò sussistere i monti
e procurò di espurgarli con rimuoverne quelle
famiglie più alte all'esercizio delle arti che al go-
verno della repubblica ^ abolì il gran consiglio
introdotto dalla plebe, ed elesse in suo luogo un
consiglio perpetuo di cento cittadini, da elegger-
sene a5 per monte, dai quali parimente con la
stessa distribuzione dei monti si scegliessero 20
soggetti per formarne la balìa. Questa disposizio-
ne ebbe per oggetto di fare obliare ai senesi le
antiche divisioni , e di riunire in una sola ma-
gistratura suprema gl'interessi di tutti i monti.
Confermò Cosimo il capitano del popolo e la si-
gnorìa con tutte le prerogative ed antiche appa-
renze di libertà^ ma volle per altro che gli affari
più rilevanti si trattassero dalla balìa, con Tinter*
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Tr. ^3 l
vento ed approvazione del suo luogotenente e
governatore generale, rilasciando solo al consi-
glio relezione di certe magistrature inferiori, e
l'approvazione di certi atti della legge civile. De-
terminò la giurisdizione di vari tribunali, quelle
dei giusdicenti dello stato, e compì Tatto di que-
sta riforma con un indulto generale per qualsi-
voglia delitto commesso avanti al giorno del suo
possesso. Fu questa riforma pubblicata in Siena
il primo di febbraio i56i nel ritorno che fece
Cosimo da Roma in quella città, ed in progresso
è stata sempre osservata come una costituzione
fondamentale di quello stato. Fu anche prose-
guilo a considerarsi lo stalo ili Siena diviso af-
fatto dal fiorentino e del tulio indipendente dalle
sue magistrature, e solo per legge dei a4 settem-
bre 1572 fu stabilita la libertà del commercio fra
i due stati relativamente alla esportazione delle
grasce e bestiami. Ciò nondimeno non fu sufficien-
te ad aprire intieramente la comunicazione fra i
popoli dei due siati, fra i quali ha durato per lun-
go tempo la rivalità e la memoria delle antiche
ingiurie (io).
5. la. Molte furon le leggi pubblicate da Co-
simo nel dominio di Firenze, relative al governo
ed ammiin'slrazione della giustiza, alcune occa-
sionali, altre per riformare gli antichi abusi, ed
altre finalmente ad oggellodi stabilire nuovi prov-
vedimenti per maggior comodo e utilità delTuni-*
versale. E quanto alle occasionali, la congiu-
ra del Pucci gli suggerì di confermare e porre in
vigore la legge del iSa^ circa i ribelli, credula
^3a 0 o s t u ai I
utile per le molte sottiglie/ze in essa contenute,
e per attirare a! fisco i beni dei condannati. Rei
j5Gi stabilì la cognizione e proscrizione dei de-
litti al termine di dieci anni, e a cinque quella
delle trasgressioni. Corresse in seguito diversi a-
busi introdotti nelle magistrature, e ne riformò
gli antichi statuti, ma frattanto moltiplicò e coa-
fuse la legislazione di ciascun tribunale. Riformò
gli statuti degli uffiziaii de"" pupilli, e nel iSGS
provvide alla gratuita assistenza delle cause dei
miserabili.
g» i5. Seguitando il granduca Francesco le
tracce del padre nello stabdimento di ungaverno
assoluto, potette compire con facilità Papera da
esso g^ià indirizzata, ad estinguere intieramente
ogni residuadi autorità repubblicana ne''consigli e
nei magistrati, lasciando che i cittadini pascolas-
sero la loro ambizione colla rimembranza e colle
vane apparenze dell'antica loro libertà. Prosegui
pertanto a richiamare a sé tutti gli afifari dei ma-
gistrati, e rendendo inutile ogni loro deliberazio-
ne senza una dichiarazione della sua volontà li
ridusse finalmente al punto di esser meri esecu-
tori della medesima. Con questo metodo procede
egualmente in Firenze che in Siena, e fu allora
che si vide eseguito compiutamente il paradosso
politico di un principe assoluto con costituzione
repubblicana. In Firenze il supremo magistrato
dei consiglieri era divenuto un puro tribunale di
giustizia, e gli altri magistrati inferiori, sebbene
decretassero in nonìe proprio, lo facevano però
ìix virtù di uiv rescritto o altra dichiarazione del
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VI. y^O
granduca. La giurisdizione criminale era esercita-
ta daiTautico magistrato degli Otto, ma vi era pe-
rò un segretario destinato a vedere le cause più
importanti, e informarsi di tutto ciò che si pren-
deva quivi in esame, per renderne conto al prin-
cipe avanti la risoluzione: quindi è che essendo
il magistrato variab)le,e il segretario permanente,
in breve tempo sì riconcentrò in esso tutta Tauto-
rità in modo che divenne uno de''più autorevoli e
potenti ministri.
g 14. L^ economìa era per la maggior parte
diretta da un solo ministro che si denominava
il depositario generale, a cui erano subordinate
le molte branche , nelle quali era allora divisa
r amministrazione. Un esperto giureconsulto era
proposto a rendere ragione della competenza dei
tributi e delle regalie, denominandosi auditor
fiscale, perchè dal solo 6sco ebbe la sua origine
quella giudicatura. La grande autorità di questi
ministri si era formata a scapito delle magistratu-
re, ed i loro consigli erano attesi superiormente
a quelli de'magistrati. Si vedeva in Siena risedere
in palazzo la signoria con tutta l'ombra e vestigi
della morta repubblica, ma il governatore con su-
prema autorità rappresentava il granduca, e sen-
za di esso i magistrati non ardivano di decretare:
era quivi stabilito un depositario e un auditore
fiscale sul modello di quei di Firenze, e il crimi-
nale era amministrato da un solo ministro, deno-
roÌDato capitano di giustizia; tutti deferivano al
governatore^ a cui il granduca nelle occorrenze
faceva nota la sua volontà. Oltre questi ministri
6a*
^34 COSTUMI
principali v'erano un generale comandante d'in
fanteria ed un altro generale di cavallerìa, le quali
cariche in tempo di pace, siccome erano più di
onore che di servizio, tendevano solo a ritenere
alla corte i principali signori d*" Italia, come fu-
rono i Colonna, gli Orsini, gli Sforza. Con tutto
questo ministero però il granduca Francesco non
volle mai avere d'intorno un consiglio permanen-
te, che ponesse dei limiti alla sua libertà, consul-
tando negli affari suoi più intricali quello verso
del quale lo trasportav.i la stima oil favore. Que-
sto metodo di governo in un principe distratto da
altre passioni dovea produrre, siccome produsse,
molte variazioni, poiché nei primi anni fu attivo,
ma gli amori e le altre passioni interruppero poi
quest'attività, e finalmente si abbandonò affatto
ai ministri. ( ii).
g. i5. Il granduca Francesco ueirammiuis tra-
zione del governo economico non si scostò gran
fatto dal sistema tenuto dal granduca Cosimodi luì
genitore, e lui vivente pagò i debiti contralti da
esso con i forestieri, e dopo di ciò non volle ag-
gravar più i sudditi con imposizioni straordinarie,
ma perpetuò quelle che Cosimo aveva imposte
temporariamente, e stabili tal metodo nella esa-
zione, che ben presto si accrebbero notabilmente
le rendite del granducato. Nel iS^G esso le avea
ridotte a un millionee duecentomila scudi, della
qual somma si calcolava che ponesse ogni anno
in avanzo trecentomila scudi (12.).
g. 16. Una ossequiosa venerazione a tutto ciò
che dal gran Cosimo era stalo ordinato per dar
DEI TEMI! MEDICEI PARTE VI. 735
norma e sistema al governo del granducato, fa-
ceva sì che i successori non ardissero di alte-
rarlo: la costituzione stabilita da esso e perfezio-
nata dal granduca Francesco, non fu variata da
Ferdinando: le magistrature fiorentine non solo
esercitarono nella stessa forma la loro giurisdi-
zione, ma risentirono ancora di quella modera-
zione ch'egli avea portata sul trono. Intento il
granduca p'erdinando alle imprese grandi, e di-
stratto dagli affari di gabinetto, lasciava alla lo-
ro deliberazione i piccoli negozi, e ciò rendeva
anche i cittadini più benaffetti e sodisfatti del suo
governo. Nel 1600 eresse un nuovo consiglio detto
della consulla per esaminare le suppliche, e pro-
porre le risoluzioni per giustizia, il quale siccome
snervava l'autorità del supremo auditore, rese
anche le determinazioni più considerale e meno
arbitrarie. I cittadini godevano di entrare a parte
del governo, e questo contegno estinse affatto la
antica animosità dei sudditi col loro sovrano. Ma
siccome questo benefizio ristringevasi unicamen-
te ai magistrati della capitale, si ricadde ben pre-
sto all'antico disordine di alterare quella egua-
glianza fra i fiorentini ed i provinciali, che Cosi-
mo e Francesco avevano stabilita con tanto vigo-
re. Questa quiete e sodisfazione della capitale
giovò peraltro non poco a raddolcire i costumi,
che le passate vicende non avean potuto perfe-
zionare (i3).
g. 17. Le molte vicende che soffrì la Toscana
dalla morte di Ferdinando I al 16^7 furono cau-
sa che si ullerdsse non poco Tiu terna co^tituzio-
736 COSTUMI
ne del granducato. Cosimo li non fece che segui-
tare le tracce del padre, ed il suo governo sotto
la savia direzione del Picchena fu sempre unifor-
me ed eguale. La tolleranza e la moderazione fa-
cevano il carattere del principe e del ministro, e
la dignità sostenuta con vigore e senza bassezza
conciliava al granduca il rispetto delPuniversale.
Ministri esperti ed esercitati trattavano gli affari
di stato, che mai si confondevano con quelli del
foro.Il ministero di supremo auditore per assistere
al principe nelle risoluzioni digrazia e di giustizia,
indebolitosi per la vecchia età di chi Tesercilava,
e per quella di Ferdinando I, avea dato luogo ad
una divisione della medesima in più soggetti, che
adunandosi in celti tempi determinati formaro-
no una consulta. Questo consiglio in principio
solitario ed eventuale ricevette da Cosimo II una
orma stabile e permanente , ed incaricandosi di
tutto ciò che richiedeva esame, o concerneva le
regole di ragione, assorbì in breve tempo una giu-
risdizione molto estesa per lutto il dominio. L''ac-
cesso al truno di tanti giureconsulti che ambiva^ÉJL
no mescolarsi ancora nelle materie di stato, pro^
dusse una notabile alterazione nella forma degli
atti e delle risoluzioni, e deviandole dall'antico
sistema di semplicità^ tì introdusse insensibil-
mente i difetti del foro. Dopo la morte del Pic-
chena, le reggenti, persuase che la rettitudine dei
giureconsulti dovesse prevalere alle mire politi-
che dei ministri di stato, li mettevano facilmen-
te a parte di ogni più grave interesse, mentre
chiamavano in soccorso ancorala teologia per as-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VI. 737
sicuTare la loro coscienza. Queste risoluzioni im-
pastate di teologia e di giurisprudenza formavano
appunto Pepoca della decadenza del governo me-
diceo, e di un'alterazione notabile nelle massime
e nei costumi della nazione (i^).
g. 18. Il genio grande ed i talenti con i quali
Ferdinando II si distinse fra tulli i principi nelle
scienze e nella politica, sarebbero siali più pro-
fittevoli per i popoli della Toscana, se li avesse
impiegate ancora in perfezionare le leggi e Pin-
terna costituzione del granducato. IVIa lo arresta-
vano le massime di educazione, colle quali eragli
stalo ispirato un certo timore per qualunque mu-
tazione che si tentasse, e la venerazione con cui
si rispettavano gli atti del regno di Cosimo I. Am-
mise F'^rdinaudo alParaminisirazione del governo
i propri fratelli con esempio assai raro. Tutti a-
veano il diritto d*'intervenire in consiglio, ciascu-
no si assumeva il carico di trattare gli affari più
rilevanti, ed il pubblico che gli 'luiava aveva in
essi maggior fiducia che in qualsivoglia ministro.
li principe Mallias governatore di Siena per Io
più slava assente dalla capitale, e oltre al dirige-
re gli affari di quello slato, aveva la principale in-
combenza di soprintendere ed invigilare a tutte
le milizie e furtificazioni del granducato. Questa
forma di governo benché eventuale, siccome fa-'
ceva riguardare il principe più come padre di fa-
miglia <he come sovrano, è quella che i popoli di
Toscana applaudirono superiormente alle altre
dei passati granduchi, e sopra di cut formarono,
posleiiormeule degP inutili de^iderii sotto il fi-
7?>8 COSTUMI
glio. di carattere e di sentimenti del tutto con-
trari (i5).
g. i9.CosimoIII,affatto privodì quel genio che
anima i principi a meritarci la vera gloria, andava
in traccia artitìciosaniente di quella opinione che
appaga solo gli spiriti deboli preoccupati princi-
palmente dalla vanita e dalTorgoglio^ perciò una
politica bassa ed artificiosa fu sostituita alla vera
ragione di stato, ed i ministri che risedevano alle
corti estere dovevano affaticarsi più per appagare
la curiosità del principe che per suggerirgli le
giuste misure di proporzionarsi secondo le circo-
stanze (i6j. Più intento ad occupare i minisi ri
con delle ricerche vane e rapporti inutili prende-
va di poi con essi le parti di padre spirituale più
che di principe. Esatto investigatore dello stalo
della loro coscienza gl'intra Itene va con delle a-
scetìche eerrispondenze, che gli obbligavano a
simulare un carattere, a cui non sempre li portava
rìnclinazione. Estendevasi insensibilmente que-
sta spirito religioso dalla corte a tutto lo stato,
e si videro in breve i frati divenir consiglieri, e la
teologia sostituita alla buona politica (17).
g. ao. Un consiglio composto di cortigiani, che
adottavano per massime di stalo le passioni del
principe Cosimo IIl,non potea suggerirgli i mezzi
sicuri per sostenere la sua grandezza. Ferdinando
II avea procurato di allontanare dalla corte le
massime degli spagnuoli : Cosimo III le adottò
cecamente, ed accolse per veri principi! di buon
governo quelli che appunto erano la causa della
decadenza di quella monarchia. Finalmente il
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VI. yZ^
governo sì modellò in breve sul carattere di
questo principe, il quale soverchiamente gelo-
so della sovranità, riservò alla sua speciale co-
gnizione ciò che più interessava la convenienza
dello stato e della famiglia. Teneva perciò un
consiglio composto dei personaggi più ragguar-
devoli rivestiti delle principali cariche della cor-
te, benemeriti per aver riseduto alle corti este-
re. A. questi comunicava tutto ciò che interessar
poteva la quiete e diiilti dello stato, e riservava
unicamente a sé stesso il dirigere i mezzi per
guadagnarsi il favore e Taderenza delle altre corti.
Gli affari del governo interno diretti dai capi dei
respeltivi dicasteri non si partecipavano a questo
consiglio, ma si risolvevano dal granduca con i
mirnstri medesimi. I principi del sangue non si
ammettevano a veruna partecipazione degli affa-
ri, e questo fu causa che il principe Ferdinando
s'introdusse violentemente in ciò che poteva in-
ieressarlo,ed estorquesse colle minacce dai mini-
stri e dal padre medesimo le risoluzioni secondo
la sua volontà, [ministri sempre intenti a secon-
dare le inclinazioni del granduca, si rivestivano
delle di lui passioni, e non è meraviglia se Cosimo
ni, essendo stato il più debole fra i principi della
casa ìMedici, abbia avuto ancora un ministero men
luminoso degli altri (18). La pubblica economia e
la legislazione civile e criminale sotto Giovan
Gastone erano si fattamente male ordinate, che
fuoevano desiderare un provvido reggitore (19).
;7({0 COSTUMI
NOTE
(1) iXailuzzi, Storia del granducato di Toscana. toI.
1, lib. I, cap. vili. (2) Morbio, Storia dei municipit
il»liani^ Cronica delia città di Firenze daiPanno 154S
ai 1652. (3) Galluzzi cit. (4) Ivi, voi. ii, lib. ii,cap.
IX. (5) Ivi^ lib. II, cap. X. (6) Ivi. (7) Ivi. (8) Ivi ,
lib. Ili, cap. II. (9) Ivi, cap. ili. (10) Ivi. (11) Ivi,
lib. II, cap. IX. (12) Ivi, lib. iv , cap. x. (13) Ivi ,
Jib. V, cap. XIII. (14) Ivi, lib. vi, cap. xi. (15) Ivi,
lib. VII, cap. IX. (16) Ivi, lib. viii, cap. x. (17) Ivi,
cap. II. (18) Ivi, cap. x. (19) Ferrini, Compendio di
Storia della Toscana, ep. v, J. 75.
DEI TEMPI MEDICEI ^4 ^
PARTE SETTIMA.
COMMERCIO, NAVIGAZIONE, E MONETA
g. 1. l ino (lai più felici lempi del commercio
avevano i toscani, e specialmente i iioienliiii,
slabiliio nelie piazze mercanlili d'Europa e del
Levante diverse case di loro nazione per la più fa-
cile corrispondenza della mercatura e del cam-
bio. Le turbolenze della repubblica e le divisioni
dei parliti avevano totalmente staccalo molti di
essi dalla patria, e none meravii;lia. sedopo Pas-
.sedio di Firenze , ristabiliti i principali di loro
iK'lla città poterono in breve tempo farvi rina-
scere il commercio e le aiti. Fiorivano i consolali
di Roma, iXapoli e Venezia, e molto più quei di
Anversa, Londra e Lione. In questa sola città nel
1.548 vi erano 37 case di negozio, o sieno ragioni
contante di mercanti tiorentini , enunciate tulle
nel diploma di Enrico li iodata del 27 settembre
1548. per confermare ai medesimi i privilegi con-
cessi loro dai suoi predecessori. Atlesla quel mo-
narca iti delto alto f^ssergli molto accetta questa
nuziune in rigu.irdo delle cospicue somme im-
prestategli al 4 ovveio al 5 per c«utOj«d«l donò
St. Tose. Tom, 10. 63
^4^ . COSTUMI
graluito"TallogIi al suo avveninienlo alla còrd-
na(i). ^ . ,. , .
g. a. Fino dal principio del suo governo fa-
vori Cosimo I i cittadini dispersi per quelle piazze,
non solo ad oggetto di ristabilire colla loro opera
Tantìca mercatura in Toscana, ma ancora per in-
teressarsi con i medesimi nelle branche princi-
pali del loro commercio, e potere colla loro as-
sistenza e sicurtà ottenere dai cambisti delle rag-
guardevoli somme di denaro per valersene alla
occorrenza, li monopolio esercitato nel proprio
dominio, il facile smercio nello stato ecclesiastico
e nei dominii spagnuoligli facilitavano ì maggiori
profitti: i soli genovesi potevan esser loro rivali
sulla mercatura di Ponente, ma Cosimo non ricu-
sava di unire con essi il proprio interesse. La mer-
catuia dei metalli fu tra le prime intraprese: ol-
tre la quantità degli stagni che levava dalPInghi).
terra, nel i545 fece a Lisbona un partito cosi
considerabile d' argento, che servì per qualche
anno a tener fornite di questo metallo molte zec-
che d'Italia. A-vea il duca Cosimo corrispondenza
coi Fuccheri,celebri negozianti di Augusta, ed in
Anversa faceva molti partiti, parte in denaro, e
parte in mercanzie, secondo lo stile di quella piaz-
za (a). I drappi d'oro e di seta, le varie qualità
di panni ed altre manifatture della Toscana si por-
tavano liberamente in Spagna, ed i mercanti to-
scani ne riportavano lana, seta, perle, ed altri ge-
neri, dei quali mancava il nostro territorio (S).
g. 3. In Firenze il lanificio era cresciuto oltre
respettaliya , perchè suppliva ai bisogni della
€0
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VII. j^^
Francia, della Spagna e della colonia d^America:
a lai eflfetto nel i566 il re Filippo avea concesso
la libera introduzione delle rasce fiorentine nei
porli «Iella monarchia. Invigilava perciò il duca
Cosimo alla buona direzione di questa importan-
te manifattura, alla rettitudine della fabbricazione
e delle contrattazioni, delle quali ne avea prescrit-t
fa la norma con una legge del di undici maggio-
i562. Non è meraviglia pertanto, se per tali cause
ogni di crescevano i prodotti di quest'arte, poi-
ché se nel i56i s** erano fabbricati in Firenze
53ooo panni, si proseguì negli anni succesj»ivi a
fabbricarne la stessa quantità. Nel i575 il pro-
dotto del lanifirio in Firenze arrivò alla somma
di due milioni d'oro^ né in* questo calcolo si con-
siderò quello della seta e dwi drappi d^oro, ne let
altre più minute manifatture, le quali erano rice-
vute in America con grande avidità. Ciò fu causa
che molti fiorentini allettati dal guadagno consi-
derabile del trasporto di queste merci, si aftpli-
carono agli esercizi di mare, navigando per lai
America e per flndie orientali, e particolarmen-»
te negli stabilimenti dei portoghesi^ giacché adj
istanza di Cosimo I la corte di Lisbona aveva ac-^t
cordalo loro lutto il favore. Si stabilirono in cofHf
seguenza delle ca!>e fiorentine al Brasile, a Ma-I
cao ed alla China , e queste corrispondenze si*
resero sempre più utili per Paccresciniento della
mercatura. Il granduca Cosimo I ne incoraggiava
ì progressi, non solo colle leggi e coirassislenz»^'4
ma ancora coli' esempio, poiché dopo la morteci
della duchessa attese a convertire in tante merci
^44 COSTUMI
il relratto delle rendile, da ogni vincolo affranti
cale, che quella aveva nei giuri di Spagna e iìif^
Portogallo. Teneva espressamente due galeont-i
impiegati di continuo o nel trasporto delle pro-
prie mercanzie, o nel noleggio per i particolari: i
generi sopra dei quali mercanteggiava con più
pi otìtloerano zuccheri,quoia e gioie (4 \ delle quali
specialmente essendo da per sé stesso intelligentis-
simo, potè farne copiosa raccolta, e lasciarne alla
sua morte una ragguardevole quantità per orna-
mento dello stato e della famiglia (5). Nel i56o
Cosimo I per richiamare a Pisa la popolazione
ed il commercio invitò molli greci a stabilirvi le
loro famiglie, e con un editto dichiarò esenti dal-
la gabella d' introduzione in quella città tutti i
materiali necessari ad alwr delle fabbriche, a fine
di proteggere la fabbricazione di nuove case per
esserne molte rovinate (6).
g. 4- Proseguiva per l'Italia il solito commer-
cio dei grani, conservandosene sempre in Pisa
molta quantità, e ricevendone gran profitto con
i vicini negli anni più perniciosi : similmente
continuò la mercatura degli allumi e dei guadi,
non solo per provvedere allearti di Firenze, ma
per distribuirne ancora nelle altre parti d'Italia.
La lavorazione deVoralli che il granduca Cosimo
1 aveva introdotta in Pisa per mezzo di artefici
invitali espressamente dalla Sicilia, e quella di
cristalli e le altre di velro, per mezzo di sog-
getti furtivamente richiamati dalle fabbriche di
Murano, furono prolelle e riproniosse da Fran-
cesco 1 suo tìglio, che si esercitò ni quella dei co-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VII. 74 5
ralli. Le rivoluzioni di Fiandra, e le guerre dì
Francia incepparono talmente il comiBercio, che
i fiorentini furon costretti a rivolgersi al Porto-
gallo ed alle coste della Spagna, e stabilirsi i:i
quei porti. Le rasce di Firenze, i drappi di seta e
d'oroj le telerìe ed altre più minute maniCatture
avevano in Portogallo e nella Spagna un facile
fimercio,e si trasportavano fino al Brasile. La na-
zione toscana era assai favorita dal re Sebastiano,
che di buon animo concedeva agli individui della
medesima le slesse prerogative che competevano
ai portoghesi. Questa facilità produsse che molti di
essi trasferironsi per gli stabilimenti del Portogallo,
neirAlfrica., nell'Asia e in America, ed accrebbero
rallività ed il vigore alla mercatura della Toscana.
Concorrevano frattanto in abbondanza a Livorno
le merci della Spagna e del Portogallo.che Irasferir
tea Pisa eran poi distribuite facilmente per Plta-
lia. !Non è dubbio che questa prosperità fu quella
i*he animò il granduca ad ampliare e stabilire in
buona forma la nascente città di Livorno, dove
già disegnava dì stabilire la sede della mercalur.i
d^Ilalia (7). Uno dei vantaggi favorevoli a quesf t
città fu il tenere il mare aperto e sicuro con le
galere armale- per lo che si ronducevanoda'mei-
«'.anli migliori merci d^ogni maniera, e quello che
stimavano esser a bisogno ed ornamento della
Toscana ed utile loro, concorrendovi continua-
mente navigli in gran numero da ogni parte del
mondo (8).
« §. 5. Ad oggetto di vedere più facilmente ese-
guilo questo disegno, immaginò Franceico di gì-
G3-
746 COSTUMI
trarre a Livorno il monopolio delle spezierie, che
dall'indie si portavano in Portogallo. Or siccome
un mercante tìammingo ebbe nel suo progetto lo
stesso scopo e ne anticipò 1' effettuazione, cosi
andò a vuoto i! progetto del granduca. Non ostan-
te, poiché il mercante fiammingo avea formata
una compagnia con altri mercatanti, e fra essi
li erano dei tìorentini, cosi non fu difficile Ten-
trare a parte in quest'interesse, ed intraprendere
un baratto di pepe con tanta mercanzia di To-
scana. Rendevasi anche più comoda questa mer-
catura per riguardo ai galeoni e legni di noleg-
gio(a) che teneva il granduca, poiché attesa la lo-
ro sicurezza, concorrevano volentieri i mercanti a
caricare le loro merci, o a farvi sopra delle assi-
curazioni a prezzi migliori. Gli affari di Fiandra
inviluppandosi ogni giorno più, ed insorgendo di
continuo in quei mari nuovi pirati, si rivolse il
commercio al iVIediterraneo, edi galeoni del gran-
duca caricando in proprio convoiavano i vascelli
toscani , e li garantivano dai corsari dell'Affri-
ca (9).
g. 6. Ma frattanto in Firenze Parte dei pan-
ni fini, detti di garbo, era assai indebolita, poi-
ché la Spagna e Tlnghilterra già impannavano
le proprie lane, ed il maggior guadagno ed il con-
siderabile smercio delle rasce in Ponente avean
richiamato lutti a questa manifattura. Oltre ciò
disturbava non poco la comunicazione del Le-
vante ottoraanno colla Toscana, e io stabilimento
■■^t.(a) Ved. lav. CXL, N. 1.
DKI TEMPI MEDICEI PARTE VII. ^47
deiror-line gerosolimllano in Malta, e leggiere
della Sicilia, che di continuo infestavan quei ma-
ri, anche Perdine cavalleresco di s. Stefano, isti-
tuito da Cosimo I, per far la guerra ai barbare-
schi e per allontanare i corsari dal Mediterraneo,
intlui non poco ad interrompere ogni commercia-
le relazione con il LevaDte,ed in specie quella di
Costantinopoli (io). Si rivolse perciò il granduca
al con»ni'ucio d'Alessandria dove essendosi stabi-
lite più case di tìorentini. non fu difficile di at-
tirarne a Livorno le mercanzie (ii).
g. 7. Sopraggiunta di poi nel i58o la guerra
del Portogallo, soffrì tutto il commercio uifalte-
razione notabile, la quale in Toscana fu più sen-
sibile che altrove. Insorsero da ogni parte pirati
francesi, inglesi,portoghesi e olandesi a disturbare
il commercio di Portogallo e quello di Spagna,
e ciò produsse una concatenazione di fallimenti
che poser lutti in costernazione. Il granduca non
conobbe la causa princi()ale di questi fallimenti,
e credutili fraudolenti promulgò leggi severissi-
me contro i falliti che sospettavansi dolosi. Gran-
de fu lo sbigottimento che si sparse perciò nei
uiercanti, ai quali troppo duro sembrava il dover
giustificare in carcere la propria miseria^ e fu in
questa occasione che molli abbandonarono le
piazze del granducato , e trasfcrironsi coi loro
negozi sotto un cielo più mite. Successe a tutti
questi mali una serie di altre disavventure, non
men fatali alla mercatura, e fra esse fu assai no-
tabile Tallerazione dulie monete accaduta in tutte
le zecche d'[lalia, proveniente da quella fatta ii^
748 COSTUMI
Ispagna sopra ì reali. Conosciutosi poi dal gran-
duca questo male, sperò di rimediarvi col richia-
mare a Livorno la mercatura, e con invitare quivi
con ottimi trattamenti tutte le nazioni, e special-
mente gì' inglesi. La regina Elisabetta ringra-
ziò il granduca dei buoni ufficii che faceva alia
sua nazione, e tolse il dazio sopra gli allumi che
a Londra trafficavano i toscani. Imprese ancora il
granduca a trattare col re Filippo II nel iò^y lo
appalto del pepe di Portogallo, con due oggetti,
Tuno d"'attirare a Livorno Tintiero coriiniercio di
quel genere, Paltro di potere con questo mezzo
esser sodisfatto del credito dai tìorentini contrat-
to con esso re. Imperocché quando anche non
avesse avuto effetto la conclusione dell'appalto,
offeriva di prendere in pagamento notabile quan-
tità di tal mercanzia. Era sul concluderii questo
partito, allorché lo interruppe la morte, e restò ai
sucessore il pensiero di risarcire la cagione di
tante perdite (12).
g. 8. Il privato commercio del granduca co-
gli esteri e con i sudditi non mancò di essere una
delle principali sorgenti delle sue ricchezze. Egli
s'^interessava con facilità nelle compagnie mer-
cantili, negli appalti dello stato romano, e nel
traffico delle gioie. I galeoni ed altri legni di no-
leggio che si occupavano continuamente nei tra-
sporti, eran per esso di non indifferente profitto.
Teneva banchi di cambio in ogni città, e molti
negozi dello stato in qualunque genere andavano
per suo conto. Negoziava in derrate ed in seta,
proleggendone Tarte nello stalo.coirordinarvi la
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VII. ^^9
piantazione annuale dei gelsi: cosi a misura che
le manifatture di lana già introdotte per tutta
Europa perdevano di smercio e di credito, quella
di seta cresceva di stima. Tulli questi capi di pri-
mato commercio del principe, gravoso allo stato,
non meno che le imposizioni, im(»inguavano il
suo tesoro e lo ponevano io grado di poter fare
risaltare come principe quello che acquistato ave-
va come mercante.
g. 9. Tale fu sotto al granduca Francesco il
sistema economico del dominio fiorentino, dove
la mercatura decideva particolarmente della pro-
sperità o miseria degli ahitanti^ ma nello stato
di Siena, dove non era commercio, e dove i soli
prodotti dovean fare Punico oggetto delle premu-
re del governo e dei popoli, i disordini erano an-
che maggiori, e più difficile rendevasi ogni giorno
il rimedio per ripararli. Avea già preso piede nel
ministero tiorentino la massima, che Io slato di
Siena servir dovesse a quel di Firenze con Tavan-
zo dei suoi prodotti, e in conseguenza lui te le
determinazioni del principe e dei suoi ministri
tendevano ad operare in modo,che ogni vantaggio
ckjllo stalo di Siena ridondasse sempre in maggior
henelìzio di quel di Firenze. E siccome non po-
teva entrarvi altro denaro che per mezzo dei suoi
prodotti, qualunque vincolo che si opponesse alla
vendita dei medesimi impoveriva direltaraenle lo
stato. Il grantluca Cosimo I, sehhene procedendo
conquesto spirito (ogiiesye alla IVÌaremmà Pas-!
Sfilala liherlà delle traile, procurò nondimeno di
bilanciare i bisogni dello slato di Fireiue col be-
jlkl A' f 3 COSTUMI
npfìzio di quel di Siena, e le accordava lempora-
riamenle. Il granduca Francesco proseguì colio
slessso metodo, rua profillò di queste tratte con
raddoppiare la tassa, che prima era ad uno scudo
per moggio e ridurla a due. Grandi furono i la-
menti dei coltivatori, e ne successe uno scoraggì-
mento universale ed una diminuzione notabile
nelle semente. Il veder lascialo incolto tanto pae-
ke costringeva il principe ed i ministri a fare dei
provvedimenti per renderlo utile: fra «juesti il più
considerabile fu quello di alterare le proprietà.ed
obbligare le comunità ad alienare i loro beni ai
particolari. Si chiamarono dei coloni, si fabbri-
carono delle case, si tagliarono dei boschi^ si pian-
tarono vigne ed ulivi, ma gli abiianti del paese
ridendosi di questi sforzi dei forestieri. ìi presa-
givano per inutili ed anche pregiudicevoli (i3).
§. 10. Divise peraltro furono le opinioni de-
gli economisti toscani su questo punto. Preten-
devano i senesi che la provincia della Maremma
non potesse aver prodotti più utili che quello dei
bestiami e dei grdni,e in conseguenza non rimuo.
verla dalla sua naturale salvntichezza, ma aiutar-
la, colla libertà delle tratte, con privilegi e facili*
tà per gli abitatori: i fiorentini alP opposto per-
suasi della possibilità di ridurre quella provincia,
accusavano quegli abitatori come indolenti per
i loro vantaggi, e invidiosi del bene che ne sa-
rebbe resultato allo stato di Firenze. Pendente
la contrarietà di questi sentimenti, il fatto scio-
glieva invisibilmente la controversia, perchè ogni
sforzo riusciva inutile, vano ogni dispendio^, e
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VII. ^5l
alle premure e all'attività succedevano il languo-
re, e la decadenza (14).
g. II. Salilo Ferdinando i al trono toscano,
si mostrò contento di quanto fatto aveano i suoi
predecessori, perchè prosperasse lo stalo. Tutto
ciò che poteva accrescere la mercatura^ fertiliz-
zare le campagne, rendere al clima la salubrità,
promovere finduslria. ed invitare i popoli d'altre
nazioni a stabilirsi in Toscana, forma Poggetto
della più nobile legislazione di Ferdinando. Le
sue leggi corrispondono esattamente alle di lui
intraprese, fra le quali Taccrescìmento e popola-
zione di Livorno è quella che renderà immortale
in Toscana il suo nome. Le immense spese fatte
per ampliare il suo porto, e arricchirlo di fabbri-
che e di comodi, le industriose premure per at-
tirarvi degli abitatoli d'ogni nazione, e i soccorsi
somministrali ai medesimi per intraprendere la
mercatura, dimostrano la grandezz:; delPanimo
ed i talenti di questo principe. Si aggiunga a lut-
to ciò lo sforzo di una numerosa marina per eser-
citare e proteggere la mercatura, e allontanare
dalle coste i turchi e i corsari. Anziché da questi
ostacoli egli sapea ritrarre qualche protìtto pel suo
nuovo stabilimento, poiché oltre 1* utilità delle
prede inservienti a sostenere ed accrescere le ga-
lere delTordine di s. Stefano, procurava di atti-
rare a Livorno gli stessi corsari arricchiti delle
altrui spoglie. ÌNel febbraio del 1592. pubblicò una
b'gge. culla quale estese al ntaggior segno i van-
taggi di chi concorreva per abitare a Livorno ,
delermiuuudo vari privilegi pcr^oauli e icaii a
^5a -"T 31 e O S T U M 1
favore Jei nuovi non men che degli antichi abita-
tori del porlo (i5).
g. la. Ma frattanto i bei giorni sereni che per
la mercatura notammo nei tempi addietro in To-
scana, dovelter cedere a nuovi e diversi avveni-
menti. Dopo che per le varie rivoluzioni dell'Eu-
ropa le nazioni, come dicenimo, divennero com-
mercianti da sé medesime, si resero inutili gli
stabilimenti della Toscana. A Lione non si conta-
vano più rnercanli tìorentini, e tutti quei eh* era-
no sparsi per le piazze mercantili, per aver cono-
sciuta questa mutazione, avevano abbandonalo il
commercio per godersi dei loro prolilti tranquil-
lamente alla patria. Il granduca Ferdinando I li
aveva esorlati a questa risoluzione, e animandoli
alPagricollura sperava che avrebber riportato allo
stalo un vantaggio non indifferente. Ma siccome
restava sempre aperta nella Spagna una strada
facile per esercitare Tindustria, molti s'eran già
rivolti per quella parte. Sebbene la mala fede di
Filippo li avesse prodotto la rovina di molti mer-
canti, nondimeno il vantaggio dei partiti che si
offi ivano dai successori per avere im[»restiti, ri-
chiamò Tavidità di non pochi di essi (i6).
g. 1 3. È stato osservato che niun principe fu mai
più mercante del granduca Ferdinando I dei Medi-
ci, e nessuno mai quanto esso favorì e promosse
il conmiercio: non v* era impresa mercantile in
cui non prendesse interesse. La grande incetta
dei grani fatta in Inghilterra e nel Nord, e la ri-
vendila de'medesimi per tutta Italia nelle mag-
giori penurie.fu per esso uno sorgente iucompren-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VÙ. y^'^
sibile di profitti e di ricchezza. Quattro galeoni
erano in continuo esercizio di trasporto e ili no-
leggio per le coste di Spagna, ed il passaporto chii
avevano dell'Inghilterra e d'Olanda facea deside-
rare a chiunque di assicurare sopra i medesimi
le proprie merci. L'esercizio del cambio ed i ban-
chi, che sotto diversi nomi tenevansi aperti nell«
piazze principali d'Europa, accrescevano al gran-
duca i proiilli. Il commercio di contrabbando, che
sotto nome di olandesi ed^ingb^si esercitava con-
tinuamente in America, e la partecipazione che
ritraeva dalle loro piraterie contro gli spagnuoli
eran per esso un ampio prcdotto,senza di che non
avrebbe potuto certamente sostenere il grandio-
so dispendio e fopinione di ricchezza che lo di-
stingueva tra tutti i principi dell'Europa^ poiché
se si considerano i ragguardevoli imprestiti, le
imprese, le fabbriche, la marina, le dotazioni, le
leste, gli acquisti ed il lusso ordinario della pro-
pria corte, è (orza il concludere che i profitti della
mercatura supplissero dove mancavano le ordi-
narie rendite del granducato. E sebbene il teso-
ro del granduca Francesco, che il volgo asseriva
essere di sette milioni, potesse facilitare a Ferdi-
nando le grandi intraprese, nondimeno se si con-
siderano i gravi dispendi fatti in vila,ele ricchez-
ze che si trovarono alia sua morte, resulta eviden-
temente il profitto ragguardevole della merca-
tura (17).
§. 14. Colui che nel i6o5 stampò a Londra la
relazione della Toscana, [)arlando della merca-
tura e ricchezze di Ferdiuan'l0;asseri che la comu-
Si, Tose. Tom. 10. ^'i
^54 COSTUMI
ne opinione degli italiani e dei [)ropri sudditi Io
fiiceva ricco per venti milioni di scudi: il che se
tosse stato possibile, avrebbe in qu^i tempi ecce-
duto d'assai le forze delle altre potenze d''ltalia.
Questo particolar commercio di Ferdinando era
però vincolalo con quello dei sudditi, ch'egli pro-
curò sempre di promuovere con ogni maggiore
storio^ poiché dopo di aver con la legge degli 8
luglio i588 ristabilita con varie franchigie la iie-
ra di Pisa, tanto per le merci che pei cambi, a-
vervi richiamalo da diverse parti delle case di
mercanti, introdottevi arti e manifatture, accre-
sciute le fabbriche e i comodi della città per for-
marne unemporio,rapertura del porto di Livorno,
e il concorso di tutte le nazioni, aprì ai toscani
la strada di esercitare dappertutto la mercatura.
Le guerre civili di Francia ne avean totalmente
Yariato il giro interno d''Europa: i cambi che for-
mavano il principale oggetto del traflico dei fio-
rentini erano trasferiti per la maggior parte nelle
j)iazze mercantili sul mare . Quando Maria dei
Medici passò in Francia, non erano rimaste in
Lione che tre case di fiorentini, due delle quali
erano in alto di ritirarsi. L'amministrazione di
Sally, tendente ad escludere gii esteri dalla mer-
catura di Francia, fece emanare delle leggi che
aggravavano il dazio a qualunque mercanzia che
non fosse del regno: le tele d''oro,i drappi di seta,
e le rasce di Firenze non vi ebbero in conseguen-
za più smercio, e dovettero rivolgersi dalla parte
delia Spagna e delP Inghilterra. Se Sully fosse
stato meno abile e più ragionevole, secoadaudo
DEI TEMPI MEDICEI PARTE TU. ^55
le vedute di commercio suggeritegli da Ferdinan-
do, avrebbe potuto ristabilire in Francia la pro-
sperità,con aprire per terra la comunicazione delle
mercanzìe fra l'Inghilterra e Tltalia. Il granduca
gli avea proposto un trattato dì commercio, che
in quelle circostanze sarebbe stalo utilissimo per
ambedue. Avrebbe desiderato, che ferme stanti le
doppie gabelle imposte alle mercanzìe estere, si
eccettuassero quelle che da Livorno passavano
per ringhilterra^ dovean queste trasportarsi su i
vascelli del granduca fino ad àntibo, edi qui per
terra colP intiera franchigia fino a Cales. dove
formandosi un deposito di tutte le merci del Le-
vante e <ritalia, s'imponeva agli inglesi ed agli
abitanti del Nord la necessità di qui ricorrere per
provvedersi. Dalle merci condotte a Cales il re
avrebbe potuto ritirarne quel vantaggio che gli
convenisse, rendendosi Tarbitro di si importante
commercio^ il granduca formando a Livorno il
punto di riunione delle merci del Levante e d'*Ila-
lia, stabilito avrebbe Tallo emporio di comunica-
zione, ed accresciuto ai suoi sudditi il profitto dei
noleggi e delle assicurazioni. Sully intento solo
ad imporre ed esigere, non intendeva la merca-
tura, e la detestava come professione indegna del
suo ministero e della gloria del re (i8).
§. i5. Non si estinse per questo il commercio
dei fiorentini, ma esposto alle incertezze che seco
portano le guerre e le rivoluzioni, soifrì tutte le
vicende che son comuni a quelfesercizio-Le mani-
fatture in Firenze erano mantenute nello stesso
756 COSTUMI
grado di prosperità, a cui erano pervenute nei pas-
sali governi.Si contava cFie vi si fabbricasse annual-
mente per Ire mih'oni di scudi fra drappi di seta,
lete d'oro e d''argento e rasce che si smerciavano
in gran t)arle per Tlnghillerra direttamente e di
contrabbando in America. È certo che si spende-
vano ogni anno in Sicilia e nel regno di Napoli
Irecentomila scudi per comprar sete, e che Teslra-
zione di si ragguardevole somma mosse il gran-
duca a promovere con tanto impegno la propa-
gazione dei gelsi. I cambi apportavano ai fioren-
tini un profitto non inferiore a quello delle ma-
nifatture^ ma siccome in questo genere di merca-
tura, dove è maggiore il prodotto, è anche mag-
giore il pericolo, così allorché Filippo II con quel
decreto fatale, che lo dichiarava fallito, revocò le
assegnazioni fatte per sodisfare agli imprestiti,
produsse in Firenze la costernazione e sconcertò
aflatto la mercatura. Le case fiorentine vi falliro-
no per qualche milione, e tutti i mercanti dì Fi-
renze e di Pisa risentirono di questo male. Si
sparsero nel 1696 per la città dei libelli e delle
lamentazioni contro la mala fede del re, e Tarti-
fizio dei genovesi, i quali comunemente credevasl
che avessero contribuito in gran parte a questa
calamità. Il commercio cogli inglesi e con gli o-
landesi indennizzò la Toscana di queste perdite:
essi furono che insegnarono la mercatura di con-
trabbando in America, e ispirarono nei toscani
ardire d''intraprendere le lunghe navigazioni. La
segreta intelligenza del granduca colla regina E-
iisabetla e col conte Maurizio di JXazzau giovò
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VII. ^^y
non poco ad accrescere la buona corrispoiideuza
con queste nazioni (19).
g. 16. Molli fiorentini viaggiarono alle Indie
e in 4merica, trasportando in Toscana le più rare
produzioni di quelle contrade, e Francesco Car-
letti, che avea fatto il giro del globo,vi portò fuso
della cioccolata dal Messico. Questa più facile co-
municazione colle nazioni giovò a moltiplicare le
arti, e a perfezionar quelle che già vifrrano. Dove-
vasi al granduca Francesco Tintroduzione di molte
arti ignote in Toscana, delle quali alcune come
di lusso si lenevan celate pernierà vanità agli or-
chi del pubblico. Ferdinando, appena assunto al
trono., pensò nel i588 di riunirle tutte insieme
nella galleria, con oggetto che servissero an«'-he al
pubblico, e potessero propagarsi pel grand'icato.
Deputò per soprintendere alle medesime un sog-
getto di raro merito, al di cui buon gusto mollo
lieve la Toscana perii raffinamento delle belle arti,
e Firenze per il suo maggiore ornalo. Fu questi
Emilio de'Gavalieri gentiluomo romano, a cui fu
data la generale ispezione sopra tutti i gioiellieri,
intagliatori, tornitori, oriolai, cosmògrafi, orefici,
miniatori, giardinieri, distillatori, scultori, pittori,
artefici di porcellane e di cristalli, stipendiati dal-
la corte, eccettuandone però Pinsigne Gian Bolo-
gna, il gioielliere Giacomo Billivelt e Paolo Pa-
luzzelli romano, che dirigeva la musica. Si este-
sero le premure del Cavalieri a promuovere le arti
pel granducato, e si videro erigere in Pisa nuove
fabbriche*! nuove manifatture, invitando per ogni
parte gli artefici per eseguirle: prosperavano esse
^68 COSTUMI
talmente, che nel 1594 si credette in Toscana di
non aver più bisogno di manifatture estere (20).
J. ly. La sicurezza e la facilità nel commer-
cio avevano chiamato in Livorno una numerosa
popolazione da molte nazioni. Quel porto diven-
ne la patria di tutti, e il di lui commercio non fu
utile ai nazionali, se non tanto, quanto si asso-
ciavano cogli esteri. Qualunque però si fosse lo
evento, fu considerato vantaggioso pel granduca-
to Tavere un porto di tanto concorso, e non si
omesse diligenza veruna per attirarvi la popola-
zione ed i mercanti. Nelle guerre fra Tlnghilter-
ra e la Spagna il granduca Ferdinando I avea sa-
{)Uto attrarvi con certe condizioni molti corsari
inglesi, che ricchi delle prede già falle v'istitui-
rono la mercatura. Cosimo II seguitando le trac-
ce del padre ne raccolse molti più, non obbligan-
doli ad altre condizioni che di osservare le sue
leggi e non andare in corso contro i cristiani. Seb-
bene sussistessero ancora le fiere introdotte in
Pisa con tanta premura dal granduca Ferdinando
L nondimeno il commercio erasi tutto trasferito
a Livorno. I privilegi che si godevano in queste
due città per l'introduzione delle merci estranee,
facevano che si tenesse una barriera per impe-
dire la comunicazione ed il passaggio alla capi-
tale. La libera introduzione dei panni forestieri
in Pisa ed in Livorno fu sempre Toggetto delle
querele dei fiorentini, non meno che il corso del-
le galere. Il granduca Ferdinando II per quanto
fosse tenace conservatore degli stabilimenti dei
suoi antecessori, astretto dalle istanze del pub-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VII. 769
hlico, restò perplesso per secondarlo. Il passo più
difficile era quello di rendere inutile la sua ma-
rina, cli''egli avea messa nuovamente in vigore,
resa rispettabile e fatta temere in Levante. Nel
i632 esaminato questo punto co*suoi consiglieri,
comprese bene , che qualunque trattato di pace
egli avesse stabilito con i turchi, lo smercio dei
panni fiorentini non avrebbero profittato molto
in Levante, dove ormai altre nazioni si erano im-
padronite già della mercatura, ma credeva non-
dimeno espediente il dare al popolo che fremeva
qualche dimostrazione di compiacenza.
§. 18. Teneva ordinariamente il granduca ar-
mate sei galere e due galeazze, e questo arma-
mento importava ogni anno al suo erario duecen-
mila ducati. Le prede indennizzavano qualche vol-
ta una parte di questa somma; più per altro si
apprezzava il vantaggio di tener lontani i corsari
dalle proprie coste, e giovare ai vicini con tener
netto il IVIedilerraneo dai barbareschi (21). Ces-
sata per la morte di Ferdinando l la mercatura
privata della casa Medici, non cessò per questo
il fasto, non si riformarono le spese, che anzi
Cosimo II, ricco dei tesori del padre, costituì la
corte in un sistema più grandioso e magnifico dei
suoi antecessori. Le manifatture di lana, che da
prima facevano la ricchezza di Toscana,erano de-
cadute,mentre altrove fiorivano; l'Inghilterra po-
neva in opera le sue belle lane, e trasportava dap-
pertutto i suoi panni; lo slesso facevano la Spa-
gna, la Francia, POIanda, dopo averne perfezio-
nata lartC; la quale, benché nata in Italia, piul-
760 COSTUMI
tosto che farvi ulteriori progressi, pareva quasi
obliata. Fra quelle nazioni una lai manifattura era
nello stato del suo vigore, perrhè Pabbondante
prodotto delle lane, la facilità del commercio, e
Topportunità delle leggi la favorivano. In Tosra-
na languiva, perchè era in uno stato di violenza:
una nazione che perde il suo commercio al di
fuori, deve persuadersi che a proporzione di que-
sta perdita devono mancare ancora le arti che Io
sostenevano.
g. 19. I fiorentini benché convinti di non
essere più nazione commerciante, vollero soste-
nere nondimeno nella città questa manifattura
in proporzione maggiore di quello che lor con-
venisse, perchè formava la sussistenza di molti:
credevano che quelle leggi che T avevano fatta
fiorire quando grìnglesi e gli spagnuoli non sa-
pevano profittare delle lor lane, dovessero esser
opportune ed efficaci , mentre tutta Tltalia era
inondata dei loro panni. Perciò secondo le anti-
che massime si raddoppiarono i rigori delle proi-
bizioni di introdurre dei panni forestieri nel gran-
ducato, si posero in vigore le antiche cautele e
regolamenti tanto per fabbricare che per vendere
i panni, e si rinnovarono nel 1669 le odiose di-
slin^ioni tra città e contado, sulla qualità delle
lane da lavorarsi. I troppi vincoli che legavano la
manifattura in provincia,opprimevanorindustria5
le troppe leggi ed il soverchio furore la facevano
languire nella capitale: nel 1662, si corressero gli
errori della legge del 1669^ ma ciò non impedì
che quest' arte sostenuta per borsa decadesse,
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VII. 76 I
ancor da vantaggio. Poco diverse furono le circo-
stanze della manifattura di seta, la quale risi re Ita
da tanti vincoli , e avviluppala da tante cautele
languiva ad onta della celerità della sua per-
fezione. Le coltivazioni dei gelsi, che i granducbi
Francesco e Ferdinando I avean propagate con
tante leggi e con tante premure, non avean fatto
que' progressi che promettevano nel loro princi-
pio, ma nondimeno non era indifferente il van-
taggio che ne resultava, poiché nel 1610 la drap-
peria di Toscana fabbricavasi con i tre quarli di
seta estera, e nel j65o si era fabbricata per due
terzi con seta raccolta nel granducato. Con tuttd
ciò nel corso di 40 anni trovavasi diminuita non
poco la fabbricazione dei drappi, e molti mani-
fattori di sela, e molti lanaioli, mentre il com-
mercio ne resfava interrotto, erano a caricodello
stato. Dopo il i65o accrebbero inaspettatamente
le manifatture, e lo smercio per opera degringle-
si, e fu nel i65i che si proibì ai tessitori il por-
tar Parte fuori di stato sotto pena della vita, e con
poter essere impunemente ammazzati da qualsi-
voglia persona. Ma nel i663 riflettendo il parla-
mento alle proibizioni veglianli in Toscana con-
tro i panni ed altre manifatture d'Inghilterra, in-
terruppe con suo decreto il corso a questo genere
dì mercatura, in tempo appunto che appariva nel
maggior suo vigore (22).
§.20. \i tempi di Cosimo III tulio il commer-
cio della Toscana riducevasi unicamente alla città
di Livorno, dove le guerre del Mediterraneo e la
franchigia del porlo aveaiio attiralo li concorso di
762 COSTUMI
lutle le nazioni. I forestieri eran quelli f-he vJ
esercitavano il commercio per la maggior part^*,
ad onta di 4*^ capi d''imposizione che ne impedi-
vano i progressi. Ciò, piuttosto che incontrare il
favore e la prolezione del governo, risvegliò la
emulazione dei fiorentini, i quali indus9ero Co-
simo III a snervare quella piazza dalla mercatura
dei cambi per Venezia e Besanzone, con trasferirli
a Firenze per averne loro tutto il profitto. Questa
bizzarra legge del i683 somministra una giusta
idea delle massime allora dominanti e della scar-
sa cognizione che il granduca e i suoi ministri
avevano della pubblica economia. Sebben fosse
assai lieve la durata di questa legge,produsse non-
dimeno molli disordini che sconcertarono il com-
mercio di quella piazza. Tutto parea che contri-
buisse a rendere il regno di Cosimo IH memora-
bile per le calamità, e farlo il periodo della deca-
denza della Toscana (a3): non ostante che il dì
lui figlio Giovan Gastone facesse degli sforzi per
riattivare il commercio, pure alla di lui morte
non aveva molto progredito, essendo restato qua-
si nel grado che Taveva lasciato il suo genitore.
g. ai. Vedemmo già nelP epoca antecedente
quanto il denaro fosse necessario al commercio,
per cui molte città toscane battevano moneta.
Ora salito al trono Alessandro de'Medici I duca
di Toscana, tutte le città sottoposte a Firenze do-
vettero tralasciare di batterle, e servirsi di quelle
coniale nella capitale,giacchè essendo esse sotto-
poste, perduto aveano ogni potere e privilegio.
Solo Siena, ch'era ancora rimasta libera, segui-
DEI TEMPI MEDICEI PAETE TU. 76$
tava a battere e spendere la moneta (a) che usata
aveva nei tempi repubblicani, ma presa che fu da
Cosimo I, ancor essa dovette uniformarsi a spen-
der quella ch'egli avea promulgata pel resto del
granducato. Tre anni dopo che fu presa Firenze,
cioè nel i533, il senato fiorentino, ad imitazione
delle altre potenze d'Ilalia, coniò gli scudi d'oro,
che valevano lire sette e soldi quattro, colPanne
d''Alessandro de" Medici da una parte, ed una croce
con 4 anella ed epigrafe attorno dalia altra; in
commercio per altro era del valore di sette lire e
mezzo. Questa moneta valeva in costo quanto
Tallra detta fiorino d'oro, che noi dicemmo essere
alla fine della repubblica del valore di lire selle,
g. aa. Grande fu la varietà delle monete co-
niate sotto il governo de' Medici, ma noi ci li-
miteremo solo a trattar di quelle che son giunte
tino a noi, e riportarne alcune spettanti ad ogni
principe mediceo, le quali variarono in qualche
modo d impronta, ma il valore fu quasi sempre
lo stesso. Oltre al nominato scudo d'oro sotto il
regno del duca Alessandro fu coniato anche il
testone d' argento, chiamato di tre barili, cioè
tre paoli, o lire due, perchè la gabella del vino
eia allora di un paolo il barile. Esisteva pure una
simile moneta d'oro (b), colTepigrafe ALEXAN-
DER M. R. P. FLOKEN.DUX.ecol busto da una
parte, e dalPalIra l'epigrafe S. COSMUS S. DA-
MIANI US, e i due saliti in piedi prolettori di Ale»-'
(a) Ved. tav. LXXVI, N. 7.
Q)) Ved. Uv. XCIV, ^. 5.
^64 COSTUMI
Sandro, come Io erano di Cosimo Padre delln pa-
tria suo antenato (24). II giallo d'argento o sia
barile che valeva tredici soldi e quattro piccioli,
ed ii mezzo giulio del valore di soldi sei e piccioli
otto, furono coniati in tempo che regnava il du-
ca A^lessaudro.
§. a3. Cosimo I introdusse la piastra d'oro («),
del valore di lire settanladue, equivalenti a dieci
scudi d'oro, ove da una parte era il suo ritratto e
la leggenda COSMUS MED. MAGNUS DUX E-
1 Rl!RL4E,e dall'altra Timpronta di s-Giov.Batt.in
piedi e TepigrafeS. IO AM'ES BAPTIST A i5:u;
la mezza piastra d** oro di scudi cinque^ lo scudo
d'oro,ossia mezza doppia del valore di lire undici e
mezzu^ la piastra d"'argento del valore di lire sette
colla effige del sovrano, e colla figura intiera di s.
Giovan Batiiata in atto di predicare^ la mezza pia-
stra dilire tre e soldi dieci colla stessa impronta,
e lo stellino d'argento, così detto per esservi stata
improntata una stella dietro Teffige del principe,
il cui valore era di lire due e soldi tre. Questa
moneta servi per restituire ai genovesi una gros-
sa somma di denaro che il granduca avea chiesta
a cambio, ed il ricrescimento dei tre soldi più
del testone fu destinato a pagare il frutto che i
genovesi avean rigettato. Quella lira che ai tem-
pi repubblicani non era che ideale, ora sotto Co-
simo I divenne effettiva, poiché la fece coniare
colla di lui effige da una parte,e col giudizio uni-
versale dalPalfra, del valore di soldi venti. Fu-
(a) Ved. tav. CXL, N. 2., f w.^
DEI TEMPI Medicei parte vit. yGB
roti pure coniali sollo Cosimo I la crazia colla
impronta di s. Giovanni da una parte, e nel ro-
vescio lo stemma ducale, del valore di soldi uno
e otio piccioli* il soldo coirarme dei Medici e col-
la croce della religione di s. Stefano-, il quattri-
no con s. Giovanni Battista e collo stemma du-
cale, ed alcune volle con sigle^ il picciolo collo
stemma ducale, e colla testa di s. Giovanni Bat-
tista. Francesco I non coniò queste piccole mo-
nete, raa solo introdusse la doppia d'oro (a) col
suo ritratto e Tepigrafe FBANC.31ED. !VIàG.DUX
ETRURUE li i582. da una parte, e dalP altra
la Santissima Nunziata e la leggenda ECCE AR-
GILLA. DOMIÌNI, il cui valore era di lire ventitre.
g. 24- 1" "'^^ piastra d'oro del valore di scudi 5
d-'oro colla leggenda FERDIN.INDUS >IED. MÀG.
DUX E rBlJRl\E III (b) vie rappresentato Ferdi-
nando I colTabito di ferro da una parte, e dalPaltra
FIUUS MEUS DILECTUS ioga colla impronta
di s. Giov. Battista in piedi, che battezza Gesù Cri-
sto. Fu battuta questa moneta sopra al conio del-
la piastra d'argento, com'era stato fatto da' suoi
antecessori. Sotto il governo di questo principe
furonconiate non soltanto le crazie, soldi e quat-
trini giunti fino a noi con alcune variazioni di{
impronta, raa fu introdotta la moneta chiamata
tollero, coH'inipronta del granduca nella parie
antica, nella postica Parme medicea, e valeva lire
sei. Fu ancora da Cosimo II fatta battere la pia-
ta) Vcd. tav. XCIV, N. 4.
Ih) Ved. tav. CXL, N. 3. // J 'fu .J»>f . ,
St. 2'osc. Tom, 10. ^5
^66 •^' COSTUMI
strd d''oro (a), serveatlosi del conio di quella dì
argento. Nel rovescio v'era firaproiila di Gesù
Cristo che riceve il battesimo da s. Giov. Battista
coirepigrafeFILIUSMEUSDlLECTLlS i6io;e nel
dritto si vede Cosimo II vestito di ferro e l'iscri-
zione COSMUS II MAGN. DUX E TRURIAE IIII.
Mentre imperava questo principe si vide per la
prima volta in Toscana coniato il testone colla
iscrizione scolpita nella grossezza del medesimo,
e composta delle seguenti parole HAS NISI PE-
RITURAS MIHI ADIiMAT KEMO. La piastra
d'argento da me riportata alla Tav. XCIII num.
4, porta 1 epigrafe FERDINAND. II MAGN. DUX.
ETRIIRIAE ed il busto di Ferdinando nella parte
anteriore, e nelP esergo si legge S. IOANNES
BAPTISTA i6a3, colla di lui immagine in atto di
predicare. Per ordine di Ferdinando II fu battuta
una moneta detta pezza delia rosa coll'impron-
la di due piante di rose da una parte, e collo
slemma mediceo dall'altra del vi/lore di lire cin-
que e soldi quindici: fu pur coniata la mezza lira
che valeva soldi dieci.
g. a5. Cosimo III, oltre la piastra d'argento
simile a quella dei suoi antecessori, ov'era il di
lui ritratto (^), col vestito di ferro da una parte e
s. Giovanni Battista che battezza Gesù Cristo dal-
l'altra, colle leggende C0S3IUS III D. G. MAGN.
DUXETRURIAE VI 1677 e FILIUS MEUS DI-
LECTUS, fece 'coniare per comodo dei cambi
(a) Ved. tav. CXL, N. 4.
ih) Ved. tav. LXXXI, N. 5.
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VII. 767
e della mercatura Io zecchino gigliato, o sia fio-
rino d'oro (a) da tre zecchini, che valeva lire
quaranta. L'^epigrafe di questa moneta nella parie
antica è COSMUS III D. G. M. DUX ETRIT-
RI\E col giglio arme di Firenze, e nella postica
la leggenda S. lOA^Ì^NES BAPTIST A. 1719 col
santo sedente. Fu sotto Cosimo III coniato il
mezzo grosso con s. Giovanni Battista e la croce;
la mezza crazia col giglio, colle due sigle IVI. C
colla cifra ^G e colla corona reale, ed il duetto
col mediceo stemma e colla croce. Giovan Gastone
ultimo granduca di Toscana della famiglia medi-
cea non fece che seguire i suoi antecessori nel
batter moneta . Io riporlo il tollero (b) col di
lui ritratto, e la leggenda I04N. GAST.l. D. G.
MAGN. DUXETRURIAE VII 1726 da una^par^e
e la iscrizione ET PATET ETFAVET FIDES
colla veduta delPingresso della fortezza vecchia
di Livorno dalPaltra: subito che incominciò a re-
gnare Giovan Gastone fece battere questa mone-
ta d'argento (aS).
(a) Ved. tav. LXXVII, N. 10.*
(6) Ved. tav. CXL^ N. 5.
NOTE
(1) ijallazzi, Storia del Granducato di Toscana, voi.
I, lib. I, cap. IX. (2) Ivi. (3) Ferrini , Compendio Hi
•tona della Toscana, ep. v, J. 18. (4) Cantini^ Vita
768 COSTUMI
di Cosimo de'Medici primo granduca dì Toscana, p*
336. (5) Galluzzi cil. (6) Cantini cit. p. ZIO. (1) Ivi.
(8) Adriani, Storia dei suoi tempi, voi. vi, Hb. xvii,
cap. I. (9) Galluzzi cit. (10) RidolG e Tartini, Noti-
zie e guida di Firenze, cap. ni. (11 ) Galluzzi citato.
(12) Ivi. (13) Ivi, lib. IV, cap. x. (14) Ivi. (15) Ivi,
lib. V, cap. XIII. (16) Ivi. (i:)Ivi. (18) Ivi. (19) Ivi.
(20) Ivi. (21) Ivi, lib. VI, cap. xi. (22) Ivi, lib. vìi,
cap. IX. (23) Ivi , cap, v. (24) Orsini , Storia delle
monete dei granduchi di Toscana della casa Medici^
tav. I, jnum. 3. (25) Orsini cit. e Giarrè, Aritmeti-
ca teorico-pratica , tom. iii, voi. u, p. 186-195.
DEI TEMPI MEDICEI 769
PARTE OTTAVA
ARTI
g. i.V^uando Cosimo I de'Medici salì al Irono
della Toscana, le belle arti si trovarono disperse
e sbandate per le sofferte calamità di questo sta-
to^ ma per altro non era affatto estinto nella pa-
tria di >IicheIangiolo il genio cbe egli nveale i-
spiraf o,se non che oppressi gfingegni dalle comuni
disavventure languivano, aspettando con impa-
zienza chi avesse animo di sollevarle. Trovaron
per altro nel nuovo loro sovrano un appoggio dove
sostenersi , imperocché tino dai primi anni del
%uo gov<'rno favorì e protesse le belle arti, ed
emulando la gloria dei suoi antenati, si compia-
ceva dell'opera dei più valenti artefici, che subito'*
procurò d'impiegare per Pomato dei suoi palaz-
zi. Al Tribolo architetto e scultore fu data h
direzione della fabbrica e delizie della villa di Ca-
stello. Avrebbe il duca desiderato di potere ot-
tenere il ritorno di IVIichelangioIo da Roma a Fi-
renze, ma la fabbrica di s. Pietro da lui diretta
e le premure 4j Paolo HI glie lo impedirono; ciò
non ostante Cosimo tornò a far premure ri <|uello
G5*
yyo COSTUMI
esimio artefice, perchè impalriasse , offrendogli
cariche, onori e ricompense senza limiti, ma tutto
fu vano. Coetaneo di lìlichelangiolo fu Baccio di
Agnolo, il quale fra le commissioni ricevute dai
particolari facoltosi e suoi concittadini ebbe quel-
la di edificare un palazzo sulla piazza di s. Gae-
tano che io riporto (a), oggi spettante al Priore
Antiuori. Dietro le disposizioni del duca Cosimo
s'intraprese nel i546 la fabbrica della loggia dei
mercanti in Mercato nuovo col disegno di Ber-
nardo Tozzo. Nel tempo slesso fu proseguita Tin-
terrolta fabbrica della libreria di s. Lorenzo inco-
minciata già da Clemente VII, ampliata la villa
del Poggio a Calano, e furono fabbricati parchi,
Y/ali, acquidotli, fontane, e quanto altro accre-
scer ne poteva le delizie. Avendo poi Cosimo com-
prato da Benetlo Pitti il suo palazzo (^), che ri-
tiene tutl''ora il nome di quella famiglia, edificato
con molla magnificenza da Luca Pitti, quivi de-
terminò di trasferire la sua residenza, e decorarla
non solo colla magnificenza dell'editìzio, ma con
l'eleganza ancora degli ornali (i).
g. a. A tal efl'etto fino dal i549 pose mano, il
duca a formarvi l'impianto del più grande giardino
che allora si conoscesse fra le mura di una città.
Hel !55o già si facevano le fosse per piantarvi
lecci , allori, cipressi, lentischi ed altre piante
indigene perennemente verdeggianti, prevedendo
che se non perdevano la foglia nelPinverno, a-
(a) Ved. tav. CXLI, N. 1.
(b) Ved. tav. CV, N. T.
DEI TEMPI MEDICEI PARTE vili. 771
Trebberò mostrato Taspetlo di una primavera per-
petua. Due furono gli arcbitelli cb** ebbero parto
airinconiinciamenlodi esso. ?Ìiccolò Braccini det-
to il Tribolo che ne fece lo spartimenlo (a), mor-
to il quale gli succedette neirincarico Bernardo
Piuonlalenli (3). Nella esecuzione ebbero in animo
questi valenTuoraini di procurare al monarca un
delizioso e magnifico spazio, che isolasse il pa-
lazzo da ogni altra fabbrica, per lo che si atter-
rarono le case ed i borghi per tulio il suolo ch'era
da occuparsi pel giardino. Destinarono quindi la
pendice ch'è di prospetto a questa reggia a far di
se splendida mostra e spettacolosa al suo signore.
A tal' effetto, olire vari abbellimenli vi costrui-
rono quel recinto, che ora dicesi Tanfiteatro, reo-
dendo con quest'annesso più vasta la fabbrica del
palazzo, quasi ne fosse una continuazione, men-
tre dà al giardino un maestoso principio. Nò que-
sto edilizio è di semplice mostra, ma d''uso anco-
ra a dar feste e spettacoli, come vi si videro in
varie occasioni (4) . ^'>^.-> a
§. 3. Il Vasari ebbe gran nome fra gli architet-
ti che operavano per ordine di Cosimo I, avendo
ottenuto da si magnanimo principe Toidine di
rimodernare e magnificamente am[)liare quella
parte del palazzo vecchio (a) che volta verso la
piazza del Granduca. È opera del Vasari anche la
gran sala di esso^ lavoro veramente maestoso ed
ammirabile: è pur suo disegno il inaguifico fab-
(fl) Vcd. lav. CJ^VI, N. 5.
yyn COSTUMI
bricato detto degli Uffizi (a)^ dove non'soìó i ma-
gistrati tutti dì Firenze coi loro ministri ciascu-
no nelle proprie stanze e quartieri dovea risie-
dere, ma lo stesso sovrano vi doveva aver luogo,
venendoci dal suo palazzo de'Pitti per un corri-
dore che misura mezzo miglio, congiungendo così
i due palazzi reali. Col disegno parimente del Va-
sari furon fatti in Pisa la chiesa e I palazzo dei
cavalieri di s. Stefano (^)^il loggiato simile a quel
degli Uffizi di Firenze ch'esiste nella piazza gran-
de di Arezzo (5)*, finalmente nella maggior parte
delle cose appartenenti al disegno ordinate da
Cosimo 1 vi si vede impiegata l'opera del Vasa-
ri (6). Il suo migliore edifizio è quello peraltro
degli Uffizi or accennalo, per quanto sembri un
poco troppo grave negli ornati e modanature: es-
so ebbe principio nel i56o, ma con grandissimo
danno di molti artigiani e cittadini che vi aveva-
no belle case e botteghe, poiché ne gettarono a
terra 3oo con mormorio di tutti (7). Il Milizia lo
addebita di non esser penetralo nel bello delPar-
chiteltura (8).
g. 4« L'Ammannato fu pure ingegnere del prin-
cipe, e per di lui ordine terminò il palazzo dei
Pitti, e dette il disegno del cortile (e) a tre ordi-
ni di logge con colonne doriche, ioniche e corin-
tie^ ma esse colonne sono incrostate nel muro
per la metà del loro diametro, e quel ch'è men
(a) Ved. tav. CXLIII, N. 1.
(6) Ivi, N, 2.
(e) Ved. tav. CXLIV, N. 1.
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vtll. 77S
lodevole son bugnale. Nel fondo del cortile vi co-
struì una grotta magnifica di figura ovale, che io
descrissi minutamente nella guida del palazzo Pit«
ti. Il palazzo ducale di Lucca (a),che prima serviva
alla residenza della Signoria.fu ideato nel 1578 da
questo celebre artista, e fu da esso condotto dal
portico verso mezzogiorno fino a tutto il portone
che serve ora d'ingresso, il resto sulla piazza ed
il fianco dal lato del settentrione furon fatti nel
1729 e anni successivi da un certo Francesco Pi*
ni patrizio lucchese, il quale tenne dietro in ciò,
sebbene con qualche variazione, al disegno del-
l^Ammannato (9}. Lachiesa e convento di s. Gio-
Tannino di Firenze edificati furono nel 1679 ^^^
disegno dello stesso Ammannato. La facciata della
chiesa che io qui mostro (b) è di pietra regolare
e viene mollo stimata^ farchitettura dell'inferno
del tempio è d*'ordine ionico ( 1 o). Il suo ponte a s*
Trinità {e) passa pel più bello deirarchiletlura
moderna pel suo ardire e per la sua h^ggerez-
ea ( 1 1). Vi fu in quel tempo anche il Buoutalenti
rinomato architetto che servì alla corte dei gran-
duchi Cosimo, Francesco a Ferdinando. Il di lui
gusto nelfarchitettura può dirsi fiorentino, al-
men di quei tempi: grandiosilà nel tulio insie-
me e piccolezza capricciosa nei dettagli dove si
•fogo a sazietà, ma non si lasciò mai trasportare al
barocco borrominesco, talché i suoi capricci soa :
1
(a) Ved. tav. CV, N. 2.
(b) Ved. tav. CXU, N. 2.
(e) Ved. lav. CXUV, N. 2.
774 COSTUMI
per rocchio del volgo graziosi ornamenti. Le sue
opere son molte in Firenze: il palazzo delle RR.
guardie nobili dello il casino, ed altri palazzi in
via larga ed altrove: la R. Gallerìa e varie fabbri-
che in Siena ed in Pisa e la facciala della chiesa
di s. Trinità: operò pure per le ville ducali^ e nel
l*4mbrogiana che io riporto (a) si può credere
eh"' egli vi avesse mano, se giudicar se ne de-
ve dalla maniera degli ornati che rabbelliscono
esternamente ed internamente. Questo palazzo
fu edificalo per la massima parte da Ferdinando
I ad uso di villa pei sovrani di Toscana (la). In
architettura militare il Buontalenti fece in Firen-
ze la fortezza di Belvedere, nell'isola dell'Elba
Portoferraio ed altre fortificazioni a Livorno, a
Pisa, a Grosseto, a Prato (i3), a Pistoia (i4) ed
altrove. La fortezza o castello s. Giovanni in Sie-
na composta di quattro bastioni con entro due
caserme e chiesa dedicata a s. Barbera,fu costrui-
ta nel i56i per ordine di Cosimo I (i5).
g. 5. Per architettura civile non spregevole
artista fu Gherardo Silvani, il quale architettò in
Firenze il palazzo Capponi in Via larga, il palaz-
zo Marucelli ed il palazzo Riccardi in Gualfonda,
ch^è degno d'essere abitato da un monarca ; la
villa delle Falle a Pistoia, e il palazzo Inghirami a
Volterra. IVIa i suoi più bei monumenti sono la
facciata del palazzo Gianfigliazzi e la chiesa di s.
Francesco di Paola fuori di Firenze.! capricci pe-
raltro in architettura, ancorché solamente usati
(a) Ved. lav. CXUI, N, 2.
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. ^7^
dal Buontalenti,furono per la scuola fiorentina un
male contagioso che dilatandosi divenne più fiero.
g. 6. Di questo morbo fu infettato Giovanni
de'Medici famigerato guerriero, ed appassionato
architetto, come lo dimostra la cappella grande
eretta dielro al coro della basilica di s. Lorenzo,
la quale per ordine di Ferdinando I fu disegnala
dal preiodato Giovanni de'Dledici, e quindi fab-
bricata sotto la direzione di Matteo Nigetti archi-
tetto fiorentino. Con quanta generosità, squisi-
tezza e preziosilà di materia fosse cominciata
questa gran cappella fino dal i6o4 e poi sempre
continuala, ben lo fa ella stessa vedere a chiun-
que si porta ad ammirarla, tr(»vandola tutta incro-
stata di pietre dure e marmi preziosissimi, non
senza gran quantità di gemme e di bronzi dorati.
E peraltro assai dispiacente il vedere tanta profu-
sione di lusso nei malerìali, e si poco gusto nelle
archiletloniche forme che hanno molto del Irito e
capriccioso. L'occasione per cui principiossi que-
sta cappella è il tanto decantato desiderio di Fer-
dinando I di collocarvi il santo sepolcro di Gesù
Crislo. Fu fallo questo lavoro con gran calore per
tutto il regno del principe, ma poscia si rafi'red-
dò, e rimase in quello stato in cui lo vediamo. Le
spese fatte per questa R. cappella ascendevano a
tutio l'anno 1722 a due milioni e settecentomila
scudi, e secondo le fatte perizie vi vuole più d'un
loihoue pel suo totale compimento (16).
g. 7. Di gusto non molto diverso da quel dei
menlovatì architetti moslrossi Pietro da Cortona,
che iu qualità d'iugegueie esegui varie fabbriche
576 COSTUMI
per comando di Ferdinando II. Una conferma del
gusto per troppi ornamenti archiletl onici pesante
e guasto Tabbiamo neiredilizio della chiesa di s.
Gaetano, della quale riporto la facciata (a), dove
i poco fa ricordati artisti bigetti e Medici v'ebbe-
ro mano nel 1604. Oltre a costoro presedè a quel-
la fabbrica, senza variare il disegno, il nominato
Gherardo Silvani, prima solo, poi colTaiulo di
Pier Francesco suo figlio, ma non sappiamo che
questi due ultimi architetti ritenessero le redini
al capriccio che vi sfoggiava in modo eminente^
e rendeva pesante tutto Pornato, per cui venne
a costare centoventimila scudi^ spesa che quasi
tutta fu appoggiata al cardinal decano Giovan
Carlo de'Medici, onde si dice che in adempimen-
to di qualche suo voto facesse fare questa fab-
brica (17).
g. 8. D'allora in poi, eccettuatigli acquidolli
di Pisa edificati da Ferdinando I, e terminati da
Cosimo II suo figlio, non ebbero i Medici altre
occasioni d'inalzare cospicui editìzi, dimodoché
r architettura restò stazionaria per non essere
esercitata che in palazzi non magnifici di privatijin
chiese di provincia ed in case di poco conto. Fra
questi edifizi primeggiano i palazzi Gorì, e Ciaia
di Siena colTinsigne collegiata detta' la iMadonna
di Proyenzano ch'io riporto (Z>). Questa chiesa edi-
ficata nel 1694 ha la facciata di libero stile, d'or-
dine corintio il piano inferiore, e composito il
(a) Ved. tav. CXLT, N. 1 .
ib) Ved. tav. GXLV, N. 1.
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VlU, 777
superiore.. L''esterno di essa è svelto e di nobile
«lateria costrutto; rinterno ornato di grave corin-
tio ha soltanto di grazioso Ja cupola oltaxigolaredi
libero disegno ancor essa, perchè d'ordine ionico
pilastrata sopra il corintio ( i8). Di maggior sem-
plicità è la chiesa di S. Maria INuova delta del
Calcinaio (a) nei suburbi di Cortona, edifizio
al quale per eleganza e pregio archilellonico ce-
dono tutti gli altri cortonesi> Tra le fabbriche di
quella città è da ammirarsi la rocca nel [lunto il
più eminente del poggio, ricostruita nnlptjccasio-
ne della guerra di Siena (19): fabbrica che per la
sua vastità ed aspetto ricorda a chi si introduce
nelle di lei carceri i supplici che si facevano soflrire
agli individui ch'erano rei o tali creduti di qualche
delitto, mentre si vedono (utt^ora degli anelloni
di ferro sospesi sulle volte per mezzo dei qua-
li davansi dei tratti di corda o altri tormenti a
quei miseri nei tempi bassi. A.ssorbita dalle vo-
ragini dette le balze l'antica chiesa di s. Giusto
presso Volterra, col disegno doirarchitetlo Gio-
vanni Coccapani, eseguito dal suo allievo Ludo-
vico Incontri di Volterra, fu nel 1627 colle obla-
zioni e colle opere dei fedeli incominciata la fab-
brica di questo maestoso tempio dedicato a'^santi
Giusto e Clemente, ed il vescovo d'Arezzo Bernar-
do Inghirami vi ()ose la prima pietra, ed il vescovo
di Volterra Alessandro Galletti uè fece la consa-
crazione nel giugno del 17/5. (ììo) E grave dan-
no che la sua facciata esteriore sia lutt'ora incom-
(a) Ved. lav. CXLV, N. 2.
Si. Tose. Tom. 10. 66
77^ COSTUMI
pietà e rustica, come si mostrano alcune delle mi-
gliori chiese di Firenze, non esclusa la cattedrale.
L'interno è magnilìco per le sue proporzioni, beri
decorato di pietrame, senza che questo ne renda
pesante la parie ornativa . La di lei forma è a
croce latina, ed è assai svelta, come esser soglio-
no quelle basiliche edificate intorno ai tempi lon-
gobardici. Il p. prof. Giovanni Fnghirami mio fra-
tello Tanno 1809 delineò in questa chiesa la se-
zione del meridiano con tutta la conosciuta sua
esattezza.
g. 9. Un altro tempio di non minore bellezza,
e fatto con pie oblazioni è la chiesa della Madon-
na detta di s. Biagio nel suburbio di Montepul-
ciano. Questa fu la miglior opera delTarchitetto
Antonio fratello di Giuliano da S. Gallo, che ne
fece il disegno soHo il pontificalo di Leone X, e
che fu poi il direttore della fabbrica da esso due
volte Tanno visitala. Questo tempio tutto di tra-
vertino lavoralo ebbe principio nel i5i8 e termi-
nato e consacrato nel i^òy. Antonio da s. Gallo
non ebbe di questo tempio lavoro che meglio po-
tesse far conoscere la sua abilità^ né editìzio ar-
chitettonico, dice il eh. Repetli, gli si polrebbe
porre a confronto, se non il tempio della Madon-
na delle Carceri a Prato, opera sublime del suo
fratello Giuliano (ai), sebbene a mio giudizio
quella di s. Biagio resti alquanto pesante.
g. 10. Grande era in Toscana la copia degli
scultori che meritarono distinzione, ed ai quali
erano commessi grandiosi lavori, e per quanti
ne abbiamo nell'altra epoca numerati di volo, e
DEI TEMPI MEDICEI PIRTE vili. 779
coetanei e successoridi IVIichelangiolo, ci rimrine
ancora a parlare di Benvenuto Gellini, di Vin-
cenzo Danti, di Bartolommeo Aniraannati, e di
Giovan Bologna, i quali furono tra i primi e più
grandi ingegni del secolo, oltre quegli altri che
formano la numerosa turba degli artisti minori.
Il Gellini può essere segnalato per un doppio
e distinto oggetto di utilità e progresso nelle
arti, giacché oltre le sue opere preziose di scultura
e di oritìcerìa, egli ci ha lasciati diversi scritti,
parte riguardanti le memorie della sua vita,eccel-
lenti per la storia dell'arte, e parte opportuni per
le teorie dell'orefice e dello scultore, esposti
in due trattali. INon potranno mai dolersi abba-
stanza le arti toscane che l'ingegno di molli uo-
mini, specialmente nel 5oo si esercitasse in lavori
di preziose materie che perirono per bisogno, per
avarizia, o per ignoranza di quei che li possede-
vano. Le opere presso che tutte di Benvenuto Gel-
lini possonsi dire mancate pel cumulo infelice
di queste cause. Poco più ci rimane di lui nella
Toscana, che la bella statua del Perseo in bronzo
esistente sotto le logge dei Lanzi a Firenze (a), la
quale statua, quantunque racchiuda molte bellez-
ze di disegno e di esecuzione, nulla ostante per
le forme date al Perseo, non corrisponde per in-
tiero a quell'idea che si formarono gli antichi de-
gli eroi divinizzati e del carattere di questo per-
sonaggio, che sembra dover essere un poco più
apollineo, e meno erculeo di questo. Ma la pom-
(a) Ved. tav. CXLVI, N. 1.
780 COSTUMI
pa dominante nella scuola toscana della scien7.a
anatomica, colla quale il gran corifeo di questa
scuola, che lutti si proposero a modello, eccita-
la a disfida tul tigli artisti, conduceva facilmente
a questa esagerata maniera di muscoleggiare le
ligure, e d'imprimere cosi nelle opere di scultura
un carattere prevalente. Ciò che pose realmente
il Gellini nel primo grado fra gli orefici smalta-
tori, ed i lavoratori di medaglie e monete., fu il
gusto finissimo del comporre e disegnare in pic-
colo tali cose, che non potrebbero esser meglio
eseguite in gran dimenzione (•2.2).
g. II. Poco mi estendo a trattare di Vincenzo
Danti perchè perugino e non toscano , ma pur
lavorò molto in Toscana. Fu eccellente fonditore
e scultore men celebrato di quel che merita per
le opere sue, quantunque pochissime, e mori nel
fiore dell* età. Nato egli nel i53o, non potette
porsi nella scuola del Buonarroti, se non quando
quel sommo era in età avanzata. Nel salone di pa-
lazzo vecchio vedesi di Vincenzo Danti una vit-
toria che incatena l'inganno, giudicata di prima
bellezza per la morbida sua esecuzione e per la
sveltezza delle forme. Si scorge in quella statua
una ricercata vaghezza di atteggiai mento, qudsi-
chè a disegno si fosse quella figura collocata in
tal modo per far bella mostra delle parli del corpo,
e sporgendo il bel fianco, e mostrando il bel tor-
nito braccio, e ritirandocon vezzo studiato la de-
stra, ed il collo piegando con arte; quella statua di
donna quauluque bellissima, disvela lo studio ar-
tificioso dello scultore, siccome i muscoli in trop-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. 78 1
p"'azione fanno una pompa soverchia della scienza
anatomica dal Danti conosciuta a profondità.
g. 12. Nella media parte di questo secolo tiorì
Barlolommeo àramannato altro abilissimo scul-
tore liorentino che diffuse opere di suo scalpello
per tutta Italia, avendo avuta la fortuna di essere
stato adoprato in grandiosi monumenti di sepol-
cri, palazzi, fontane colossali che fecer passare
alla posterità il suo nome. Il Bandinelli educollo
in Firenze in quest'arte, e il Sansovino in Vene-
zia. Tra le tante sue scullure e bizzarre inven-
zioni di colossi e fontane, rammenterò qui la fi-
gura che rappresenta il monte Appennino alla R.
villa di Pratolino (a), la cui testa è praticabile
per molte persone. Anche nella piazza del gran-
duca vi si vede, di suo lavoro^ una bella fontana
liccbissima in bronzi, in mezzo della quale è so-
pra un carro, tratto da cavalli, la statua di Nettu-
no, fatto a concorrenza con Benvenuto Cellini,
Vincenzo Danti e Gio. Bologna, lavoro che toc-
cò in sorte a chi forse men degli altri avealo me-
ritato. IVIa la repubblica fiorentina non era più
imparzialmente garante del vero merito degli arti-
sti, e si erano dimenticate le forme per cui fu
aperto^ un secolo e mezzo prima di quest^epoca,il
rinomato concorso delle porte di s. Giovanni. Le
decisioni di Cosimo I sostituironsi alla opinione
generale, e dispensando favori e rendendosi ar-
bitro del talento, andava già preparando Panni-
chilameulo del gusto, e lasciavane funestissimi
,^m\a) Ved. inv. CXLV, N. 3.
66*
«Sa COSTUMI
esempi ai suoi successori. Dei qualtro modelli dei
concorrenti, ei non ne volle vedere che due, ed
anche prima di veder questi era nel suo animo
la prevenzione per quello delPAmmannato, sde-
gnando di onorare per tino di sua presenza quei
del Danti e del Bologna che forse aveva imma-
ginato il migliore. Il modo con cui è trattato il
marmo di quel colosso annunzia già lo slato di
prosperità in cui e^ano le arti per le pratiche ec-
cellenti, sicché Tesecuzione non ave a nulla da
aggiungere^ ma non corrisponde in quesf opera
la scienza del disegno e la nobiltà della invenzione
alle altre doti che vi campeggiano (aS). Frattanto si
andò molto declinando dallo studio delPantico, e
si credette che quello conducesse a troppa sempli-
cità, a minore effetto, e si andò introducendo una
certa maniera o metodo di modellare e scolpire,
pronto, vivace, ben composto, ma non spogliato
d''a(fettazione per cqrcare la grazia, non privo di
esagera/ione per dimostrare la scienza (i'4)'
g. i3. Le opere di Gio. Bologna son quelle
che tendono più delle altre di questo secolo a
dimostrare questa verità. Egli dotato di bellissi-
mo ingegno partissi dalle Fiandre OTe era nato, e
venne da giovinetto in Italia tratto dalla vaghez-
za di esercitare le arti, e sembrauflogli aver molto
veduto ed acquistato di cognizioni in Roma, ove
stette due anni, si trattenne poi a Firenze il re-
sto di una lunga vita, per cui non impropriamen-
te ha luogo tra gli artisti della Toscana. Quivi
egli t'ormò il suo gusto ed il suo stile sulle opere
moderne del Buonarroti, ed emulò il maggior nu-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. ^83
nierode''suoi contemporanei che in Toscana erano
moltissimi, i quali improvvisavano statue, grup-
pi, monumenti sepolcrali, fontane con una faci-
lità straordinaria. Noi non abbiamo dato indizio
in questi paragrafi che degli scultori toscani i
quali segnalaronsi maggiormente, moltissimi al-
tri non ostante se ne contano di questa primaria
classe , e senza nuiuero*, si tralasciano que'df^lla
seconda, i quali per altro non furon perduti di
vista dalla diligenza dei biografi. Esaminando il
gruppo della Sabina posto sotto le logge deXan-
zi sulla piazza del granduca in Firenze, nel quale
gruppo indarno cercherebbesi la greca sempli-
cità, ci si trovano moltissime bellezze di disegno,
ed una morbidezza di esecuzione infinita. L'ardire
di Gio. Bologna non fu per altro senza riuscita in
quel gruppo, tanto più ch''ei non ebbe un esempio
di statue di tutto tondo così raggruppale nelPanli-
chità,e riusci fare in ftiodo che la sua composizione
producesse aggradevole effetto da qualunque lato
fosse veduta. iVIa nonostante noi rammentiamo
di preferenza la famosa statua di bronzo del suo
Mercurio volante, che si conserva nella R. Galleria
girata in ?» diverse vedute, acciò si conosca come
quelPatteggiamentoè veramente mirabile ed oltre-
modo gentile (aS). Le sue tre figure che maggiori
del naturale furono da lui scolpile pel duomo di
Lucca son degne di lode, come pure è da lodarsi
la statua equestre in bronzo rappresentante Co-
simo l sulla piazza del Granduca. Prima però di
questo celebre scultore Tarle fusoria in tondo ri
lievo non era trascurata dagli artisti , mentre
^84 COSTUMI
oltre il nominato Benvenuto Cellini vi fu Daniele
Ricciarelli da Volterra mia patria, il quale oltre
Tesser un eccellente pittore era pur perito nella
scultura, ed in lavori in bronzo fuso, osservan-
dosi in Roma diversi monumenti della di lui abili-
tà (26). Mentre il Ricciarelli era in Roma, Miche-
langiolo di lui coetaneo fu invitato a Parigi per
gettarvi in bronzo la statua per Enrico II, ma
ricusò proponendo in sua vece Daniele. Questi
fuse in Roma nel i564 il cavallo in bronzo per
quel prìncipe, e vi riuscì egregiamente, e dopo
esser stato inalzato per molti anni nel palazzo
Rucellai di Roma, fu nel 1639 trasportato in Fran-
cia,e collocato sulla piazza reale servì poi per Lui-
gi XHI (27). Io lo riporto (a) onde il mio lettore
veda che anche nel genere di fusoria praticavano
quest'arte senza averla appresa da esteri maestri.
Si elevò su tutti i suoi contemporanei il Bolo-
gna singolarmente pel suo gusto di comporre con
eleganza i soggetti grandiosi delle fontane, come
può vedersi da ognuno in quella sua dei tre fiu-
mi nel giardino di Boboli (a8): opera ricchissima
di composizione e vaga d'ornato e di bellissime
f^ forme in tutte le figure che vi si vedono. Può
dirsi che i fasti di questo secolo terminassero ap-
punto colla statua del Centauro vinto da Ercole,
e può annoverarsi tra le più belle sue produzioni
la quale venne scoperta nel 1600. Troppo lungo
sarebbe il percorrere le infinite opere che questo
artefice condusse in bronzo ed in marmo.
(a) Ved. tav. CXLVI, N. 2.
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. ^SS
§. 14. Fra i più distinti allievi del Bologna
si riconosce quel Pietro Francavilla, che allevato
in [taiia e morto in Cambray lavorò lungamente
in Firenze unitamente al suo maestro. Egli scol-
piva in un tempo, in cui le meccaniche dell'arte
si erano rese a^li scultori fin anche troppo fami-
liari, e la sicurezza del merito per l'esecuzione
rallentava le cure che debbonsì alP invenzione.
L'affettazione teneva troppo sovente il luogo del-
la grazia, le sue figure son quasi sempre nianiera-
te. Le più diligenti opere del Francavilla che ve-
donsi a Firenze sono in santa Croce nella cap-
pella Niccolini (29). Allievo pure di Giovan Bo-
logna fu Pietro Tacca carrarese il quale emulò
il suo maestro nel fare il bel gru[)po degli Schia-
vi a Livorno (3o), ebbe uà tìglio chiamato Fer-
dinando che lavorò molto in Toscana, e fra le
sue opere più stimabili è la statua equestre rap-
presentante Feniinando I eh** esìste sulla piaz-
zia della SS. Nunziata di Firenze (ói). I pubblici
apparali e le sacre e profane funzioni erano in
Toscana sempre assistite da artisti ch'erano in
quel tempo in gran numero. Che poi non siansi
nominati Giovanni Caccini, Battista del Cavalie-
re, o sia Giovan Battista Lorenzi, Valerio Cioli,
Lorenzo Stoldi. il Mariani senese. Francesco Mo-
chi, Francesco Camiliani, ilLandini, Gio. Battista
Foggio!, Simone e Francesco Mosca, ciò non sa-
rà posto in conto di omissione, ma piuttosto a
risparmio di tempo a chi legge. Diremo per altro
in conto di storia dell'arte, che dopo Michelan-
giolo i metodi d istruaione per gli artisti venneio
^86 COSTUMI
talmente alterandosi che si deviò dal sentiero,
abbandonando affatto le tracce degli antichi mae-
stri. Gli scultori vollero imitare lo stile rigido e
fiero del Buonarroti, senza poter giungere alla ele-
vatezza de'suoi principii ed alla profondità della
sua scienza, e terminarono tutti perdendo ogni
merito di originalità, e restando grandemente in-
feriori al loro modello (3 a).
g. i5. INuila ridusse a peggior condizione la
arte della scultura, quanto il voler trattare nei
marmi soggetti convenienti a pennello, e com-
porre e panneggiare le figure nello sfesso modo
che convien di farlo al pittore^ la qual cosa alte-
rò tutti i principii dell'arte dello scarpello. Si ab-
bandonò rimilazione dell'antico, non si osservò
più la natura, e si composero i modelli affettati
e panneggiati grottescamente nella stessa forma,
tanto per i pittori che per gli scultori. La difficol-
tà cominciò ad applaudirsi, la meccanica esecuzio-
ne diventò uno dei primi requisiti di quest'arte.
Gli ornamenti, i gruppi, i trafori la industria del
trapano complicarono le moderne esecuzioni; e
non fu più permesso allo scultore di modellare
una piega semplicemente cadente. Questo è lo
stato che la scultura presenta nel XVII secolo.
L'occhio diventò aiTatto insensibile alle bellezze
vere dell'arte, e si dispose perfino a guardar la
natura, nel modo che veniagli allora dagli artisti
rappresentata (ìi3).
g. 16. Dopo che i primi e più valenti contem-
poranei o irailatori di Michelangiolo ebber pro-
dotte opere di non oscura fama, oltre a que'molti
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. 787
che a questa furono secondi, parvero illanguidir-
si e venir meno le opere dello scarpello^ e sicura-
mente cessò dall'essere in Toscana quella specie
di centro e di scuola che vi abbiamo riconosciuta
dai primi pisani fino a questi ultimi sovr'indicatf.
La religione, la sovranità ed i potenli non avendo
ormai più bisogno d^'iugra udirsi di quella magni-
ficenza di cui ormai ridondavasi, perciò la To-
scana più non ebbe ingegni grandi che la mante-
nessero in quel credito che le aveano sopra di
ogni altra nazione procurato le opere di scarpel-
lo (34). Fu anche in questo tempo Tultimo dei
celebrati fiesolani Pompeo Ferrucci che lavorò
presso che sempre in Roma, ove terminò i suoi
giorni nel tinire del pontificato di Paolo V, cono-
sciuto pe^suoj restauri di antichi monumenti , e
per le grandiose statue di esterna decorazione
in vari luoghi. Il Mochi per altro non imparò dal
Bernini a scolpire, ma da uno de'suoi predeces-
sori, ed ottenne grandi elogi nel suo tempo, giac-
ché pochissimo gusto si vede nelle opere sue,
alle quali studiò di dare ogni aspetto di novità, e
sorprendere almeno per quella. Due furono di tal
nome ed entrambi contemporanei : furon detti
dal Baldinucci fiorentini, ma eran piuttosto ori-
ginari di Montevarchi (35).
g. 17. Or non è da tacersi il portento che ci
mostrò lo scultore Giovanni Gonnelli,detto il cie-
co da Gambassi piccol castello di Toscana nel
territorio di Volterra. Costui divenne cieco in
Mantova, quando nel i63o i tedeschi dellero il
sacco a quella città condottivi da Carlo Gonzaga.
ySS COSTUMI
Avefa egli appresa V arte dallo scultore PleJro
Tacca, e vide coi propri occhi mirabilmente fi-
no alPelà di venti anni. Dopo la cecità sojirag-
giunta , non s' avvilì per questo , e continuò
ad operare non soIo,ma a far ritratti dal naturale
somiglianlissimi, come scrive il Baldinucci, che
lo aveva veduto operare in sua presenza (36).
g. i8. Parve che la Toscana si riposasse alla
ombra di quegli allori che in ogni materia d'*arte
avea mietuti nelle età precedenti: si continuò ad
operare, ma più per lusso d'interne decorazioni
di giardini e fontane, che per maestosi e pubblici
edifizi. Ferdinando II e Cosimo III ampliarono,
conservarono, protessero, ma non potettero egua-
gliare lo splendore e la grandezza d^gli avi loro,
giacché anche questa ha il suo confine^ e ciò che
una volla è eseguito non presenta più quellegran-
di occasioni che solo danno il potentissimo in-
citamento alle opere di genio. Certi angeli, ed il
ciborio di s. Spirito, che però risentono dello stile
manierato e bizzarro, sono i lavori di Agostino
Bugliardini. A questo medesimo ciborio lavorò
anche Gherardo Silvani, allievi entrambi di Gio-
vanni Caccini, e vedesi di esso Silvani la statua
del Tempo in Boboli (37). Le macchine per feste,
giardini, ingressi, catafalchi furono sempre ese-
guite suntuosamente in P'irenze. Se ne occupò
Antonio Novelli non inferiormente ai suoi pre-
decessori. Lavoravasi a quest'epoca il portìdo, e
quell'allievo di Andrea Ferrucci per nome Raf-
faello Curradi che scolpi molti marmi per le de-
corazioni de'Pitti e pel giardino di Boboli lavo-
DEI TEMPI Medicei parte viif. 789
rò in porfido il gran busto diGusiruo II, che v»*-
desi attualmente nella R. Galleria di Firenze (38).
L' esercizio di questo paziente meccanismo ->i
ritenne per lungo tempo come un segreto ira-
smesso da uno in un altro artista^ ma in vero,
dalla lentezza della esecuzione in poi, non sa ve-
dersi comesi potesse credere arcano il modo di la-
vorare il porfido, che senza interruzione s'è con-
tinuato a scolpire tìuo nei tempi delia maggior
decadenza dell'arte, come lo attestano le opere
dei tempi bassi e del medio evo (Sg).
g. 19. Le opere in Toscana, che più delle altr«
portano l'improula caratteristica del secolo, sono
quelle che uscirono dalla scuola dei Foggini. Gio.
Battista fu quegli che levò maggior fama, e co-
minciando i suoi studi in patria ricevette in Ro-
ma l'ultima mano da Ercole Ferrata. Quantunque
non si presentassero grandiose occasioni per uno
statuario, che non dedicavasi al genere adottalo
per gli ornamenti dei giardini, delle fontane, non
ostante ebb'egli la ventura di poter lavorare per
la ricca e magnifica cappella Corsini al Carmine,
ove quella [irincipesoa famiglia spese una rag-
guardevole somma nel collocarvi il corpo di s. An-
drea, rampollo di questa prosapia. Non daremo
qui che uno di questi saggi (a), nel quale si ve-
de il bassorilievo principale della cappella, figuran-
do una specie di rapimejito «lei santo verso i)
cielo per opera di vari angeli che hostengono le
nubi sulle quali egli riposa. H sentnuento dei
(0) Ved. tav. CXLVI| N. 3.
Su Tose, Tom, 10. 67
790 COSTUMI
veri conoscitori delT arte è così lontano que-
sto genere di scultura dal bello stile, che a stento
si trovò fra i buoni disegnatori chi si prestasse a
trarne il disegno , che qui presentasi come uà
«nello intermedio nella storia degli errori uma-
ni, ma frattanto il meccanismo dello scarpello
trovasi d'una maestrìa e d'una pastosità di carni
molto lodevole (40).
g. ao. Un altro campo alla gloria degli scar-
pelli fiorentini s'aprì in santa Croce, ove a con-
fronto di que'monumenli tanto eleganti che ab-
biamo esaminali più indietro, eretti in onore del
Marsuppini e di Leonardo Bruni , s'* inalzò una
memoria sepolcrale al divino Galileo. Lavoraro-
no tutti quei della scuola in questo infelicissimo
monumento, poiché il disegno fu di Giulio Fog-
gini, la quadratura di Anton Maria Fortini, il bu-
sto di Gio. Battista Foggini, l'astrouonomia di
Vincenzo Foggiai, e la geometrìa di Girolamo
Ticciati altro fra gli scultori ch'ebber grido in
questa scuola. La strana forma della cimasa, dei
cartelli e delFurna, non meno che Tatteggiamento
delle statue, le loro pieghe, le loro estiemità ci
dispensano dal venire a più partito di esame di
ciò che ognuno da se rileva si facilmente. Moltis-
simi allievi uscirono da questa cattiva scuola ,
come Giuseppe Piamontini fiorentino , Filippo
Valle, Anton Francesco Andreozzi , e parecchi
altri che riunironsi presso il Ferrata , e furono
prima condiscepoli del Foggini, terminando con
operare sotto di lui, come quello che aveva la
direzione dei più importanti lavori, e alloggialo
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VIIL 79 1
in palazzo ducale si riguardava come Io scultore
della corte. Ciò che notammo di difettoso nei
lavori dei secentisti, con chiara e sensibile evi-
denza si riconosce in tutte le produzioni delParte
ed in tulti i paesi ove gli artisti del seicento in-
trodussero, per meglio fare, la loro bizzarria, ed
intesero di correggere e modificare lo siile pove-
ro e freddo, confessi denominavano il puro ed
elegante modo degli antichi (4i).
g. ai. Stabilito in Toscana il trono mediceo,
quei che vi salirono par che apprezzassero meno
gli artisti, e specialmente gli intagliatori in pie-
tre preziose, che le geniali loro produzioni*, e men-
tre nelle epoche antecedenti notammo i nomi
onorabili d'intagliatori, in questa poi del gover-
no mediceo non si rammentano che raramente.
Ad eccezione di Benvenuto Cellini, il quale in
tal tempo intagliò sul cristallo di rocca (4a), e
Domenico di Polo che fecesi un nome colla in-
cisione del ritratto in pietra dura di Alessandro
de\>Iedici (4*i), nessun altro nome d'intagliatori
in pietre preziose venne fino a noi. Troviamo per
altro che il diaspro. Pagata, le gemme non ba-
stavano alla quantità dei lavori che si volevano,
e che il gusto elegantissimo del secolo esigeva
dall'industre artificio degli uomini. S'incomincia-
rono a lavorare con incredibile finezza e ad ar-
ricchire d'intagli i più singolari e pregiati uten-
sili, tazze, vasi, cassettìne, candelieri ed altri so-
tniglianti oggetti di cristalli di rocca (44)- Igran-
duchi acquistavano gli oggetti d^'arle di qualun-
que nazione essi ne fossero i frutti, senza dar
^^a. 'I COSTUMI
preferenza a quei de' loro sudditi: ne abbiamo
J'esernpio da ciò che segue.
g. aa. I milanesi giunsero in quest^epoca ad
esser celebri nelPItalìa perle opere di commesso
in pietre dure. Saputosi ciò dal granduca Fran-
cesco I, chiamò da Milano quattro artisti dei più
esperti in quel ricco lavoro, unitamente ad un ve-
neziano incisore di rubini, per introdurre questa
nobile manifattura fra noi, la qual divenne poi
un ramo di merito più che d''industria nazionale,
giacché per la ricchezza della materia e la lun-
ghezza del lavoro abbisognava , ed abbisognerà
sempre de'regi sussidi! (45). Questi elegantissimi
lavori di commesso unitamente agP intagli in pie-
tre dure ed in gemme facevansi nel casino me-
diceo vicino a s. Dfarco. centro allora d'ogni arte
e d' ogni studio nobile e liberale. In seguito lo
stesso granduca Francesco formò il pensiere lo-
devolisbimo di destinare la parte superiore della
grandiosa fabbrica degli Uffizi per la galleria o
raccolta di oggetti d'arte, che ne aveagran teso-
ro, adunati da Cosimo suo genitore e da altri suoi
antenati', e molle stanze di quelPedifizio furono
destinale ad eseguirvi i detti lavori di pietre du-
re e d*'intaglio in gemme ed altri lavori di tal fat^
ta, trasportativi dalPaccennato casino di s.Marco.
Il granduca Ferdinando Medici non fu men sol-
lecito di Francesco I a proleggere e sostenere
a proprie spese questo lavoro, e dicebi che la
arte del commesso in pietre dure per le cure di
quel magnanimo principe fu portata all'ultima
perfezione (46)^ e da ciò si desume che l'intaglio
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Tlll. 793
in gemme non dovette in modo alcuno deca-
dere, ma piuttosto mantenersi nel suo consueto
splendore. Ferdinando II fece continuare, ma
con miglior gusto, 1 lavori di commesso per la
r. galleria , e la magnifica cappella di san Lo-
renzo, come ne fa fede la famosa tavola ott^gona
ch*è in galleria. Questa magnifica tavola ha data
occasione al celebre Roubo di fare la seguente
riflessione. Y'è una specie di mosaico, chiamato
mosaico di Firenze, il quale è composto di pezzi di
pietre dure e pietre preziose che adopransi uon già
in piccoli dadi.come sì fa il mosaico ordinariamen-
te, ma in tutta la loro grandezza, secondo chcile
gradazioni dei loro colori e le forme delle cose
che debbono rappresentare possono permetterlo.
Questo lavoro di tarzio fu inventato a Firenze,
e la tavola otlagona della galleria fu fatta per
ordine del granduca Ferdinando IL I pezzi di
pietre dure e preziose che vi s'impiegarono son
tagliati con una piccola sega di rame senza denti,
ma con l'aiuto di smeriglio bagnato, (jua delle
difficoltà di questa specie di mosaico è di trovare
delle pietre, le cui degradazioni di tinte si accor-
dino coir originale obesi %uol copiare, ciò che
obbliga i lavoranti di questo conimesso ad avere
una infinità di pietre, tagliate di tutti i colori e de-
(;radazioni possibili, ad oggetto di scegliere fra i
.,|>ezzi quello che sembra loro il più adattato. Però
negli antichi lavori di couuuesso non entrano al-
.Iro che pietre dure^^cioèdi natura quarzose o vi-
trescenti, e solo in pezzi di campi assai grandi ser-
v(^i}^4(ji alabastri orieiiiali ma uioU^ duri (4;). be
6;-
^q4 "^^ *'^ COSTUMI
ascolliamo il Gorì nella prefazione al prirao'tomo
del museo fiorentino , vi troveremo dichiarato,
che ognun dei sovrani medicei ebbe gran cura che
le opere d''arte si di commesso che d'intaglio in
pietre preziose, le quali si lavoravano in galleria,
si sostenessero con lode in confronto almeno di
quanto facevasi allora nelavori in marmo^ ed ivi
si trova la notizia che il granduca Gian Gastone,
ultimo di quella R. famiglia fece dono alla galle-
ria di oltre a trecento pietre anulari lavorate sì
di rilievo che d''incavoe bellissime (48).
§. a3. L'^intaglio in rame prosperò altresì, poiché
Stefano della Bella fiorentino fu il principe degli
incisori in piccolo, ed i suoi lavori paiono di-
pinti colla punta. Ve una certa negligenza pitto-
resca più gradevole dei tagli più esatti, tocco pic-
cante, colore soave ed amabile varietà, benché i
suoi lavori siano quasi sempre gli stessi; piccole
linee diversamente intagliate, incrociate,e ravvi-
cinate e confuse insieme. Il s. Girolamo del Do-
menichino inciso da Pietro Testa lucchese è una
bell'acqua forte. Vari altri pittori si esercitarono
pure neirincisione alfacqua forte, fra i quali vi
fu Antonio Tempesta^ che si segnalò per la sicu-
rezza del tratto, per la vivacità del tocco, e per la
fecondità della composizione: perciò i pittori ri-
f^cercarono le sue caccie, e i combattimenti di ca-
'Talleria , quantunque la sua manovra sia poco
rimarchevole (^9). Anche l'incisione delle monete
progredì nelP epoca dei tempi medicei, giacché
sotto àlessandro n'aera rincisore il celebre Ben-
Tsnuto Cellini, al quale fecero seguito in tal'ar-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. 79^
le Gaspero Mola, che viveva al tempo dì Cosimo
II, e Giovanni Z anobi Weber che lavorava sotto
il regno di Gian Gastone. Verso il 1600 France-
sco Rivai (ìorentino fu un di quelli che ritrovò
il metodo di lavoiare i crislallia fuoco e dorarli
in guisa che sembrassero un ornato di gioie, e ne
fece per sé alcuni studi, insegnando lai segreto a
più d'uno dei suoi amici (5o).
§.24. Spenta la 6orenlina repubblica, non
per queslo si arrestò Tesercizio delle belle arti nei
di lei cittadini, e specialmente nel formar conii
per medaglie, come ne abbiamo un pienissimo e-
sempio nel bel medaglione in bronzo eseguilo
da Leone Leoni aretino celebre coniator di me-
daglie, ove da una parte v'aera il ritratto di Carlo
V, e dall'altra v'incise i Giganti fulminati da Gio-
ve, da cui trasse una lunga serie di rimunerazio-
ni splendidissime: né di questa soltanto, ma di
moltissime altre insigni medaglie fu autore. Deb-
besi qui far cenno anche di un'altra medagb'a che
figura Alessandro de'Mcdici il primo duca di Fi-
renze col Rinoceronte nel rovescio (a); opera pro-
babilmente di quel Francesco di Girolamo da Pra-
to, che servissi per farne il conio della bellissima
incisione che di Alessandro avea fatto in pietra
dura allora appunto Domenico di Polo; e frattan-
to quest' ultimo conio è la medaglia di Cosimo I
duca 11 di Firenze, che ha nel rovescio il Capri-
corno (b). Era costume in que^t^eU ia?orar pie-
* riy é j <i( j» t» j J o i < I. » it » Mfi
(fl) Ved. tav. CXLVU, N. 1.
(6) Ivi, N, 2. j!//.^
79^ COSTUMI
coli ritraili in cera colorati e vestiti e fregiati di
ornamenti ({""oro, di gemme e di perline riportate
su questa medesima cera. Generalmente simili
lavori vennero attribuiti al Celliui, ma la maggior
parte vedonsi appartenere al Poggi, e particolar-
mente quei di moltissime celebri e belle princi-
pesse e donne di chiara fama e bellezza ch'egli
in tal modo ritrasse, e non poche ne fuse in me-
tallo. Da lui furono illustrati con belle medaglie
i ritratti di Lucrezia deWIedici, come anche delle
giovinette Lucrezia ed Eleonora di quella real
famiglia, cosi un infinito numero d'aJtie: queste
medaglie han servito per farci conoscere la faci-
lità e Teleganza colla quale si eseguivano i ri-
tratti delle più gentili e rinomate persone di
qufiretà (5i).
g. a5. Dopo che insigni maestri pittori ebbero
decorato di ragguardevoli esemplari la scuola tio-
rentina, restò il paese così ricco di grandi esem-
pi, che per avanzarsi non ebbero i giovani stu-
denti molto bisogno di ricorrere a scuole estere,
ma di scerre il meglio da ciascheduno de" suoi
maestri^ per tigura il forte da Michelangiolo, il
grazioso da Andrea [a), in spirito dal Rossi, in-
gegnarsi di colorire e piegare come il Porla, di
ombrar come il Vinci. Ma essi parche non curas-
sero gran fatto le altre parti delia pittura, e si
applicassero snigolarmente al disegno: anzi iu
questo medesimo credettero di trovar tutto nei
Buonarroti, e corsero dietro a lui solo. Influì nella
(a) Ved. tav. CXXXIII.
f
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. 797
scelta il gran nome, la gran fortuna, la lunghis-
sinia vita di quelTartetìce, che sopravvissuto ai
bravi suoi concittadini, promoveva ag]''impiegbi i
seguaci delle sue massime, e gli aderenti del suo
partito. Lo studio loro ed esercizio continuo era
disegnare le sue statue, perchè il cartont^ (a),ove si
eran formati tanti valent'uoraini, era già perito,
e le sue pitture non erano in Firenze, ma in Ro-
ma. Trasferivan poi nelle proprie composizioni
quella rigidezza statuaria , quella membratura,
quell'entrare ed uscir di muscoli, quella severità
di volti, quelle attitudini di mani e di vita che
formano il terribile. Ma non penetrando nelle
teorie di quelPuorao quasi inimitabile, né ben
sapendo qual giuoco faccian le molle del corpo u-
niano sotto gl'integumenti della cute, essi erra-
vano facilmente, or attaccando i muscoli fuori di
luogo, or pronunziandoli a un modo stesso in chi
muove e in chi sta, in un giovine delicato e in
un uomo adulto. Contenti di questa così creduta
grandiosità di maniera, non si curavano niolio
del rimanente. Vedrete in certi lor quadri una
folla di figure, Puna sopra Paltra posate non si sa
in qual piano^ volti che nulla dicono; attori semi-
nudi che nulla fanno, se non mostrare pompo;
saniente Tanatomia. ed usati languidi e superficiali
colori (52). Il Baldinucci confessò in più luoghi
questa decadenza, la quale però appena si estese a
a o 3 generazioni, e pare che incominciasse circa
il 1540; né in quest'epoca raen felice i fiorentini
(a) Ved. tav. CIV. ' i ' i " r ♦ •• '
79^ e O S T U M I
precipitarono in tanta negligenza, in quanta certe
altre scuole. Chi vede santa Croce, santa Maria
Novella e gli altri luoghi, ove dipinsero i migliori
di questo tempo, vi trova sicuramente più da lo-
dare che da riprendere. Pochi han merito nel co-
lore, molti nel disegno^ pochi vanno immuni del
tutto dal manierismo già descritto, molti però lo
emendano colP andar del tempo, e s'ingentilì*
scono (53).
g. 26. iVIicheIangiolo,Andrea ed altri istruirono
nel disegno Paretino scrittore Giorgio Vasari, e il
Rosso Tindirizzò nella pittura, ma la sua scuola
fu Roma, ove il condusse Ippolito cardinale dei
Medici, e si formò uno stile, ove si scopre la sua
predilezione pel Ruonarroti.Divenuto pittore abile
di figure , si formò anche abilissimo architetto.
Dipinse molto pe'monaci camaldolensi qua e al-
trove. Innumerabili son le pitture ch'ei fece po-
steriormente nello stato e fuori. Invitato alla cor-
te di Cosimo I vi si trasferi nel i553 e presedè
alle fabbriche ordinate da quel principe. Resta
che si favelli del merito di quesfuomo, di cui
tanti hanno scritto or in lode ora in biasimo ,
quanto nel corso di due secoli han trattato di
belle arti, massime in Italia. Se non esistessero
di lui che alcune pitture di Palazzo Vecchio, la
Concezione in s. A-postolo di Firenze, e la cena
d^A-Ssuero ai Benedettini in A.rpzzo, la sua ripu-
tazione sarebbe molto maggiore, ma egli volle
far tro[)po,e il più delle volte antepose la celerità
alla finitezza. Del resto i fiorentini che lo aiu-
tarono, scolari per lo più del Bronzino,noiì adot^
DEI TEMPI MEDICEI PAETE YHI. 799
tarono lo stile del Vasari, eccetto che due o
tre, e qualche altro per poco tempo. Lo imi-
tò Francesco Morandini , dalla patria chiamato
il Poppi, che nelle sue opere comparisce segua-
ce di Giorgio, sennonché più attende al genio
ed al festevole nelle composizioni. Fu seguace di
Giorgio anche Iacopo Zucchi, ma Io emulò nel
suo stile migliore e più colto. Fu assai lodato
dal Borghini insieme con un fratello detto Fran-
cesco, buon musaicista e pittore eccellente di fio-
ri e di frutta^ ma Parte del commesso in musaico
fìno da quel tempo andò in disuso in Toscana.
Giorgio Vasari scrisse precetti d'arte, vite d'arte-
fici, e vi aggiunse alcuni opuscoli che riguardava-
no i suoi apparati e le sue pitture (54).
§. 27. Un altro merito del Vasari verso le bel-
le arti e degno d'*esser rammeulato si è Taccademia
del disegno per sua opera specialmente stabilita
in Firenze circa il i56i. Fin dal secolo XIV
deca'luta o quasi estinta, fu ripristinala per con-
siglio di Giovanni Angiolo Montorsoli servita, e
per opera del prelodato Vasari ottenne la prote-
zione di Cosimo I che volle esserne capo. Questo
principe introdusse in Firenze la bellissima arte
di far gli arazzi, avendo perciò fatti venire in To-
scana con grande spesa e gran premi maestri fino
ili Fiandra (55). Contemporanei del Vasari fu-
rono il Salviati e Iacopo del Conle , stali pure
con Andrea del Sarto, e il Bronzino scolare del
Pontormo, portali però dal genio al pari di Gior-
gio alla imitazione di itlichelangiulo. Cecchin Sai-
Soo e O S T U BI 1
Tiati fu condiscepolo del Vasari sotto Andrea
del Sarto e sotto Baccio Bandinelli. il quale col-
tivava talvolta la pittura per passatempo. Il Sal-
viati riuscì dipintore più corretto, più animalo,
più grande che il compagno, e Io stesso Vasari lo
celebra come il migliore professore che fosse iu
Roma ai suoi tempi. La battaglia e il trionfo di
Furio Gammillo nel salone di Palazzo Vecchio,
opera piena di spirito, è il meglio che oggidì ne
«bbia la patria- Ebb'egli in sostanza miglior di-
segno che colore, per cui fu poco apprezzato in
Venezia. Il Buontaleuti scoiare del Salviati colVa-
sari e col Bronzino riuscì nell'arte della pittura
assai bene, ed altri pur n^ebbe di minor fama.
Altro familiare del Vasari fu Angiolo Bronzino
tenuto per uno de** migliori, perchè gentile nei
▼olti e vago nelle composizioni. Benché scolare
e imitatore del Pontorrao, vi si ravvisa anche il
maestro di quest'epoca. Assai son lodati i suoi
affreschi in Palazzo Vecchio entro una cappella,
nelle cui pareti figurò la caduta della manna e il
gastigo dei serpenti, istorie piene d'evidenza e
di spirito. Ha collocato per le chiese di Firenze
alquante tavole, fra le quali ve ne ha delle de-
boli con angioli di una beltà che troppo ha del
molle e del donnesco: al contrario il Limbo ch'è
in galleria, ove si vede che Tautore era troppo ad-
detto a Michelangiolo per volerlo imitare. Lodasi
taPopera per la varietà e per Io spirito , sen-
nonché scemasi in esso il credito nelle carni, ove
piombine, ove troppo nevose, e variate d'un ros-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. {8oi
SO che sembra belletto. Ma il colore che domina
generahnente nei dipinti del Bronzino é il gial-
lastro, e la maggior critica è il poco rilievo (56).
g. a8. Quei che seguono, per Io più (iorentini,
sono annoverati dal Vasari nelfesequie del Buo-
narroti, nella relazione degli accademici scritta
circa al i56;',e altrove. Le opere loro sono spars e
per la città, e nel chiostro di santa Maria Novel-
la, àiessandro Allori nipote e scolare del Bron-
zino è tenuto minore del zio: lutto intento all'ana-
tomìa non coltivò gli altri studi abbastanza. Quan-
to per altro valesse nella espressione lo mostra
la sua tavola della donna adultera nella chiesa
di s. Spirito: fu esperto in ritraiti. Pare in som-
ma che per ogni parte della pittura egli avesse
talento uguale: fu in grande stima presso la cor-
te che a lui dette a tìnire le pitture cominciate al
Poggio a Galano, da Andrea, dal Franciabigio, dal
Pontormo, e lasciate qual più qual meno imper-
fette, e ne fece alcune di sua invenzione. Santi
Titi di s. Sepolcro scolare del Bronzino e del Cel-
lini studiò molto in Roma, d'onde riportò uno sii-
le tutto sapere, lutto grazia: nella parte del di-
segno fu assai commendato. Orna assai bene, ed
avendo studiato con plauso l'architettura, fa pro-
spettive che danno maestà e vaghezza alle sue
composizioni. È tenuto il miglior pittore del suo
tempo.ma pure si trova che il di lui colorito è assai
languido e con poco rilievo, difetto che non sem-
pre Io domina, specialmente mostrandolo il risor-
gimento di Lazzaro al Duomo di Volterra. Fra ì
suoi allievi contasi Tiberio suo tiglio, ma più che
St, Tose. Tom. 10. 68
8oa COSTUMI
all'arte paterna dettesi a^iccoli ritrattile nella
raccolta che né formò il cardinal Leopoldo de*lVIe-
dici furono bene accolti. Son pure degni di ricor-
danza due fiorentini, Agostino Ciampelli, che sot-
to Clemente Vili figurò in Roma, e Lodovico Buti
che restò in patria: meno profondi che ilTiti, ma
pittori di belle idee ^ disegnatori buoni e bra?i
coloritori oltre al costume della scuola fiorenti-
na. Baccio Giarpi della medesima scuola è cele-
bre per avere insegnato al Berrettini, e dee lo-
darsi perchè studioso e corretto. Di un Andrea
Boscoli pure allievo del Titi, e suo imitatore, ri-
mane il ritratto nel Museo reale,ed alcuni quadri
per le case e conventi^ ciò basti della scuola di
Santi. Giova però avvertire che col suo esempio
si trasse dietro una gran parte de''giovani, e gli
rivolse a mitigare il rigor michelangiolesco con
maggior grazia di contorni e scelta di teste(57).
g. 29. Tra i migliori discepoli d'Angiolo Bronzi-
no vien posto Batista Naldini, che diretto dal Pon-
tormo, e poi dal Brozino che molto stette in Ro-
ma, fu poi dal Vasari accolto per compagno nei
lavori di Palazzo Vecchio per lo spazio di quat-
tordici anni, e scrivendone l'elogio Io dice pratico
e fiero dipintore, spedito e senza stento. In patria
fece assai lavori come la Purificazione in $. M.
Novella iodata pel disegno, pel colorito, per la
disposizione delle figure, per prospettive e per
attitudini: lo caratterizza anche il colorito e i
cangianti che ama più che altri del suo tempo.
Insegnò col metodo tenuto allora da più maestri^
ed era di far disegnare alla scuola i gessi di Mi-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. 8o3
chelangiolo, e dare a copiar le pillure proprie
quando eraa compiute. Del resto gli allievi del
K aldini peccano in rigidezza come i più di quel
tempo; Gio.Balducci, detto anche il Cosci gli servi
di aiuto per molli anui.Il suo Cenacolo nella catte-
drale fiorentina dimostra in lui più ingegno di quel
cb^ebbe il maestro. Cosimo Gamberucci par che
avesse tutt''altro scopo. Veduta buona parte delle
sue opere, si direbbe di esso come diqueirantico
artista: costui non ha sacrificato alle grazie. Un
buon quadro di lui hanno i padri Serviti nella fo-
resteria , che mostra essersi emen<iato ed aver
lasciate opere degne del tempo in cui visse. Il
cav. Francesco Currado vi\uto novantun^ anno
ebbe agio di rimodernarsi. S. Giovannino di Fi-
renze ha nelTaltaredi s. Francesco Saverio una
delle migliori sue tavole. I suoi scolari Valerio
Marucelli, e Cosimo Daddi sono artisti di qualche
merito; e il secondo è ricordevole per un gran-
de allievo che fu il F'ranceschini da Volterra. Gio-
vau Maria Butteri scolare del Bronzino fu alquan-
to duro coloritore, e lo Sciorina lodato sollaulo
nel disegno: di Stefano Pieri pure aiuto del Vasa-
ri vedesi aTilti il saoritizio d'Isacco, In miglior
cosa d'altri suoi lavori. Si aggiunge ad essi Cri-
stofano deUAltissimo, il cui lalenlo fu per ri-
trarre (5«>
^ g. 5o. Maestro ad altri fu Michele di Ridolfo,
e dal suo studio uscì Girolamo Macchielli. An-
drea del Minga da qualche scrittore fu annovcrnto
condiscepolo dtl Buonnrroti,ma forse non giu^l.^-
menle; fu bensì degli ultimi sculari di BiduU
8o4 COSTUMI
fo del Ghirlandaio : non era dei migliori ove
operò da sé slesso. Spetta a Michel di Ridciro
d-el Ghirlandaio anche Francesco Traballesi, ma
poca ebbe vita da fargli onore, ed ebbe fratelli e
sorelle ch''esercitarono la pittura. Verso questi
tempi visse Bernard ino Barbatelli detto il Poccel-
ti che fu pittore di grottesche, ma passalo a Ro-
ma divenne non solo figurista vago e grazioso, ma
compositore ricco ed ornato: pochissimo operò in
tavola e in tela, molto di lui rimane dipinto a
fresco, nel che vale assai. Chi vuol sapere quanto
potesse questo artefice vegga il Miracolo delTan-
negato risorto a vita nel chiostro della SS. Nun-
ziata, pittura che si conta fra le migliori della
città di Firenze. Si trovano i suoi affreschi quasi
per tutta la Toscana, e in Pistoia specialmente
son lodate le sue lunette nel chiostro de'Servi.
Maso IVIanzuoli, o da s. Friano, scolare di Pier
Francesco di Iacopo e del Portelli, è dal Vasari
messo del pari col Naldini e TAUori, ma in alcu-
ne sue tavole in galleria e in s. Trinila di Firen-
ze è alquanto seccOa Suo compagno e in {arte
discepolo si pone Alessandro Fei o sia del Bar-
biere, erudito prima nello studio del Ghirlandaio,
e in quel di Piero Francia, pittore di genere. Il
Fei ebbe ingegno ferace e franco, allo a grandi
storie a fresco, che accompagnava con belle ar-
chitetture e grottesche. Attere nel suo dipingere
più al disegno e alTespressione che al colorito:
la sua tavola della Flagellazione in s. Croce di Fi-
renze è assai lodala.
g. 3 1. È da contarsi fra gP istruttori di quel
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. So5
tempo Federigo Zuccaro, che dipingendo la ma-
gnitìca cupola del duomo di Firenze, ove il Vasari
avea fatte soltanto poche figure quando cessò di
vivere, ammaestrò Barlolommeo Carducci nella
pittura. Ebbe un fratello detto Vincenzo,celebrati
entrambi come buoni artisti. Aveva il Vasari altri
pittori che lo aiutarono nei suoi lavori di commis-
sione, e sono Domenico Benci e Tommaso del
VeiTOcchio. I suoi piccoli quadri che a lui ordi-
nariamente pagavansi cento scudi Tuno, son mol-
ti e molte volte replicati da lui slesso, talora da
Alessandro Lorai , o da Barlolommeo Mancini
suoi discepoli, spesso anche da Agnese Delci sua
tìglia buona pittrice, seguace dello siile paterno,
ma non da uguagliarsi al padre. Di Onorio Ma-
rinari cugino e scolare di Carlo Dolci non po-
che pitture sono in Firenze in privato e in pub-
blico. Uscito il Marinari dalle redini del maestro
si formò uno stile più grandioso, più ideale, e di
maggior macchia, di cui rimangono saggi in s.
Maria Maggiore, in s. Simone di Firenze ed in
più quadrerie (59).
g. 3a.Nel periododi tempo finora descritto stet-
tero in Firenze nolabii tempo alcuni esteri pittori
molto favorevoli ai nazionali. Il Paggi venutovi
nel regno di Francesco I vi dimorò venti anni, e vi
lasciò varie opere; cosi in appresso Salvator Rosa,
PÀ^Ibani, il Borgognone, il Colonna, il Milelli e
non pochi altri, che i principi chiamarono d'al-
tronde, o che venuti in Firenze di lor volere ve
li trattennero a decoro della reggia e della città.
Iacopo Ligozzi appartiene alla scuola fiorentina
8o6 COSTUMI
per domicilio, per uffizio , e per allievi, avendo
studialo sotto Paolo Veronese. Ferdiaando II
Io dichiarò suo pittore di corte e soprinten-
dente della R. galleria. Il Ligozzi avea condotta
qualche opera nella scuola natia, ed aveva qua
recata una franchezza di pennello, un comporre
macchinoso, un gusto di ornare, e un non so che
di grazioso e di lieto,che non era frequente in Fi-
renze. Il suo disegno era corretto a sufficienza in
Toscana: al suo colorito, benché uon fosse quel
di Paolo, non mancava verità e vigore. Son pre-
giate tra noi le diciassette lunette dipinte a chia-
roscuro nel chiostro d'Ognissanti: mollo operò per
privati. Nei piccoli quadretti è tinito e leccalo
quanto fossero miniature, nelle quali pure fu e-
spertissimo: varie sue opere furono pubblicale da
Agostino Caracci e da altri incisori. JXiunode'suoi
alunni fatti in Firenze è riputato al pari di Dome-
nico Mascagni, che nell'entrare nelT ordine dei
Servi fu nominato fra Arsenio: le di lui pittu-
re son varie iu Firenze dì uno stile nou mollo
morbido ce pastoso, ma diligente. Ciò che gli fa
onore grandissimo è il quadro de'Valombrosani,
ove si vede la contessa Matilde che fa dei dona-
tivi d'alcuni beni e privilegi a quelTordine*, pit-
tura copiosissima e supremo vanto di tale autore,
g. 33. Scorrendo altre città toscane troviamo
qualche dipintore alto a fornire assai ragionevol-
mente le casce gli altari, Francesco Morosini
detto il Montepulciano può conoscersi anche a
s. Stefano di Firenze, ove sullo stile del Fidani
suo maestro pose il quadro della Conversione di
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. 807
s. Paolo. Barlolommeo e Teofilo Toire son rani-
nientati dalPOrlaiidi come frescanti. In Volterra
Francesco Brini lasciò una tavola Jella inimaco-
lala Concezione. Pompeo Caccia facevasi chiamar
romano benché non lo fosse. Di lizzano vicino a
Pescia fu Alessandro Bardelii, nel cui stile si
ravvisa il gusto del Curradi credulo suo educato-
re. Alessio Gemignani di famìglia pittorica in Pi-
stoia fu seguace del Ligozzi. Due scuole sursero
in questi anni degnissime di considerazione; la
pisana eia lucchese. La pisana riconosce per suo
capo Aurelio Lonii scolare del Bronzino poi del
Cigoli: il duomo di Pisa ha delle ben corrette o-
pere di lui: il suo scopo sembrò sorprendere con
un colore grato alla moltitudine e col grande
sfoggio dei vestiti e degli ornamenti. Dette vero-
similmente i principii dell'arte ad Orazio Lomi
suo fratello, che dal cognome di un suo zio mai
terno fu detto de'Genlileschì. Questi peròformos-
si a Roma su gli esemplari- migliori, e con l'ami-
cizia di Agostino Tassi. Artemisia sua figliuola e
discepola segui il padre in Inghilterra, ma ì suoi
anni migliori li passò inllalia. Visse lungamente
in Napoli, assistita e promossa nell'arte da Guido
Reni,studiosa delle opere del Domenichino.e non
aliena da altri lodati stili. Uno de'suoi migliori
quadri è nel K. palazzo Pitti, rappresentante Giù-,
ditta che uccide Oloferne, pittura di forte impa-
sto di un tuono e di una evidenza che spira ter-
rore . iìiagg'ior fama raccolse Artemisia da'* ri-
traiti, iie''quali fu pressoché singolare, facendola;
8o8 MI , COSTUMI
cognita in tutta Europa (6oj. Orazio RiminalJi
scolare in Pisa dei maggior Lomi, e del minore
in Roma, non imitò veruno di loro, ma da princi-
pio si lasciò guiilare dal Manfredi per le vie. dei
Caravaggeschi, poi si abbandonò alla scuola del
Domenichino, e parve nato per emularlo. Dacché
in Pisa rigermogliò Parte della pittura, non ebbe
forse quella città pittor sì valente: gvande sul far
caraccesco nei contorni e nei panni, vago e gra-
zioso nelle carnagionijpieno, facile e delicato nel
maneggio del pennello, nonavria mendo, per co-
sì dire, se il reo metodo delle mesliche non pre-
giudicasse anche a lui. Molto e con lode dipinse
nella cattedrale di Pisa, ove' nel coro si ammira-
no due storie scritturali, che sono un vero stu-
tlio per chi vuol conoscere quesfepoca. Fra gli
altri pisani di quel tempo è ricordevole Ercole
F»ezzicaluva, Giovanni del Sordo altrimenti detto
Mone da Pisa, Zaccaria Rondinosi, ma di scuola
forse fiorentina, Arcangiolo Paladini,e Domenico
Bongi.
§. 34. La serie de'mlglior lucchesi comincia
da Paolo Biancucci ottimo scolare di Guido Reni.
V'è Pietro Ricchi ed altri-, ma quegli che lunga-
mente visse e insegnò in Lucca fu Pietro Paolini.
Pietro Testa chiamato il Lucchesino ebbe in Ro-
ma diversi maestri, e più lungamente degli altri
Pietro da Cortona. Deferi sopra tutti a Domeni-
chino, quantunque nel suo stile esprima il Cor-
tona , ed ha pure somiglianza col Pussino suo
amico. Poco vedesi di luij perché incìse più che
DEI TEMPI MEDICEI PASTE Vili. 809
dipinse, nonostante in Roma ed in Lucca si ve-
dono vari suoi quadri. Io qui riporto (a) un sag-
gio leggerissimo della di lui lodata composizione
della nascita d''A.chille noto ai dilettanti di stam-
pe come uno dei di lui migliori tratti alPacquafor-
te, nel quale traluce il far del Russino da lui se-
guito, non senza un piegar di panni che rammen-
ta la maniera di Pietro da Cortona. Omessi alcu-
ni altri della scuola del Paolini meno addetti al
suo stile, rammenterò i tre fratelli Cassiauo,Fran-
cesco. e Simone del Tintore (61).
^' g. 35. Pietro Berrettini cortonese,per cui si dis-
se Pietro da Cortona, fu scolare del Comodi in
Toscana, del Ciarpi a Roma, e formò il suo dise-
gno con copiare gli antichi bassirilievi e i chiari-
scuri del Polidoro, uomo che sembra avere avu-
ta Tanitna d''un antico. Vuoisi che la colonna
Traiana fosse il suo più gradito esemplare, e che
ne abbia dedotte quelle proporzioni non troppo
svelte, e quel chiaroscuro spinto troppo innan-
zi. Lodovico Cardi da Cigoli scolare di Santi
di Tito fu il primo che destasse la nazione a più
nobile stile. Egli poi ritrasse bene dal Coreggia
Peffetto del chiaroscuro, e Io uni anche ad un di-
segno dotto, ad una prospettiva in regola d^arte,
e ad un colorito più vivo che non aveva il resto
de'suoi, tra i quali veramen t*^ primeggia. Il colo-
re tiene per lo più del lombardo^ talora nei ve-
stiti ha del paolesco, e spesso paragonerebbesi al
forte stile del Quercino. Oltre i molti quadri che
(a) Ved. tay. CXLVIII, N. 1.
8lO COSTUMI
ha il principe, e non pochi altrove per la Tosca-
na, èlodatissimo quello del martirio di s. Stefa-
no (a) nella R. Galleria di Firenze, per modo che
Pietro da Cortona lo reputò una delle più belle
tavole di questa città.
g. 36. 4ndrea Comodi e Giovanni Bilivert se-
guirono il Cigoli più d'appresso^ Aurelio Lomi
più da lontano. Il Comodi, piuttosto compagno
del Cigoli che scoiare, è quasi obliato in Firenze
perchè molto si occupò nel copiare, ma fece an-
che di sua invenzione varie opere pregiatissime
pel disegno, per la squisita diligenza, e pel forte
impasto^ vi si scorge l'amico del Cigoli e'I copi-
sta di Rafifaello. Le più sono immagini di Nostra
Signora,che si ravvisano alle dita alquanto rove-
sciate in fuori, al collo esile^ ad una cert'aria di
■verginal verecondia ch''è propria sua. Giovanni
Bilivert è un pittore non sempre uguale a sé stes-
so: egli terminò qualche opera rimasta imperfetta
per la morte del Cigoli, al cui disegno e colorito
procurò di aggiungere la espressione del Titi; ed
una più aperta e più spessa imitazione dello sfog-
gio di Paolo Veronese. Nelle teste non è scelto,
ma vivace molto, come può vedersi a s. Marco
di Firenze ove son diversi quadri di storie. Ninna
però ha meritato d''essere replicata tante volte,
quanto la fuga del casto Giuseppe, che nel Real
museo arresta ogni spettatore.il Bilivert ebbe del
suo stile ornamentale molti imitatori, che parreb-
bero pittori veneti se avessero più spirito e mi-
(a) Yed. tav. CXLIX. .v^kj
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili, 8l I
glior colore. Bartolomnieo Salvestrini è primo fra
tutti, oltre Orazio Fidarli, e Francesco Bianchi .
Bona vita occupato in copiare quadri antichi che
la corte mandava ai principi esteri, forni i gabi-
netti di piccole storie, che dipingeva in agate, in
alberile, in lapislazzuli e in altre pietre dure, aiu-
tando colle lor macchie Tuffizio della pittura. A-
gostino Melizzi procurò alla corte dei cartoni co-
piati da quei di Andrea del Sarto, e de'disegnidi
di sua invenzione. Giovan Maria Morandi poco
stette col Bilivert, e andato a Roma divenne se-
guace di quella scuola. Francesco Pagani aveva
in Roma studiato e in Polidoro e in IVIichelan-
giolo, e ne avea fatte per privati fiorentini stu-.
pende imitazioni. Gregorio suotìgIio,che non po-
tette conoscere il padre,ebbe i rudimenti delfarte
dal Tili, e poi fu messo dal Cigoli. Del Bilivert
furon pure seguaci Francesco ìyionlelatici,e Cecco
Bravo. Altro compagno del Cigoli fu Domenico da
Passignano scolare del Naldini e di Federigo Zuc-
cheri, a cui è più conforme: il suo stile non è il
più ricercato, nò il più corretto, ma è macchinoso,
ricco di architettura e di abiti alla paolesca, più
che altri de'' fiorentini. Per dare un'idea del suo
siile si cita un Cristo che porla la croce nel colle-
gio di s. Giovannino di Firenze. Passignano sua
patria possiede forse la più perfetta opera nella
cupola della chiesa dei pp. Valombrosani. Ivi di-
pinse una gloria che lo mostra sommo, e degno
che si conti fra i suoi allievi Lodovico Caiacci
fondatore della scuola bolognese^ non che il Tia*
rini ornamento della medesima (6a).
8ia COSTUMI
g.37. Fabbrizio Boschi era piltor di brio, la cui
lode caratlerislica può dirsi il comporre con novi-
tà e con precisione superiore al comune della sua
scuola. È molto lodalo in Ognissanti di Firenze
un suo S.Bonaventura in alto di celebrare. Ottavio
Vanni riusci nei coloiitOjed in ogni altro uffizio di
pittura diligentissimo, quantunque talora stenta-
to e freddo. Cesare Dandini imitò nel Passignano
il poco durevole colorilo, ma fu diligente nel re-
sto e assai studioso. Nicodemo Ferrucci caro al
Passignano quanto pochi dei suoi condiscepoli ,
e compagno in Roma dei suoi lavori, assai tenne
della bravura e dello spirito del maestro , e ad
esempio di lui mise prezzi non volgari alle sue
pitture a fresco che comunemente furono in Fi-
renze, in Fiesole e per lo stato . Il Fontebuoni
mori giovane e solo a Roqja lasciò suoi lavori.
g. 38. Cristofano \llori che per aderire alle
nuove massime dei tre artisti soprallodati, visse
in continua discordia con Alessandro suo padre
e maestro, è a giudizio di molli il più gran pit-
tore di quel tempo. È lodato Cristofano special-
mente pel colorito, quantunque non abbia cono-
sciuto uè i Caracci, né Guido, ma supplì a tutto
con un finissimo discernimento, e con una per-
tinace applicazione, solito a non levare dalla tela
il pennello, finché la mano non obbediva alT in-
telletto perfettamente. Il s. Giuliano dei Pitti è
il più gran saggio del suo talento , ed in quella
ricchissima galleria, se non è dei primi, primeg-
gia certamente fra i secondi. Gli furon consegnati
non pochi giovani, perchè li istruisse nella pit-
DEI TE9TPI MEDICEI PiRTE via. 8lS
tura . ma pochi vi durarono , alienati i più dai
vizi del maestro, e dalla insolenza dei condisce-
poli. Questi pochi dettersi a far delle repliche di
quadri sparsi per Firenze i più celebri. Sopra ogni
altro di quella scuola si nomina Giovan Battista
Vanni: dopo 1' Empoli ed altri maestri fu istruito
dalPàllori per sei anni, ed oltre il colorito che
ne imitò a maraviglia, ed il disegno che n'emulò
bastevoliuente, non gli spiacquer le sue lezioni
di far buon tempo. Visitò le migliori scuole d" I-
talia, e sulla faccia del luogo copiò, o almen di-
segnò il meglio. Malgrado tali studi ei non lasciò
dopo di sé opere veramente classiche. Iacopo da
Empoli scolare del s. Friano ritenne in gran par-
te delle sue opere la impronta della prima edu-
cazione; si formò poi una seconda manierala cui
non manca pastosità di disegno, né grazia di co-
lorito. Di tal genere è il suo s. Ivone (a), che io
un gabinetto di galleria, stando fra i pittori di
gran nome, sorprende la maggior parte degli am-
miratori sopra d'ogni altra Scoiar dell'Empoli fu
anche Felice Ficherelli detto il Riposo, le cui
pitture si possono proporre in esempio della di-
ligenza pittorica: semplice, naturale, studiatissimo
senza parerlo. È una sua tavola di s. Antonio a
santa Maria Nuova in Firenze che par consultala
con Gristofano Allori suo amicissimo : tanto lo
seconda. Nelle quadrerìe fa iìgura per la grazia
con cui disegna, per l'impasto dei colori, e per la
morbidezza (6.^).
.; (a) Vcd. tav, ex. ,, ....
òl. Toic. Tom. 10. W
8l4 COSTUMI
g. 39. Certi altri pittori paiono da ridurre a
questi tempi^ taP è Giovanni Martinelli , di cui
è insigne opera ai conventuali di Pescia il mira-
colo di s. Antonio^ taPè anco Michele Cinganelli
scolare del Poccelli.che fu adoprato in vari affre-
schi nella cattedrale di Pisa; tal'è il Palladino, che
sembra ligio della scuola lombarda. Benedetto Veli
dipinse nel duomo di Pistoia: ne vissero in quei
tempi alcuni altri, de'quali niuna memoria ritiene
la Toscana, ma son cogniti in altre scuole. Ullinio
in questo periodo vien collocato ira i migliori
Matteo Rosselli scolare del Pagani e del Passi-
gnano, e più degli antichi^ su i quali studiò dili-
gentemente in Firenze ed a Roma, e divenne cosi
buon pittore. Nellinsegnare ebbe il Rosselli po-
chissimi eguali, conoscendo gPingegni e guidan-
do ognuno per la sua via, ragione per cui la sua
scuola produsse tanti stili quanti ebbe alunni. [1
suo merito è la correzione, la imitazione dei na-
turale, che però non è scelto sempre, ed un certo
accordo e quiete nel tutto. Prevalse nel carattere
grande: emulò qualche volta il Cigoli, come nella
Natività di G. Cr. a s. Gaetano di Firenze , che
credesiilsuo capo d''opera. In fine divenne mae-
stro d' una ragguardevole famiglia pittorica che
ora prendiamo a succintamente descrivere.
g. 4^- Giovanni da s. Giovanni, nome di pa-
tria, mentre il cognome è Mannozzi , può dirsi
uno dei migliori frescanti che avesse Italia. For-
nito dalia natura d\ui ingegno fervido e pronto,
d'una immaginativa vivace e feconda, di una mano
spedita e franca, tanto dipinse nel dominio pou-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE vili. 8l5
lificio . et! in Roma stessa, e tanto anche in To-
scana ed in Firenze nel palazzo Pitti, che appena
sembr a credibile aver lui comincialo ad appren-
der Tarte nei 18 anni, ed aver finito di operare
e di vivere nei 48 : egli è ben lontano dal solido
si ile del suo maestro. Abusando per altro della
celebre sentenza d'Orazio tutto faceasi lecito, sino
ad introdurre con pazza novità le angiolesse in
luogo degli angioli nella tentazione di Cristo nel
deserto, come si vede nell'antico refettorio della
Badia tìesolana, ora Poligrafia di proprietà dello
scrivente. Di questo affresco noi diamo solamente
In lunetta di mezzo delle tre nelle quali il sog-
gi^tlo è dipinto (a). Ai Pitti fecesi grande onore
dipingendo il discacciamenlo d»;Ile scienze dalla
Grecia, ov' e queir Omero cieco, il qual branco-
lando in atto naturalissimo va esule dal suolo
uatio . Dipìngendo in tavola o in tela è ammirato
meno*, né va mai esente da crudezza . Ebbe un
figlio artefice, dotto Gio. Garzìa, che lasciò in Pi-
sloia affreschi assai ragionevoli. Baldassarre Fran-
ceschini , denominato dalla patria il Volterrano,
parve fallo sopra tulli i Uossellani ad ornare le
cupole; i templi, le grandi sale, nei quai lavori
più che in quadri da camera si distinse. La cupola
e lo sfondo della cai)[)ella Niccoliniiu s. Croce di
Firenze, cine la sua più felice opera in questo ge-
nere, è da sorprendere anche un ammir-ilore del
Lanfraiìco. 11 suo fuoco è lemporalo dalla rilles-
sione e dal decoro , il suo disegno nazionale è
-i- ■
o (a) Yfid. Uy^. CL. ,
Si6 rn/ at costumi
Tariafo ed aggrandito dalla imitazione delle altre
scuole, per veder le quali dai marchesi r^iccolini
suoi mecenati fu fatto viaggiare alcuni mesi: pro-
fittò assai della scuola parmigiana e della bolo-
gnese: conobbe anche Pietro da Cortona ed in
qualche massima gli aderì . Fece il Volterrano
moltissime pitture a frescoin Firenze ed altrove.
Le lodi che gli ha date il Baldinucci paion piut-
tosto scarse che soverchie a chi ne considera a
parte a parte le proprietà delle invenzioni, la cor-
rezione del disegno sì rara nei macchinisti,!! pos<
sesso del sottinsù, lo spirito delle mosse, la niti-
dezza delle tinte serie , ben equilibrate , bene
unite, la soave e quieta armonìa . Le stesse doti
a proporzione spiccano nelle sue tavole a olio ,
taPè il s. Giovanni evangelista, figura bellissima
che insieme con altri santi si ainu»ira con gran
soddisfazione nel duomo di Volterra.
g. 4»- Cosimo Ulivelli è buon pittore di sto-
rie, ma inferiore ai già lodati di sopra. IVIeno abile
di lui è Antonio Franchi lucchese, ma domiciliato
in Firenze, ov^ è il suo s. Giuseppe di Calasanzio
nella chiesa deTP. Scolopi^ quadro di buon effetto,
e lodato anche pel disegno. Si nominano in quel
tempo Michelangiolo Palloni da Campi allievo del
Volterrano, Benedetto Orsini di Pescia , e per
ultimo l'Arrighi concittadino e scolai e del Fran-
ceschini. Dopo il Franceschini ch^è quasi il Lan-
franco della scuola rossellesca, anzi della fioren-
tina, si ammira Francesco Furini the n*è quasi il
Guido e l'Albano: studiò i classici autori emulan-
doli piuttosto che farne copie: i suoi bozzetti non
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. 817
paion cerio espressi da loro né da altri: in essi
consurnaTa lenipo lunghissimo, ma il nome che
gode in Italia gli viene dai quadri da stanza non
rari per la Toscana . Spesso il soggetto è santa
M. Maddalena penitente, essendo stalo il Furini
un dei più esperii in dipinger corpi delicati, non
già un dei [)iù cauti. Ebbe il Furini e scolari e
copiatori, che spesso peccano di tenebroso per
vizio d' imprimitura , e spesso fassene autore Si-
mone Pignone, ma le più volle falsamente . Fu
questi il migliore allievo del Furini delicatis-
simo nel colore delle carni , come può vedersi
nella tavola del B. Bernardo Tolomei a Monte
Oliveto. Lorenzo Lippi divise il tempo fra la pit-
tura e la poesia: la (inezza del pen:ìello . la sfu-
njatezza, l'accordo, il buon gusto in somma con
cui dipinse, fan conoscere ch''ebbe sentimento del
bel naturale quanto pochi dei coetanei. L'n Croci-
fisso ch''è dei migliori suoi lavori sta nella R. gal-
leria di Firenze. Mario Baluzzi studiò sotto il Pas-
siguano, e ne^njigliori esemplari di Roma e di al-
tre scuole forestiere. Francesco Boschi nipote e
scolare del Rosselli fu abilissimo nei ritratti;^ a
olio terminò qualche opera di Matteo rimasta im-
perfetta per la sua morte. Iacopo Vignali ha qual-,
che somlglianzacollo stile del Quercino, non tanto
nelle forme, (pianto nella macchia e nei fondi.
Hel numero delle tavole fatte per la dominante,
e ppf lo stato supera ogni altro pittore . Carlo
Dolci della scuola tiorenlina è riuscito pregiatis-
simo per le Madonne e per altre piccole pitturR
salile oggi a gran prezzo. Carlo non è mollo ce-
glg COSTUMI
lebrato per la bellezza, essendo pretto naturalista
come il maestro, quanto per la squisita diligenza
con cui finisce ogni cosa, e per la vera espres-
sione di pietosi atfelti. AlTidea delPaffetto con-
suona il colorito ed il tuono generale della pittu-
ra, ove nulla è di fragoroso o di ardito^ tutto è mo-
destia, quiete e placida armonìa^ si vede in lui, ma
perfezionato, il metodo del Rosselli. Poco di esso
rimane in grande, poco anche in oggetti profani,
alcuni ritratti e quella lodatissiraa immagine del-
la Poesìa in palazzo dei principiCorsini. A.Uri poi
sottoscritti nei quadri sono Niccolò Betti, Vitto-
re Casini , i>Iorabello Cavatori , Iacopo Coppi .
Credesi della stessa età Piero di Ridolfo, di cui
sì trova alla Certosa di Firenze una gran tavola
deir Ascensione coli' e[)oca 1612.^ e sospettasi
aver tratto il nome dall'ultimo dei Ghirlandai, a
cui potè aver servito nella sua prima età.
^. 42.. In altri luoghi delia Toscana troviamo
compagni di Giorgio Stefano Veli roui di ^lontes.
Savino <;uginodel Vasari, Orazio Porla pure di s.
Savino ed Alessandro Fortori di Arezzo. Città di
s. Sepolcro era a quei tempi un seminario di pit-
tori, educati quasi tutti da Raffaellino, e quivi
pure il Vasari che amò oltre V educatore anche
taluni degli alunni. Molto si valse di Cristoforo
Gherardi, soprannominalo Doceno. Questi avea
tal possesso nel maneggiare i colori a fresco, che
il Vasari lo dice miglior di sé. Tre Cungi o Congi
contò allora s. Sepolcro; Gio. Battista garzone
^el Vasari^ Leonardo egregio disegnatore e Fran-
x:e&co a pochi noto, ma pur conosciuto ^ Volter-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. S19
ra per una tavola di san Sebasliano nella catte-
drale di essa, con la caria del pagamento rogala
nel 1587. Tardi vennero a Roma i Ire Alberti
famiglia di s. Sepolcro numerosissima di pittori.
In Roma attesero a studiare, formandosi in quel
gusto facile che tenevano i pratici ai tempi di
Gregorio XIII. Cherubino creduto tìglio di Mi-
chele , aiuto di Daniello da Volterra, fu celebre
intagliatore in rame , poi pittore ch'ebbe nome
in quei tempi. In Roma aiutò Giovanni suo mi-
nor fratello: questi é nome da far epoca in ge-
nere di ()rospeitiva. Fu ammirato nella sagrestia
di s. Giovanni Laterano, e più per la gran sala
clementina, che fu la più vasta opera che in fat- .
to di prospettiva si fosse fino a qual tempo ve-
duta.
. §, 43. In Volterra sì ritirò dopo la morte di
Daniello un suo nipote e scolare di Gio. Paolo
Rossetti^ ed in quella sua patria. per attestazione
del Vasari, fece opere degne di molta lode: si
può contare fra esse la Deposizione di croce nel-
la cappella di s. Dalmazio . Niccolò Cercignani
dicevasi il Pomarance per la patria, ed anche il
Volterrano per la vicinanza dei due paesi fra
loro. È lodalo assai dal Vasari , e veramente ha
del merito, come cel mostra un quadro ch^è nel
Battistero di Volterra. Due scolari del Ricciarelli
riunì Pistoia, Biagio da Cuiigliano ed il P. Bia-
gio Belli Teatino. Livorno ebbe Iacopo Rosignoli.
A Pisa rimaseBaccioLomi.L^Assuntache ne han-
no i canonici nella lor residenza, e qualche altra
sua tavola se partecipano della durezza della sua,
Sao COSTUMI
età , presentano pure un disegno ed un colore
assai ragguardevole . Nel vicino stalo di Lucca
vuol ricordarsi Paolo Guidotli uomo d** ingegno
e di spirito , pittore insigne e scultore , colto in
lettere, fondato nelle cognizioni anatomiche, ma
di un gusto non cosi scelto e limato. La patria ne
ha alcune tavole, ed in palazzo ducale il gran qua-
dro allusivo alla repubblica. Simil carriera e nei
tempi stessi tenne Girolamo Massei, sennonché si
limitò alla pittura. In paesi ed in battaglie fu dei
primi in Italia a farsi nome A^ntonio Temjìesti
fiorentino, scolare più che del Titi dello Strada-
no (64).
g. 44- Verso Tanno i58o i fiorentini si rivol-
sero finalmente dagli esemplari domestici ai fo-
resti eri. ed allora sorsero in Firenze maniere varie
e robuste , come osserveremo. Ella ebbe inco-
uiinciamento da due giovani pittori , Lodovico
Cigoli e Gregorio Pagani . Costoro tratti dalla
fama del Barocci , e dalla bellezza di una sua ta-
vola che avea recentemente mandata da Urbino
in Arezzo, e che ora conservasi nella real gal-
lerìa di Firenze , andarono insieme a vederla ,
la esaminarono attentamente , e tanto restaron
presi da quello stile, che rinunziarono fin d'allora
a quello dei lor maestri . Si unì ad essi il Pas-
signano,col quale il Cigoli fece un secondo viag-
gio sino a Perugia , quando il Barocci ebbe di-
pinta per quella cattedrale la sua celebre Depo-
sizione di croce . Su i loro esempi si rivolsero
altri giovani dalla pristina maniera ad altra più
/orte. siccome fece l'Empoli specialmente , ed ii
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. Sai
caT. Curradi con altri, e sorser poi Crislofano
Allori ed il Rosselli, che la nuova maniera tra-
smisero a nuovi allievi. Non però si dettertantoa
seguire il Barocci che a queir urbinate servi di
guida. Kon polendo essi viaggiare tino in Lom-
bardia^ studiarono in Firenze quelle poche copie
e quel meno di originali, che ivi se ne trovava ,
per trarne specialmente il gusto del chiaroscuro,
cosa quasi trascurata a quei tempi in Firenze e
anche in Roma. Cosi a poco a poco si osserva-
rono con più diligenza gli effetti della luce e del-
r ombra : lo deferi meno alla pratica e più alla,
natura. Di qua surse un nuovo stile, ch"'è dei mii-
gliori che in Toscana siansì tentati; corretto sul
gusto nazionale, morbido e ben rilevato sul far
lombardo. Se avessero aggiunto alle forme qual-
che studio di greca eleganza, alla espressione
qualche osservazione più fina , la riforma della
pittura che in Italia si vede circa a questo tem-
po, non si ascriverebbe a Firenze men che a
Bologna (65).
g. 4^> Alcune combinazioni favorevoli venner
quindi aiutando i progressi della scuola; una se-
rie di principi amicissimi delle buone arti; la fa-
cilità che il Galileo ebbe di somministrare ai pit-
tori ì suoi lumi e leggi della prospettiva;! viaggi
di alcuni maestri fiorentini in Venezia e nella
Lombardia , la lunga permanenza in corte ^ o
almeno in città di vari esteri eccellenti nel co-
lorire . Cominciò pertanto il nuovo stile ietto
Francesco I de\>ledici molto intelligente in di-
segno, k lui succedettero Ferdinando I, Cosimo
8aa .!«▼ ar e o s r u m i
li. Ferdinando II tutti memorabili per opere gran-
diose, ordinate in ornamento della città e della
reggia: vi furono anche i cardinali Gio. Carlo, e
Leopoldo de''lVIedici, ambedue mecenati delle arti*,
aggiungasi il principe. Mattias, ed altri della fami-
glia reale. Sopra ogni altro giovò il Ligozzi, che al-
lievo dei veneti, i quali allora tenevano il campo in
Italia , rallegrò la scuola fiorentina con gli esempi
più spiritosi e più lieti che mai vedesse. Dopo il
buono di questi anni non taceremo ciò che ebbero
di men lodevole,e fu un color lenebroso,che occupò
allora, e oggidì rende poco men che inutili molti
quadri di quella età. Se ne dà la colpa al metodo
della imprimitura; alterato in ogni luogo, ond' è
che queslo difetto non è sol proprio dei tiorentini.
Ma oltre a tal metodo , vi ebbe parte il gusto del
carattere forte e robusto inclusive nelle donne
e nei putti, formandoli di occhi, di naso, di lab-
bra più che mediocri, per tacer delle mani che
certamente non fan pompa di leggiadrìa. ÌVIa la
parte del contrapposto in cui il sopra lodato Li-
gozzi si è distinto fra lutti, cioè quella opposizio-
ne di figure con figure , di gruppi con gruppi,
di parti con parli, egli pare che la deducesse dal
Lanfranco, e in parte la fondasse nelle urne dei
baccanali. Del resto non finisce, se non ciò che
dee far più comparsa, schiva le ombre forti, ama
le mezze tinte, gradisce i campi men chiari, co-
lorisce senza affettazione , e siede inventore e
principe di uno stile a cui è stato dato nome di
facile e di gustoso. Egli Io impiegò con [)lauso in
quadri d ogni misura, ma in quei di macchina,
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. 8a5
«'mollo più nelle volte, nelle cupole, negli sfondi
Jo portò ad un segno di vaghezza, che non gli
mancheranno mai lodatori.Quel giusto comparti-
mento che aiutato dalT architettura dà alle sue
storie^ quella gradazione artilìciosa, per cui sopra
le nuvole fa comparirela vastità degli spazi aerei,
quel possesso del sotto in sii, quel giuoco di lu-
ce quasi celestiale, quella simmelrica disposizione
di tigure è cosa che incanta Tocchio, e solleva lo
spirito sopra sé stesso. Vero è che un tal gusto
non appaga la ragione sempre ugualmente, per-
ciocché inteso a guadagnar Tocchio, introduce
attori oziosi, affinchè non manchi alle composizio-
ni il solito pieno, e per servire al contrapposto
fa atteggiare colle più placide azioni i personaggi,
come si farebbe in una giostra, o in una battaglia.
g.4'^-11 Berrettini dotato da natura di un ingegno
quanto facile altrettanto avveduto, schivò queste
esorbitanze, o non le portò tanto avanti, quanto
a''di nostri le hanno inoltrate i cortoneschi per
quel solito impegno di ciascuna scuola di carica-
re il carattere dei lor maestri-.Quindi lo stile facile
è degenerato in trascurato, e in afì'ettato il gu-
stoso. Sicché le scuole che gli aderirono maggior-
mente andarono ritirandosi e tornarono ai melodi
pili sicuri. Quest'epoca è stata la men feconda
ili bravi artisti, ma per altro alla lor mancanza ha
bravamente sup|)li1o il Cortona. Kgli fu chiamato
a Firenze da Ferdinando ![ circa al 1640 ad or-
nare alcune camere del real palazzo dt;'* Pitti; e
questo lavoro in cui consumò vari ainii, riuscì a
giudizio degl'inteudeuli il più bello di quanti mai
8*4 COSTUMI
ne facesse in vita. Era diretto nelle inTenzioni
da Michelangiolo Buonarroti il giovane letterato
di sonìmo merito , e parve anch'* egli letterato
iieireseguirle. In una camera dipinse le quattro
età del mondo, ed altre cinque camere deilicò
per così dire a cinque deità favolose, e dal nome
loro le intitolò la camera di Minerva, quella di
A^pollo, e cosi le altre di Marte, di Giove e di Mer-
curio , di che scrissi non poco nel descrivere
il R. palazzo de'^Pitti (66). La grand''opera fu ter»
minata da Ciro Ferri, perchè il cortonese disgu-
stato della corte se ne assentò^ andandosene a
Roma. Ciro in sua vece fu scelto da Cosimo III
perchè istruisse i toscani che a Roma tenevansi
a studio. Da quel tempo in poi non si è formato
pittore di questa nazione che poco o molto non
tenesse di tal maniera, ancorché in Toscana non
facesse che qualche allievo (67), che ora accen-
neremo.
g. 47. Vincenzo Dandini frate] di Cesare dalla
scuola fraterna passò a quella di Pietro e riusci
migliore del fratello in disegno e in morbidezza
di colorire^ diligente anche più di lui e studioso
ne^Buniein ogni parte della pittura. Nella chiesa
d^Ognissanli di Firenze è una sua Concezione. In
Pietro suo figlio e scolare si riconosce il medesimo
stile ma degenerato già in pratica e in maniera.
Questo pittore superò gli altri Dandini nel talento,
e viaggiando più che veruno di essi, vinseli nella
cognizione degli esteri. Ove fu pagato più gene-
rosamente, ivi mostrò d'esser più valenl'' uomo,
come in una cupola a santa Maria Maddalena. Ot-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE vili. 8l5
taTÌaDO SUO tìglio ne comparisce anche seguace
in alcune lunette al chiostro di s. Spirito. La fami-
glia Dandini fece allievi moltissimi, e questi e i lor
posteri han tenuta in vita la scuola cortonesca,
e propagatala fino ai di nostri. Lo stile più mo-
derno teuevasi il migliore, e rultirao maestro pa-
rca far leggi nuove in pittura ed abolire le anti-
che. Cosi di artefici non grandi nascevan sem])re
altri più minuti e più manierati, simili ai primi
nelle massime, inferiori nella slima . Si aggiunge
circa questi tempi un costume di lavorare con
certo disprezzo che commendano nel Giordano
ed in alcuni Veneti. Si provarono in Firenze an-
cora vari maestri ad imitarli, niafecer opere che
sentono dell'abbozzo. Fra gli scolari di Vincen-
zo Dandini si nominano senz'Bahia aggiunta An-
tonio Riccianti, Michel Noferi ed altri^ ma si fa
speciale elogio di Anton Domenico Gabbiani» co-
ki fra gli allievi di Pier Dandini si rammentano
Giovanni Cinqui , Antonio Puglieschi , Valerio
Baldassare pesciatino e la Fratellini. Ad Ottaviano
pure Dandini spetta il Carlini ed il Santarelli (68).
g. 48. Il migliore allievo de'Dandini fu Anton
Domenico Gabbiani testé ricordato, ilqual si può
contare fra i primi disegnatori del suo tempo. Molli
disegni di lui furon pubblicali da Ignazio Uugford ,
insieme colla sua vita. Wel colore ha dato talora
in languidezza, ma il più delie volle non può ri-
prendersi : è vero $|)ecialmente nelle carni, su-
goso, legato da gentile accordo. I suoi panni, quan-
tunque veduti dal vero^ tuttavia nella esecuzione
eran ridotti alquanto pesanti, e men giusti talv olla
òt. Tose. Tom. 10. :u
8a6 COSTUMI
nel e ol ori to.Ne''soggelti leggiadri ha gran merito,
e'veggonsi di lui a'Pitti carole di geni e simili rap-
presentanze di putti, che di poco cedono a queMi
Bacicelo. Il catalogo de''suoi allievi è numeroso.
Onore del maestro e di Firenze fu Benedetto Luti
che in parte si formò in questa scuola , ed in
Roma. Lo stile che ivi spiegò può dirsi un pro-
dotto di varie imitazioni, scelto nelle forme, va-
go e lucido nel colore, artificioso nella distribu-
zione dei lumi e delle ombre, armonico all'oc-
chio. In Boma fu maestro del nuovo stile: delle
sue produzioni scarseggia la Toscana fuori della
casa del principe, k. Pisa è una gran tela col vesti-
mento di s. Ranieri, e fra i maggiori quadri della
Basilica questo é il più ammirato e dichiarato lo
ultimo pittore della scuola. Nel medesimo studio
era stato educato Tommaso Redi ch'ebbe regole
nell'arte anche dal Maratta e dal Balestra. Nello
elogio del Gabbiani son ricordati con onore Gae-
tano Gabbiani suo nipote , Francesco Salvetli,
Gio. Antonio Pucci pittore e poeta , Giuseppe
Baldini, Ranieri del Pace pisano, che vinto poi
dal costume si ammanierò molto. Ignazio Hugford
nato in Firenze di padre inglese, ebbe forma
di sagacissimo conoscitore delle mani de''pittori,
e dipinse pure con buona maniera la tavola di s.
Raffaello a santa Felicita in Firenze, e altre cose
.specialmente in piccolo (69).
g. 49. Competitore del Gabbiani, ed a parer di
molti superiore a lui nel genio pittoresco, fu A-
lessandro Gherardini di una felicità maravigliosa
nel contraffare le altrui maniere. Ebber posto
DEI TEMPI MEDICEI PABTE Vili, 827
onorevole fra i ritratti dei pittori di galleria Se-
bastiano Galeotti , Agostino Veracini scolare di
Bastian Ricci , Francesco Conti discepolo del
Maratta , il Lapi seguace del Giordano : ciascun
di essi ha imitato egregiamente la sua guida. Eb-
bero egualmente P onore del ritratto cert' uni
dei quali non si conoscono le opere. Mentre vi-
vevano il Gabbiani e"*! Gherardini era conside-
ralo in Firenze Gio. Camraillo Sagrestani scolare
del Giusti , che nei suoi viaggi traltennesi al-
quanto nello studio del cav. Cignani. È alla Ma-
donna dei Ricci una santa Famiglia di sua mano,
ma v"* è chi la vuole del suo scolare Bonechi .
Sursero poi tre bravi allievi nella scuola fioren-
tina, il Soderinì, il Meucci ed il Ferretti. Mauro
Sederini ebbe nome di bravo disegnatore , e
cercò in dipingere la vaghezza e P effetto . Vin-
cenzo Meucci si occupò specialmente in opere
macchinose, che fece in più luoghi della Toscana.
A lui contrastò la gloria di primo frescante Gio.'
Domenico Ferretti , di cui si trovan pitture e
nella capitale e per lo stato, ed in fantasia e spi-
rito pittoresco veramente par che il vincesse :>
ambedue prevalsero nel lavorare a fresco: dipin*^
gelido a olio spesso hanno accelerata l'opera, se-
condo Tuso dei frescanti. Quindi il Ferretti che
pur sì lodevolmente dipinse a Pisa il Martirio
di s. Barlolommeo nella chiesa di quel santo a-
poslolo , non soddisfece ugualmente sulla storia
di s. Guido fatta per la primaziale/. Dèi Meuccfi
sono sparse varie tavole per le chiese di Firenze.
Ebbe conipetitaie Giuseppe Grtsoni scolare del
8a8 COSTUMI
Redi, che avea più di luì viaggiato per le scuole
dTlalia (70). Il Meucci ed il Grisoni non posson
esser chiamati pittori d'Italia siccome il Luti , e
d''ugual calibro è Io Zocchi. Questi era dotato di
ingegno fecondo alla invenzione, pieghevole alla
imitazione, giudizioso alla scelta: dipinse a fresco
in varie case di nobili fiorentini. Nelle piccole
propoj'zioni valeva molto, come quando ritrasse
a olio le feste fatte per la venuta di Francesco l
augusto, lavoro esattissimo in prospettiva, e gra-
zioso molto nelle tante figure che v''inserì. Si ve-
de quesfopera a Siena nella ricca quadreria San-
s edoni.
§. 5o. Lucca anche nell'epoca che noi diciamo
medicea non tralasciò d'aver pittori, e fra i più
rinomati vuoisi a ragione annoverare Pietro Pao-
lini nato nel i6o3. Questi si distinse espressa-
mente sopra tanti altri resi insigni nella stessa
professione, ed arricchì le chiese edi palazzi luc-
chesi di opere esimie . Ma ciò che più merita io
suo grande onore fu l'aprire in sua casa una fio-
ritissima scuola, somministrando agli scolari tanti
comodi e vantaggi a proprie spese, che lasciava
così in dubbio se si dovesse chiamare un eccel-
lente maestro, oppure un generoso mecenate.
Imitò in molte sue opere decisamente la squola
■veneziana in parte del Bordenone : ebbe special
talento nei temi tragici; nel genere delicato fu
accusato di aver talvolta nelle figure donnesche
rinforzata troppo la maniera ; nondimeno fu va-
ghissimo quando volle, e n'è una prova la mag-
gior tavola alla chiesa della Trinità di Lucca, ove
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. 829
SÌ rappresenta la divina Triade con vari santi, che
dicesi avere condotta in uno stile sì grazioso per
mostrarsi non inferiore al Biancucci suo competi-
tore, ed è opera da molti intelligenti tenuta come
lavoro di Paolo Veronese. Al Paoliiii successe in
celebrità Pompeo Girolamo Batoni , il quale vì-
vendo studiate le opere degli antichi e di Raf-
faello, scherzava col pennello*, ogni via era sicura
per lui, poiché dipingeva or d'impasto, or di toc-
co, or tutto finiva a tratto ^ talvolta risolveva
lutto il lavoro e gli dava la necessaria forza con
un lume: trattò con singolare amorevolezza i sog-
getti teneri ed appassionati , come lo mostra il
suo Alcide al bivio dipinto al naturale (71).
g. 5i. Volgendosi al rimanente della Tosca-
na, la troviam jiiena di corloneschi. Fin dai pri-
mi anni del secolo decim' ottavo abbiamo in s.
Sepolcro un Zei che dipinse per la cattedrale
della sua patria, ed è un quadro ben colorito é'
composto sulle massime della squola. Il IVIercalf
si tiene per uno degli ultimi pittori della città .
L^Orlaudi fa menzione di Tommaso Lancisi, sco-'
lare dello Scaminossi. Della patria del Berrettini è
noto un Adriano Palladino. Arezzo ridonda di
opere corlonesche. Il Castellucci fu grande imi-
latore di Pietro da Cortona. Vie un suo yffresco'
in palazzo pubblico, che rappresenta Nostra Don-
na fra i santi protettori della città. Pistoia ebbe
alPincontro due Geminiani, Giacinto il padre ti'
Lodovico il tìglio, dei quali si disputa ancora qual*
dei due prevalga. Giacinto dalla scuola del Pus-
sino venne a quella di Pietro da Cortona.» come
83o COSTUMI
nel disegno e nel componimento sì attenne più
al primo maestro , cosi nel colorito e nel gusto
delle architetture maggiormente si conformò al
secondo . Pietro Berrettini a giusto titolo vien
dalla storia detto il caposcuola dei cortoneschì
per avere insegnato un metodo facile nel com-
porre e disegnare, di che ne fa prova la pittura
esistente nella R. galleria di Firenze, che rap-
presenta Arianna abbandonata, da me qui espo-
sta (a), del di lui scolare Giacinto Gemiiiiani ,
il quale non solo apprese il fare del maestro, ma
e mulo in qualche quadro ancora il Guercino, sic-
come in quel Leandro della R. galleria di Fi-
renze che per un Guercino è stato additato gran
tempo. In Pistoia sono di man di Giacinto due
istorie di s. Giovanni nella chiesa del santo, e ve
ne fu in duomo una tavola di s. Rocco tenuta ec-
cellente . Un bel quadro fece Lodovico per la
chiesa dei cappuccini di sotto, ora parrocchia .
Spento Tunoe l'altro, restò in vita Lazzaro Baldi
altro grande onore della scuola di Pietro e della
sua patria, il di cui merito può conoscersi in due
tavole, nella INuuziata as. Francesco e nel Riposo
d'*Egittoalla .'Madonna delPUmiltà, Artefice più re-
cente è Già Domenico Piastrini scolare del Luti,
che nell'atrio della Madonna deirUrailtà rappre-
sentò istorie allusive al tempio. Non è cosa aliena
da questo luogo far menzione di Gio. Battista
Cipriani nato in Firenze , di famiglia però pisto-
iese , tanto più che in quelle vicinanze lasciò
(a) Ved. tav. GXLVIU, N. 2.
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. S3 I
qualche saggio del suo pennello. Poco egli dipin-
se perchè la sua eccellenza fu nel diseguo , e ia
derivò dagli studi del Gabbiani . Passalo poi in
Londra molto fu adopratodal celebre Barlolozzi,
che incidendone le invenzioni , ha dato eterna
fama all'autore, Polrebbesi accrescere V elenco
degli artisti, ma io me ne astengo per non con-
fondere i celebri con quei di minor grido: restano
da considerarsi altri pisani e lucchesi. Camillo Ga-
brielli scolare di Ciro fu il primo che trapiantassi»
in Pisa il gusto del Cortona, su cui fece al Carmine
un buon quadro a olio, più felice sempre ia tali
opere che in quelle a fresco. I due Melani suoi
allievi lo hanno superato in celebrità. Con esem-
pio somigliante dirò de- lucchesi: due fratelli i\Iar-
racci vissero con pari gloria in dispare facoltà :
Ippolito fu quadralurista . e Giovanni pittor di
ligure contato fra i migliori seguaci del Berretti-
ni. Colla slessa felicità seguirono Pietro da Cor-
tona due altri lucchesi cresciuti nella sua scuola,
Giovanni Coli e Fili[)po Gherardi concordissimi
come di animo, così di stile. Essi passaiono poi
ad una maniera che partecipa del veneto e del
lombardo, e così dipinsero a olio il grande sfondo
della libreria di s. Giorgio Maggiore. La più co-
spifua onde ornassero la patria loro fu la tribu-
na di s. Martino dipinta a fresco. 11 chiostro del
Carmine fu dipinto dal solo Gherardi (72) ,^,1 j
g. .52. Tiene del cortonesco anche Gio. Bai-;
tista Brugieri scolare del Baldi, applaudito molla
ai suoi giorni per la cappella del Sacramento ai
Servi, e per altre pubbliche opere. U P. Stefano
83a COSTUMI
Cassiani detto il Certosino, perchè di laPordine,
dipinse a fresco la cupola nella sua chiesa sullo
siile del Corlona. Girolamo Scaglia ritrasse pure
dal Berrettini neirarchitetlura. Nella macchia si
attenne al Paolini e talora si appressò al Ricchi,
i cui lavori sono di estrema fatica e di pochissi-
mo gusto. Gio. Domenico Campjglia fu reputato
assai bravo disegnatore e specialmente per rose
antiche, ed in pittura non mancò di merito. Pier
Sigismondi lucchese è ricordato dal Titi non
senza onore, così il Massai ed il Pini. Si dà fine a
questa serie con due artefici , che se avessero
avuti molti pari a lor tempi, non sarebbe deca-
duta la pittura nel secolo XVIII. Gio. Domenico
Lombardi formò lo stile sugli esempi del Paolini,
e lo migliorò studiando in Venezia gli ottimi co-
loritori, e osservando anche i bolognesi. Al genio
di questo artefice, il gusto, il carattere grande e
risoluto comparisce in varie tele dipinte nei suoi
anni migliori e con vero impegno. Tali sono i
due quadri laterali nel coro degli Olivetani di Fi-
renze, pitture di tanta forza e di tal magia che si
appressano al migliore stile del Guercino.
g. 53. Chi legge la storia toscana del secolo
XV dal suo principio fino alla metà sente con
•orpresa immerso questo paese in un mare di
guai d'ogni genere fino alPanno i555, nel quale
Cosimo I spogliò i senesi delPantica lor libertà,
per lo che due terzi dei suoi cittadini in tale oc-
casione cambiarou suolo, ricusando di viver sud-
diti di quel nuovo sovrano . In questa occasione
e fra i disertori sopraccennali perde la città molti
DEI TEMPI MEDICEI PARTE VIU. 833
professori già formati, onde sursero per V Italia
buoni artefici, la cui origine da Siena ci conte-
sta la storia. Trovasi per esempio in Bologna un
Agostino Marcucci senese e tuttavia i§;noto a
Siena, e forse la ragione si è perchè nato da emi-
grati in paese estero . Siena intanto cominciò
a poco a poco a respirare da'suoi mali, e ad affe-
zionarsi al governo nuovo, che T accortezza di
Cosimo facea comparire non lauto nuovo gover-
no quanto riforma del vecchio: né molto andò
che il vuoto lasciato in città dagli artefici emigrati
fu riempiuto da altri. Yi era rimasto il Rustico ed il
Riccio di lui migliore, che nella venuta di Cosimo
fece una celebre scena , abilità in esso già nota .
Mancalo il Riccio gli succedette in questa scuola
Arcangiolo Salimbeni, il quale se non ebbe gran
genio, ebbe almeno giudizio da non seguire la
corruttela dei suoi tempi . Così fra la infezione
delle scuole vicine questa rimase illesa o meo
tocca, ed i nuovi allievi che produsse cospiraro-
Do alla riforma dell'arte in Italia. Essi non casa-
linghi come il iMecherino , dipingevano ugual-
mente bene fuori di Siena. Dopo l'indirizzo avuto
dal Salimbeni oda allro men noto artetice, cia-
scuno prese diversa guida; ed ecco la storia. Pie-
tro Sorri dopo la prima istituzione avuta in Sie-
na, passò in Firenze sotto il Passignano , di cui
divenne genero e compagno di lavori: emulò la
maniera di lui^ mista come di fiorentino e di ve-
neto. Il Casolanì eh'' ebbe il cognome da Casole
castello presso Siena, ha nella real galleria di
Firenze un suo ritratto di donna che dicesi Lu-
834 •'-' COSTUMI
crezia Piccolomini, con quel di tre uomini nel
quadro stesso , e si è credulo eh** ella ri fosse
espressa insieme con tre suoi figli Alessandro
Gasolani, Francesco Vanni, e Ventura Salimbeni
nati a lei nel corso di pochi anni da diversi mariti.
Nel 1608 il Casolani competè a s. Sebastiano con
vari pittori nelle istorie a fresco del santo mar-
lire, ed in quel confronto non cede chea Rutilio
Ma netti.
J. 54. Terzo della scuola del Salimbeni pon-
gono il cav. Ventura suo figlio, benché Arcangiolo
ben poche lezioni potesse dargli. Giovanetto uscì
presto di casa, e girando per le città di Lombare
dia studiò nel'Goreggio e >iegli altri, al cui gusto
si era cominciato ad applaudire in Toscana . Si
recò a Roma, e nel pontificato di Sisto V destò
un''espettazione del suo ingegno assai vantaggio-
sa. Lasciò ivi non poche pitture a fresco lodatis-
sime dai biografi : lavorò alcune volte in compa-
gnia del Vanni, e forse da lui trasse profitto. É
certo che in alcune opere lo somiglia in quel far
barroccesco, e gli cede appena nella grazia dei
contorni, nel dipinger morbido e sfumato . Belle
storie dipinse anco nel chiostro dei Servi a Fi-
renze competendo col Poccetti.
g. 55. Il cav. Francesco Vanni è a parer di
molti il miglior pennello della scuola, ed in Italia
stessa è conlato fra quei che restaurarono la pit-
tura nel secolo XVI. Giovanetto di circa 16 anni
si condusse a Roma a disegnare Raffaello ed i
miglior maestri 5 e fu per qualche tempo diretto
,, da Gio. dei Vecchi, la cui maniera recò in patria.
DEI TEMPI MEDUCfil PARTE THI. 855
Questo Vanoi si formò nello stile florido e gen-
tile del Barocci,nel che riusci egregiamente. Spes-
so i dilettanti nelle chiese e nelle gallerie scam-
biano il Barocci col Vanni, ingannati specialmente
dal colorito e dalle teste dei pattini che paiono
d^uu conio stesso . Per gli esempi e per gli am-
roaestramenii del Yanni si mantenne in Siena
gran tempo Tonore della pittura. Egli v''incarami-
nò molti giovani, i quali però non adottarono il
suo stile , almeno durevolmente. Tutti gli ac-
cordano un disegno grandioso ed un bel gusto
d'ombrare e di tingere, non senza imitazione dei
Cortona, che ai suoi dì si traea dietro anche i
coetanei.
J. 56. Contemporaneo del cav. Raffaello Van-
ni ed in Roma a santa Maria della Pace, ed in
più luoghi di Siena anche suo concorrente fu
Bernardino Mei, di cui non so chi fosse il maestro.
Più che i predetti è celebrato in Siena Francesco di
Cristofano Rustici detto il Rustichino. È un gen-
tile caravaggesco e spicca singolarmente nel lu-
me chiuso o di candela, simile molto a Gherardo
e per avventura più scelto. Rutilio Manetti, co-
me scrive il cav. Pecci . seguì il Caravaggio con
meno scelta, ma con più forza di scuri . Il meto-
do di purgare i colori e di far le mestiche era
guasto^ ed il danno di tal corruttela non compa-
riva ancora nei quadri^ ben vi si vedeva ilgrand^
effetto che il secolo gradiva tanto. Il Munetti vi
congiunse emendalo disegno, idee non volgari ,
belle architetture, onde talora più volentieri che
al Caravaggio si paragonerebbe al Quercino. ,4*
S36 e o e T U M I
stolfo Petrazzi oltre il Vanni uuì il giovine Sa-
Hmbeui ed il Sorri, e par che a questo aderisse più
che a niun altro. A^ssai mira ad appagar Tocchio,
e non di rado trae esempi dalle scuole dell'Italia
superiore . Fu gaio nei quadri da stanza come
R«Ile quattro Slagiooi alle Volte , villa di casa
Ghigi . Tenne aperta in sua casa accademia di
pittura frequentala molto dai senesi , e decorata
dal Borgognone che si trattenne presso Astolfo
alquanti mesi prima di passare a Roma . Quindi
molti dei primi suoi tentativi in genere dì batta-
glie e di paesi veggonsi a Siena , e la casa del
decano Giovannelli letterato ornatissimo di quel-
la città n'era copiosa. Alquanti altri pittori senesi
della stessa popolazione si trovano rammentati
fuori di patria. Altri artefici ignoti alla storia si
fan chiari pe"' i loro sepolcrali epitaffi.
g. 57. Verso Tanno 1700 la scuola senese fu
accreditata pe"* i meriti del cav. Giuseppe IHasini
scolare di Ciro Ferri. Il Nasini ebbe le qualità già
lodate in molti della sua patria, talento fervido ,
immaginazione copiosa , cultura di poesia, ma di
quella poesia che lui giovane correva in Italia, non
frenata molto da le^^e. A questo somiglia il suo
dipingere, vi si desidera più ordine, disegno più
scelto, colorito meno volgare. Visi trova però
sempre un fare macchinoso, un gran possesso di
pennello, un insieme che impone. Meritano di
esser veduti i quadri dei Novissimi fatti già per
palazzo Pitti, e di là trasportati nella chiesa dei
conventuali di Siena . Vi è una gran quantità di
immagini non così scelte , né così ordinate da
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. SZy
fermare un curioso*, né altri pittori poteano aìioia
altrettanto. II cav. Nasini si formò in casa due di-
scepoli. Ebbe un fratello sacerdote nominato An-
tonio, di cui come di buon ritrattista è la effigie
fra quelle dei lodati pittori a Firenze. Nacque da
Giuseppe il cav. Apollonio Nasini, che nella pro-
fessione fu minore del padre, nondimeno lo aiu-
tò nei lavori anche più vasti , e tenne onoralo
luogo fra i coetanei . Visse al tempo dei Nasini
Gioseffo Pinacci senese discepolo del Meusin fi-
gure, del Borgognone in battaglie^ fu buon ri-
trattista, e fece qualche fortuna in Napoli , poi
presso il gran [»rincipe Ferdinando in Firenze ,
ove lasciò alquante opere: ma il suo maggior ta-
lento fu il conoscere le mani dei pittori antichi.
Nel dar termine alla scuola senese aggiungeremo
per sua gloria. ch'ella se non conta pittori di pri-
m'ordine, ne ha però molli de''buoni, consideralo
il tempo in cui vissero, e non molto gran nu-
mero di mediocri e cattivi (73).
NOTE
(1) Ijalluzzi, Storia del granducato di Toscana, voi.
I, lib. I, cap. IX. (2) Vasari, Vite dei più cccellen-
t* pittori, scultori ed architetti, voi. vi» , pag. 47.
(3) Baldinucci^ Notizie del disegno, voi. vii, p. 17.
(4) loghiraini, L*imp. e reale palazzo Pitti descritto,
p. 97. (5) Angelucci, Memorie storiche per servir di
guida al forestiere in Arezzo, p. 102. (.6) Bianrliini,
Si. l'ose. Tom, 10. 71
838 COSTUMI
Dei grauduchi di Toscana della rea! casa Medici, ra-
gionamento I. (7) Morbio, Storia dei municipi italia-
ni^ Cronica di Firenze dal 1548 al 1652. (8) Milizia,
Dizionario dell* arte del disegno , articolo Vasari .
(9) IVlazzarosa, Guida del loiestiere per la città e con-
tado di Lucca, p. 81. (IO) La guide de Florence, p.
35. (11) Milizia cit. artic. Ainmaauato . (12) Nuova
guida di Firenze e d^altre città principali della To-
scana , p. 521 ediz. Firenze 1839. (13). Milizia cit.
art. Bontalenti. (14) Tolomei, Guida di Pistoia , p.
63. (IS) Guida di Siena, p. 186. (16) Firenze antica
e moderna, voi. iv, p. 24. (17) Ivi, p. 27. (18) Gui-
da della città di Siena per gli amatori delle belie arti,
p. 143. (19) Repetti, Dizionario geografico-fisico-storico
della Toscana, art. Cortona. (20) Guida per la città
di Volterra, p.169. (21) Repetti cit. art. Montepulcia-
no. (22) Firenze antica e moderna cti. p. 31 1 . (23) Gi-
co£;nara, Storia della scultura dal suo risorgimento in
Italia sino al sec. XIX, voi. ii, lib. v, cap. ni. (24) Ivi
(25) Ivi. (26) Giachi, Saggio di ricerche sopra lo stato
antico e moderno di Volterra, part. i, p. 176. (27) Gi-
cognara cit. voi. ii, iib. v, cap. vi. (28) Inghiraini
cit. art. Giardino di Boboli. (29) Cicognara cit. Iib.
v, cap. in. (30) Ivi^ voi. iii^ lib. vi, cap. iv. (31) Gui-
de de Florence cit. p. 47, e Orlandi, Abbecedario pit-
torico , art. Ferdinando Tacca . (32) Cicognara cit.
lib. v, cap. IH. (3.i) Ivi, lib. vi, cap. i. (34) Ivi, cap.ii.
(35) Ivi, lib. VI, cap. iv. (36) Ivi. (37) Ivi e Ingbirarai
cit. (38) Inghirami cit. (39) Cicognara cit. (40) Ivi .
(41) Ivi. (42) D'Aginconrt, Storia delle arti^ voi. ili,
progresso del risorgimente della scultura, p. 307, noi.
2. (43) Cicognara cit. voi. ii, lib. v,cap. vii. (44) Ivi.
(45) Ivi. (46) Bianchini cit. ragionam. ni. (47) Roubo
Fils j U art du menusier ebenisle 3 section de la 3
partie, ap. Taigioni, Notizie degli aggrandimenti del-
le scienze fisiche voi. ni, p. 78. (48) Bianchini cit.
rag. Vii. (49) Milizia, Dizionario cit. art. iuci.siom ia
DEI TEMPI MEDICEI PARTE Vili. 809
rame. (50) Targioni cil. voi. in, part. iv , J. 280 .
(51) Cicognara cit. (52) Lanzi, Storia piltoiica dell'I-
talia , voi. I , scuola fiorentina . (53) Ivi . (54) Ivi .
(55) Bianchini cit. rag. i. (56) Lanzi cit. (57) Ivi .
(58) Ivi. (59) Ivi. (60) Ivi. (61 ) Ivi. (62) Ivi. (63) Ivi,
epoca IV. (64] Ivi, ep. iii. (65) Ivi. (66) Inghiraini cit.
(67) Lanzi cit. ep. v . (68) Ivi . (69) Ivi . (70) Ivi .
(71) Trenta, Notizie di pittori, scultori ed architetti
lucchesi. Stanno nelle memorie e documenti per ser-
vire alPistorin del ducato di Lucca, tom.viii, p. 87.
(72) Lanzi cit. (73) Ivi, scuola senese in One.
8/{o COSTUMI
PARTE WONA
SCIENZE
— 0-
g I. J_J epoca della quale fingerà trattammo, e
che sesta si nomina nella storia che scrivo, dirla
possiamo il secolo mediceo. Notammo già che i
toscani ingegni infievoliti dai barbari, si ristora-
rono per opera di Cosimo defedici detlo Pater
patriae^ di Piero, di Lorenzo il Magnifico e di papa
Leone X lutti d'una stessa famiglia. E sebbene
dopo costoro lo scibile retrocedesse alcun po^^o ,
ciò non ostante rfsorse più energicamente pet
corso iX\ ben oltre mezzo secolo nel periodo dei
XVir. In questo tempo regnando Cosimo II e
Ferdinando II solidamente si stabilì h'a noi la
lingua greca , P eloquenza, la più colta lettera-
tura greca,eredizione dei capi d'^op era demiglio-
ri maestri greci e latini, e il dlrozzamenlo delle
matematiche, della filosofia e della medicina, che
pur seguirono in Firenze nelTaureo tranquillis-
simo secolo medicea, mentre visseroidue lodati
sovrani, unitamente col serenissimo principe Leo-
polda fratellodel granduca Ferdinando, secoiidati
dai loro sudditi per condurre ad un luminoso e-
DEI TEi»Pl MEDICEI PARTE IX. 84 I
'^éublìnie grado di perfezione le scienze tisiche , ia
letteratura e le arti del disegno (i).
g. a. È pur nota la protezione generosa, colla
quale essi principi onorarono e favorirono sem-
pre la moltiplice erudizione, la poesìa, Peloqueu-
za, la pittura, la scultura e l'architettura, ma prin-
cipalmente tendevano a sostenere Paggrandimen-
to delle scienze tisiche . La propagazione delle
lettere dovea fare strada allo stabilimento di esse
scienze e dottrine le più importanti, ed insegna-
re il modo di trattarle e perfezion irle, [nfatti po-
co tempo do[)0 che il duca Cosimo I ebbe fon-
data PAccademia Fiorentina, pensò di restaurare lo
studio pisano, e richiamarvi scienze ed arte, in-
vitando con ragguardevoli stipendi i più insigni
uomini delPItalia e delle nazioni oltramontane
per professarle. Fin dal passaggio di Carlo Vili
e dalla ribellione dei pisani si era disciolta quel-
la università, e la repubblica di Firenze, dopo la
recuperazione di Pisa, era stata troppo distratta
dalle interne turbolenze, senza poter mai rivol-
gere le sue cure a questo stabilimento. Il governo
del duca Alessandro fu troppo breve e tempesto-
so, e le sue premure non si estendevano a tal
segno^ giacché questa gloria era riserbata al duca
Cosimo ed al Campana suo consigliere, a cui fu
appoggiata intieramente h esecuzione di sì lode-
vole disegno. INel i534 '^ *^^^^ incaricò Filippo
del Miirliore di scorrere le città della Lomb3r<lìa
per reclutare gli uomini ì più accreditati «li quella
provincia in materia di cognizioni. Uiordini) per-
tanto il duca con la direzione dello stesso C.iin-
842. • COSTUMI
l>anrt gli slnluli per il governo e la direzione della
università, secondo il metodo allora praticato in
Padova ed in Pavia, assegnando al rettore una
libera ed immediata giurisdizione sopra tutto ciò
che potesse in qualche forma riguardare lo stu-
rilo e le persone al medesimo subordinate. Di-
vise gli scolari della università in quattordici na-
zioni, delle quali ciascuna avesse un consigliere^
e i quattordici consiglieri, formando il corpo su-
premo della università, volle che avessero il dritto
di eleggere il rettore (a).
g. 3. Per accrescere sempre più il concorso
allo studio, determinò il sovrano che Pisa fosse
per gli scolari che vi concorrevano dì fuori del suo
dominio luogo libero e franco, non comprendendo
mai quella città nelle convenzioni che fece con i
principi confinanti per la reciproca restituzio-
ne dei delinquenti. Inviò pure una circolare a
tulti'i generali degli ordini di frati che aveano
convento in Pisa, intimando loro di abolire nelle
altre città del dominio qualunque studio o car-
riera stabilita per i giovani studenti, ad oggetto
di ridurla in Pisa e richiamarvi la gioventù, non
volendo che in avvenire si deputasse alcun reg-
gente fuori che in quella città. Con legge dei io
lugh'o 1543 vietò ai sudditi di portarsi a consegui-
re il dottorato in altre università fuori del domi-
nio (3). Cosimo arricchì pertanto quella universi-
tà di gran privilegi e la tiancheggiò con ottime
leggi, acciocché mai nei futuri tempi mancar non
potesse. Presso alla stessa università un collegio
ancora egli eresse che appe'lò Sapienza^neì qua-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE IX. S/^%
le volle che senza alcuna loro spesa, alimentati
e mantenuti fossero, come ancora tuttavia si pra-
tica, quaranta giovani dei suoi stati, ch"*esseu(lo
atti agli studi, non potessero a cagione della lor
povertà tirarsi avanti perla via di essi studi. Dopo
tutte queste disposizioni, il di piirao di novembre
1543 si fece la solenne apertura dello studio con
numeroso concorso di scolari,e il Robertello ram-
mentando le premure del principe, la gloria e lo
interesse della nazione, esorlò la gioventù ad ap-
prendere le scienze. Né si stancò il duca d''impie-
gare tutta la cura per rendere lo studio pisano
ogni giorno più florido, che anzi istituì una cat-
tedra di botanica, scienza fino a quel tempo ne-
gletta, e stabilì in Pisa un orto per i seruplici; e
siccome Cosimo compiacevasi assai di qfjesl''arte,
potette trasferire in Toscana, e rendere quasi in-
«ligene molte piante delT Egitto, del Levante, e
della Sicilia. Trasportato per altro il duca dallo
spirito del secolo e dal genio di tutti i principi
suoi conten>|)oranei, institui una cattedra di astro-
logia, dandone l'esercizio a fra Giuliano Ristori da
Prato carmelitano, accreditato molto in quest''arte
perla caivialità di aver predetta la morte violenta
del duca Alessandro, e di scoprile alcune insidie
preparate alio stesso Cosimo: predizioni facili ad
effeltuar^n un paese che passa dal governo re-
pubblicano al monarchico. .>Ia Cosimo a dir vero
si occupò pniticolarmente della vera astronomia^
come ne fan Cede le armille di bronzo che fece al-
zare in Firenze sulla facciala dei tempio di santa
844 COSTUMI
Maria Novella dal Padre Ignazio Dante di Peru-
gia domenicano e tnattematico insigne (4).
g. 4- Con somma vigilanza ed attenzione dif-
fondeva Cosimo le sue grazie ed i suoi benetìzi
dovunque ei vedeva che nei suoi stati o dovesse-
ro o potessero coltivarsi gli studi. Così dunque,
oltre alPàccadeniia Fiorentina , e alP università
di Pisa, pensò ancora aiPuniversità di Firenze,
nella quale volle efficacemente che sempre fos-
sero lettori dottissimi, tra i quali splenderà in
ogni tempo il nome celebre di Pietro Vetto-
ri. iNè con minor pensiero ed amore pensò ai-
Puniversità di Siena, poichèdivenuto egli signore
di quella nobilissima città e del suo ben ampio
stato, provvide a quelle cose che il coltivamento
degli studi riguardano, avendo dato ai lettori di
quella università, quando per via di guerre o di
altre calamità minacciava di sciogliersi e mancare,
tutti i mezzi ed aiuti necessari per potere eser-
citarsi e fare le loro lezioni, ed agli scolari tutto
il comodo per potere studiare . E siccome egli
era studioso assai della storia , e considerava
quanto gran giovamento da questo studio trar si
potesse, così ordinava a quei che credeva capaci,
di scrivere le storie dei loro tempi, e quindi av-
venne che in quella età tanti eccellenti scrittori
di storie fiorissero (5).
g. 5. Le due università della Toscana , di
Pisa e Siena,sebbene abbandonate al rigore degli
inquisitori., fiorirono nondimeno sotto il governo
di Francesco I per il merito dei professori e pel
DEI TEMPI MEDICEI PARTE IX. 845
concorso degli scolar!, poiché a Siena vi concor-
revano tedeschi e pollacchi, ed a Pisa i genovesi
e quei delle più vicine parti della Lombardia con
molto utile dei paesi. Non ostante che il gran-
duca Francesco avesse diminuiti gli assegnamen-
ti costituiti dal padre per lo splendore dello studio
pisano, pure non mancò di avervi dei soggetti dì
molto credito e reputazione. Fiorirono perciò nel-
la medicina Tommaso Cornacchini e Andrea Ca-
niuzio già medico di Massimiliano II: il Verino
ed il Quarantotto si distinsero nella filosofia, e
il Cesalpino conobbe la circola/Jone del sangue,
senza però vederne le conseguenze. Si concedeva
ogni anno un condannato a morte per Io studio
di anatomia, e già presso all'orlo bottanino era
formato il museo dì Storia naturale, che sempre
arricchiva con nuove raccolte. Il granduca come
conoscitore delle persone e delP importanza del-
le scienze, conferiva da sé stesso le cattedre. Es-
sendo egli versalo nella storia naturale fra le
parti di essa si applicava singolarmente alla mine-
ralogia ed alla metallurgìa, e perciò nelle sue of-
ficine del casino faceva continue esperienze di
alchimia, arie tanto accreditata in quel tempo.
Ma questa non gli impediva di conoscere il meri-
to e r importanza ancora delle altre, e nominata-
mente della hottanica, in cui seguendo le tracce e
V insegnamento del padre pose ogni studio perla
ricerca dei semplici, e della utilità dei medesimi,
perciò olire ad avere un orto boltanico in Pisa e
in Firenze, teneva ancora due semplicisti Giuse^»-
pe Cusabona fiaoimiugo, e Lorenzo ItfazzangA da
84^ COSTUMI
Barga, i quali spediva a erborizzare per i monti
non solo d'Italia, ma anche della Sicilia e delle
isole venete delP Arcipelago (6)^ rna non lasciò
dì proteggere gli scrittori di storia, come anche
gli uomini dotti nella scienza legale, i quali non
avean solamente la nuda pratica del foro, ma si
eran resi singolari nello studio e nel possesso del-
le antiche romane leggi e dei sacri canoni, e nel-
la cognizione di tutto ciò che accompagnar dovreb-
be la giurisprudenza (7).
g. 6. Per maggiormente propagare le scienze
ad imitazione del suo gran genitore, che fondò
in Pisa il collegio detto la Sapienza, Ferdinando
I ordinò che per maggiore profitto dei giovani
fosse fatto in Pisa un nuovo collegio, che chia-
mar si dovesse dal l'egio suo nome il collegio Fer-
dinando, in cui i giovani col pubblico denaro delle
lor patrie dovessero essere alimentati e mante-
nuti, e con leggi da esso approvate retti e gover-
nati, acciocché con più comodità ed attenzione
•vacar potessero nella pisana università alPacqui-
slo delle nobili scienze, e delle cognizioni più bel-
le e necessarie. Con questa medesima generosa
attenzione invigilava ai vantaggi anche della uni-
versità di Siena, poiché per benefìzio della se-
nese e della straniera gioventù vi stabili tren-
tacinque cattedre, tra loro con savia condot-
ta compartite, che è lo stesso che dire 35 lettori,
i quali le scienze e le arti tutte professar vi do-
vessero : fu in questo tempo medesimo che tale
università fiorì al pari , o poco meno delle al-
tre d' Ilalia (8) . Lo studio dei classici e delle
DEI TEMPI MEDICEI PARTE IX. 84^
anlichllà promosso dalle accademie e dai collegi
avea già fatto strada alle scienze, per cui il gran-
duca essendo amante di trarre a sé i più bei ta-
lenti d'Italia ottenne per suo pretomedico il Mer-
curiale, che procurò di sostenere in Firenze ed
in Pisa con reputazione quesfarte. La medicina
preparò i progressi e le scoperte della bottanica,
e questa combinata colle insinuazioni dell'Aldo-
brando, con cui il granduca teneva ordinaria-
mente una famigliare corrispondenza, produsse
il gusto e l'applicazione per la storia naturale.
Devono perciò attribuirsi a quest'epoca i primi
musei di storia naturale eretti con sistema in
Toscana, avendo il granduca il primo dato esem-
pio con quello di Pisa, con aver raccolto da varie
parti quanto di più raro potevasi acquistare io
tutte quelle classi, cbe formano il totale di que-
sta scienza,e con avere aperto quello stesso giar-
dino in altro luogo della città, onde maggior-
mente ampliarlo per render sempre mjggior
comodità agli studiosi che della bottanica si di-
lettavano (9). A. proporzione delle altre scienze
doveva avanzarsi ancora lo studio delle matema-
tiche, e produrre alla Toscana il glorioso secolo
di Galileo, il quale ottenuta in Pisa la cattedra di
matematiche ne.\ 1689 per opera di Ostilio Ricci
di lui primo maestro, la decorò fìno al 1692^ nel
qual tempo l'invidia degli emuli, e la non con-
formità de'suoi sentimenti con quelli di don Gio-
vanni de'Medici lo fecero determinare ad abban-
donare la Toscana, e rivolgersi allo studio di Pa«
dova.
S48 COSTUMI
5. 7. Da Cosimo I fu data una scenica rappre-
sentanza in occasione degli sponsali tra Lucrezia
deWIedici di lui figlia, ed il principe Alfonso d'E-
ste primogenito del duca di Ferrara, ove per la
prima volta si dette forma al componimento tea-
trale detto dramma, posto in musica da France-
sco Corteccia, mentre quest'arte era sconosciuta
lino a quelTepoca. Devesi poi al buon gusto di Fer-
dinando I^ dei soggetti della sua corte il raftìna-
mento della musica, e tutte quelle scoperte che
gettarono i fondamenti del teatro italiano, e ne
formarono la prima epoca. Emilio de'Gavalieri fu
il primo a metterla sulle scene, alternando con
ìe ariette cantale il dialogo che gli attori pronun-
ziavano naturalmente. Si eseguivano frequente-
mente nelPanno alla corte dei Medici delle tea-
trali rappresentanze, nelle quali il gusto allora
dominante suggeriva di combinare la scelta della
favola alla delicatezza della poesia, l'armonìa del-
la musica, e l'illusione delle scene. Le immagini
dei poeti concertate colPingegno ed invenzione
del Buontalenti, somministravano alPocchio i più
^ vaghi spettacoli di apparizioni, Irastìgurazioni e
accidenti che risvegliavano in tutti Tammirazione.
Mentre la poesia si occupava per determinare le
leggi del dramma, e il Biion talenti per formare il
teatro, la musica si perfezionava al punto di di-
ventarne Toggetto primario. Una compagnia di
gentiluomini fiorentini riflettendo che gli antichi
cantavano tutte intiere sulle scene le loro trage-
die, si prefisse d"'imitarli ed applicò tutto il suo
studio a questa scoperta. Teneva il granduca sii-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE IX. 849
pendiate alla sua corte un coro di musici, fra i
quali si distinguevano singolarmente Iacopo Peri,
e Giulio Caccini, detto comunemente Giulio-ro-
mano. Erano ambedue molto intelligenti della
musica, nella quale istruivano ordinariamente la
corte e la nobillà. Mentre Giulio-romano perfe-
zionava la delicatezza del canto nelle arie, Iaco-
po Peri inventò per il dialogo un'armonìa, che
fosse di mezzo fra'i canto e la favella ordinaria,
secondando la naturale inflessione della voce e
del periodo nella pronunzia. OUuvio Rinuccini
tìoreutino fu il primo che somministrasse dram-
mi onde porli in iscena. Ritrovato in tal guisa il
recitativo, e adattatolo alla nuova forma del dram-
ma, si eseguirono le rappresentanze sceniche tut-
te cantate, e ne riusci con ammirazione di tutta
Topera italiana, spettacolo prima incognito, e che
in progresso perfezionandosi ha fatto la passione
degritaliani e delle altre nazioni. Il primo saggio
di questa musica fu dato nel 1694, essendo stata
solloposta alle note la Dafne^ favola pastorale di
Ottavio Rinuccini. Jiel 1600, alToccasione degli
sponsali tra Maria de'Medici ed Enrico IV re di
Francia, fu dato un teatrale spettacolo drammati-
co intitolato T-^wr/W/ce, composto pure dal Rinuc-
cini , e posto in musica ugualmente da Iacopo
Peri. Fu questo il secondo saggio dove si udì
quella specie di canto semplice, che si chiama
recitativo distinto da quel che dicesi aria, la qua-
le è formata da una musica più ricca di melodia:
ma la musica rimase nella sua semplicità, finché
sotto Cosimo II A-ndrea Salvadori rappresentò il
Si, Tose* Tom* 1Q* >2
85o COSTUMI
Medoro^ ove si riconobbe quanto Io stile recita-
tivo fosse andato tìno allora migliorando, e così
tidesi dar forma completa a questo genere di
rappresentanza teatrale, che poi fu detta Popera
italiana. La novilà ed eleganza in tale spettaco-
lo avendo risvegliala la maraviglia nello scelto
numero degli spettatori, animò a raffinare la mu-
sica non solo la nazione italiana , ma anche le
corti di Spagna e di Francia mosse dalla univer-
sale sorpresa fecero istanza al granduca di ave-
re i suoi musici. Gio. Battista Lulli fiorentino fu
il padre della musica in Francia. Egli conobbe
la vera arte di adattare Tarraonia alle parole, e
perciò la di lui musica non è ancor decaduta.
Nelle sinfonie di quell'epoca i primi violini soli
facevan sentire un suono sostenuto, e le altre
parti erano ridotte ad un accompagnamento mo-
notono. Il Lulli fu il primo a porvi una varietà, e
vMntrodusse nuovi strumenti, come per esempio
timpani e trombe, ma si fanno specialmente di-
stinguere le sinfonìe di questo maestro per le bel-
lissime fughe (io).
g. 8. Fu Cosimo II che ricordatosi avere il
di lui genitore ordinata la regia consulta, accioc-
ché la scienza legale fosse viepiù coltivata, volle
che si formasse in Firenze il collegio degli av-
vocati nobili, dal quale poi tanti dotti giurecon-
sulti e tanti sapienti giudici uscir si videro. Egli
conoscendo la fama di Galileo Galilei suo suddi-
to fece sì che tornasse nel suo stalo, raentr- era
professore di matematiche nelTuniversità di Pa-
dova. In quest'epoca il nostro Galileo ritrovò la
DEI TEMPI MEDICEI PARTE iX. 85 I
maniera di fare quel suo maraviglioso occhiale,
con cui tra le altre cose scoprì nel cielo e intor-
no a Giove quattro stelle non più osservate, che
da lui nominate furono le stelle medicee in se-
gno d'ossequio verso la casa de'suoi principi na-
turali, e pubblicò al mondo questo grandissimo
scoprimento per mezzo del suo nunzio sidereo,che
stampato lo dedicò a Cosimo II. Propose il Gali-
leo al suo signore di fare esperienza di un suo
importantissimo ritrovato , mediante il quale i
naviganti potessero viaggiare per la longitudine
colla stessa facilità che si camminava per la lati-
tudine; ma rindolenza nelPesperimentare e porre
in pratica questo ritrovato, fece che mancò di
vita il Galileo prima di poter dirigere pratica-
mente l'esperienza, per cui siamo restati privi di
si utile sussidio alla navigazione (ii).
g. 9. Venne in pensiere al principe Leopoldo
fratello del granduca di riassumere quelPaccade-
luia platonica, che Tantico Lorenzo deWIedici isti-
lui ed aperse nella suhurbana villa di Careggi,'per
la quale ricominciossi non solo allora in Tosca-
na, ma poi altresì per tutta l'Europa lo studio già
fin dagli antichi tempi dismesso della dottrina di
Platone. Conferito questo pensiero al suo fratel-
lo granduca,fu da esso volentieri abbracciato, ed
ambedue uniti rimesseroin piedi quella tanto illu-
stre ed ulileaccademia, aggregandovi buon nume-
ro dei primi valenTuomini che allora liorivano iu
Firenze, i quali presero per loro esercizio di fare
in essa con metodo platonico dollissime riflessioni,
e intorno a Dante Alighieri, e intorno ai dialoghi-
85a COSTUMI
dello stesso Platone (i2).A.inrna<?strali nelle scien-
ze filosofiche da Galileo Galilei i due principi
Ferdinando II e Leopoldo, alla corte del primo
tenevansi scenlifiche conversazioni composte de-
gli ingegni più sublimi, educati alla squola del
Galileo, e dal secondo fu fondata la celebralissi-
ma accademia del Cimento^ prima sorgente dei
buoni studi filosofici in Europa. Questa fu isti-
tuita per fare colla maggior possibile esattezza
Tesperienza delle i;ose naturali. Dette essa prin-
cipio alle sue operazioni nel mese di giugno del
1657, per cui Fir€nze,divenuta la moderna Ate-
ne, richiamava non meno che Tanlica per ogni
parte i dotti che andavano in traccia di nuovi lu-
mi. Ofl'riva questa agli osservatori biblioteche in-
signi, e quei codici stessi che avean servito d''istru-
mento alla restaurazione delle lettere sotto gli an-
tichi Rfedici: i residui delle antichità raccolti con
tanta industria, le opere dei più celebri pittori e
scultori, e l'eleganza della città medesima offriva-
no un dilettevole trattenimento. Ferdinando pe-
rò vide che il riunire tutti quei dotti soggetti che
avean partecipato degli insegnamenti del Galileo
in una società permanente avrebbe molto più pro-
mossa remulazione tra di essi, perciò assegnò
loro un locale opportuno nel proprio palazzo, e
supplì alle spese occorrenti.
g. 10. Tra i primi valorosi soggetti che aggre-
gati furono alPaccademia del Cimento annoverar
si debbono Francesco Redi, il cav. priore Orazio
Rucellai, Vincenzo Yiviani, il dottore Antonio
Uliva, Carlo Rinaldi, il Magalotti segretario della
DEI TEMPI MEDICEI PARTE IX. 853
medesima accademia ed altri. Tiene tra essi il
primo luogo Evangelista Torricelli da Modiglia-
na, che fino dal 164 1 suncedelte al maestro nel
posto di filosofo e matematico del granduca, ed a
cui devesi Tinvenzìone del barometro (i3). Bre-
ve fu la durala di quest"'accademia tìlosotica spe-
rimentale, avvegnaché le discordie insorte tra i
sapienti che la componevano, produssero la so-
spensione delle adunanze, e alla esaltazione del
cardinalato del principe Leopoldo, di essa fonda-
tore, rimase sciolta intieramente, non essendo
esistita che dal iGS^ al i663. Ogni ramo di scien-
za progredì in Toscana sotto il governo di Fer-
dinando II, poiché egli ne prolesse tutti gli uo-
mini celebri iu ciascuna di esse versati (14).
g. 1 1. Le scienze filosofiche ai tempi di Cosimo
III non fecero un passo, e sebbene le nazioni in
occasione della guerra di successione messe in
contatto, si fossero vicendevolmente comunicate
nuove idee, i claustrali della corte gridando alla
corruttela, né impedivano la propagazione (1 5).
Ad insinuazione del Redi intraprese a formare
un gabinetto di storia naturale, e lutti i missio-
nari delle Indie e di America furono incaricali
di procurargli le più rare e scherzose produzioni-
delia natura lanto d^ Oriente che d'Occidente;
ma questa nobile curiosità fini allorché cessò
di vivere il Redi principale promotore di es-
sa. Cosimo III amò singolarmente la bottanica,
e perché addetto da lungo tempo al vitto pit-
iagorico, trovava in essa ciò che interessava la
tua salute e tutto il pascolo per la delizia. Sotto
854 COSTUMI
il di lui governo fiori in questa scienza il celebra
Pirro Maria Gabrielli fondattjre della rinomala
accademia senese delta dei jFisiocritici: al gran-
duca pure son dovuli i prc^gressi e le scoperte
fatte in questa scienza da PietroMicheli, ohe lau-
to hanno contribuito per perfezionarla neiravve-
nire(i6).
g. 12.. Giovan Gastone ultimo granduca della
dinastìa medicea non fu men sollecito dei suoi
antenati nell'amore delle lettere e delle scienze.
IXon fece però gran cose a loro vantaggio, e in-
fatti possiamo di lui narrare soltanto ch''ei prov-
vide la università di Pisa di una torre per uso di
specola, ove fare le osservazioni astronomiche,
ch''egli fece erigere in faccia all' orlo boltanico
di quella città (ij).
NOTE
(1) A argioni, Notizie degli aggrandimenti delle scien-
ze fisiche accadute in Toscana nel corso di sessanta
anni del secolo XVII, voi. i, prefazione. (2) Galluzzi,
Storia del granducato di Toscana, voi. i, lib. i, cap. ix.
(3) Ivi. (4) Ivi, e Bianchini, Dei granduchi della real
casa Medici, ragionamento i, Adriani, Storia dei suoi
tempi, voi. i^ lib. 111^ p. 291 . (5) Bianchini cit. (6) Ga 1-
luzzi cit. voi. V , lib. IV , cap. x. (7) Bianchini cit.
ragionamento li. (8) Ivi, ragionam. iii. (9) Ivi, e Gal-
luzzi cit. voi. VI, lib. V, cap. xiii. (10) Galluzzi cit.
ed Elogi d'uomini illustri toscani, voi. iv, prefazione,
e Inghirami^ L'imperiale e reale palazzo de'Pilti de-
DEI TEMPI MEDICEI PARTE IX. 855
scritto. (11) Bianchini cil. ragionamento iv. (12) Ivi
ragionamento v. (13) Galluzzi cit. lib. vii, cap. vii,
(14) Bianchini cit. e Ferrini , Compendio di storia
della Toscana, epoca v, §. 59. (15) Litta, Nota della
famiglia de'Medici e de'primi tempi della repubblica
fiorentina, tav. xvi. (16) Bianchini cit. ragionamen-
to, VI, e Galluzzi cit. lib. vili , cap. x. (1*7) Bian-
chini <it. ragionamento vii.
T I7i E DEL TOMO X,
E dell'epoca "VI.
TAVOLA SIIVOTTICA
DELL'EPOCA VI
Tomo IO.
^ GEOGRAFIA.
g. 1. Uominio e titoli accordati ai Me-
dici Pag. 5
a. Città e fortezze dello stato fioren-
tino ...... 6
3. Dello stato senese e di Piombino. „ y
4. F'ari territori del granducato . „ 8
5. Origine di varie terre e fortezze. „ 9
6. acquisti fatti da Ferdinando I ,
Francesco I e Cosimo II . „ ivi
7. Estensione del granducato toscano.yt i o
8. Del bagno di Montione . »t i '
Note w la
AVVENIMENTI STORICI
CAP1T0;.0 |.
J. I. Esaltazione d^lla famìglia dei Me-
dici al trono di Toscana . » 1 3
S58
5 . 4. Condizioni della capitolazione di Fi^
renze Pag. i3
3. Ratifica di essa capitolazione, „ 14
4. Baccio Falori eletto da Clemente
FU capo del governo fiorentino.^ i5
5. Elezione di una balìa . . » 16
6. Abolizione della balìa repubblica-
na 5> 17
>), Imposizioni per pagare le truppe
imperiali e congedarle. . » 18
%. Patti deW amnistia infranti . » 19
9. Ambasciata dei repubblicani fioren-
tini aWimperatore . . j» 2^0
I o. Lettere del pontefice alV imperatore, i i
1 1. Carattere d"" Ippolito dei Medici. » as
la. Carattere d"* Alessandro suo cugino. » a4
Abfe j9 a5
CAPITOLO li.
J. I . Lucca liberata dalle soldatesche stra-
niere 5» a7
a. Malcontento della plebe contro i po-
tenti lucchesi . . . j, ivi
5. Timori dei senesi per la perdita del-
la loro libertà . . . „
4. Ordine deW imperatore agli aretini
di sottoporsi alla casa Medici. „ ivi
5. Fatto accaduto in Arezzo . «So
6. Preparativi degli aretini per la di-
fesa della loro città . . » 5 1
7. Suggezione di Arezzo ai fiorentini. ^^ 3a
a9
S59
g. 8. Ostilità delle armi spagnuole nello
stato senese .... Pag. 33
9. Bìchìamo dei fuorusciti in Siena. „ 34
10. Riforma del go<^erno in Siena. „ 36
11. Baldanza dei no^eschi nel tornare
in patria . . * . » 38
I a. Preparatigli di una sollei^azione dei
popolari contro i noy^eschi . „ 39
i3. Partenza del Borghesi da Siena. „ 4^
14. Solle<^azione di quella città . » 4 ^
i5. D esercito imperiale retrocede verso
Siena » 4^
16. Fuga del B andini dalla carcere di
Cuna 9j 45
1 7. Sollevazione degli straccioni in Luc-
ca j> 45
18. Domande dei sollevati al senato. „ 47
1 9. La religione invocata per la pace di
quei sediziosi . . . »> ^^
ao. // Buonvisi libera Lucca dai tumula
ti « 5i
ai. Ingresso d"^ Ale ss andrò de^ Medici in
Firenze . . . . » 5a
%i. Sua elezione per capo della repub-
blica fiorentina , . . » 53
a3. Politica del Guicciardini. . 9, 54
a4. Stabilimento del governo mediceo, y, ivi
a5. Osservazioni sul nuovo governo de-
st inalo a Firenze. . . »» 55
a6. Privilegi tolti alla repubblica fio-
rentina » ÌTI
a;. Come Carlo V saXvassu la libertà
86o
della repubblica fiorentina . Pag. 5 7
|. a8. Firenze considerata un s^icariato
imperiale . . . . w 58
^9. Alessandro si porta a Roma . m i^i
3o. Arrivo e comando del marchese del
Fasto in Siena . . . » ivi
^i. Variazioni nel governo di Siena, n 60
5 a. Approvazione di vari articoli in es-
so r, jyi
33. Partenza del marchete del Vasto
da Siena . . . . » 6f
34" Ingresso di Alfonso Piccolomini in
Siena .....,» 6a
35. Sudditanza di vari paesi toscani al
duca Alessandro . . . » i?i
36. Risse fra le fazioni panciatica e
cancelliera di Pistoia . . » 63
57. Costituzione della repubblica fio-
rentina, * . . . » 64
38. Contribuzione dei toscani per la
lega d' Italia del i53a . . „ QQ
39. Margherita d'' Austria destinata spo-
i sa di Alessandro dei Medici, „ ivi
40. Fortificazioni e milizie a favore di
Alessandro . . . . » 68
^\. Cattivi trattamenti del duca Ales^
Sandro verso i fiorentini . „ ivi
4a. Morte di Clemente VII . . » 70
43- Pubblicità delle scelleratezze di A-
lessandro , . . . «71
44* accuse dei fiorentini contro il duca
Alessandro . . . . m 7^
86 1
J. 45. Ostinazione del fuorusciti fiorentini
per la libertà , . . Pag. 7$
46. Matrimonio del duca con 3Iargheri'
ta d'' Austria. . . . » ^5
47. Passaggio dell' Imperatore da Sie-
na » ivi
48. Sua dimora in Firenze . , >» 7'^
49. Suo passaggio per Pistola a Luc-
ca » 7^
50. Feste fatte In Firenze per la venuta
di Margherita d"* Austria . „ ivi
5i. Carattere di Lorenzo del Medici, „ 79
5a. Assassinio del duca Alessandro. „ 80
53. Turbamento di Lorenzo del Medici.^ 8 l
54. Sua Juga » 8 3
55. Partenza di Margherita da Firen-
ze » 84
Note „ 85
CAPITOLO 111.
J. 1. Consigli per reiezione del nuoi^o du-
ca w 88
2. Cosimo eletto capo della repubblica
fiorentina . . . . » 90
3. Deluse speranze del tre cardinali
Sahlatl.^ Rldolfi e Gaddl . » 91
4. Stabilità del governo di Cosimo I. ^ 92
5. Lo Strozzi fortificato a Montemur*
lo „ 93
6. Prigionia dello Strozzi e degli altri
esiliati » 9Ì
SI. Tou. Tom, 10. 73
862.
g, '). Intenzioni dei prigionieri manifesta-
te circa il loro operare , Pag. 96
8. Violenta morte dello Strozzi^ di Lo-
renzino e di altri fuorusciti. „ ivi
9. Carlo V ratifica a Cosimo il posses-
so dello stato . . . » 97
10. Fortificazioni fatte da Cosimo I. „ 99
11. Sottoposizione d''Arezzo^e scaltrez-
za dei lucchesi . . . » 100
la. Decadenza della repubblica senese.» 101
i3. Mutazione del di lei go^erìio , >? 'oa
14. Sposalizio di Cosimo con Eleonora. io3
i5. Prov(^'edimenti di Cosimo contro la
carestia . . . . » 104
16. Il papa contro Cosimo L . ^ 106
17. IL papa e Carlo F in Lucca . » 107
18. Nascita di Francesco I . . » 108
1 9. Dispute di precedenza fra il duca
di Ferrara e Cosimo . . w ivi
ao. Mire del papa peWacquisto di Sie-
na 9}
ai. Trattati per la difesa di Toscana. „
aa. Fortificazioni di Piombino . y,
a3. Dijesa del littorale toscano . „
a4. Telamone e Portercole in mano di
Barbarossa . . , . „
a5. Sollevazione popolare in Siena. „
,iC. Possesso di Piombino preso dallo
imperatore .... „
' a7. Fertenze tra V papa e Cosimo. „
a8. Speranza di Cosimo d^ottener Piom-
j^ bino , . . . . n
86!5
g. ag. Tentatici del Burlamacchl per re-
stituire la libertà alV Italia . Pag. 1 1 8
3o. Restituzione delle cariche ed uffici
ai pistoiesi . . . . j? 1 2 1
3i. Ordine di Cosimo per togliere Piom-
bino alla vedova d'' Appiano. „ rvi
Sa. Guarnigione spagnuola in Siena. » taa
. ZZ. Fortezza eretta in Siena dal Men-
dozza . . • . . w 123
34. Cosimo prende possesso dello stato
di Piombino . . . . n i^'-^i
^ ZS. Restituzione di questo stato alla
vedova d"^ Appiano. . . w laS
36. Elezione di Giulio III al pontificato. 127
37. Questioni tra Vimperatoree Cosimo
sul principato di Piombino . » 12.8
38. Generale malcontento in Italia. „ i3o
39. Avvedutezza di Cosimo sugli affari
di Siena .... » i3i
40. Conquiste degli imperiali nel terri- .
torio Senese . . . . )? i3a
4i. // Piccolomini discaccia gli spa-
guoli da Siena . . . w 1 33
4 a. Gioia dei senesi per questo fatto. „ i34
43. Cosimo sUmpossessa di Piombino. <„ i35
^4' Enrico II tenta di eliminare daW /-
talia il giogo della corte di Spa-
gna . . . . . w i36
45. Don Gar zia s'impadronisce di alcu-
ne terre del senese . . ft 1Z7
^à6. Il corsaro Drag ut danneggia il litto-
. "^ rale e le isole della Toscana. „ i38
S64
J. 4.7. Trattato di pace tra Cosimo e la re -
pubblica di Siena. . . Pag. 140
48. Preparatigli di Cosimo perla guerra
contro Slena. . . . » '4'
49. Principio della guerra di Slena. „ 14 a
50. Crudeltà del Marlgnano sperso li^lntl. i43
5i. Ascanlo della Cornia e Ridolfo Ba-
gllonl rotti dai chiusini . »» 1 44
5a. Conquiste di Cosimo nel territorio
senese . . . . . 95 i/j|5
53. Rinforzi ricevuti da Pietro Strozzi, x^^i
54- Vantaggi dello Strozzi riportati su
l fiorentlntl . . . . « '47
55. Barbarle di Flncen^o Nobili usate
verso l luclgnanesl . . » i4S
56. Disfatta deWarmata di Pietro Stroz-
zi » '49
57. Morte di Giulio III ., ed elezione del
Cenami, . . . . » i5i
58. Capitolazione di Siena agli impe-
rlali . . . . . » ivi
59. Muovo regolamento del governo se-
nese , . . . . m i53i
60. Il re Filippo iwestlto dello stato se-
nese dal padre . . . » 1 54
Note »• * 5S
CAPITOLO IV.
J. I. Ritorno di Dragut nel llttorale to-
scano » i59
a. Trattati di amicizia del re Filippo
i^erso Cosimo . . . Pag. i6o
3. I montalcinesi confortati da Pietro
Strozzi a sostenersi . . „ 161
4. Condizioni tra la Francia e la Spa-
gna relatii^amente a Siena . >3 i^à
5. Critiche circostanze di Cosimo, „ 164
6. Suoi timori sulla instabilità della
pace jj i65
7. Stima di Carlo V s;erso Cosimo, „ 167
8. Vertenza tra il duca ed il cardina-
le di Bourgos . . . » ivi
9. Congiura di Cosimo contro i fran-
cesi . . . . . » 169
10. Legge martiniana di Lucca . w »7i
1 1. Cautele di Cosimo per qualche som-
mossa w ivi
17,. Maneggi di Cosimo per ottenere il
dominio di Siena , . . »> i ^3
i3. Cessione dello stato senese a Cosimo
e origine dei presidii spagnuoli. „ i j%
14. Imposizioni esatte da Cosimo per
sostener la guerra . • » «77
i5. Introduzione del gioco del lotto. „ 179
16. Giuramento di fedeltà dello stato
senese a Cosimo . . . w 1 80
1 7. Prima legge emanata da Cosimo in
Siena . . . . . » i8a
1 8. Malcontento dei Caraffa per Vacqul*
sto di Siena fatto da Cosimo. „ ivi
19. Allagamento di Firenze , . » 184
fto. Pace tra il duca di Ferrara e la Spa^
gna colla mediazione di Cosimo, f^ 18 5
866
g. a I. Provvedimenti di Cosimo contro i
turchi Pag. 187
2 a. Castiglion della Pescaia preso dai
comandanti di Cosimo . . „ ivi
ao. Morte di Pietro Strozzi . . » 189
a4« Detenzione di alquanti ecclesiastici
nelle carcei'i di Firenze . w 190
a 5. Morte di cario V , . . w 191
a6. Maglior amento deWagro pisano, y, ivi
a7. Giubbilo dei toscani per la pace. » i ga
a8. Sottomissione della repubblica di
Montepulciano al duca Cosimo, j» 1 9^
19. Elezione di Giovanni Angelo de'' Me-
dici al papato . . . 5? 195
5o. Congiura contro Cosimo scoperta e
punita . . . . . w 196
3i. Perdono accordato ai fuorusciti fio-
rtntini . . . . . » 197
3 a. Fatti ostili fra i conti di Pitigliano^
padre e figlio . . . „ ivi
33. Arrivo di Cosimo e sua famiglia a
Roma 5, 198
34* beneficenze ricevute da Pio IV. ^ aoo
35. Pratiche del pontefice per onorare
Cosimo. . . . . jj ivi
36. Feste date dal duca di Ferrara, „ aoa
37. Visita di Cosimo per la Maremma.^, ao3
38. Francesco si porta a Roma . „ ao4
^<). Q^uest ioni di precedenza fra esso ed
il principe Farnese . . „ ao6
^o. Origine delV ordine di s. Stefano. ^ ivi
- 4f» ^orte violenta di due figli di Cosi^
86;
mo Pag. ao8
g. 4^. Pitigliano sottomesso a Cosimo. „ 209
43. Progressi deW ordine di s. Stefano.,, aio
44* Cessione del governo di Toscana al
principe Francesco . . w aii
45. Precauzione contro i barbareschi. „ ai3
46. Soccorsi marittimi dati da Cosimo e
Francesco I alla fiotta spagnuola. ai4
- 47* Pf'oposizione del papa per accresce^
re la dignità di Cosimo . « i 1 5
48. Ingresso in Firenze deWarciduches-
®^ sa Giovanna . . . . „ a>^
^Q. Elezione di Pio F al papato . n ^ly
^o. Ozii di Cosimo. . . . w ^19
5i. Am.ori di Francesco per Bianca
Cappello . . . . ^ ^ao
5a. Tranquillità della Toscana . „ aaa
53. I corsi s^ojfrono di darsi al duca di
Toscana . . . . w ivi
54. Gare di precedenza fra il duca di
Ferrara e la casa Medici . „ aa4
55. Soccorsi di Cosimo a Carlo IX. „ aa5
56. Bolla spedita a Cosimo per dichia^
rarlo granduca . . . «ivi
57. Pubblicazione di questa bolla. „ 2a6
58. Inconvenienti per la conservazione
delle scritture . , . » 228
59. Archivio eretto da Cosimo per con-
servare le dette scritture . „ 229
60. Incoronazione di Cosimo . . ^ a3o
61. Ritorno di Cosimo a Firenze . w a3i
Cn. Legittimazione del matrimonio di
S6S
Cosimo con Cammilla Martelli. P. aSa
J. 63. Operazioni di Cosimo a favore di
Livorno . . . • ^ a33
64' Inquietudini in rapporto al feudo di
Pitigliano . . . . „ 254
65. Morte di Cosimo . . • » ivi
66* Austeri editti pubblicati da Cosimo^
e di lui lodevoli qualità . ^ a35
$7. Forzato ritiro di Cammilla Martel-
li » aS;
68. Disposizioni testamentarie di Cosi'
mo „ aSS
69. Protezione da lui accordata alle
scienze edalle arti . . „ aSg
70. Sue gesta lodevoli . . . » ivi
Note . . . . . . . » a4i
CAPITOLO V.
J. 1. Governo di Toscana sotto France^
SCO I » ^4^
a. Malanimo del duca di Ferrara con-
tro il granduca . . . » ^4^
3. Flotta turca nel mediterraneo, » ^47
4. Scoperta e punizione della congiura
Pucci ...... 249
5. Frenesia del conte Orso . . » 25o
6. Conferm.a del titolo di granduca a
Francesco . . . . » 25i
7. Fine delle vertenze di precedenza
Jra il granduca di Toscana ed il
duca di Ferrara . . . » *^53
869
§. 8. Risse ed assassinamenti insorti in
Firenze Pag. 254
9. Scostumatezza nella corte di Fran-
cesco ...... a55
10. Violenta morte d"" Isabella dei Medi-
ci „ 2.57
■< 11. Finto parto della Bianca Cappello.^ 2.58
^_ la. Discordie tra il principe Francesco
e sua moglie, . . . m 269
4 1^, Giubbilo per la nascita di un figlio
del granduca Francesco . „ 26 1
14. Lii^orno „ ivi
i5. Suo ingrandimento . . . „ 262
16. Pratiche di Francesco per ripristi-
nare il commercio di Livorno. „ 264
1 7. Pietro dei Medici alla corte di Ma-
drid ■ „ af>6
18. Morte della granduchessa Gioi^an-
na. . ' , . , „ JL67
19. Discordia tra Francesco ed il car-
dinal Ferdinando. . . „ 268 >
ao. Debolezza di Francesco per la Bian-
ca Cappello . . . . 55 ivi
ai. Suo matrimonio segreto colla Bian-
ca „ 270
aa. Di lui i^endetta contro i suoi awer-
sari „ 272
a3. Pietro dei Medici eletto dal re Fi-
lippo generale della fanteria ita-
liana M ^ivi
24. Dispiacere del cardinal Ferdinando
per il matrimonio seguito della \
Si. l'ose. Tom. 10. 74
870
Bianca con Francesco. , Pag. 273
g. 25. Bianca riconosciuta dalla repubblica
di Venezia per sua figlia . n ^li
26. Sua incoronazione . . . «275
27. Apparente riunione di amicizia fra
Ferdinando e Francesco Medici, „ 276
28. Epidemìa neWaria di Toscana, „ 278
29. Ritorno di Ferdinando a Firenze, „ 279
30. Pitigliano e S orano in possesso del
granduca Francesco , . „ a8o
3i. Acquista Borgo s. Sepolcro . ,,281
5a. Vittorio Cappello rimandato a Ve^
nezia ...... 282
33. Promesse di matrimonio non effet-
tuate „ 283
54. Alienazione della repubblica di Ve-
nezia dalla Toscana . . » a 84
35. Morte del principe don Filippo Me-
dici „ 285
36. Dispareri fra la repubblica di Ve-
nezia ed il granduca . , „ 286
57. Don Pietro Medici eletto generale
di Spagna . . . . „ 287
38. Sua ostinazione nel ricusar di acca-
sarsi 5, 289
39. Morte del general Colonna , „ 290
40. Morte del papa Gregorio XII I. „ ivi
4i. Benevolenza del granduca {^erso don
Antonio causa di discordie . ?? ^91
4^' Nuo'^i sospetti di gravidanza della
granduchessa . . . „ 293
43. Venuta di Ferdinando al Poggio a
871
Calano. . . . „ Pag. 294
g. 44- Morte di Francesco e Bianca Cap-
pello ,,295
45. Figli lasciati da Francesco . „ 296
46. Sua protezione per le arti e per le
scienze 55 ivi
^ote » JÌ98
CAPITOLO VI.
5. i. Il cardinal Ferdinando al trono di
Toscana . . . . „ 3oo
a. Trattati di matrimonio di Ferdinan-
do e don Pietro . . . „ 3oi
3. Effettuazione del matrimonio di Fer-
dinando. . . . . „ 3oa
4. Animosità degli spagnuoli contro
di esso „ 3o5
5. Ingrandimento del porto di Lii^orno. 3o6
6. Partito di Ferdinando pel re di A'a-
sbarra „ 307
7. Crudeltà di Alfonso Piccolomini. „ ivi
8. T)i lui morte . . . . „ 3o8
o. Amicizia del granduca pel re di
Nas^arra . . . . ^ 3io
IO. Nascita di Cosimo II . . ^ 3ii
li. Proif^f ed /menti del granduca per la
carestia . . . « 3ia
la. Minacce ostili tra la Spagna e la
Toscana . , . . „ 3i3
i3. Pro^\;edimenti del granduca a favo»
re deWagricoltura . . » ffi
§7^
J. 14. // re di Na^^arra si fa cattolico. Pag. 3i5
i5. Timori degli spagnuoli per i prepa^
ratii^i del granduca . . >? 3i6
16. Incendio del duomo di Pisa . w 3i8
1 7. Espulsione degli spagnuoli dal por-
to d'I ff ^ 3i9
18. Discordie tra i lucchesi ed il gran^
duca . » . . . w Sai
19. Inimicizia del Boria contro Ferdi-
nando ..... 5j Saa
ao. Ostilità fra i marsiliesi ed i tosca-
ni . . . . . . 5) 3a3
ai. Riconciliazione tra il granduca ed i
provenzali .... 55 3^4
aa. Livorno popolato dagli stranieri. „ 3a5
a3. Indignazione della Spagna contro
Ferdinando . . . . « 3a6
a4. Trattative di tnatrimonio tra Enrico
IF e Maria dei Medici. . „ 3a7
a5. Vantaggi delle galere del granduca
in Levante . . . . „ 3a8
a6. Maria de"" Medici salutata regina di
Francia . . . . „ Sag
a7. Suoi sponsali in Parigi . . „ 33o
a8. Arresto del falso re di Portogallo. „ 33 1
ag. Protezione del re di Francia per
Ferdinando . . . . „ 33a
So. Intrighi del Concino alla corte di
Francia . • . . w 333
3i. I garfagnani soccorsi dairEstense.^ 334
5a. Inquietezze dagli spagnuoli arreca-
te al granduca . . . ,,335
873
§/53.'^7Lro;Ye del principe di Piombino. Pag. Z'ày
34- (jrLier ra fra i lucchesi ed i modanesL ivi
35. Morte di don Pietro dei Medici. ,,338
^6. Sue disposizioni t estamentarie. „ 339
37. Discordie domestiche nella corte di
Francia . . . . 55 34o
38. Elezione e morte di Leone XI. „ 341
39. Battaglia nasale fra i turchi . „ 343
40. Acquisto di Pitigliano fatto da Fer-
dinando. . . . . „ 344
4 I. Matrimonio di Cosimo li . „ 345
4 a. Morte di Ferdinando . . w 34^
43. Sua prole . . . . j? 347
44. Protezione da lui accordata alle ar-
ti . , . . • . „ 348
45. Fabbriche da esso ordinate . „ 349
46. Jltre opere ragguardevoli da lui ef-
fettuate w 35o
Note w 35 1
CAPITOLO TU.
g. 1. Cosimo II succede al padre nel go-
verno di Toscana . . . „ 353
2. Galileo richiamato in Toscana. w 354
3. Mediazione di Cosimo II tra la
Francia e la Spagna.^^^A \^ »> ^^^
4. Formazione del molo di Livorno, „ ivi
5. Tentativi di Cosimo li per popolare
le campagne di Livorno . » 356
6. Obbedienza di Cosimo alla corte di
Spagna. . . . . „ 35^
Si. ibif. Loia. 10. '^
874
g. 7. Truppe da Cosimo spedite al cardi-
nale Ferdinando . . . Pag. 35 S
8. Fatti d*arme in Garfagnana . „ 36^>
9. Fai ore delle galere toscane . „ 36a
10. Inutile tentativo di Cosimo per tra-
sportare a Firenze il santo Se-
- polcro „ 363^
li. Statua di Enrico IV donata alla
Francia da Cosimo . . „ 3C4
^ la. Cosimo II richiesto di soccorso. „ 365
' i3. Fittoìia deir ammiraglio Inghirami
* sopra i turchi . . . „ 366
14. Morte del Concino e sua moglie. „ ivi
i5. Esilio del Bartolini da Parigi. ^ 368
16. Pace tra il re di Francia e sua ma-
dre ...... 369
17. Vittoria di Giulio da Montauto ri-
portata su i turchi . . „ 370
1 8. Gl^ imperiali esibiscono in pegno al
granduca Pisola del P Elba . „ 372
i^. Morte di Cosimo II. . . »? ivi
no. Sua protezione per le arti . » 375
Note „ 374
i CAPITOLO vin.
g. 1. Figli lasciati da Cosimo II . „ 376
2. Consiglio da Cosimo ordinato perla
minontà del Jì gì io . . » ivi
^'•^%5. Soggetti scelti per questo consiglio. ZyS
4. Mala amministrazione di esso. « ^jif
5. Riguardi del granduca Ferdinando
875
per don Antonio . . . Pag. 3 80
g. 6. Morte di don Gios^atnd dei Medici, „ 38i
7. Vertenze tra la corte di Francia e
di Toscana per i crediti della ma-
re scialla d'Ancrè. . . «38*
8. Matrimonio del granduca colla prin^
cipessa Claudia duchessa d'Urbi-
no. . . . . . M 385
9. Maneggi del papa per avere il pos-
ti sesso del ducato di Urbino . ,,384
10. Sdegno del conte d'Olivarez contro
la casa Medici . . . „ 385
11. Caterina dei Medici al governo di
Siena.) e sua morte . . „ 386
IO. Mala opinione dei toscani verso il
governo della Reggenza . „ 387
i3. Orribile crudeltà della Veronica Ci-
bo. . . . . . „ ?88
Note » 38t^
CAPITOLO ir.
g. 1. Viaggio del granduca a Roma. „ 3 91
2. Raro amore di Ferdinando per la
sua famiglia . . . w ^gS
3. Piombino sottoposto al re di Napo-
li »9 394
4. Governo aristocratico di Lucca. w SgS
5. Soccorso del granduca spedito agli
spagnuoli . . . » 396
6. Peste in Firenze . . . w ^97
7. Provvedimenti presi per questo Jla-
876
gello Pag. 399
g. 8, La peste si dilata in Lucca . » 4°^
9. Si estende per il resto della Tosca
na. . . . . . w 4oi
10. Scompigli della corte di Francia, „ ^o!2.
1 1. Morte della madre di Ferdinando IL 4o4
la. Oggetto deW ambasciata del Gondi
in Francia . . . . w ivi
lìt* Dissapori fra la corte di Spagna e
di Toscana . . . . « 4^5
14. Ferdinando II dona aW imperatore
centomila fiorini . . . „ 4°^
i5. Egli ricusa di soccorrere gli spa-
gnuoli ..... 5, 407
16. Peste ripullulata in Toscana . „ ivi
17. Vicende di Galileo . . . „ 408
1 8. Maria regina di Francia ref agiata
in Toscana . . . . « 4'®
19. Timori di Bichelieu per il di lei ri-
torno in Francia . . . a in
20. Conferma del titolo di altezza ai ca-
detti Medici . . . . » 4 ' ^
ai. Malcontento del consiglio di stato. » 4*^
22. Morte di madama Cristina e dì altri
personaggi . . . . ?? 4*4
23. Venuta del duca di Urbino in Fi'
renze . . . . • 95 4*^
24. Imposizioni sul macinato . ^ ivi
25. Lega tra il Farnese ed il granduca. 4'7
26. Processo sulla legge del macinato.^ 4 1 ^
27. Dispareri fra la coite di Roma e di
Toscana , . , . , . . . » ivi
877
§. a8. Scomunica contro Lucca, . Pag. 4^9
«9. Distribuzione di armi in alcuni pae-
si toscani .... 55 4^0
3o. Cortona piazza d''arme . . „ 42-^
3i. Passaggio del duca di Parma per
la Toscana . . . . >, 4^3
3 a. Burlato dai Barberini . . » 4-4
33. Forze della lega italica . • w 4^-^
ì 34. Rassegna di essa a Montepulciano.^ 4^^
35. Resa di città della Pie^e. , w 4*7
36. Lago di Perugia dominato dai to-
scani „ 4^8
37. Espulsione degli ecclesiastici fore-
stieri dalla Toscana . . „ 4*9
3 8. Guerra tra i toscani ed i perugini.^ ^^o
39. Seguono gli attacchi . . 99 4^*2,
40. assedio di Pitigliano . . 95 4^4
41. Morte del papa Urbano FUI . ^4^'^
4a. Il principe Gio^an Carlo dei Medici
riceve il cappello cardinalizio. „ 4^^
43. Propensione del papa pel granduca. 4^7
44. Offerta dei Presidii al granduca. „ 4-^^
t^ò. 1 francesi presso Orbetello . 91 4^9
46. Assedio di Porto Lungone e Piom-
bino » 44'
47. // granduca tenuto per confidente
dei francesi . . . . 91 44*
48. Morte di don Lorenzo de* Medici. 9» 44^
49. Pontremoli comprato dal grandu-
ca 9» 414
50. Sue mire per f acquisto della Luni-
giana ♦» 44^
St, Toic, Tom, 10. 76
878
5i. Battaglia delle flotte olandesi ed in-
glesi presso Lungone . . Pag. 44^
52. Elezione del cardinal Ghigi di Siena
al papato . . . . „ 44^
53. Cure di Ferdinando per impedire la
dilatazione della peste nei suoi
I stati „ 449
r 54. Assemblee per il progresso d'istru-
zione . . . . . » ivi
► 55. Trattati di matrimonio tra Cosimo
dei Medici e la primogenita del
duca d^ Orleans . . . » 45r>
56. Effettuazione di questo matrimonio. 4 Sa
; 57. Pratiche del granduca per tenere in
pace f Italia. . . . » 4*^4
58. Malumore della sposa di Cosimo. „ 4^*^
59. Suo desiderio di tornare in Francia. 4^^
60. Si riconcilia collo sposo . . » 4^7
6 1. Morte del cardinal Gio. Carlo de^ Me-
dici . . . . . „ 458
6a. Soccorsi del granduca recati alla
corte di Spagna . . . «4^9
63. // cardinal Rospigliosi eletto papa
col nome di Clemente IX . „ ivi
64. Stravaganze della sposa di Cosimo. 4^ -
65. Viaggio di Cosimo per s^ari stati
deir Europa . . . . » 4^*^
66. Morte di Fardinando II . . „ 464
67. Bontà del suo carattere . . » 4^^
68. Sua protezione per le belle arti. „ 4^7
Note „ 4^^
«79
CAPITOLO X.
J. i. Successione di Cosimo III al trono
di Toscana .... Pag. 470
a. Ulteriori tentativi della granduches-
sa per tornare in Francia . ?j 47*
3. Suo ritiro nel convento di Montmar-
tre „ 472
4. Morte del cardinale Leopoldo dei
Medici w 47^
5. Futilità del gabinetto di Cosimo IH. 47^
G. Sua vanità . . . . w ivi
7. Aumento della R. Gallerìa^ ed istitu-
zione del Museo di fisica in Fi-
renze ...... 47^
8. La granduchessa di Toscana tenta
di riunirsi al marito . . « 47^
9. Deluse speranze della granduchessa
di dominar la Toscana. . w 479
10. Ferdinando disprezza le ammoni-
zioni paterne . . . » 4^0
11. Fortificazioni di Livorno . » 4^1
12. Proposizioni di matrimonio tra Fer-
dinando e l'' Infanta di Portogallo.,, ^%i
1 3. Matrimonio di questo principe colla
figlia deW elettor di Baviera, w 4^^
14. Feste fatte in tale occasione . ^ 4^^
1 5. Carattere di Ferdinando opposto a
quello del padre . . » 4^^
16. Alleanza della casa Medici colla
casa d\4ustria . « 4^7
88o
g. 17. Mafrlmonio tra Anna Medici ed il
duca di Sa\>oia . . . Pag. 4^8
18. Sicurezza del porto di Li^>orno. ,> 4^9
19. Tributo Jeudale preteso daW impe-
rat ore sulla Toscana . . w 49^
20. Nuovi dissapori tra Cosimo e sua
moglie ,,491
ai. Danni delle imposizioni di Cosimo
III ^49*
22. Vantaggi procurati alla Maremma
dal cardinal dei Medici . ?? 49^
a3. Morte della principessa Violante. «49^
24. Trattati di parentela tra le case di
Austria e di Toscana . . w 497
ii.5. Matrimonio di Gio. Gastone coW e-
lettrice palatina . . . »» 49^
^Q, Viaggi di Gio. Gastone . . « 499
27. Strano carattere della di lui moglie. 5 00
28. Viaggio di Cosimo a Roma . „ 5oi
29. Due lucchesi liberati dalle carceri
di Pietr asanta . . . „ 5o2
30. Inf^estitura di Siena e P ortoferraio
presa da Cosimo HI . . „ 5o!5
3i. Libertinaggio di Gio. Gastone. „ 5 04
Sa. Dimostrazioni d'' ossequio del gran-
duca a Filippo V. . . „ 5o5
53. Sdegno deW Imperatore contro Co-
Simo w 5o6
34. Ritorno di Gio. Gastone a Firenze. „ 607
35. Imposizioni dei tedeschi su i princi-
pi italiani . . . . ,, 5o8
36. Contribuzioni ai medesimi pagate
88i
dal granduca . . . Pag. 5o9
J. 37. Orbetello e s. Stefano aprono le porte
al generale JVetzel , . «ivi
38. Rinunzia di Francesco Maria dei
Medici al cappello cardinalizio, „ 5 1 o
39. Nuove contribuzioni chieste dalV im-
peratore , . . . w Sia
(^o. Calamità della Toscana . . w 5i3
4i. Sposalizio del cardinale Francesco
Maria dei Medici. . . « ivi
4*. Provvedimenti di Cosimo per la suc-
cessione al granducato . » 5i5
43. Lodo di Carlo V per la successione
al granducato . . . >, 5i6
44* Spedizione di Carlo Rinuccini alle
potenze estere . . . jj 5i7
45. Difficoltà per lo stahilim.ento del go-
verno della Toscana . . w ^ » ^
46. Passaggio di 10000 tedeschi in To-
scana ...... 529
47. Pretensioni deW elettrice palatina
alla successione del granducato. ^ 5aa
48. Morte del principe Ferdinando dei
Medici „ 523
49. L'elettrice nominata alla success io-
ne del granducato dal senato fio-
rentino , . , . . w 524
5a Opposizione dcW imperatore a tal
Jatto M 525
5i. Quiistioni sul possesso dei reali Pre-
sidii ..... M ^^6
50. Protezione del re d' Inghilterra per
Si. 2b4c. Tom. 10. 77
882
la Toscana . . . -Pag. Saj
g. 53. Questioni fra i lucchesi ed il duca
dì Massa . . . . >, 5^9
54. Convenzioni tra il granduca ed il du-
ca di Modena . . . „ 53o
55. La principessa Violante eletta al
governo di S lena . . . w 53i
56. Progetti di un concordato tra le ca-
se di Toscana , di Modena e di
Vienna „ 533
57. Diritti della Spagna alla successione
della Toscana . . . ?, ivi
58. Maneggi della Spagna a favore di
Carlo III , . . . „ 534
oQ. Comparsa di Boneval a Firenze. „ 536
60. Trattati fra la Spagna.^ Vlnghilter-
ra e la Francia . . . » ivi
61. Il governo di Toscana regolato dalla
elettrice ed il principe Gio.Gasto-
ne. 5, 537
6a. Morte della granduchessa . ,,538
63. Vertenze tra la Spagna e rimpera-
tore per la successione alla To*
l scana .,..,„ 539
64. Contegno del granduca verso le pO"
tenze estere . . . . 55 ivi
65. Ordini imperiali a favore di don
Carlo . . . . . 55 541
66. Morte di Cosimo III . . „ 54a
67. Sua non curanza dello scibile uma^
no. . . . . . 5? 544
68. Mainotti ref agiati in Maremma. „ 645
88!^
J. 69. Vantaggi ad essi accordati da Co-
simo III .... Pag. 546
70. Desolazione della Toscana sotto il di
lui regno . . . . „ 548
Note . . . . . • . » 549
CAPITOLO XI.
g. I. Gioi^an Gastone sale sul trono di
Toscana . . . . • „ 55r
a. Esclusione deir elettrice dal governo. 552.
3. Brio della corte di Gio. Gastone. „ 553
4. Sistema del suo go^^erno. . ^ 554
5. Maneggi della corte di Toscana per
r procrastinare la {tenuta deW infan-
te „ 555
6. Seguono Le pratiche per allontanare
don Carlo dalla Toscana . „ 556
7. Trattato di pace tra V imperatore e
Filippo V . . . . 95 557
8. Minacce dtW ambasciatore di Vienna
a quello di Toscana . . „ 558
9. Protezione alle lettere accordata
dalla principessa Violante . » 559
10. Affabilità di Gio. Gastone . „ ^6o
11. Jltre questioni per la successione al
trono di Toscana. . . » 56i
la. Infermità di Gio. Gastone . ^ 56a
i3. Ricusa di ricevere in Toscana le
guarnigioni imperiali wAx (è » 563
i4« Abbandona ai suoi ministri gli affa--
ri del governo ...» 566
g. i5. Investitura di Siena e Portofer-
vaio Pag. 567
16. Preparatigli ostili tra la Spagna e la
Toscana . . . . yt Ut
1 7. Timori della Toscana per V occupa^
zione di Spagna . . . w 56^
18. Morte della principessa Violante. „ 570
19. Trattati per V ammis sione deWinfan^
te don Carlo, . . . » .^7»
ao. Feudalità cautamente ricusata dal
granduca . . . . „ 57!?
ai. Flotta anglo-ispana aìla vista di Li-
vorno ...... 67$
aa. Sbarco deWinfante don Carlo a Li-
vorno „ 576
a'iJ. Passaggio di don Carlo da Livorno
a Pisa e Firenze . . . »» 678
a4. Giubbilo di Firenze per il suo arri-
vo „ 579
<;: a5. Rescritto imperiale contro la suc-
cessione immediata di don Car^
<5 lo „ 58i
a6. Sovranità imperiale sulla Toscana
pfi^ v: non riconosciuta dal senato di Fi-
0'' ' renze ...... 58a
a7. Maneggi per ingrandire il potere al-
Vinfante don Carlo . . „ ivi
-- ' a8. Timori del granduca per Varrivo de-
gli spagnuoli a Livorno . w 584
<■ ^9. Loro sbarco in quel porto . ,,585
3o. Minacce degli imperiali d^ invadere
"<' la Toscana . . . . » 586
885'
g. 3i. V infante don Carlo passa per Fi-
renze per andare a Napoli . Pag. 687
32. Ritorno delle truppe spagnuole in
Toscana . . . , „ 588
33. Elezione del duca di Lorena alla
successione del granducato di To-
scana „ 690
34. Matrimonio di Francesco di Lorena
con Maria Teresa d^ Austria, » Sq i
35. Vertenze su gli allodiali medicei, y, 593
36. Nuo^^i trattati sul possesso della
Toscana .... » 594
37. Trattati per Vei^acuazione degli spa-
l gnuoli dalla Toscana , . „ 596
38. Congresso a Pontremoli per VintrO'
duzione degli imperiali in Tosca-
na „ 596
39. Negoziati per il successore della
Toscana . . . . „ 597
40. Disposizione dei beni 'allodiali me*
dicci . • . . . » 599
^\, Morte di Gio. Gastone . . j» 601
42. Fondazione della pia casa di lavo-
ro, . .. i v.W'^ì X^j^è inttiv „ 6oa
43. 3Iercatura rianimata . . ^ 6o3
44' Autorità deir inquisizione diminui-
ta , . >\> è"»^urc i U'^j 4i>% » 604
45. Possesso della Toscana preso dal
principe di Craun a nome deirim" :
pe rat ore . . • . » i^i
46. Morte dell'elettrice . . . „ 6o5
47* Stato delia Toscana alla estinzione
S86
della casa Medici. . . Pag. 607
J. 48. Esercizio delle arti proibito nelle
pros?incie di Toscana . . ,,608
49. False vocazioni per lo stato eccle-
siastico. . . . . w 609
Note „ 6n
COSTUMI
PARTE I.
ALIMENTI ED AGRICOLTURA.
I. Metodo di cibarsi usato in Toscana. 6i3
a. Nuovi progressi dell' agricoltura
toscana. . . . . ?? ^i5
3. Disseccamenti d''acque stagnanti nel-
la Fai di Chiana . . . >? ivi
4. Deterioramento d''agricoltura . « 616
5. Cause di tal deterioramento . «ivi
6. Insalubrità deWaria nelle pianure. „ 6 18
7. Fani tentativi di Francesco I per la
prosperità della Maremma . >? 619
8. Cultura del gelso . . . „ ivi
9. Cure di Francesco per migliorare
Varia della Maremma . . „ 6ao
10. Libertà della tratta dei grani per la
Maremma . . . . 55621
li. Operazioni idrauliche pel miglior a-
m,ento di essa . . . „ 6ia
la. Sospensione della tratta dei grani
nella Maremma . . , » 6a3
887
J. i3. Propagazione del gelso in Tosca-
na Pag. 62.4
14. Lusso introdotto nei giardini . ?? 627
i5. Introduzione della pianta del tabac-
co in Toscana . . . „ ivi
16. Cure di Cosimo II per la coltiva-
zione della Marenitna senese. „ ^'lò
17. Prov<>edimenti relatl^^i alle boscaglie. 629
18. Progetti spettanti al lago di Casti-
glione ... . . „ 63o
19. Cure di Cosimo HI a prò deW agri-
coltura . . . . . » 63a
ao. Decadenza deWagricoltura nelVagro
pisano ..... 55 633
ai. Deputazione eletta sopra le colti(^a-
zioni ...... ivi
aa. Cause della decadenza deWagricol-
tura fi 634
Note „ 635
PARTE IL
j> VE S T I A R I O.
g. I. Varietà di svestire tra la fine della
repubblica ed i tempi medicei. » 637
a. Lusso delle {^esti nel principio del s
regno di Cosimo I . . w ivi
3. Bijorma di tal lusso nelle donne, „ *>38
4. La medesima negli uomini 'é\s\\ n 640
5. resti dei fanciulli , e delle donne di
mondo . . . . • ^ <>4 '
88S
J. 6. Presti dei contadini .
Pag. 642
7. Costume spagnuolo nelle stesti
degli
uomini in Toscana
»645
8. Uso nelle vesti muliebri .
»644
9. Abiti delle persone qualificate.
» ivi
10. Vestiario delle magistrature .
»645
11. Varietà nel vestiario toscano .
„646
1^. Vestiario militare .
»647
Note. ......
» 648
PARTE IH.
USI DOMESTICI, CIVILI E MILITARI.
|. I. Mancanza di titolati tra la nobiltà
toscana.
« 649
a. Superiorità dei nobili sul popolo. „ 65o
3. Carattere dei toscani
»j ivi
4. Lusso nel mobiliare.
. « 65a
5. />e/ matrimoni .
„ 653
6. i?e//e «o^i^e
„ ivi
7. i9e//e arm/ t/a guerra
. „ 655
8. /)e//« milizia ,
9» ivi
9. Z>e/ duello
„ 656
10. Delle potenze festeggianti
. «657
1 1. Zoro combattimenti .
. „ 658
la. Spettacoli e giuochi
„ 659
i3. Compagnia di armati in Sic
^a. » 661
14. ^/^/v spettacoli e feste .
. » iTi
i5. ^/^n divertimenti .
. «662
16. Dei funerali .
„ 663
^o^e
» «64
889
PARTE IV.
LINGUA E LETTERE.
§. I. Pregi della lingua toscana . Pag. Q^Q
a. Sua conservazione . . . „ 667
3. La Tancia di Michelangiolo . „ 669
4. Giudizi sulla Gerusalemme^ e sullo
Orlando furioso • . . „ 670
5. Dolcezza della lingua toscana. „ 671
6. Protezione alle lettere accordata da
Alessandro e da Cosimo / . « 672
7. Origine dell'accademia Fiorentina^y, 673
8. Origine dell^ accademia della Cru-
sca » 675
9. Protezione di Ferdinando le Cosi-
mo II verso le lettere . . „ 676
10. Origine di varie accademie . 55678
11. Letterati e lettere protette da Cosi-
mo III e Gio. Gastone . . « 6 79
Note „ 680
PARTE V.
RELIGIONE.
g. I. Scisma in Toscana . . . „ 68a
*i. Eresie di Lelio Socino , . ^ 683
3. Fausto Socino capo delle sette a- '
riane „ 685
4. Risoluzioni del duca Cosimo I verso
SL Tose, Tom, 10. 78
890
i frati di s. Marco . . Pag. 686
§. 5. La notte di s. Bartolommeo . „ 688
6. Introduzione dei gesuiti in Tosca-
na. ..... j, 689
7. Inquisizione in Toscana . . „ ivi
8. Operazioni degC inquisitori disap-
prosiate. . . • . » 692
9. Reclami contro la potestà deif in-
quisizione . . . . w ivi
10. A^^enture del Carnesecchi . » 690
I i. Seguito di esse avventure . 55 ^94
la. Suamorte . . . . „ 69$
i3. Decreti del concilio tridentino, „ 697
14. Inquisizione governata dai deputati. 698
ih. Proibizione dei libri . . «ivi
16. Conferma deir ordine di s. Stefano.^ 700
ly. Imprese dì quest'ordine . . 55 701
18. Carteggio tra il papa e Cosimo I. „ ivi
19. Visitatori pontificii in Toscana. „ 702.
r40. Loro visite nel territorio senese. „ 704
ai. Spirito d'' indipendenza negli eccle-
siastici. . . . . w 706
aa. Indigenza degli ecclesiastici regola-
ri j3 706
a3. Atti dei santi conosciuti apocrifi. „ 707
24. Introduzione delle scuole pie in To-
scana . . . . . » 708
a 5. Istituzione della congregazione dei
bacchettoni . . . . »? 710
a6. Esenzione degli ecclesiastici dalle
cH^j gabelle » 711
27* Numero di religiosi in Toscana. ,? 712
891
^. ^^. Pontefici toscani . . . Pag. 714
29. Del quietismo . . . . ?» ivi
JVote » 716
PARTE TI.
LEGISLAZIONE E GOVERNO.
g. I. Stabilimento di un nua^o governo
monarchico democratico . w 7 1 7
a. Alterazioni introdotte da Cosimo nel
governo. . • . . w 718
3. // Torello ed il Campana alla testa
del governo di Cosimo . . „ 720
4. Dissolutezza negli ecclesiastici raf-
frenata dn, Cosimo / . . » ivi
5. Pene contro i ribelli . . » 722
6. Consiglio della pratica segreta» „ 724
7. Indulto di Cosimo verso i fuorusci-
ti „ 726
8. Gravezze imposte da Cosimo . „ 727
9. Editto in favore dei nuoi^i abitatori
di P ortoferraio 'A'--^s\^ . » 7^8
10. Sistema governativo di Siena . ^ 7211
1 1. Stabilimento del governo in Siena. ^ ivi
12. Furie leggi emanate da Cosimo I. „ 781
i3. Articoli del nuovo governo , ^ 782
14. Ministero di Siena . . . „ 733
i5. Governo economico di Francesco. ^ 734
16. I^fagistrafo della consulta . » ivi
ly. Governo di Cosimo 1/ . . ^ 735
18. Governo di Ferdinando li . n 737
892
g. 19. Bassa politica di Cosimo III . Pag. ^38
20. Debolezza deiramministrazìone del
suo governo . . . . 5> ivi
Note „ 740
PARTE VII.
COMMERCIO , NAVIGAZIONE E MONEFA.
^i Ti ^Mercanti fiorentini in varie paHi di
Europa » 74^
'i^ a. Commercio dei toscani . . „ ^4^
?>. Del lanificio di Firenze . . j? ivi
4. Commercio di Livorno . . „ ^44
5. Sicurezza dei galeoni mercantili del
granduca . . . . »? 74^
6. Cause della decadenza del commer"
ciò fiorentino . . . » 74^
'^. Fallimenti dei mercanti toscani. „ 747
8. Privato commercio del granduca. „ 748
' 9. Nuove leggi agrarie nello stato di
Siena »? 749
6. 10» Opinione degli economisti toscani
r sulla Maremma . . . w 75o
li. Fantaggi arrecati al commercio da
Ferdinando 1. . . . w 7^^^
la. Ritorno dei mercanti fiorentini alla
patria w 75a
i3. Ricchezze di Ferdinando I . „ ivi
14. Proposizioni di commercio tra il
granduca e Vlnghilterra . „ j^'^
i5» Fallimento di Filippo IL . » 7^^
895
J- i6. Introduzione di molte arti ignote
alla Toscana . . . Pag. 767
17. Commercio di Pisa trasferito a Li-
vorno „ 768
18. Languore del commercio, . „ 769
19. Proibizione di trasportare Varte del-
la lana e della seta fuori di pa-
tria „ 760
20. Totale decadenza del commercio. 9, y6i
ai. Monete di Alessandro de'' Medici. „ 761
aa. Altre sue monete . . . „ 768
n'ò. Monete di Cosimo I e Francesco /.„ 764
^. Monete di Ferdinando II e Cosimo
Il „ 765
25. Monete di Cosimo III e Gio. Gasto-
ne ,5 76^
Note ........ 767
PARTE Vili.
ARTI.
fV -
J. i. Michelangiolo sollecitato da Cosimo
a rimpatriare . . . „ 769
a. Origine del giardino di B oboli, « 770
3. Architettura del Vasari . . w 771
4. Deir Ammannato^edel BuontalentLn 772
5. Di Gherardo Sils^ani . . w 774
6. Della cappella medicea di s. Loren-
zo. „ 775
fj. Capricci nell'architettura . » i?i
8. Decadenza dell'architettura . „ 776
«94
J. 9. Del tempio della Madonna dì s. Bia-
gio a Montepulciano , . Pag. 778
10. Opere di Berii^enuto Cellinl . „ Ivi
^v li, Abilità di Fincenzo Danti , » 780
|. la. Declinazione deWarte ^trso V affet-
tazione. . . . . ,,781
i3. Merito di Gio. Bologna e del Ric-
ciarelli da Volterra . , >? 782
14. Dei seguaci di Gio. Bologna . « 786
i5. Cause della decadenza della scultu-
ra „ 786
5 iQ. Artisti toscani di minor merito. „ ivi
17. Portenti del cieco da Gambassi. „ 787
18. La^^ori in porfido . . . w 788
\^. Opere di Giovanni Foggini . „ 789
'i ao. Ultima depravazione della scultura „ 790
- ^\. Degl'intagliatori in pietre dure. „ 791
2a. Dei lavori di tarsia. . . „ 792
a3. DeWincìsione in rame . . „ 79-^
a4. i9e/ coAi/o (^e//e medaglie. . „ 795
a 5. Difetti nella pittura dei seguaci di
Michelangiolo . . . „ 796
26. Di Giorgio Vasari . . . ?j 798
27. Sua scuola . . . . 5, 799
a8. Scuola di Santi di Tito , » „ 801
39. Scuola del Brotizino . . „ 8oi
A 3o. Scuola di Ridolfo del Ghirlandaio. „ 8o3
Si. Pitture della cupola del duomo di
Firenze w 804
3 a. Opere di pittori esteri in Toscana. „ 8o5
'òZ. Scuola pisana. . . . „ 8of>
34- Scuola lucchese , . . „ 808
895
g. 35. Opere del Cigoli . . . Pag. 809
36. Sua scuola , • . . ,,810
Zy, Opere di i>ari fiorentini . . 9? 812.
^8. Di Cristo/ano i^lori e deW Empoli.» ivi
2b. Di Matteo Rosselli . . . 55 814
»'5b. Di Gioi^anni da san Gio^>anni e del
Franceschini . . . w ivi
41. Segue la scuola fiorentina . 59 816
4 a. Pittori del Borgo s. Sepolcro. 9? 818
^"S. Altri pittori toscani. . . 99 819
44- Riforma della scuola toscana . „ 8ao
0^45. Stile Jacile e gustoso del Ligozzi. „ 8ai
40. Del Cortona . . . . „ 8i3
4?. *^«*a scuola . . . . „ 824
48. /)/ Domenico Gabbiani e d'altri. „ 825
49. Di altri pittori fiorentini. . ,. 826
5 a Pittori lucchesi . . . „ 828
òi. Scuola cortonesca . . . „ 829
S2.. Segue la medesima scuola . 9, 83i
53. Scuola senese di^^ulgata per V Italia. 833
54. Z>e/ cfli'. Ventura . . . „ 834
55. />€/ Fanni . . . . 99 ivi
56. -¥er//o del Peccie del Petrazzi. ,9 83.S
57. / noi^issimi del Nasini . . „ 836
PARTE IX.
SCIENZE.
g. I. Scienze protette da Cosimo II e
Ferdinando II ... ^ 84q
896
g. a. Duni^^ersità di Pisa restaurata da
Cosimo I . . . . Pag. 841
3. Aumenti da esso fatti . . w 84a
4. Sue cure rivolte 91'' uplversità .di
Firenze e di Siena , . J*
5. Protezione di Francesco I per l^f^^*
scienze ..... ^ ivi
6. Erezione del collegio Ferdinando di
Pisa 5, 846
7. Fondamenti del teatro italiano. „ 848
8. Della giurisprudenza e delle mate-
matiche . . . . w 85o
9. Fondazione dell* accademia del Ci-
mento . . . . . w 85i
IO. Come fosse abolita . . . „ 85a
il. Istituzione del gabinetto di storia
naturale . . . . „ 853
la. Specola di Pisa fatta erigere da Gio.
Gastone . . . . „ 854
Note w ivi
DG Inghirami, Francesco
736 Storia della Toscana
15
t.9-10
PLEASE DO NOT REMOVE
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